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	<title>Unione Europea &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sat, 30 Aug 2025 11:24:36 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Unione Europea &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Lobby nell’Unione europea. L’industria chimica e la proposta che vuole vietare i PFAS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[salute umana]]></category>
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					<description><![CDATA[Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue</p>
</blockquote>



<p><em>23.000 siti contaminati da PFAS solo in Europa, con 20 stabilimenti di produzione e oltre 2.100 siti considerati “hotspot PFAS”. Ma ciò che ormai sappiamo è che i PFAS sono ovunque. P</em><em>erfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) sono una classe di sostanze chimiche </em><em>utilizzate fin dagli anni Quaranta per realizzare rivestimenti e prodotti resistenti al calore, all’olio, alle macchie, al grasso e all’acqua. Oggi si trovano in migliaia di prodotti o semilavorati, dagli impermeabili alle pentole, dai cosmetici ai frigoriferi, dagli schermi degli smartphone alla vernice murale, dai mobili ai condizionatori d’aria. P</em><em>ersistono nell’ambiente e si bioaccumulano negli esseri umani e negli animali. L</em><em>a Health and Environment Alliance ha collegato l’esposizione ai PFAS al cancro ai reni e ai testicoli, all’ipertensione e alla preeclampsia, alle malattie della tiroide, ai danni al fegato, al ridotto peso e dimensioni del neonato alla nascita, a effetti sul sistema immunitario e all’alterazione ormonale. Dodici società dominano il mercato: 3M, AGC Inc., Ar</em><em>chroma, Arkema, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, Honeywell, Merck Group, Shandong Dongyue Chemical e Solvay (1). “Le</em><em> aziende sapevano che i PFAS erano «altamente tossici se inalati e moderatamente tossici se ingeriti» già nel 1970, quarant’anni prima della comunità di sanità pubblica” documenta una ricerca uscita su PubMed a giugno 2023 (2), “e hanno utilizzato diverse strategie per influenzare la scienza e la regolamentazione, in particolare sopprimendo la ricerca sfavorevole e distorcendo il discorso pubblico; strategie che si sono dimostrate comuni al settore del tabacco e dei prodotti farmaceutici”.</em></p>



<p><em>Il 14 gennaio scorso Corporate Europe Observatory esce con </em>Chemical reaction. Inside the corporate fight against the EU’s PFAS restriction<em>, di cui pubblichiamo qui uno stralcio con traduzione a cura di Paginauno (3). Il documento denuncia dettagliatamente le azioni delle lobby legate al settore dei PFAS, mirate a non fare approvare la normativa Ue che propone la totale abolizione della produzione, della vendita e dell’utilizzo dei PFAS in Europa; contemporaneamente, mostra quanto questa pressione stia avendo successo, in particolare sulla Commissione europea, la quale è passata dal promuovere “un ambiente privo di inquinamento da PFAS” al chiedere una maggiore “chiarezza” sulla tossicità dei PFAS (!) – sulla stessa linea anche il Rapporto Draghi “Il futuro della competitività europea”, presentato a settembre 2024.</em></p>



<p><em>In realtà, l’analisi di Corporate Europe Observatory rivela molto di più. Mette in luce una pratica sistemica di lobbying, che possiamo trasferire anche ad altri attori. Nel 2024 (4), Big Tech ha dichiarato un budget relativo alle attività di lobby in Unione europea pari a 67 milioni di euro, il più alto per settore economico; a seguire Banche&amp;Finanza, con quasi 54 milioni, Energia e Chimica&amp;Agroalimentare entrambi con 45 milioni, e le Associazioni Industriali Intersettoriali BusinessEurope e Bundesverband der Deutschen Industrie con più di 26 milioni (Grafico pag. 65, a cura di Paginauno). Fino a quando non ragioneremo tenendo sempre a mente i dati e l’influenza delle lobby, non avremo il quadro generale delle decisioni prese dalla classe politica.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-4be7f9a442655822201bd616ea65d14d">SOMMARIO</h4>



<p>La proposta dell’Unione europea di limitare i PFAS, soprannominati <em>forever chemicals</em>, “sostanze chimiche eterne”, rischia seriamente di essere dirottata dalle lobby aziendali, europee e mondiali, che stanno prendendo di mira la Commissione Ue per proteggere le loro sostanze PFAS, i loro prodotti, le loro attrezzature e i loro profitti; e questo nonostante le prove schiaccianti delle disastrose conseguenze dell’inquinamento causato dai PFAS per la salute umana e l’ambiente. Ci sono, oltretutto, indicazioni molto preoccupanti sul fatto che la Commissione stia pianificando di realizzare ciò che l’industria desidera&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 91</a></p>



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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Ukraine Support Traker. Quali Paesi aiutano l’Ucraina e come?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ukraine-support-traker-quali-paesi-aiutano-lucraina-e-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel rapporto del Kiel Institute, i dettagli degli aiuti all’Ucraina e gli interessi finanziari che ne emergono: quali Stati e organizzazioni sovranazionali, quanto denaro e in quale forma, quali armamenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Kiel Institute for the World Economy *</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nel rapporto del Kiel Institute, i dettagli degli aiuti all’Ucraina e gli interessi finanziari che ne emergono: quali Stati e organizzazioni sovranazionali, quanto denaro e in quale forma, quali armamenti.</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Introduzione</h4>



<p>L’attacco della Russia all’Ucraina sta causando sofferenze umane e distruzione impressionanti. Molti leader occidentali si sono impegnati a “stare dalla parte dell’Ucraina” e hanno annunciato un importante sostegno militare e umanitario. Questo documento si chiede: cosa dicono i numeri? Quanto è grande il sostegno all’Ucraina? Quali sono i governi più favorevoli? E che tipo di sostegno offrono i Paesi: militare, umanitario e/o finanziario? Per rispondere a queste domande, abbiamo creato un nuovo database, l’<em>Ukraine Support Tracker</em>, che elenca e quantifica il sostegno dei governi occidentali all’Ucraina. In questa terza versione, tracciamo gli impegni di aiuto tra il 24 gennaio 2022 (giorno in cui la NATO ha messo in stand-by alcune delle sue truppe) e il 10 maggio 2022.</p>



<p>Questo progetto colma una lacuna nel dibattito economico sulla guerra tra Russia e Ucraina. Finora il dibattito si è concentrato sulle sanzioni e su altre misure volte a danneggiare la Russia. Meno attenzione è stata dedicata alle misure di sostegno all’Ucraina. In effetti, la maggior parte della discussione sugli aiuti all’Ucraina è stata aneddotica, mentre sono mancati dati sistematici e rigore. [&#8230;]</p>



<p>L’obiettivo principale del nostro database è quello di quantificare l’entità degli aiuti all’Ucraina e di rendere le misure di sostegno comparabili tra i Paesi donatori. Quantifichiamo i flussi di sostegno dei governi occidentali all’Ucraina in milioni di euro, contabilizzando sia i trasferimenti finanziari che quelli in natura. A tal fine, abbiamo creato un database completo che riunisce informazioni provenienti da fonti governative ufficiali, elenchi esistenti di aiuti all’Ucraina e rapporti di noti organi di informazione.</p>



<p>Una sfida importante è quella di quantificare i trasferimenti non finanziari, come le spedizioni in natura di attrezzature militari, armi, medicinali o generi alimentari. In molti casi, i governi riportano il valore delle donazioni in natura nella loro valuta nazionale, che possiamo utilizzare come valore di riferimento. In altri casi, invece, i governi non riportano il valore degli aiuti ma si limitano a menzionare gli articoli forniti, come armi specifiche o diverse “tonnellate di cibo”. Assegniamo un valore monetario agli aiuti in natura utilizzando i prezzi di mercato e i dati relativi a precedenti casi di fornitura di aiuti internazionali, facilitando così il confronto dell’assistenza fornita tra i vari Paesi.</p>



<p>Ci concentriamo principalmente sugli impegni bilaterali (da governo a governo) che sono destinati a fluire verso l’Ucraina, non a rimanere nel Paese committente. Ciò significa che non tutti i tipi di sostegno sono coperti. Nei nostri dati di riferimento, quindi, non quantifichiamo gli sforzi e le spese su larga scala per aiutare i rifugiati fuggiti dall’Ucraina, soprattutto da parte di Paesi vicini come la Polonia o la Moldavia (si veda la Sezione 7). Quantificare il costo del sostegno ai rifugiati è difficile, poiché non esistono dati comparabili a livello internazionale, gran parte dell’aiuto è in natura e sostenuto da famiglie private piuttosto che da governi, e le statistiche disponibili sono rumorose e incomplete. Inoltre, non contiamo le donazioni private, gli impegni delle organizzazioni finanziarie internazionali e quelli delle organizzazioni non governative (ONG). I dati disponibili suggeriscono che in alcuni Paesi le donazioni private sono consistenti e possono superare il sostegno dei governi (1).</p>



<p>Non possiamo inoltre fornire un quadro completo degli aiuti bilaterali, perché alcuni governi non condividono i dettagli del loro sostegno all’Ucraina, soprattutto quando si tratta di inviare attrezzature militari e armi. Tuttavia, abbiamo fatto del nostro meglio per elencare e quantificare meticolosamente tutte le misure di sostegno che sono diventate di dominio pubblico. Ciò significa che abbiamo valutato anche le fughe di documenti ufficiali, che elencano in dettaglio il tipo e il valore degli aiuti militari, ad esempio da parte della Germania o dell’Italia. Inoltre, in molti casi, le consegne di armi diventano pubbliche una volta effettuate, il che consente di tracciarle ex-post, ad esempio nel caso della Polonia.</p>



<p>In totale, tracciamo 64,6 miliardi di euro di impegni tra governi (2) dal 24 gennaio 2022 al 10 maggio 2022. Questa somma comprende gli impegni di 37 Paesi, tra cui 31 Paesi membri del G7 e dell’UE, più gli impegni delle istituzioni dell’Unione Europea (Commissione UE e Consiglio UE), oltre a sei Paesi che aggiungiamo in questa terza versione del documento: Australia, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud, Svizzera e Turchia.</p>



<p>Gli Stati Uniti (USA) sono di gran lunga il maggior sostenitore bilaterale dell’Ucraina, avendo impegnato 42,9 miliardi di euro, pari al 66% degli impegni totali nel nostro database di 38 donatori. Tutti i governi dei Paesi dell’UE hanno impegnato 9,78 miliardi di euro, più 4,12 miliardi di euro dalla Commissione europea e altri 2 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti&#8230;</p>



<p class="has-cyan-bluish-gray-color has-text-color"><em>Puoi continuare a leggere il Report in inglese direttamente sul sito del Kiel Institute</em>.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto (tradotto) dell’Ukraine Support Tracker, terzo aggiornamento, 18 maggio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">1) In Germania, ad esempio, le donazioni private per gli aiuti umanitari all’Ucraina superano i 631 milioni di euro al 25 marzo (secondo DZI 2022, che raccoglie i dati sulle donazioni a 67 organizzazioni e fondazioni umanitarie). Questa somma è superiore all’importo totale degli aiuti umanitari promessi dal governo in quel momento</p>



<p class="has-small-font-size">2) Gli impegni bilaterali comprendono l’assistenza bilaterale fornita attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Consiglio europeo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-consiglio-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 13:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Consiglio europeo: nascita, evoluzione, forza e debolezza nel passaggio da Stati-nazione a Stati-membri]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Perry Anderson*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il Consiglio europeo: nascita, evoluzione, forza e debolezza nel passaggio da Stati-nazione a Stati-membri</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, la Bce e il Consiglio. Dopo aver pubblicato la parte relativa alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank">Corte di Giustizia</a>, alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-commissione-europea/" data-type="post" data-id="4760" target="_blank">Commissione</a>, al <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/il-parlamento-europeo-e-la-bce/" data-type="post" data-id="4977" target="_blank">Parlamento e alla Bce</a>, chiudiamo con il Consiglio europeo e le conclusioni su economia, euro, diritti, democrazia.</pre>



<p class="has-drop-cap">Il Consiglio europeo comprende capi di governo che godono di maggioranze in veri e propri parlamenti, frutto di elezioni significative. Come tale, è diventato la massima autorità dell’Unione. <em>The </em><em>Passage to Europe</em> di Van Middelaar è in gran parte la storia della sua ascesa a questa posizione, ed è giustificata la sua affermazione che il Consiglio è ora il principale motore dell’integrazione europea. Quello che non fa è guardare sotto il cofano. Che tipo di veicolo sta avanzando? È questo il soggetto della più fondamentale di tutte le opere sulla Ue dell’ultimo decennio,<em>European Integration</em> di Christopher Bickerton, il cui titolo anodino, condiviso da decine di altri libri, nasconde la sua distinzione, che si concretizza nel sottotitolo che fornisce la sua argomentazione: “Dagli Stati nazionali agli Stati membri”.</p>



<p>Tutti hanno un’idea di cosa sia uno Stato-nazione, e molti sanno che 27 Paesi (dopo l’uscita del Regno Unito) sono Stati-membri dell’Unione Europea. Qual è la differenza concettuale tra i due? La definizione di Bickerton è succinta. Il concetto di Stato-membro esprime un cambiamento fondamentale nella struttura politica dello Stato, con i legami orizzontali tra i dirigenti nazionali che hanno la precedenza sui legami verticali tra i governi e le loro società. Questo sviluppo lo ha colpito per la prima volta, spiega, al momento del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona. “Quando è stato annunciata la vittoria del No, i membri del governo irlandese hanno espresso un misto di sorpresa e imbarazzo: sorpresa perché non avevano familiarità con i sentimenti prevalenti all’interno della loro popolazione, e imbarazzo perché questo comprometteva molte delle promesse che avevano fatto ai loro pari in precedenti incontri a Bruxelles”. (La descrizione è una sorta di eufemismo: avvistato fuori da un pub a Dublino quella sera, Brian Lenihan, ministro delle Finanze dell’epoca, era pallido come un cencio).</p>



<p>Come è avvenuto il passaggio dallo Stato nazionale allo Stato membro? Dopo la seconda guerra mondiale – Bickerton segue qui Alan Milward e John Ruggie – nell’Europa occidentale è stato raggiunto un compromesso di classe tra capitale e lavoro, che ha preso la forma organizzativa di uno Stato corporativo impegnato nella piena occupazione, in una serie di servizi sociali e in una redistribuzione del reddito. Sulla base di una crescita economica costante, il consenso ideologico di questo periodo presupponeva un forte coinvolgimento del governo nella vita economica e garantiva l’innalzamento del tenore di vita popolare. Tuttavia, allo stesso tempo, “un contratto sociale più egualitario e redistributivo” rispetto agli anni precedenti della guerra “coincideva con un restringimento dello spettro politico”: la de-radicalizzazione della sinistra presagiva una più ampia de-politicizzazione, e la mancanza di sperimentazione politica portava al dominio dei partiti centristi. La crisi economica generale degli anni Settanta ha visto il disfacimento di questo compromesso di classe, mentre la crescita cresceva, i conflitti industriali crescevano e le idee keynesiane cedevano il passo alle dottrine hayekiane o Public Choice, che disprezzavano il contratto sociale. Per un certo periodo i governi hanno continuato a provare ricette familiari, ma all’inizio degli anni Ottanta è arrivato il neoliberalismo, con la Thatcher pioniera, seguito dall’inversione a U di Mitterrand e dallo schiacciamento degli scioperi danesi, belgi e britannici. Liberati dalle pressioni del lavoro organizzato, i governi convergevano verso la deregolamentazione e la privatizzazione per liberare i mercati dell’innovazione e della concorrenza secondo le prescrizioni del nuovo periodo. L’Atto Unico europeo del 1985 ne ha segnato la trasposizione sul piano comunitario.</p>



<p>Il rilancio della dinamica di integrazione sotto Delors è stato quindi il risultato di un modello di cambiamento politico interno, nel quale le priorità politiche erano diventate un ridimensionamento fiscale, una repressione salariale e un ritorno alle ortodossie finanziarie di stampo classico. Non è mai stato facile ottenere un consenso duraturo degli elettori su questo percorso, ma man mano che i processi di integrazione si approfondivano, coinvolgendo un coordinamento ministeriale sempre più stretto a livello transfrontaliero, i governi potevano presentare misure impopolari come necessità derivanti dalla costituzione della Comunità. Dal tempo di Montesquieu e Madison in poi, il costituzionalismo aveva comportato l’idea di un’autolimitazione della volontà politica per salvaguardare le libertà del soggetto: un insieme di vincoli interni – divisione dei poteri, controlli ed equilibri – per assicurare la nazione contro la tirannia, sia essa governata da monarchi o da mafiosi. A tempo debito, questo è diventato il formato liberale standard dello Stato-nazione. Con l’avvento della Comunità Europea, una volta che la Corte di Giustizia è riuscita a costituzionalizzarla efficacemente, se non formalmente, gli Stati membri hanno accettato una serie di vincoli esterni la cui forma era radicalmente diversa. “Il soggetto attivo, cioè il popolo, non è il soggetto che fa il vincolo”, scrive Bickerton: “I governi nazionali si impegnano piuttosto a limitare i propri poteri per contenere il potere politico delle popolazioni nazionali. Invece che i popoli che si esprimono come potere costituente attraverso questa architettura costituzionale, i governi nazionali cercano di limitare il potere popolare legandosi attraverso un insieme esterno di regole, procedure e norme. Un funzionamento interno della sovranità popolare che serve a unire lo Stato e la società è sostituito da una esternalizzazione dei vincoli al potere nazionale intesa come un modo per separare la volontà popolare dal processo decisionale”.</p>



<p>Al termine della guerra fredda, nel 1990, i dirigenti europei avevano consolidato la transizione verso lo Stato membro. Con Maastricht e la proclamazione dell’unione monetaria, i vincoli che ciò comportava aumentavano naturalmente, così come la loro convenienza per i governi che cercavano di imporre ordinanze neoliberali di un tipo o dell’altro ai loro cittadini. Nel 1992-93, Giuliano Amato mise in atto una “correzione fiscale” – cioè un pacchetto di austerità – pari a non meno del 6% del Pil italiano in nome del <em>vincolo esterno </em>di necessità dell’Unione. Quando la moneta unica, lungi dal portare una rinnovata crescita e prosperità, ha fatto sprofondare l’Italia in una prolungata stagnazione e regressione, e l’Eurozona nel suo complesso nella crisi, la risposta non è stata quella di allentare i corsetti dell’appartenenza all’Unione, ma di renderli ancora più stretti, con la spettacolare costrizione della sovranità popolare nel Patto Fiscale del 2012. In questo modo, le restrizioni esterne dell’Unione sono state per la prima volta scritte, per volere della Germania, nelle Costituzioni interne dei successivi Stati membri, e i loro bilanci annuali, cuore tradizionale della politica interna, sono diventati oggetto di rinvigorimento e di istruzione da parte degli inviati di Bruxelles.</p>



<p>Anche se raramente l’attrito è assente da tali visite, la disciplina che esse rappresentano è stata in gran parte accettata come parte dell’ordine naturale delle cose. “Per gli Stati membri”, scrive Bickerton, “l’Eurozona non è solo un’unione monetaria, ma anche un quadro collettivo per una politica macroeconomica coordinata a cui tutti appartengono e che, in molteplici modi, è costitutiva delle loro identità e dei loro interessi come Stati membri”. Non ultimo li protegge dall’intrusione di potenziali proteste, poiché il risultato dei comitati di esperti – ratificato in conclavi ministeriali, annunciato dai capi di governo e presentato ai cittadini in patria come <em>faits accomplis</em> – diventa la norma. In questo processo, ciò che contraddistingue la Ue, come struttura politica diversa da ogni altra, è la presunzione di consenso e i protocolli che ne derivano, che costituiscono il codice di funzionamento del suo essere. A Bruxelles, gli emissari delle diverse nazioni si confrontano su questioni di carattere specialistico, sviluppando un <em>esprit de corps</em> e un’identificazione professionale con l’aspetto tecnico delle loro discussioni, in un sistema volto a escludere l’imprevedibilità del dibattito pubblico o il disaccordo politico. Lo stesso schema regge più in alto, in quanto le decisioni vengono passate al Consiglio dei ministri in un determinato settore e, ove richiesto, fino al Consiglio europeo stesso, dove il risultato viene unto con fotografie di famiglia e comunicati unanimi. L’imperativo del consenso è tutto. “Questo spiega perché la politica della Ue è così segreta e manca di ciò che è elementare nella vita politica a livello nazionale”, dove il conflitto è aperto e normale, osserva Bickerton.</p>



<p>Strutturalmente, egli giudica lo Stato-membro una forma sociale “fragile e contraddittoria”, al tempo stesso potente nell’immunizzare i governi nazionali contro le pressioni sociali interne, e debole nella mancanza di radici lontanamente paragonabili ai legami verticali tra i governi e le popolazioni dello Stato nazionale classico. La forma di politica nazionale a cui dà origine, spesso tenuta a contrapporre una tecnocrazia dominante a un populismo oppositivo, tende piuttosto a una combinazione maligna dei due, con leader che mescolano una posizione populista sull’immigrazione a un approccio tecnocratico all’economia, come Sarkozy, o che si atteggiano come Blair come un manager pragmatico vicino ai sentimenti della gente comune; Macron offre l’ultima versione della miscela. La superficialità dell’attaccamento delle élite ai cittadini che rappresentano rafforza inevitabilmente il loro senso di solidarietà reciproca nel <em>club dei leader</em> dell’Unione, dove si riuniscono ogni due mesi circa. Ma l’amicizia che offre non è, per Bickerton, un rifugio stabile. Vista storicamente, l’appartenenza a uno Stato membro è una “forma di Stato dura ma vuota”.</p>



<p>Istituzionalmente, però, si è riempito. Dal 2017 il Consiglio europeo possiede per le sue sessioni bimestrali una nuova sede fortemente simbolica – lanterna in forma di lanterna per il caldo bagliore che irradiano le sue deliberazioni, policroma in arredi per la diversità dei popoli da loro illuminati – dove si riuniscono i capi di Stato e di governo, più i presidenti della Commissione e del Consiglio stesso. A loro volta sono affiancati dall’Eurogruppo dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, che si riuniscono mensilmente, e il cui presidente può anche partecipare al Consiglio quando viene invitato, come pure l’Alto rappresentante del pilastro (molto meno importante) degli Affari esteri e della Sicurezza dell’Unione. Pur essendo l’autorità politica suprema dell’Unione, il Consiglio europeo non legifera di per sé: le leggi sono questioni di ordine inferiore per i tracciamenti dei triloghi (2) che vi sono sotto. Il suo compito sono le grandi decisioni dell’Unione: essenzialmente, la gestione delle crisi, la revisione dei Trattati e la politica estera. Vale a dire, urgenti problemi economici e di “sicurezza” (cioè di rifugiati); questioni costituzionali (la parola è proibita dal Trattato di Lisbona, ma la cosa rimane); relazioni con altri poteri (e la periferia della Ue, dove l’allargamento permane nei Balcani). È qui che nascono gli “allarmi” che richiedono le coraggiose “escursioni” dei racconti di van Middelaar sull’Unione. Esempi degni di nota: la gestione della delinquenza greca; l’utilizzo della venalità turca; il rifiuto della bozza di Costituzione con una recensione della stessa a Lisbona; la punizione della Russia per l’annessione; e della Gran Bretagna per la diserzione.</p>



<p>In linea di principio, l’anello debole nella giurisdizione del Consiglio è economico, poiché non ha alcuna autorità sulla Bce, la cui indipendenza è assoluta e il potere sulle economie dell’Unione non ha rivali. In pratica, l’Eurogruppo fornisce un collegamento informale, un rappresentante della banca che partecipa alle sue riunioni, che sono ancora più riservate di quelle del Consiglio stesso, anche perché la presenza in esse della banca, in deroga alla sua indipendenza, richiede un velo di discrezione. Per formazione e prospettive i ministri delle Finanze tendono a essere simili, come Varoufakis ha scoperto nel suo breve periodo di collaborazione con l’Eurogruppo. I disaccordi sono più frequenti in seno al Consiglio. Prima delle sue riunioni i partecipanti possono appuntarsi posizioni controverse, mentre durante e dopo di esse, le fughe di notizie – tipicamente slogan confusi per il consumo dei media – riportano scontri d’opinione, vincitori e perdenti in discussioni, secondo il gusto dei leaker. Ma i procedimenti stessi rimangono nascosti al pubblico, e vengono emessi in decisioni che sono virtualmente sempre annunciate <em>nem con</em> (<em>nem con</em> = all’unanimità, dal latino <em>nemine contradicente</em> = nessuno contrario, <em>n.d.r.</em>), in linea con la prassi comune in tutte le istituzioni della Ue.</p>



<p>Nel caso del Consiglio, in tali manifestazioni di unanimità è in gioco molto di più della generica omertà della classe politica europea. Infatti, la verità dietro di esse è scomodamente in contrasto con le formalità della sua composizione, nella quale tutti gli Stati membri sono tecnicamente uguali e possono bloccare decisioni in conflitto con quelli che ritengono essere gli interessi nazionali vitali. La realtà, naturalmente, è che con grandi disparità tra i Paesi che vanno da ottanta milioni a mezzo milione di abitanti, due Stati – Germania e Francia – comandano <em>de facto</em> il procedimento in ragione delle loro dimensioni e del loro potere. Della coppia, eredi del trattato che de Gaulle ha siglato con Adenauer, la Germania è ora la più forte e la più potente economicamente. Ma anche se questo vantaggio la rende <em>primus inter pares</em>, il suo margine di superiorità, e il suo peso relativo all’interno dell’Eurozona nel suo complesso, è troppo limitato per darle l’egemonia che i teorici più audaci sostengono. La Francia rimane militarmente più forte e diplomaticamente più esperta, in un rapporto da cui ognuno dipende in egual misura. Poiché non sempre sono d’accordo, e quando lo sono, non sempre possono insistere, non ogni decisione del Consiglio è una traduzione della loro volontà. Semplicemente, senza bisogno di alcun accenno di veto, nessuna proposta che non sia di loro gradimento ha alcuna possibilità di passare, mentre qualsiasi proposta dietro la quale si uniscono con la forza congiunta può essere deviata, ma non sarà contrastata dalle altre due dozzine di Stati del Consiglio. Il Trattato di Maastricht è stato il frutto di un patto tra Mitterrand e Kohl; il Trattato di Lisbona, tra Merkel e Sarkozy; l’attuale pacchetto Covid, tra Macron e Merkel. In ogni caso l’iniziativa è arrivata, inarrestabile, da Berlino e da Parigi. In ogni caso, i dettagli sono stati adattati per accogliere gli Stati minori, senza che la direzione sia stata modificata.</p>



<p>L’unica volta in cui una importante proposta, su cui Germania e Francia hanno insistito, ha incontrato un’opposizione intransigente è stata il Fiscal Compact, al quale la Gran Bretagna ha posto il veto nel 2011, illuminando le realtà della struttura del potere in Europa. Senza indugio, Berlino e Parigi hanno semplicemente bypassato il Consiglio con uno strumento internazionale al di fuori del quadro giuridico della Ue, il Trattato sulla Stabilità, il Coordinamento e la Governance, al quale tutti gli altri Stati membri hanno dovuto aderire. L’effetto è stato esattamente lo stesso. Cameron si è lamentato del fatto che Merkel e Hollande non si sono nemmeno preoccupati di rispettare le apparenze, cucendo insieme questo accordo nei locali dell’Unione a Bruxelles. La lezione è chiara. Se i due egemoni europei dovessero incontrare – post Brexit – una simile caparbietà in una questione a cui danno importanza, possono rispondere con un trattato internazionale bilaterale (o multilaterale), facendo un giro di boa intorno all’ostacolo. Non è un caso che Jean-Claude Piris abbia concluso il suo libro del 2012, <em>The Future of Europe</em>, sottolineando quanto sia conveniente e fruttuoso il ricorso a tali trattati “aggiuntivi”. Allo stato attuale, però, con la Gran Bretagna fuori dai piedi, c’è poco da fare. Un solo fatto incongruo è sufficiente a portare a casa le prospettive, e il potere, del duo franco-tedesco. Ci sono stati tre presidenti del Consiglio europeo da quando l’ufficio è stato creato nel 2010. Di questi, due sono stati belgi – un Paese con poco più del 2% della popolazione dell’Unione. Perché? Perché si può contare sul fatto che i politici poco appariscenti di uno Stato debole, abilmente collocato tra la Francia e la Germania, non si incrociano, ma aiutano le buone intenzioni di entrambi.</p>



<p>È stato spesso osservato che l’insieme istituzionale della Ue è politicamente <em>sui generis</em>, una creazione più facilmente definibile in negativo che in positivo. Non è, ovviamente, una democrazia parlamentare, priva di divisioni tra governo e opposizione, di competizione tra i partiti per le cariche, o di responsabilità nei confronti degli elettori. Non c’è né una separazione tra il potere esecutivo e quello legislativo, sul modello americano; né una connessione tra di loro, sul modello britannico o continentale, in cui un esecutivo è investito da una legislatura eletta di cui rimane responsabile. È piuttosto il contrario: un esecutivo non eletto detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, mentre una magistratura, autoinvestita di un’indipendenza che non è soggetta ad alcuna revisione o controllo costituzionale, emette decisioni che sono effettivamente inalterabili, siano esse conformi o meno ai Trattati su cui si basano nominalmente. La regola dei procedimenti dell’Unione, siano essi presieduti da giudici, banchieri, burocrati, deputati o primi ministri, è la segretezza, ove possibile, e il loro esito, l’unanimità.</p>



<p>Secondo le parole di Majone, il suo critico liberale più lucido, il mondo in cui vive l’Unione è un mondo in cui “il linguaggio della politica democratica è in gran parte incomprensibile”. Unico nella storia costituzionale moderna, osserva, “il modello non è Atene ma Sparta, dove l’assemblea popolare votava sì o no alle proposte avanzate dal Consiglio degli anziani, ma non aveva il diritto di proporre misure per conto proprio”. La cultura politica delle élite dell’Unione assomiglia a quella della Restaurazione europea e di ciò che è seguito, prima delle riforme sul diritto di voto del XIX secolo, “quando la politica era considerata un monopolio virtuale di gabinetti, diplomatici e alti burocrati”. L’<em>habitus </em>mentale e istituzionale dell’Europa del Vecchio Regime è ancora vivo nel “sistema di governo della Ue che si suppone postmoderno”. In sintesi, l’ordine dell’Unione è quello di un’oligarchia.</p>



<p>Gli storici possono rispondere, sì, ma la Restaurazione ha portato in Europa la pace che è durata quarant’anni, o su un secolo di conti in sospeso. L’integrazione europea, per quanto non democratica nella sua struttura, non ha forse raggiunto lo stesso risultato per tre quarti di secolo, dopo le terribili guerre interne del 1914 e del 1939? Nel credo ufficiale della Ue, probabilmente non si ripete con tanta insistenza nessun’altra affermazione, e i movimenti che mettono in discussione l’Unione sono spesso attaccati come portatori del bacillo delle guerre future. La verità, naturalmente, è che dopo il 1945 non c’è mai stato il rischio di un altro scoppio di ostilità tra Germania e Francia, o altri Paesi dell’Europa occidentale, perché la guerra fredda ha reso l’intera regione un protettorato della sicurezza americana. La Nato, non la CEE, ha messo a tacere i conflitti militari del passato. Come disse una volta causticamente Albert Hirschman: “La Comunità Europea è arrivata un po’ in ritardo nella storia per la sua missione, ampiamente proclamata, di evitare ulteriori guerre tra le maggiori nazioni dell’Europa occidentale”. Beneficiaria della Pax Americana piuttosto che progenitrice della stessa, l’Unione ha affrontato la sua prima prova come vero e proprio custode della pace in Europa dopo la guerra fredda. Fallì miseramente, non impedendo ma alimentando la guerra nei Balcani, poiché la Germania appoggiò la secessione slovena dalla Jugoslavia, il colpo che innescò i successivi conflitti omicidi che la Ue, trascinata sulla scia di Helmut Kohl, si dimostrò incapace di moderare o di far cessare. Ancora una volta non è stata Bruxelles, ma Washington a decidere finalmente il destino della regione. Anche l’allargamento dell’Unione agli ex Paesi del Patto di Varsavia, la sua grande conquista storica, ha seguito le orme degli Stati Uniti, la loro inclusione nella Nato prima del loro ingresso nella Ue.</p>



<p>I diritti umani sono un altro <em>punto d’onore </em>nel repertorio delle relazioni pubbliche dell’Unione. Il Consiglio d’Europa, che comprende venti Stati che non fanno parte della Ue, tra cui Russia, Turchia, Georgia e Azerbaigian, ha istituito una Convenzione sui diritti dell’uomo e un tribunale per proteggerli già nel 1953, le cui disposizioni sono state essenzialmente riprodotte nel 2000 nella Carta dei Diritti Fondamentali della Ue, così come la Ue avrebbe portato la bandiera del Consiglio come propria. Come altrove, la proclamazione e l’osservazione di tali diritti non sono la stessa cosa. La brutalità ordinaria della polizia è certamente inferiore a quella degli Stati Uniti, dove le condizioni di detenzione sono anche peggiori, e i detenuti sono molto più numerosi. Ma questo non distingue la Ue, dal Canada o dai Paesi dell’Europa occidentale che non appartengono all’Unione. Più precisamente, quando l’America ha richiesto la cooperazione europea nelle <em>extraordinary renditions</em>, i membri della Ue hanno prestato assistenza nei sequestri e nella fornitura di camere di tortura sul territorio dell’Unione, assistenza documentata e denunciata da un procuratore svizzero al Consiglio d’Europa senza che la Ue abbia alzato un dito per denunciare i responsabili. Laddove le violazioni della sua Carta provengono da governi che non le piacciono, come attualmente in Ungheria e in Polonia, l’Unione minaccerà sanzioni. Laddove esse provengano da governi con i quali desidera mantenere buoni rapporti, chiuderà un occhio, o cercherà di renderle accettabili, anche se le infrazioni sono molto più estreme – come nell’occupazione militare di lunga data e nella pulizia etnica del territorio dell’Unione nel nord di Cipro; per non parlare di Israele, invitata a considerare l’adesione all’inizio della storia della Comunità, e più recentemente descritta dal primo Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri come ‘membro onorario’. Per quanto riguarda i rifugiati, il record di disumanità europea nell’Egeo e in Libia parla da sé. La migrazione è diventata in gran parte una questione di sicurezza.</p>



<p>Solidarietà, un altro termine importante nel lessico della Ue, si riferisce a due caratteristiche della sua immagine di sé. La prima sottolinea i fondi strutturali e di coesione, il 30% del bilancio della Commissione erogato ai Paesi e alle regioni più povere dell’Unione per progetti di trasporto, ambientali e di altro tipo. Anche se non sempre ben spesi, questi fondi sono realmente redistributivi e storicamente hanno avuto un impatto significativo sui maggiori beneficiari: Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Più grande ancora è la Politica agricola comune (PAC), che eroga oltre il 40% del budget ed è regressiva, con la maggior parte del denaro che va ai contadini più ricchi, soprattutto in Francia, anche se i milionari titolati in Gran Bretagna hanno accaparrato più di tutti. Combinato, l’effetto <em>equity</em> dei due tipi di spesa è probabilmente neutro, forse negativo. Il secondo senso di solidarietà si riferisce alla “politica sociale” europea, definita in senso lato come misure per ridurre la vulnerabilità dei lavoratori salariati e delle loro famiglie, e dei cittadini meno abbienti in generale, ai capricci del mercato. Wolfgang Streeck ne ha tracciato l’evoluzione dagli anni Sessanta a oggi. In origine, si trattava di tentativi di alterare i rapporti capitale-lavoro promuovendo la cogestione industriale – a cui le imprese resistevano – che avrebbe dato ai lavoratori il diritto di essere rappresentati nei consigli di amministrazione delle società stesse. La direttiva Vredeling che ha dato forma a queste speranze è stata abbandonata dopo l’approvazione dell’Atto Unico europeo, e l’attenzione si è spostata sulle questioni salute, sicurezza e pari opportunità.</p>



<p>Su insistenza di Delors, proclamando la necessità di un’Europa sociale, l’Unione Monetaria creata a Maastricht è stata accompagnata, nella boscaglia delle clausole adiacenti e sussidiarie del Trattato, da un Capitolo sociale che prometteva il rafforzamento dei diritti del lavoro, dal quale la Gran Bretagna ha optato. Così poco è venuto da questo pezzo di simbolismo, osserva Streeck, che la sua successiva adozione da parte del New Labour “ha fatto nulla per evitare l’aumento delle disuguaglianze, il decadimento della contrattazione collettiva e il deterioramento delle condizioni di lavoro nel Regno Unito negli anni successivi”. In tutta l’Unione europea, questi sono stati anni nei quali le imprese hanno attaccato con successo la fornitura di servizi pubblici in nome del diritto della concorrenza, mentre la Corte di Giustizia ha inflitto successivi colpi freddi ai diritti sindacali. L’attuale Pilastro europeo dei diritti sociali, annunciato nel 2017, non cambia la tendenza: in quanto insieme uniforme di ingiunzioni in mezzo a enormi differenze tra gli Stati membri, è in gran parte lettera morta. Nelle sedi pubbliche e accademiche, commenta Streeck, i discorsi sull’Europa sociale sono svaniti quando la Ue è stata identificata principalmente come un veicolo di “pace universale, diritti umani e discorsi civili, piuttosto che come un’alternativa al capitalismo sfrenato”. La sua conclusione: “Ciò che sembra chiaro è che il progetto, che risale agli anni Settanta, di un Welfare State europeo sovranazionale che dà una definizione politica a un ‘modello sociale europeo’, è giunto al termine”.</p>



<p>E la crescita economica europea, in questo caso? Mentre il Pil dell’Europa occidentale è cresciuto di circa il 2% all’anno tra il 1900 e il 1950, dal 1950 al 1973 ha raggiunto il 5% all’anno, una velocità senza precedenti nella sua storia. Ma fino a che punto ciò è dovuto all’integrazione? In quegli anni, la Germania occidentale e l’Italia sono cresciute del 5% annuo, la Francia del 4%, il Belgio del 3,5% e i Paesi Bassi del 3,4%. Ma al di fuori della CECA e della CEE, l’Austria ha registrato una crescita media annua del 4,9%, la Spagna del 5,8%, il Portogallo del 5,9% e la Grecia del 6,2%. La domanda repressa prima della guerra, l’intervento dello Stato e la cooperazione internazionale hanno avuto un ruolo importante. Dato che il boom è iniziato un decennio prima della CEE, l’integrazione da sola non può spiegare questi rapidi tassi di crescita. L’impatto della CEE sul boom non è mai stato oggetto di una ricerca di reale precisione. Ma se è esistito, in questi anni è stato piccolo e potrebbe anche essere stato negativo. Secondo Patel non c’è stata “praticamente nessuna pressione pubblica a presentare un resoconto chiaro dei risultati economici del processo di integrazione”. La Comunità non era in questa fase particolarmente neoliberale, come a volte si è affermato in seguito. Anche se la politica di concorrenza può essere stata plasmata dagli ordo-liberali tedeschi negli anni ‘60, il loro impatto era ancora altamente selettivo, non incideva sulla maggior parte del bilancio che era dominato dalle concessioni agli agricoltori francesi che essi aborrivano. Strutturalmente, l’integrazione europea era “nata tecnocratica”, come è rimasta. Per i suoi cittadini, la Comunità era ciò che Patel definisce un “adiaphora”: cioè, secondo la filosofia stoica, “una questione che non ha alcun merito o demerito morale”. Tale era l’indifferenza popolare nei suoi confronti che alla fine degli anni Sessanta solo il 36% dei suoi abitanti riusciva a nominare correttamente tutti e sei i membri della CEE.</p>



<p>Come è andata l’Eurozona dal 1973? Nel 2000 l’Agenda di Lisbona del Consiglio europeo ha promesso un aumento della produttività del 4% all’anno, circa il doppio di quella statunitense. In realtà, è aumentata di circa lo 0,5-1% all’anno. Per quanto riguarda la crescita complessiva, ecco le cifre: anni 1973-79 la crescita media del Pil nell’area euro è stata del 2,7%; anni 1984-94, 2,5%; anni 1994-98, 2,3%; anni 1999-2003, 2,1%; anni 2004-08, 1,8%; anni 2012-19, 1,2%. In altre parole, un calo costante dal 1973, anche prima del crollo del 2020, quando nei primi sei mesi dell’anno il Pil era sceso del 15,7%.</p>



<p>Per quanto riguarda il contributo dell’integrazione al record, Barry Eichengreen e Andreas Boltho – due economisti impegnati a favore dell’unità europea – hanno calcolato in un documento del 2008 che nel lungo periodo, dal periodo della CECA a quello dell’UEM, “i redditi europei sarebbero stati circa il 5% più bassi di oggi, in assenza della Ue”. Né il commercio intra-Ue è aumentato molto dai tempi dell’Unione, mentre la sopravvalutazione dell’euro ha favorito le importazioni dagli Stati Uniti, dalla Cina e da altri Paesi, dirottando al contempo gli scambi commerciali dall’interno della Ue. Più in generale, l’eterogeneità socio-economica e geopolitica dei quindici membri dell’Unione nel 1995, ulteriormente accentuata dall’arrivo di altri dodici nel corso del decennio successivo, ha reso sempre meno possibile il raggiungimento di decisioni comuni. In termini pratici, l’allargamento a Est ha reso impossibile l’“Europa sociale” così come concepita da Delors, poiché il reddito medio dei nuovi membri dell’Unione era solo il 40% della media dei quindici membri dell’Europa occidentale. Le risorse della Ue erano insufficienti per colmare il divario.</p>



<p>Il contrasto tra Occidente e Oriente non è stata l’unica frattura nell’Unione. Da destra, per Bolkestein la moneta unica è stata afflitta da un difetto di nascita. La sua fatale debolezza, ha detto a un pubblico nel 2012, è dovuta al fatto che si trovava a “cercare di servire due gruppi di Paesi molto diversi tra loro per cultura economica, terre del Nord che rispettavano regole e disciplina e terre del Mediterraneo che cercavano soluzioni politiche ai problemi economici. Il primo gruppo – Germania, Paesi Bassi, Finlandia e altri – voleva la solidità; il secondo la solidarietà, che significa il denaro degli altri. Non poteva e non è andata bene. Herman Van Rompuy aveva ragione a chiamare l’euro un sonnifero: i Paesi del Mediterraneo potevano godere di tassi d’interesse artificialmente bassi, cosa che hanno fatto in abbondanza, sognando un <em>dolce far niente</em>”.</p>



<p>Da sinistra, per Claus Offe, è chiaro che “l’euro ha reso il capitalismo democratico europeo più capitalistico e meno democratico”, sradicando i mercati finanziari dagli Stati ed esponendo gli Stati alle loro vicissitudini, in un sistema che Offe non giudica più favorevolmente, se non per ragioni opposte, di Bolkestein. “L’euro sotto il regime della Bce generalizza eccessivamente la politica monetaria in economie molto divergenti e la loro posizione nel ciclo economico. Invece di ‘una taglia unica per tutti’, ci troviamo in una situazione di ‘una taglia unica per nessuno’ a causa dell’incapacità istituzionale della politica monetaria di rispondere alle specificità dei Paesi e alle loro situazioni”. Tuttavia, non appena l’ha detto con disinvoltura, ha ritrattato con sobrietà. Perché c’è un Paese di cui questo giudizio non tiene conto: il suo. Dati gli enormi vantaggi che la Germania trae dall’euro, scrive Offe, “ogni possibile governo tedesco farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere intatta la moneta comune evitando l’inadempienza di qualsiasi membro dell’Euroclub. Perché questa moneta permette al governo tedesco di vivere in un mondo ideale dove il piacere non è seguito dal rimpianto, il che significa che il surplus di esportazioni non è seguito, né la sua continuazione è limitata, dall’apprezzamento della moneta del Paese”.</p>



<p>Per il resto, naturalmente, la questione è quella di riuscire a ricevere questo apprezzamento. La cintura meridionale e orientale degli Stati sta pagando il prezzo di un’unione monetaria mal concepita che ora non può essere invertita. Anche se “l’introduzione dell’euro in una zona valutaria fondamentalmente imperfetta è stato un errore enorme, lo stesso vale ormai semplicemente per rimediare a tale errore”, poiché la dissoluzione dell’Eurozona equivarrebbe a uno tsunami di regressione economica e politica. Da qui la “trappola” in cui si trova l’Europa, che non può né andare avanti né indietro.</p>



<p>Fritz Scharpf, al quale Offe chiede consiglio, è meno categorico. Inoltre, a partire dal 2015, ha concluso che la decisione della Ue di salvare la moneta unica piuttosto che smantellarla ha creato un euro-regime economicamente repressivo e politicamente autoritario, enormemente controproducente. Costringendo gli Stati membri in difficoltà ad adottare l’austerità fiscale e la svalutazione interna, riducendo i costi del lavoro con gli effetti di una pressione permanente al ribasso sui redditi salariali, sui trasferimenti sociali e sui trasferimenti pubblici, la politica ufficiale è stata “completamente priva di legittimità democratica”. In futuro, ha sostenuto Scharpf, gran parte dell’<em>acquis </em>comunitario dovrebbe essere de-costituzionalizzato, riportandolo alle condizioni ordinarie di riesame e revisione legislativa. Per il momento, nessun politico responsabile ha ritenuto che ciò fosse fattibile. Ma se un secondo grande shock, paragonabile all’impatto della crisi finanziaria globale, colpisse il sistema, la democrazia europea dovrebbe essere ricostruita dal basso verso l’alto, ripristinando le necessarie barriere all’interferenza del mercato sia a livello sovranazionale che nazionale.</p>



<p>L’ultima e più squallida parola viene da Dani Rodrik. L’analogia storica più vicina all’euro, così come la conosciamo oggi, potrebbe essere il Gold Standard così com’era prima della prima guerra mondiale, prima che ci fosse uno stato sociale sviluppato o una politica anticiclica? Entrambi esistono oggi e complicano i compiti dell’Unione. La democrazia, la sovranità e la globalizzazione possono essere felicemente combinate? Purtroppo non esiste una democrazia a livello europeo, e le riforme adottate dopo la crisi del 2008 – unione bancaria, controllo fiscale più severo – hanno reso l’Unione più tecnocratica, meno responsabile e più distante dagli elettori europei. Ciò che gli esempi americani dimostrano è che le élite europee devono fare una scelta, optando o per l’unione politica a scapito della sovranità nazionale, o per la sovranità nazionale a scapito dell’unione politica. Le soluzioni intermedie – un po’ di democrazia a livello nazionale, un po’ di più a livello europeo – non funzioneranno. La realtà, conclude Rodrik, è che potrebbe essere troppo tardi per prendere la prima strada, nella speranza che alla fine emerga un <em>demos </em>europeo che corrisponda a una federazione europea. Se così fosse, è difficile vedere come una moneta unica possa essere riconciliata con molteplici politiche democratiche. Forse è meglio abbandonare la speranza che un giorno l’unione economica si dimostri compatibile con la democrazia come eventualmente ricostituita, e chiedersi invece quale grado di integrazione economica sia compatibile con la democrazia come attualmente istituita.</p>



<p>Quindi, se cerchiamo i lati positivi nella performance complessiva della Ue dopo Maastricht, non è facile trovarli. Pace internazionale, diritti umani, solidarietà sociale, crescita economica: l’armadio è piuttosto vuoto. Eppure, come possono sottolineare i difensori, non è completamente vuoto. Due caratteristiche della Ue che fanno una vera differenza per la vita di molti dei suoi cittadini sono evidenti. La prima è la comodità di viaggiare senza passaporto nella zona Schengen, che esclude ancora Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro e Irlanda dalla Ue, ma include Islanda, Norvegia, Liechtenstein e Svizzera esterni alla Ue. Più in generale, c’è la varietà di prodotti sugli scaffali dei supermercati che ha seguito il mercato unico, l’Unione che interpella i suoi cittadini come consumatori piuttosto che come soggetti politici. La perdita di strutture di basso profilo di questo tipo non passerebbe senza protestare; l’abitudine è una forza potente negli affari umani. Anche in questo secolo le aspettative politiche nelle società avanzate sono diminuite quasi ovunque. Se la pubblicità dell’Unione per se stessa, per la quale spende una fortuna in euro ogni anno, non incontra altro che una svogliata acquiescenza, piuttosto che un attivo appoggio da parte delle popolazioni che presiede, questo è sufficiente per i suoi scopi. La paura dell’ignoto è il tegumento più importante.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Storico accademico e saggista britannico. Questo intervento è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021; qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/europa-la-democrazia-dei-triloghi/"><em>Europa: la democrazia dei triloghi</em></a><em>,</em> Paginauno n. 42/2015. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Big Pharma e Commissione europea. Rapporto sullo stato delle lobby</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/big-pharma-e-commissione-europea-rapporto-sullo-stato-delle-lobby/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi sono, quanto spendono e come influenzano le decisioni europee: il modello sistemico di EFPIA e il caso IMI]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Erika Bussetti</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021)</em></a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Chi sono, quanto spendono e come influenzano le decisioni europee: il modello sistemico di EFPIA e il caso IMI</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Quanto pesa Big Pharma sulle decisioni della Commissione europea? Se da una parte l’emergenza pandemica ha ricordato l’importanza della ricerca farmaceutica, dall’altra ci ha aperto gli occhi sui rapporti pubblico/privato nella sanità: situazione disastrosa dei sistemi sanitari, privatizzazioni, vaccini, brevetti. E non solo a livello nazionale e locale, poiché poche cose ci hanno fatto ragionare in termini globali quanto il Covid-19. <a href="https://rivistapaginauno.it/oms-la-salute-globale-che-piace-ai-ricchi-profitti-con-la-beneficenza/" data-type="post" data-id="4688" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dopo aver analizzato l’OMS (struttura, dinamiche e profitti delle realtà private all’interno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità</a> [1]), ora indaghiamo l’Europa. Numeri alla mano, vediamo i principali meccanismi di influenza penetrati a Bruxelles e analizziamo un caso emblematico: l’IMI.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ue, lobby e Big Pharma: chi sono?</h4>



<p>Da anni il Corporate Europe Observatory (CEO) monitora l’attività delle lobby della grande industria farmaceutica, ma anche di quella agro-alimentare, finanziaria e legata all’emergenza climatica, presso la Commissione europea. In un rapporto dello scorso 7 maggio 2021 (2), che ha preso avvio da un’indagine sulla moratoria temporanea dei brevetti dei farmaci anti-Covid, CEO denuncia e documenta lo stretto rapporto della Ue con Big Pharma e l’incremento della spesa per l’attività di lobby da parte di quest’ultima. Chiaramente non si tratta di dinamiche nate ora, con l’emergenza sanitaria, anche se di certo la pandemia ha mostrato in modo più eclatante i retroscena e il modus operandi del sistema.</p>



<p>Per avere un primo quadro della situazione, basta vedere i dati dell’attività di lobby di Big Pharma e il numero di riunioni dichiarate tra i Commissari europei e i rappresentanti delle grandi industrie farmaceutiche. Per la nostra indagine ci siamo soffermati in particolare sugli ultimi sei anni (2015-2020), in modo da stilare una classifica delle principali aziende farmaceutiche presenti con uffici e personale a Bruxelles (vedi Tabella a pag. 33).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="469" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/01/data-journalism-tabella.jpg" alt="" class="wp-image-5762" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/01/data-journalism-tabella.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/01/data-journalism-tabella-300x235.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>Tutte le imprese citate sono membri di EFPIA (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations) (3). Si tratta del principale gruppo di pressione del settore farmaceutico e vede tra i suoi membri le più grandi e potenti corporation mondiali: Bayer, GlaxoSmithKline (GSK), Pfizer, AstraZeneca, Johnson &amp; Johnson, Novartis, Sanofi e Roche, solo per citare le più note. L’associazione riunisce infatti ben 39 aziende, 36 associazioni nazionali, 14 PMI (piccole-medie imprese ) e 35 partner per la ricerca (4). L’attività di lobbing promossa da EFPIA si somma alla pressione esercitata singolarmente da ciascuna azienda iscritta a EFPIA, garantendo ulteriori vantaggi al settore e ‘guidando’ la Commissione Ue nelle sue decisioni. Lo abbiamo visto bene nella gestione dei contratti per la fornitura di vaccini anti-Covid – privi addirittura di penali in caso di mancato rispetto del contratto stesso – ma come dicevamo la dinamica non è legata al caso specifico, bensì sistemica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quanto spendono?</h4>



<p>In Tabella troviamo dunque ai primi posti i grandi nomi del settore internazionale farmaceutico, con Bayer in testa, grazie a un ammontare di spesa di 19 milioni di euro negli ultimi sei anni. A seguire, tra le più conosciute e/o legate ai vaccini anti-Covid, Novartis (14 milioni) e poi Johnson &amp; Johnson (quasi 8 milioni), Sanofi (6,6 milioni), Pfizer (quasi 5 milioni) e AstraZeneca (2,8 milioni). Teniamo presente però che alcuni dati di quest’ultima (come di Pfizer e di Johnson &amp; Johnson) sono mancanti dall’EU Transparency Register, quindi la somma sul totale dei sei anni non è completa e fa scendere le tre società nella nostra classifica. </p>



<p>Quello che si evince inoltre è che ogni anno l’ammontare della spesa complessiva, relativa a tutte le aziende del settore, si fa più ingente. Singolarmente Bayer è il caso più clamoroso: è passata da 2 milioni di euro nel 2015 a 4,5 milioni nel 2020. Ma è tutta Big Pharma a spendere sempre di più in lobbing: già nel 2015 (5) CEO denunciava come la spesa dichiarata dalle principali aziende farmaceutiche iscritte al Registro per la Trasparenza, meglio noto come Registro delle Lobby, fosse fortemente aumentata tra il 2012 e il 2015, passando da 8,3 milioni di euro a poco meno di 15 milioni (al 4 maggio 2015). Quasi 6,6 milioni in più e solo prendendo in considerazione le prime 10 aziende top spender.</p>



<p>Non è difficile concludere che ‘investimenti’ così importanti debbano avere un ritorno, ma quello che spesso sfugge o viene ben mascherato da false narrazioni è che gli obiettivi politici della Commissione e quelli economici di Big Pharma difficilmente possono coincidere. Lo analizzeremo meglio tra poco prendendo in esame il caso emblematico di IMI (Innovative Medicines Initiative), un partenariato pubblico-privato miliardario tra Commissione Ue e EFPIA.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli incontri a porte chiuse</h4>



<p>L’altro dato inserito in Tabella riguarda gli incontri annuali dichiarati tra i Commissari europei e i lobbisti di Big Pharma. Come si vede i numeri sono anomali. In alcuni casi, come Bayer, si dichiarano numerosi incontri (una media di due al mese), ma consideriamo che Bayer esercita pressioni anche su questioni come i pesticidi e altre sostanze chimiche, oltre che sui prodotti farmaceutici. Altri protagonisti come Roche, Johnson &amp; Johnson o AstraZeneca ne dichiarano uno all’anno o addirittura nessuno. Il che sembrerebbe abbastanza sospetto a fronte degli ingenti importi spesi per essere fisicamente presenti a Bruxelles. La cosa non deve stupire, però, perché non tutti gli incontri vengono registrati, soprattutto se si ha già un pass di accesso al Parlamento europeo, come è il caso di molti lobbisti, e in generale risulta impossibile, di fatto, controllare la veridicità dei dati inseriti nel Registro delle Lobby. È il problema della mancanza di trasparenza denunciato da anni da CEO e dallo stesso Ombudsman europeo (6).</p>



<p>Nel report CEO sopra citato emerge inoltre che per il caso Covid i Commissari Ue si sono incontrati quasi esclusivamente con i lobbisti di Big Pharma, mentre gli incontri con le ONG e le associazioni di tutela dei diritti alla salute sono stati più spesso cancellati. Non solo, perché molti degli incontri con i rappresentanti dei colossi farmaceutici sono avvenuti a porte chiuse, con esplicita richiesta di riservatezza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il caso IMI</h4>



<p>Che gli interessi economici orientati al profitto di Big Pharma siano diventati parte integrante della politica sanitaria della Ue emerge anche dal caso emblematico di IMI (Innovative Medicines Initiative) (7), un partenariato pubblico-privato miliardario tra la Commissione e EFPIA. La premessa la dice già lunga: perché fare un partenariato con la più grande associazione di lobbisti del settore farmaceutico? L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare la salute dei cittadini accelerando lo sviluppo e l’accesso a farmaci innovativi, in particolare nelle aree in cui vi è un’esigenza sanitaria o sociale insoddisfatta. La retorica fuorviante è sempre la stessa: accesso a farmaci di ultima generazione e necessità di fare ricerca sanitaria a favore delle categorie più deboli e dei Paesi più poveri. Ma vediamo di cosa si tratta in realtà.</p>



<p>Il primo partenariato IMI è durato dal 2008 al 2013 ed è stato rinnovato come IMI2 per il periodo 2014-2020; il prossimo dovrebbe rientrare nel programma quadro di ricerca della Ue (Orizzonte Europa) 2021-2027. Il bilancio IMI1 è stato di 2 miliardi di euro (1 miliardo di finanziamenti pubblici dell’Unione e 1 miliardo dalle società EFPIA); l’IMI2 invece ha ricevuto 3,2 miliardi di euro: 1,6 miliardi erano finanziamenti Ue, mentre l’EFPIA si è impegnata a contribuire con 1,4 miliardi in donazioni, servizi e beni, ma non con denaro.</p>



<p>I contributi per la ricerca di IMI sono destinati a università, organizzazioni e piccole-medie imprese del settore farmaceutico, anche attraverso subappalti delle grandi industrie legati a sperimentazioni cliniche: si tratta di non poco denaro pubblico che, pur non finendo direttamente nelle tasche di Big Pharma, porta profitti agli associati EFPIA, essendo le aziende a guadagnare dai risultati di tali ricerche.</p>



<p>Il meccanismo sistemico alla base di questa collaborazione tra pubblico e privato è stato infatti denunciato in un report di CEO (8<strong>)</strong>, nel quale si dimostra che, tramite l’IMI, “in nome dell’innovazione nella ricerca sanitaria”, la Ue ha destinato 2,6 miliardi di euro per il periodo 2008-2020: tali investimenti tuttavia non hanno inciso in modo significativo in quelle aree di ricerca in cui sarebbero invece urgentemente necessari finanziamenti pubblici, afferma CEO, citando per esempio la preparazione a lungo termine per le epidemie (comprese quelle causate dai coronavirus), l’HIV/AIDS e le malattie tropicali legate alla povertà. Il mancato obiettivo si deve al fatto che la partnership ha invece utilizzato il budget per finanziare per lo più progetti in aree più redditizie, dal punto di vista economico, per l’industria farmaceutica.</p>



<p>Esattamente la stessa logica che abbiamo visto per l’OMS (9), dove i privati finanziano l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sotto forma di beneficenza detassata, vincolando i versamenti in settori e programmi da cui poi traggono profitti. Nel caso IMI, invece, si usano direttamente fondi pubblici, grazie alla formula del partenariato, per investire ancora una volta in progetti che si dimostrano redditizi per Big Pharma invece che rispondenti a reali esigenze di salute pubblica. La mancata trasparenza, l’imposizione decisionale dei grandi colossi sulle piccole aziende, fondazioni o associazioni indipendenti beneficiarie dei fondi di ricerca finisce dunque per favorire i primi nei singoli progetti di partenariato finanziati da IMI.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’Istituto Mario Negri e IMI</h4>



<p>È stato il caso per esempio dell’Istituto Mario Negri, nota fondazione italiana di ricerca medica indipendente e senza scopo di lucro, che nel 2013 si è vista costretta ad abbandonare il progetto IMI “Combacte” per la ricerca sulla resistenza antimicrobica, a causa di “un livello di controllo e segretezza inappropriato per un progetto in parte finanziato con denaro pubblico”. Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto Negri, all’epoca a capo del team italiano del progetto, dichiarò che l’Istituto “avrebbe dovuto chiedere il permesso a GSK – il colosso farmaceutico GlaxoSmithKline – per accedere ai dati del suo stesso studio e che GSK si riservava il diritto di bloccare la pubblicazione dell’analisi di quei dati in qualsiasi momento dopo il completamento dello studio” (10).</p>



<p>Ecco dunque come la ricerca finisce per essere manovrata da Big Pharma anche nei casi di partenariato pubblico, determinandone cioè i programmi, la progettazione degli studi (comprese le scelte dei farmaci di confronto, come nel caso del Negri) e l’accesso ai dati clinici. Un problema non solo per le fondazioni e associazioni indipendenti che fanno affidamento sui fondi pubblici per fare ricerca, ma chiaramente anche per la salvaguardia e il miglioramento della sanità pubblica.</p>



<p>Quel che agisce a Bruxelles è dunque un sistema che spende milioni, si muove in incontri a porte chiuse e tramite società di consulenza assunte ad hoc e partecipa alla stesura di regolamenti, leggi, accordi e contratti. A oggi si calcola una spesa stimata totale, solo delle lobby farmaceutiche, di 36 milioni di euro l’anno, di cui – come si evince dai totali in Tabella – il 50% circa fa capo alle prime 13 aziende top spender. Se si considera poi l’incremento di spesa del 20% nel 2020 – anno della pandemia – da parte di EFPIA (fino a 5,5 milioni di euro rispetto a 4,6 milioni del 2019) (11) è chiaro quanto gli interessi privati di Big Pharma riescano a entrare nelle decisioni della Commissione Ue. E non da oggi, come la ricerca costante di CEO e la nostra indagine qui testimoniano. Una strada tutta in salita quella per la costruzione di un sistema sanitario pubblico migliore.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Erika Bussetti, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rivistapaginauno.it/oms-la-salute-globale-che-piace-ai-ricchi-profitti-con-la-beneficenza/" target="_blank"><em>OMS. La salute globale che piace ai ricchi. Profitti con la beneficenza</em></a>, Paginauno n. 72/2021</p>



<p class="has-small-font-size">2) <a rel="noreferrer noopener" href="https://corporateeurope.org/en/2021/05/commissions-pharma-echo-chamber" target="_blank">https://corporateeurope.org/en/2021/05/commissions-pharma-echo-chamber</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.efpia.eu/" target="_blank">https://www.efpia.eu/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <strong><a href="https://ec.europa.eu/transparencyregister/public/consultation/displaylobbyist.do?id=38526121292-88">http</a></strong><a href="https://ec.europa.eu/transparencyregister/public/consultation/displaylobbyist.do?id=38526121292-88">s://ec.europa.eu/transparencyregister/public/consultation/displaylobbyist.do?id=38526121292-88</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://corporateeurope.org/en/power-lobbies/2015/09/policy-prescriptions-firepower-eu-pharmaceutical-lobby-and-implications-public">https://corporateeurope.org/en/power-lobbies/2015/09/policy-prescriptions-firepower-eu-pharmaceutical-lobby-and-implications-public</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) L’Ombudsman (o Mediatore) europeo è una carica istituzionale eletta dal Parlamento europeo ed è la figura che riceve le denunce di qualsiasi cittadino, persona fisica o giuridica che risieda in uno Stato membro della Ue, riguardanti casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni, degli organi e degli organismi dell’Unione Europea. A titolo di esempio, cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rivistapaginauno.it/thank-you-for-smoking/" target="_blank"><em>Thank you for smoking. Unione europea e Big Tobacco</em></a>, Paginauno n. 48/2016</p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.imi.europa.eu/">https://www.imi.europa.eu/</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) <a rel="noreferrer noopener" href="https://corporateeurope.org/en/in-the-name-of-innovation" target="_blank">https://corporateeurope.org/en/in-the-name-of-innovation</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Erika Bussetti, art. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">10) Garattini, Bertele, Bertolini, “A failed attempt at collaboration”, in BMJ 2013. <a href="https://www.researchgate.net/publication/256448654_A_failed_attempt_at_collaboration">https://www.researchgate.net/publication/256448654_A_failed_attempt_at_collaboration</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://corporateeurope.org/en/2021/05/big-pharmas-lobbying-firepower-brussels-least-eu36-million-year-and-likely-far-more">https://corporateeurope.org/en/2021/05/big-pharmas-lobbying-firepower-brussels-least-eu36-million-year-and-likely-far-more</a> </p>
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		<title>Il Parlamento europeo e la Bce</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamento-europeo-e-la-bce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
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					<description><![CDATA[L’istituzione con meno potere e quella più potente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Perry Anderson*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’istituzione con meno potere e quella più potente</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, la Bce e il Consiglio. Dopo aver pubblicato la parte relativa alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank">Corte di Giustizia</a> e alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-commissione-europea/" data-type="post" data-id="4760" target="_blank">Commissione</a> passiamo al Parlamento e alla Bce: con ben pochi poteri il primo, forse l’istituzione europea più potente la seconda.</pre>



<p class="has-drop-cap">E il Parlamento europeo? Composto ora da 705 deputati, ripartiti tra i 27 Paesi dell’Unione per ridurre un po’ il peso dei più grandi (la Germania in particolare), e facendo la spola mensilmente tra Bruxelles e Strasburgo, è stato storicamente alleato della Commissione e della Corte nelle sue aspirazioni a un futuro federalista per l’Europa. La Commissione avrebbe voluto diventare quello che Hallstein si aspettava che fosse, l’esecutivo di governo dell’Europa, e l’Assemblea – è arrivata a essere ufficialmente un Parlamento solo negli anni ‘80 – ha cercato di diventare la legislatura dell’Europa di cui questo esecutivo sarebbe stato responsabile: speranze che non si sono concretizzate. Tuttavia, nel corso del tempo il Parlamento ha acquisito una notevole infrastruttura burocratica propria – attualmente circa settemila funzionari lo servono – e un numero limitato di poteri, di cui i tre più significativi sono il diritto di “codecisione” con il Consiglio sulla legislazione proposta dalla Commissione; il diritto di respingere – ma non di modificare – il bilancio proposto dalla Commissione; e il diritto di respingere – ma non di eleggere – i commissari scelti dal presidente della Commissione. Ciò che non possiede sono i diritti di eleggere un governo, di avviare una legislazione, di imporre tasse, di definire il welfare, o di determinare una politica estera. In breve, è una parvenza di un Parlamento, come normalmente inteso, ben lontana dalla realtà di un Parlamento.</p>



<p>Gli elettori ne sono consapevoli e hanno mostrato scarso interesse. L’affluenza alle urne alle elezioni europee è notoriamente scarsa, in calo costante nel corso di quattro decenni, al punto che la sua ripresa a poco più del 50% nel 2018 potrebbe essere acclamata come il segno di una democrazia europea solida, anche se il dato è ancora dieci punti al di sotto della cifra del 1979, quando si tennero le prime elezioni di questo tipo. Né la maggior parte dei cittadini si prende la briga di andare alle urne a votare sulle questioni europee: piuttosto, nel votare a favore o contro i partiti locali, essi esprimono il loro punto di vista sull’andamento dei loro governi nazionali. Il risultato è un’assemblea composta da circa duecento eterocliti partiti, che si raggruppano poi in sei o sette blocchi, la cui unità non è profonda – i legami tra i deputati delle delegazioni nazionali sono spesso più stretti che con i loro affiliati paneuropei. </p>



<p>Non può emergere alcuna divisione tra governo e opposizione, perché non c’è un governo da formare o da contrastare. Lo schema è invece quello di grandi coalizioni lungo le linee tedesche, che riuniscono blocchi di centro-destra e di centro-sinistra per controllare i lavori, ed eleggono i capi e i presidenti dei comitati chiave dell’assemblea dalle loro fila, con l’apporto variabile degli ausiliari liberali e verdi. La differenza politica tra i due blocchi principali, in generale abbastanza sbiadita a livello nazionale, diventa quasi invisibile nelle successive combinazioni GroKo (abbreviazione di ‘Grande Coalizione’, in uso in Germania,<em> n.d.a.</em>) a Bruxelles e Strasburgo.</p>



<p>Come ci si potrebbe aspettare, in questa enorme, eterogenea, in gran parte cerimoniale istituzione, i deputati hanno poco appetito per le emozioni di essere effettivamente presenti. La presenza media è di circa il 45%. Praticamente tutto il lavoro è affidato a commissioni, dove a porte chiuse vengono messi in scena i misteri del “trilogo” (2): i rappresentanti del Parlamento si riuniscono con i rappresentanti del Consiglio dei Ministri e della Commissione per discutere con i rappresentanti del Consiglio dei Ministri e della Commissione su quali proposte legislative emanate dalla Commissione, e tipicamente pre-autorizzate dagli Stati membri e dai loro rappresentanti permanenti a Bruxelles, possono essere accettate per essere trasmesse al voto in Camera – le discussioni ruotano per lo più intorno a questioni di procedura piuttosto che di sostanza. Come osserva Christopher Bickerton, “tra il 2009 e il 2013, l’81% delle proposte sono state approvate in prima lettura con il metodo del trilogo. Solo il 3% ha raggiunto la terza lettura, dove i testi vengono discussi nelle sessioni plenarie del Parlamento”. Questa è l’alchimia della codecisione.</p>



<p>Nel 2014, quando l’affluenza alle urne era appena del 42,5%, il Parlamento ha lanciato una campagna con un ampio sostegno mediatico per trasformare le elezioni in un esercizio paneuropeo di volontà democratica: ognuno dei blocchi politici avrebbe nominato un candidato alla presidenza della Commissione – legalmente in dono al Consiglio – e il blocco che si assicurava il maggior numero di seggi, dotato del sostegno di tutto il Parlamento, avrebbe poi elevato il suo <em>Spitzenkandidat </em>al comando della Commissione, come qualsiasi altra legislatura potrebbe votare un governo in carica. Il centrodestra ha ottenuto il maggior numero di voti: il suo candidato era il faccendiere Jean-Claude Juncker. </p>



<p>Dopo qualche tergiversazione, la Merkel ha convinto il Consiglio ad accettarlo e Juncker è diventato presidente della Commissione con la forza di circa il 10% dell’elettorato europeo. Se non lo avesse fatto, ha detto Habermas alla <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung</em>, sarebbe stata “una pallottola nel cuore del progetto europeo”. Cinque anni dopo Macron ha puntato i piedi, e il presidente successivo è stato scelto secondo le regole dal Consiglio, ignorando lo sfortunato <em>Spitzenkandidat</em>. Indignato per questo rifiuto delle sue pretese, si è parlato di una ribellione in Parlamento, che pur non avendo il diritto di scegliere può rifiutare un presidente della Commissione. Ma questo non provocherebbe una crisi del progetto europeo? La terrificante prospettiva di un aperto disaccordo tra le sue istituzioni ha placato il morale a Ursula von der Leyen, che è riuscita ad accontentarsi di un’elezione.</p>



<p>La funzione del Parlamento europeo, che non aggrega né incanala i desideri degli elettori, dai quali una volta chiuse le urne si stacca completamente, è, come ha detto lo studioso italiano Stefano Bartolini, un “consolidamento d’élite”. Ovvero, un processo in cui i partiti colludono tra loro per presentare l’apparenza di un’assemblea democratica, dietro la quale si trincerano comodamente le caserme oligarchiche. Questi sarebbero felici di acquisire più poteri, ma non hanno alcun interesse a cederne a coloro che rappresentano nominalmente. L’ampiezza del divario tra l’istituzione e le popolazioni sottostanti può essere giudicata dalle rare occasioni in cui queste ultime hanno potuto far sentire direttamente la loro voce. Nei Paesi Bassi, l’affluenza alle urne per le elezioni europee del 2004 è stata solo del 39%. Un anno dopo è stata del 63% per il referendum sul progetto di Trattato costituzionale – che, pur essendo sostenuto dall’80% della delegazione olandese a Strasburgo/Bruxelles, è stato respinto dal 62% degli elettori olandesi.</p>



<p>Il Parlamento non è quello che sembra, ed è la componente meno consequenziale dell’Unione. Significa che è poco più di una foglia di fico glorificata? Non proprio. Le apparenze contano, e a suo modo il Parlamento svolge un ruolo costruttivo per l’Unione, fornendo una misura della legittimazione che ogni ordine liberale che si rispetti richiede. Per quanto limitati possano essere gli investimenti dei cittadini, i sondaggi paneuropei sincronizzati sono meglio di niente, e i loro beneficiari possono continuare a sperare che un giorno ne scaturisca una vivace politica federale.</p>



<p>Di tutt’altro ordine di peso politico è la Banca centrale europea, creata per gestire la moneta unica entrata in vigore nel 1999. Oggi è una delle più potenti istituzioni dell’Ue, alcuni direbbero, la più potente. Con sede a Francoforte, il suo consiglio direttivo è composto dai capi delle Banche centrali dei Paesi dell’eurozona e dai sei membri del suo comitato esecutivo, che si riuniscono ogni due settimane. I suoi lavori, a differenza di quelli della Fed o della Banca d’Inghilterra, ma in linea con quelli della Corte di Giustizia europea, sono segreti. Occasionalmente, a differenza della Corte di Giustizia europea, un membro può dimettersi, ma le sue decisioni sono formalmente unanimi. Nessun dissenso viene mai pubblicato. Il Trattato di Maastricht ha conferito l’indipendenza assoluta alla banca, che opera senza alcuno dei contrappesi – Congresso, Casa Bianca, Tesoro – che circondano la Fed, inserendola in un contesto politico in cui è pubblicamente responsabile. A differenza di qualsiasi altra banca centrale, l’indipendenza della Bce non è semplicemente statutaria, con regole o obiettivi modificabili per decisione parlamentare: è soggetta solo alla revisione dei trattati. Né, a differenza della Commissione, del Parlamento, della Corte di Giustizia o persino del Consiglio, i suoi procedimenti sono macchinosi. Può agire con una velocità e un impatto che nessun’altra istituzione dell’Ue può eguagliare.</p>



<p>Maastricht ha dato alla Bce un unico obiettivo. Laddove la Fed è incaricata dal Congresso di assicurare la massima occupazione e la stabilità dei prezzi, la responsabilità unica della Bce è quella di assicurare la stabilità monetaria in quella che è diventata l’eurozona. Fin dall’inizio, come gli economisti sapevano e non pochi hanno sottolineato, le economie che avrebbero dovuto adottare l’euro, che differiscono ampiamente per dimensioni, composizione e livello di sviluppo, non soddisfacevano in alcun modo i criteri di una “area valutaria ottimale” come indicato dall’economista Robert Mundell e altri. Al contrario. Ma questo non ha scoraggiato il Comitato Delors che ha guidato il progetto, poiché i suoi obiettivi erano politici più che economici: in parte per legare una Germania riunificata all’interno della Comunità Ue, ma più in generale per creare una moneta che bloccasse gli Stati che l’hanno adottata in modo così stretto da costringerli a far seguire all’unione monetaria quella politica. Come obiettivo esplicito era un passaggio troppo lontano all’epoca di Maastricht, dove le speranze federaliste sono state infrante da una contrattazione intergovernativa di tipo tradizionale; tuttavia, il Trattato ha creato un’Unione Economica e Monetaria Europea, e i politici riuniti hanno firmato il documento non pensando alle conseguenze che si sarebbero potute manifestare quando non fossero stati stati più in carica. Le porte di un’unione politica non sono state aperte, né sono state chiuse.</p>



<p>La disgiunzione tra mezzi e fini si è presto fatta sentire. Wim Duisenberg, il rozzo banchiere olandese che divenne il primo presidente della Bce, si vantava di essere un rozzo campione dell’ortodossia finanziaria sulle migliori linee anglosassoni. Eppure era felicissimo quando la Grecia, dopo aver opportunamente falsificato i suoi bilanci pubblici, adottò prontamente l’euro. Le sue ragioni non erano economiche, ma politiche. Anche se la moneta unica non era, per chi la amministrava, una semplice scorciatoia verso il federalismo, era – come direbbe Giandomenico Majone, un pensatore più fedele ai principi classici – un “progetto di prestigio” volto a elevare il profilo dell’Ue nel mondo. Un decennio dopo, l’eurozona avrebbe pagato per questa vanità.</p>



<p>Jean-Claude Trichet, il francese successivo al timone di Francoforte, era una figura più tranquilla ma altrettanto cieca. La sua risposta alla crisi finanziaria globale è stata pro-ciclica: aumentare i tassi di interesse per costringere i governi a tagliare la spesa pubblica, imponendo l’austerità come cura per il crollo. Il suo successore, Mario Draghi, è stato ampiamente celebrato per aver invertito la rotta, spruzzando denaro nelle economie dell’eurozona con l’acquisto di titoli di Stato e una generosa dose di altre forme di liquidità. In realtà, c’è stata più sovrapposizione tra le due cose di quanto generalmente si creda. Draghi, responsabile di un vasto programma di privatizzazioni in Italia, è stato più apertamente neoliberale, dichiarando il contratto sociale europeo obsoleto sulle pagine del <em>Wall Street Journal</em>. </p>



<p>Ma nell’agosto 2011 i due hanno scritto insieme una lettera segreta a Berlusconi, allora Primo ministro italiano, chiedendogli di ricorrere a un meccanismo di emergenza per tagliare le pensioni e altre spese pubbliche – una violazione senza precedenti del mandato da parte della banca. Tre mesi dopo Berlusconi non c’era più. Da parte sua, Trichet, al termine del suo mandato, aveva ripreso a ricorrere a schemi per aggirare il divieto del Trattato di Maastricht sull’acquisto del debito pubblico da parte della banca. Elogiando il suo capo, l’ex capo della ricerca della Bce, Lucrezia Reichlin, ha dichiarato al <em>Financial Times </em>nel febbraio 2012: “L’intero concetto di aggirare le regole europee e di fare Qe senza chiamarlo Qe è stato estremamente intelligente”.</p>



<p>Cinque mesi dopo, Draghi ha annunciato pubblicamente alla City: “Nell’ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro”. Dopo aver vantato la superiorità dei risultati economici dell’eurozona rispetto a quelli di Stati Uniti e Giappone (quest’ultimo meno “socialmente coeso” dell’Unione, dove metà dei giovani di Italia, Spagna e Grecia erano disoccupati), ha finito per chiarire la posta in gioco della crisi. Nessuno dovrebbe “sottovalutare la quantità di capitale politico che viene investito nell’euro”. È per salvaguardare questo che è stato richiesto l’<em>ultima ratio regis</em>: “targeted longer-term refinancing operations” (TLTRO), “outright monetary transactions” (OMT) e tutto il resto, o modi intelligenti per aggirare le regole europee, “nell’ambito del mandato” della banca – cioè in palese violazione degli articoli 123 e 125 del Trattato di Lisbona.</p>



<p>A tempo debito, la loro legalità sarebbe stata contestata dinanzi alla Corte di Giustizia europea. Ma così come non ha avuto alcuna remora nell’interpretare il Trattato di Roma per arrogarsi poteri di cui non si trova traccia nel documento firmato dai Sei, così la Corte di Giustizia europea non ne ha avuta alcuna nel decidere che Lisbona significava il contrario di ciò che diceva. Poiché ora si trattava non di leggere in un trattato ciò che non conteneva, ma di epurarne uno di ciò che conteneva, le contorsioni richieste erano, secondo le parole di Horsley, “erculee”. La commedia dei giudici che spiegava solennemente che l’assistenza finanziaria nell’ambito del Meccanismo europeo di stabilità (MES) costituiva un atto di politica economica, non monetaria, ed era quindi perfettamente in ordine, mentre le transazioni monetarie vere e proprie erano uno strumento di politica monetaria, non economica, e quindi erano anch’esse perfettamente in ordine, richiede la penna di uno Swift. Cosa significava in realtà la “clausola di non salvataggio” dell’articolo 125? Che i bail-out andavano bene, purché servissero “all’obiettivo superiore” di preservare l’euro. O, nella lucidità di van Middelaar, infrangere le regole significava essere fedeli al Trattato.</p>



<p>In Germania i tentativi successivi del 1974, 1986, 1993 e 2009 hanno contestato il fatto che le leggi o i Trattati dell’Unione possano avere validità prima che la Corte costituzionale del Paese abbia raggiunto lo stesso risultato. I giudici di Karlsruhe hanno dichiarato che la Legge Fondamentale tedesca, <em>Grundgesetz, </em>non può essere annullata dalla Corte europea, ma poiché nessuna violazione di questo tipo si è “finora” o “ancora” verificata, i querelanti non hanno alcun precedente. L’anno scorso Karlsruhe è stata nuovamente invitata a pronunciarsi, questa volta sulla legalità dell’approvazione che la Corte di Giustizia europea aveva dato al programma di acquisto di obbligazioni della Bce: ancora una volta si è rifiutata di dire che ciò era illegale, pur osservando che la proporzionalità dei suoi effetti non era stata adeguatamente valutata, e incaricando il governo tedesco e la Bundesbank di effettuare tale valutazione e di garantire un’adeguata proporzionalità. </p>



<p>Nei media c’è stato trambusto. Al <em>Financial Times </em>è venuto un colpo apoplettico: “Il tribunale tedesco ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Ue”, ha gridato Martin Sandbu. “Il tribunale ha lanciato un missile legale nel cuore dell’Ue. Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’Ue”, ha tuonato Martin Wolf, “gli storici del futuro potrebbero segnare una svolta decisiva nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione”. Non devono aver spostato un capello. La Corte di Karlsruhe è un organo per lo più sdentato, come indicano le sue sentenze studiatamente sospese. Meglio conosciuta per aver docilmente ribaltato la Legge Fondamentale tedesca per consentire a Schröder e Merkel nel 2005 di inscenare un’elezione incostituzionale prima della scadenza dei seggi, si preoccupa di evitare gravi offese alle <em>Obrigkeiten</em> (Autorità, <em>n.d.a.</em>) del giorno. È improbabile che Berlino e Francoforte abbiano difficoltà a far tornare Karlsruhe a dormire.</p>



<p>Nessuna fede è invocata con tanta frequenza dall’Ue, o identificata in modo così compiacente con se stessa, come lo stato di diritto. <em>Fatta la legge, trovato l’inganno </em>è la saggezza popolare in Italia. L’adagio implica che coloro che fanno la legge e coloro che la ingannano non sono gli stessi. Ciò che distingue l’Unione è che le due parti sono una cosa sola. Nelle mani della Corte europea e del coro dei suoi ammiratori, lo stato di diritto è arrivato a significare più o meno il malgoverno degli avvocati che non si fermeranno davanti a nulla per piegare i testi a loro piacimento, a scapito della comprensione ordinaria di una giustizia di principio. Così come la Corte di Giustizia europea, la Banca centrale europea, la Commissione europea, se si servono interessi superiori. La sopravvivenza di un’unione monetaria da cui dipendono mercati del lavoro razionali, tasse e trasferimenti, la prosperità di tutti? Ma come ha replicato più di un analista, sono i banchieri e i giudici le autorità più competenti a determinare come debbano essere pensioni o salari? Certamente, in queste materie, se la cavano abbastanza bene da soli. È questa la qualifica più appropriata? Il motto di Fritz Scharpf è: nell’Ue, sono proprio le istituzioni che hanno il maggiore impatto sulla vita quotidiana della maggior parte delle persone a essere più lontane dalla responsabilità democratica.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Storico accademico e saggista britannico. Questo intervento è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021; qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/europa-la-democrazia-dei-triloghi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Europa: la democrazia dei triloghi</em></a><em>,</em> Paginauno n. 42/2015. Nota di redazione</p>
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		<title>Politik als Beruf. Non oggi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/politik-als-beruf-non-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[politica/tecnici]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi l’incompetenza della politica porta i tecnici e la depoliticizzazione della politica attuata dalla Ue porta i tecnici. La politica è divenuta un affare da tecnici. Che fine fa il politico di Weber tra passione per una causa e responsabilità?]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile &#8211; maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Oggi l’incompetenza della politica porta i tecnici e la depoliticizzazione della politica attuata dalla Ue porta i tecnici. La politica è divenuta un affare da tecnici. Che fine fa il politico di Weber tra passione per una causa e responsabilità?</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Adesso, in conseguenza del violento crollo che si usa chiamare rivoluzione, è possibile che sia in atto una trasformazione. […] Innanzitutto, hanno fatto la loro comparsa nuovi tipi di apparato di partito. In primo luogo, apparati di dilettanti.” 
Max Weber, <em>La politica come professione</em> </pre>



<p class="has-drop-cap">“Una domanda veloce. Che cosa succede dal punto di vista fiscale e finanziario: supponiamo che un Paese prende il 13% del finanziamento e poi il Parlamento di uno Stato membro rifiuta di approvare il dispositivo (il Recovery Fund europeo, <em>n.d.a.</em>).” A porre l’interrogativo è Francesco Berti (classe 1990), deputato del Movimento 5 stelle. È il 12 febbraio. Al Parlamento italiano sono congiuntamente riunite le Commissioni Bilancio e Politiche dell’Unione europea di Camera e Senato, in audizione è presente Ivana Maletić, componente della Corte dei Conti Ue: oggetto della seduta è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ossia il programma italiano, redatto dal governo Conte II, che va a inserirsi nel Recovery Fund Ue. Berti fa parte della Commissione Politiche dell’Unione europea.</p>



<p>L’ignoranza che sottende la domanda è disarmante; perché se è vero, e lo vedremo, che la Ue ha introdotto nella sfera della politica un tale livello di tecnicismo su cui è necessario riflettere, è altrettanto vero che la questione posta da Berti non è tecnica bensì politica, un ambito che un deputato – ancor più se siede nella Commissione Politiche Ue – dovrebbe conoscere. L’iter politico del Recovery Fund, inserito nel Bilancio pluriennale Ue, rispetta gli usuali step dell’Unione: tra il 27 maggio 2020 e l’11 febbraio 2021 Commissione, Consiglio europeo e Parlamento Ue hanno, attraverso vari passaggi, proposto, discusso e approvato il Piano e il suo Regolamento; il passo successivo spetta ai Parlamenti nazionali dei 27 Paesi Ue, e solo <em>dopo</em> il loro unanime parere favorevole l’Unione europea potrà emettere le obbligazioni necessarie a raccogliere sul mercato i 750 miliardi di euro che finanziano il Fondo. È dunque semplicemente impossibile che si verifichi la situazione ipotizzata da Berti, ossia che uno Stato riceva il 13% dei fondi e, successivamente, il Parlamento di un Paese Ue rifiuti la sua approvazione al Recovery Fund. La domanda è talmente insensata che una sbigottita Ivana Maletić risponde rimarcando con l’inflessione della voce alcune parole (indicate in corsivo): “Ecco qual è la procedura: i Piani di Ripresa e Sviluppo devono essere approvati a livello nazionale <em>prima</em> di essere presentati alla Commissione; quindi sostanzialmente si presume che siano <em>già</em> stati approvati a livello nazionale, che ci sia accordo a livello nazionale, che <em>tutti</em> siano d’accordo sul Piano (il Recovery Fund Ue, <em>n.d.a</em>) che viene presentato, e a quel punto Commissione e Consiglio prendono la loro decisione […] e si ha diritto a ottenere il primo 13% di finanziamento”.</p>



<p><em>La scienza come professione</em> e <em>La po</em><em>litica come professione</em> di Max Weber sono due scritti straordinari, ed è banale dirlo; tale è la ricchezza sotto il profilo politico, culturale e umano che ogni rilettura, in diverse fasi storiche e politiche, offre nuovi spunti di riflessione. Sono due testi che si <em>ten</em><em>gono</em>, per quanto non pensati da Weber come un corpus unico. Ruberemo qualche passaggio dal secondo, senza entrare nella loro totalità (1).</p>



<p>Cos’è e cosa può significare la politica come ‘professione’? (E/o ‘vocazione’, sappiamo dell’eterna difficoltà a tradurre con fedeltà la ricca lingua tedesca.) Da questo interrogativo Weber prende l’avvio, rispondendo che indica “aspirazione a partecipare al potere o a esercitare una qualche influenza sulla distribuzione del potere […] Chi fa politica aspira al potere, o come mezzo al servizio di altri fini – ideali o egoistici – o «per il potere in se stesso», per godere del senso di prestigio che esso procura”. Si domanda poi quali “gioie interiori” porti la politica e “quali attitudini personali presuppone in chi vi si dedica”. “Essa procura in primo luogo il sentimento del potere” risponde, “anche quando occupa posizioni formalmente modeste, la coscienza di esercitare una influenza sugli uomini, di partecipare al potere su di essi, ma soprattutto il sentimento di tenere tra le mani il filo conduttore di eventi storicamente importanti, permette al politico di professione di elevarsi al di sopra della quotidianità. Il problema per lui è piuttosto il seguente: per quali qualità può egli sperare di essere degno di questo potere (per quanto esso possa essere limitato nel singolo caso) e dunque della responsabilità che ne deriva? In tal modo ci addentriamo nel campo delle questioni etiche; e infatti proprio a tale campo appartiene la domanda: che tipo di uomo deve essere colui al quale è consentito di mettere le proprie mani negli ingranaggi della storia?”. Sono note le tre qualità che Weber individua come decisive: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.</p>



<p>La passione, per quanto autentica, non è sufficiente: porsi al servizio di una causa senza percepirne la responsabilità che ne deriva significa essere privi di lungimiranza, ossia della capacità di “mettere distanza”, di prendere decisioni facendo “agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento interiore”. “La politica si fa con la testa, non con altre parti del corpo o dell’anima” afferma Weber, nonostante la dedizione possa sorgere ed essere alimentata solo dalla passione. L’istinto di potenza, l’aspirazione al potere, è caratteristica inevitabile nell’uomo politico, “e tuttavia il peccato contro lo spirito santo della sua professione ha inizio là dove questa aspirazione al potere diviene priva di causa e si trasforma in un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della causa”. E conclude: “Vi sono infatti in ultima analisi soltanto due tipi di peccato mortale sul terreno della politica: l’assenza di una causa e – spesso, ma non sempre, si tratta della stessa cosa – la mancanza di responsabilità”.</p>



<p>Torniamo al nostro attuale Parlamento. Quella di Berti non è l’unica domanda che lascia esterrefatti. Ne riportiamo qualche altra significativa.</p>



<p>Ylenja Lucaselli (classe 1976), deputata di Fratelli D’Italia e facente parte della Commissione Bilancio, chiede se sia legittimo utilizzare le risorse del Recovery Fund per “ripianare un debito”. Ivana Maletić, Corte dei Conti Ue, Regolamento alla mano, lo esclude categoricamente. Ora, le possibilità sono due: Lucaselli non ha letto il Regolamento, nonostante la sua appartenenza alla Commissione Bilancio, oppure l’ha letto e non l’ha compreso. Noi ne avevamo già scritto a luglio 2020 (!) su queste pagine (2), analizzando la proposta di Regolamento presentata dalla Commissione Ue il 27 maggio 2020. Sono dunque trascorsi ben otto mesi dalla prima pubblicazione del documento e ancora la Lucaselli non ne conosce il contenuto – stiamo parlando di un pdf di 50 pagine, non di un tomo di 1.000 pagine.</p>



<p>Medesime considerazioni valgono per il secondo interrogativo posto da Lucaselli: “Considerando che dovremo attendere il 2023 per ricevere tutti questi fondi, sarà possibile ricorrervi prima?” chiede la deputata. È una domanda priva di qualsiasi aderenza alla realtà. Il Regolamento contiene perfino una chiara tabella (pag. 40) che evidenzia come i fondi inizino a essere disponibili già nel 2021 (il prefinanziamento, calibrato successivamente sul 13%), e a seguire dal 2022 in poi. Risponde infatti Ivana Maletić, costretta a indossare gli inattesi panni di ‘maestra elementare’ davanti ad alunni che nemmeno hanno aperto il libro di testo, che “i pagamenti sono collegati al rispetto degli obiettivi e delle varie tappe previste dal PNRR” e quindi “tutto dipende dalla tempestività con la quale si procede”: “Si possono ottenere risorse o molto presto o molto tardi […] e i primi fondi verranno erogati già dal 2021”.</p>



<p>A seguire, Gianmauro Dell’Olio (classe 1968), senatore del Movimento 5 stelle e membro della Commissione Bilancio, chiede se “è necessario ricorrere contemporaneamente sia a sovvenzioni che a prestiti con una quota parte prestabilita, perché si parla di un prefinanziamento del 13% che riguarda solo le sovvenzioni”. Anche in questo caso, come non si stanca di evidenziare Ivana Maletić, la risposta è scritta nel Regolamento presentato otto mesi or sono: il 13% è collegato alle sovvenzioni, stando il fatto che il Paese può decidere di chiedere solo la sovvenzione oppure sovvenzione e prestito.</p>



<p>L’ignoranza e la conseguente incompetenza di cui questi interventi sono esempio tocca, inevitabilmente, non solo il Parlamento ma anche il governo Conte II.</p>



<p>Qualche giorno prima, l’8 febbraio, alla Commissione Bilancio della Camera è prevista l’audizione di Carlo Cottarelli, in qualità di direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, mentre Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura Economica di Banca d’Italia, è sentito dall’Ufficio di Presidenza, dalle Commissioni riunite di Bilancio e Finanze della Camera e di Bilancio e Politiche Ue del Senato. I due interventi sono rappresentativi delle questioni sollevate nelle tante audizioni che si sono svolte per giorni nelle Commissioni parlamentari, in merito al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (3). In sintesi, quel che viene da tutti rilevato è che il PNRR presentato dal governo Conte II è generico, approssimativo, insufficiente nei dettagli esplicitamente richiesti nella sua compilazione dalle Linee guida e dal Regolamento del Recovery Fund europeo: presentarlo alla Commissione Ue senza alcun cambiamento equivale ad andare incontro a una sicura bocciatura, vale a dire vedersi rifiutare sovvenzione e prestito.</p>



<p>Cottarelli evidenzia che “una presentazione del documento più concisa, non tanto in termini di lunghezza ma in termini di rapporto fra testo e contenuti sostanziali, sarebbe stata più efficace […] Il PNRR abbonda di affermazioni di carattere generale e di ripetizioni”. Tante belle parole vuote, insomma. Nel dettaglio, necessario per quanto noioso per comprendere la portata di ciò di cui stiamo parlando, Cottarelli sottolinea: il PNRR “non comprende nulla o quasi nulla, se non in vaghissimi termini come le poche parole alla fine di pagina 51, su questo tema […] si parla soltanto in sette righe, equivalentemente in termini di digitalizzazione, della riforma della pubblica amministrazione […] lo stesso vale per la riforma della giustizia”; “a pagg. 12 e 13, dove si parla dei nodi da risolvere, non è neanche menzionato il problema del capitale umano e quindi della pubblica istruzione e della ricerca”; “anche se l’enfasi di gran parte della parte strategica del PNRR denominata <em>Le disuguaglianz</em>e è senz’altro appropriata, non è chiarito quale sia il legame tra lotta alle diseguaglianze e rafforzamento di crescita: si possono trovare naturalmente importanti legami di causalità, ma questi legami devono essere ben definiti”; “il grado di specificità e dettaglio nella definizione delle azioni da intraprendere è ancora troppo poco specifico rispetto a quelle che sono le richieste e le Linee guida che ci sono state date dall’Europa. In queste Linee guida viene suggerito un <em>template</em> diviso in quattro parti: la prima contiene una descrizione di come il Piano aderisce agli obiettivi, definiti dal Regolamento, alla priorità del Semestre europeo; la seconda richiede che siano descritti gli investimenti e le riforme; la terza richiede la descrizione dell’implementazione del Piano, compresa la sua governance e il coordinamento con altri programmi dell’Unione europea; la quarta l’impatto atteso del Piano. L’attuale PNRR contiene queste informazioni solo parzialmente, in particolare mancano del tutto le informazioni sulla implementazione e sulla governance […] inoltre molte delle 48 aree di intervento previste restano ancora poco delineate, meno del 30% definisce un obiettivo quantificato precisamente […] solo il 20% delinea le tempistiche con le quali si intende raggiungere gli obiettivi e solo in 6 casi su 48 vengono posti obiettivi intermedi relativi alle tempistiche […] [che] saranno, come sapete, una condizione necessaria per ricevere i pagamenti”.</p>



<p>Balassone, Bankitalia, solleva le medesime criticità sottolineate da Cottarelli. In sintesi: “Il documento non specifica in dettaglio il profilo annuale dell’uso dei fondi europei […] si indica solo che almeno il 70% dei trasferimenti ricevuti attraverso il dispositivo verrà speso entro il 2023 e la parte rimanente entro il 2025”; “non presenta una puntuale quantificazione del contributo di ciascun progetto, sia la spesa destinata alla transizione verde sia quella digitale […] sono ancora necessarie sostanziali integrazione in vista della stesura finale del testo da sottoporre alle autorità europee”; “gli interventi di riforma preannunciati nel documento, pur coprendo aree coerenti con le raccomandazioni della Commissione, non sembrano ancora sufficientemente articolati, il che ostacola una valutazione del loro potenziale impatto; in particolare appaiono poco sviluppate le linee di azione per promuovere la concorrenza e i dettagli degli interventi volti a favorire una maggiore efficienza della pubblica amministrazione”; “nel documento si avverte che alcuni importanti elementi richiesti nelle Linee guida sono in corso di definizione […] si preannuncia inoltre la presentazione al Parlamento del necessario modello di struttura di governo del Piano, in cui dovranno essere individuati gli organi responsabili della sua realizzazione e le modalità di coordinamento dei ministeri e degli altri livelli di governo coinvolti”; “al 12 gennaio, quando è stato presentato il Piano, era forse anche normale […] che si trattasse di un documento di natura interlocutoria, ma è passato un po’ di tempo da allora e a questo punto il ritardo sembra maggiore di quello che era al momento della presentazione”.</p>



<p>Ora: non si tratta certo di concordare con le posizione politiche di Cottarelli, Balassone o dei parlamentari sopra citati, e ancora meno con il contenuto e l’esistenza stessa del Recovery Fund, su cui ci siamo già espressi (4); il ragionamento che si sta qui proponendo è un altro, e verte sulla competenza/incompetenza dell’attuale classe politica, su cosa essa comporti in generale e abbia comportato in particolare, nel passaggio tra il Conte II e il governo Draghi.</p>



<p>Siamo davanti a due ordini di problemi.</p>



<p>Il primo. La ‘nuova’ classe dirigente politica, quella che potremmo definire proveniente sia da un cambio generazionale post Prima Repubblica, sia dall’entrata in Parlamento di un nuovo gruppo di rappresentanti iscritti nelle fila del Movimento 5 stelle, salvo eccezioni si caratterizza per un livello di incompetenza e, ben più grave, di mancanza di responsabilità, da paralizzare la politica stessa. Responsabilità che va oggi declinata in un passaggio ulteriore rispetto a quello posto da Weber, che forse escludeva a priori l’eventualità della sfacciata ignoranza; perché non si tratta nemmeno più di saper “mettere distanza” per avere la necessaria lungimiranza, ma di ignorare documenti che dovrebbero essere l’oggetto dell’agire politico, l’oggetto di studio da mesi per poter prendere decisioni che andranno a incidere sulla vita di ogni cittadino. Il governo Draghi è conseguenza di questo.</p>



<p>Quando il grande capitale italiano da una parte e l’Unione europea dall’altra si sono resi conto che l’incompetenza della classe dirigente politica nazionale rischiava di portare alla Commissione Ue un PNRR tecnicamente impossibile da approvare, hanno giocato le loro carte. Nessuna delle due realtà poteva permettersi la bocciatura: la prima conta su quei fondi pubblici per il <em>greenwashing,</em> per ristrutturare le linee produttive e così uscire dalla crisi economica iniziata ben prima della pandemia; la seconda non può vedere fallire l’intero progetto del Recovery Fund, e senza l’Italia il rischio sarebbe concreto: non solo è il Paese a cui è destinato il maggior pacchetto di sovvenzioni/prestiti ma, per il suo peso in termini di Pil e dinamiche import/export Ue, non può diventare la zavorra della futura ripresa economica europea. Confindustria ha dunque mosso Il Sole 24 ore, criticando giornalmente la vaghezza e inconsistenza del PNRR presentato dal Conte II, e ha mandato avanti Renzi, con il beneplacito silenzioso dell’Unione europea, facendo contemporaneamente affidamento sul weberiano “senso di responsabilità” targato Europa del Presidente Mattarella. </p>



<p>Il colpo di grazia l’ha dato Agnelli/Elkann dalle pagine della Stampa, con un editoriale durissimo, a firma del direttore Giannini, nei giorni di gennaio in cui ferveva la caccia ai voti parlamentari per un Conte III: “Del reclutamento si occupa lo strano network dell’Avvocato del Popolo. Le cronache narrano di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio. È ‘trasparenza’, questa? O piuttosto <em>moral suasion</em> condotta con quel ‘favore delle tenebre’ sempre negato?” (5). Mentre Marcello Sorgi, lo stesso giorno e sulle stesse pagine, chiudeva il pezzo accusando Conte e il suo “reclutamento” di essere in “odore di massoneria” (6): un ‘io so, che tu sai, che io so’ che in Italia ha sempre funzionato per fare pressione. Di colpo ogni ipotetico parlamentare “costruttore” del Conte III si è defilato, comprendendo chiaramente l’aria che tirava: il governo Conte II è caduto e quello Draghi ne ha preso il posto, con figure tecniche nei ruoli chiave legati al Recovery Fund.</p>



<p>Secondo problema. La struttura della Ue, all’interno della quale l’Italia è oggi strettamente vincolata, richiede tali tecnicismi che solo i tecnici, e non i politici, possono rispondervi. Dopo l’economia, anche la politica è stata depoliticizzata. È corretto ciò che afferma Balassone di Bankitalia, sul finire del suo intervento, dopo aver rapidamente elencato le caratteristiche tecniche richieste dalla Ue per la compilazione e la presentazione dei PNRR nazionali: “La definizione del Piano, ancor prima della sua esecuzione, è un esercizio complesso”. Ma i ministeri di tecnici sono pieni, di funzionari i quali, per richiamare Weber, “non [devono] fare politica, bensì «amministrare»“, eseguire gli ordini del politico su cui interamente ricade la responsabilità delle scelte. Occorre tuttavia essere al servizio di una causa per operare delle scelte, e contemporaneamente avere senso di responsabilità per studiare i documenti e riconoscere la propria ignoranza tecnica, riuscendo così a guidare i funzionari nel loro mestiere. In un circolo vizioso, si ritorna quindi al primo problema.</p>



<p>Dunque, oggi: 1. l’incompetenza della politica porta i tecnici; 2. la depoliticizzazione della politica attuata dalla Ue porta i tecnici. La politica è divenuta un affare da tecnici.</p>



<p>Che fine fa il politico di Weber, tra passione per una causa e responsabilità?</p>



<p>I politici incompetenti, ammesso abbiano la prima, non posseggono di certo la seconda, o consapevoli della propria ignoranza cercherebbero di colmarla o si sottrarrebbero dal fare “la politica come professione”. I tecnici servono indubbiamente una causa, hanno dunque una visione politica, ma la negano: si dichiarano neutrali, non portatori di scelte ma esecutori di ‘ciò che va fatto’, e questa posizione li sottrae alla responsabilità.</p>



<p>Questo che significa? Il “vero funzionario”, colui che “per l’essenza stessa della sua specifica professione non deve fare politica”, scrive Weber, “quanto meno ufficialmente, fino a che non è in gioco la «ragion di Stato», vale a dire gli interessi vitali dell’ordine dominante, […] deve evitare di fare ciò che il politico, il capo come il suo seguito, si trova sempre e necessariamente a dover fare: lottare. […] Il suo agire è governato da un principio di responsabilità del tutto diverso, e persino opposto, rispetto a quello del funzionario. […] Sono proprio le nature di funzionario di grande levatura morale a generare cattivi politici”. Draghi e le figure tecniche del suo governo sono i funzionari ‘prestati’ alla politica per difendere “gli interessi vitali dell’ordine dominante” destabilizzati da una crisi. </p>



<p>Al pari di Monti nel 2011, ma con una differenza sostanziale: all’epoca il governo Berlusconi, con l’occhio rivolto al consenso elettorale, non aveva intenzione di mettere in atto le richieste di austerity provenienti dall’Unione europea; Draghi stesso quindi, presidente Bce, mosse la Banca Centrale e furono i mercati finanziari e il famigerato <em>spread</em> a mettere pressione al governo italiano per le dimissioni. Oggi il problema con Conte non era politico: il governo era fedelmente europeista e stava destinando il denaro del PNRR secondo i desiderata di Confindustria. Il problema era esclusivamente tecnico: incompetenza. E infatti Draghi non registra alcuna discontinuità sostanziale nella politica, per esempio nella gestione della pandemia (lockdown, ristori, fondi/garanzie alle imprese ecc.): non sta qui la ragione della sua nomina, ma nel PNRR/Recovery Fund. Mentre la partita è stata giocata da attori interni, grande capitale italiano e Renzi, per quanto aperta con il consenso della Ue.</p>



<p>È drammatico, perché nell’ambito politico non resta che la figura del demagogo, e gli esempi sono talmente numerosi che ognuno può scegliere i propri, tra politici di ogni colore che sembra non facciano altro, per l’intera giornata, che gratificare il proprio ego narcisistico sui social o in televisione. “La vanità, vale a dire il bisogno di porre se stessi in primo piano nel modo più visibile possibile,” scrive Weber, “induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati [la mancanza di causa o la mancanza di senso di responsabilità] se non tutti e due insieme. E ciò tanto più in quanto il demagogo è costretto a contare sull’«effetto»; egli si trova perciò continuamente in pericolo tanto di diventare un mero attore quanto di prendere con leggerezza la responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’«impressione» che suscita. L’assenza di una causa lo porta ad aspirare alla luccicante apparenza del potere invece che al potere effettivo; la mancanza di responsabilità a godere del potere soltanto per il potere stesso, senza uno scopo concreto”.</p>



<p>Come se ne esce? Il problema è culturale. L’attuale classe dirigente politica è il riflesso (peggiore) dell’attuale società postmoderna. Questi parlamentari sono stati votati. Dalla società civile occorre dunque ripartire, per ricostruire culturalmente un Sapere. Che è sempre politico.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) I virgolettati contenuti nell’articolo sono tratti dall’edizione Einaudi, 2004</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Covid-19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a></em>, Paginauno n. 68/2020</p>



<p class="has-small-font-size">3) Le audizioni delle varie Commissioni sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono state trasmesse, in diretta o differita, da Radio Radicale, e possono essere risentite/viste sul sito <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.radioradicale.it/" target="_blank">https://www.radioradicale.it</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Giovanna Cracco, art. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">5) Massimo Giannini, <em>Aspettando il governo dei migliori</em>, La Stampa, 17 gennaio 2021</p>



<p class="has-small-font-size">6) Marcello Sorgi, <em>I costruttori senza futuro</em>, La Stampa, 17 gennaio 2021 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Commissione europea</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-commissione-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
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					<description><![CDATA[Evoluzione storica dell’istituzione Ue, tra apparato burocratico, acquis comunitario impenetrabile e potere di assegnare fondi agli Stati]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Perry Anderson</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Evoluzione storica dell’istituzione Ue, tra apparato burocratico, <em>acquis comunitario</em> impenetrabile e potere di assegnare fondi agli Stati</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted"><em>L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, il Consiglio e la BCE. Dopo aver pubblicato la <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parte relativa alla Corte di Giustizia</a> (2), passiamo alla Commissione. Nei primi anni partner fondamentale della Corte nel percorso di affermazione della supremazia del diritto comunitario rispetto ai Parlamenti nazionali, poi potente apparato burocratico di 33.000 persone passate, nel tempo, da funzionari con un background giuridico e umanistico a quello economico, oggi sottoposta alla pressione di 30.000 lobbisti (“più del doppio del numero di lobbisti che infesta Washington, stimato a soli 12.000”). Non più unico demiurgo della Ue – il Consiglio europeo l’ha affiancata – tuttavia di enorme peso in ragione di tre attributi peculiari: la sua dimensione, come corpo di funzionari permanenti; “l’acquis comunitario, impenetrabile per i suoi cittadini, ma inevitabile per i suoi Stati […] che ora arriva a 90.000 pagine, il più lungo e il più formidabile monumento scritto dell’espansione burocratica nella storia umana”; il potere di ripartire ed erogare i fondi di coesione.</em> </pre>



<p class="has-drop-cap">La Commissione europea, la cui evoluzione è stata più tortuosa, è stata nei suoi primi anni il partner fondamentale della Corte. La sua storia può essere divisa approssimativamente in tre fasi, corrispondenti alle tre figure che hanno tenuto la sua presidenza per un intero decennio, ciascuna con due mandati: Walter Hallstein (1958-1967), Jacques Delors (1985-1995) e José Manuel Barroso (2004-2014).</p>



<p>Hallstein, un avvocato e diplomatico tedesco – un democristiano noto soprattutto per la dottrina della guerra fredda a cui diede il suo nome, secondo la quale il riconoscimento della Germania occidentale da parte di qualsiasi Stato era condizionato al rifiuto di riconoscere la Germania orientale – era un federalista dichiarato, che concepiva la Commissione come un proto-governo della Comunità e la sovranità nazionale una “dottrina del passato”, assegnandosi lo status di “primo ministro d’Europa”. Nel 1965 De Gaulle mise bruscamente fine alle sue pretese e l’immagine di Bruxelles perse ogni autorità e vigore. Tuttavia, nel suo periodo di massimo splendore, tra il 1958 e il 1964, Hallstein presiedette una Commissione che era un vulcano di energia indirizzata a trovare modi e mezzi per aggirare il Trattato di Roma nell’interesse superiore dell’unità europea.</p>



<p>Come ha dimostrato lo studioso francese Antoine Vauchez, Bruxelles divenne rapidamente una calamita che attirava dall’America avvocati aziendali e investitori alla ricerca di opportunità di mercato, i quali agivano con le aspettative e i modi di fare tipici di una potente federazione. Ben presto strinsero stretti rapporti con un numero considerevole di giuristi belgi esperti in diritto commerciale di alto livello: questo ambiente comune offriva una facile intermediazione tra le multinazionali che arrivavano e la Commissione, e un ambiente propizio per lo scambio di idee con i dipartimenti chiave, come la Concorrenza e il Servizio giuridico. </p>



<p>La Comunità Economica Europea (CEE) creata dal Trattato di Roma non era stata concepita come un mercato da <em>far west</em>, e aveva dato vita a una politica agricola comune fortemente sovvenzionata e regolamentata; un anatema per gli economisti liberali, tanto da spingere l’intellettuale collega di Hayek, Wilhelm Röpke, a denunciarla come nient’altro che un miserabile “Spaakistan”, prendendo di mira il fondatore belga della politica agricola. Fin dall’inizio, tuttavia, la Direzione generale per la concorrenza della Commissione era una fortezza popolata da ordoliberisti tedeschi, la cui devozione ai principi di mercato e determinazione dei prezzi, che non dovevano essere ostacolati da ingerenze improprie da parte di alcuno Stato, li rendeva naturali fautori del federalismo, come lo era stato Hayek prima della guerra (3). </p>



<p>In questo campo, il servizio giuridico ha aperto la strada, fornendo alla Corte di Giustizia la stragrande maggioranza dei casi su cui le sue sentenze avrebbero potuto edificare una sempre più ampia costruzione del diritto europeo al di sopra dei Parlamenti nazionali. Tra il 1954 e il 1978 i dieci più frequenti ricorrenti dinanzi alla Corte hanno proposto un totale di 1.381 casi: di questi, 1.082 provenivano dalla Commissione o da suoi collaboratori – poco meno dell’80%. Il circuito della collusione era intessuto strettamente. Nel 1964 Hallstein poté annunciare trionfante che l’Europa aveva raggiunto “l’inizio di una vera e piena ‘unione politica’”. Un anno dopo uscì di scena e la Commissione impiegò altri vent’anni per ritrovare il suo dinamismo, sotto altri colori.</p>



<p>Delors, dal passato giovanile nella confederazione sindacale cattolica francese, a tempo debito si unì al Partito socialista, e lì sostenne una “Europa sociale”. Ma se c’era un conflitto tra l’aggettivo e il nome, il nome veniva prima. Come ministro delle Finanze sotto Mitterrand, fu Delors che si assicurò che il programma socialista su cui Mitterrand era stato eletto e a cui aveva inizialmente dato attuazione, fosse abbandonato con la famosa ‘inversione a U’ del 1983 verso l’austerity, al fine di mantenere il franco francese nel Sistema monetario europeo. A capo della Commissione, Delors si profondeva in dichiarazioni sulla necessità di solidarietà sociale e verso la fine assicurò i fondi di coesione per aiutare le regioni più svantaggiate della Comunità. I suoi principali risultati, tuttavia, furono l’approvazione dell’Atto Unico europeo – elaborato durante il suo incarico da un emissario della Thatcher – che unificava e deregolamentava i mercati in tutta la Comunità e preparava l’Unione monetaria che sarebbe divenuta il fulcro del Trattato di Maastricht.</p>



<p>Nella sua mente, queste erano le necessarie premesse per una solidarietà sociale a livello europeo. Non solo erano economicamente efficienti di per sé, capaci di promuovere una crescita che alla fine sarebbe stata di vantaggio per tutti; senza di esse, i governi non si sarebbero persuasi della necessità di redistribuire la ricchezza tra classi e regioni, aspetto essenziale per un’Europa che volesse ottenere la piena adesione dei suoi cittadini. Figura molto più carismatica e autorevole di Hallstein, uomo politico che trattava alla pari con tutti i leader nazionali dell’epoca, Delors li condusse alla moneta unica, ma non riuscì a raggiungere quegli obiettivi sociali che con essa pensava di poter conquistare. Tutti i governi, tranne Gran Bretagna e Danimarca, aderirono al primo, l’Atto Unico. Pochi erano convinti del secondo. Delors fece inserire nel Trattato di Maastricht i fondi di coesione – aiuti per regioni svantaggiate, non per classi sociali – ma queste erano solo le briciole della solidarietà, non il piatto forte: rispetto all’impatto successivo della moneta unica, poco più che l’elemosina di un ente di beneficenza.</p>



<p>Barroso, insediatosi quattro anni prima della crisi finanziaria globale del 2008 e uscito alla fine del 2014, poco prima che Syriza andasse al governo, è stato il secondo Primo ministro in carica di uno Stato membro a diventare presidente della Commissione. Un politico della destra portoghese, noto in precedenza soprattutto per aver ospitato il Vertice delle Azzorre, cui parteciparono Bush, Blair e Aznar, durante il quale fu lanciata la guerra in Iraq. La sua nomina a Bruxelles l’anno successivo dimostrò quanto fosse vuota l’opposizione nominale di Francia e Germania all’Operazione <em>Iraqi Freedom</em>. Messaggero dell’austerità nel suo stesso Paese, il suo mandato ha segnato l’apogeo della spinta neoliberista che seguì l’introduzione della moneta unica, con la promulgazione della direttiva Bolkestein sui servizi del 2004 e la firma del Trattato di Lisbona nel 2010. Benché personalmente fosse ambizioso e tenesse al suo ruolo come Hallstein o Delors, le idee che egli rappresentava erano saggezza convenzionale nel nuovo secolo, dato che sin da Maastricht il potere del Consiglio europeo era cresciuto in modo significativo a spese della Commissione, e durante il secondo mandato di Barroso il Consiglio europeo ebbe come suo presidente Van Rompuy, suo rivale davanti alle luci della ribalta con cui i rapporti non furono mai buoni. Il suo mandato è stato meno significativo di quello dei suoi predecessori.</p>



<p>Oggi, 27 commissari, uno per Stato membro, con un portafoglio per ciascuno – naturalmente, di importanza molto diversa, dove quello alla Concorrenza da tempo rappresenta il primo premio – formalmente godono dello stesso status del presidente, attualmente il politico della Cdu tedesca Ursula von der Leyen. In realtà, come ha sottolineato nel 2012 l’ex direttore generale del Servizio giuridico, il tuttofare di Bruxelles Jean-Claude Piris (in sella da ventidue anni), poiché ciò significherebbe che i 14 commissari dei Paesi più piccoli dell’Unione, che rappresentano solo il 12,65% della popolazione complessiva, potrebbero facilmente battere coi voti i sei commissari dei Paesi più grandi, che rappresentano il 70% della sua popolazione, le decisioni sono sempre prese per “consenso’’, ovvero dietro una facciata di unanimità, sotto l’impulso o il veto dei sei Stati principali. Allo stesso modo, il presidente della Commissione, responsabile dei rapporti con i capi di governo degli Stati membri, normalmente conferisce soltanto con quelli di quel gruppo selezionato, o forse solo col vertice di Berlino e Parigi: fare altrimenti “richiederebbe troppo tempo”. Così composta, la Commissione è formalmente investita del monopolio dell’iniziativa legislativa per l’Unione, ma qui la realtà è diversa: più di due terzi delle sue proposte sono ora elaborate insieme ai rappresentanti degli Stati membri nel fitto sottobosco di Bruxelles – in cui il COREPER (Comitato dei rappresentanti permanenti), che riunisce i rappresentanti permanenti degli Stati nella Ue, occupa un posto d’onore – e poi sono automaticamente approvate dal competente Consiglio dei ministri quando gli vengono trasmesse.</p>



<p>Sotto i commissari, nominati per cinque anni, si trova la burocrazia permanente della Ue, composta da circa 33.000 persone: gli “eurocrati’’, come definiti dall’Economist nel 1961, espressione poi divulgata senza intenti peggiorativi da un libro di Altiero Spinelli nel 1966. Nelle sue alte sfere, dove si trovano i capi e gli assistenti delle 32 Direzioni generali della Commissione, fino alla metà degli anni ‘80 le assunzioni sono state fortemente orientate verso funzionari con un background giuridico; sotto di loro, nel corpo dell’amministrazione era incoraggiato un orientamento umanistico generale, con un Master in studi europei, preferibilmente del Collegio d’Europa a Bruges. Successivamente, e con il successivo allargamento dell’Unione a Est, il modello è cambiato. Sotto Romano Prodi (presidenza 1999-2004), il compito di modernizzare il sistema di retribuzione e reclutamento è stato affidato a Neil Kinnock, portando a Bruxelles la lieta novella del New Labour, con esiti prevedibili. Nel 2014, i due terzi dei direttori generali erano formati in economia, con stipendi proporzionalmente più alti per competere con il settore privato; più in basso, in nome della democratizzazione delle future assunzioni, la conoscenza delle lingue straniere o di qualsiasi cultura generale come requisito si è persa, lasciando il posto ai Master in Business Administration.</p>



<p>Per gli osservatori del percorso della Ue a partire da Maastricht, tali cambiamenti potrebbero essere abbastanza logici – i neoliberisti venivano neoliberalizzati – ma non furono apprezzati da molti di coloro che li subirono, la loro origine anglosassone gettava sale sulle ferite post-Brexit. “Dopo aver spezzato l’Europa dall’interno per anni, la stanno spezzando dall’esterno distruggendone la legittimità politica”, afferma uno di loro citando Didier Georgakakis. Un altro, con meno rabbia: “È folle se ci pensi. Se ne escono dopo averci imposto il loro modello amministrativo?” Ancora un altro: “Il nuovo modello è quello di Procter &amp; Gamble”. L’ascesa di Barroso, dalla presidenza della Commissione a presidente della Divisione internazionale di Goldman Sachs, è stata una naturale conseguenza di queste riforme.</p>



<p>Ma il cambiamento delle prospettive e dei costumi nella Commissione deve essere compresa anche nel suo contesto. Ci sono ora circa 30.000 lobbisti registrati a Bruxelles. Più del doppio del numero di lobbisti che infesta Washington, stimato a soli 12.000. A Bruxelles, il 63% sono lobbisti aziendali e consulenti, il 26% provengono da ONG, il 7% da think tank e il 5% da municipalità. Che l’esecutivo europeo possa resistere al contagio dei vapori di questa palude non è plausibile.</p>



<p>Dopo Delors, la Commissione ha dovuto fare il secondo violino rispetto al Consiglio europeo, che difficilmente nominerà di nuovo alla sua guida una figura di tale statura politica. Il sospetto popolare contemporaneo che considera la Commissione il demiurgo burocratico dell’Unione è in questo senso fuori luogo. Ma rimane un potere considerevole all’interno del complesso meccanismo della Ue, in ragione di tre attributi a essa peculiari.</p>



<p>Il primo è semplicemente la sua dimensione, come corpo di funzionari permanenti, in confronto a quella di qualsiasi altra istituzione dell’Unione, e la roccaforte inespugnabile del suo funzionamento: 34 diverse “procedure” che nessun laico è in grado di comprendere.</p>



<p>Il secondo sta nella incredibile vastità del regolamento, che brandisce come uno strumento di potere all’interno dell’Unione: l’<em>acquis </em>comunitario, impenetrabile per i suoi cittadini, ma inevitabile per i suoi Stati, che costituisce il mezzo principale della <em>Gleichschaltung</em> dell’Europa orientale alle norme della Ue, su cui presiedevano i commissari come proconsoli di Bruxelles. Originariamente messo insieme come una codificazione dei regolamenti CEE a cui Regno Unito, Danimarca e Irlanda avrebbero dovuto adeguarsi all’ingresso nella Comunità nel 1973, quando era già arrivato a 2.800 pagine, l’<em>acquis</em> ora arriva a 90.000 pagine, il più lungo e il più formidabile monumento scritto dell’espansione burocratica nella storia umana (il famigerato codice fiscale degli Stati Uniti è un mero documento di 6.500 pagine). L’identificazione eccessiva della conoscenza con il potere di Foucault qui trova la sua incarnazione letterale.</p>



<p>“Questa attrezzatura tecnica e cognitiva”, scrive Vauchez, citando Joseph Weiler, “non è solo lo strumento che ufficialmente definisce e autentica quell’‘Europa’ a cui i candidati chiedono di aderire nelle fasi di allargamento; essa si inserisce anche nelle operazioni più ordinarie della Ue, trasformandosi nel sistema operativo costituzionale dell’Europa […] assiomatico, fuori discussione, al di là di ogni dibattito, come le regole del discorso democratico, o anche le stesse regole della razionalità, che sembrano condizionare il dibattito ma non farne parte”. Né, ovviamente, è istituzionalmente neutro. “Poiché formalizza una figura stabile dell’Europa (le sue fondamenta, le sue missioni) e dei suoi oggetti di valore (il suo corpo legislativo), l’<em>acquis</em> individua implicitamente la capacità e la responsabilità di una ‘guida razionale’ degli affari europei in particolari istituzioni (la Commissione e la Corte) e gruppi professionali (legali e funzionari della Ue), espropriandone altri (Stati membri, Corti costituzionali, diplomatici nazionali, burocrati ecc.)”.</p>



<p>Allo stesso tempo, insieme all’<em>acquis</em> come strumento disciplinare, la Commissione possiede uno strumento di potere capace di ammorbidire le posizioni, che consiste nella ripartizione e nell’erogazione dei suoi fondi di coesione, l’<em>annona</em> della strategia romana di van Middelaar per assicurarsi i clienti. Questi costituiscono una fonte significativa di clientela, un mezzo per indurre all’obbedienza o premiare la lealtà, la cui promessa potrebbe essere fondamentale per conquistare le élite locali alla volontà dell’Unione, dato che le condizioni possono anche essere mitigate laddove la politica richieda di trascurare la corruzione nell’interesse dell’inclusione ideologica, come in Romania e altri Paesi candidati all’adesione.</p>



<p>Poco notato all’epoca, l’allargamento geografico dell’Unione a Est ha prodotto anche il più grande allargamento operativo della Commissione dai tempi di Hallstein, che si è fatto carico del compito. Che alcuni dei suoi frutti siano diventati da allora delle spine nel fianco, poiché gli Stati più avanzati dell’Europa orientale, una volta che le loro élite si sono sentite al sicuro all’interno dell’Unione, sono diventati meno sottomessi, è un’altra delle conseguenze non intenzionali, o contro-finalità, che sono state tante nella storia dell’integrazione.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Perry Anderson, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Corte di Giustizia europea</a></em>, Paginauno n. 71/2021</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/" data-type="post" data-id="1215" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’Unione europea di Hayek</a></em>, Paginauno n. 61/2019. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Viaggio al centro del sistema</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/viaggio-al-centro-del-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[crisi greca]]></category>
		<category><![CDATA[euroleaks]]></category>
		<category><![CDATA[troika]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4769</guid>

					<description><![CDATA[Adults in the room, Costa-Gavras]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Adults in the room,</strong> Costa-Gavras</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Tra i registi più attenti all’attualità e al disvelamento dei meccanismi reali che soggiacciono dietro al velo di Maya dell’ideologia e della propaganda, il greco Costa-Gavras ha sempre rappresentato uno splendido esempio di coerenza e impegno politico. Il tema del potere, in particolare, attraversa molti dei suoi lavori. </p>



<p>Da <em>Z</em> (1969) in cui viene descritto in tutte le sue fasi il colpo di Stato che avrebbe portato alla dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974), passando per <em>L’amerikano</em> (1973) dove l’ingerenza statunitense nei Paesi dell’America Latina nell’ambito dell’Operazione Condor (1) è raccontata attraverso una vicenda chiaramente ispirata al rapimento e all’uccisione di Dan Mitrione, istruttore e consigliere di diverse polizie sudamericane per conto degli Usa, da parte dei Tupamaros, l’organizzazione rivoluzionaria di ispirazione marxista-leninista attiva in Uruguay dal 1966 al 1972; argomenti ripresi poi da <em>Missing</em> (1982), film ispirato alla storia di Charles Horman, giovane giornalista statunitense divenuto vittima nel 1973 del regime di Pinochet e degli americani che avevano supportato il golpe di quest’ultimo contro il governo socialista di Allende; fino ad arrivare a <em>Cacciatore di teste</em> (2005), grottesca rappresentazione di come la precarietà del lavoro nei cosiddetti Paesi a capitalismo avanzato produca uno stato di perenne angoscia negli esseri umani, spingendoli ad adottare comportamenti estremi quali l’eliminazione fisica di tutti gli altri candidati al medesimo ruolo dirigenziale all’interno di un’azienda – la legge della giungla applicata all’economia. </p>



<p>Non deve stupire, dunque, che sia stato proprio Costa-Gavras ad aver deciso di occuparsi, unico finora, di uno degli argomenti più spinosi e difficili da trattare attraverso il mezzo filmico: l’anima essenzialmente antidemocratica di quel mostro tentacolare con tana in un intricatissimo labirinto burocratico che è l’Unione europea.</p>



<p><em>Adults in the room</em> (2019) è, infatti, la resa cinematografica dell’esperienza di Yanis Varoufakis nei circa sei mesi in cui ricoprì la carica di ministro delle Finanze greco all’interno del governo Syriza, dopo le elezioni del 25 gennaio 2015 che il partito vinse con il 36,34% dei voti. Già nel 2018 era uscito il monumentale memorandum politico di Varoufakis – quasi 900 pagine – intitolato <em>Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa</em> (2), e appunto da questo Costa-Gavras prende le mosse per il suo film, estremamente preciso nel riportare sullo schermo molte delle situazioni raccontate dall’ex ministro delle Finanze greco, proponendo, a seconda dei casi, la loro esatta trasposizione rispetto allo scritto oppure una sintesi di due o più episodi all’interno di un’unica scena.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="200" height="282" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/5-1.jpg" alt="" class="wp-image-5239"/></figure>
</div>


<p>Va subito detto che proprio tale precisione smorza, nonostante gli sforzi per creare una suspense quasi da thriller attorno alla battaglia condotta da Varoufakis (Christos Loulis) contro i vari soggetti dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale, l’aspetto prettamente estetico del lavoro. Tuttavia, tale difetto passa subito in secondo piano, se si considera che l’urgenza di Costa-Gavras non era legata tanto al valore di intrattenimento dell’opera quanto a quello storico-giornalistico. Dimodoché anche l’approccio dello spettatore dovrebbe essere quello di chi assista a un docufilm invece di recare le aspettative solitamente nutrite nei confronti di un film vero e proprio. Da questo punto di vista, il lavoro di Costa-Gavras si mostra in tutta la sua enorme importanza. Ed è un vero peccato che in Italia non sia uscito ufficialmente, ma ci si debba accontentare delle versioni in lingua originale, sottotitolate, che si trovano online. A pensar male, si potrebbe giudicare tale mancanza dovuta a un boicottaggio – e forse non saremmo poi così lontani dal vero, vista la scomodità dell’argomento trattato.</p>



<p>Paginauno si è già occupata di questo tema, lavorando sugli euroleaks resi pubblici da Varoufakis il 14 marzo 2020. Gli euroleaks contengono documenti e audio trafugati – le riunioni erano classificate “riservate” – degli Eurogruppo, della Troika e dell’Euro Working Group a cui Varoufakis stesso ha partecipato in quei sei mesi. Unica testata italiana – a quanto ci risulta – ad aver ‘trattato’ gli euroleaks di modo da renderli comprensibili anche ai non addetti ai lavori, nel luglio 2020 Paginauno ha pubblicato un approfondimento di tutto il materiale, rendendo disponibile per ogni leak una sintesi priva di interpretazione, un commento interpretativo e il link alla fonte primaria (3). In questa sede quindi non ci addentreremo nell’analisi di ogni singolo incontro, ma ci limiteremo a riportare alcuni di quelli mostrati nel film di Costa-Gavras, da cui risulta evidente l’inflessibilità opposta dalla Ue di fronte a un Paese in cui andava consumandosi una vera e propria crisi umanitaria.</p>



<p>Quello che più stupisce dalla lettura del memoriale di Varoufakis e dalla visione del film è, infatti, la totale assenza di disponibilità al compromesso mostrata dalla Ue e dall’Fmi di fronte a richieste molto meno radicali di quanto la propaganda di Syriza volesse far credere ai suoi elettori – o almeno a una parte di essi. Citando Tsipras, Primo ministro greco da gennaio a luglio 2015, interpretato nel film da Alexandros Bourdoumis: “Il programma del partito non è quello del governo”. Echeggia qui un riferimento all’episodio, narrato nel libro di Varoufakis, in cui quest’ultimo si mostra furente per alcune dichiarazioni di Tsipras risalenti al settembre 2014, quando viene presentata a Salonicco la piattaforma economica di Syriza: “Mi si rivoltò lo stomaco per la rabbia e la nausea. [&#8230;] Il ‘Programma di Salonicco’, come venne etichettato il discorso di Alexis [Tsipras, <em>n.d.a</em>], era pieno di buone intenzioni, ma incoerente e del tutto inconsistente rispetto alla <em>Strategia in cinque punti</em>, che si supponeva Alexis e Pappas [Nikos Pappas, economista divenuto poi ministro dello Stato nel governo Tsipras, <em>n.d.a</em>] avrebbero sostenuto. Prometteva aumenti salariali, sussidi, benefici e investimenti che avrebbero dovuto essere coperti da fondi immaginari o illegali. C’erano anche promesse che non avremmo voluto mantenere. Soprattutto faceva a pugni con qualunque strategia negoziale che avrebbe tenuto la Grecia nell’Eurozona, sebbene sostenesse che avrebbe dovuto restarci” (4). In seguito, Varoufakis si sarebbe sentito dire da Pappas che quello era solo un modo di “chiamare a raccolta le truppe” e avrebbe provveduto lui a scrivere il<em> vero</em> programma economico.</p>



<p>Del resto, per comprendere appieno come la posizione di Varoufakis sia sempre stata di impianto socialdemocratico – tutt’altro che ‘radicale’ – può essere utile ricordare che la sopracitata <em>Strategia in cinque punti</em> era stata redatta anche allo scopo di convincere Tsipras e la cerchia di economisti a lui vicina che la Grexit non era una soluzione praticabile e andava perciò tolta dagli obiettivi politici di Syriza.</p>



<p>Dopo la vittoria alle elezioni, Varoufakis è pronto a cominciare i negoziati all’interno dell’Eurogruppo. Negoziati attraverso i quali spera di ottenere non una cancellazione del debito greco, ma una sua ristrutturazione in modo da uscire dall’austerità, il che implica la revisione del MoU (Memorandum of Understanding), il documento con cui il precedente governo di Samaras aveva accettato le riforme da attuare, in cambio delle somme elargite dalla Troika allo Stato greco, mirate a privatizzazioni, licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici e a un più generalizzato smantellamento del welfare e delle tutele dei lavoratori. Prima, tuttavia, Varoufakis è intenzionato a capire che aria tira a livello internazionale, producendosi in una serie di visite ufficiose e ufficiali a vari esponenti dell’establishment europeo e del mondo finanziario. Nel film di Costa-Gavras vengono mostrate quella a Michel Sapin (Vincent Nemeth), ministro delle Finanze francese nel governo Hollande – occasione in cui Varoufakis incontra anche Emmanuel Macron (Damien Mongin), all’epoca ministro dell’Economia – a George Osborne (Dan Fredenburgh), cancelliere dello Scacchiere nel governo di Cameron, alla Bce di Mario Draghi (Francesco Acquaroli) e a Wolfgang Schäuble (Ulrich Tukur), all’epoca ministro delle Finanze tedesco (oggi ricopre il ruolo di presidente del Bundestag). Tour rivelatosi un fallimento per diverse ragioni.</p>



<p>Se Varoufakis spera di trovare in Sapin un alleato in nome della secolare amicizia che unisce i loro due Paesi e del malcontento francese rispetto all’influenza esercitata dalla Germania sulla Ue – tema su cui torneremo più avanti – deve presto ricredersi. Mentre in privato l’uomo di Hollande si mostra entusiasta rispetto alle proposte di Varoufakis e deciso a dargli tutto il suo appoggio all’Eurogruppo, nella immediatamente successiva conferenza stampa dichiara esattamente il contrario, ribadendo come la Grecia farebbe meglio ad “accettare le regole inflessibili degli accordi e dei regolamenti passati con disciplina, ma soprattutto firmare il MoU”. Una vera e propria lezione di realpolitik impartita da Sapin a Varoufakis, il quale, dopo aver chiesto spiegazioni al primo, si sente rispondere: “Ti dovrai abituare. Yanis, devi capire&#8230; La Francia non è più quella di una volta”.</p>



<p>A Londra anche l’euroscettico Osborne promette di aiutare Varoufakis nella sua battaglia contro la Troika – per quanto, da bravo conservatore, ci tenga a specificare come non condivida affatto il ‘dogmatismo’ di Syriza, intendendo forse l’attenzione del partito verso le fasce più deboli della popolazione, e, in particolare, il suo programma economico, da egli definito un grosso pericolo per i mercati internazionali – ma, nel concreto, nulla fa di significativo.</p>



<p>Molto più interessante è il discorso tenuto da Varoufakis di fronte ad alcuni esponenti del settore finanziario, episodio ambientato nel film di Costa-Gavras presso l’Adam Smith Institute, il <em>think tank</em> fondato nel 1977 che promosse il progetto neoliberista della Thatcher, il quale, in seguito all’incontro sopracitato, fa recapitare all’ex ministro delle Finanze greco un entusiastico messaggio di approvazione, rilasciato pubblicamente: “Il compito della Banca centrale europea è di garantire la stabilità nominale dell’Eurozona. La Bce non dovrebbe salvare finanziariamente governi o banche. Purtroppo negli ultimi sei anni la Bce è stata costretta a intervenire più volte per salvare Paesi dell’Eurozona. Quindi la Bce ha svolto più volte una politica di credito (invece che una politica monetaria) per impedire il default dei Paesi dell’Eurozona [&#8230;] invece legando il debito Ue e Bce al Pil nominale greco, come suggerito da Varoufakis, la finanza pubblica della Grecia sarebbe meno esposta a crisi monetarie dell’Eurozona. Il cancelliere dello Scacchiere George Osborne dovrebbe essere un entusiasta sostenitore del progetto di gestione del debito di Varoufakis perché questo ridurrebbe il costo delle rigide politiche monetarie della Bce e ridurrebbe il pericolo di un’altra seria crisi dell’Eurozona” (5).</p>



<p>Come effetto di tale dichiarazione, l’indice generale della Borsa di Atene schizza a +11,2% e le azioni delle banche greche hanno un incremento di più del 20%. Ma Varoufakis non aveva fatto i conti con Mario Draghi, il quale si preoccupa fin dal giorno seguente di sabotare la situazione. Dopo un infruttuoso incontro tra i due a Francoforte il 4 febbraio 2015, il Comitato esecutivo della Banca centrale europea interrompe, infatti, l’esenzione a cui vanno soggette le banche greche e che permette loro, senza entrare in eccessivi tecnicismi, un afflusso di denaro dalla Bce in regime di ‘emergenza’. Obiettivo della mossa: informare i mercati della scarsa fiducia della Bce nei confronti delle banche greche. Sicché avviene un crollo verticale delle azioni di queste ultime che, di fatto, annulla il vantaggio conquistato da Varoufakis a Londra.</p>



<p>Infine, nella visita a Schäuble si delinea fin da subito l’atteggiamento ostile che questi terrà nei confronti di Varoufakis in occasione dei vertici dell’Eurozona.</p>



<p>Ecco il clima in cui l’ex ministro delle Finanze greco si trova a iniziare i negoziati per salvare la Grecia a partire dall’11 febbraio 2015, quando a un vertice dell’Eurogruppo si manifestano già i primi dissidi in rapporto al comunicato stampa che tutti i membri avrebbero dovuto firmare in modo da offrire ai media una chiara dichiarazione di intenti riguardo alla Grecia. Immediata l’opposizione di Varoufakis: lì dentro non si fa il minimo riferimento alla rinegoziazione del MoU. Si parla di ‘massima flessibilità’, ma, come spiega lo stesso Varoufakis a un suo collaboratore, è una trappola: “Dice ‘buone relazioni’ e dimentica di affrontare il budget di spesa da sottomettere alla Troika. Non parla né di ristrutturazione né di austerità”. Analisi che si rivela corretta, dal momento che, quando propone di aggiungere la parola ‘modificato’ a MoU, trova la ferma opposizione dell’olandese Jeroen Dijsselbloem (Daan Schuurmans), presidente dell’Eurogruppo: “La rinegoziazione del MoU è fuori discussione”. Frase che fa eco a un precedente discorso di Schäuble, secondo cui – testuali parole – le elezioni non possono cambiare le politiche economiche: “Il suo Paese deve implementare in pieno il MoU. Le persone cambiano idea. L’Eurogruppo non può riprendere da capo ogni volta. Sarebbe la fine dell’Eurozona”. Al che giustamente Varoufakis domanda all’uditorio che ne è del concetto di democrazia: “Se il voto popolare non è importante, se non possiamo discutere del MoU, che stiamo a fare qui? Proibite le elezioni per quel che servono”.</p>



<p>Ci siamo soffermati su questa scena poiché è emblematica dell’atteggiamento elitario e fortemente antidemocratico che regna all’interno delle ‘stanze dei bottoni’ dell’Unione europea. Inoltre, risulta chiaro l’asservimento di Dijsselbloem – e di tutto l’Eurogruppo – a Schäuble. Non per niente, nel corso del film, si fa più volte riferimento al primo come a un uomo di paglia, un burattino. Il che rimanda al tema – già accennato – della fortissima influenza tedesca su tutta quanta l’Eurozona. Un’ulteriore conferma di ciò ce la offre Varoufakis all’interno del suo memoriale, commentando la promozione di Pierre Moscovici al vertice per l’economia della Commissione europea: “Berlino voleva (e vuole tuttora) che Bruxelles freni il deficit di bilancio francese e quindi era contraria a dare quel posto a un francese, e tantomeno a un ex ministro delle Finanze francese. [&#8230;] Lo stallo venne risolto in un modo che chiunque al posto di Pierre Moscovici avrebbe trovato umiliante: Moscovici ebbe il posto, ma venne contemporaneamente inventata un’altra posizione per controllarlo, la vicepresidenza della Commissione. Per aggiungere la beffa al danno Berlino volle a quel posto l’ex primo ministro della Lettonia, famoso per avere imposto al suo Paese misure di austerità così severe da ‘risolvere’ la crisi economica della Lettonia obbligando metà della popolazione a emigrare” (6).</p>



<p>Nel film di Costa-Gavras, dove a interpretarlo è Aurélien Recoing, troviamo Moscovici protagonista di un episodio alquanto imbarazzante – pure questo realmente accaduto, come tutti gli altri qui descritti – quando fa chiamare Varoufakis nel suo ufficio a Bruxelles per risolvere l’<em>impasse</em> sul comunicato stampa sopracitato. La bozza che Moscovici offre a Varoufakis è quanto di meglio quest’ultimo possa aspettarsi, dal momento che parla chiaramente di rinegoziazione del MoU e crisi umanitaria in Grecia. Peccato si tratti di una specie di trappola. Al momento di firmare, infatti, i due si spostano nell’ufficio di Dijsselbloem, dove questi porge a Varoufakis la versione ufficiale del testo, presumibilmente identica a quella di Moscovici. E invece no: è addirittura peggiore di quella proposta all’Eurogruppo dell’11 febbraio. Forse Dijsselbloem sperava che Varoufakis lo sottoscrivesse senza leggerlo. Ma si sbagliava. Dopo lo ‘scherzo’ combinatogli da Sapin a Parigi, è probabile che l’ex ministro delle Finanze greco si fosse effettivamente ‘abituato’ all’ipocrisia e ambiguità che regolano la maggior parte delle relazioni all’interno dell’Unione europea.</p>



<p>Rispetto a ciò, l’arroganza e l’indifferenza mostrate da Schäuble verso Varoufakis appaiono perlomeno più oneste – per quanto limitate ai loro confronti diretti e determinate dalla consapevolezza di avere il coltello dalla parte del manico. Solo per un momento il cinismo di Schäuble sembra vacillare ed è quando, nel contesto di un incontro ufficioso con Varoufakis, alla domanda di quest’ultimo se l’ex ministro delle Finanze tedesco firmerebbe il MoU al suo posto, egli risponde: “Come patriota, no. È un male per il tuo popolo. Non vi permetterà di riprendervi”. Tuttavia, lo stesso Varoufakis nel memoriale fa notare come un osservatore disincantato avrebbe potuto indovinare nelle parole di Schäuble la sua volontà, spesso manifestata, di imporre la Grexit al governo di Tsipras in modo da avere un’Eurozona più piccola e controllata, con la Troika solidamente insediata a Parigi. Proprio su questo punto vertono i maggiori dissidi tra Schäuble e la Merkel, decisa a mantenere la stretta dell’Ue sulla Grecia. Dissidi che Tsipras e Varoufakis sperano – ingenuamente, è il caso di dirlo – di sfruttare a proprio vantaggio.</p>



<p>Basti pensare all’episodio in cui, sollecitato dalla cancelliera tedesca, il presidente dell’Euro Working Group, Thomas Wieser, si reca in incognito ad Atene per un colloquio con Varoufakis e alcuni membri della sua squadra. Ora è necessario aprire una parentesi su questo individuo, poiché nel film di Costa-Gavras non è chiamato con il suo vero nome, bensì con quello immaginario di Wims (Cornelius Obonya). E non si tratta di una svista dell’addetto ai sottotitoli: esaminando il cast su diversi siti internet, il soggetto appare indicato sempre come Wims. Eppure Varoufakis nel memoriale parla apertamente di Thomas Wieser. Come spiegare l’incongruenza, unica in un film in cui tutti i personaggi sono chiaramente identificati con gli uomini e le donne reali che rappresentano? Non possiamo che lasciare aperta la domanda. In ogni caso, tutte le speranze riposte da Tsipras e Varoufakis nella Merkel si rivelano presto infondate. Per usare le parole dell’ex ministro delle Finanze greco, pronunciate dalla voce fuori campo nel film di Costa-Gavras: “Stavano giocando con noi. Angela lo aveva mandato per chiudere una a una tutte le possibilità di dialogo. Wims ha favorito la cena con evidente piacere, mentre gli esponevamo le nostre paure sulle nostre banche”. Da notare, infine, la frase pronunciata da Wims verso la fine dell’incontro: “La libertà è un concetto essenziale per le nostre democrazie. Ma la libertà deve essere sostituita da un sistema che mantenga l’ordine”. Si tratta, in realtà, di un assioma espresso da Friedrich von Wieser, vissuto tra il 1851 e il 1926, il cui pensiero contribuì alla formazione di economisti quali Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, di scuola neoliberista ma capisaldi dell’ideologia ordoliberista che soggiace ai trattati dell’Unione europea (7).</p>



<p>Da quanto scritto finora, risulta evidente come la strategia dell’Eurogruppo nei confronti di Varoufakis sia stata quella di un lento logoramento in cui, tra le altre cose, agiva costantemente la minaccia da parte della Bce di interrompere i flussi di liquidità somministrati alla Grecia, determinando così la chiusura delle banche elleniche, nonché le pressioni esercitate dai tecnici della Troika per consentire la privatizzazione di strade, campi, spiagge, edifici, porti, ferrovie, aeroporti, insomma tutto ciò che apparteneva al Paese, a beneficio di investitori esteri, pubblici e privati, secondo una dinamica che sa molto di neocolonialismo. Valga tra tutti l’episodio in cui si fa riferimento alla (s)vendita di quattordici aeroporti per la cifra (ridicola) di 1,2 miliardi di euro a un’impresa tedesca pubblica, operazione in cui si era impegnato il precedente governo di Samaras, rispetto alla quale la proposta della Troika è che siano le banche greche a prestare il denaro necessario all’acquirente, scatenando così la protesta incredula di Varoufakis: “Volete comprare i nostri aeroporti con i nostri stessi soldi? Pensate veramente che io possa accettare?”</p>



<p>Intanto, la confusione e l’incertezza all’interno di Syriza aumentano, anche per effetto dell’azione incrociata della Merkel e di Schäuble, intenti a giocare dall’esterno i rispettivi ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo, secondo la classica logica del <em>dividi et impera</em>. Emblematica, da questo punto di vista, la scena del litigio tra Varoufakis e Tsipras riguardo una lettera attraverso cui l’ex Primo ministro si impegna con la Troika ad avere per dieci anni un bilancio primario del 3,5% sulle entrate nazionali – una pretesa assurda per uno Stato con un’economia depressa, senza un sistema bancario efficiente e con tassi di investimento negativi, visto che cifre simili si hanno solo tra i Paesi produttori di petrolio – laddove uno degli obiettivi principali di Varoufakis era ridurre i margini richiesti al +1,5%.</p>



<p>In questo contesto, viene indetto il famoso referendum consultivo del 5 luglio 2015 in cui agli elettori si domanda se il governo greco dovrebbe accettare il MoU così com’è o rifiutarlo – fatto che determina l’immediata sospensione della liquidità alle banche da parte della Bce, a cui Syriza risponde con l’istituzione di un tetto massimo sui prelievi per i cittadini greci di sessanta euro al giorno. Non si parla apertamente di Grexit, ma è nell’aria. Forse, come si legge nel memoriale di Varoufakis, esisteva già da tempo un piano B da attuare in caso la Grecia fosse stata obbligata a uscire dall’Europa – piano che prevedeva, com’è ovvio, la creazione di una nuova valuta – ma non è mai stata fatta definitiva chiarezza su questo. Di certo, un simile scenario restava per il governo Tsipras il peggiore possibile. La mossa del referendum serviva a dare uno scossone alla Troika e all’Eurogruppo: se avessero continuato a mostrarsi inflessibili dopo la vittoria del No, la loro indifferenza nei confronti del popolo greco – non solo del governo – sarebbe risultata lampante, troppo, si sperava, perché le istituzioni europee potessero conservare un atteggiamento simile. Questo almeno in teoria&#8230;</p>



<p>Come sia andata a finire è risaputo: il 6 luglio 2015 Varoufakis dà le dimissioni da ministro delle Finanze; Tsipras, convocato a un vertice del Consiglio europeo il 13 luglio, firma un documento in cui approva tutte le pretese della Troika per aprire la strada a un terzo ‘salvataggio’ della Grecia per la cifra di 86 miliardi di euro da ricevere attraverso il MES (8) – episodio ironicamente descritto da Costa-Gavras attraverso una danza grottesca tra l’ex primo ministro e i suoi colleghi dell’Eurozona, culminante in una foto di gruppo in cui Tsipras, da ‘vero’ uomo di sinistra, rifiuta comunque di indossare la cravatta. Un mese dopo, il 19 agosto, il Parlamento greco vota a favore del MoU con il 73% dei Sì.</p>



<p>Con quest’ultima cifra messa a paragone con il 61,31% dei No al referendum, si chiude il lavoro di Costa-Gavras: un epitaffio sulla lapide della democrazia. Di fronte a ciò, appare evidente l’illusione di Varoufakis – il quale vorrebbe ancora oggi proseguire lungo la stessa via – di voler cambiare il sistema dall’interno. E suonano profetiche le parole dell’economista Larry Summers, segretario al Tesoro degli Stati Uniti dal 1999 al 2001, incontrato a Washington dall’ex ministro delle Finanze greco all’indomani dell’elezione di Syriza: “Sei un rappresentante della sinistra radicale. Loro faranno di tutto per distruggere voi e la speranza che rappresentate. I tedeschi e i loro alleati vi strangoleranno: una tragedia per il tuo popolo. [&#8230;] Rimani una persona fuori dal sistema. Gli uomini del sistema non ti perdoneranno”.</p>



<p>Una nota a conclusione è d’obbligo. Costa-Gavras sceglie di basare l’opera <em>esclusivamente</em> sul memoriale di Varoufakis. Un uomo politico, rimasto in politica – ha poi fondato un proprio movimento, Diem25 – e che ha tutto l’interesse a proporre una precisa immagine di sé. Ciò non significa che affermi cose non vere, ma la storia che raccontano gli euroleaks presi nella loro oggettività è molto più grigia che bianca o nera, decisamente più complessa. Varoufakis ha cercato fino all’ultimo un compromesso per mantenere la Grecia nell’euro, non aveva alcuna intenzione di farla uscire; per sua stessa ammissione, il referendum non era altro che un’arma politica di pressione sull’Eurogruppo, e anche nei giorni immediatamente successivi la sua indizione Varoufakis negoziava sul MoU e per ottenere un prestito dal Mes (9): non certo l’atteggiamento di una persona pronta a scendere in piazza con il popolo in caso di chiusura delle banche, come si legge nel suo memoriale. Dove scrive anche, verso la fine del libro, di essere stato praticamente il solo, tra i parlamentari di Syriza, a sperare <em>davvero</em> nella vittoria del No al referendum. Tuttavia, vale la pena ripeterlo, quello di Costa-Gavras resta un lavoro estremamente importante in un clima, come quello attuale, di totale accettazione, se non esaltazione, dell’Ue. Un’opera necessaria in quanto unica nel suo genere, capace, forse, di instillare il germe del dubbio nello spettatore non ancora dotato di una coscienza critica, dunque un film ‘pericoloso’ – termine che, dal nostro punto di vista, equivale al miglior complimento possibile.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Piano capitanato dalla CIA sotto la presidenza di Richard Nixon che, nell’ambito della guerra fredda, prevedeva di conservare o espandere l’ingerenza statunitense sul Sudamerica, attraverso anche l’organizzazione di colpi di Stato. Il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, il Brasile dei Gorillas, solo per citare alcuni esempi, furono frutti di tale operazione</p>



<p class="has-small-font-size">2) Il titolo viene da una frase di Christine Lagarde, all’epoca presidente dell’Fmi (oggi ricopre il medesimo ruolo per la Bce al posto di Mario Draghi). Lamentando l’infantilismo dei presenti a un vertice dell’Eurogruppo, ella avrebbe, infatti, commentato: “Abbiamo bisogno di adulti in questa stanza”</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, Raffaella Berardi, Michele Biella, Erika Bussetti, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisabetta Groppo, Alessandro Rettori ed Elisa Simoncelli, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-euroleaks-di-varoufakis-la-verita-sui-negoziati-tra-la-grecia-e-la-troika/" data-type="post" data-id="3017" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli Euroleaks di Varoufakis. La verità sui negoziati tra la Grecia e la Troika</a></em>, Paginauno n. 68/2020</p>



<p class="has-small-font-size">4) Yanis Varoufakis, <em>Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa, </em>La nave di Teseo </p>



<p class="has-small-font-size">5)<em> Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">6)<em> Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/ordoliberismo-il-piano-biopolitico/" data-type="post" data-id="2325" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Ordoliberismo. Il piano biopolitico</em></a>, Paginauno n. 53/2017 e Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/" data-type="post" data-id="1215" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’Unione europea di Hayek</a></em>, Paginauno n. 61/2019</p>



<p class="has-small-font-size">8) Il primo salvataggio avviene a maggio 2010, quando l’Fmi e l’Ue si accordano con la Grecia per la somministrazione di 110 miliardi nell’arco di tre anni; il secondo di 130 miliardi risale a febbraio 2012 </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <em><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-euroleaks-di-varoufakis-la-verita-sui-negoziati-tra-la-grecia-e-la-troika/" data-type="post" data-id="3017" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli Euroleaks di Varoufakis. La verità sui negoziati tra la Grecia e la Troika</a></em>, Paginauno, cit.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Corte di Giustizia europea</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4538</guid>

					<description><![CDATA[Sviluppo storico dell’istituzione meno conosciuta della Ue, tribunale con un’agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Perry Anderson</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sviluppo storico dell’istituzione meno conosciuta della Ue, tribunale con un’agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, il Consiglio e la BCE. Pubblichiamo la parte relativa alla Corte di Giustizia, l’istituzione forse meno conosciuta pur essendo stata determinante nella costruzione della Ue. Scrive infatti Anderson, ripercorrendone lo sviluppo storico: “Dieter Grimm, per dodici anni giudice della Corte costituzionale tedesca, e Thomas Horsley, di due generazioni più giovane, docente senior all’Università di Liverpool [hanno osservato che] le decisioni della Corte negli anni ‘60 erano «rivoluzionarie, perché i principi che annunciavano non erano concordati nei Trattati» che avevano creato la CECA e la CEE, e «quasi certamente non sarebbero stati concordati se le questioni fossero state sollevate». La Corte era un tribunale con un’agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori, non considerandosi «né come il guardiano dei diritti degli Stati firmatari, né come un arbitro neutrale tra gli Stati e la Comunità, ma piuttosto come la forza trainante dell’integrazione»”. E ancora: “Interpretando i «divieti di discriminazione nei confronti delle società straniere in modo così ampio» che «quasi ogni normativa nazionale potrebbe essere intesa come un ostacolo all’accesso al mercato» e spingendo la «privatizzazione a prescindere dalle ragioni di affidare determinati compiti ai servizi pubblici», la Corte ha effettivamente privato gli Stati membri del «potere di determinare il confine tra settore pubblico e privato, Stato e mercato»”. </pre>



<p class="has-drop-cap">Quantitativamente parlando, lo spostamento del centro di gravità del lavoro sull’Ue dall’America alla stessa Europa è stato il prodotto di un’industria accademica ormai vasta: circa cinquecento cattedre Jean Monnet sono attualmente presenti in tutta l’Unione. In mezzo a un mare di conformismo, è emerso un gruppo di pensatori le cui opere rappresentano un progresso qualitativo nella comprensione critica dell’Unione. Animati da un’indipendenza di spirito più vicina a intellettuali ‘tradizionali’ come Gramsci, che non alla variante ‘organica’ rappresentata da Luuk van Middelaar, costoro non si trovano a coprire incarichi nelle posizioni ufficiali; non formano una scuola di pensiero collettiva; e sono di diversa estrazione nazionale e generazionale. Un breve elenco includerebbe Giandomenico Majone (Italia), teorico dell’amministrazione pubblica; i giuristi Dieter Grimm (Germania) e Thomas Horsley (Gran Bretagna); i sociologi Claus Offe e Wolfgang Streeck (Germania); gli analisti politici Christopher Bickerton (Gran Bretagna), Morten Rasmussen (Danimarca) e Antoine Vauchez (Francia); gli storici Kiran Klaus Patel (Germania) e Vera Fritz (Lussemburgo). Nel lavoro di questi e altri studiosi, le dinamiche dell’integrazione europea emergono in una luce più fredda e più indagatrice rispetto ai panegirici di van Middelaar, rivelando ciò che questi omettono e scrutandone i contenuti con una lente più precisa.</p>



<p>L’Unione, come la conosciamo oggi, è un’organizzazione complessa composta da cinque istituzioni principali: la Commissione europea, la Corte di Giustizia europea, il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e la Banca centrale europea. Si può iniziare l’analisi prendendo in considerazione l’espressione che convenzionalmente definisce la storia del suo sviluppo: “integrazione europea”. Questa espressione, come ha mostrato Patel, proviene dagli Stati Uniti ed è stata adottata per evitare un altro termine troppo caratterizzato dagli scopi tattici della politica degli anni ‘50. La parola che ha sostituito era “federazione”, termine rifiutato dai governi e dai centri di interessi esistenti allora, anche se sostenuto con ardore da una piccola ma impegnata minoranza di attivisti. Per i governi e per i loro simpatizzanti accademici, “integrazione” era un termine più neutro per indicare il progresso verso un ideale, per il momento, mantenuto in pectore. In nessun campo è stato più utile che nel lavoro della Corte di Giustizia, che è stata, come sottolinea van Middelaar, la prima promotrice del “passaggio all’Europa” dopo il Trattato di Roma.</p>



<p>Oggi la Corte resta, tra tutte le istituzioni dell’Unione, la più nascosta al pubblico. Situata con discrezione in Lussemburgo, non esattamente un crocevia europeo, e composta da giudici nominati – uno per Paese – dagli Stati membri, i suoi procedimenti sono nascosti agli occhi del pubblico; le sue decisioni non consentono la menzione dell’opinione dissenziente; i suoi archivi garantiscono un accesso minimo ai ricercatori. </p>



<p>Nel suo modus operandi, la Corte di Giustizia europea è l’antitesi della Corte Suprema degli Stati Uniti, i cui emolumenti supera largamente – il suo presidente riceve uno stipendio di 400.000 dollari, oltre a molte indennità; il presidente della Corte suprema a Washington un misero stipendio di 277.000 dollari. Le sue origini risalgono alla prima fase dell’integrazione: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) nata dal Piano Schuman era stata dotata di una Corte di Giustizia, poi estesa alla Comunità Economica Europea (CEE) istituita dal Trattato di Roma cinque anni dopo, e poi all’Unione europea creata a Maastricht.</p>



<p>Grazie al lavoro pionieristico di una giovane storica lussemburghese, Vera Fritz, abbiamo ora uno studio accademico dettagliato sulla composizione della Corte nei primi vent’anni della sua esistenza. Le sue scoperte sono illuminanti. C’erano sette giudici fondatori e due avvocati generali. Chi erano?</p>



<p>Il presidente del tribunale, l’italiano Massimo Pilotti, era stato vice segretario generale della Società delle Nazioni negli anni ‘30. Lì aveva operato come <em>longa manus</em> del regime fascista di Roma, consigliando a Mussolini quali contromisure adottare per proteggere l’Italia dalla condanna della Società delle Nazioni per i suoi interventi in Etiopia. Dimessosi dal suo incarico nel 1937, Pilotti prese parte ai festeggiamenti a Genova per la conquista dell’Etiopia; e durante la seconda guerra mondiale diresse l’Alta Corte di Lubiana occupata dopo l’annessione della Slovenia all’Italia, dove la resistenza fu debellata con deportazioni di massa, campi di concentramento e repressione militare e poliziesca.</p>



<p>Il giudice tedesco della Corte, Otto Riese, era un nazista così devoto che senza alcuna costrizione – trascorse la guerra come accademico in Svizzera – mantenne la sua appartenenza al Partito nazionalsocialista fino al 1945.</p>



<p>Il suo connazionale Karl Roemer, avvocato generale della Corte, trascorse la guerra nella Parigi occupata gestendo società e banche francesi per il Terzo Reich; dopo la guerra, sposò la nipote di Adenauer, e agì come avvocato difensore delle Waffen SS imputate del massacro degli occupanti del villaggio francese di Oradour.</p>



<p>L’altro avvocato generale, Maurice Lagrange, era stato un alto funzionario del governo di Vichy, pienamente impegnato nell’ideologia di una ‘rivoluzione nazionale’ al fine di spazzare via l’eredità della Terza Repubblica. Agendo come uomo di collegamento tra l’apparato giudiziario del Conseil d’Etat e l’apparato politico del Consiglio dei ministri, Lagrange fu incaricato di coordinare la prima ondata di persecuzioni degli ebrei francesi. Quando Laval prese le redini di Vichy nel 1942, trasferendo Lagrange al Conseil d’État, Pétain lo ringraziò per la sua “rara abnegazione’’ verso la funzione legislativa e amministrativa del regime, e Lagrange rispose: “Per me è stato un grande privilegio essere così strettamente coinvolto nell’opera di rinnovamento nazionale da lei intrapresa per la salvezza del nostro Paese. Sono convinto che ogni francese possa e debba prendere parte a quest’opera”. Dopo la guerra fu scelto dagli americani per aiutare a democratizzare la pubblica amministrazione in Germania e da Monnet per contribuire alla stesura del trattato che istituisce la Comunità del Carbone e dell’Acciaio.</p>



<p>Il fatto che personaggi come questi diventassero figure di spicco della prima Corte di Giustizia europea rifletteva, naturalmente, la serrata dei ranghi della politica dopo l’inizio della guerra fredda, quando ciò che contava non erano i misfatti del passato fascista quanto la minaccia del presente comunista. Erano tempi in cui l’ultimo comandante della divisione Charlemagne delle SS, che aveva combattuto fino all’ultimo per difendere Hitler nel suo bunker, è potuto emergere come scelta migliore per il Premio Robert Schuman per i servizi all’unità europea. Perché non avrebbe dovuto, anche la giustizia europea, dimenticare il passato e metterci una pietra sopra?</p>



<p>Più in generale, le nomine al tribunale avevano poco o nulla a che fare con i titoli in campo giuridico. Quasi tutti erano politici. Il giudice belga era una figura di spicco del partito cattolico del suo Paese; uno dei giudici olandesi era il fratello di un ministro degli Esteri prebellico; il giudice francese, Jacques Rueff, ex vicegovernatore della Banque de France, era stato uno dei fondatori del Centre National des Indépendants et Paysans; un sindacalista cattolico dei Paesi Bassi e un magistrato socialista del Lussemburgo completavano l’organico.</p>



<p>Tra gli altri componenti della Corte vi erano uno dei fondatore dell’Unione Democratica Cristiana (Cdu) a Berlino, in seguito deputato del partito al Bundestag; il figlio di un leader del Partito Anti-Rivoluzionario (calvinista) nei Paesi Bassi; un ex assistente di Dino Grandi, ministro della Giustizia del Duce e fratello dell’allora ministro delle Finanze italiano; un cofondatore del Partito sociale cristiano in Belgio; un ex nazista e sostenitore delle SA (anno 1933), poi entrato nel partito socialdemocratico tedesco; un funzionario di lunga data nella colonizzazione italiana di Rodi; un ex capo di gabinetto del governatore civile e militare dell’Algeria.</p>



<p>La ‘giustizia all’europea’ non è mai stata bendata: aveva gli occhi ben aperti, con una benda colorata sul capo, coi colori dei partiti dell’establishment dell’epoca.</p>



<p>La seconda ondata di nominati includeva anche un personaggio che, nelle parole di un ammiratore, era l’equivalente europeo di John Marshall, il patriarca della Corte Suprema degli Stati Uniti, responsabile di garantire l’autorità della Corte in tutto il Paese. Robert Lecourt era un politico di spicco della versione francese dei partiti cristiano-democratici di Italia e Germania, il Mouvement Républicain Populaire (MRP), che ha fatto parte di ogni governo della Quarta Repubblica, nel secondo e nel penultimo dei quali Lecourt occupava anche la poltrona di Primo ministro. La differenza più significativa tra il MRP e i suoi equivalenti a Roma e Bonn era che la Francia possedeva un grande impero coloniale, di cui il partito era zelante difensore, molto risoluto nel portare avanti le guerre del Paese in Indocina e Algeria. Entrando a far parte nel 1958 del governo De Gaulle, durante la Quinta Repubblica, il MRP uscì dalla coalizione in seguito all’annuncio di un referendum sull’autodeterminazione dell’Algeria. Il leader di lunga data del partito, Georges Bidault, fece parte dell’OAS paramilitare che promosse la resistenza armata contro de Gaulle in nome dell’Algérie française e per poco non riuscì ad assassinarlo, mentre i suoi colleghi del partito si piegavano a De Gaulle. Lecourt, che come Bidault e altri membri del partito erano stati attivi nella Resistenza, aveva un dottorato in legge ed era stato ministro della Giustizia nel 1948, 1949 e 1957. Sotto de Gaulle, aveva avuto l’incarico per le colonie francesi in Africa e altrove. Nel maggio 1962 fu nominato alla Corte di giustizia europea.</p>



<p>Lecourt arrivò in Lussemburgo con un particolare insieme di appartenenze e convinzioni. Oltre al suo ruolo di deputato e ministro per l’MRP, era stato attivista dalla fine degli anni Quaranta nelle Nouvelles Équipes Internationales (NEI), l’internazionale non dichiarata della Democrazia cristiana in Europa, partecipando a congressi annuali dedicati a temi come la “fermezza della Democrazia cristiana di fronte alla crisi del comunismo”, e diventando in seguito capo della sezione francese. Continuò senza remore a dirigerla durante il congresso NEI del 1962 a Vienna, già dopo la sua nomina alla Corte di Giustizia. Il NEI era a favore dell’unità europea, e Lecourt era egli stesso un membro del Comitato di azione di Monnet per gli Stati Uniti d’Europa, costituito nel 1955. Era un ardente federalista.</p>



<p>Con queste premesse, l’arrivo di Lecourt in Lussemburgo non avrebbe potuto essere più felicemente programmato. Perché sui registri della Corte giaceva il caso che avrebbe prodotto la sua prima decisione storica, Van Gend en Loos, una causa intentata da una piccola azienda di trasporti contro il governo olandese per aver imposto un dazio doganale sulla sua importazione di una vernice collante dalla Germania occidentale. In apparenza, una controversia di minore importanza. Nell’ombra, tuttavia, potenti forze si erano raccolte intorno a essa. Una era la Commissione europea a Bruxelles. Là, a capo del suo servizio giuridico, c’era il francese Michel Gaudet. Già quando lavorava nella stessa veste per la CECA, prima del Trattato di Roma, era determinato a garantire che la futura Corte di Giustizia europea non fosse un tribunale internazionale secondo linee convenzionali, ma una Corte Suprema federale sul modello americano. </p>



<p>Nel 1957, in una sua corrispondenza con Donald Swatland – un avvocato di Wall Street che era stato collaboratore di Monnet in tempo di guerra – Gaudet spiegava che “le idee federali sono ancora molto nuove nell’Europa continentale” e cercava una guida per promuoverle. Sviluppò anche uno stretto rapporto con lo studioso di diritto americano Eric Stein, la prima persona al mondo a salutarlo come promettente futuro giudice della Corte lussemburghese. Nel 1959 Stein invitò Gaudet per un viaggio di sei settimane negli Stati Uniti per conoscere in prima persona il federalismo. In cambio, mentre nel 1962 Stein era in anno sabbatico, Gaudet lo inserì negli uffici del Servizio giuridico con una scrivania tutta sua, invitandolo a partecipare a riunioni informative con gli avvocati che preparavano per la Commissione il caso Van Gend en Loos presso la Corte di Giustizia delle Comunità europee. Stein, fautore di una serie di assiomi fondamentali per un ordine costituzionale in Europa, potrebbe essere considerato un fanatico transatlantico del federalismo per il Vecchio Mondo.</p>



<p>Nel frattempo, in ciascuno dei Paesi dei sei erano sorte associazioni di giuristi impegnati a promuovere il diritto europeo, di cui la tedesca <em>Wissenschaftliche Gesellschaft für Europarecht </em>(WGE) era la più grande e importante, seguita dall’<em>Association Française des Juristes Européens</em>. In stretto contatto con queste organizzazioni, la Commissione fornì sostegno finanziario alle loro riunioni e nel 1961 Gaudet creò un gruppo di coordinamento, la <em>Fédération Internationale pour</em><em> le Droit Européen </em>(FIDE), con l’obiettivo esplicito di facilitare gli scambi oltre confine tra politici, burocratici e accademici. Nelle parole del suo primo presidente, la FIDE agiva come “un esercito privato delle comunità europee”. “In Europa intorno al 1950”, ha ricordato un membro della sua filiale tedesca, “l’idea dell’unificazione europea era capace di suscitare un entusiasmo quasi religioso tra i giovani avvocati. Noi credevamo negli Stati Uniti d’Europa”. La sezione olandese della FIDE era particolarmente attiva. Uno dei suoi membri agì come consulente legale per il caso Van Gend en Loos e si può supporre con una certa sicurezza che il caso sia stato avviato da questa lobby. Comunque sia, sostenuta dalla Commissione, ha trovato il relatore giusto in Lussemburgo, dove Lecourt, giunto in fretta e furia da Parigi, scrisse lo storico verdetto di ribaltamento di una legge nazionale.</p>



<p>Un anno dopo, nel 1964, arrivò il secondo atto decisivo. In Italia, due avvocati ritenutisi offesi per la nazionalizzazione dell’industria elettrica, sollevarono una questione di costituzionalità sull’emissione di una bolletta di 1.925 lire. Quando la Corte costituzionale italiana stabilì che la nazionalizzazione non era costituzionalmente illegittima e non poteva essere impugnata con riferimento al Trattato di Roma, in quanto approvata successivamente a esso, essi fecero ricorso alla Corte europea. Due settimane dopo che il suo avvocato generale aveva sostenuto che il tribunale italiano non poteva essere ignorato, sebbene dovesse essere incoraggiato a trovare le modalità per integrare il diritto europeo nel diritto nazionale, l’associazione tedesca WGE tenne una riunione in Assia alla quale erano presenti tre giudici della Corte di Giustizia. Lì, ha ricordato un partecipante, si sedettero con grande imbarazzo ad ascoltare una delle principali autorità della WGE, Hans Peter Ipsen, che li istruiva sulla supremazia del diritto europeo sul diritto nazionale di qualsiasi Stato membro. L’opinione di Ipsen avrebbe prevalso: cinque giorni dopo Lecourt emise la sentenza della Corte di Giustizia europea sul caso Costa contro Enel. La pietra angolare della giustizia europea era stata posta.</p>



<p>Chi era Ipsen? Un giurista di Amburgo entrato a far parte della SA nel 1933 e del Partito Nazionalsocialista tedesco nel 1937, diventando professore ordinario all’età di 32 anni sulla base di un dottorato da cui scaturì un libro successivamente pubblicato dal titolo <em>Politik und Justiz</em>, che trattava di “atti sovrani” da parte dello Stato che in quanto tali non dovevano essere sottoposti a considerazioni di giustizia. Esaltandone la versione tedesca, basata sul <em>Führergewalt</em> del potere nazista – che aveva trovato espressione dal 1933 con arresti, epurazioni, espropri e l’abolizione dei sindacati – in quanto superiore alla precedente legislazione meramente ‘governativa’ della Francia e alla variante fascista italiana, che si basava sull’autorità legislativa in un sistema di divisione dei poteri, il libro aveva comprensibilmente attirato l’interesse della Cancelleria centrale del partito nazista. </p>



<p>Durante la guerra, Ipsen prestò servizio come commissario di Hitler, occupandosi delle università del Belgio occupato. Lì nel 1943 esaltava “l’amministrazione esterna” del Terzo Reich, che ora copriva Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Francia, Ucraina, Stati baltici, governo generale della Polonia, aree occupate di Serbia e Grecia, per non parlare dell’Alsazia, della Lorena, del Lussemburgo, della Stiria meridionale e dei protettorati di Boemia e Moravia – un’area che comprende circa 2.865.000 chilometri quadrati e 154 milioni di abitanti, oltre ai quasi 700.000 chilometri quadrati e 90 milioni di abitanti dell’ampliato ‘Reich interno’, e ammontava in tutto al 46% della popolazione del continente. Queste terre costituivano la promessa di una futura <em>Grossraumordnung</em> dell’Europa sotto il comando nazista. Prima che la guerra finisse, Ipsen divenne preside della facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Amburgo e consigliere del Ministero della giustizia a Berlino. Nel 1945 fu privato per breve tempo dell’incarico, ma presto lo recuperò. Con una carriera nazista superiore alla media, nel dopoguerra fu ricoperto di onori divenendo il decano del diritto europeo, autore nel 1972 di una monumentale summa sull’argomento.</p>



<p>Nel 1967 Lecourt divenne presidente della Corte. In questa posizione, corteggiava i giudici nazionali con regolari inviti a imparare dal Lussemburgo: una sistematica ‘campagna di seduzione’ assortita con champagne brunch, volta a disarmare la resistenza alla supremazia rivendicata dalla Corte. Alla fine del suo mandato, circa 2.500 magistrati di tutti gli Stati membri avevano goduto della sua ospitalità. Nella direzione opposta, i giudici della Corte erano incoraggiati a fare visite cerimoniali ai governi della Comunità, dove solitamente venivano ricevuti, con le parole di un assistente, “come imperatori”. Poiché molti di loro provenivano da ambienti politici, o erano rampolli di dinastie familiari ben posizionate, potevano prendere queste visite come opportunità per scambi di notizie e opinioni di tipo informale, oliando gli ingranaggi della presenza e dell’influenza della Corte di Giustizia. Lecourt, con una lunga esperienza di giornalismo e politica, incoraggiò anche i suoi colleghi a tenere conferenze e scrivere articoli per diffondere la lieta parola della Corte, cosa di cui dava egli stesso un energico esempio.</p>



<p>Dal 1967 in poi gli succedette nell’incarico Pierre Pescatore, altra nomina familista, cognato del primo ministro del Lussemburgo e schietto e prolifico campione del federalismo, anche più di Lecourt – le sue opinioni legali, nelle parole di un testimone, funzionavano come “truppe d’assalto” dell’avanzata sovranazionale. Insieme hanno spinto in avanti la giustizia europea in quella che in seguito sarebbe stata considerata la sua epoca eroica: un audace giudizio dopo l’altro che suggellava l’autorità della Corte su sempre nuovi aspetti della vita della Comunità. Il bilancio di Lecourt come presidente, ha dichiarato Pescatore dopo che il suo capo si era ritirato, è stato nientemeno che “un miracolo giurisprudenziale”. Il contributo di Pescatore è stato quello di sostenere ancora più saldamente una lettura “teleologica”, piuttosto che semplicemente letterale, del Trattato di Roma. Qualunque cosa dicessero o meno le sue clausole, esso era ispirato dagli ideali insiti nelle “tradizioni liberali e democratiche comuni dei popoli dell’Europa occidentale”, e questi avrebbero acquisito forza giuridica. </p>



<p>Dopo che Lecourt se ne fu andato, fu Pescatore a emettere l’ultima cruciale sentenza della Corte come motore dell’unità europea, il verdetto di livellamento del mercato di Cassis de Dijon nel 1979, stabilendo che qualsiasi prodotto legalmente in vendita in un Paese della Comunità era vendibile in qualsiasi altro. La strategia di Lecourt era sempre stata quella di muoversi gradualmente, evitando qualsiasi sfacciata provocazione dei governi nazionali, distogliendo la loro attenzione da importanti dichiarazioni giuridiche collegandole a questioni di importanza commerciale apparentemente minima. In questo caso, la merce era un liquore al ribes nero. Dopo Cassis de Dijon, l’iniziativa strategica passò al Consiglio europeo, che aveva gradualmente preso forma dopo la sua creazione da parte di Giscard d’Estaing, a metà degli anni ‘70, e alla Commissione, passata sotto la direzione di Jacques Delors, a metà degli anni ‘80. </p>



<p>La Corte gestiva un numero crescente di casi e il suo attivismo giudiziario non diminuiva. Ma ora rafforzava, piuttosto che guidare, la svolta hayekiana della Comunità, che si era già concretizzata nell’Atto Unico europeo, entrato in vigore nel 1987. Nel nuovo secolo, con l’arrivo in Lussemburgo dall’Europa orientale di nuovi membri convertiti ai principi del libero mercato, ha poi goduto di una dose extra di adrenalina neoliberista, che portò a due sentenze – Viking e Laval del 2007, che contrapponevano i corsari baltici ai sindacati nordici – che minarono i diritti dei lavoratori. Si trattava di un allontanamento dai precetti tattici di Lecourt, in quanto si suscitava un’attenzione sfavorevole da parte dell’opinione pubblica del tipo che la Corte aveva sempre cercato di evitare, ma non seguirono ulteriori passi evidenti. Dopo Maastricht un compito importante sarebbe ancora spettato alla Corte, ma di carattere diverso. La sua opera pionieristica – celebrata da van Middelaar come il colpo di Stato su cui si fonda essenzialmente l’Unione di oggi – era stata compiuta.</p>



<p>Di quale compito si trattava? I due giuristi che l’hanno enunciato con la massima chiarezza sono Dieter Grimm, per dodici anni giudice della Corte costituzionale tedesca, e Thomas Horsley, di due generazioni più giovane, docente senior all’Università di Liverpool. Le decisioni della Corte negli anni ‘60, ha osservato Grimm, erano “rivoluzionarie, perché i principi che annunciavano non erano concordati nei Trattati’’ che avevano creato la CECA e la CEE, e “quasi certamente non sarebbero stati concordati se le questioni fossero state sollevate”‘. La Corte era un tribunale con un’agenda che non corrispondeva alle intenzioni dei suoi fondatori, non considerandosi “né come il guardiano dei diritti degli Stati firmatari, né come un arbitro neutrale tra gli Stati e la Comunità, ma piuttosto come la forza trainante dell’integrazione”. La sua affermazione della supremazia della Comunità sulle leggi nazionali, per non parlare delle leggi costituzionali, osserva Horsley, non aveva alcun fondamento nel Trattato di Roma, che le concedeva solo diritti di controllo giurisdizionale “rispetto agli atti delle istituzioni dell’Unione, non rispetto agli atti degli Stati membri”. “Eppure, in effetti, questo è esattamente quello che ora la Corte intraprende regolarmente”, procedendo come se “il quadro del Trattato, pietra miliare della costituzionalità interna di tutta l’attività istituzionale della Ue, non abbia mai effettivamente significato ciò, invece vi è chiaramente affermato” .</p>



<p>Ma c’è qualcosa di particolarmente insolito in questo? L’interpretazione creativa delle leggi da parte dei giudici non è abituale quasi quanto l’interpretazione creativa delle cifre da parte dei contabili? Da un punto di vista alternativo e meno cinico, non è il risultato ciò che conta? Ankersmit o van Middelaar lo vedrebbero come un esempio del carattere sublime dell’opera giuridica. Senza andare così lontano, è ragionevole chiedersi cosa c’è che non va nel risultato. La risposta sta a livello sia dei principi che delle conseguenze. Per quanto riguarda i principi, Horsley apre il suo studio con la seguente grave affermazione: “Tra le istituzioni della Ue, la Corte resta un attore unico nel processo di integrazione. È l’unica istituzione dell’Unione le cui attività non sono regolarmente sottoposte a controllo (dalla stessa istituzione o da altri) sul rispetto dei Trattati della Ue. Tuttavia il quadro del Trattato non fornisce alcuna base per giustificare la differenziazione tra la Corte e le altre istituzioni riguardo al rispetto delle regole. La Corte è formalmente designata come istituzione dell’Unione ai sensi dell’articolo 13 TUE. In quanto tale, insieme alle istituzioni politiche dell’Unione, è irrefutabilmente soggetta al rispetto dei Trattati della Ue”. Ma una volta che la Corte, dal momento del colpo di Stato, si era autorizzata da se stessa a essere custode di una costituzione, cosa che non aveva alcun fondamento nei Trattati, ma presumibilmente corrispondeva al loro ‘scopo ultimo’, quale altra istituzione avrebbe potuto richiamarla all’ordine? La sua auto-convalida circolare escludeva qualsiasi sfida del genere.</p>



<p>La Corte divenne così non solo un’istituzione unica all’interno della Comunità, ma unica tra le Corti supreme o costituzionali, dotata di poteri che non hanno mai avuto pari in nessuna democrazia. In tutti gli altri casi, le sentenze di tali tribunali sono soggette a modifica o abrogazione da parte di legislatori eletti. Quelle della Corte di Giustizia non lo sono. Sono irreversibili. A parte la modifica dei Trattati stessi, che richiede l’accordo unanime di tutti gli Stati membri, “che, come tutti sanno, è del tutto fuori questione”, come scrive Grimm, non si può ricorrere contro le sentenze della Corte. Non sono scolpite nella pietra, ma nel granito, e hanno un effetto tutt’altro che neutro. Scritte in “un linguaggio tecnico spesso opaco”, le decisioni della Corte spesso mascherano questioni altamente politiche in modo apolitico; cadono “al di sotto della soglia dell’attenzione pubblica”, rendendo i loro effetti difficili da percepire ex ante; ma se successivamente dovessero essere contestate, vengono considerate come fatti compiuti per i quali ai cittadini viene detto che è troppo tardi per fare qualcosa – “ora non c’è alternativa”. </p>



<p>Poiché queste sentenze hanno forza costituzionale, gran parte di quella che sarebbe la legislazione ordinaria a livello nazionale è stata integrata nelle versioni successive del Trattato di Roma originale – Maastricht, Amsterdam, Nizza, Lisbona – risultando in documenti di tale “epica lunghezza’’ che il commissario irlandese della Ue ha dichiarato, a proposito dell’ultima versione, che “nessuna persona sana e ragionevole’’ poteva leggerla, e il suo stesso Primo ministro ha ammesso, dopo averlo firmato, di non averlo fatto: si tratta, in effetti, di enormi crittogrammi al di là della pazienza o della comprensione di qualsiasi pubblico democratico. L’effetto di ‘costituzionalizzare’ (le virgolette sono necessarie, perché i Trattati rimangono patti internazionali, non carte federali) questioni come l’ammissibilità degli aiuti di Stato alle industrie, o dei sussidi ai servizi pubblici, è di immunizzare gli <em>ukase</em> giudiziari contro qualsiasi esercizio ordinario della volontà popolare. Come scrive Grimm, “più forte è il contenuto sostanziale della costituzione, più stretto è il margine di manovra per la politica”. </p>



<p>Generalmente, “tutto ciò che è regolamentato nella costituzione viene rimosso dal regno del processo decisionale politico”. Non è più un oggetto, ma una premessa della politica. Nella Ue non può essere influenzato nemmeno dal risultato di un’elezione. “Il fatto che i giudici che emettono le decisioni della Corte di Giustizia europea siano essi stessi non eletti è, ovviamente, pratica comune anche se non invariabile delle Corti costituzionali. Ciò che non lo è, è “l’insaziabile appetito giurisdizionale” della Corte europea. Il suo attuale presidente, il belga Koen Lenaerts, ha spiegato la portata di quella fame. Nelle sue parole: “Non c’è semplicemente nessun nucleo fondamentale di sovranità che gli Stati membri possano invocare, in quanto tale, contro la Comunità”. La Corte mira a “lo stesso risultato pratico che si otterrebbe attraverso una diretta invalidazione della legge dello Stato membro”.</p>



<p>A tale presunzione autoesaltante non corrisponde nessuna competenza, né giudiziaria, né politica. Anche mettendo da parte il suo sistematico disprezzo per i limiti al suo campo di applicazione nei Trattati, scrive Horsley, “la Corte se la cava male, rispetto alle sue controparti, sulle misure classiche dell’analisi istituzionale comparativa: legittimità democratica e competenza tecnica. I suoi giudici non sono eletti, le sue deliberazioni sono segrete e, in quanto tribunale di giurisdizione generale, non gode di alcuna competenza speciale nella vasta gamma di settori politici sui quali interviene per giudicare. Ma se non ha competenze speciali, ha avuto sin dall’inizio un particolare orientamento, una politica costante e coerente di promozione del federalismo europeo”, e dopo la fine degli anni Ottanta, una decisa inclinazione sociale, che ha perseguito, secondo Grimm, con “zelo missionario”. Interpretando i “divieti di discriminazione nei confronti delle società straniere in modo così ampio” che “quasi ogni normativa nazionale potrebbe essere intesa come un ostacolo all’accesso al mercato” e spingendo la “privatizzazione a prescindere dalle ragioni di affidare determinati compiti ai servizi pubblici”, la Corte ha effettivamente privato gli Stati membri del “potere di determinare il confine tra settore pubblico e privato, Stato e mercato”.</p>



<p>Tali giudizi non derivano da una posizione euroscettica, ma da autorità fedeli a ciò che vedono essere i risultati dell’integrazione europea. Per Grimm, ciò che è necessario per ripristinare la legittimità del processo è essenzialmente la de-costituzionalizzazione delle decisioni politiche, per consentire la loro discussione da parte degli elettori e la revisione da parte dei legislatori. Horsley, dopo aver spiegato quelli che a suo avviso sono stati i benefici dell’intervento giudiziario insieme ai suoi costi, rassicura i lettori di non voler minare la Corte di Giustizia, tanto meno aggiungersi alla “denigrazione dell’Unione”, ma al contrario accrescere la legittimità della sua legislazione. Eppure, se i loro resoconti sulla Corte di Giustizia sono resoconti da amici della Corte, non è chiaro cosa resterebbe da dire ai suoi nemici. La verità è che, secondo ogni ragionevole stima, sarebbe difficile concepire un’istituzione giudiziaria occidentale che, sin dalle sue tenebrose origini, sia stata altrettanto priva di una qualsiasi traccia di responsabilità democratica.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>
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		<title>Gli euroleaks di Varoufakis. La verità sui negoziati tra la Grecia e la Troika</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 13:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[crisi greca]]></category>
		<category><![CDATA[euroleaks]]></category>
		<category><![CDATA[troika]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa si sono detti nelle riunioni riservate la Troika, i ministri delle Finanze europei e la Grecia? Cosa significa negoziare con l’Unione europea? Cosa significa sottoscrivere un prestito con la Ue e l’FMI? E che posto ha nelle trattative la sovranità democratica? E la situazione sociale di un Paese? Abbiamo tradotto tutti gli euroleaks e ricostruito i passaggi di quei cruciali sei me-si del 2015, perché ci parlano anche di oggi e per capire come, nelle chiuse ‘stanze del potere’, vengono prese le decisioni che cambiano la vita dei cittadini]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-68-luglio-settembre-2020/" data-type="post" data-id="2727">(Paginauno n. 68, luglio – settembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Giovanna Cracco, Raffaella Berardi, Michele Biella, Erika Bussetti, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisabetta Groppo, Alessandro Rettori, Elisa Simoncelli</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa si sono detti nelle riunioni riservate la Troika, i ministri delle Finanze europei e la Grecia? Cosa significa negoziare con l’Unione europea? Cosa significa sottoscrivere un prestito con la Ue e l’FMI? E che posto ha nelle trattative la sovranità democratica? E la situazione sociale di un Paese? Abbiamo tradotto tutti gli euroleaks e ricostruito i passaggi di quei cruciali sei mesi del 2015, perché ci parlano anche di oggi e per capire come, nelle chiuse ‘stanze del potere’, vengono prese le decisioni che cambiano la vita dei cittadini</p>
</blockquote>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-1fff572ac85d0f17d7e1c0949985aef0">INTRODUZIONE</h3>



<p>Il 14 marzo scorso Varoufakis pubblica in rete gli euroleaks: sono gli audio trafugati – le riunioni erano classificate “riservate” – degli Eurogruppo, della Troika e dell’Euro Working Group a cui Varoufakis ha partecipato (1), in qualità di ministro delle Finanze greco, nei sei mesi in cui ha ricoperto tale ruolo, tra gennaio e luglio 2015. Agli audio sono affiancate le trascrizione e i report tecnici che hanno accompagnato la trattativa. Sono documenti importanti, perché per la prima volta è possibile entrare nelle ‘stanze del potere’ e rendersi conto di come vengono prese decisioni che incidono direttamente sulla vita dei cittadini, in questo caso quelli greci; il fatto poi che le riunioni fossero riservate, ci pone davanti il dialogo privo di ipocrisie degli attori in campo, sia tecnici che politici: elimina la narrazione e la propaganda politica riservate all’opinione pubblica. Per rendere più accessibile la grande mole di documentazione, tra l’altro in inglese, e permettere al lettore di crearsi una propria opinione sugli avvenimenti, Paginauno ha deciso di trattare gli euroleaks come segue: 1. inserirli in una rapida cronologia di quel che accadde in quei sei mesi di crisi greca; 2. fare una sintesi priva di interpretazione di ogni leak, sia esso riunione o documento; 3. aggiungere, separato, un commento al leak, questo sì interpretativo; 4. inserire il link alla fonte primaria del leak, per chi vuole ascoltarlo/leggerlo integralmente.</p>



<p>Gli euroleaks parlano da soli. Ma alcune considerazioni complessive, a seguire il filo del negoziato per ricostruire trama e ordito e disegno del tessuto che viene intrecciato, sono d’obbligo. </p>



<p>Non è qui possibile, se non dilungandosi eccessivamente, ricostruire l’intera storia della crisi ellenica dal 2010 che, con i dovuti distinguo, si inscrive in quella dei debiti sovrani e dei PIIGS; confidiamo che il lettore ne conosca i punti salienti e possa dunque inserire i sei mesi del 2015 negli avvenimenti complessivi. Ma il punto è che, indipendentemente dalle ragioni per le quali la Grecia si è trovata in quella situazione finanziaria, ciò che di più rilevante mostrano gli euroleaks è l’approccio dell’Unione europea nei confronti di un Paese membro. Quel che innanzitutto si evidenzia è la rigidità delle posizioni dei ministri delle Finanze dell’Eurogruppo, della Commissione Ue e della BCE: il secondo prestito concesso alla Grecia nel 2012, oggetto principale dei leaks, è legato a condizionalità macroeconomiche che devono essere rispettate, indipendentemente dalla posizione del nuovo governo ellenico appena eletto. A nulla vale presentare proposte alternative, dettate sia da una diversa posizione politica – quella di Syriza – sia dalla drammatica situazione del Paese – impoverimento, disoccupazione, recessione – nel tentativo di far riprendere l’economia mantenendo un’attenzione all’aspetto sociale, di modo che la Grecia possa risollevarsi. Per l’Unione europea non si tratta di avere obiettivi fiscali ed economici da raggiungere, anche cambiando strada, ma di imporre politiche neoliberiste (tagli al welfare, a pensioni, a sanità, precarizzazione del lavoro, aumento dell’IVA, privatizzazione del patrimonio pubblico greco) indipendentemente dalle loro conseguenze sulla popolazione; indipendentemente, perfino, dalla loro efficacia, che nel 2015 già si era mostrata fallimentare, nel rilanciare l’economia ellenica. È la spirale deflazionistica del debito: dal 2010 la Grecia si ritrova a fare tagli e contrarre nuovi prestiti – saranno tre in totale – per ripagare i prestiti stessi, nonostante abbia già fatto un default parziale nel 2012.</p>



<p>Questa dinamica porta a due riflessioni.</p>



<p>La prima. In questa Unione europea la democrazia è sospesa. Non solo perché, sottraendo al governo del Paese le decisioni sulle politiche economiche, è di fatto la Troika a governare, ma perché nulla cambia se il voto dei cittadini va a un nuovo governo con differenti posizioni politiche rispetto al precedente che ha sottoscritto il prestito con la Troika.</p>



<p>La seconda, strettamente collegata alla prima: la corda dell’impiccato è la mancanza di sovranità monetaria e di una banca centrale che dialoghi con la politica – la BCE è un unicum tra le banche centrali, non essendo per regolamento prestatrice di ultima istanza dei Paesi dell’Eurozona se non trasformandosi in Troika (è l’ideologia ordoliberista alla base della costruzione europea). Privata dell’accesso al mercato, privata di una banca centrale ‘normale’, la Grecia è letteralmente senza denaro; è uno Stato che non può emettere obbligazioni sovrane per reperire le risorse di cui necessita, può solo drenare soldi dai cittadini, svendere il patrimonio pubblico e chiedere soldi alla Troika. È qualcosa che Varoufakis ha costantemente presente, nel suo ostinato tentativo di trovare una soluzione per permettere al Paese di tornare a finanziarsi autonomamente sul mercato. Ed è qualcosa che hanno ben presente anche l’Unione europea e la BCE, e che utilizzano come arma di pressione e ricatto per imporre al Paese le politiche macroeconomiche neoliberiste – bloccando addirittura la liquidità alla banche greche e il rimborso dovuto dei profitti SMP, come si evidenzia in dettaglio negli euroleaks.</p>



<p>Vale anche un’altra considerazione: l’esecutivo Tsipras non aveva alcuna intenzione di uscire dall’euro. Non siamo davanti a una forza politica ‘rivoluzionaria’ ma a un partito con posizioni socialdemocratiche. In questa direzione andava il compromesso che Varoufakis cercava con la Troika e l’Eurogruppo, e in cui si inscriveva anche il referendum svoltosi a luglio 2015, come gli euroleaks mostrano. Trovare quel compromesso è stato impossibile.</p>



<p>Gli euroleaks non sono solo un importante documento storico. L’attuale crisi causata dal Covid 19 sta cambiando alcuni meccanismi europei, ma solo apparentemente (2). Per questa ragione diviene ancora più fondamentale conoscerli e diffonderli, cogliere la possibilità che ci offrono di entrare e vedere cosa accade in quelle stanze, in quelle riunioni riservate dove poche persone, non elette, decidono sulla nostra vita di cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f24f1555772682f67ac286deb6c88e5d">LEGENDA</h3>



<h4 class="wp-block-heading">Istituzioni</h4>



<p>Nome che da febbraio 2015 ha sostituito l’appellativo “Troika” – divenuto inviso all’opinione pubblica – mutandone nulla nella sostanza: è quindi sempre la triade composta da Fondo monetario internazionale (FMI), Banca centrale europea (BCE) e Commissione europea (CE).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Eurogruppo</h4>



<p>Organo informale che riunisce i ministri delle Finanze dei Paesi dell’Eurozona; partecipano alle riunioni anche il commissario per gli Affari economici e finanziari della Commissione Ue (da novembre 2014 a novembre 2019, il francese Moscovici) e il presidente della BCE (da novembre 2011 a ottobre 2019, l’italiano Draghi). Elegge il proprio Presidente tra i ministri che lo compongono (da gennaio 2013 a gennaio 2018, l’olandese Dijsselbloem).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Euro Working Group (EWG)</h4>



<p>Organismo preparatorio formato da rappresentanti degli Stati membri dell’Eurozona facenti parte del Comitato economico e finanziario, da rappresentanti della Commissione Ue e da rappresentanti della BCE. Assiste sia l’Eurogruppo che il suo Presidente nella preparazione delle discussioni tra i ministri. I membri dell’Euro Working Group fanno anche parte del consiglio di amministrazione del Meccanismo europeo di stabilità (MES).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prestiti alla Grecia</h4>



<p>La Grecia ha sottoscritto tre programmi/prestiti, per un totale di oltre 288 miliardi erogati, pari a più del 150% del Pil greco (dati relazione Corte dei Conti Ue 2017, aggiornati alla conclusione dell’ultimo prestito).</p>



<p>Il primo: aprile 2010, denominato “Greek Loan Facility” (GLF), stanziato dall’FMI e dagli Stati membri dell’Eurozona sotto forma di prestiti bilaterali coordinati dalla Commissione Ue, pari a 110 miliardi, chiuso in anticipo a marzo 2012 (scadenza originale giugno 2013); ha erogato 73,6 miliardi (20,7 miliardi dall’FMI e 52,9 dai Paesi dell’Eurozona).</p>



<p>Il secondo: marzo 2012. Precondizione per il rilascio è stata una parziale ristrutturazione del debito greco, con la partecipazione dei privati, pari a 107 miliardi – la Grecia ha dunque fatto default parziale. Stanziato dall’FMI e dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF), il secondo prestito, pari a 172,6 miliardi, aveva scadenza originale dicembre 2014 ed è stato prorogato per due volte fino a giugno 2015; ha erogato 153,4 miliardi (11,6 miliardi dall’FMI e 141,8 dall’EFSF).</p>



<p>Il terzo: luglio 2015, prestito ponte di 7,16 miliardi stanziato dal MES, a cui si è aggiunto ad agosto 2015 un altro prestito MES pari a 86 miliardi, scadenza agosto 2018; ha erogato 61,9 miliardi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Funzionalità procedure prestiti</h4>



<p>Sottoscritto il Memorandum of Understanding (MoU) (3), l’erogazione delle rate del prestito concesso è vincolata a riesami trimestrali che verificano l’attuazione delle riforme programmate e il raggiungimento degli obiettivi fissati; se il riesame non viene concluso con successo la rata del finanziamento non viene erogata.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-8d0df2f481f32b19133d4977badd0d73">EUROLEAKS</h3>



<h4 class="wp-block-heading">19 dicembre 2014</h4>



<p>Proroga al 28 febbraio 2015 del secondo programma/prestito (EFSF) in scadenza a dicembre 2014.</p>



<h4 class="wp-block-heading">25 gennaio 2015</h4>



<p>Elezioni politiche in Grecia: Syriza risulta primo partito con il 36,34%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">27 gennaio</h4>



<p>Formazione del nuovo governo greco: Aléxis Tsipras è Primo ministro e Yanis Varoufakis ministro delle Finanze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">4 febbraio</h4>



<p>La BCE sospende la deroga che consentiva alla Banca centrale ellenica di accettare, da parte delle banche greche, titoli di Stato nazionali come garanzia sui prestiti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">11 febbraio. Eurogruppo, Bruxelles</h4>



<p>Il leak contiene solo il testo del discorso pronunciato all’Eurogruppo dal ministro delle Finanze greco. <strong>Varoufakis</strong> sottolinea la volontà di collaborare ma puntualizza un cambio di direzione: la situazione sociale ed economica della Grecia è drammatica e occorre tenerne conto, il nuovo governo è stato eletto per segnare questo cambiamento. Evidenzia che occorre ristabilire una fiducia. Entra poi nel merito, proponendo la sottoscrizione di un nuovo accordo anziché il rispetto del Memorandum of Understanding (MoU) relativo al secondo prestito e ancora da concludere: sono stati imposti obiettivi fiscali irrealistici e autolesionisti, afferma, e la Grecia non potrà crescere se rimane sulla strada dell’austerity. Il deficit di bilancio si è ridotto in cinque anni come in nessun altro Paese Ue e si registra un avanzo primario: non intendono metterlo a repentaglio ma occorre trattare sulle riforme. Il 70% di quelle contenute nel MoU sono in linea con il programma del governo e saranno attuate: riscossione delle imposte, gestione delle finanze pubbliche, riforma della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, miglioramento del clima imprenditoriale, pianificazione territoriale ecc. Altre invece occorre modificarle. Privatizzazioni: devono andare a favore della crescita e dei cittadini greci, e per questo il governo intende mantenere voce in capitolo nei rapporti di lavoro e ambiente; sarà creata una Banca di sviluppo che incorporerà i beni dello Stato e ogni privatizzazione sarà valutata entrando nel merito (peraltro vendere in un momento in cui i prezzi sono bassi non conviene a nessuno, evidenzia). Banche: propone di mobilitare i rimanenti 8 miliardi del fondo HFSF (4) per rafforzare il sistema bancario e ha un programma per ripulirle gli istituti dagli NPL (5); evidenzia come con la decisione della BCE del 4 febbraio le banche greche restino comunque garantite, perché si affidano all’assistenza della liquidità d’emergenza della Banca centrale (ELA) (6), tuttavia si aspetta che un accordo con l’Eurogruppo su un programma ponte permetta al Consiglio direttivo della BCE di rinnovare la deroga, ora sospesa, per l’idoneità dei titoli greci alle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema. Dipendenti pubblici: i reinserimenti delle persone ingiustamente licenziate che il governo ha dichiarato di voler fare sono un numero irrisorio rispetto alle 15.000 assunzioni già concordate per il 2015. Pensioni: i tagli che il governo ha dichiarato di non voler fare riguardano le pensioni al di sotto della soglia di povertà. Salario minimo: sarà ripristinato gradualmente fino al livello del 2012: se ciò ridurrà la competitività del settore privato, si agirà con altre tipologie di imposte o riforme. Infine, la situazione finanziaria. La Grecia deve rimborsare 5,2 miliardi all’FMI entro giugno e tra luglio e agosto scadono 6,7 miliardi di bond SMP: tutto questo crea una forte pressione sui conti pubblici. Chiede quindi che, come da accordi del novembre 2012, la BCE versi alla Grecia quanto le deve per le obbligazioni SMP (7), ossia 1,9 miliardi, girandoli direttamente all’FMI. Propone inoltre di lavorare con urgenza a un meccanismo di finanziamento ponte per garantire la liquidità: un accordo che, consentendo alla Grecia di emettere titoli di Stato a copertura del rimborso dei titoli SMP, non aumenti l’ammontare del debito ma ne modifichi la composizione. Conclude affermando che il governo greco è pronto a chiedere, al successivo Eurogruppo del 16 febbraio, una proroga del programma in scadenza, ma a patto che l’estensione sia il punto di partenza per un negoziato verso un accordo diverso.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>L’Eurogruppo si trova di fronte un governo neoeletto che mette in discussione il MoU concordato, non concluso, già prorogato e di lì a scadere. La cronaca di quei giorni racconta di una Ue che preme affinché Atene si impegni al rispetto degli accordi precedenti e nega l’ipotesi, già circolata, di un prestito ponte. Varoufakis chiarisce la posizione greca: fine dell’austerity, riforme improntate alla crescita, attenzione alla realtà sociale e situazione finanziaria da rivedere: il Paese non può sostenere i rimborsi dei prestiti in calendario senza un accordo ponte fino ad agosto che contempli la possibilità di emettere titoli di Stato a fronte degli SMP in scadenza e, nota dolente, chiede che la BCE versi alla Grecia gli extra-profitti già maturati ma tenuti in sospeso. Negoziare ha senso se si intraprende una strada diversa, nel rispetto del cambiamento politico che i cittadini greci hanno espresso nelle elezioni di gennaio.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb11eurogroup-yv" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb11eurogroup-yv</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">16 febbraio. Eurogruppo, Bruxelles</h4>



<p>Il leak contiene quattro documenti. La <strong>B</strong><strong>ozza Junker-Moscovici</strong> del 15 febbraio, nella quale l’Eurogruppo sottolinea che il governo greco ha ribadito l’impegno a rispettare gli obblighi finanziari nei confronti di tutti i creditori, e tale impegno è la base per la proroga del MoU esistente sotto forma di un programma intermedio come transizione verso un nuovo accordo di prestito. La <strong>Bozza Dijsselbloem-Dichiarazione dell’Eurogruppo sulla Grecia</strong> del 16 febbraio, definita “preliminare e confidenziale”, nella quale si legge che il governo greco chiede una proroga tecnica di sei mesi, l’Eurogruppo è d’accordo. CE, BCE e FMI comunicano che parallelamente sarebbe prudente estendere per sei mesi anche il programma del fondo HFSF per il sostegno al sistema bancario greco: l’Eurogruppo è d’accordo, sottolinea tuttavia che tali fondi possono essere utilizzati solo su valutazione delle Istituzioni e di una decisione dello stesso Eurogruppo. Infine è ribadito che l’impegno a fornire alla Grecia un sostegno finanziario adeguato fino a quando il Paese non avrà riacquistato il pieno accesso al mercato è condizionato al rispetto degli impegni assunti all’interno dell’accordo. Il <strong>Discorso di Varoufakis</strong> all’Eurogruppo del 16 febbraio, nel quale fa il punto. La Grecia si impegna a rispettare gli accordi di prestito, a non fare azioni che minaccino la stabilità finanziaria, a non fare tagli al valore nominale del debito greco. Ma c’è bisogno di un accordo a breve termine (da 3 a 6 mesi) e di principio secondo cui in questo periodo il Paese sarà finanziato in modo minimo solo per rispondere ai flussi di cassa a breve (per esempio incassare 1,9 miliardi di extra-profitti SMP dalla BCE da girare direttamente all’FMI, una ELA flessibile, un aumento del tetto delle emissioni di titoli a compensare gli SMP in scadenza in mano alla BCE). La difficoltà a dichiarare un impegno al MoU attuale, sottolinea, dipende dal fatto che così strutturato il programma non è ritenuto favorevole alla crescita ed è dunque impossibile da portare a termine con successo: il governo greco non vuole fare una promessa che non può mantenere. Teme che se si lavora all’interno della logica dell’attuale MoU non potrà che esserci un’ulteriore spinta verso la spirale debitoria deflazionistica e il governo perderebbe il sostegno popolare. È inoltre preoccupato per gli NPL che bloccano i prestiti a famiglie e imprese e vuole trovare al più presto una soluzione, anche tramite il fondo HFSF; è ansioso di sistemare la questione delle penali delle imposte arretrate che ammontano a 70 miliardi, non volendo premiare gli inadempimenti strategici di chi ha la disponibilità finanziaria a pagare ma salvaguardare chi non ce l’ha. Non sottoscrive l’obiettivo di 5 miliardi di incasso per le privatizzazioni perché sa che non è realizzabile. In merito ai pignoramenti immobiliari dei mutui in sofferenza, afferma che per motivi etici le case familiari non dovrebbero essere messe all’asta nel bel mezzo di una depressione economica, e che non avrebbe nemmeno senso gettare in strada centinaia di migliaia di famiglie in un momento in cui non ci sono acquirenti: si distruggerebbe quel che resta del mercato immobiliare, non generando capitale per le banche e alimentando la già orribile crisi umanitaria. Chiede che l’Eurogruppo si impegni a non domandare, nella fase di proroga del programma, misure recessive come tagli alle pensioni o aumenti IVA. Si dichiara infine pronto a presentare una richiesta di proroga del prestito fino ad agosto per poter scrivere un nuovo accordo, concordando una serie di ragionevoli condizionalità per la durata del periodo. La<strong> </strong><strong>Dichiarazione di Varoufakis alla</strong><strong> Conferenza stampa dell’Eurogruppo</strong> del 16 febbraio, nella quale dichiara che Istituzioni e Grecia non sono riuscite a sottoscrivere un comunicato comune perché persiste un sostanziale disaccordo sul portare a termine il programma esistente o scriverne uno nuovo. A seguito di questa impasse Dijsselbloem e Tsipras mercoledì (11 febbraio) avevano concordato un comunicato congiunto per far sì che le due parti esplorassero “un terreno comune tra il programma attuale e i piani del nuovo governo per un nuovo accordo con l’Europa”. Prima della riunione dell’Eurogruppo Moscovici (CE) ha presentato a Varoufakis una bozza di comunicato che Varoufakis ha firmato, e sulla base di tale accordo ha chiesto la proroga del contratto di prestito; tuttavia, pochi minuti prima della riunione, il documento è stato sostituito dal Presidente dell’Eurogruppo (Dijsselbloem) con un testo che ha riportato la situazione a mercoledì (11 febbraio), quando il governo greco è stato costretto a firmare una proroga non dell’accordo di prestito ma del programma, ricevendo in cambio solo due nebulose parole: “some flexibility” (un po’ di flessibilità, <em>n.d.a.</em>). In queste circostanze, conclude Varoufakis, si è rivelato impossibile firmare il comunicato stampa comune.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Primi attriti resi pubblici in conferenza stampa da Varoufakis. Al centro c’è sempre il MoU precedente, da rispettare se il programma viene prorogato, per la Ue, da modificare perché ritenuto recessivo e insostenibile sotto il profilo finanziario, economico e sociale, per il nuovo governo greco. Fanno da sfondo passi avanti e indietro e giochi delle parti tra Commissione Ue ed Eurogruppo. Alla fine la Grecia richiede l’estensione di sei mesi del programma, ma le questioni della liquidità e della sostenibilità del debito ellenico sono messe alla porta.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb16eurogroup-draft-statements" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb16eurogroup-draft-statements</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">20 febbraio. Eurogruppo, Bruxelles</h4>



<p>Dichiarazione stampa Eurogruppo: “L’Eurogruppo prende atto, nel quadro dell’accordo esistente, della richiesta delle autorità greche di un’estensione del Master Financial Assistance Facility Agreement (MFFA) [&#8230;] scopo della proroga è il completamento positivo del riesame sulla base delle condizioni dell’attuale accordo, utilizzando al meglio la flessibilità data, che sarà considerata congiuntamente con le autorità greche e le Istituzioni. Le autorità greche presenteranno un primo elenco di misure di riforma, basate sull’attuale accordo, entro la fine di lunedì 23 febbraio. Le Istituzioni forniranno un primo punto di vista se questo è sufficientemente completo da costituire un valido punto di partenza per una conclusione positiva del riesame. Tale elenco sarà ulteriormente specificato e poi concordato con le Istituzioni entro la fine di aprile. Solo l’approvazione della conclusione del riesame dell’accordo esteso da parte delle Istituzioni consentirà a sua volta l’eventuale esborso della quota in sospeso dell’attuale programma EFSF e il trasferimento degli utili dell’SMP 2014. Entrambi sono nuovamente soggetti all’approvazione dell’Eurogruppo. [&#8230;] l’Eurogruppo concorda sul fatto che i fondi, finora disponibili nel buffer dell’HFSF, dovrebbero essere detenuti dall’EFSF, liberi da diritti di terzi per la durata dell’estensione del MFFA. I fondi continuano a essere disponibili per la durata dell’estensione del MFFA e possono essere utilizzati solo per i costi di ricapitalizzazione e di risoluzione delle crisi bancarie. Saranno sbloccati solo su richiesta della BCE/SSM. [&#8230;] Le autorità greche ribadiscono il loro inequivocabile impegno a onorare pienamente e tempestivamente i loro obblighi finanziari nei confronti di tutti i creditori. Le autorità greche si sono inoltre impegnate a garantire gli appropriati avanzi di bilancio primari o i proventi di finanziamento necessari per garantire la sostenibilità del debito, in linea con la dichiarazione dell’Eurogruppo del novembre 2012. Le Istituzioni, per l’obiettivo di avanzo primario del 2015, terranno conto delle circostanze economiche del 2015. [&#8230;] Le autorità greche si impegnano ad astenersi da qualsiasi <em>rollback</em> di misure e cambiamenti unilaterali alle politiche e alle riforme strutturali che avrebbero un impatto negativo sugli obiettivi di bilancio, sulla ripresa economica o sulla stabilità finanziaria, come valutato dalle Istituzioni”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Di fatto un accordo che lascia poco spazio di manovra. L’Eurogruppo non si sposta dai propri capisaldi: la rata in sospeso del prestito EFSF e gli extra-profitti SMP sono vincolati agli step positivi di riesame dell’attuazione del ‘nuovo’ MoU; il fondo HFSF può essere utilizzato solo per la ricapitalizzazione delle banche ed è soggetto alle decisioni della BCE – Varoufakis ne aveva chiesto l’uso anche per risolvere il problema degli NPL, e l’esecutivo greco non ha voce in capitolo sulle decisioni di un fondo che utilizza denaro pubblico, debito che sarà la Grecia a dover ripagare –; nessun passo indietro sulle riforme attuate dai governi precedenti (rollback); garanzia di avanzi primari nel bilancio pubblico; impegno a rimborsare puntualmente le rate dei prestiti. La Grecia ha nulla più di una “flessibilità data” in cui potersi destreggiare. Da questa base partono le trattative.</p>



<p><a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2015/02/20/eurogroup-statement-greece" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2015/02/20/eurogroup-statement-greece</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">24 febbraio. Eurogruppo+Troika, conference call</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p>Come da accordi, il governo greco ha presentato la sua proposta il 23 febbraio sulle riforme da concordare entro aprile 2015. Contiene: aliquote IVA (evitare un impatto negativo sulla giustizia sociale); spesa pubblica (razionalizzare senza toccare spese per salari e pensionistiche; avere una spesa sanitaria che possa garantire l’accesso universale); sistema pensionistico (eliminare gli eccessivi prepensionamenti anche attraverso un reddito di base garantito tra 50 e 65 anni); corruzione; arretrati fiscali (calibrare il regime di rateizzazione per valutare chi ha incapacità a pagare e chi attua invece inadempienza strategica); banche e NPL (usare il fondo HFSF per la stabilità del settore; evitare pignoramenti/aste della residenza principale, anche per ridurre l’impatto fiscale che si avrebbe a causa di un maggior numero di senzatetto – le vendite massicce provocano anche un calo dei prezzi nel mercato immobiliare con conseguente effetto negativo sul portafoglio banche –; nuove misure a sostegno di famiglie non in grado di pagare i mutui); privatizzazioni (revisione di quelle non ancora avviate per massimizzare i benefici per lo Stato, esame separato e nel merito di ogni singola privatizzazione); lavoro (impiego minimo temporaneo per i disoccupati, rinnovo contrattazione collettiva, aumento progressivo dei salari minimi); concorrenza; indipendenza istituzionale ELSTAT (8); crisi umanitaria (si registra un aumento della povertà assoluta a cui si deve rispondere con buoni pasto, emissione smart card per accesso sanità ecc.; valutazione di un reddito minimo garantito al fine di estenderlo a livello nazionale). L’Eurogruppo ne discute. <strong>Moscovici</strong> (CE) ritiene la proposta sufficientemente completa per essere un punto di partenza ma priva dei dettagli che possano consentire di valutare ogni singola misura. Sottolinea che non sostituisce il MoU e che il governo greco non deve modificare le riforme già attuate: ogni iniziativa politica deve essere prima discussa con le Istituzioni. Evidenzia che ci vuole tempo perché si vedano i risultati delle riforme e focalizza alcune questioni: l’ELSTAT deve essere indipendente; le privatizzazioni devono continuare rapidamente; modifiche legislative apportata al settore bancario devono essere confermate, così come quelle relative alla rateizzazione delle imposte, per far sì che i contribuenti inizino a pagare. <strong>Draghi </strong>(BCE)<strong> </strong>nota che le proposte greche differiscono dagli impegni del programma precedente in diversi settori, ma l’elenco è completo e può essere un punto di partenza. Sottolinea come non sia messo in discussione il MoU, e nel caso le attuali proposte vogliano farlo sarà valutato in fase di riesame, durante il quale le Istituzioni sostituiranno le misure non accettate. Chiede che il governo greco renda chiaro e palese che non ci sarà alcun rinvio sugli impegni di riforme presi nel programma precedente, visto gli annunci pubblici in senso contrario. Evidenzia che non ci sarà alcuna moratoria sulle vendite all’asta delle case pignorate né alcuna iniziativa per la riduzione del debito pubblico greco. Anche <strong>Lagarde</strong> (FMI) è preoccupata dall’atteggiamento del governo greco, che crea aspettative di cambiamenti rispetto al programma stabilito. Esorta Varoufakis a ridurre il “rumore” mediatico e a dire chiaramente che c’è un solo programma. Chiede infine quale sia la situazione della liquidità. <strong>Schäuble</strong> (Germania) ribadisce che è stata concessa una proroga al MoU e non un cambiamento. Aggiunge che se saranno rilasciati nuovi fondi per l’HFSF, ciò avverrà solo su richiesta della BCE e del Meccanismo di vigilanza unico (SSM): deve essere chiaro perché è un aspetto che può creare problemi al Parlamento tedesco. In merito alle riforme, evidenzia come non sia stata ancora adeguatamente affrontato il tema dei licenziamenti collettivi. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) prende atto delle osservazioni e afferma di voler collaborare con le Istituzioni e discutere con loro ogni misura prima di metterla in atto. Evidenzia: la volontà di autonomia dell’ELSTAT; il fatto che la rateizzazione delle imposte deve essere rivista tenendo conto della situazione sociale, così come la messa in vendita delle case pignorate – evidenziando anche come, data la situazione del mercato immobiliare (prezzi bassi) ciò non vada nemmeno a favore delle banche –; le privatizzazioni saranno portate avanti combinando l’interesse pubblico con la necessità. Assicura che c’è un solo programma, ma che in tre Eurogruppi si è discusso dell’importanza di combinare il MoU con le priorità del nuovo governo greco, e spera di andare in quella direzione. Afferma infine che non è al momento nella posizione di chiarire la situazione della liquidità dello Stato ellenico, di certo non è affatto buona.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>La Grecia presenta la sua proposta, la Troika e la Ue dichiarano che è un buon punto di partenza ma di fatto richiamano il Paese al rispetto del MoU e a evitare rollback: esiste un solo programma, è stato prorogato e non modificato, e Varoufakis deve astenersi dal creare mediaticamente aspettative di cambiamento. Il disastro sociale che vive la Grecia, con una povertà sempre più drammatica, non è tema che interessi la Troika, preoccupata di tutelare il sistema bancario – le case pignorate devono essere messe all’asta e i fondi HFSF sono sotto il diretto controllo della BCE – e di vedersi rimborsati i prestiti: non ci sarà alcuna ristrutturazione del debito pubblico greco, ribadisce Draghi. Nemmeno l’alto di tasso di disoccupazione è un problema, si deve anzi affrontare la questione dei licenziamenti collettivi. L’attenzione di Schäuble alle dinamiche parlamentari tedesche evidenzia quanto gli interessi nazionali incidano sulle decisioni dell’Unione europea.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb24eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/feb24eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">25 febbraio</h4>



<p>Tra l’Eurogruppo del 24 febbraio e quello del 24 aprile il governo greco presenta le sue proposte in dettaglio. Il <strong>Greek MoF Reform Proposal</strong> (15 marzo), nel contesto dell’accordo del 20 febbraio, evidenzia come il primo obiettivo sia sbloccare il finanziamento a breve termine che permetterà alla Grecia di far fronte ai propri obblighi, e insieme accordarsi con la BCE per poter riprendere l’emissione di bond sovrani, titoli che le banche greche possano scontare presso la Banca centrale per avere liquidità. Contiene inoltre proposte dettagliate di riforme per l’anno 2015, relative a: sostenibilità di bilancio, fiscalità, privatizzazioni, pubblica amministrazione, sviluppo economico e concorrenza, settore bancario, settore energetico, mercato del lavoro, sicurezza sociale e sanità, pensioni. Il <strong>Greek MoF Position Paper</strong> (15 marzo), relativo alla negoziazione in corso e al periodo successivo alla sua conclusione, programmata per giugno 2015, contiene l’elenco delle proposte di riforme strutturali e fiscali del Greek MoF Reform Proposal in forma più stringata e una sintesi conclusiva sulle posizioni della trattativa in corso: le riforme del MoU precedente ancora da attuare, le relative valutazioni, in accordo o disaccordo, del governo greco, le contro-proposte del governo greco. Il <strong>Greek MoF Debt Sustainability Analysis</strong> (15 aprile) è un’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico greco e il <strong>Greek MoF Fiscal Primary Surplus Target Proposal</strong> (15 aprile) studia l’avanzo primario fiscale dei conti pubblici ellenici.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/extras/greek-finance-ministry-s-proposals-march-april-2015" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/extras/greek-finance-ministry-s-proposals-march-april-2015</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">27 febbraio</h4>



<p>Seconda proroga, fino al 30 giugno, del secondo programma/prestito (EFSF).</p>



<h4 class="wp-block-heading">17 marzo. Euro Working Group, conference call</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p>Il leak è preceduto da questa nota: “Verso la fine di febbraio, Pierre Moscovici e Yanis (Varoufakis, <em>n.d.a.</em>) avevano stretto un accordo sul processo di lavoro. I quadri della Troika non sarebbero più arrivati ad Atene, non sarebbero entrati nei ministeri e non avrebbero più imposto politiche ai ministri. Tutte le trattative politiche si sarebbero svolte a Bruxelles (il termine <em>Gruppo di Bruxelles</em> è stato coniato a questo scopo) e solo i tecnici della Troika si sarebbero recati ad Atene per consultare le loro controparti nei ministeri. Tuttavia, subito dopo il loro arrivo ad Atene, i rappresentanti della Troika hanno chiesto il ritorno al modo di operare precedente: l’accesso ai ministri in modo da poter far loro pressione [&#8230;]”.</p>



<p><strong>Buti </strong>(CE) apre la riunione con la richiesta di velocizzare i tempi, perché la situazione sarà critica ai primi di aprile. Secondo <strong>Costello </strong>(CE) la frequenza, l’intensità e il dettaglio delle interazioni ad Atene non è come in passato, e a meno che non si acceleri non ci sarà una conclusione positiva entro aprile. Sottolinea la mancanza di sintonia sulla portata delle negoziazioni: l’EWG necessita di un approccio globale per valutare le proposte greche, mentre i colleghi ellenici sembrano volere una discussione più ristretta ad alcune questioni chiave. L’EWG ha bisogno anche di accertare le intenzioni politiche del governo, sia sugli impegni presi in precedenza sia sulle nuove misure, e lamenta una “pletora” di annunci che rendono difficile capirle. Infine commenta il disegno di legge in discussione il giorno successivo al Parlamento greco, contenente alcune misure umanitarie (accesso all’elettricità, all’alloggio e al cibo): lo preoccupa l’incidenza sui costi del bilancio e la possibilità che durante la discussione in Aula siano inseriti degli emendamenti relativi alla contrattazione collettiva e agli appalti pubblici, così come è già stato toccato l’ambito del coordinatore anticorruzione. <strong>Cœuré</strong>(BCE) teme azioni unilaterali da parte della Grecia e aggiunge che il disegno di legge umanitario è estremamente generoso per il numero di persone e il livello di reddito che andrebbe a coprire. Afferma che la liquidità delle banche ha iniziato a stabilizzarsi ma gli sviluppi futuri dipendono dalla percezione generale del progresso della discussione e dal fabbisogno dello Stato: la BCE non si è opposta finora a un aumento della liquidità di emergenza (ELA) che tramite le banche viene fornita al settore privato ma non al bilancio pubblico – operazione vietata dai Trattati. Per questo la BCE continuerà a monitorare che la quantità di titoli di Stato detenuta dalle banche greche non superi la soglia stabilita. <strong>Thomsen </strong>(FMI) afferma che non si stanno facendo progressi, i tecnici sono stati trattati male ad Atene e non c’è volontà di collaborazione. Il <strong>rappresentante greco</strong> (non è indicato il nome, <em>n.d.a.</em>) afferma che le squadre tecniche hanno violato i termini dell’accordo: dovevano limitarsi a recuperare informazioni. Il Primo ministro greco Tsipras ha dunque spostato il processo di ricerca di una soluzione a un livello esclusivamente politico, quindi non ritiene che questa teleconferenza possa essere di qualche utilità. Conclude affermando di non essere autorizzato a dire altro. <strong>Thomas </strong>(non è indicato il cognome quindi non è possibile risalire all’istituzione che rappresenta, <em>n.d.a.</em>) pone una indicazione generale circa la comunicazione pubblica, ricordando che è importante dire che loro (i tecnici delle Istituzioni, <em>n.d.a.</em>) sono sempre stati disposti a collaborare, quindi non sono loro a fermare la cooperazione. <strong>Wieser </strong>(presidente EWG) concorda con quanto detto dai colleghi e ricorda gli estremi dell’accordo del 20 febbraio: l’estensione è stata concessa per portare a buon esito il riesame, sulla base delle condizioni dell’attuale accordo, facendo il miglior uso della flessibilità data, che sarà definita congiuntamente con autorità greche e Istituzioni. Aggiunge che l’accordo prosegue dicendo che solo l’approvazione finale del riesame in corso permetterà l’esborso della quota in sospeso dell’attuale programma EFSF e il trasferimento degli utili SMP 2014, ed entrambi i passaggi sono soggetti all’approvazione dell’Eurogruppo. Mentre da parte greca sembra ci siano continui tentativi di rollback.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Per i tecnici dell’EWG l’accordo del <em>Gruppo di Buxelles</em> stretto tra Varoufakis e Moscovici è un problema: rallenta il lavoro – ed entro aprile si deve concludere – e non consente più alla Troika di esercitare uno stretto controllo sulla politica greca, con il rischio che si discosti dal MoU. Le questioni umanitarie non scaldano l’animo dei tecnici, che si limitano a valutarle dal punto di vista dei costi finanziari. La BCE fa pressione con l’arma che le è propria: la liquidità. Il sistema bancario greco sta in piedi grazie all’ELA, e la sua stabilità dipende dall’avanzamento positivo del riesame sul MoU; tramite l’ELA inoltre la BCE sta sostenendo il settore privato del Paese, economico e finanziario, non il bilancio pubblico dello Stato. Il governo ellenico ribadisce che la negoziazione non è tecnica ma politica, e come tale va trattata.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/mar17ewg" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/mar17ewg</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">1° aprile. Euro Working Group, conference call</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Buti</strong> (CE) chiede maggiore collaborazione da parte dei tecnici del governo per definire nel dettaglio e a un ritmo più celere le misure da applicare, o non sarà possibile raggiungere un accordo entro aprile. Indica la necessità di una revisione dell’imposta sui redditi, di una modernizzazione del codice anticorruzione, di misure antievasione e che migliorino la riscossione dell’IVA, della creazione di un’amministrazione delle imposte indipendente e della rimozione delle barriere alla competizione. Aggiunge che va affrontato il problema degli NPL delle banche greche: da un lato non serve un’estensione generalizzata della moratoria sul pignoramento della prima casa ma, anzi, va permesso alle banche di rivalersi su chi ha un reddito elevato e non paga i propri debiti minacciando il sequestro dei beni; dall’altro va istituita una rete di protezione sociale. Nota una volontà di rollback sul programma precedente da parte del governo greco nell’ambito delle pensioni (accesso al pensionamento anticipato) e delle privatizzazioni (ridimensionamento) e vuole chiarimenti circa le intenzioni su salario minimo e contrattazione collettiva. Fa presente l’urgenza di affrontare il tema della liquidità: è inutile continuare a discutere degli extra-profitti SMP e occorre concentrarsi su come la Grecia possa rimborsare i prestiti in scadenza ad aprile, ricordando che si è formalmente impegnata a farlo, e pagare stipendi e pensioni. Una legge che permetta l’accesso alle risorse degli enti governativi sarebbe un buon segnale. <strong>Cœuré</strong> (BCE), soddisfatto per l’ampiezza delle discussioni che si tengono a Bruxelles, ribadisce l’insoddisfazione per la poca condivisione durante gli incontri tecnici. Il governo ha legiferato in direzione diversa rispetto a quanto stabilito (mercato del lavoro, politiche fiscali e una rateizzazione delle imposte troppo generosa che copre anche famiglie che non hanno problemi a pagare). La BCE è preoccupata per l’aumento del flusso del credito in uscita e per la moratoria sui sequestri degli immobili troppo estesa, situazioni che possono minare la solidità delle banche: non è contraria ad aumentare l’ELA alla banca centrale greca (già passata dai 45 miliardi di dicembre a 107 miliardi) ma le banche devono essere tutelate. Chiede che l’HFSF mantenga la sua autonomia dallo Stato. Affronta infine il tema della riattivazione della deroga sull’ammissibilità dei titoli di Stato greci a garanzia dei prestiti richiesti dalle banche greche alla banca centrale (gli viene chiesto da un interlocutore non precisato se tale riattivazione avrebbe un effetto positivo sulla liquidità a disposizione del governo). Ci sono due questioni distinte, risponde Cœuré: la quantità di titoli di Stato consentita dalla politica monetaria; il quadro di monitoraggio dell’EBA (9) in merito alla quantità di titoli di Stato detenuti dalle banche greche e dalla BCE, al fine di assicurare che non vi sia alcun finanziamento allo Stato ellenico. Inoltre va limitato l’acquisto di bond greci da parte delle banche per ragioni di liquidità. Ci vorrebbero quindi due decisioni separate – una del consiglio direttivo della BCE e l’altra del consiglio di vigilanza – perché qualcosa possa sbloccarsi, ma serve la prospettiva di una conclusione positiva del riesame per l’intero accordo.<strong> Theocarakis</strong> (Grecia) sostiene che ridurre ulteriormente le pensioni già basse non sia una riforma accettabile e stanno modificando nel complesso il sistema: puntano ad aumentare le risorse per le pensioni anche regolando la contrattazione collettiva e facendo emergere il lavoro nero (un terzo degli occupati). Le privatizzazioni continuano e prevedono 1,5 miliardi di entrate. Il pignoramento delle prime case in un momento di prezzi bassi riduce il valore del portafoglio immobiliare delle banche. Situazione liquidità: nel 2015 la Grecia ha già effettuato pagamenti per 7 miliardi senza ricevere nulla dei prestiti programmati, sono a corto di risorse ed è molto difficile andare oltre il 9 aprile (data in cui scade un rimborso all’FMI per 458 milioni, <em>n.d.a.</em>): pensare quindi che il riesame finale del programma possa precedere un accordo sulla liquidità è irrealistico. Risponde infine a un interlocutore non precisato che ha proposto di trovare la liquidità prendendola dagli enti extra-bilancio, dalle autorità regionali o vendendo azioni delle società pubbliche: la Grecia non ha una legislazione che preveda l’utilizzo di denaro extra-bilancio e non intendono legiferare per assorbire da vari enti le ultime gocce di liquidità rimaste, afferma Theocarakis, e sarebbe comunque insufficiente per ripagare l’FMI e coprire stipendi e pensioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>I tecnici EWG lamentano ancora poca collaborazione e il fatto che il governo greco stia attuando rollback e riforme non in linea con il MoU, e premono sulla necessità di trovare la liquidità necessaria a ripagare i creditori in ogni modo possibile, senza perdersi nella discussione sugli extra-profitti SMP – che pure spettano alla Grecia e che permetterebbero di avere a disposizione una parte della liquidità mancante. Ribadiscono quanto, al di là dell’ELA, ogni cambiamento di politica monetaria sia vincolato a un riesame positivo dell’accordo in essere, chiudendo quindi a qualsiasi via d’uscita alternativa. Da parte greca, vista la crisi dei conti pubblici dovuta anche ai 7 miliardi di pagamenti già effettuati in appena tre mesi, si evidenzia l’urgenza di anteporre la questione liquidità alla conclusione del programma, e si rivendica l’attenzione alla drammatica situazione sociale. Data l’irremovibilità della Troika la strada verso un accordo si fa impervia.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">24 aprile. Eurogruppo+Troika, Riga</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) apre ricordando che c’è fretta di raggiungere un accordo. <strong>Moscovici </strong>(CE) esprime perplessità su quanto fatto dal governo ellenico fino a quel momento perché su determinati aspetti (contratti collettivi, privatizzazioni, pensioni) si evidenziano ancora carenze e lentezze. La preoccupazione è condivisa da <strong>Draghi</strong> (BCE) che lamenta l’incertezza sulla conclusione del riesame e ciò crea dubbi sulla solvibilità della Grecia. Anche la liquidità del sistema bancario è fragile: l’ELA è stata aumentata fino a 111 miliardi ma la BCE continuerà a fornire liquidità alle banche solo se restano solvibili, e più il tasso d’interesse sui titoli sovrani cresce (è al livello più alto dal 2012) più scendono le loro garanzie. <strong>Thomsen</strong> (FMI) aggiunge che il bilancio greco è in pareggio nella migliore delle ipotesi mentre si voleva l’1,5% di avanzo, e che le riforme greche si stanno muovendo nella direzione sbagliata. Per <strong>Regling</strong> (amministratore delegato EFSF+direttore generale MES) c’è un problema liquidità perché le proposte greche sono indirizzate alla protezione di famiglie e imprese indebitate e non lavorano sul budget delle banche, e perché i titoli greci hanno rating tripla C e quindi sono a rischio default. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) afferma che stanno facendo più di quanto richiesto, per esempio la tassazione: si vuole creare un organo indipendente simile all’IRS a-mericana. Le privatizzazioni non sono state fermate, si sta lavorando non sui prezzi ma per fissare quote di investimenti privati in un’ottica di sviluppo. Il mercato del lavoro soffre di un eccessivo grado di informalità, da cui la risposta dei contratti collettivi. Gli NPL si stanno affrontando. In merito al bilancio, partire da una percentuale desiderata di debito/Pil e individuare a ritroso il surplus primario per ogni anno è un metodo che crea aspettative irrealistiche: il consolidamento fiscale deve essere compatibile con il tasso di crescita. Conclude che non è facendo pressione sulla liquidità che si può raggiungere una soluzione, anzi, può portare alla rottura delle negoziazioni. <strong>Kažimír</strong> (Slovacchia) afferma che il sistema pensioni non è sostenibile, e che se la Grecia non vuole accettare le condizioni per avere ‘aiuto’ forse vanno discusse le conseguenze. <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) ricorda che il programma definito il 20 e il 24 febbraio può essere flessibile a patto che si raggiungano gli obiettivi e al momento sono stati fatti pochi progressi. Inoltre il processo è frammentario: va avanti un po’ a Bruxelles e un po’ ad Atene. È necessario lavorare solo ad Atene senza fare distinzione tra discussione e lavoro tecnico. <strong>Moscovici</strong> (CE) ribadisce che il tempo sfugge: la Grecia avrà problemi di liquidità fra due settimane e Varoufakis non ha fornito le informazioni necessarie. <strong>Mramor </strong>(Slovenia) ricorda che il suo Paese è particolarmente esposto sull’economia ellenica e ha difficoltà a convincere gli sloveni che si debba aiutare ulteriormente la Grecia: forse è il momento di discutere un piano B. <strong>Padoan </strong>(Italia) sottolinea che il programma del 24 febbraio sta cedendo. La liquidità concessa alla Grecia è enorme ma sta finendo e va cambiato sia il processo che il contenuto. <strong>Šadžius </strong>(Lituania) trova che la Grecia viva al di sopra delle proprie possibilità: aumentare il salario minimo è una follia nel momento in cui si ha il 30% di disoccupazione più il 30% di occupazione irregolare. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) replica che la Grecia farà quello che serve per non cadere nel disavanzo primario e finora ha visto una gigantesca riduzione del deficit strutturale. Circa la procedura, le modalità attuali – concordate peraltro con la Commissione europea – devono restare perché se la Troika torna ad Atene si accentuerebbe l’avversione del popolo greco al processo negoziale. Contrariamente a quanto affermato, la Grecia vive entro le proprie possibilità: nell’ultimo anno si è registrato un surplus primario, seppur contenuto. La mancanza di liquidità non ha a che fare con il bilancio primario ma con una serie di pagamenti programmati all’FMI. Riguardo alle pensioni, annullarne le riduzioni non è tornare indietro tenendo conto della crisi dell’economia greca. <strong>Dijssel</strong><strong>bloem </strong>(presidente Eurogruppo+Olanda) dissente. Non deve esserci nessun rollback rispetto alle misure concordate. Per quanto riguarda la procedura, quella di un tempo funzionava, quella attuale no, quindi va cambiata: ci si aspetta collaborazione da parte greca su questa richiesta. Conclude affermando che la preoccupazione per lo stato attuale e la sensazione di urgenza saranno espresse alla stampa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Il tempo sfugge, la liquidità manca e non si vede un accordo all’orizzonte perché la Grecia non cede sulle modifiche che vuole apportare al MoU, né sul piano degli obiettivi di bilancio né sugli aspetti sociali delle riforme. L’intervento di Draghi, che ricorda il legame dell’ELA con la solvibilità delle banche greche e quindi dei titoli di Stato ellenici, sa di velata minaccia affinché la Grecia si decida ad accettare il programma. Gli interessi nazionali premono: la Slovenia deve fare i conti con il consenso interno e insieme alla Slovacchia inizia a parlare di Grexit. Lo stesso comunicato stampa dell’Eurogruppo diventa uno strumento di pressione: esprimere preoccupazione e urgenza peggiora la già debole posizione della Grecia sui mercati: i suoi titoli segnano rating tripla C e il rischio default è dietro l’angolo. Equivale a dare il via alla speculazione finanziaria.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/apr24eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/apr24eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">11 maggio. Eurogruppo+Troika, Bruxelles</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p>Il governo greco ha appena presentato un dettagliato programma “anti-MoU”: “A Policy Framework for Greece’s Fiscal Consolidation, Recovey and Growth”. Il primo intervento della riunione (non identificato nel leak) è verosimilmente di <strong>Moscovici</strong> (CE), che riconosce i progressi compiuti nella trattativa sebbene manchi ancora un accordo tecnico. L’attenzione è su riforma IVA, privatizzazioni (alcune gare non sono andate avanti), apertura dei mercati di gas e altri beni, mercato del lavoro (contrattazione collettiva e salario minimo). Nel secondo intervento, anche questo non identificato, verosimilmente <strong>Cœuré</strong> (BCE) introduce la questione dell’estrema fragilità della liquidità delle banche greche: il sistema al momento riceve 114 miliardi (pari al 64% del Pil). Tale liquidità continuerà a essere estesa dalla BCE tramite l’ELA, finché le banche greche saranno solvibili e avranno sufficiente collaterale (che sottolinea essere limitato), purché il governo non ne diventi dipendente. Occorre raggiungere un accordo per risollevare la fiducia dei mercati e nei depositi bancari, ed è positiva in tal senso la conferma che il giorno successivo sarà versata la rata dovuta all’FMI. Per quanto riguarda il riesame, riconosce alcuni passi avanti, sebbene l’accordo rimanga lontano. Tra i punti critici: il programma di privatizzazioni, gli NPL e le riforme di IVA, pensioni, mercato del lavoro, welfare (considerato fondamentale per l’equità complessiva delle riforme strutturali). L’opinione sul riesame è condivisa anche da <strong>Thomsen </strong>(FMI), che si concentra sulle riforme di IVA, pubblica amministrazione, lavoro, pensioni (considerate ancora troppo generose): afferma che in questi ambiti il governo greco sta facendo marcia indietro, o dichiara di volerlo fare, rispetto alle riforme implementate dal 2010 in poi, senza fornire alternative. <strong>Wieser</strong> (presidente EWG) si limita a rimarcare che c’è ancora molto da fare e i tempi sono stretti: il programma scade il 30 giugno e bisogna iniziare a negoziare sul serio. Interviene quindi <strong>Varoufakis </strong>(Grecia), rispondendo alle questioni sollevate. Ribadisce innanzitutto che la linea del governo non cambia: i ministri greci parlano con gli altri ministri, non con i tecnici delle Istituzioni. Elenca poi le concessioni fatte, che sono l’unica ragione dei passi avanti nelle trattative: si va verso un accordo sugli NPL e sull’indipendenza dell’autorità fiscale; si sta trattando sulla riforma IVA; c’è una proposta di legge per aumentare responsabilità e trasparenza di ELSTAT. Pensioni: oltre a tagliare bisogna anche rendere sostenibile il sistema, intervenendo sul lavoro nero (circa un terzo del totale). Per quanto riguarda la liquidità, ricorda che la Grecia non ha accesso al mercato da lungo tempo eppure ha rispettato tutti gli impegni con i creditori internazionali, per un ammontare pari al 14% del Pil (in termini annualizzati) nel solo 2015. Per farlo il governo ha dovuto sospendere i pagamenti ai creditori interni e drenare risorse dal sistema pubblico (sanità, università ecc.) e dagli enti locali; ha attinto a ogni riserva di liquidità, al punto che eventi imprevisti potrebbero mettere a repentaglio i servizi essenziali. Ricorda dunque che era stato assicurato al governo greco l’accesso alla liquidità necessaria a svolgere le funzioni essenziali finché i negoziati avessero fatto passi avanti: il negoziato è progredito ma la liquidità non è stata garantita. Chiede dunque che il comunicato finale di questo Eurogruppo riconosca le concessioni alle riforme fatte dal governo greco, in modo da consentire alle istituzioni competenti di estendere la liquidità al livello necessario. Dichiara che nonostante la mancanza di liquidità il governo greco firmerà solo un accordo che contenga obiettivi che reputa raggiungibili: diversamente sarebbe un atto di disonestà verso i partner, i creditori e il popolo greco. Sarebbe ripetere, afferma, gli errori e i misfatti commessi dai governi ellenici del passato.</p>



<p>Il comunicato che subito dopo esce dall’Eurogruppo, richiamando gli accordi del 20 febbraio, dichiara: “Quando le istituzioni raggiungeranno un accordo sulle conclusioni del riesame l’Eurogruppo deciderà circa il possibile versamento dei fondi in sospeso previsti da questo accordo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Sanità, università, enti locali: la Grecia sta togliendo denaro dal welfare per rimborsare le rate dei prestiti. Sta mettendo a rischio i servizi essenziali dello Stato. Ad avanzamento dei negoziati la liquidità minima doveva essere garantita. Il governo ha presentato una proposta “anti-Mou” che contiene concessioni, facendo fare passi avanti alla trattativa, ma la liquidità non è arrivata né arriverà fino alla conclusione del riesame, come da comunicato stampa dell’Eurogruppo. I punti critici sono ancora gli stessi: privatizzazioni, NPL, pensioni, lavoro. Più che un negoziato appare sempre più un ricatto, l’arma in mano all’Unione europea è la liquidità. Varoufakis mostra di esserne consapevole, nella domanda che si pone: “Se abbiamo così poca liquidità, perché non colmiamo più rapidamente il divario sulle questioni in sospeso?” Perché il governo greco non firmerà un accordo che contiene obiettivi irraggiungibili e che non ritiene giusto, si risponde. Meno di due mesi alla scadenza.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/may11eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/may11eurogroup</a></p>



<p>Comunicato finale <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2015/05/11/eurogroup-statement-greece" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2015/05/11/eurogroup-statement-greece</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">5 giugno</h4>



<p>Esce sul Financial Times la proposta greca di ristrutturazione del debito. Il documento contempla: la richiesta di un prestito al MES per 27 miliardi, con cui riacquistare e ritirare le obbligazioni SMP ancora detenute dalla BCE girando i relativi 9 miliardi di extra-profitti a pagamento di parte del debito FMI; la trasformazione del credito dei Paesi dell’Eurozona (Greek Loan Facility, il primo finanziamento) in un prestito perpetuo (pagamento solo degli interessi) oppure a 100 anni oppure in obbligazioni indicizzate al Pil; il dimezzamento del rimborso del capitale del secondo prestito EFSF, con il pagamento per intero degli interessi. Solo l’FMI si mostra disponibile a discuterne, valutando necessaria una ristrutturazione del debito senza la quale ritiene che il debito greco sia di fatto insostenibile.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/extras/5-june-financial-times-article-describing-greek-mof-debt-restructuring-plan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/extras/5-june-financial-times-article-describing-greek-mof-debt-restructuring-plan</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">11 giugno</h4>



<p>Il governo ellenico presenta un secondo “anti-MoU” intitolato “Ending the Greek Crisis”, che incorpora nelle proposte di riforme i nuovi obiettivi fiscali (avanzi primari) concessi dal Primo ministro Tsipras durante le trattative con l’Unione europea e la Troika.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/extras/11-june-greek-anti-mou-mk2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/extras/11-june-greek-anti-mou-mk2/</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">18 giugno. Eurogruppo, Lussemburgo</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Varoufakis</strong> (Grecia) elenca le contro-proposte presentate: privatizzazioni programmate fino al 2025, fiscalità, NPL, procedure civili e penali ecc. In aggiunta, la Grecia sta lavorando con l’OCSE a riforme incentrate su lotta alla corruzione, liberalizzazione di alcuni settori, snellimento della burocrazia e taglio dei costi dei prepensionamenti. Il governo greco è accusato di fare marcia indietro su riforme già attuate, ma bisogna fare una distinzione tra riforme che riducono costi inutili e interventi che vanno a peggiorare la situazione per le fasce più deboli. Una contrattazione collettiva del lavoro è necessaria per contrastare gli abusi di cui sono vittima, per esempio, i giovani, che raggiunti i 25 anni vengono licenziati. Oppure le pensioni, che sono già state tagliate del 40-45% ma contemporaneamente il Pil è crollato per via della crisi, e quindi il rapporto pensioni/Pil è cambiato per questo; dunque tagliare ulteriormente le pensioni significa mettere a repentaglio l’unico sostentamento per un milione di famiglie (su 10 milioni di abitanti). Le Istituzioni chiedono di ridurre ancora i costi delle pensioni dell’1% del Pil ma per farlo bisogna toccare l’EKAS, il contributo di solidarietà per le pensioni minime. Ricorda poi che negli ultimi cinque mesi la Grecia ha rimborsato 8 miliardi ai creditori nonostante non abbia accesso al mercato, e intende continuare a farlo: ma semplici tagli invece di riforme strutturali in un’economia come quella greca promuovono la recessione. È ragionevole il timore che si possa scivolare di nuovo in un deficit primario, afferma, e probabilmente è il motivo per cui le Istituzioni spingono per l’aumento dell’IVA e i tagli alle pensioni, tuttavia sarebbe bene concentrarsi sulla questione centrale delle eccedenze primarie: il debito pubblico della Grecia deve essere riconsiderato e costituisce un ostacolo agli investimenti e alla ripresa. In particolare, i 27 miliardi in obbligazioni SMP ancora detenute dalla BCE impediscono alla Grecia di trarre vantaggio dal Qe (10). Da qui la richiesta di un prestito ponte al MES di 27 miliardi con cui riacquistare dalla BCE i bond SMP e poter girare i relativi 9 miliardi di extra-utili in un conto deposito a garanzia per ripagare a medio termine l’FMI. La condizionalità del prestito potrebbe riguardare un programma di riforme che sarà parte del precedente programma, nell’ottica di completarlo, e potrà assicurare il nuovo accordo del MES che entrerà in funzione immediatamente dopo. Conclude sottolineando come ci siano anche trattative in corso con la Bei (Banca europea degli investimenti) per un piano di investimenti. <strong>Dijsselbloem </strong>(presidente Eurogruppo+Olanda) ricorda che il 20 febbraio è stato fatto un accordo e alcune misure adottate nel frattempo dal governo greco non vi rientrano. <strong>Noonan</strong> (Irlanda) concorda e aggiunge che va riconosciuta la possibilità che il negoziato non porterà ad alcun accordo, prendendo le misure necessarie per questa eventualità. Con la Grecia non si arriva da nessuna parte, afferma <strong>Van Overtveldt</strong> (Belgio). <strong>Cœuré</strong> (BCE) porta la discussione sulle necessità finanziarie del Paese ellenico da lì a sei/dodici mesi. La CE ha parlato di 7,2 miliardi e la BCE ha evidenziato flussi in uscita preoccupanti. In più la situazione economica è peggiorata molto negli ultimi due mesi diventando più difficile del previsto, al punto che le banche greche potranno aprire l’indomani (venerdì, <em>n.d.a.</em>) perché sarà loro garantita la liquidità d’emergenza (ELA), ma forse non lunedì: tutto dipende dal consiglio direttivo della BCE, che si basa sulla solvibilità delle garanzie collaterali offerte dalle banche greche stesse, ossia sulla solvibilità del governo greco. <strong>Dijsselbloem </strong>(presidente Eurogruppo+Olanda) chiude sottolineando che per quanto la situazione greca sia preoccupante, il ruolo dell’Eurogruppo è quello di fare il punto e non di prendere decisioni, che spettano invece alle Istituzioni. Ritiene si debba comunicare alla stampa che sono stati fatti pochi progressi nelle negoziazioni e che non c’è ancora un accordo in vista, nonostante le significative concessioni fatte dalle Istituzioni nell’ambito del MoU. Ma che in qualsiasi scenario l’Eurozona ne uscirà forte. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) ribatte che porre l’onere del mancato accordo solo sulla parte greca, e non anche a carico delle Istituzioni e dell’Eurozona, è falso; sottolinea che se le trattative si concludono è perché la controparte, e non la Grecia, ha dichiarato di non avere un mandato per discutere ulteriormente obiettivi fiscali e la situazione del debito greco, e si dichiara perplesso sul fatto che non ci sia alcun confronto né commento sulle proposte che ha portato. Conclude affermando che se trapelerà all’esterno che un rappresentante della BCE si è chiesto se le banche greche apriranno lunedì, ciò sarebbe interpretato dal governo greco come un atto ostile che minerà l’integrità dei futuri incontri.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Varoufakis insiste sulle conseguenze sociali delle riforme e sul fatto che quello che la Troika chiede è controproducente per gli obiettivi fissati dalla Troika stessa, in quanto fare tagli in un’economia in crisi produce ulteriore recessione. Lo stesso vale per la liquidità: si continua a fare pressione minacciando anche la sospensione dell’ELA e la conseguente chiusura delle banche invece di iniziare a discutere sulla insostenibilità del debito greco, partendo dalle obbligazioni SMP, e si ostacola una possibile soluzione che consentirebbe alla Grecia di giovarsi del Qe della BCE. L’Unione europea non si smuove, l’accordo è quello del 20 febbraio e l’Eurogruppo si chiama fuori dalle decisioni mandando avanti la Troika. Nuovamente la comunicazione con la stampa diviene uno strumento con cui mettere all’angolo la Grecia e, questa volta, anche proteggere l’euro, rassicurando i mercati che “l’Eurozona ne uscirà comunque forte”. La Grexit prende sempre più piede come eventualità.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun18eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun18eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">22 giugno. Eurogruppo+Troika, Bruxelles</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Lagarde</strong> (FMI) apre l’intervento rimarcando che il documento del governo greco è arrivato in tre versioni a distanza di 10 ore, l’ultima poco prima della riunione, pertanto non c’è stato il tempo di analizzarlo e valutarlo. Sembra contenga passi in avanti in diverse direzioni, ma a suo avviso la proposta manca di specificità e appare poco favorevole alla crescita, ma sospende il giudizio e propone di rianalizzarlo insieme il pomeriggio stesso. <strong>Varoufakis </strong>(Grecia) spiega che l’accordo del 20 febbraio è il principio guida e ci sono voluti tre Eurogruppo per giungervi: lo scopo era di stabilire un terreno comune tra il MoU esistente e le nuove idee che il governo greco è stato eletto a perseguire. Elenca dunque le misure di intervento proposte nel documento: obiettivi fiscali (avanzo primario), riforma IVA, pensioni, tagli alla difesa per 200 milioni, contratti collettivi di lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni (evidenzia che dei 50 miliardi che si erano ipotizzati nei programmi precedenti è stato raggiunto appena l’1,5%: quindi 1,4 miliardi per il 2015, 3,7 miliardi per il 2016 e 1,2 miliardi per il 2017 sono numeri credibili in un mercato in cui i prezzi sono crollati). In merito all’approccio poco favorevole alla crescita, rimarca che la Grecia ha accettato numeri fiscali recessivi: introdurre misure per il 2,8% in un’economia che non è mai uscita dalle recessione è, per definizione, un approccio non favorevole alla crescita. Tuttavia queste misure sono state accettate, per poter portare a termine l’accordo e concludere il riesame del programma. Ma perché ciò accada l’accordo deve essere accompagnato da un annuncio che rafforzi la fiducia degli investitori, dei cittadini e dei consumatori: la Grecia deve poter tornare sul mercato ed entrare nel Qe. Pertanto accanto al MoU rivisto vuole portare al Parlamento greco un’intesa sulle obbligazioni SMP: il prestito del MES permetterebbe riacquisto e ritiro dei 27 miliardi di obbligazioni SMP e dei relativi extra-profitti pari a 9 miliardi, che potrebbero essere rilasciati con il procedere dei riesami di modo che l’attuazione del MoU sia monitorata correttamente. Apre inoltre a un secondo accordo che preveda che anche la partecipazione della Grecia al Qe sia condizionata ai riesami dell’attuazione del MoU. <strong>Schäuble </strong>(Germania)<strong> </strong>chiude rispetto alla proposta di Varoufakis: un nuovo accordo di prestito tra la Grecia e il MES, da utilizzare per il riacquisto delle obbligazioni SMP dalla BCE, non è nemmeno da discutere. <strong>Noolan</strong> (Irlanda) è dello stesso avviso ed è inoltre preoccupato per la liquidità delle banche greche e per l’assistenza straordinaria fornita dalla BCE attraverso l’ELA: ritiene che si debba valutare la possibilità di bloccare la libera circolazione dei capitali nel Paese ellenico, per fornire una rete di sicurezza in caso di mancato accordo. <strong>Regling</strong> (amministratore delegato EFSF+direttore generale MES) replica che<strong> </strong>il MES non ha uno strumento atto a rilevare le attività che garantisce la BCE, quel che può fare è concedere un prestito con condizionalità, come descritto nel suo stesso trattato; ma sebbene il MES sia un’emittente di grande successo sul mercato, non ritiene possibile rendere disponibili 27 miliardi in un mese. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) chiarisce che non ha proposto uno scambio ma esattamente un prestito del MES, in linea con il suo statuto, che il governo greco userà per riacquistare e ritirare le obbligazioni SMP, e legato alle stesse condizionalità su cui stanno ora negoziando. Sottolinea inoltre che se si giungerà a un’intesa non ci sarà alcun bisogno di imporre un controllo sui capitali, peraltro di difficile attuazione considerando la geografia del territorio greco. Nel suo intervento finale <strong>Lagarde</strong> (FMI) puntualizza che l’<em>aide-memoire</em> è stato messo insieme dalle tre Istituzioni (FMI, BCE e CE) ed è certamente un allentamento rispetto a ciò che era stato inserito nel MoU, ma non è insolito che accada nelle fasi di riesame: ci si può dover adattare alla nuova realtà, afferma, quando la situazione, le prospettive e la squadra cambiano. Ma per progredire verso un riesame soddisfacente è necessario compiere passi difficili e riforme strutturali significative. Ritiene probabile la possibilità di una riprofilatura del debito greco, ma esclude una ristrutturazione se ci si atterrà all’<em>aide-memoire</em>. <strong>Dijssel</strong><strong>bloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) chiude la riunione invitando a mettersi immediatamente al lavoro per poter raggiungere un accordo finale entro la settimana. Sulle esigenze di finanziamento si dovrà tornare, sottolinea, ma evidenzia che se il governo greco propone come condizione preliminare una profonda ristrutturazione o un taglio del debito, probabilmente l’accordo salterà.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Varoufakis accetta di sottoscrivere obiettivi fiscali che ritiene recessivi pur di concludere un accordo, ma pone come condizione che la Grecia esca dalla trappola della mancanza di liquidità tornando sui mercati e accedendo al Qe: il prestito del MES per il riacquisto delle obbligazioni SMP è la strada. È addirittura pronto a condizionare l’accesso al Qe ai riesami positivi del MoU. L’FMI è l’unico che appare disposto al compromesso. La Germania non ne vuole sapere, l’Irlanda parla di blocco alla circolazione dei capitali per tutelare l’Eurozona da un rischio bancario sistemico dovuto a un mancato accordo, Dijsselbloem rimanda a una discussione futura la questione della sostenibilità del debito greco sottolineando che l’accordo salterà se ne è la premessa, il MES dichiara di non poter trovare 27 miliardi in un mese – quando è almeno dal 5 giugno (documento uscito sul Financial Times) che la Grecia l’ha proposto. Manca solo una settimana al 30 giugno.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun22eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun22eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">24 giugno. Eurogruppo+Troika, Bruxelles</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Lagarde</strong> (FMI) afferma che nel cercare un accordo le tre Istituzioni, BCE, FMI e CE, sono guidate dagli stessi principi e le azioni da mettere in campo devono essere credibili, favorevoli alla crescita, sostenibili sotto il profilo fiscale ed eque. <strong>Dijssel</strong><strong>bloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) teme che l’Eurogruppo possa perdere credibilità se gli incontri non portano a dei progressi e questo potrebbe influire anche sul futuro dell’Eurozona. Pone l’accento sulla necessità di raggiungere un’intesa sul precedente programma per poi poter discutere del successivo. Non gli è chiaro come sia possibile prendere una decisione nell’Eurogruppo previsto per il giorno seguente visto che non sono disponibili né documenti né informazioni. <strong>Schäuble </strong>(Germania)invita alla cautela perché creare aspettative sbagliate può essere pericoloso. Ribadisce che alle Istituzioni è stato chiesto di trovare un accordo sul programma precedente per poi passare a uno successivo, ed è un passaggio che non prevede alcun prestito aggiuntivo: i creditori sono gli Stati membri, ciascun Paese ha regole nazionali e c’è il MES. <strong>Scicluna </strong>(Malta)afferma che non comprende come si intende procedere, se la riunione sarà interrotta per lasciare alla Grecia la possibilità di lavorare su un nuovo documento per poi riunirsi nuovamente il giorno dopo. Sottolinea che si deve trovare un accordo entro sabato (27 giugno) per avere il tempo di farlo passare dal Parlamento greco e dai Parlamenti dei Paesi dell’Eurozona. In merito alla sostanza dell’intesa ci si deve attenere a quanto concordato il 20 febbraio. <strong>Lagarde</strong> (FMI) evidenzia che è in gioco la credibilità di tutti e il mondo intero li sta osservando. Avverte che il pomeriggio seguente è prevista una riunione del Consiglio europeo. Quindi bisogna valutare se ha senso annunciare che al mattino ci sarà un altro Eurogruppo, perché da quella riunione si dovrà uscire in ogni caso con una decisione: non ci si può incontrare una terza volta per non concludere nulla. <strong>Moscovici </strong>(CE)condivide la preoccupazione sulla credibilità. Lamenta la mancanza di documenti su cui decidere e il fatto che i Paesi dovranno anche avere il tempo di consultare i rispettivi Parlamenti o almeno il Primo ministro. Quello che bisogna capire, sottolinea, è se si cerca un accordo a breve termine che si occupi dei problemi di liquidità e del completamento del precedente MoU, permettendo di effettuare i pagamenti in sospeso, o se si punta a un’intesa più ampia; in quest’ultimo caso, però, non c’è la condizione per poter approvare alcun prestito aggiuntivo. Occorre restare all’interno del quadro disegnato dal documento del 20 febbraio e cercare un’intesa per il breve termine. <strong>Noonan</strong> (Irlanda) afferma che l’unico documento che ha accettato è quello del 20 febbraio. Dichiara che c’è stata una proposta non diffusa per ragioni legali e sul relativo promemoria la Grecia ha prodotto un contro-documento che sembra essere diventato la base della negoziazione. Sottolinea di non aver visto questo documento se non sul sito del Financial Times e lamenta che non è questo il modo di portare avanti una trattativa. Si aspetta per il giorno dopo una documentazione completa per prendere decisioni che non si basino sui racconti della stampa. <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) fa chiarezza sulla documentazione: le tre Istituzioni hanno presentato una proposta, la Grecia ha presentato la sua e si è detta disposta ad accettare quella delle Istituzioni. Restano alcuni nodi su cui trovare un’intesa: BCE, FMI e CE hanno rilevato lacune nel documento greco, suggeriscono nuovi obiettivi fiscali e scadenze e un programma più orientato alla crescita, trovando un equilibrio tra i tagli alle spese e l’aumento delle tasse, considerato eccessivo. Evidenzia che quindi le proposte elleniche si allontanano dall’accordo del 20 febbraio mentre lì occorre restare, e che dunque non si può parlare né di ristrutturazione del debito né di prestiti aggiuntivi. <strong>Varoufakis </strong>(Grecia) sottolinea che negli ultimi mesi la recessione si è aggravata a causa della mancanza di credito e di un clima d’incertezza. A investitori, consumatori e cittadini greci non è chiaro come il debito possa essere sostenibile con il programma di riforme attuato fino a quel momento. Concorda con i principi elencati da Lagarde e sottolinea che tutti stanno lavorando affinché l’Eurogruppo del giorno seguente porti a casa un accordo reciprocamente vantaggioso. Fa notare che fissare misure parametriche al 2,5% con un’economia in recessione non è certo un modo per spingere la crescita. Non si tratta di una questione ideologica ma empirica, afferma: si peggiora di più la recessione tagliando ancora le pensioni minime o aumentando le imposte sulle imprese? Sul ritrovarsi l’indomani in un altro Eurogruppo, crede sia meglio per tutti fare diverse riunioni ora piuttosto che sottoscrivere un accordo non sostenibile e doversi nuovamente ritrovare a negoziare da lì a sei, otto o dodici mesi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p> L’Eurogruppo lamenta la mancanza di documenti su cui poter decidere, mentre il tempo sta scadendo e l’eventuale accordo dovrà passare anche dal vaglio dei Parlamenti nazionali. Tra le preoccupazioni principali dei ministri non la situazione economica, finanziaria e sociale della Grecia ma perdere credibilità: bisogna trovare un’intesa o l’Eurozona ne risentirà. Tuttavia il continuo rimando al documento del 20 febbraio nega di fatto la possibilità di raggiungere una soluzione che non sia l’accettazione da parte della Grecia del MoU senza modifiche, senza alcun prestito aggiuntivo (la richiesta al MES di 27 miliardi per le obbligazioni SMP) o ristrutturazione del debito. Il negoziato viene rimandato al giorno successivo sotto la pressione di una risposta da dover consegnare al Consiglio europeo.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun24eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun24eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">25 giugno. Eurogruppo+Troika, Bruxelles</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Lagarde</strong> (FMI) sostiene che l’<em>aide-memoire</em> che è sul tavolo rappresenta la massima flessibilità che può essere applicata al MoU, da cui si discosta perché due obiettivi chiave sono stati mancati: l’avanzo primario, inferiore a causa delle minori entrate dell’ultimo anno, e le privatizzazioni, da cui ci si aspettava maggiori incassi. Su entrambi ha inciso anche il clima di incertezza. La proposta greca contiene molte misure che aumentano le imposte e non è stato raggiunto un accordo. <strong>Schäuble</strong> (Germania) lamenta che si è ben oltre la flessibilità concessa il 20 febbraio, sono stati apportati sette cambiamenti al MoU e non vede come il suo Parlamento possa accettarli. È irremovibile sul fatto che non ci saranno né nuovi prestiti né un nuovo programma. <strong>de Guindos</strong> (Spagna) ritiene che non riusciranno a trovare un accordo tecnico e prevarrà l’accordo politico che intende mantenere la Grecia nell’Eurozona. Per non danneggiare la credibilità dell’Eurogruppo occorre quindi capire cosa prevarrà a fine giornata. Anche <strong>Stubb</strong> (Finlandia) teme il passaggio parlamentare ed è preoccupato per il futuro dell’euro: la flessibilità sulla condizionalità indebolirà l’euro, la Grexit causerà turbolenze politiche e sul mercato, ma alcuni pensano che forse a lungo termine rafforzerebbe l’euro. Non sa come se ne possa uscire ma occorre prendere una decisione. <strong>Noonan</strong> (Irlanda) sottolinea che il documento sulla sostenibilità del debito ha bisogno di più lavoro, ma quando l’agenda è così ampia non spetta all’Eurogruppo fare il lavoro tecnico dettagliato. <strong>Draghi</strong> (BCE) ritiene che la proposta delle Istituzioni sia una base sufficiente per accordare una proroga ma ha la sensazione che non ci sia la volontà da parte greca di trovare un’intesa in questa riunione; se sarà così, i mercati daranno la loro risposta già in giornata. <strong>Varoufakis </strong>(Grecia) sottolinea i punti di convergenza delle due proposte ed entra nel merito delle divergenze. IVA: le Istituzioni hanno chiesto di ottenere dalla riforma l’1% di Pil, la proposta greca arriva allo 0,93%. Pensioni: è stato raggiunto l’1% del Pil richiesto, ma attraverso una strada differente: più contributi invece di riduzioni delle pensioni effettive e drastica eliminazione dei pensionamenti anticipati. Privatizzazioni: non sono stati raggiunti gli obiettivi perché l’economia in recessione ha fatto crollare il prezzo dei beni. Avanzo primario: le Istituzioni l’hanno portato dal 4,5 al 3,5% e il governo ellenico l’ha accettato, anche se è privo di logica pensare che un’economia come quella attuale greca possa mantenerlo a medio termine. Evidenzia poi che le riforme proposte dalle Istituzioni rappresentano il 2,5% del Pil e sono difficili da attuare politicamente in un’economia da sette anni in contrazione: significano recessione. Il governo greco le ha comunque accettate, dimostrando flessibilità e superando linee che considerava invalicabili, ma riorientandole in modo redistributivo. Sarà difficile farle passare al Parlamento, quindi chiede che all’accordo sia affiancata una via d’uscita dal ciclo deflazionistico del debito o la situazione continuerà a essere instabile per ogni investitore. Sottolinea che non c’è stata una vera discussione sulla proposta greca, che non chiede nuovi soldi ma suggerisce un’operazione che coinvolga il MES per un piano di rimborso a più lungo termine rispetto alle obbligazioni SMP. Conclude affermando che l’Eurogruppo non può alzare le mani e dichiarare che non sa come andare avanti, si deve trovare il modo per chiudere un accordo. <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) invita Istituzioni e governo greco a lavorare ancora per raggiungere un’intesa “senza discostarsi ulteriormente” dal MoU. Sostenibilità del debito ed eventuale terzo finanziamento saranno discussi quando le misure del secondo programma saranno attuate e il riesame in corso concluso. <strong>Lagarde</strong> (FMI) si rende disponibile a un ulteriore lavoro. Anche <strong>Varoufakis</strong> (Grecia), che tuttavia chiede cosa significhi “senza discostarsi ulteriormente”: “Accettare o rifiutare il documento delle Istituzioni? È quello che ha detto un collega, ‘prendere o lasciare’?” Ed evidenzia che nel caso deve comunicarlo al suo governo. <strong>Stubb</strong> (Finlandia) conferma che dal suo punto di vista è “prendere o lasciare” e propone che Varoufakis porti l’<em>aide-memoire</em> al Parlamento greco nel week end: se passa si continua a negoziare, altrimenti si chiude qui. <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) concorda con Stubb. Chiede poi 10 minuti di consultazione privata. La riunione riprende e Dijsselbloem rende noto che ci sono proposte dell’ultimo minuto da parte greca che le Istituzioni sono disposte ad analizzare. Riferirà quindi ai capi di Stato, in riunione nel Consiglio europeo,<em> </em>che l’Eurogruppo non ha preso alcuna decisione perché non gli è stato sottoposto alcun accordo. Rimanda a un altro Eurogruppo, possibilmente il sabato mattina seguente (27 giugno), nel quale si farà il punto sull’accordo, se ci sarà, o sugli scenari alternativi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>L’accordo non c’è. Nessun ministro Ue fa un passo avanti. La proposta sul tavolo è la massima flessibilità che la Troika intende concedere, se la Grecia non accetta “i mercati risponderanno”, chiude sibillino Draghi. Compare un “prendere o lasciare” dalla Finlandia che l’Olanda, il cui rappresentante è anche presidente dell’Eurogruppo, fa proprio. A nulla vale che Varoufakis dettagli per l’ennesima volta numeri, dati e ragioni sociali delle modifiche portate dal governo greco al MoU, e ancor meno tornare sulla logica che fa chiedere un prestito al MES contro le obbligazioni SMP: è come parlare al muro. La Grecia rilancia con alcune proposte dell’ultimo minuto e l’ultimatum rientra: altra riunione fra due giorni.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun25eurogroup-part1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun25eurogroup-part1</a></p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun25eurogroup-part-2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun25eurogroup-part-2</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">26 giugno</h4>



<p>In serata Tsipras annuncia un referendum per il 5 luglio sulla proposta di MoU presentata dalla Troika. La BCE sospende l’innalzamento del massimale globale del sostegno di emergenza alla liquidità a favore delle banche greche (ELA).</p>



<h4 class="wp-block-heading">27 giugno. Eurogruppo+Troika, Bruxelles</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p>L’Eurogruppo si riunisce dopo la decisione del governo Tsipras di indire il referendum. Prende la parola <strong>Varoufakis </strong>(Grecia), che si focalizza sulle ragioni che hanno spinto il suo governo a chiedere il parere dei cittadini: 1. la proposta delle Istituzioni non offre una prospettiva di crescita a un Paese in recessione da 21 trimestri consecutivi; 2. il prestito ponte proposto (15,5 miliardi, <em>n.d.a.</em>) relativo alla proroga dell’attuale programma per 5 mesi non tiene conto del fatto che la Grecia nel 2015 ha rimborsato i prestiti senza avere incassato i finanziamenti sospesi, con in più un forte calo delle entrate causate dall’incertezza della trattativa e da una costante minaccia di Grexit; 3. la proposta di utilizzare l’HFSH per rimborsare le obbligazioni SMP in scadenza a luglio/agosto è un rischio: è una risorsa destinata a stabilizzare il sistema bancario e se dovesse servire si dovrebbe rifinanziare il fondo tramite il MES; ma questo richiederebbe un nuovo programma che difficilmente verrebbe accettato dai Parlamenti degli Stati membri; 4. il debito diverrà insostenibile entro fine anno e la Grecia non ha accesso al mercato: è ipotizzabile quindi che l’FMI non erogherà i 3,5 miliardi di prestito rimanenti. Se presentassimo questo MoU al Parlamento il governo cadrebbe, conclude, e si aprirebbe un processo elettorale di almeno 23 giorni. Il governo greco non ha il mandato per accettare o rifiutare tale programma, quindi ha deciso di interpellare il popolo greco. La posizione del governo è che il MoU sia finanziariamente insostenibile, dunque si schiera per il NO. Se vincerà il SÌ lo firmerà, in caso contrario si troverà insieme una soluzione. Sottolinea che non è un referendum sull’euro ma sul MoU. Chiede infine un’estensione di un mese del programma in scadenza per gestire il referendum con più tranquillità. <strong>Noonan </strong>(Irlanda) sottolinea che la decisione greca di indire un referendum porta alla rottura dei negoziati, mentre credeva che in questa riunione si sarebbe raggiunta un’intesa. I governi e la Ue stanno perdendo il controllo della situazione che ora è nelle mani dei mercati e dell’opinione pubblica: ci sono già code ai bancomat greci e file ai distributori di benzina. <strong>Schäuble</strong>(Germania) evidenzia che l’esito del referendum non è vincolante per gli Stati membri e che un’estensione del programma senza un accordo non è possibile, quindi bisogna affrontare la situazione così com’è. <strong>Stubb</strong> (Finlandia) elenca quello che comporta la rottura del dialogo: non estensione del programma, impossibilità della Grecia di pagare l’FMI, corsa agli sportelli delle banche, caos economico e politico, mancato pagamento di pensioni e stipendi, restrizioni alla circolazione dei capitali e interruzione dei pagamenti da parte di Ue e FMI. Il piano B è diventato il piano A e ci si deve concentrare su come proteggere l’euro. <strong>Georgiades</strong> (Cipro) teme la pressione sulle banche greche e quindi un rischio sistemico. Chiede specifiche azioni affinché sia garantita la stabilità finanziaria delle banche cipriote, dal momento che quasi il 15% dei depositi interni a Cipro sono su filiali di banche elleniche. <strong>Draghi</strong> (BCE) afferma che si è in piena crisi e non sa dire come la BCE si muoverà: la liquidità dell’ELA può essere garantita solo se le banche sono solvibili e presentano adeguate garanzie collaterali, ed entrambe le condizioni sono ora a rischio. Ritiene che il governo, tra l’incertezza di usare il MES per ricostruire l’HFSF e la certezza di perdere i soldi del fondo, ha deciso per quest’ultima opzione. <strong>Lagarde </strong>(FMI) rileva come l’alta probabilità che la Grecia non riesca a rimborsare all’FMI la rata in scadenza martedì (30 giugno) porti a valutare un possibile utilizzo del MES. Evidenzia che rimane responsabilità greca il mancato accordo. <strong>Varoufakis </strong>(Grecia)afferma di essere consapevole che quella di martedì è una scadenza difficile ma il governo non può portare in Parlamento una proposta che ritiene finanziariamente insostenibile e che porterebbe la Grecia sull’orlo del medesimo precipizio tra pochi mesi. Nonostante quanto dichiarato il 20 febbraio, le Istituzioni hanno continuato a pretendere il rispetto del MoU invece di cercare un nuovo accordo. Ritiene un danno permanente alla credibilità dell’Eurogruppo come unione democratica di nazioni il rifiuto di concedere un’estensione di un mese del programma. <strong>Dijssel</strong><strong>bloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) ribadisce che la Grecia ha interrotto i negoziati chiamando un referendum su una proposta che non era ancora definitiva. Afferma che in caso di vittoria del NO non ci sarà modo di riaprirli quindi la proroga di un mese non ha senso, e si domanda con quale credibilità il governo, schierato per il NO, potrà portare avanti le misure necessarie in caso di vittoria del SÌ. Ritiene di dover chiudere la riunione e doverne aprirne un’altra, informale, a 18 membri (ossia senza la Grecia, <em>n.d.a.</em>), nella quale parlare dei passi da intraprendere per proteggere i Paesi dell’Eurozona e l’unione monetaria nel suo complesso.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>L’annuncio del referendum spariglia le carte. L’Eurogruppo la considera una rottura dei negoziati dunque si rifiuta di continuare la trattativa: l’obiettivo ora è proteggere l’Eurozona e valutare gli scenari in caso di vittoria del NO. Varoufakis spiega perché il MoU proposto è inaccettabile e rivendica il referendum: di fatto sposta sul piano politico un negoziato che per mesi la Ue ha preteso fosse solo tecnico, riportando al centro la democrazia e la volontà popolare. Una mossa giocata dal governo greco anche, probabilmente, con l’obiettivo di fare pressione su un Eurogruppo che teme il terreno sconosciuto nel quale si ritroverebbe a camminare nel caso di una Grexit.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun27eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun27eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">28 giugno</h4>



<p>A seguito del blocco dell’innalzamento del massimale dell’ELA, le autorità greche decidono la chiusura delle banche (resteranno chiuse fino al 17 luglio 2015: in questo periodo i correntisti non potranno ritirare più di 60 euro al giorno). In otto mesi, a partire da ottobre 2014, 42 miliardi di euro di depositi erano stati ritirati dalle banche elleniche, pari al 26% dei depositi del settore privato. Viene bloccata anche la libera circolazione dei capitali, che sarà totalmente ripristinata solo nel luglio 2016.</p>



<h4 class="wp-block-heading">29 giugno</h4>



<p>La Borsa di Atene chiude (riaprirà il 3 agosto 2015).</p>



<h4 class="wp-block-heading">30 giugno</h4>



<p>La Grecia dichiara di non essere in grado di rimborsare una rata di 1,5 miliardi all’FMI.</p>



<h4 class="wp-block-heading">30 giugno. Eurogruppo, conference call</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Wieser</strong> (presidente EWG) apre la riunione affermando che la situazione economica della Grecia è cambiata drammaticamente, dal momento che il governo ha annunciato che sarà inadempiente nei confronti di due creditori: perciò una proroga del programma EFSF non è di fatto appropriata, si può solo discutere la richiesta di un prestito al MES. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) afferma che il governo greco ha appena inviato a Costello (CE) una seconda lettera/proposta, una versione emendata del programma delle Istituzioni proposto il 25 giugno, risultato di una discussione avuta con Juncker (presidente CE): contiene cambiamenti limitati rispetto alla riforma dell’IVA, alle privatizzazioni dell’energia, a pensioni e mercato del lavoro, e chiede di poterne discutere: se ci saranno progressi in questa riunione il governo è pronto a sostenere il SÌ al referendum. <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) ribadisce che il negoziato è stato interrotto dalla Grecia con l’annuncio del referendum, e che sul fatto che il programma scada la sera stessa non può esserci cambiamento di posizione. Per il futuro, attende di avere la seconda lettera/proposta – che nessun ministro dell’Eurogruppo dichiara di aver ricevuto – per poterne discutere, e può essere quindi convocata un’altra conference call per l’indomani. <strong>Schäuble</strong>(Germania) conferma che il programma si chiude quella sera, chein base agli accordi presi con il proprio governo non prenderà alcuna decisione fino all’esito del referendum e che non ci sarà alcun programma futuro che escluda l’FMI. <strong>de Guindos</strong> (Spagna) afferma che la prima lettera/proposta greca è disponibile e dunque quella la si può valutare: contiene la richiesta di un prestito al MES, un’estensione del programma esistente e una ristrutturazione del debito. Sono richieste complesse che richiedono tempo, e per quanto riguarda l’estensione del programma in corso, è già stata respinta nell’Eurogruppo del 27 giugno. Ritiene che il governo greco, presentandola, sapesse che non poteva essere accettata, e che dunque si tratta di una lettera politica e non tecnica, che intendeva definire la posizione politica del governo rispetto al referendum. <strong>Stubb </strong>(Finlandia) concorda con la posizione di Shauble e de Guinos. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) chiede a Dijsselbloem se, avendo tutti a disposizione la seconda lettera/proposta, la situazione cambierebbe: sarebbero ancora dell’opinione che il secondo programma scade quella sera? <strong>Dijsselbloem</strong> (presidente Eurogruppo+Olanda) risponde di sì, per due ragioni. Una tecnica: la procedura prevede che il governo greco debba prima trovare un accordo con le Istituzioni e solo dopo se ne debba discutere all’Eurogruppo. Una politica: è stato indetto un referendum nel quale il governo greco consiglia di votare NO e questa posizione non è stata cambiata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>È il 30 giugno, termine di scadenza del secondo prestito EFSF. La Grecia gioca le sue carte sul filo di lana, dopo la mossa politica del referendum e la dichiarazione di impossibilità a pagare la rata in scadenza dell’FMI: modifica lievemente la proposta e si dichiara aperta a cambiare posizione sul referendum, sostenendo il SÌ se venisse accolta. L’Eurogruppo rifiuta di negoziare: l’intesa è da trovare prima con la Troika e non ha senso discutere vista la posizione a favore del NO già espressa dal governo greco. Si può parlare solo di una eventuale nuova fase che si apre: la richiesta di un terzo prestito, questa volta al MES, e le relative condizionalità. Di fatto il tentativo greco di fare pressione sulla trattativa attraverso il referendum, fallisce.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun30eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jun30eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">1 luglio. Eurogruppo+Troika, conference call</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sintesi</h4>



<p><strong>Dijsselbloem </strong>(presidente Eurogruppo+Olanda) apre facendo il punto della riunione. Si discute delle due lettere/proposte presentate dalla Grecia: la prima chiede l’estensione del secondo programma – e si è già oltre perché è scaduto il giorno prima – e l’avvio di colloqui per ottenere un terzo prestito dal MES; la seconda chiede di prorogare la proposta delle Istituzioni del 25 giugno con alcuni cambiamenti. Domanda alle Istituzioni di esprimere la loro opinione in merito e a Varoufakis chiarimenti sul discorso appena tenuto da Tsipras sulla posizione del governo greco rispetto al referendum.<strong> </strong>Per <strong>Moscovici </strong>(CE) le circostanze sono cambiate perché la Grecia è insolvente su un pagamento all’FMI e il programma EFSF è scaduto; raccomanda quindi agli Stati membri di riservarsi di decidere quando ci sarà maggior chiarezza. Trova che molte proposte greche manchino di definizione e sono necessarie ulteriori discussioni per approfondirle; alcune si discostano dalla proposta delle Istituzioni (mantenere lo sconto IVA sulle isole, maggior tempo richiesto per la riforma delle pensioni, mercato del lavoro e privatizzazione della società elettrica). Quindi al momento le considera insufficienti per raggiungere gli obiettivi fiscali fissati. In merito a un nuovo programma MES, la CE sarà pronta a valutarlo quando le verrà dato mandato per farlo. Anche per <strong>Cœuré</strong><strong> </strong>(BCE)<strong> </strong>le proposte di riforma elleniche sono più deboli rispetto a quelle delle Istituzioni ma sono pronti a lavorarci. Tuttavia la situazione è cambiata, a causa del ritardo dell’attuazione delle misure e per gli ulteriori danni all’economia provocati dalle turbolenze degli ultimi giorni. Il tutto fa sì che la Grecia abbia maggiori esigenze di finanziamento, quindi un terzo programma non può contenere solo le riforme del programma precedente non ancora attuate e occorre un lavoro supplementare. Inoltre è importante che la Grecia si impegni a pagare i creditori, come da dichiarazione del 20 febbraio, e la proposta presentata non gli sembra rassicurante su questo punto: vi si legge infatti che il governo greco si impegna a rispettare gli obblighi finanziari <em>in modo da garantire la sostenibilità della crescita economica e la coesione sociale </em>(corsivo del redattore,<em> n.d.a.</em>). Un non meglio precisato interlocutore, verosimilmente ascrivibile all’<strong>FMI</strong>, concorda con Cœuré. <strong>Varoufakis</strong> (Grecia) ribatte che i cambiamenti proposti rientrano nella flessibilità stabilita il 20 febbraio ed entra nel merito delle proposte: lo sconto IVA per le isole è in linea con il regime fiscale di tutte le isole europee, e per compensare hanno rivisto la tassazione sugli affitti immobiliari e un piccolo aumento dell’imposta sulle società; è necessario uno slittamento dal 2016 al 2017 per attuare l’anticipo al 100% dei pagamenti fiscali degli imprenditori e un’eliminazione graduale, entro il 2017, dei sussidi sul gasolio per gli agricoltori; servono tempi più lunghi anche per la riforma delle pensioni minime, compresa l’EKAS, e perché la collaborazione con l’OCSE sulla competitività del mercato, la lotta alla corruzione e la riforma degli appalti possano implementarsi. Ribadisce che il referendum è stato indetto perché il governo non aveva il mandato per sottoscrivere il MoU delle Istituzioni e ne accetteranno qualsiasi risultato: se vincerà il SÌ faranno quanto necessario per firmare il MoU, anche cambiando la configurazione del governo greco. In merito al discorso di Tsipras, spiega che il Primo ministro voleva ribadire che la preoccupazione del governo è che qualsiasi azione e pacchetto di riforme siano sostenibili, per portare la Grecia finanziariamente fuori pericolo. Risponde a <strong>de Guindos </strong>(Spagna) che chiede se Tsipras abbia quindi dichiarato di sostenere il NO e se questo sia un modo per mettere pressione ai creditori: non è inaudito, afferma Varoufakis, che un organo sovrano, sia esso un Parlamento o un popolo che vota, eserciti pressione su un negoziato tra un Paese e l’Eurogruppo: diversi ministri hanno più volte dichiarato durante le riunioni di non essere autorizzati dal proprio Parlamento a discutere di alcune proposte. Il NO del governo greco, sottolinea, è verso un accordo finanziariamente insostenibile a breve e medio termine, che porterebbe la Grecia a un tavolo di riesame ogni mese da qui a novembre, quando si finirebbe per dover aprire un’altra trattativa per un terzo programma; un nuovo programma con il MES sarebbe invece sostenibile. <strong>Dijssel</strong><strong>bloem </strong>(presidente Eurogruppo+Olanda) ribadisce che il secondo programma è chiuso, che non è stato completato e non lo sarà visto che non ci sarà alcun riesame finale positivo. La richiesta al MES sarà presa in considerazione e le proposte del governo greco potranno essere utili in quell’ambito. Il punto è se avviare subito questa negoziazione o attendere il risultato del referendum: tutti – a parte Varoufakis – concordano che occorre aspettare l’esito del referendum.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commento</h4>



<p>Il programma EFSF è scaduto e la Grecia è inadempiente su una rata FMI. Varoufakis tenta comunque di continuare a negoziare ma si trova davanti un rifiuto: tutto resta sospeso nell’attesa del risultato del referendum. Riconosce e rivendica che chiamare i cittadini greci a esprimersi è un atto politico di pressione sulla trattativa, così come i ministri dell’Eurogruppo più volte hanno messo sul tavolo il peso delle decisioni dei rispettivi Parlamenti nazionali. Si tratta di sovranità popolare. Qualcosa che la logica della BCE non contempla, nel momento in cui, appellandosi alla dichiarazione Eurogruppo del 20 febbraio, richiama la Grecia a mettere al primo posto non la crescita economica del Paese e ancora meno l’aspetto sociale, ma il pagamento delle rate dei prestiti internazionali. La Troika va pagata, anche a prezzo della povertà sempre più crescente tra i cittadini ellenici. </p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/leaks/jul1eurogroup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/leaks/jul1eurogroup</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">5 luglio</h4>



<p>Referendum: vince il NO con il 61,3% (affluenza pari al 62,50%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">6 luglio</h4>



<p>Varoufakis si dimette. Nella lettera di dimissioni dichiara: “Poco dopo l’annuncio dei risultati del referendum, sono stato messo al corrente di una certa preferenza da parte di alcuni partecipanti all’Eurogruppo, e di ‘partner’ assortiti, per la mia&#8230; ‘assenza’ dalle sue riunioni; un’idea che il Primo ministro ha giudicato potenzialmente utile al raggiungimento di un accordo. Per questo motivo lascio oggi il Ministero delle Finanze”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">8 luglio</h4>



<p>La Grecia presenta formale richiesta al MES per un terzo programma di prestito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">12 luglio</h4>



<p>Vertice Euro Bruxelles (riunione dei Capi di Stato dell’Eurozona+il presidente della CE). La Grecia è messa davanti a un “prendere o lasciare”: o accetta la proposta della Troika e dell’Eurogruppo o c’è la Grexit; nonostante il NO espresso dal referendum Tsipras accetta la proposta. Varoufakis definisce l’accordo sottoscritto “una resa” rispetto a tutte quelle richieste contenute nel MoU precedente che per sei mesi il governo ellenico ha cercato di modificare. Lo pubblica con le proprie annotazioni a margine.</p>



<p><a href="https://euroleaks.diem25.org/extras/jul12-euro-summit-statement" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://euroleaks.diem25.org/extras/jul12-euro-summit-statement</a></p>



<h4 class="wp-block-heading">16 luglio</h4>



<p>L’Eurogruppo vota a favore del prestito alla Grecia da parte del MES.</p>



<h4 class="wp-block-heading">17 luglio</h4>



<p>Il MES approva un prestito ponte alla Grecia di 7,16 miliardi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">20 luglio</h4>



<p>La Grecia rimborsa le rate scadute/in scadenza dei prestiti a FMI e BCE.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-7bf69d6bd34b748e3319a366b01acd07">OGGI: LA “SORVEGLIANZA RAFFORZATA”</h3>



<p>Il 6 agosto 2018 la Grecia ha ricevuto l<em>’</em>ultima rata del prestito MES. I rimborsi sono previsti fino al 2060.</p>



<p>Il 21 agosto 2018 la Commissione Ue ha attivato la procedura di “sorveglianza rafforzata” sul Paese, prorogandola tre volte, l<em>’</em>ultima il 21 febbraio scorso per ulteriori sei mesi.</p>



<p>Tra le motivazioni dell<em>’</em>ultima estensione (11), si legge: “La Commissione ha concluso che la Grecia, pur avendo ripristinato avanzi consistenti e ridotto in modo significativo il disavanzo delle partite correnti, presenta squilibri macroeconomici eccessivi come retaggio della crisi. [&#8230;] La Grecia continua a essere esposta a rischi in termini di stabilità finanziaria che, se si dovessero concretizzare, potrebbero avere ripercussioni negative sugli altri Stati membri della zona euro. In caso di ricadute negative, queste potrebbero manifestarsi indirettamente incidendo sulla fiducia degli investitori e, di conseguenza, sui costi di rifinanziamento delle banche e degli emittenti sovrani in altri Stati membri della zona euro. Pertanto, nel medio termine la Grecia deve continuare ad adottare misure per affrontare le cause, effettive o potenziali, delle difficoltà e attuare riforme strutturali a sostegno di una ripresa economica solida e sostenibile, al fine di alleviare gli effetti di diversi fattori ereditati dal passato”.</p>



<p>Senza il clamore di un tempo, dunque, la Troika è di fatto sempre lì, in una dinamica di cui non si intravede la fine, a imporre le medesime politiche economiche e a sottrarre sovranità democratica. Mentre nel luglio 2017 la Grecia è tornata a finanziarsi sui mercati emettendo titoli di Stato, anche se il rating è sempre al di sotto dell’investment grade; mentre nel 2019 (12) il rapporto debito pubblico/Pil è stato del 176,6% (era il 175,9% nel 2015), la disoccupazione al 17,3% (al 35,6% quella giovanile) e il 30% della popolazione è oggi a rischio povertà.</p>



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<p class="has-small-font-size">1) Agli Euro Working Group, riunioni tecniche, partecipa Theocarakis, Segretario generale della politica fiscale del Ministero delle Finanze greco</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Covid 19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a></em>, pag. 6</p>



<p class="has-small-font-size">3) Memorandum of Understanding (MoU): protocollo d’intesa tra due o più partner che definisce le linee di azione di un ‘progetto’; nel caso dei prestiti concessi dall’Unione europea alla Grecia, i relativi MoU contengono i dettagli delle politiche economiche (riforme, investimenti, privatizzazioni, tagli ecc., ossia step legislativi, economici e finanziari) che il governo greco deve attuare</p>



<p class="has-small-font-size">4) Hellenic Financial Stability Fund: fondo creato nel 2010 all’interno del programma del Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF, più noto con il nome “Fondo salvastati”, che ha concesso i primi prestiti ai Paesi Ue coinvolti nella “crisi dei debiti sovrani”; è stato successivamente ‘sostituito’ nelle sue funzioni dall’attuale MES); l’HFSF, finanziato con i prestiti concessi dalla Ue alla Grecia, ha l’obiettivo di stabilizzare il sistema bancario greco ricapitalizzando con denaro pubblico le banche private</p>



<p class="has-small-font-size">5) Non performing loans (NPL): crediti bancari la cui riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza a causa di un peggioramento delle condizioni economiche/finanziarie</p>



<p class="has-small-font-size">6) Emergency Liquidity Assistance (ELA): operazioni straordinarie di finanziamento concesse dalla BCE (tramite la banca centrale nazionale del Paese coinvolto) alle banche in crisi temporanea di liquidità; può assumere la forma di erogazione diretta di liquidità o di prestito titoli garantito (PTG) </p>



<p class="has-small-font-size">7) All’interno del programma Securities Markets Programme (SMP) 2010/2012, la BCE ha acquistato obbligazioni greche sul mercato secondario; all’epoca, causa crisi da debito sovrano e speculazione, i titoli quotavano il 30-40% del loro valore nominale. La BCE ha quindi incamerato profitti enormi a ogni cedola interessi e a ogni rimborso di capitale. Nel novembre 2012 un accordo Eurogruppo, <em>Profit-rebate Agreement</em>, ha stabilito che questi forti guadagni dovessero tornare alla Grecia (e a tutti i Paesi coinvolti nel programma SMP). A oggi non è ancora chiaro se siano tornati in tutto o in parte</p>



<p class="has-small-font-size">8) ELSTAT: Hellenic Statistical Authority, equivale all’italiana ISTAT</p>



<p class="has-small-font-size">9) “L’Autorità bancaria europea (EBA, <em>European Banking Authority</em>) opera per assicurare un livello di regolamentazione e di vigilanza prudenziale efficace e uniforme nel settore bancario europeo. Gli obiettivi generali sono assicurare la stabilità finanziaria nell’Ue e garantire l’integrità, l’efficienza e il regolare funzionamento del settore bancario. Ha altresì l’incarico di valutare il rischio e le vulnerabilità presenti nel settore bancario dell’Ue, in particolare attraverso relazioni periodiche di valutazione dei rischi e prove di stress su scala paneuropea. Pur essendo indipendente, è responsabile dinanzi al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e alla Commissione europea.” Cfr. sito ufficiale dell’EBA</p>



<p class="has-small-font-size">10) Il Quantitative easing lanciato da Draghi nel 2015 prevedeva che la BCE potesse detenere al massimo il 33% dei titoli sovrani di un Paese con scadenza superiore a due anni: i 27 miliardi SMP già superavano il 33%</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=uriserv:OJ.L_.2020.059.01.0009.01.ITA&amp;toc=OJ:L:2020:059:TOC" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=uriserv:OJ.L_.2020.059.01.0009.01.ITA&amp;toc=OJ :L:2020:059:TOC</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Dati Eurostat</p>
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