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	<title>internet &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 02 Nov 2025 18:27:22 +0000</lastBuildDate>
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	<title>internet &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>La corsa allo Spazio è una corsa al profitto (seconda parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" data-type="post" data-id="8569" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Noi (e la nostra progenie qui sulla Terra) dovremmo fare il tifo per i coraggiosi avventurieri spaziali, perché avranno un ruolo fondamentale nel guidare il futuro postumano e nel determinare cosa accadrà nel ventiduesimo secolo e oltre.”<br>Martin Rees, <em>On the Future: Prospects for Humanity</em>, 2021</pre>



<p class="has-drop-cap">“Nei prossimi cinque o dieci anni, il generale di brigata della Space Force John M.Olson prevede molto più di una semplice missione della NASA per riportare l’umanità sulla Luna: prevede un ‘vibrante focus commerciale’ guidato da aziende spaziali in rapida espansione. Componente chiave di tutto questo sarà un’architettura spaziale ibrida, resiliente e robusta, con una visione che arriva fino alla Luna e forse oltre […]. Tale architettura, a volte definita ‘space highway’ (autostrada spaziale, <em>n.d.a.</em>), dovrà realizzarsi con uno sforzo collettivo tra l’industria privata, le agenzie civili e l’esercito” (1). È il 2021 quando la <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" data-type="post" data-id="8462" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Space Force statunitense</a> (2) inizia a parlare di space highway, e il 2022 quando il concetto di “infrastruttura spaziale” viene sviluppato da un gruppo di lavoro coordinato da diverse agenzie governative: “[La] Space Superhighway potrebbe supportare le attività spaziali civili, commerciali e di sicurezza nazionale […] un’infrastruttura spaziale di tipo commercial-first che contempla tre componenti primarie: hub regionali, una rete di trasporto sostenibile e la logistica Terra-orbita. I settori spaziali civile, commerciale e di sicurezza nazionale potrebbero utilizzare questa infrastruttura comune per supportare l’assistenza ai satelliti e lo studio scientifico della Terra e per sviluppare la consapevolezza del dominio spaziale. […] La Space Superhighway è l’infrastruttura spaziale necessaria per il 21° secolo (3). Economia e guerra sono sempre andate di pari passo – per accaparramento di risorse, difesa di rotte commerciali strategiche, protezione o espansione di mercati di acquisto o di vendita&#8230; – e dunque non sorprende che lo Spazio sia stato da subito concepito come un ambiente <em>dual use</em>, militare e commerciale. “Mentre osserviamo questa competizione globale per le risorse, per le opportunità, per l’esplorazione e per i benefici che ne possono derivare, penso che gli Stati Uniti debbano essere i primi” continua il generale Olson; “non si può permettere alla Cina di raggiungere la Luna e costruire la propria architettura prima degli Stati Uniti”. Il<strong> </strong>primato economico va dunque conquistato e, se necessario, difeso, con le armi. Il concetto di ‘sicurezza nazionale’ implica la sfera economica. Ancor più in un territorio limitato.</p>



<p>Quando guardiamo allo Spazio pensiamo alla vastità infinita, ma non è così se l’obiettivo è andare dalla Terra alla Luna, o Marte. “Ciò che a prima vista appare un vuoto senza ostacoli è invece ricco di montagne e valli gravitazionali, di oceani e fiumi di energia variamente concentrata, di zone pericolose irte di radiazioni mortali e di peculiarità in posizioni precise”, scrive Everett Dolman, docente di Strategia allo Air Force Air Command and Staff College statunitense (4). Le rotte che consentono uno “sfruttamento efficiente e profittevole dello Spazio” (!) sono poche e fanno i conti con i pozzi gravitazionali e la meccanica orbitale (5); mentre gli “hub regionali”, ossia stazioni spaziali in grado di supportare centri manifatturieri, stoccaggio di risorse, impianti di lancio intermedi e basi militari, devono tenere in considerazione i Punti di Lagrange (6), che sono appena cinque. La Cina ne ha già conquistato uno, il punto L2, nel giugno 2018, collocandovi un satellite in orbita che, per la prima volta, permette di mantenere comunicazioni attive e stabili tra la Terra e il versante nascosto della Luna. Ma di <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" data-type="post" data-id="8777" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina parleremo nel prossimo articolo</a>, oggi parliamo della space economy statunitense. Perché la corsa allo sfruttamento dello Spazio è già iniziata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio della Luna</h4>



<p>Se la space highway Terra-Luna è la base per lo profittabilità economica statunitense dello Spazio, e in quanto infrastruttura centrale deve essere protetta militarmente, parallelamente il futuro dominio militare ha bisogno dei capitali privati per sostenere gli enormi costi della corsa spaziale contro la Cina. Rispetto ai tempi della guerra fredda, la dinamica è infatti mutata. Le commesse statali di un tempo, appaltate alle storiche grandi industrie legate alla difesa e all’aeronautica, come Boeing e Lockheed Martin, rimborsavano pienamente i costi aggiuntivi non contemplati nel contratto, spesso legati a imprevisti, e comprendevano un margine di profitto per l’impresa; oggi il finanziamento pubblico è ancorato al raggiungimento dell’obiettivo fissato, e ogni onere extra non calcolato è a carico dell’azienda privata la quale, detenendo la proprietà di ciò che costruisce – lanciatore, navetta, satellite ecc. – potrà rientrare dei costi e registrare profitti con i successivi contratti commerciali di utilizzo, in “un ambiente di mercato in cui i servizi di trasporto spaziale commerciale siano disponibili per il governo come per il settore privato” (7).</p>



<p>Dietro l’entusiasmo di Obama del 2010 per il razzo Falcon 9 di SpaceX (8), troviamo dunque la partnership pubblico-privato che nasce nel 2006 con il Commercial Orbital Transportation Services (COTS) della NASA (9), strutturata in due fasi: nella prima l’agenzia federale aiutava le imprese a sviluppare lanciatori e navette per il trasporto di beni e astronauti in orbita terrestre bassa – l’obiettivo era il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – nella seconda stipulava contratti standard, i Commercial Resupply Services (CRS), per comprare questi servizi dalle relative aziende (10). Il contributo pubblico è stato di 821 milioni di dollari per il COTS (vedi Grafico 1, pag. 9), 3,5 miliardi per i contratti CRS-1 (11) e 14 miliardi per i contratti CRS-2, ancora in essere (12)&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>La fugacità di Internet. Un Report del Pew Research Center</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-fugacita-di-internet-un-report-del-pew-research-center/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 38% delle pagine online nel 2013 oggi non esiste più. Un Report del Pew Research Center analizza i siti governativi e quelli di informazione, le pagine Wikipedia e i social media: Internet è più precario di quanto immaginiamo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il 38% delle pagine online nel 2013 oggi non esiste più. Un Report del Pew Research Center analizza i siti governativi e quelli di informazione, le pagine Wikipedia e i social media: Internet è più precario di quanto immaginiamo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">In dieci anni, il 25% delle pagine web online, è scomparsa. È ciò che ha scoperto uno studio pubblicato a maggio 2024 dal Pew Research Center, intitolato <em>When Online Content Disappears</em> (1). “Il 16% è individualmente inaccessibile ma proviene da un dominio ancora esistente, il 9% è inaccessibile perché l’intero dominio non è più online.” Se invece verifichiamo le pagine che erano online nel 2013, il 38% non esiste più nel 2023.</p>



<p>‘Scomparse’, per l’analisi del Report, significa che “la pagina non esiste più sul suo server host, oppure il server host stesso non esiste più; chi visita questo tipo di pagina riceve in genere una variante dell’errore del server ‘404 Not Found’”, ossia “uno dei nove codici di errore che indicano in modo definitivo che la pagina e/o il suo server host non esistono più o sono diventati non funzionali”. Un “decadimento digitale” che si verifica in spazi diversi: link presenti in siti governativi e di informazione, riferimenti delle pagine Wikipedia e social media&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 88</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>Cavi sottomarini. Big Tech aumenta il controllo su Internet</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cavi-sottomarini-big-tech-aumenta-il-controllo-su-internet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il mondo virtuale viaggia su Internet: miliardi di bit che quotidianamente rimbalzano da un capo all’altro del mondo. In apparenza totalmente immateriale, la trasmissione di questa immensa mole di informazioni è sostenuta da un’infrastruttura estremamente fisica. Il 97% del traffico dati globale – comunicazioni private, contenuti multimediali, transazioni finanziarie, informazioni militari, documenti governativi – percorre i circa 530 cavi in fibra ottica che attraversano gli oceani: la rete tangibile del <em>cloud</em> si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri sui fondali marini.</p>



<p>La costruzione e la posa di questi cavi è storicamente appannaggio delle imprese di telecomunicazioni, che cedono i diritti d’uso della capacità di banda larga ai fornitori di contenuti. Ma negli ultimi anni si è verificato un deciso cambio di rotta: Google, Meta, Amazon e Microsoft, i colossi digitali statunitensi, hanno iniziato a investire nella gestione diretta dell’infrastruttura. Non solo loro. Anche la Cina, attraverso imprese a controllo statale, sta aumentando le proprie zone di influenza.</p>



<p>Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dell’Internet of Things, dei servizi di cloud computing, oltre alla continua espansione delle piattaforme di streaming e social network, portano a un aumento esponenziale del traffico dati. Il controllo della spina dorsale di Internet diventa una necessità strategica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Progetto militare, infrastruttura privata</h4>



<p>Come ormai tutti sanno, Internet nasce negli Stati Uniti come progetto di ricerca accademica finanziato dalla Advanced Research Projects Agency (ARPA), agenzia militare che nel 1969 dà vita ad ARPANET, un network locale che collega l’Università dello Utah con tre centri di ricerca californiani. Un anno più tardi la rete comincia a espandersi, includendo tra gli altri i centri di ricerca dell’Università di Harvard e del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, mentre nel 1973 – per mezzo di un collegamento satellitare – ARPANET acquisisce una dimensione internazionale, aggiungendo le Hawaii, Londra e la Norvegia ai nodi della rete, che nel 1982 arrivano a essere un centinaio.</p>



<p>Inizialmente gestita interamente dall’esercito, tra il 1983 e il 1984 viene trasformata in una ‘rete di reti’, controllate da diverse organizzazioni e interconnesse attraverso l’adozione di standard di comunicazione condivisi, con il passaggio a un network decentralizzato: Internet.</p>



<p>Nel 1986 la National Science Foundation americana crea NSFNET, rete pubblica per le attività di ricerca accademica, che permette la comunicazione ad alta velocità di parti diverse della rete situate a grandi distanze, e che diventa così lo ‘scheletro’ di Internet. Nel 1992 circa 6.000 network – un terzo dei quali al di fuori degli USA – sono connessi a NSFNET. Internet diventa globale.</p>



<p>Questo sviluppo, finanziato dai fondi pubblici statunitensi, va incontro a una profonda trasformazione negli anni ‘90: con l’aumentare delle persone connesse e nel pieno della deregulation neoliberista, il settore privato comincia a vedere un’opportunità di guadagno. Nell’aprile del 1995 il governo Clinton decide così di privatizzarne l’infrastruttura, che viene ceduta alle aziende di telecomunicazioni con il contestuale smantellamento di NSFNET. Da quel momento Internet diventa terreno di conquista commerciale, a partire dalla rete di cablaggio sottomarina che ne garantisce l’esistenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovi proprietari</h4>



<p>La posa del primo cavo sottomarino utilizzato a fini di telecomunicazione risale al 1850, con il collegamento del telegrafo tra Inghilterra e Francia. Nel 1858 si ha il primo tentativo – durato solo sei mesi – di attraversare l’Atlantico, collegando l’Irlanda e Terranova, impresa riuscita in modo permanente nel 1866. Il primo cavo telefonico transatlantico diviene operativo nel 1956, tra Scozia e Terranova, e resiste fino alla fine degli anni ‘70. I primi cavi in fibra ottica, che oggi costituiscono la base delle comunicazioni via internet, vengono impiegati dalla fine degli anni ‘80: le informazioni viaggiano codificate sotto forma di impulsi di luce in sottilissime fibre di vetro, protette da un’intelaiatura di polietilene e metallo dello spessore di pochi centimetri.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="353" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg" alt="" class="wp-image-7136" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa cavi sottomarini rete Internet. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinecablemap.com/" target="_blank">www.submarinecablemap.com/</a> (mappa interattiva)</figcaption></figure>
</div>


<p>Nell’industria dei cavi sottomarini sviluppatasi in seguito alla privatizzazione si distinguono essenzialmente due tipologie di proprietà: il consorzio, un gruppo di imprese che finanzia congiuntamente costruzione, posa e manutenzione del cavo, per poi suddividersi la capacità disponibile o cederne i diritti d’uso ai propri clienti – per un periodo di 15-25 anni, solitamente coincidente con la durata di vita prevista del cavo – attraverso accordi IRU (Indefeasible Right of use, <em>diritti d’uso irrevocabili</em>); oppure la proprietà singola, con un’unica azienda a farsi carico dei costi di produzione – nell’ordine di centinaia di milioni di dollari – e che poi cede a sua volta la capacità ai fornitori di servizi internet.</p>



<p>Storicamente, le imprese maggiormente coinvolte in questo mercato sono le compagnie di telecomunicazioni, in gran parte private e per più della metà statunitensi, che si servono di aziende specializzate nell’installazione e nel mantenimento dei cavi. Ma gli investimenti nell’ultimo decennio da parte dei colossi del web – <em>content provider</em> come Google, Meta, Amazon e Microsoft – stanno modificando gli equilibri del settore. Big Tech, infatti, non si è limitata a comprare dai fornitori tradizionali il diritto d’uso della capacità dei cavi: ha iniziato a costruirli direttamente, sia in consorzi con altre imprese che in esclusiva. Secondo un report del Submarine Telecoms Forum del 2022 (1), dei 16,7 miliardi di dollari investiti tra 2012 e 2020, il 47% è concentrato nel periodo 2016-2018, in corrispondenza del boom di investimenti dei giganti digitali, che a partire dal 2018 hanno finanziato il 20,4% dei nuovi cavi – il 35% nel solo 2022.</p>



<p>L’ingresso in questo mercato degli ingenti capitali di queste aziende – interessate a controllare la capacità disponibile sui cavi, senza cederla a terzi – segna un punto di svolta nel presente e futuro di Internet: i fornitori di contenuti, già proprietari dei dati riversati sulle piattaforme dagli utenti di ogni parte del mondo, stanno progressivamente aumentando il controllo anche dell’infrastruttura imprescindibile per trasmetterli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Big Tech: i numeri</h4>



<p>Il primo passo è di Google. In un consorzio di cui fanno parte anche cinque imprese asiatiche, nel 2010 l’azienda della Silicon Valley partecipa alla costruzione del cavo Unity che collega Los Angeles al Giappone. È solo l’inizio: a partire dal 2016 gli investimenti della società subiscono una forte accelerata, con il finanziamento della costruzione di 18 nuovi cavi, di cui cinque interamente di proprietà. Di questi, il primo a entrare in funzione, nel 2018, è Junior, link tra le città brasiliane di Rio de Janeiro e Santos; dal 2019 è operativo Curie, che connette Los Angeles al Cile; nel 2021 è il turno di Dunant, primo cavo di Big Tech ad attraversare l’Atlantico e collegare la costa francese con gli Stati Uniti; i più recenti – del 2022 – sono Grace Hopper, che va dalla costa Est statunitense fino in Gran Bretagna e Spagna, ed Equiano, che dal Portogallo costeggia l’Africa Occidentale fino ad arrivare in Sud Africa; prevista per il 2023, infine, l’attivazione di Firmina, che andrà a collegare gli USA con Brasile, Uruguay e Argentina. In totale, Google è proprietaria – unica o in consorzio – di quasi il 10% dei cavi del globo.</p>



<p>Nello stesso 2016 anche Meta (Facebook, ai tempi) entra nel mercato: partita con poco più di 10.000 chilometri, nel giro di sei anni l’azienda arriva a essere parziale proprietaria del 6% dei cavi totali, con una proiezione per il 2024 che tocca quota 13% (2) – spinta soprattutto da 2Africa, immenso progetto che sarà attivo dal 2023 e che dal Regno Unito arriverà fino in India, passando per Genova e abbracciando tutto il continente africano e la penisola araba. Meta disporrà così di 15 cavi operativi che attraversano il mondo. Di questi, due sono in condivisione proprio con Google – Pacific Light Cable Network (PLCN), tra Filippine, Taiwan e Stati Uniti, e Apricot, che si estende tra Giappone e Indonesia –, due con Amazon, che ha iniziato gli investimenti in questo settore nel 2018 – CAP-1 tra Filippine e California e Jupiter tra Filippine, Giappone e Stati Uniti – e uno con Microsoft, attiva dal 2015 – MAREA, collegamento tra USA e Spagna (vedi Tabelle pag. 29 e 30).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="300" height="525" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg" alt="" class="wp-image-7137" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-171x300.jpg 171w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
</div>


<p>Seppure siano tuttora le tradizionali aziende di telecomunicazioni a controllare la fetta maggiore del mercato, i quattro colossi americani – guidati da Google, a oggi l’unica a possedere interi cavi in esclusiva – nei prossimi anni arriveranno a essere proprietari o co-proprietari di più di 40 cavi, con un investimento complessivo di oltre 20 miliardi di dollari (3). È rilevante notare come Big Tech privilegi tratte specifiche, conformemente ai propri interessi commerciali e all’esplosione della domanda globale di capacità di banda, trainata proprio dai fornitori di contenuti che ne sono diventati gli utilizzatori principali: se fino al 2012 Google, Meta, Amazon e Microsoft consumavano non più del 10% della disponibilità totale, infatti, nel 2021 sono arrivati al 69% (4) – e la proiezione per il 2027 tocca il 78% (5) – con picchi del 92% sui collegamenti transatlantici e circa del 75% su quelli transpacifici. Non casualmente, i loro investimenti nei cavi coincidono con queste rotte: tra 2019 e 2021 quasi il 75% ha interessato la tratta tra Europa e Stati Uniti, scendendo a circa un terzo attraverso il Pacifico (6).</p>



<p><strong>Fame di dati</strong></p>



<p>Nell’era della <em>smart</em> <em>revolution</em> e di una domanda di servizi globali ad alta velocità in continua crescita, si assiste alla costruzione di un numero sempre maggiore di data center, necessari a rendere fruibili agli utenti nel minor tempo possibile e in ogni parte del mondo i contenuti delle piattaforme. Questione che interessa i colossi dei servizi cloud come Amazon, Microsoft e Google, per i quali diventa imprescindibile offrire ai propri clienti – imprese, ma anche governi nazionali (7) – quante più opzioni possibili per lo stoccaggio, l’accesso e la condivisione dei dati, oltreché le piattaforme social o di video streaming. A differenza delle tradizionali aziende di telecomunicazioni, quindi, la priorità dei colossi digitali non è mantenere in comunicazione gli utenti quanto mantenere connessi gli imponenti data center che conservano i dati. Basti pensare che il traffico tra i data center di Facebook – per il back-up di post, foto e video condivisi giornalmente dagli utenti – è dalle sei alle sette volte maggiore rispetto a quello utente-macchina (8). Poter determinare le rotte dei collegamenti transoceanici diventa quindi fondamentale.</p>



<p>Per mantenere la posizione dominante che occupano, strettamente connessa alla mole di dati che sono in grado di prelevare, le Big Tech puntano parallelamente a incrementare la quantità di informazioni da poter gestire, trasmettendole ad alta velocità e bassa latenza. La capacità di banda messa a disposizione dai fornitori tradizionali, difatti, non è più sufficiente a soddisfare i loro crescenti bisogni: Google, per esempio, è passata dagli 8 Terabyte al secondo di Unity nel 2010, ai 250 Tb/s di Dunant – in grado di trasmettere ogni secondo una quantità di dati pari a tre volte la biblioteca digitalizzata del Congresso statunitense – fino ai 350 Tb/s di Grace Hopper (9). Sono queste le ragioni che le hanno spinte a entrare in prima persona nell’industria dei cavi sottomarini.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="432" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg" alt="" class="wp-image-7138" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-300x216.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
</div>


<p>L’ingresso di questi capitali ha portato altresì ad accorciare i tempi per portare a termine i progetti – grazie a un controllo maggiore rispetto ai consorzi tradizionali – e a miglioramenti tecnologici, che permettono di accompagnare l’aumento di capacità ed efficienza a una diminuzione dei costi: in una parola, una maggiore competitività.</p>



<p>Controllo dell’infrastruttura, aumento della capacità accessibile e dei dati raccolti, miglior qualità dei servizi e minori costi: così Big Tech accresce il proprio dominio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Via della Seta</h4>



<p>A fare da contraltare alle imprese di telecomunicazioni statunitensi e al boom degli investimenti di Big Tech, anche la Cina ha recentemente volto lo sguardo all’industria dei cavi sottomarini. A partire dal 2021, le tre imprese a controllo statale China Telecom, China Unicom e China Mobile hanno iniziato a investire nel settore, finanziando la costruzione di più di 30 nuovi cavi nel solo primo anno, dei quali oltre un terzo senza punti di contatto con il territorio cinese (10). Un’altra azienda, la HMN Technologies (ex Huawei Marine) è invece tra i leader nella costruzione e manutenzione dei cavi, con oltre 100 progetti gestiti (11).</p>



<p>L’attenzione dello Stato cinese verso lo sviluppo dell’infrastruttura digitale globale rientra nella Digital Silk Road – parte della Belt and Road Initiative lanciata nel 2015 – che prevede investimenti per 95 miliardi di dollari e ha tra i suoi obiettivi anche il controllo del 60% dei cavi sottomarini mondiali entro il 2025 (12). Una strategia che punta ad aumentare la dipendenza tecnologica ed economica mondiale nei confronti di Pechino e a estendere l’influenza cinese nei Paesi in via di sviluppo.</p>



<p>Agli occhi statunitensi il protagonismo della seconda potenza globale pone chiaramente un problema geopolitico. Il governo USA, infatti, ha più volte bloccato o influenzato progetti di collegamento tra Stati Uniti e territorio cinese appoggiati anche dagli stessi colossi occidentali. È il caso per esempio del Pacific Light Cable Network finanziato da Meta e Google, che inizialmente prevedeva la partecipazione anche di un’azienda cinese e la connessione di USA, Filippine e Taiwan con Hong Kong: su pressione di Washington, l’impresa cinese ha abbandonato il consorzio e Hong Kong è stata esclusa dalla rotta del cavo (13). È stato del tutto bloccato, invece, il collegamento diretto pianificato da Meta, China Telecom e China Unicom tra Stati Uniti e Hong Kong (14). Sorte simile è toccata al cavo CAP-1 tra Filippine e California, finanziato da Meta e Amazon e approvato dagli USA soltanto in seguito al ritiro dal consorzio di China Mobile (15).</p>



<p>In una fase in cui il capitalismo globale sta transitando verso un futuro <em>green</em> e <em>smart</em>, avere il controllo delle tecnologie fondamentali per la rivoluzione energetica e digitale diventa di primaria importanza. E dal momento che l’asse portante di queste tecnologie – intelligenza artificiale in primis – è Internet, gestire l’infrastruttura che sostiene le connessioni rappresenta un vantaggio strategico non indifferente.</p>



<p>A ogni modo, a farla da padrone nel vasto mondo della rete per il momento sono ancora gli Stati Uniti. Google, Meta, Amazon e Microsoft in testa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Libertà di controllo</h4>



<p>Al contrario delle imprese di telecomunicazioni tradizionali – che devono attenersi al principio della neutralità della rete, senza cioè discriminazioni in merito alla qualità e al tipo di servizio offerto, e che sono tenute a garantire l’accesso al pubblico disposto a pagare un canone, senza poter scegliere o favorire determinati clienti – i colossi statunitensi si sottraggono a qualsivoglia regolamentazione. Collegando i data center di loro proprietà, infatti, i cavi sottomarini sotto il loro controllo diventano delle vere e proprie linee di comunicazione private. Tant’è vero che l’obiettivo che perseguono i giganti del web non è il profitto tramite la rivendita della capacità dei loro cavi – che li equiparerebbe a un’impresa di telecomunicazioni – bensì l’utilizzo esclusivo di queste rotte transoceaniche.</p>



<p>Il network privato che sta strutturando Google, con i cavi di cui è unica proprietaria, connette Stati Uniti, Sud America, Europa e Africa. Non soltanto, perché la stessa Google adotta poi un modello di partnership con le imprese di telecomunicazioni dei Paesi a cui si connette, che le permette ancora più libertà di manovra. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che disciplina le norme internazionali sulla posa dei cavi sottomarini, gli Stati possono imporre restrizioni e richiedere licenze soltanto alle imprese che operano all’interno delle acque territoriali, mentre in alto mare vige la libertà assoluta di operare. Google, che si appoggia alle aziende locali per portare a terra le connessioni, non viene toccata.</p>



<p>Seppur non interessate alla rivendita della capacità di banda, è tuttavia possibile lo scambio di ‘quote’ tra imprese che controllano cavi diversi: data la portata degli investimenti dei content provider, è facile prevedere che tali scambi avverranno principalmente tra soggetti con pari disponibilità, creando una sorta di ‘club esclusivo’ accessibile soltanto ai già dominanti colossi del web.</p>



<p>Per imprese che hanno costruito il loro impero sul controllo dei dati degli utenti delle loro piattaforme – che sia attraverso pubblicità mirata, come per Google e Meta, o con i servizi cloud, come per Amazon e Microsoft – poter modellare anche l’infrastruttura della rete costituisce un chiaro vantaggio competitivo: maggiore è il traffico dati di cui riescono ad appropriarsi, più grandi saranno i loro guadagni e più marcato il loro dominio.</p>



<p>Il mondo virtuale viaggia su Internet. E guida Big Tech.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. Submarine Telecoms Forum, <em>Industry report</em>, issue 11, 2022/2023</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership">https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Cfr. <a href="https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry">https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>4)</em> Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/">https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables">https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Si segnala, per esempio, il contratto affidato dalla CIA ad Amazon nel 2013 per la gestione del cloud della comunità di intelligence statunitense, della durata di dieci anni e del valore di 600 milioni di dollari. Nel 2020 l’agenzia ha destinato un secondo appalto multimiliardario – per altri dieci anni – ad Amazon, Microsoft, Google, Oracle e IBM. Ancora da assegnare, invece, i 9 miliardi di dollari del contratto quinquennale Joint Warfighting Cloud Capability del Pentagono, a cui aspirano Amazon, Microsoft, Google e Oracle</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook">https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) </em>Cfr. <a href="https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1">https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts" target="_blank">https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> Cfr. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em> Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/" target="_blank">https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Capitalismo digitale. Il futuro colonizzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-il-futuro-colonizzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 17:49:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[dna]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3383</guid>

					<description><![CDATA[Tra presente addomesticato e futuro colonizzato, algoritmi predittivi, IA, lavoratori obsoleti e lavoratori de-territorializzati: responsabilità e via d’uscita]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tra presente addomesticato e futuro colonizzato, algoritmi predittivi, IA, lavoratori obsoleti e lavoratori de-territorializzati: responsabilità e via d’uscita</p>
</blockquote>



<p class="has-small-font-size">Incontro-dibattito sul libro <em>Il futuro colonizzato</em><em>. Dalla virtualizzazione del</em><em> futuro al presente addomesticato</em>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2019), presso il Csa Vittoria, Milano, 24 ottobre 2019</p>



<p class="has-drop-cap">Vorrei iniziare leggendo due frammenti di due interviste uscite recentemente sui giornali internazionali e italiani; sono poche righe, ma penso che potranno ben introdurci al tema che cercheremo in qualche modo di raccontare.</p>



<p>La prima è di Leonard Kleinrock, un uomo importante nella storia di Internet, anzi si può dire il primo uomo: è stato quel ricercatore che nel 1969 è riuscito a mettere per la prima volta in contatto due computer. Per tanti anni ha poi lavorato ai progetti di nascita della rete ed è noto agli studenti di tutte le università perché è il fondatore dell’informatica come disciplina universitaria. A ottobre ha dichiarato: “Il nostro Internet era etico, di fiducia, gratis, condiviso. Oggi è passato da risorsa digitale affidabile a moltiplicatore di dubbi, da mezzo di condivisione a strumento con un lato oscuro. Internet consente di arrivare a milioni di utenti a costo zero in maniera anonima, e per questo è perfetto per fare cose malvagie: spam, addio alla privacy, virus, furto d’identità, pornografia, pedofilia, fake news. Il problema è nato quando si è voluto monetizzarlo: si è trasformato un bene pubblico in qualcosa con scopi privati che non ha la stessa identità del passato”. Kleinrock quindi afferma che ci sono due fasi: una prima in cui è nato Internet come progetto scientifico e di ricerca, che aveva comunque un’intenzione pubblica, e una seconda in cui qualcuno ha cominciato a monetizzarlo ed è diventato una cosa ‘malvagia’.</p>



<p>Edward Snowden, che conosciamo tutti, in un’altra intervista ha sintetizzato così il suo punto di vista: “Alle origini Internet era il luogo in cui tutti erano uguali, un luogo dedicato alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Ben presto però Internet è stata colonizzata dai governi e dalle grandi aziende per trarne profitto e potere. Oggi Internet è americana sia per l’infrastruttura che per il software. Le principali aziende, Google, Facebook, Amazon, sono americane e quindi sono soggette alla legislazione americana. Il problema è che sono soggette a politiche segrete, politiche segrete americane, che permettono al governo statunitense di sorvegliare virtualmente ogni uomo, donna o bambino che abbia mai usato un computer o fatto una telefonata, e di tenere a memoria permanente, conservare cioè tutti i dati possibili, per più tempo possibile, anzi per l’eternità. Dopo l’11 settembre 2001 si è passati dalla tradizionale intercettazione mirata a obiettivi specifici a una vera e propria sorveglianza di massa. Oggi la sorveglianza di massa è un processo di censimento infinito. Sarebbe una tragedia se ci abituassimo all’idea di una sorveglianza costante e indiscriminata: orecchie che sentono tutto, occhi che vedono tutto, memoria vigile e permanente”.</p>



<p>Kleinrock e Snowden sono quindi d’accordo sul paradigma principale con cui presentare la storia di Internet: c’è stato un primo momento in cui tutto era bello, pulito, limpido, trasparente, pubblico, e un secondo momento in cui la monetizzazione, oppure le esigenze strategiche, hanno fatto sì che si passasse appunto a una monetizzazione e a un sistema di sorveglianza di massa. Chi sta seguendo il lavoro che sto facendo da qualche anno su questi temi sa che le critiche di Snowden e di Kleinrock sono sostanzialmente il percorso di ricerca che abbiamo sviluppato dal 2015, e fa piacere vedere che il fondatore di Internet oggi concorda con la critica più radicale che è stata portata. Tuttavia oggi la rete non è neanche la seconda fase, non è questo inferno che viene raccontato dopo un iniziale periodo di Eden. Oggi Internet ha fatto un passo qualitativo estremamente rilevante ed estremamente coperto; <em>rilevante</em> perché ha modificato la sua capacità di colonizzazione sia della rete che dell’immaginario dei cittadini, <em>coperto</em> perché una forte campagna per la costruzione di un’egemonia culturale si è sviluppata sulle grandi testate giornalistiche e nel campo dell’editoria, allo scopo di presentare il volto di Internet come il volto del futuro, del progresso, della scienza. Si è quindi iniziato a mettere in gioco un paradigma molto importante, quello del dominio del pensiero scientifico rispetto alle titubanze etiche che spingono molte persone ad avere delle incertezze nella valutazione e nel giudizio. Il lavoro che vi porto è una riflessione sui punti cardine di questo salto di qualità, riflessione che abbiamo fatto lo scorso anno in due cantieri a Roma e a Milano.</p>



<p>Questo passaggio qualitativo consiste in una innovazione tecnologica di forte portata dal punto di vista tecnico-scientifico: è legata all’invenzione di algoritmi <em>predittivi</em>, capaci di lavorare su grandi masse di dati per realizzare dei costrutti di realtà virtuale che riguardano apparentemente il futuro, ma che sono invece la condizione del presente. Mi spiego meglio.</p>



<p>Quando pensiamo il futuro lo pensiamo con il nostro bagaglio culturale, che è quello del Novecento, dell’Ottocento e di tutti i secoli precedenti; lo pensiamo come qualcosa linearmente più in là di oggi, il futuro è da domani in poi. Quando gli algoritmi predittivi pensano il futuro, invece, non lo pensano in questo modo: non è domani, è oggi, anzi è ieri. Il futuro che cercano di costruire parte da tutto ciò che noi abbiamo riversato all’interno delle banche dati dei server che li hanno costruiti. Questa massa di informazioni contiene schemi di orientamento, di desiderio, di attesa, schemi di comportamento che possono essere utilizzati proprio per essere giocati sulle stesse persone che li hanno prodotti; schemi che possono essere immaginati come dei costrutti ingegneristici di realtà virtuale da realizzare, perché sono già realizzati nell’attesa delle persone.</p>



<p>Cercherò di uscire un po’ dal discorso generale per farvi vedere come questo nuovo paradigma, che consente di realizzare il futuro nelle attività produttive del presente – che consente quindi nel dare a chi chiede ciò che sta chiedendo, nel dargli esattamente ciò che lui desidera, ciò che lui stesso ha costruito con il sistema di marketing intelligente, creato sulla base delle potenzialità e delle capacità attuali – stia lavorando per imporre un orientamento culturale e della nostra vita sociale. Sceglierò due territori che sembrano lontanissimi dalla nostra quotidianità, ma non lo sono affatto: l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="301" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-44.jpg" alt="" class="wp-image-3384"/></figure>
</div>


<p>Tra il ‘90 e il ‘91 si è accesa un’importante discussione internazionale intorno alla figura di Craig Venter, uno scienziato che dopo aver lavorato per il Ministero della Sanità americana, nel 1991 è passato al campo privato e ha aperto diversi istituti e aziende con il progetto di fare interventi sul DNA, portandosi dietro i 30.000 geni da lui scoperti negli anni della sua collaborazione con gli enti pubblici. Nel 2000 una di queste imprese, la Celera Genomics, ha dato l’annuncio della prima stesura del sequenziamento del genoma umano; da qui vennero espresse da più parti forti preoccupazioni in relazione all’intenzione di far brevettare l’intero genoma umano. Il punto è che dagli anni ‘90 l’ingegneria genetica sta lavorando sulla raccolta dei dati sul DNA della popolazione mondiale, con un investimento di miliardi di dollari, ed è un processo costruito attraverso Internet: a un certo punto Venter ha infatti avuto bisogno di una potenza di calcolo e di strutture che promuovessero a grandi numeri la raccolta di DNA, e nel 2005 ha stretto un accordo con Google, che è oggi il più grande raccoglitore a livello mondiale di DNA. Ci sono siti, come 23andMe per esempio, che per 99 dollari vi danno un quadro quasi completo del vostro DNA – non possono darlo completo perché le istituzioni sanitarie dal 2013 lo impediscono, per non creare allarme per le diagnosi.</p>



<p>Oggi il DNA è raccolto da dietologi, su Internet ci sono un’infinità di agenzie che vi mandano a casa un tampone con cui voi date il vostro DNA in cambio di una dieta personalizzata; la stessa cosa se avete un problema di calvizie; ci sono addirittura ristoranti in Giappone che creano porzioni di sushi calibrate sulle necessità alimentari del cliente dedotte dall’analisi del suo DNA consegnato, sempre attraverso un tampone, al momento della prenotazione. Ci sono programmi televisivi come “Finding Your Roots” che, analizzando il DNA, raccontano le storie della discendenza genetica delle persone. Nel cantiere che abbiamo svolto a Roma, una ragazza che studia all’Università di Tor Vergata ha spiegato proprio questo tipo di lavoro che ha svolto. È chiaro che in una società complessa come quella attuale, con persone che arrivano da tutti i continenti, per molti può essere interessante sapere chi era il nonno, o se si proviene dal Kenya piuttosto che dall’Irlanda o dall’Italia, ma tutto ciò è funzionale a una raccolta gigantesca di DNA. Qual è lo scopo?</p>



<p>Esperimenti ne sono già stati fatti, come ha raccontato le stesso Venter in diversi saggi. Per esempio sugli animali, avendo molti dati a disposizione, si può intervenire: un progetto mirava a creare maiali geneticamente modificati dotati di polmoni, cuore, reni e fegato da trapiantare negli esseri umani. Lavorare sul DNA non è quindi un’operazione che ha a che fare solo con l’idea generale di mappatura e conoscenza, o con lo studio necessario per poter prevenire malattie genetiche, come l’Alzheimer, che potrebbero essere curate attraverso un intervento sul DNA; ha a che fare anche con altre cose. In Cina, per esempio, He Jiankui, uno scienziato della più importante università cinese con forti riflessi internazionali, ossia Shenzhen, ha dichiarato nel 2018, prima in un convegno accademico poi su Internet, di avere effettuato il primo intervento su embrioni umani modificandoli geneticamente (1).</p>



<p>L’esperimento scientifico è riuscito ma è anche stato fortemente discusso sul piano etico. Tuttavia il problema che vi pongo è molto semplice: sappiamo dai tempi che furono, che laddove un’operazione scientifica è possibile, verrà fatta. Ci può essere chi è d’accordo e chi non lo è, ma non saranno delle barriere etiche a impedire qualcosa. Non sono state barriere etiche a impedire alle acciaierie Krupp di andare a sviluppare la loro attività dentro i campi di concentramento, o a impedire per un paio d’anni, qualcuno dice anche per più anni, a scienziati, tecnici, operai e lavoratori di costruire la bomba atomica nel più assoluto silenzio. Poi la bomba atomica esplode e allora si dice che gli effetti sono disastrosi; si scoprono i campi di concentramento e si dice che gli effetti sono disastrosi. Saranno pur disastrosi ma la Bayer vende ancora l’aspirina, non ha neanche cambiato nome, eppure è l’azienda che ha fatto il Zyklon B, il gas tossico che ha ucciso centinaia di migliaia di persone. Oggi siamo esattamente nella stessa condizione: allora si è fatto il Zyklon B, si è fatta la bomba atomica, oggi si fa il lavoro sul DNA. Un processo che va nella direzione del post umano, della prospettiva transumanista, del ‘potenziamento’ in varie forme degli umani; sperimentazioni che si fanno strada grazie alla zona ‘grigia’ di istituzioni militari e sportive.</p>



<p>Questo lavoro di ingegneria genetica è estremamente rilevante perché passa attraverso la struttura di Internet, è costruito da aziende pubbliche e private, ma nello stesso tempo è realizzato da noi, perché siamo noi che lo facciamo. E con questo vorrei mettere una prima idea forte in questo ragionamento: è bene analizzare i contesti in cui viviamo, come stanno lavorando, ma soprattutto è bene non tirarci fuori dalla responsabilità su come funziona. Perché se è possibile che quei contesti funzionino in quel modo, è perché noi stiamo facendo passi che consentono a quei contesti di funzionare in quel modo.</p>



<p>Ora chiarirò questo pensiero spostandomi sul territorio dell’intelligenza artificiale, che non vive nei laboratori ma negli smartphone. Qualunque smartphone è pieno di dispositivi di IA, ne elenco alcuni: quando digitate un testo, la scrittura è gestita da programmi di intelligenza artificiale, che possono correggere ma fare anche altre operazioni – come scrivere un articolo che esce su un giornale sportivo ed è firmato da una sigla, oppure un intero libro: ci sono editori che stanno pubblicando, senza dirlo, libri scritti da algoritmi, relativi a generi che possono essere altamente standardizzati. Quando usate il localizzatore, le mappe che utilizzate sono un software ad altissima concentrazione di IA: un localizzatore non sta nel vostro smartphone ma in un sistema di satelliti, di triangolazioni e di calcoli, che vengono fatti su di voi e sul vostro dispositivo, in un lontano e indecifrabile territorio. Le chiavi di sicurezza con cui aprite il vostro dispositivo, l’impronta digitale oppure la voce, sono altri dispositivi di intelligenza artificiale.</p>



<p>Anzi diciamo di più: sono dispositivi di IA che hanno bisogno di qualcuno che li usi perché si devono perfezionare, sono come degli allievi che hanno bisogno di qualcuno che gli faccia scuola. E chi gli fa scuola? Chi li utilizza. Se dico “Siri ordinami un caffè al bar”, sto facendo l’addestratore di un dispositivo di intelligenza artificiale. A luglio il Guardian ha denunciato l’esistenza di aziende a cui vengono appaltati i lavori di messa a punto di questi algoritmi, perché Alexa, Siri, Cortana ecc. sono relativamente giovani e fanno ancora molti errori, magari non capiscono che una parola pronunciata non è “Ehi Siri” e si accendono, registrano casomai per ore e un normale consumatore non se ne rende neanche conto. Bisogna dunque raffinare l’addestramento e lo fanno aziende terze. Apple, Amazon ecc. consegnano ad altre imprese queste registrazioni affinché lavorino per capire i processi da migliorare. Noi siamo quindi, in questo senso, coloro che fanno migliorare i dispositivi: più c’è raccolta di interventi orali, più c’è materiale per metterli a punto. Quindi diventiamo dei lavoratori a nostra insaputa, non pagati ma questo è il meno: lavoriamo a produrre un miglioramento di un dispositivo che stiamo utilizzando, e sarà un dispositivo dal quale sempre più dipenderemo. Questo è un ciclo estremamente rilevante.</p>



<p>I consigli per l’e-commerce di Netflix, Amazon ecc. usano lo stesso software, sono tutti dispositivi di IA. Chi ha utilizzato Netflix sa che prima ancora di potersi iscrivere fa una domanda: “Dimmi un film o una serie televisiva che ti sono piaciuti”. Lo fa perché è la domanda a partire dalla quale un algoritmo di IA comincia a lavorare. Inizio a sapere che ti è piaciuto un film di fantascienza, o d’amore, o drammatico; ti ho inquadrato, ho un’idea di te. Poi ti dico “iscriviti” e mi farai un ordinativo, e avrò già due elementi su di te, poi ne avrò tre, quattro, cinque. Poi ti proporrò io, a partire da quei cinque, una serie di cose che ho e potrebbero interessarti, e tu mi dirai sì oppure no, e io avrò sempre più cognizione di chi sei dal punto di vista dei tuoi gusti musicali, cinematografici ecc. Questo però non lo fanno umani ma macchine, software che noi perfezioniamo utilizzandoli.</p>



<p>Questa è la produzione di futuro. Mentre costruisce la conoscenza della persona, un algoritmo predittivo costruisce la proposta da fare a quella persona, costruisce l’idea di offrirle, a partire da una maggiore conoscenza delle sue inclinazioni, il prodotto che le dovrà essere venduto. Addirittura Netflix, visto che abbiamo fatto questo esempio, può decidere che cosa produrre, avendo chiaro qual è la platea delle persone, gli orientamenti e i numeri; può decidere di proporre una serie che è estratta dal passato ma è il futuro, che uscirà fra tre mesi ma è già costruita da noi.</p>



<p>La stessa impostazione è applicabile al sistema di comunicazione politico, oggi in Italia ne abbiamo tre: la cosiddetta <em>bestia</em> di Salvini, la piattaforma Russeau dei Cinque stelle e ora anche Renzi con la sua struttura americana che utilizza il software nato dalla Cambridge Analytica. Non mi interessa discuterne sul piano politico, voglio dire che ci sono agenzie che di mestiere utilizzando gli algoritmi predittivi per profilare le persone e vendere questa massa di informazioni. E allora a un certo punto la predizione sarà che, nel popolo della rete, in quel momento, su un micro-problema c’è un certo tipo di orientamento, e il profilo social del politico alle 14:25 posterà quel tweet; alle 16:27 il problema sarà un altro e anche stavolta ci sarà il post, e via di seguito. Ovviamente il condizionamento dell’opinione pubblica è gestito anche dall’Unione europea con le proprie strutture, negli Stati Uniti per costruire un orientamento dell’opinione pubblica di aree interne della popolazione, la Russia fa la stessa cosa&#8230;</p>



<p>IA significa anche cose molto più sconvolgenti. Negli Stati Uniti, in alcuni Stati, c’è un software che giudica se una persona arrestata può o meno ottenere i domiciliari in attesa del processo o se deve andare in carcere. Si tratta di un algoritmo che analizza l’intera storia di questo essere umano, eventuali fatti che in precedenza l’hanno messo in contatto con la legge, incrocia dati e alla fine emette un giudizio: il software decide, il giudice ratifica. La categoria degli avvocati chiaramente ha reagito, chiedendo cosa ci stanno a fare se tutto avviene così automaticamente da non poterlo neanche discutere, e hanno domandato di poter almeno leggere i criteri con cui l’algoritmo emette il giudizio; ebbene gli è stato negato, perché il software è di una società privata e dunque è coperto da brevetto, segreto. Siamo di fronte al fatto che per la prima volta delle persone vengono giudicate da macchine, da software e non da altri umani (2).</p>



<p>Senza contare, nel libro anche questo aspetto è affrontato, che al discorso dell’intelligenza artificiale si lega la “singolarità”, quella soglia di discontinuità oltre la quale si realizzerebbe una “esplosione” dell’IA e il suo sviluppo sfuggirebbe alla capacità umana di prevederne gli ulteriori sviluppi. E anche qui entriamo in una nuova era definita post umana.</p>



<p>Si possono fare molti altri esempi, ma il punto che mi preme mettere in evidenza è, per entrambi i casi, sia per la raccolta di DNA che per lo sviluppo dell’IA, il coinvolgimento attivo dell’utilizzatore nella sua colonizzazione. Uso la parola <em>colonizzazione</em> perché stiamo parlando esattamente di un processo coloniale, un processo attraverso il quale un potere si rivolge a un territorio, e agli umani che sono su quel territorio, per renderli simili a se stesso. Sappiamo che tutte le colonizzazioni nel mondo sono funzionate attraverso la distruzione della cultura, dei popoli, delle etnie, delle tradizioni locali, del folclore e delle storie. Cioè un potere viene e ti dice: in questo territorio possiamo fare un bellissimo campo da tè, perché il tè serve all’Inghilterra. Poi dirà: ma come, non ti piace il tè? Prova ad assaggiarlo e lo venderò anche a te. Il processo coloniale è un processo di assimilazione alla cultura del colonizzatore. Questo ciclo lo possiamo studiare a partire da Cristoforo colombo nell’America precolombiana, in Africa, in India, dove volete, e troveremo sempre questa logica attraverso la quale un potere esterno interviene su un territorio umano e ambientale e lo rende simile a una propria progettualità. Qui il territorio è la rete, ed è un territorio che, nel libro precedente (3), abbiamo chiamato <em>continente</em>, un continente virtuale che non c’entra con le dimensioni nazionali. Il problema del colonizzatore è certamente imporsi sul territorio, ma è anche e soprattutto far sì che il colonizzato lo diventi con la sua testa.</p>



<p>Negli anni ‘60, quando c’era la resistenza dei neri americani, veniva portata avanti un’importante battaglia culturale su questo, quando dicevano: tu sarai un nero, ma sei un nero con la testa di bianco. Oggi la stessa battaglia la fanno i palestinesi e i curdi. Il colonizzato è di fronte a due vie: adattarsi, sparire, non fare più la resistenza perché paga un prezzo troppo alto, oppure fare qualcosa, sarà poco, sarà nulla, ma forse lascia una traccia che non è la traccia che il colonizzatore vuole. Faccio questi esempi volutamente per mettervi di fronte al problema della logica della colonizzazione, che vince solo laddove il colonizzato si lascia coinvolgere nel disegno del colonizzatore. La colonizzazione di Internet è un dato di fatto. Kleinrock e Snowden dicevano che all’inizio non c’era la monetizzazione, casomai c’erano i servizi di sicurezza, c’era una ricerca che coinvolgeva i docenti dell’università e i ricercatori, c’era un’altra idea, poi a un certo punto questa tecnologia è stata colonizzata da aziende che vi hanno visto la possibilità di fare soldi, e hanno cominciato a fare i capitalisti. Ossia quello che sono, non è che hanno fatto un’altra cosa. Non è che Facebook e le altre sono aziende diverse dalla Fiat o da qualunque altra impresa. Facebook è una società, anche quotata in Borsa, che ha un algoritmo che precede tutti gli altri: lo scambio disuguale. È molto semplice, è il fondamento del capitalismo. È un algoritmo che dice: ti do uno spazio, ti do le mie condizioni per gestirlo, se tu ci vuoi venire mi dai i tuoi dati. In questo scambio però i dati valgono molto di più di quel che restituisce questo servizio, perché altrimenti non avrebbe alcun senso: nessuno comprerebbe le azioni e Facebook non sarebbe, dopo nemmeno quindici anni, una delle prime aziende mondiali per capitalizzazione e per profitti.</p>



<p>Questo è un punto importante da capire: quando parliamo di colonizzazione parliamo di questo dispositivo, che è alla base del capitalismo, e consiste nell’imporre l’algoritmo del suo modo di produzione. Se lo impongo non solo al presente ma anche ai costrutti di futuro che ricavo dal tuo passato, capite che non abbiamo più nessun futuro davanti a noi. Diventiamo coloro che producono il futuro desiderato da chi produce gli algoritmi predittivi, diventiamo semplicemente i realizzatori di quel futuro che non c’è ancora solo per modo di dire, perché è già presente nell’azione che facciamo per costruirlo; ma si può realizzare solo alla condizione che lo facciamo vivere, perché se c’è una resistenza non può funzionare.</p>



<p>Vorrei ora spostare l’attenzione sul mondo del lavoro. Il libro affronta anche il territorio del controllo sociale, ma qui vorrei focalizzarmi su quello del lavoro. Vi racconto due storie che fanno da paradigma.</p>



<p>La prima riguarda un’azienda della logistica austriaca, la Knapp AG. A un certo punto ha deciso di ristrutturare i suoi magazzini chiedendo ai lavoratori di indossare degli <em>smart glass</em>, occhiali capaci di costruire una realtà virtuale degli oggetti che vedono. Questo significa che se un lavoratore è di fronte a uno scaffale, non ha più bisogno di andare a controllare la merce con un lettore di codice, gli basta guardarlo e l’occhiale restituisce tutte le informazioni; ha quindi le mani libere e può fare altro, per esempio alimentare dei carrelli. Può dunque fare un doppio lavoro, e ciò significa che questa ristrutturazione riduce della metà i lavoratori e aumenta la produttività complessiva. Nello stesso tempo l’occhiale mi traccia, controlla e tiene memoria di tutto quello che sto facendo, quanto impiego per ogni operazione, quante pause mi prendo&#8230; consente di costruire una lettura in tempo reale della mia produttività. Questo tipo di ristrutturazione ha portato la Knapp a diventare la prima azienda della logistica austriaca e modello per tutte le imprese del settore.</p>



<p>Un altro esempio è il porto di Rotterdam, che a un certo punto ha deciso di eliminare i lavoratori portuali, anche in questo caso grazie agli algoritmi di IA e ai sensori. Ha costruito un sistema di navi drone che entrano all’interno del porto guidate da sensori, delle gru di 125 metri che scaricano i container e li posizionano su veicoli senza pilota, che viaggiando su piste virtuali li portano in magazzini dentro i quali altri sensori stabiliscono dove vanno allocati. Oggi il porto di Rotterdam è uno dei più automatizzate al mondo ed è interamente guidato da remoto, da alcuni lavoratori che fanno un’analisi d’ufficio di quel che sta avvenendo.</p>



<p>Questi due esempi mostrano un progressivo inserimento, nelle nostre vite quotidiane lavorative, di interventi macchinici, un cambiamento che produce sicuramente lavoratori sempre più specializzati a far funzionare i software IA, ma anche lavoratori obsoleti. Questi ultimi sono una categoria di lavoratori di straordinario interesse perché oggi è la più estesa: non sono lavoratori che non lavorano, sono semplicemente stati buttati fuori dal vecchio modo di lavorare perché le loro capacità, le loro competenze, possono essere trasferite a macchine e robot a un costo minore del loro salario. Sono lavoratori che si reimpiegano, per esempio, in lavori de-territorializzati.</p>



<p>In uno dei cantieri su questi temi, una ragazza ha raccontato che lavora con il suo smartphone per un’azienda angloamericana che ha in appalto un servizio nell’aeroporto di Dallas, e ha sede a Sacramento, a Derry e a Austin; il suo lavoro per questa impresa consiste nel produrre informazioni, attraverso i profili social dell’aeroporto di Dallas, per i viaggiatori che vi transitano – l’albergo, il taxi, una qualunque informazione – ma anche messaggi emozionali del tipo: “Siamo felici di averti con noi! È la prima volta a Dallas?”. Il passeggero riceverà la risposta nella sua lingua, se è giapponese gliela darà una lavoratrice de-territorializzata che sta in Giappone, se è italiano una lavoratrice che sta in Italia ecc. Quindi abbiamo lavoratori regolarmente pagati da aziende disseminate nel mondo, che non hanno ufficio e non hanno un territorio e vivono nella ricerca di un lavoro, e nel frattempo raccolgono il DNA per un programma televisivo americano o producono messaggi per l’aeroporto di Dallas. Questi lavoratori stanno diventando la maggioranza, ed è una nuova forma di lavoro che nasce dalla disintegrazione delle forme precedenti e dei diritti, perché in questa frantumazione, che nasce dalla creazione di lavoratori obsoleti che si riciclano in vari modi, spariscono completamente i diritti.</p>



<p>Come si esce da questa situazione? Ci sono quattro risposte. La prima è quella che dà la parte moderata dei gestori della rete: se ne esce con una umanizzazione e una democratizzazione della tecnologia, garantendo una maggiore privacy. Ma Kleinrock stesso, per esempio, ha negato possa esserci. È un buon pensiero ma molto ipocrita. È un’idea insostenibile, che non può essere documentabile e neanche realizzata, perché all’interno del modo di produzione capitalistico non si può democratizzare se non nella misura in cui modo il produzione capitalistico ritiene che si possa fare. Vale a dire: se non c’è una guerra in corso posso benissimo parlare del PKK, ma se i curdi diventano un problema Facebook chiude i profili di chi ne parla.</p>



<p>Seconda risposta, più seria, quella che dà Kleinrock: una collettività senza monetizzazione. Però poi lui stesso ci pensa un po’ e dice: sarebbe come chiedere alle grandi compagnie di rispettare la privacy dei loro clienti, e al momento è una battaglia persa. Quindi Kleinrock afferma che si dovrebbe demonetizzare la rete, ma si rende conto che chiedere questa cosa a Facebook, Google, Amazon ecc. è inutile perché siamo all’interno del modo di produzione capitalistico, e demonetizzare vuol dire chiudere, vuol dire strutturare un altro modo di produzione.</p>



<p>Snowden dà una terza risposta, ed è qualcosa che già sta accadendo in Europa e in altre parti del mondo: decentralizzare la rete. Insieme a Berners-Lee, un altro dei fondatori di Internet, Snowden ritiene che occorre fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trasmettere i nostri dati per fornire i servizi; sarebbe come dire eliminare la possibilità di tracciare gli utilizzatori dei servizi ed eliminare quindi la memoria, dunque poter navigare liberamente. Questo impedirebbe di profilare e di far lavorare gli algoritmi predittivi. Snowden e Berners-Lee stanno lavorando a dei progetti di decentralizzazione, e anche in Italia ci sono alcuni siti che lo stanno facendo, piccoli raggruppamenti che costruiscono reti alternative. Sono sperimentazioni molto belle e interessanti, ma all’interno del modo di produzione capitalistico fin dagli anni ‘60 ci sono piccole comunità che autogestiscono la propria attività: ciò non genera una critica profonda al sistema dentro il quale siamo inseriti, genera una sottrazione. Una sottrazione importante ma una sottrazione è una sottrazione. Significa fate pure, colonizzate quel che volete, finché c’è un po’ di terra in cui posso creare una comunità con i miei amici e una famiglia e vivere secondo diversi criteri di relazione e di produzione della vita, faccio questa scelta. Penso sia interessante conoscere queste esperienze, ma noi viviamo all’interno di un sistema in cui più di 5 miliardi di persone sono inserite in questo modo di produzione, di consumo e di relazione, ed è all’interno di questa complessità che dobbiamo sviluppare il nostro pensiero. Per cui anche la soluzione di Snowden è interessante, vedremo dove andrà la sperimentazione di nuove reti decentrate, ma per ora resta una piccola sperimentazione.</p>



<p>La quarta risposta, infine, tocca il problema che mi sta più a cuore dal punto di vista delle conclusioni di questo tipo di percorso: la decolonizzazione. Sono assolutamente convinto che occorra porsi in posizione attiva e non passiva rispetto all’azione colonizzante. Personalmente mi interessa una tecnologia libera, vera, che attrezzi non il modo di produzione capitalistico ma un modo di produzione non fondato sullo scambio disuguale, quindi mi interessa portare la critica a Facebook, Amazon ecc. non sulla superficie ma sulla radice. La radice qual è? È il modo di produzione dentro il quale queste aziende scambiano le merci o producono le tecnologie. E poiché sappiamo che le tecnologie non sono neutre ma portano dentro di sé l’intenzione di chi le genera, si possono costruire in un modo o in un altro. Oggi chi colonizza il mondo nelle sue diverse forme ha in mente di costruire tecnologie che sono armi di sfruttamento, come quelle della logistica di cui ho parlato prima, un’arma attraverso la quale dei lavoratori vengono portati all’esaurimento delle loro energie. Siamo all’interno di una società secondo cui, per alcune ricerche che cito nel libro, si lavora più tempo fuori dal luogo di lavoro che dentro, e soprattutto fuori da qualunque tipo di immaginario di relazione: persone che si portano a casa il lavoro perché devono finirlo, che in metropolitana lavorano ancora, magari con Whatsapp.</p>



<p>Questo è quindi il punto vero di aggressione contro le tecnologie di dominio, e non comincia su Internet ma fuori, nella vita di relazione tra corpi. Perché quando siamo in rete abbiamo delle identità extra corporee che non sono più i processi dissociativi che nell’arco di migliaia di anni, come umani, abbiamo sperimentato, ma uno sdoppiamento attraverso il quale una nostra parte, dissociata, vive in un continente le cui regole non sono quelle della relazione dei corpi. Quindi in rete le identità si trovano in territori che non possono gestire, vivono su piattaforme di altri che ci sottopongono a enormi pericoli. Per questo credo che sia fuori dalla rete, nel rapporto tra i corpi laddove le persone si incontrano, si conoscono, si confrontano e discutono, il punto da cui può partire una riflessione per un pensiero critico nei confronti dei limiti delle tecnologie esistenti. Occorre riprendere la capacità di vivere in gruppi umani che si pongono il problema degli strumenti che usano, e non perché hanno a cuore la demonizzazione degli strumenti che ci sono, quelli ci sono e continueranno a esserci e saranno più brutali che mai, ma per capire di quali vogliamo dotarci per poter produrre in altro modo la nostra vita quotidiana e la nostra vita di relazione. Questa è la posta in palio della battaglia. O riusciamo come <em>sapiens sapiens</em>, come umani, a restare umani, nel senso di sviluppare la nostra capacità anche in quest’epoca, oppure inesorabilmente l’oggettivazione che questa struttura crea di ciascuno di noi ci farà diventare semplicemente pezzi della macchina, quindi dei colonizzati che, <em>obtorto collo</em> oppure felicemente oppure senza neanche più capire se ci va bene o male, non faranno che riprodurre gli interessi, le linee strategiche, le traiettorie che sono quelle dell’1% della popolazione mondiale che ha in mano i nostri destini.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1) </em>Cfr. G. Baer, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/genome-editing-le-modifiche-al-dna-umano/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Genome editing. Le modifiche al DNA umano</a></em>, pag. 14 (n.d.r.) </p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Cfr. G. Baer, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/usa-giustizia-artificiale-big-data-ia-e-algoritmi-predittivi-nei-tribunali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">USA: giustizia artificiale. Big data, IA e algoritmi predittivi nei tribunali</a></em>, Paginauno n. 65/2019 (n.d.r.)</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Cfr. R. Curcio, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/lalgoritmo-sovrano-identita-digitale-sorveglianza-totale-sistema-politico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’algoritmo sovrano. Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico</a></em>, Paginauno n. 60/2018 (n.d.r.) </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;algoritmo sovrano. Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lalgoritmo-sovrano-identita-digitale-sorveglianza-totale-sistema-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 16:09:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Mano militare e mano economica nel continente di internet: identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico, e poi rottura/negazione delle classi sociali e fuga nella finzione: la costruzione di una nuova forma di totalitarismo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</em></a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Mano militare e mano economica nel continente di internet: identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico, e poi rottura/negazione delle classi sociali e fuga nella finzione: la costruzione di una nuova forma di totalitarismo</p></blockquote>



<p>Incontro-dibattito sul libro <em>L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identitarie e rischi totalitari nella società artificiale</em>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Csa Vittoria, Milano, 27 settembre 2018</p>



<p class="has-drop-cap">Questo ultimo libro,<em> L’algoritmo sovrano</em>, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.</p>



<p>Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione. Quando parliamo di internet parliamo quindi di una società artificiale, non naturale, e questo è un punto importante, perché man mano che questa rete si è espansa ha portato con sé lo stigma dei suoi iniziatori, quindi una bandiera, che è quella degli Stati Uniti, alzata con due mani: una è militare e una è di imprese audaci che già lavoravano con i computer, che però fino a quel momento erano solo dei calcolatori e da lì iniziano a diventare delle entità che entrano in una relazione tra di loro, cioè costruiscono rete.</p>



<p>In questo continente che si è sviluppato a una velocità spaventosa, a cui noi come umani non siamo abituati, siamo entrati progressivamente; per quel che riguarda l’Occidente, in trent’anni siamo arrivati a contare circa l’80-85% delle persone coinvolte nella rete, in relazione nel lavoro, nella comunicazione, nelle attività di qualunque genere, persone che ormai operano più ore nella rete che al di fuori. In questo nuovo continente siamo entrati pian piano considerandolo normale, ma anche sedotti dagli aspetti di comodità, affascinati dalle molte operazioni possibili che questo territorio ci consente di fare: mandare una mail, fare un gruppo Whatsapp, dire quel che pensiamo su un social, Facebook ecc., fare circolare delle fotografie.</p>



<p>In trent’anni questo territorio è diventato un continente estremamente esteso e presuntuoso, al punto da chiamarsi world wide web, darsi dunque una dimensione mondiale, “noi siamo il mondo di internet”; è assolutamente falso. Non è vero che internet è il mondo, è un mondo, ed è il mondo americano; c’è anche un mondo altrettanto potente, quello cinese, dove navigano circa un miliardo di persone, che non funziona con il codice americano, ha strutture simili nell’ambito della ricerca, dei social ecc. ma fa capo a un altro continente e a un’altra bandiera, quella cinese appunto. E c’è anche un terzo continente, quello russo, ad altissimo livello tecnologico. Se dovessimo fare delle graduatorie non sapremmo oggi quali di questi mondi è il più potente. Quando si parla di cyberwar si parla di questo, del fatto che tra questi continenti, che riguardano ormai la grande maggioranza della popolazione mondiale, c’è un conflitto ampio ed estremamente profondo perché riguarda il potere, chi lo eserciterà, chi riuscirà a colonizzare i territori che gli altri stanno colonizzando. E qui entro nel secondo punto.</p>



<p>Un continente si sviluppa nella misura in cui dei coloni istituiscono al suo interno delle colonie. Per esempio i greci nell’VIII secolo a.C. decisero di fondare una serie di colonie nel sud Italia, ad Agrigento, Crotone, Catania ecc. Costruire una colonia, da un punto di vista tecnico, significa compiere un atto materiale molto preciso: prendere degli uomini, una barca, metterla in mare, andare in un posto, stabilirsi, dire: “Qui adesso ci sto io. Chi vuole può entrare nella mia colonia, se qualcuno si oppone gli taglio le testa”. Le colonie hanno sempre funzionato così, noi europei abbiamo una grandissima storia di colonie, da Cristoforo Colombo in poi abbiamo colonizzato quasi tutti gli altri continenti. Anche l’Italia ha una lunga storia di colonie atroci, per esempio siamo andati in Eritrea, in Somalia, in Libia, tra la fine dell’Ottocento e la fine del fascismo, abbiamo portato le camicie nere, i soldati. Fare una colonia significa quindi impiantarsi materialmente su un territorio.</p>



<p>Non appena è nato il territorio di internet, e sono stati i militari a renderlo un territorio possibile per operatori non militari, quindi dal 1990 in poi con il passaggio tecnico dell’http, il protocollo di internet, una serie di aziende ha cominciato a impiantare colonie. I primi tempi sono state fondate con una strategia, perché quel continente inesplorato appena nato bisognava frequentarlo e sapere come fare, non bastava aprire una propria ‘postazione’ perché senza un sistema di relazione non succedeva nulla; i primissimi anni sono stati infatti caratterizzati da un duro scontro tra una serie di imprese che cercavano di impiantare dei motori di ricerca. È quella che è stata chiamata “la guerra dei motori di ricerca”, un processo che progressivamente ha fatto fuori i concorrenti finché le aziende più potenti, come Google, si sono affermate e oggi sono il crocevia attraverso il quale noi entriamo in relazione con informazioni, documenti, situazioni, indirizzi ecc.</p>



<p>Questi motori di ricerca esplorano una porzione di mondo, e sono in una posizione strategica, nel senso che tutte le nostre transazioni passano attraverso una domanda che gli poniamo. Si inventano dunque una strategia di scambio diseguale molto interessante. Dicono: io mi sono impiantato, posso raggiungere questo continente o gran parte di esso, più divento forte più raggiungerò altri indirizzi, sono in grado quindi di fare questo servizio, se tu lo vuoi mi fai una domanda e io ti rendo possibile questa operazione di connessione, ma in cambio mi dai i tuoi dati e metadati. I dati sono la domanda che scrivi in Google, i metadati sono il dispositivo da cui fai la domanda, l’ora, il luogo, il tempo che stai su quel territorio.</p>



<p>A molti è sembrata una cosa logica, non se ne sono visti i pericoli per molto tempo, e quindi anche le piattaforme che progressivamente si sono affermate, come Facebook, hanno iniziato a ragionare nello stesso modo: io ti do uno spazio in una piattaforma tu in cambio mi dai i tuoi dati, cioè i contenuti che carichi e tutto ciò che riguarda il tempo, il giorno, l’ora, il dispositivo con cui fai queste operazioni.</p>



<p>È uno scambio diseguale perché quando queste strutture si sono affermate hanno offerto un servizio gratuito e si sono prese dei dati che noi abbiamo dato gratuitamente, però se facciamo un bilancio lo scambio non è affatto gratuito perché noi siamo rimasti dei cittadini in braghe di tela e queste strutture in pochissimi anni sono diventate le prime company del mondo per fatturato e capitalizzazione; quindi ciò che gli abbiamo dato è stato il materiale attraverso cui loro hanno costruito una profonda penetrazione nel mondo capitalistico, sia dal lato della raccolta del denaro connesso all’utilizzo di questi dati, sia dal punto di vista della capitalizzazione vera e propria, gioco di Borsa e di tutto ciò che ne è seguito.<br>Scambio diseguale dunque, questo è il secondo punto. La colonizzazione quindi è impiantare una colonia per realizzare uno scambio diseguale attraverso il quale realizzare un profitto mastodontico, e nello stesso tempo un controllo delle informazioni di tutti coloro che vivono su quel continente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano.jpg" alt="" class="wp-image-218" width="390" height="586" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano.jpg 520w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></figure></div>



<p>L’ulteriore domanda che ci possiamo porre a questo punto è: qual è l’interesse di un’impresa a impiantare una colonia all’interno di questo continente? Ce ne sono due: il primo molto materiale, che abbiamo analizzato prima – prendo i tuoi dati, li vendo a strutture industriali, di servizi ecc. che possono avere interesse a fare pubblicità, ricerche di mercato e via di seguito –; il secondo è invece un’operazione più complessa di questa: incidere sui processi identitari delle persone che entrano nel mio continente.</p>



<p>Se entri nel mio continente e mi dai le tue informazioni, io ho una opzione di potere su di te: non solo ti porto via il tempo e i dati, ma inizio a conoscerti. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra ma fa capire il meccanismo. Nel 2020 in Nuova Zelanda un robot chiamato Sam si presenterà alle elezioni politiche. È un robot dotato di un dispositivo di intelligenza artificiale, prodotto dall’università di Wellington insieme a due aziende private. Questo robot dice: “Io mi presento alle elezioni politiche ma non ho alcun programma, questa è la mia forza. Vengo da voi e vi dico: sarò il politico che vi rappresenta, non ho nessuna idea.</p>



<p>Il gioco funziona così: fatemi una domanda, cosa vi interesserebbe?” Una persona risponde portare l’acqua nel rione tale, e Sam incamera questa informazione; poi un’altra e un’altra ancora e le elabora, le divide in categorie e stabilisce delle priorità e delle maggiori incidenze di alcune richieste su altre, e restituisce un programma politico che è sicuramente vincente perché sarà il punto di vista della maggioranza su ciascun problema che le persone hanno posto. Quindi alle elezioni avrà una fortissima possibilità di vincere. Questo esempio ci interessa anche per un altro punto di questa mia analisi, che vedremo, ma intanto voglio farvi riflettere sul fatto qui non siamo davanti a una realtà che si propone di vendere delle informazioni, neanche di utilizzarle a fini pubblicitari, ma di vincere delle elezioni; vale a dire fare un gioco di potere partendo da un dispositivo di intelligenza artificiale.</p>



<p>Questo punto ci pone un problema tecnico immediato che è un problema di linguaggio, espressioni che vengono utilizzate quando si parla di queste cose; per esempio, ‘identità digitale’. Se cerco il significato di questa definizione ne trovo venti, trenta, e ne ricavo una grande confusione di idee perché non riesco a capire se si intende Renato Curcio, cioè una persona, oppure il mio dispositivo, lo smartphone che ho in tasca. È un aspetto fondamentale perché, come dicevo all’inizio, su internet sono le macchine a comunicare, e non comunicano con me ma con il mio dispositivo. È importante avere ben chiaro che quando io vado su internet siamo un due ad andarci, io e il dispositivo che utilizzo. Quindi ci sono due identità, ed è importante distinguerle. Esistono dei sistemi di controllo, che vedremo, che prima che alle persone sono interessati ai loro dispositivi, ed è molto importante perché è un tipo di tecnologia, poi c’è il problema dell’identità di Renato Curcio.</p>



<p>Facciamo gli esempi di Facebook. Se apro un profilo sulla piattaforma, sul libro delle facce, posso mettere la mia fotografia, quella del mio cane, di qualcun altro, di una signora che non conosco ma così mi garba, nessuno mi dirà niente. Facebook identifica il mio dispositivo e mi dà l’autorizzazione ad aprire un profilo, in quanto ha l’IP da cui partono i messaggi, e quello gli interessa; che poi io mi chiami Renato o Filippo o addirittura al femminile, per Facebook è irrilevante. Anzi, è rilevantissimo, ma da un punto di vista di studi di psicologia sociale: io so che il proprietario di quel dispositivo è Filippo, e so che si presenta al femminile e comincia a intrattenere delle relazioni con il mondo.</p>



<p>Questo è uno straordinario scenario per chi vuole fare un lavoro sulle molteplicità identitarie delle persone e soprattutto sui giochetti identitari che le persone fanno tra di loro, su Facebook o su qualunque altro social network. Se registro e storicizzo quei dati, mi danno l’insieme di due tagli di lettura: uno possiamo chiamarlo il taglio della ‘dissonanza identitaria’, l’altro lo ‘storico delle dissonanze’ di una certa persona. È una questione fondamentale perché le dissonanze identitarie sono la caratteristica della nostra vita, noi viviamo di dissonanze identitarie, Bauman parlava del “guardaroba identitario”: in ufficio vesto un’identità, con gli amici un’altra, nel privato ancora un’altra e sui media non ne parliamo.</p>



<p>La distinzione tra l’identificazione del dispositivo e i processi identitari è quindi molto importante, ed è una situazione che potremmo definire di doppia sovranità. Nel continente virtuale ci troviamo infatti di fronte a due interessi, che corrispondono alle due forze che l’hanno creato, e abbiamo visto che una è quella militare, interessata innanzitutto ai dispositivi, molto meno alle identità: le istituzioni di sorveglianza vogliono sapere dov’è un certo dispositivo. Per questa ragione gli Stati Uniti hanno vietato per legge che i militari americani, di qualunque ordine e grado, utilizzino uno smartphone Huawei, dichiarando che non possono avere in tasca un dispositivo cinese che li localizza, perché significa dire alla Cina dove sono dislocati i militari statunitensi.</p>



<p>Con ciò ammettendo che i dispositivi hanno dei sensori che comunicano e possono dire a un’altra macchina dove sono. Questo è vero anche per Samsung, Apple, per qualunque smartphone: le case produttrici possono tranquillamente identificarli nello spazio e nel tempo.<br>Quindi il volto di internet legato alla mano militare comincia a presentarsi come un volto inquietante, perché legato all’idea di sorveglianza totale, poiché fin dall’inizio ha come intenzione pratica, assolutamente oggettiva, quella di far circolare dispositivi che le persone utilizzano per la comunicazione, il lavoro, l’acquisto ecc., che sono identificati nello spazio e nel tempo.</p>



<p>Questo sistema di sorveglianza totale si muove su più piani. Uno è quello della categorizzazione delle persone che frequentano il continente. L’uso commerciale è facilmente comprensibile: se ho tutti i dati delle persone dai 16 ai 18 anni di sesso femminile nell’area romana che si interessano di musica, posso avere una rapida algoritmica elaborazione dei gusti di quella popolazione femminile ed è un’informazione che può essere di straordinario interesse per le industrie che producono musica. Posso raggruppare i dati per classi di età, gruppi regionali, aree cittadine, qualunque cosa, anche per tipologia politica, come il comunistometro o anarchistometro, un rilevatore dei libri che compriamo su internet che qualcuno ha definito così, divertendosi: è chiaro che se per due anni continuo a comprare i libri di Proudhon avrò un certo tipo di orientamento e se compro i libro di Hitler ne avrò un altro, non sono rilevazioni difficili da fare. Ne è interessato Amazon o anche Netflix.</p>



<p>Chi ha quest’ultimo, sa che prima di potervi accedere ha dovuto rispondere a una domanda semplice e banale: quali sono le categorie di film e di serie televisive che ti interessano di più? Netflix in pratica fa l’operazione di Sam: non so niente di te ma da questo momento comincio a studiarti. Tu dici che ti piace Philip Dick, oppure Manzoni, Netflix ti categorizza con un certo tipo di orientamento e poi lo verifica: se il giorno dopo compri l’opposto ti classificherà come uno spettatore vago e indistinto, ma se poi continui a cercare le stesse serie televisive saprà quali hai visto e quali no, quelle che ha in catalogo e come offrirtele, e aumenterà le probabilità di venderti un prodotto.</p>



<p>Abbiamo dunque due percorsi, quello dell’identità dei dispositivi e quello dell’identità delle persone, che puntano a cose diverse ma si incontrano entrambi con due problemi piuttosto sconvolgenti.</p>



<p>Il primo è che se andiamo a vedere i dispositivi, ci accorgiamo che esiste un’infinità di macchine che sono state taroccate, un’infinità di smartphone che non si fanno identificare, di computer che ti rimandano da server a server ma non sai dove, che ci sono addirittura dei computer zombi che non solo non sono da nessuna parte ma sono nel tuo computer, e tu non lo sai. Un hacker può impiantare nel tuo computer un computer fantasma, collegare questo zombi con tanti altri e fare un’operazione di hackeraggio, rendendo impossibile risalire al computer da cui è partita. Questi oggetti operativi ma non identificabili sono quelli utilizzati nelle campagne di fishing, ma non solo, perché interessano molto anche la politica.</p>



<p>Se andiamo invece a vedere l’identità abbiamo un altro problema. Dentro Facebook, per esempio, ci sono 200 milioni di profili inesistenti, falsi, costruiti solo per fare operazioni, così come il 20% di quelli su Twitter. E questa è ancora una microparte, perché poi abbiamo i casi come Telecom/Tim e le sim card legate a identità false, o le persone che si fanno passare per altre, come lo scrittore inglese Roger Jon Ellory, che sotto altra identità scriveva entusiastiche recensioni dei suoi libri su Amazon, o Tommasa Giovannoni Ottaviani, la moglie di Renato Brunetta, che sotto falso nome, Beatrice Di Maio, aveva aperto un profilo Twitter da cui lanciava a raffica tweet contro l’allora Presidente del Consiglio Renzi e contro il Presidente della Repubblica Mattarella; oppure anche il caso di Amina Arraf, la blogger che dalla Siria dava notizie in tempo reale, tenuta in gran conto per un po’ dall’informazione internazionale, finché non si è scoperto che era in realtà Tom MacMaster, un dottorando di Edimburgo, che scriveva dalla Scozia.</p>



<p>Queste storie sono interessanti per riflettere sul fatto che quando ci muoviamo sul lato delle identità incontriamo territori sconosciuti. Su internet esistono siti che forniscono un’identità falsa completa: nome, cognome, professione, telefono, mail, via, nonni, curriculum ecc. Per non parlare dei morti ancora operativi con i loro profili, Pannella, per dirne uno.</p>



<p>Ricapitolando: sul piano dei dispositivi gli Stati sanno dove sono le macchine, le macchine non sono tutte identificabili; sul piano delle identità le aziende interessate ad avere dati sono poco interessate a sapere fino a che punto e a che gioco stai giocando, perché avendo uno storico possono facilmente profilare anche i falsi profili e vedere con sistemi di esclusioni quelli che servono per fare pubblicità e soldi e quelli che servono per fare numero – un aspetto importante perché più utenti ha una piattaforma, più raccoglie pubblicità.</p>



<p>Ora proviamo a fare un passo un po’ più inquietante, e consentitemi di fare un’operazione di tipo metodologico che Marx consigliava e che è stata poi sviluppata da Henri Lefebvre, e si chiama ‘metodo regressivo progressivo’: per guardare un certo problema può essere utile fare tre passi indietro e un piccolo esercizio di specchio.</p>



<p>Se scendiamo nel momento totalitario per eccellenza del Novecento, quindi nazismo e anche fascismo – e qui utilizzo una nozione di totalitarismo in modo tecnico, non mi addento nella polemica tra storici se il fascismo sia stato totalitario o meno – e utilizzo l’analisi profonda che ne hanno fatto soprattutto Hannah Arendt e Bauman, vedo che tre punti fondamentali dei sistemi totalitari li ritroviamo nel continente di internet.</p>



<p>Primo: quando andiamo a vedere la base sociale ci troviamo di fronte a persone singolarizzate. I sistemi totalitari rompono i sistemi organizzativi e di legami, rompono l’idea stessa di classe. Non ci può essere una classe perché c’è una dimensione plebiscitaria, in piazza Venezia a un comizio del duce non ho una differenza tra operai e padroni, prefetti, poliziotti e chiunque altro: indipendentemente dai loro interessi singolari, sono uniti in una solitudine totale, siamo in una folla di persone solitarie non unite da legami reali di interessi comuni. Questo è un aspetto che ritroviamo sia nel nazismo che nel fascismo.</p>



<p>Secondo: la negazione delle differenze di classe. È un punto importante perché Casaleggio, o anche Salvini, affermano che non c’è più né destra né sinistra. È una tesi di Mussolini. Arendt l’ha scritta e documentata nei tre volumi sul totalitarismo, nel secondo. Oggi ritroviamo questa polverizzazione dei concetti e delle relazioni. Populismo è una parola priva di senso, perché non c’è nessun popolo in una situazione di insieme quando gli interessi sono i più diversi: il proprietario della piattaforma Foodora e il fattorino di Foodora potranno stare accanto in una manifestazione ma non hanno un interesse comune sul piano politico, perché quest’ultimo prevede la rappresentanza degli interessi di qualcuno, e in un contesto capitalistico gli interessi del fattorino e gli interessi di chi ha piattaforma non corrispondono.</p>



<p>Terzo: quello che Arendt chiama la “fuga nella finzione”, ed è un corollario del punto precedente. È chiaro che se i tuoi interessi non sono comuni, devo creare una finzione dentro la quale questi interessi diventano comuni. La post-verità di oggi per esempio, una verità che è intenzionale, non reale, costruita perché funzionale a uno scopo. Oggi la creazione di finzioni è un’attività lavorativa, ci sono agenzie che lo fanno, per esempio la Casaleggio Associati è una struttura nata parecchi anni fa per fare marketing politico ed economico, e il marketing è la costruzione di una finzione che ti induca a comprare quella bambola, o una pubblicità che ti invogli a seguire una proposta di acquisto o una proposta politica.</p>



<p>Questi tre momenti si uniscono a un quarto, che è quello su cui voglio portare la vostra attenzione. Accennavo prima che il controllo sociale sta diventando molto predittivo e preventivo: perché devo aspettare che una persona rubi una mela se attraverso il monitoraggio dei profili posso individuare delle categorie di rischio che sono quelle che più probabilmente ruberanno una mela? Questa è un’idea positivista, nata negli anni Trenta durante il fascismo, ed è molto importante sia perché il positivismo paradossalmente veniva dal mondo socialista, e ha influenzato il pensiero moderno fino a oggi, sia perché è il fondamento del pensiero scientifico della rete.</p>



<p>Oggi l’università di Google, la Singularity University, più di 100 sedi in moltissimi Paesi e aperta anche a Roma e a Milano, insegna esattamente questo: tu hai a che fare con dei numeri, una logica quantitativa, non con altri tipi di problemi; la rete è fatta di numeri e di algoritmi e funziona solo se stai dentro quel sistema, che è chiuso e positivo e devi quindi leggere con il criterio delle leggi delle scienze positive – la matematica, la fisica ecc. È importante questo nesso con il positivismo perché inventa l’idea di delitto possibile, che si sviluppa nel Novecento e dà origine in Italia alla nascita della polizia scientifica, ed è su questa base che viene inventato il cartellino Ottolenghi, il cartellino segnaletico.</p>



<p>Ottolenghi era un positivista e l’approccio era questo: poniamo che se uno ha rubato una mela un giorno, è verosimile che la possa rubare ancora; quindi intanto gli prendiamo due cose, le impronte digitali, che mettiamo su un cartellino, e la fotografia; la prossima volta che qualcuno ruberà una mela, per prima cosa andremo a vedere quelli della categoria ‘rubatori di mele’, poi se non lo troviamo lì faremo delle indagini. Questa idea all’epoca aveva a che fare con la carta e con la fotografia, eravamo nel Novecento, oggi ha a che fare con la biometria. Vale a dire: visto che so che con la tua identità fai i giochi che vuoi, e te lo lascio fare perché mi può servire sul piano psicologico per fare delle profilazioni, per identificarti faccio delle operazioni più serie: ti prendo le impronte biometriche, le metto su un chip e le fisso su una carta elettronica, dopodiché ti attribuisco un numero unico, perché io lavoro con i numeri, e ti identifico nel mondo con un codice unico: quel codice, quel pattern facciale, quelle impronte digitali e quella scansione dell’iride. Non è fantascienza, sono sistemi politici reali che partono dall’India e arrivano all’Italia. Quattro esempi molto precisi.</p>



<p>Primo. L’India è un Paese di 1,3 miliardi di persone e ha un Ministero dell’Informatica tra i più avanzati del mondo, perché ci sono alcune università di informatica e matematica pura che sono tra le migliori a livello globale. Nel 2009 il ministro inventa una carta elettronica per la soluzione di un grande problema, il sistema delle sovvenzioni alle persone più povere. Si tratta di costruire un sistema che consenta di non dare due volte lo stesso contributo alla stessa persona, che caso mai si fa passare per un’altra. Viene creata una carta elettronica che comprende tre caratteristiche biometriche: le impronte, il pattern facciale e la scansione dell’iride. Viene detto agli indiani che la carta è volontaria, non c’è nessun obbligo, tuttavia chi ce l’ha sarà favorito, passerà per primo perché la sua richiesta di sovvenzioni può essere gestita con molta tranquillità. Averla viene quindi posto come vantaggio e si lascia ai cittadini la scelta. Oggi la Aadhaar Card è obbligatoria e non serve più per i contributi ma per pagare le tasse, acquistare una sim telefonica, prenotare un treno, per qualunque tipo di operazione.</p>



<p>Secondo. Nel 2014 la Cina, dopo aver studiato a lungo i pregi e i limiti di una struttura di questo genere, perfeziona il dispositivo e fa una carta che si chiama ‘carta di credito sociale’ e la propone volontariamente ai cittadini. Contiene gli stessi tre riferimenti biometrici, pattern facciale, impronte digitali e iride, e la presenta nel quadro di un gioco nazionale a premi, un gioco importante per la cittadinanza, un gioco democratico, che consiste nel fatto che chi si doterà di questa carta acquisirà un punteggio per le sue attività. Per esempio: paghi le bollette della luce regolarmente? Tutti i mesi ricevi 10 punti. Hai un curriculum scolastico perfettamente in regola? 10 punti. Hai perso un anno? 9 punti. Non hai pagato una bolletta? 8 punti. Un computer fa poi la somma in tempo reale e la popolazione cinese viene gerarchizzata in base a un punteggio chiamato ‘punteggio di affidabilità’. La genialità della proposta cinese sta nel fatto che il sistema a premi è quello dei videogiochi, di Facebook, i mi piace, e funziona perché è ciò con cui le ultime generazioni crescono.</p>



<p>È un aspetto interessante perché è un dispositivo che fa giocare una partita in cui ti senti più cittadino di un altro se ottemperi a tutte le regole che gli algoritmi hanno stabilito. Ma le regole le ha fissate chi governa, e questo significa che sto costruendo un sistema di obbedienza al quale tu corrispondi oppure no; se non corrispondi a ciò che io, come Stato, reputo sia il bene, ti tolgo dei punti. E te li tolgo se frequenti tra i tuoi amici degli ex carcerati, frequentali pure ma perdi due punti; oppure te ne do se sei un ottimo lavoratore, ossia non ti rifiuti di fare ore in più se ti vengono richieste. Teniamo presente che questo sistema dei punti oggi esiste dentro la Fca, l’ex Fiat: a Melfi ci sono i cartelloni su cui in tempo reale i lavoratori vedono quanti punti di produttività hanno con i ritmi che stano seguendo.</p>



<p>Terzo. Da un paio d’anni in Svezia tutti hanno una carta elettronica biometrica, il Ministero del Futuro l’ha inventata dicendo ai cittadini: perché siete così sciocchi da tenervi la carta d’identità, la carta di credito, il passaporto, tanti documenti dentro un portafoglio quando potete averne uno solo, un codice unico con i dati biometrici e un microchip con tutte le operazioni che vi riguardano? Pochi mesi fa il Ministero del Futuro se n’è inventata un’altra. Ha detto: la carta elettronica si può perdere. Ha quindi fatto una proposta per 3.000 volontari che si sottoponessero a un esperimento, trasferire la carta digitale sottopelle – in Svezia non è una novità, da tempo si possono anche prenotare i treni con un microchip sottopelle e in fabbriche e università ci sono lavoratori e docenti che ce l’hanno. Ebbene, il Ministero ha dovuto chiudere l’esperimento dopo pochissimo tempo perché si sono presentate molte più persone.</p>



<p>Ora veniamo all’Italia, dove dal 2014 esiste la carta d’identità elettronica. Le cose vanno talmente a rilento che non sono state neanche discusse. Se andate all’ufficio anagrafe portando una fotografia formato tessera fatta a una macchinetta qualsiasi non va bene, bisogna farla con quella del municipio, perché deve avere delle caratteristiche specifiche, di fatto il pattern facciale; vi chiedono poi di mettere i polpastrelli del dito indice di entrambe le mani in uno scanner, e sono le impronte digitali; vi assegnano infine un numero, che non è il numero della carta d’identità, come una volta. Il Ministero dell’Interno invia poi un documento a casa con due parti di codice, per attivarla, e c’è scritto che il microchip ad altissima tecnologia contenuto nella carta d’identità elettronica consentirà di fare tutte le operazioni con l’amministrazione dello Stato. In conclusione c’è un codice PIN e un codice PUC, un codice unico e le impronte biometriche. Siamo esattamente nell’arco di Cina e India.</p>



<p>Questo sistema è importante perché farà saltare tutti i sistemi di falsificazione identitaria, trasferendo in tasca con uno smartphone, o prima o poi sottopelle, l’identificazione non l’identità, il processo di verificazione.</p>



<p>Definisco questo percorso ‘tendenzialmente totalitario’. ‘Tendenzialmente’ perché a differenza degli scienziati e dei docenti che insegnano l’intelligenza artificiale, che sono assolutamente convinti che entro gli anni Venti/Trenta del 2000 i sistemi AI riusciranno a gestire per intero la società artificiale, e quindi la AI sarà così potente da rendere l’intelligenza umana assolutamente subalterna, e il sistema macchinico prenderà il sopravvento sull’umano così come lo conosciamo dall’homo sapiens a oggi, io non sono invece affatto convinto che l’homo sapiens sia arrivato alla fine della sua storia. Per due ragioni.</p>



<p>La prima è legata a un’osservazione generica della storia di questa specie. Negli ultimi 7-8000 anni, che sono quelli che storicamente possiamo valutare con più attendibilità, la nostra specie ha fatto molti passi, sicuramente nel campo tecnologico ma anche psico-sociale e di sistemi, ma non è ancora riuscita, per esempio, a risolvere il problema della convivenza; siamo una specie che non sa convivere, facciamo guerre di tutti i tipi, ci ammazziamo l’un l’altro, siamo dentro sistemi conflittuali ancora fortemente primitivi, ancora pensiamo che se uno viene da un altro Paese del mondo gli chiudiamo le porte in faccia. Quindi penso che questa specie deve fare ancora tanti passi evolutivi che sono la condizione stessa della sua crescita e realizzazione, e credo che voler delegare a una intelligenza macchinica il destino e la vita della nostra specie sia la più atroce delle prospettive totalitarie.</p>



<p>Seconda cosa, ho ancora fiducia che le persone, gli umani, sappiano fare un ragionamento molto semplice intorno all’uso della tecnologia, vale a dire che non si tratta di essere contro, io non sono contro la tecnologia, sono felice che l’umanità abbia inventato la scrittura, la ruota, l’elettricità, la macchina e qualsiasi altra cosa, quello che non mi rende felice è ciò che non ha fatto felice milioni di persone, ossia che questo oggi avvenga all’interno di un sistema capitalistico, che è un modo di produzione assolutamente barbaro, arcaico, superato dalle sensibilità comuni.</p>



<p>Ci dobbiamo quindi sbarazzare di queste prospettive partendo dal territorio degli umani, ricomponendo un sistema di legami che ci facciano capire che dobbiamo affrontare insieme i problemi del nostro sviluppo senza chiudere le porte in faccia a nessuno, e anzi dotandoci delle tecnologie idonee a sfruttare nel modo migliore le risorse del mondo per stare bene tutti. Quindi il punto è una prospettiva diversa, non un uso diverso degli strumenti, e non è una polemica banale sull’intelligenza artificiale, è una polemica che riguarda la specie, non la tecnologia. Questo è il senso del mio ragionamento, ed è anche il senso per cui ritengo che continuare a sviluppare questo tipo di ricerca e di riflessione sia un’esigenza sociale profonda.</p>



<p>Chiudo lanciando un allarme che è politico e riguarda la metamorfosi del sistema italiano. Siamo all’interno di un processo di trasformazione del sistema politico da sistema politico novecentesco a un sistema digitale, e questa trasformazione ha una caratteristica: il soggetto politico delle campagne elettorali non sono più i politici, non sono più gli umani, ma sono delle agenzie. In Italia ci sono due agenzie potenti. Una è la Casaleggio Associati, ed è l’agenzia del Movimento 5 stelle, l’altra è Sistemi Intranet, ed è l’agenzia di Salvini, molto meno nota ma altrettanto potente.</p>



<p>Sono agenzie per le quali lavorano moltissimi tecnici e studiosi dei sistemi digitali, quella di Salvini è gestita da Luca Morisi, un digital philosopher, e quella di Casaleggio prima da Gianroberto Casaleggio e ora dal figlio. Casaleggio padre era uno dei massimi conoscitori e tecnici delle reti internet, e precedentemente di quelle aziendali – è stato dentro Olivetti. Ha lavorato con l’Italia dei valori di Di Pietro, per costruire il primo sistema informatico sperimentale che però non ha funzionato molto bene, e ha inventato un sistema più complesso, il sistema 5 stelle, che è quello in cui ci troviamo. Non mi interessa entrare nel merito delle politiche dei due partiti, ma dei dispositivi.</p>



<p>Queste strutture, che lavorano sia sul piano dell’identificazione dei dispositivi sia su quello della manipolazione dell’identità, sono agenzie che operano a un unico scopo: profilare le identità politiche del corpo elettorale per realizzare dei sistemi di intervento personalizzato, di micro-target, per la manipolazione delle scelte. È qualcosa che abbiamo già visto all’opera negli Stati Uniti con la campagna presidenziale di Obama ma soprattutto in quella di Trump, e che abbiamo visto sotto forma di un grande scandalo, quello della Cambridge Analytica, che aveva a che fare con Steve Bannon, uno dei massimi esponenti del suprematismo bianco della destra radicale americana e dei grandi capitalisti che hanno portato al potere Trump.</p>



<p>A Bruxelles Bannon ha aperto una sede, The Movement, che ha lo scopo di connettere e collegare le agenzie che in Europa lavorano per partiti consimili, e la prospettiva sono le elezioni europee del 2019. Siamo quindi dentro una grandissima campagna elettorale che riguarderà tutti i Paesi della Ue. Queste operazioni non le fa Salvini e non le fa Di Maio, non le fanno i singoli politici ma delle agenzie, che sono legate a università che hanno dei nomi molto forti; Link Campus, per esempio, da cui proviene l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Sono università che lavorano con i Paesi e i servizi di tutto il mondo, con i contractor e con i militari.</p>



<p>Stiamo insomma andando in una certa direzione. Io vi propongo di non guardarla soltanto nella sua quotidianità, battute e controbattute dell’uno contro l’altro, ma nelle sue strutture profonde, vale a dire in chi organizza questa operazione sul web, sul continente virtuale, per catturare attenzione e voti e manipolare le scelte dei sistemi elettorali.</p>
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			</item>
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		<title>Crowdwork. L&#8217;outsourcing al tempo della rete e di Amazon</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/crowdwork-loutsourcing-al-tempo-della-rete-e-di-amazon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 10:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[gig economy]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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					<description><![CDATA[Crowdwork, l’ultima frontiera del capitalismo digitale: l’outsourching di micro-attività: alienazione, ranking, paghe da fame, zero diritti; Amazon Mechanical Turk ma non solo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></li></ul>



<p class="has-small-font-size">di Fabrizio Ungaro</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crowdwork, l’ultima frontiera del capitalismo digitale: l’outsourching di micro-attività: alienazione, ranking, paghe da fame, zero diritti; Amazon Mechanical Turk ma non solo.</p></blockquote>



<p><em>“Prima di internet sarebbe stato difficile trovare qualcuno, farlo sedere per dieci minuti e farlo lavorare per te, e licenziarlo dopo quei dieci minuti. Ma con la tecnologia puoi trovarlo, pagar lo quel minimo che gli devi e poi disfarti di lui quando non ti serve più”.</em><br>Lukas Biewald, CEO di CrowdFlower</p>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Negli ultimi tempi si è molto parlato di gig economy, soprattutto in relazione all’emersione delle rivendicazioni socio-economiche da parte dei riders, i lavoratori impegnati nelle consegne di cibo nelle nostre città. Ma la cosiddetta ‘economia dei lavoretti’ non si esaurisce qui. È una forma di organizzazione del lavoro che ormai comprende diversi settori e mansioni, tra cui, meno noto, quello che è definito crowdwork.</p>



<p>La prestazione lavorativa del crowdwork è essenzialmente una micro-attività svolta attraverso delle piattaforme digitali. Viene associata alla parola crowd (folla), poiché la platea di lavoratori a cui si rivolge è potenzialmente illimitata in quanto, basandosi unicamente sulla connessione internet presente tra committente, piattaforma e lavoratore, non vi sono barriere geografiche. È fondamentale, dunque, la dimensione globale del lavoro; in contrasto con quella locale presente invece negli altri ambiti della gig economy come è per un fattorino di Deliveroo o un tassista di Uber.</p>



<p>È definito anche crowdsourcing, termine che unisce le parole crowd e outsourcing (esternalizzazione), trattandosi infatti di mansioni che l’azienda ha convenienza a esternalizzare per abbattere il costo del lavoro, pagando a cottimo e senza stipulare un contratto di lavoro stabile.</p>



<p>Il crowdwork consta essenzialmente di piccole attività, ripetitive e monotone – unicamente digitali, dunque per poterle svolgere serve un dispositivo elettronico – che vanno dal taggare nel modo richiesto delle foto (selezionare la categoria che meglio descrive il contenuto) alla trascrizione di file audio, da brevi traduzioni alla compilazione di sondaggi e questionari, dal rilevare contenuti o-sceni ad altre mansioni che rendono le nostre esperienze online più semplici e organizzate.</p>



<p>I compiti sono frazionati in singole micro-attività: per esempio ogni foto classificata equivale a una committenza, ed è la classificazione di tutte le foto richieste a costituire il lavoro completo. Siamo di fronte all’alienazione pura. Più persone possono svolgere una piccola componente della commissione immessa nella piattaforma di crowdsourcing, parti che sembrano sconnesse fra loro, e quindi la singola persona che svolge il micro-task non può riconoscere l’apporto della propria attività nella creazione del contenuto.</p>



<p>Come tutti i lavori che ruotano intorno alla gig economy, anche nel crowdsourcing il ranking, la reputazione che il lavoratore si crea all’interno delle piattaforme, è fondamentale per poter continuare a lavorare. La costante valutazione fa sì che il tempo di vita improduttivo venga eliminato, in quanto è fondamentale finire il prima possibile il task per non essere valutati negativamente, come ben analizzato da Jeremias Prassl e Martin Risak nell’articolo sulla rivista Comparative Labor Law and Policy Journal (1) – è la logica del cottimo, se poi aggiungiamo che le piattaforme sono geograficamente globali, quindi attive a diversi fusi orari, si comprende quanto il tempo lavorativo diventi h24.</p>



<p>Un meccanismo che innescando una feroce competizione tra lavoratori genera alta qualità nei compiti svolti mantenendo bassi i salari. È una competizione al ribasso, come tutta la competizione odierna nel mondo del lavoro. Una volta raggiunto un buon ranking, poi, diviene difficile abbandonare il portale per un altro, poiché la reputazione ottenuta e faticata non può essere trasferita in nessun’altra piattaforma di crowdwork.</p>



<p>Niente a che vedere, insomma, con l’idea del lavoratore autonomo, del freelance, dell’imprenditore di se stesso che si vuole propagandare, nonché con l’idea che questi portali siano solo piattaforme di matching tra domanda e offerta, quando in realtà stabiliscono nei fatti le regole che le persone devono seguire se vogliono continuare a lavorare. Non a caso si parla di neo-taylorismo: attraverso le norme della piattaforma e l’osservazione incessante tramite terzi (ranking e valutazioni) vi è difatti un controllo sull’operato dei lavoratori affinché si allineino alle linee guide delle varie aziende. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo, se non gli strumenti coi quali si condizionano i lavoratori.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Amazon Mechanical Turk</h4>



<p>Amazon Mechanical Turk (espresso anche come AMT o MTurk) è una delle principali piattaforme, se non la prima, di crowdsourcing. Nata nel 2005, fa capo al colosso digitale Amazon, e a oggi conta più di 500.000 lavoratori, anche se ricercatori e committenti stimano intorno a 50.000 quelli effettivamente attivi e non solo iscritti al portale (2).</p>



<p>La piattaforma nasce inizialmente come componente interna della stessa azienda. Per poter gestire meglio il sito di e-commerce eliminando i doppioni esistenti delle schede prodotto, la società crea una struttura in cui i lavoratori dipendenti possono eseguire i nuovi task per migliorare il sito dell’impresa. Poco dopo Besoz (fondatore, proprietario della quota di controllo, presidente e amministratore delegato dell’impresa) comprende che quel sistema può essere reso autonomo e sfruttato diversamente e lo apre al pubblico, rendendo Amazon, come scrive poi nelle regole di utilizzo, una mera piattaforma che mette in relazione le parti, committenti di lavori e lavoratori, senza entrare nel dettaglio delle transazioni. Se ne tira fuori, insomma, anche se trattiene il 10% co-me commissione e gestisce sia il software che il funzionamento dei rating; due aspetti, soprattutto quello del rating, che pongono Amazon, di fatto, dentro le relazioni di lavoro tra committenti e lavoratori.</p>



<p>La piattaforma online si basa su tre elementi: il requester, l’HIT e il turker. Il primo è l’azienda o il committente che domanda lavoro; il secondo è lo Human Intelligence Task, ovvero l’attività che il requester vuole che sia svolta; l’ultimo è il lavoratore che andrà a svolgere l’HIT richiesto. Il committente inserisce nella piattaforma i micro-task e i vari lavoratori-folla andranno a eseguirlo.</p>



<p>Il portale prende il nome dal Turco Meccanico, una finta macchina creata alla fine del Settecento da Wolfgang von Kempelen: l’obiettivo era far credere che un automa fosse in grado di giocare a scacchi, mentre sotto l’apparecchio si celava un essere umano che lo manovrava grazie a dei magneti.</p>



<p>Il lavoro umano era nascosto, si vedeva solo il risultato. Il fatto che l’esecuzione operata dalla macchina fosse in realtà merito dell’uomo è alla base della piattaforma di Amazon: le mansioni che i lavoratori svolgono sono infatti camuffate come fossero attività automatiche merito della tecnologia e degli algoritmi. Non a caso lo slogan di Bezos per la piattaforma è “Artificial artificial intelligence”, e lo si legge sia nella pagina AMT che nella presentazione del portale.</p>



<p>A partire dall’interfaccia del sito e dalle conferenze dove ne spiega il funzionamento, l’azienda deliberatamente inserisce i lavoratori nel meccanismo dell’algoritmo. Lo stesso Bezos li definisce “humans-as-service”, andando a delineare e legittimare la mercificazione del lavoro; la componente umana viene azzerata. Dietro questa narrazione c’è (anche) un interesse preciso: “Gli investitori stimano più vantaggiose le compagnie che si occupano di tecnologia rispetto a quelle che si occupano di lavoro, dal momento che si ritiene che le prime richiedano un investimento iniziale maggiore ma, a differenza delle seconde, permettano di incrementare i profitti senza aumentare le spese. Per questo motivo nascondere il lavoro umano è l’elemento chiave grazie al quale queste start-up vengono considerate dagli investitori e, conseguentemente, costituisce la chiave per la speculazione imprenditoriale” (3).</p>



<p>Per accedere al portale bisogna registrarsi, dopodiché si riceve un identificativo alfanumerico per iniziare a lavorare. In questo modo il lavoratore è anonimo, in quanto i dati inseriti sono a sua libera scelta, non c’è alcun controllo sulla sua identità; caratteristica che già lo rende invisibile. In aggiunta, come riprende Wahal dal lavoro di Starr e Strauss, “i lavoratori che operano in AMT sono invisibili dal momento che «i prodotti del lavoro sono beni acquistati a distanza rispetto al luogo di lavoro. Sia il lavoro che i lavoratori sono invisibili agli occhi dei consumatori, che tuttavia contribuiscono passivamente a perpetuarne l’invisibilità»”.</p>



<p>Un’altra nota dolente di AMT è la facoltà riconosciuta al requester di rifiutare il task svolto, senza dover dare alcuna spiegazione, e di conseguenza non pagarlo. Anche respingendolo può comunque trattenerlo, e quindi è facile comprendere come sia conveniente e possibile non remunerare il turker anche per un lavoro fatto bene.</p>



<p>La questione del rifiuto non finisce qui, perché accumulatene diversi ne va della reputazione del lavoratore. Il punteggio si abbassa e viene escluso da potenziali altri micro-task che richiedono un ranking di un certo livello, e questo non a causa di un compito svolto male ma della volontà del committente di non pagare il lavoro. Qualunque cosa può portarlo a tale scelta, anche una esecuzione mediocre, ma non è dato saperlo: il lavoratore è alla mercé del requester.</p>



<p>Inoltre, un susseguirsi di rifiuti può far sì che Amazon chiuda l’account del turker a suo insindacabile giudizio. Si è fuori dalla piattaforma. Inutile dire che essendo considerati freelance, non esiste alcun tipo di tutela: nessun salario minimo, nessun contratto nazionale, nessuna assicurazione, nessuna protezione sui licenziamenti. E considerando che geograficamente la platea dei lavoratori è globale e che la piattaforma non permette loro di conoscersi né di comunicare direttamente, è ovvio che molto difficilmente può nascere un’organizzazione collettiva che rivendichi dei diritti, per non parlare del sindacato, nemmeno preso in considerazione.</p>



<p>Ma tutto questo, per quanti soldi? Il micro-task vale, di solito, pochi centesimi. Il 25% paga intorno a 0,01 dollari, il 70% 0,05 dollari o meno, e il 90% è sotto i 0,10 dollari. In media un turker guadagna 2 dollari l’ora (4). Una paga che definire da fame è un eufemismo. I lavoratori di AMT sono situati principalmente in due Paesi, Stati Uniti e India. Lo si spiega per un fattore eminentemente pratico, ovvero i pagamenti avvengono in dollari statunitensi o in rupie. L’alternativa sono gift card di Amazon (!), carte regalo su cui vengono registrati i pagamenti ricevuti dal turker e che possono essere utilizzate unicamente nel negozio virtuale di Amazon. Di fatto lavori per poter comprare su Amazon, nella soddisfazione di Besoz che così guadagna non solo con il 10% della commissione ma anche con la vendita al turker/cliente di un prodotto – senza contare la fidelizzazione al portale per i propri acquisti che viene innescata.</p>



<p>Qualcosa però si sta muovendo. Ad avvantaggiare l’esperienza dei lavoratori è nata la piattaforma Turkopticon della ricercatrice Lily Irani. Tecnicamente è un’estensione dei browser web Chrome e Firefox che permette la valutazione dei committenti. Il nome ideato dalla studiosa riprende il panopticon di Bentham, la prigione nella quale, per la sua stessa architettura, i prigionieri sono portati ad autodisciplinarsi. Un concetto simile sta dietro l’idea di Turkopticon: la sorveglianza attiva dei turker sui requester – chi paga e chi no, correttezza, prontezza ecc. – in una sorta di rating a loro applicato e visibile a tutti i lavoratori, consente a questi ultimi di difendersi, non accettando task da ‘datori di lavoro’ dalla pessima reputazione, e, in teoria, ciò dovrebbe spingere i requester ad autodisciplinarsi.</p>



<p>Questa nuove dinamiche permettono di uscire dalla scatola chiusa della piattaforma di Amazon, dando ai turker l’opportunità di confrontarsi e coordinarsi per reagire collettivamente allo sfruttamento scritto negli stessi meccanismi della piattaforma. Per funzionare tuttavia, ed essere vantaggioso, Turkopticon necessita di massa critica (5).</p>



<p>Per quanto non raffiguri ancora la maggioranza dei lavori, il crowdwork rappresenta la direzione che si vuole e si può prendere nelle relazioni di lavoro. È innanzitutto necessario uscire dalla retorica dell’imprenditore di se stesso e della flessibilità come panacea a tutti i mali per poter riconoscere e definire questo fenomeno per quello che effettivamente è: una nuova forma di sfruttamento del lavoro da parte del capitale (tecnologico). Partendo da questa considerazione si può riflettere su come agire affinché tale dinamica non diventi sempre più preponderante, e per invertire la rotta nel processo di indebolimento dei lavoratori.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Jeremias Prassl e Martin Risak. Uber, Taskrabbit, &amp; Co: Platforms as Employers? Rethinking the Legal Analysis of Crowdwork, su Comparative Labor Law &amp; Policy Journal, Forthcoming; Oxford Legal Studies Research Paper No. 8/2016, 16 febbraio 2016. Disponibile su <a href="https://ssrn.com/abstract=2733003" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ssrn.com/abstract=2733003</a><br>2) Dati presi da <a href="http://techlist.com/mturk/global-mturk-worker-map.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://techlist.com/mturk/global-mturk-worker-map.php</a><br>3) Elinor Wahal, Invisibilità e invisibilizzazione dei crowdworker, Nuvole.it, 8 giugno 2018<br>4) Dati presi dal lavoro di Birgitta Bergvall-Kåreborn e Debra Howcroft del 2014, Amazon Mechanical Turk and the commodification of labour, su New Technology, Work and Employment<br>5) Con massa critica si intende quel numero minimo di persone con cui il servizio può funzionare a pieno regime. Nel caso specifico, Turkopticon ha senso quando ci sono abbastanza turker che recensiscono tutti i committenti</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La società artificiale. Controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-societa-artificiale-controllo-sociale-lavoro-e-trasformazione-del-sistema-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 10:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Incontro-dibattito sul libro La società artificiale. Miti e derive dell’impero virtuale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/numero-55-dicembre-2017-gennaio-2018/" target="_blank">(Paginauno n. 55, dicembre 2017 &#8211; gennaio 2018</a>)</em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La società artificiale. Miti e derive dell’impero virtuale</strong>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il lavoro di ricerca è sempre un lavoro teso su una corda, nel senso che stiamo cercando di affrontare dei processi sociali nuovi, che ci sorprendo perché, come abbiamo tentato di dire soprattutto nel primo lavoro,<em>&nbsp;L’impero virtuale</em>&nbsp;(1), sono processi ad altissima velocità storica e sorpassano la nostra capacità di adattamento. Il tempo, la storia, dell’Ottocento e del Novecento, per rimanere negli ultimi due secoli, aveva un passo molto più lento: il lavoratore del sud Italia che veniva a lavorare alla Pirelli a Milano o alla Fiat di Torino, poteva arrivare anche digiuno di quella che era una cultura del mondo del lavoro, sindacale, di classe ecc., e aveva poi il tempo per entrare progressivamente nei problemi che stava vivendo insieme ai diversi contesti che attraversava e che erano abbastanza omogenei: i contesti urbani dei quartieri, quelli di fabbrica, i contesti sociali più organizzati. Oggi questo non c’è più. Oggi i tempi sono talmente violenti e veloci che ci mettono di fronte a delle dinamiche che sono mondiali, e che solo dieci anni fa non esistevano.</p>



<p>Facebook, per esempio, che nel 2007 entra come processo sociale non più riferito a un piccolo gruppo di università, e dieci anni dopo raggiunge i due miliardi di utenti. È quindi comprensibile che le persone che vi si sono riversate lo vivano più esperenzialmente e intuitivamente che avendone contezza e gli strumenti per leggere che cos’è, come funziona, come funzionano loro stessi mentre utilizzano questo tipo di strumenti. Ne<em>&nbsp;L’impero virtuale</em>&nbsp;dunque abbiamo cercato di affrontare l’insorgere di questo tipo di processi sociali, legati a una tecnologia particolare, che hanno sorpreso abitudini, consuetudini, modi di leggere la realtà e di viverla in tutti i campi: nel lavoro, nel consumo, nello svago, nella vita di relazione.</p>



<p>Come secondo passaggio ci siamo concentrati sul terreno del mondo del lavoro, con&nbsp;<em>L’egemonia digitale</em>&nbsp;(2), cercando di capire come e fino a che punto gli sguardi che noi avevamo – che derivano dalla storia dell’organizzazione del lavoro che ha caratterizzato il Novecento, una discussione partita già nell’Ottocento con Marx e la forte elaborazione di quali erano le dinamiche profonde del modo di produzione capitalistico rispetto al mondo del lavoro – reggevano nella nuova situazione.</p>



<p>Questi due lavori ci hanno però messo in evidenza un loro limite, che possiamo considerare ovvio in qualche modo perché erano approcci nuovi, e che ritengo anche un valore: entrambi nascevano da un’esperienza prevalentemente narrativa, all’interno di cantieri sociali. Ci eravamo appoggiati alle persone che vivevano in modo diretto nei luoghi più significativi dei processi che volevamo guardare, e attraverso le loro narrazioni avevamo cercato di costruire un territorio a partire dal quale fosse poi possibile passare a un momento di analisi più profondo. Ma questo poneva il limite della dimensione fenomenologica: le persone raccontavano storie che erano emblematiche, sistemate attraverso una serie di verifiche, ed è ovvio che se lavoratrici e lavoratori raccontano, seppur con parole diverse, sempre la stessa storia, quella storia diventa oggetto di una riflessione e ci consente di passare dalla sua narrazione fenomenologica a individuarne le dinamiche più profonde.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="454" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29.jpg" alt="" class="wp-image-2198" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29-198x300.jpg 198w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>È vero però che alcuni momenti della microfisica del potere delle storie che raccontavano erano, da un punto di vista tecnologico, talmente complessi e talmente banalizzati dalle parole con cui venivano narrati, che spesso si aveva la sensazione di aver capito di cosa si stava parlando e invece, andando poi a fondo, non era così chiaro. E quindi in quest’ultimo lavoro,&nbsp;<em>La società artificiale</em>, fatto insieme a gruppi di persone che a Roma e a Milano hanno voluto accompagnare questa riflessione e con incontri svolti su territori specifici che poi vedremo, lo sforzo è stato cercare di andare a vedere le dinamiche più profonde dei processi che avevamo raccontato, esplorato e cercato di capire nei due lavori precedenti.</p>



<p>Per farlo abbiamo utilizzato una metodologia rigorosa, ossia abbiamo assunto un analizzatore, come si fa nel lavoro socioanalitico più tecnico, a partire dal quale poter guardare questi processi, e l’abbiamo selezionato per evidenza. Ora: le evidenze, dal punto di vista anche della ricerca scientifica, sono molto importanti, si parte da lì, bisogna poi però cercare di capire cosa sono. L’evidenza da cui siamo partiti è un’evidenza fenomenologica che tutti possiamo facilmente verificare: sempre più, in modo invasivo e pervasivo, la nostra vita di relazione in tutti i campi, quindi relazioni interpersonali, di lavoro, nel mondo del consumo, nello svago, nelle dinamiche di gruppo, viene spezzata da una intermediazione digitale, vale a dire da uno strumento che si frappone tra una persona e l’altra.</p>



<p>Voglio ricordare che la vita di relazione è il fondamento della sociabilità, di quel tipo di vita che noi chiamiamo società, che non è, ovviamente, un gruppo di persone che stanno insieme, ma è un insieme di legami che tengono insieme delle persone; quindi nella storia della nostra specie il fondamento vitale dello stare insieme, delle comunità, dei popoli, dei gruppi, delle dimensioni collettive, non riposa sulle caratteristiche dei singoli ma sulla qualità dei legami che essi istituiscono tra loro, senza i quali non ci sarebbe alcuna vita sociale; saremmo chissà dove ma sicuramente non nel mondo delle società umane, nel mondo che ha 3/400.000 anni, almeno 70.000 dei quali rintracciabili, e che ha una profondità storica. La storia dunque fino a oggi è storia di legami. Ebbene, l’intermediazione digitale che viviamo ora è il fondamento di un passaggio da&nbsp;<em>relazioni</em>&nbsp;tra umani a<em>&nbsp;connessioni</em>&nbsp;tra umani, vale a dire a un tipo completamente diverso del modo di stare insieme rispetto alla storia della nostra specie.</p>



<p>Come prima cosa prendiamo quindi atto che l’intermediazione è un evento di rottura<em>&nbsp;qualitativa</em>&nbsp;nella storia della specie, una rottura profonda nel modo di stabilire rapporti perché li trasforma in connessioni, e quindi modifica il piano&nbsp;<em>caldo</em>&nbsp;dello stare insieme. Che non è solo un modo di dire, si riferisce proprio a una temperatura corporea: se voi amate una persona, in un rapporto corpo a corpo, la temperatura del vostro corpo aumenta, c’è un’energia termica; se voi usate delle parole c’è un’energia sonora; poi c’è un’energia di spazio, di luce, c’è la vicinanza, la lontananza, la prospettiva&#8230; I legami sono materiali e sono basati su energie, per cui se io li intermedio vado a mettere un ‘paletto’ di cambiamento rispetto a un problema evolutivo che ci ha messo decine di migliaia di anni per portarci qui.</p>



<p>Guardando allora gli strumenti di intermediazione, lo smartphone è il feticcio globale per eccellenza di quest’epoca, uno strumento che vedremo come e perché consente di mettere in relazione persone a distanza ma anche di consultare motori di ricerca, individuare la nostra posizione all’interno di una città, pagare un acquisto, ordinare una pizza ecc. Questo strumento, che è solo uno dei dispositivi di intermediazione digitale, è diventato oggetto della nostra riflessione. Rispetto ai due lavori precedenti, questo libro quindi comincia a dare un frutto che ci potrà essere utile per approfondire ulteriormente.</p>



<p>Abbiamo cominciato a vedere che rispetto a tutti gli strumenti elaborati da 70.000 anni a questa parte – dico 70.000 perché mi reggo sui lavori dei paleontologici e degli archeologi che hanno consentito di disotterrare, dalle viscere della storia e della terra, gli strumenti utilizzati fino a qui in varie parti del mondo – questi strumenti digitali hanno una caratteristica qualitativamente diversa. Vi faccio un’analisi darwiniana, non quella elaborata da Marx, dai materialisti, ma dagli antropologi. La storia degli strumenti è stata quella di mediare delle abilità umane in modo da rendere progressivamente possibile una trasformazione del mondo circostante: abbiamo immaginato una selce, una pietra appuntita per tagliare la pelle di un orso, la ruota per rendere possibile dei trasporti, la scrittura per registrare dei conti ma nello stesso tempo per creare una nave, per trasferire la memoria della cultura orale sulla pietra di modo da fissare la parola, che è mutante e flessibile.</p>



<p>Quindi abbiamo costruito tanti strumenti che erano sempre strumenti di mediazione di un immaginario, di una capacità, di una abilità, rispetto a un ambiente o ad altri umani. Il tipo di relazioni e di legami di cui accennavo sopra sono stati progressivamente arricchiti, per cui si è passati dal nulla all’energia, dall’angoscia dell’altro e del diverso a una mediazione più complessa, che era la parola, a una più complessa ancora che era la scrittura, a una più complessa ancora che erano le macchine, che è poi stato anche il macchinismo industriale del Novecento.</p>



<p>Fino a questo punto siamo sempre stati di fronte allo stesso tipo di problema: lo strumento media un’abilità, una capacità, e poi sarà di proprietà di qualcuno e allora ci saranno delle lotte, ma qui non è questo il punto, mi interessa portare l’attenzione sulla sua qualità. Con gli strumenti digitali ci troviamo in un contesto completamente mutato: gli strumenti, pur continuando a svolgere questa funzione, ne svolgono anche un’altra che prima non esisteva e che li caratterizza: comunicano tra loro e con delle piattaforme remote. Vale a dire che fanno un lavoro sul lavoro, e ciò avviene all’insaputa di chi li utilizza.</p>



<p>Vi racconto una storia, vera, che abbiamo registrato nei nostri cantieri, per far comprendere cosa intendo. La chiameremo la storia di Amalia, un’operatrice turistica. Un bel giorno l’agenzia per la quale Amalia lavora tira fuori i risultati di una ricerca, svolta in una determinata regione, che si proponeva di capire come si muovevano i turisti in quella zona. Ebbene la ricerca era stata costruita non interpellando degli umani ma monitorando gli impulsi e i messaggi emessi dai dispositivi digitali dei turisti. In questo modo era stato possibile distinguere i dispositivi che appartenevano alle persone che vivevano in quella regione, e quindi escluderli, poi verificare quanto tempo ogni turista restava in quella zona, quali alberghi aveva scelto, quali luoghi visitato, quali consumi ecc. Un’intera ricerca, che ha definito le politiche di un grande territorio sociale, non ha dunque interpellato umani ed è stata fatta esclusivamente monitorando, all’insaputa dei loro proprietari, il movimento di smarphone, tablet, palmari. È una storia importante perché ci mette di fronte alla microfisica della nuove forme sociali, che può essere sviluppata attraverso alcuni passaggi.</p>



<p>Innanzitutto questi strumenti possono essere monitorati perché al loro interno hanno un dispositivo tecnologico che si chiama ‘sensore’, ed è un dispositivo particolare che consente di tradurre un suono, una luce, una pressione, una temperatura, un evento qualunque che avvenga nel mondo esterno, in una grandezza quantitativa misurabile e trasmissibile, che noi conosciamo come ‘dati’.</p>



<p>I dati sono grandezze fisiche materiali che nascono da una misurazione e da una traduzione operata in un linguaggio matematico, che è l’unico linguaggio che possono capire le strumentazioni digitali, fondato sul codice 1/0. Dobbiamo riflettere sul concetto di ‘dati’. Perché la retorica ufficiale è quotidiana, non passa giorno che i giornali non scrivano “i dati ci dicono&#8230;”. La parola ‘dati’, però, bisogna essere molto chiari su questo, non significa nulla. Quando parliamo di dati non sappiamo affatto di cosa stiamo parlando, per una ragione tecnologica ma soprattutto sociale: i dati sono privati, brevettati, appropriati da una serie di agenzie o di aziende che sono proprietarie dei dispositivi che noi utilizziamo.</p>



<p>Quando compriamo un Samsung o un Apple o un dispositivo digitale qualunque e lo mettiamo in tasca, quello strumento genera dati interni e trasformazioni continue del mondo esterno in informazioni, che vengono trasmesse a piattaforme che non sappiamo neanche dove siano nel mondo. È difficile saperlo anche perché vivono in un non luogo che viene chiamato molto famigliarmente ‘la nuvola’, in un sistema di server sparpagliati in giro per il mondo, forse per il cielo, in un sistema di satelliti, ma non ha importanza; la cosa fondamentale è che non sappiamo dove siano e quindi dove vadano a finire le produzioni che, volenti oppure no, facciamo. Utilizzandolo, quello strumento trasforma la tua voce, le immagini che inserisci, le domande che fai su Google, le mail che spedisci, i gruppi WhatsApp a cui partecipi, le applicazioni varie che utilizzi ecc. in un’infinità di dati.</p>



<p>Abbiamo poi gli algoritmi. Questi dati non servirebbero a nulla se non fossero analizzabili, e a questo servono gli strumenti chiamati algoritmi. Anche sugli algoritmi c’è una retorica diffusa e sembra che si sappia esattamente di che cosa si parli, e invece è un grandissimo mistero perché gli algoritmi di Google, Amazon, Facebook ecc. sono brevettati, proprietari, non sono leggibili; possiamo quindi fare un lavoro intuitivo, non di conoscenza.</p>



<p>Riassumendo: i sensori, che non abbiamo inserito noi nel dispositivo e che non controlliamo, trasmettono dati di tutti i tipi su ciò che facciamo, questi dati si situano in non luoghi che sono proprietari, e sono analizzati da degli algoritmi, sempre proprietari, per restituirci qualcosa direttamente sui nostri strumenti, che può essere pubblicità, induzioni, comandi e tante altre cose. Questo percorso, che qui ho appena accennato, nel libro è raccontato in modo più tecnico,<br>per chi è interessato a capire bene come funzionano queste cose.</p>



<p>Qui però mi interessa sviluppare l’implicazione sociale e politica di questi processi, e la dimensionerò su tre territori: controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico.</p>



<p>L’aspetto del controllo sociale è estremamente importante perché ci riguarda tutti. Lo vediamo anche attraverso alcune parole che si sono lentamente insinuate nel linguaggio corrente, man mano che il sistema politico elaborava le tecnologie per realizzarlo. Per esempio la parola ‘radicalizzazione’. Chiunque ci ragioni per cinque minuti capisce che questa parola non vuol dire assolutamente nulla, a meno che non la si voglia significare decidendo qual è, di quel processo, il punto che va bene; dopo di che dirò che il signor Rossi, rispetto a ciò che a me va bene, si sta radicalizzando, vale a dire sta assumendo degli atteggiamenti che non mi vanno bene. Radicalizzazione è quindi una parola che misura un potere unilaterale che viene dall’alto. Ecco allora che i dati diventano interessanti, quelli che, seguendo il linguaggio comune dei giornali, chiameremo Big data – un’altra espressione che non significa niente, basta ragionarci un momento:&nbsp;<em>Big</em>&nbsp;è una parola inglese che indica una dismisura, enorme, moltissimo, e<em>&nbsp;data</em>&nbsp;è una parola latina che sta per ‘fatti’.</p>



<p>Ora: se volessimo andare ad analizzare l’espressione da un punto di vista strettamente semantico, non solo dunque diremmo che non significa nulla ma anche che è un trucco, perché che si possa analizzare dei&nbsp;<em>fatti</em>&nbsp;utilizzando dei dati, che sono delle grandezze<em>&nbsp;numeriche</em>, è un’idiozia assolutamente falsa. Noi siamo all’interno di un pensiero storico, dialettico, che ci ha abituato a pensare i processi sociali come<em>&nbsp;processi</em>, appunto, non come fatti: ossia come rapporti che si misurano attraverso una lotta, una difesa, una resistenza, un’aggressione. I processi sociali sono questo, sono sempre stati il contendersi dei territori all’interno dei quali i rapporti sociali sono gerarchici.</p>



<p>Quindi è ovvio, per esempio, che qualcuno cerchi di imporre un ritmo di lavoro e qualcun altro cerchi di resistergli; se raccontassimo il lavoro eliminando questa contesa, cosa ci capiremmo mai? Ma adesso abbiamo insigni scienziati, che scrivono libri importanti, raccomandati in molte università, nei quali si afferma che l’analisi sociale si può fare grazie ai Big data, cioè alla quantità di dati che oggi possono essere raccolti, e può essere trasformata in una fisica sociale, vale a dire in una lettura numerica e quantitativa dei processi.</p>



<p>Questo passaggio è importante, perché i computer possono elaborare queste grandezze fisiche e possono quindi trasformare la lettura dei processi in una&nbsp;<em>curiosa</em>&nbsp;pretesa, quella di indovinare il futuro, di leggerlo: attraverso l’analisi dei Big data posso leggere i processi sulla base delle loro probabilità di avverarsi. Vale a dire: se monitorizzo attentamente Luigi, grazie a tutti i dati che produce, posso tirare le somme e dire che, rispetto ai suoi orientamenti, potrebbe essere tentato di radicalizzarsi e dunque diventare un militante di una pericolosa organizzazione politica.</p>



<p>L’analisi su cui lavora tutto questo mondo, da un punto di vista propriamente metodologico, è quella probabilistica, ed è un’analisi che confina il<em>&nbsp;possibile</em>&nbsp;nel&nbsp;<em>probabile</em>; ma il punto è che il possibile ha la caratteristica fondamentale di non essere probabile. Il processo che genera un’invenzione rompe tutte le probabilità. È un fatto nuovo, e l’ingresso nella storia dei processi sociali più radicali avviene a un certo punto, non prima e non dopo, perché una combinazione di legami, tensioni, discussioni, pratiche, reazioni e controreazioni genera in un particolare contesto una rottura delle probabilità di stabilità; fino al giorno prima tutto veniva mediato, da quel giorno qualcosa è saltato.</p>



<p>Quindi la rottura della probabilità è la logica dell’invenzione, della rivoluzione, del cambiamento; se fosse tutto probabile noi saremmo semplicemente dei fantocci che esprimono nel presente una realtà passata, che ha prodotto come probabilità quel comportamento, ma noi, per fortuna, possiamo smentire le probabilità. E questo è un punto molto importante perché proprio qui si gioca l’idea del cambiamento del mondo o della sua perpetuazione all’interno del modo di produzione capitalistico. Quindi il controllo sociale sulla base delle probabilità cerca di ingabbiarci e convincerci che il mondo funziona sulla base delle probabilità.</p>



<p>Per quanto riguarda il territorio del lavoro, grazie a questi strumenti siamo a un passaggio enorme: dal taylorismo – che è un po’ la filosofia di massima generale del capitalismo nella sua fase avanzata – a una fase post tayloristica, caratterizzata dalla sostituzione degli strumenti meccanici di mediazione del lavoro fino a qui utilizzati, con gli strumenti digitali.</p>



<p>Analizziamo tre fenomenologie comuni di questo cambiamento. La prima possiamo chiamarla la fenomenologia dei guinzagli elettronici. L’abbiamo evidenziata prevalentemente ne&nbsp;<em>L’egemonia digitale</em>, nel quale raccontavamo la storia del lavoratore della Leroy Merlin che un giorno si trova davanti un bracciale, e dal momento in cui lo indossa il dispositivo inizia a trasmettere qualsiasi tipo di dati: i movimenti del lavoratore nel reparto, i tempi che impiega per compiere un’operazione ecc. In tempo reale, sempre sul display del bracciale, il lavoratore riceve le informazioni su come deve correggere il suo lavoro, se lo deve accelerare, ritardare, quali parti deve svolgere, qual è il livello di produttività che in quel momento lo caratterizza e se quel livello corrisponde o meno alla produttività attesa dall’azienda: se corrisponde l’azienda gli dà un feedback positivo e dei punti, se è al di sotto gli toglie punti.</p>



<p>Nasce dunque questo gioco terribile del tenere in mano il lavoratore attraverso una piattaforma remota. Questa è una storia vera, e i bracciali sono in uso alla Leroy Merlin in tutta Italia ed Europa, ma sono centinaia di migliaia oggi le persone che lavorano con guinzagli elettronici di questo tipo, perché con il passare del tempo sono arrivati anche in altri territori. L’Acea, per esempio, a Roma, la Publiacqua a Firenze, aziende rispetto alle quali il governo stesso ha investito miliardi per riconvertire l’organizzazione del lavoro all’interno di una digitalizzazione spinta, con il risultato di avere moltissimi lavoratori che non riescono a svolgere i propri compiti all’interno degli schemi algoritmici costruiti da questi strumenti. Senza dimenticare l’implicazione sulla salute e quella sull’esclusione sociale.</p>



<p>La seconda fenomenologia ce l’hanno mostrata i lavoratori di Foodora, nel territorio che è quello della consegna a domicilio di cibo e che lavorano in un combinato che è smartphone/piattaforma. È un combinato importantissimo, intanto perché lo smartphone è il loro, e quindi lo strumento di lavoro ce lo mette il lavoratore, poi perché elimina completamente decine e decine di anni di lotte sul tempo di lavoro. Per questi lavoratori infatti il tempo di lavoro è determinato strettamente dal tempo di produttività, dal lavoro reale che essi svolgono, e che è monitorato direttamente dalla piattaforma e dal loro smartphone. Ciò significa che il tempo di attesa tra una consegna e l’altra, che è tempo necessario allo svolgimento&nbsp;<em>just in time</em>&nbsp;del lavoro, non viene assolutamente preso in considerazione. E abbiamo una sempre più estesa quantità di lavoratori all’interno di questo combinato smartphone/piattaforma, nel mondo dei trasporti, della logistica ecc.</p>



<p>La terza fenomenologia entra nel territorio della robotica, e devo ringraziare i lavoratori di Pomigliano, di Cassino, di Torino, del Lazio, che hanno lavorato con noi e ci hanno raccontato com’è il lavoro nelle linee robotizzate. Le retoriche ricorrenti sui robot sono due: una afferma che alleviano la fatica, e quindi bene che ci siano, alleggeriranno lo strazio e la sofferenza del lavoro; la seconda sostiene che se è vero che i robot eliminano un po’ di forza lavoro, tuttavia costruiscono i presupposti per nuove figure lavorative. Ebbene, sia su base diretta che di letteratura corrente qualificata, penso di poter dire che sono due retoriche entrambe false.</p>



<p>Innanzitutto perché nel modo del lavoro robotizzato avviene un passaggio terribile, che è quello della gestione del tempo e dello spazio del lavoro da una metrica cronometrica, basata sul tempo del lavoratore più veloce ma pur sempre cronometrata sugli umani, a una procedura algoritmica, dove sono i robot che definiscono il tempo del movimento delle linee in cui si lavora. E lo definiscono anche per gli spazi vuoti, perché la presenza di umani, non essendo eliminabile completamente dalle dimensioni di produzione, deve coprire i buchi robotici, là dove i robot non sono in grado di operare. Sia a Cassino che a Pomigliano, per esempio, i lavoratori fanno tre movimenti soltanto, concepiti all’interno del movimento dei robot, e hanno 50 secondi per farli, e in questo modo il tempo si è totalmente saturato.</p>



<p>Ma ciò che mi interessa mettere in evidenza sono due aspetti. Il primo è che il tempo di lavoro ha cambiato registro ed è diventato un tempo algoritmico, costruito su una progettazione di produttività complessiva all’interno della quale il movimento degli umani non è contrattabile: si può fare solo così. Il secondo è che proprio per questo, il tempo medio di vita lavorativa di un lavoratore è di tre anni. Ora: quando voi comprate un’auto, l’avete garantita per cinque anni. L’auto ha un tempo di vita garantito dall’azienda superiore al tempo di vita di chi ci lavora. E infatti la contrattualistica di tutte le aziende robotizzate prevede la possibilità di dimensionare i contratti in modo che poco prima della scadenza dei tre anni il lavoratore sparisce dalle linee.</p>



<p>Questo ci dice una cosa molto seria, che ora mi limito ad accennare ma spero il prossimo anno di poterla presentare: oggi vediamo che nei laboratori di ricerca militare si stanno studiando i soldati potenziati, vale a dire soldati che hanno la possibilità di operare al di sopra del tempo fisiologico. Se la nostra vista è dieci decimi, possiamo immaginare una modificazione tecno-genetica che la porti a dodici, ed è qualcosa che già esiste: ora molti soldati in campo di battaglia hanno una vista di dodici decimi, vedono di notte. Esistono già soldati Nato e dell’esercito americano che sono in grado di non dormire per quattro/cinque giorni, grazie a una modifica genetica che consente di alterare il ritmo biologico della veglia e del sonno; esistono soldati in grado di resistere a quattro/cinque/sei giorni di tortura, perché non sentono il dolore, grazie a una specie di anestetico, non chimico ma tecno-biologico.</p>



<p>Il problema di cui nessuno sta parlando è quello dei lavoratori aumentati, potenziati. Perché se devo portare avanti una produzione in cui lavoratori umani mi serviranno sempre, a un ritmo sempre più alto, avrò bisogno di ridurne il numero il più possibile, per pagarli meno, e quindi potenziare la loro capacità di resistenza alla fatica. Se pensate che sia un’esagerazione, chiedete ai medici del lavoro. È un aspetto che abbiamo affrontato in&nbsp;<em>Mal di lavoro</em>, che racconta come uno dei problemi oggi più terribili e poco conosciuti sia la farmacologizzazione del mondo del lavoro: abbiamo già una grandissima quantità di lavoratrici e lavoratori che per stare nelle tempistiche di queste nuove organizzazioni del lavoro si imbottiscono di psicofarmaci. Ecco quindi che il problema del lavoro robotizzato ci mette di fronte a queste realtà a e doverle raccontare, perché entro pochissimi anni più del 60% di tutte le professioni verrà robotizzato.</p>



<p>Come terzo territorio abbiamo la trasformazione del sistema politico in un sistema elettorale. L’Ottocento e il Novecento sono stati secoli in cui si sono aperti grandi conflitti, perché c’erano posizioni legate a interessi e forme culturali che ci portavano da qualche parte: c’era il fascista, il<br>comunista, il socialista, l’anarchico, c’era una fede o una cultura politica e una strategia, che faceva sì che persone che la esprimevano, la incorporavano, la rappresentavano, la vivevano quotidianamente, si presentassero anche al mondo sociale per dialettizzare la loro posizione e chiedere consensi oppure divieti. La trasformazione la si vedeva attraverso uno scontro di interessi mediati da forme culturali che assumevano una forma politica, che si poteva confrontare nel Parlamento oppure poteva esplodere in una rivoluzione.</p>



<p>Ebbene, questo non c’è più. I partiti esistono ancora ma sono diventati trasversali, non sono più centrati su un punto di vista di una fede e una cultura politica, che non esiste più perché non è più necessaria. Se oggi qualcuno è in grado di recuperare milioni di dati sui profili individuali di ciascuno di noi, visto che già solo con uno smartphone in tasca tutti li produciamo abbondantemente, perché mai darsi la pena di avere una fede politica? Il problema diventa semplicemente costruire un sistema di algoritmi che mi dica dov’è ognuno di noi, quindi passare da uno sguardo di gruppo a uno sguardo individuale, profilare ogni persona e poi studiare delle strategie semantiche per intervenire singolarmente sul suo dispositivo – caso mai attraverso dei robot, che si chiamano<em>&nbsp;chatbot</em>, e altre tecniche – per dargli ragione. È la tecnica più efficace. Questo è ciò che viene insegnato oggi nelle università, ma soprattutto ci sono grandi agenzie che lo implementano.</p>



<p>Le due recenti campagne elettorali americane, di Obama prima e di Trump successivamente, sono state costruite da pool di scienziati e da agenzie, la Cambridge Analytica in particolare – la più grossa agenzia del mondo che lavora su cento Paesi raccogliendo i dati di tutti gli elettori di ciascun Paese – che lavorano tutto l’anno sui profili politici ed emozionali, in modo da poter intervenire con ‘giochi’ – che sono gli stessi, sul piano mercantile, che applica Amazon quando comprate i prodotti – sulle convinzioni di ognuno, per dargli ragione nel nome e nel quadro di un soggetto politico.</p>



<p>Questa trasformazione è in atto anche in Italia, la vediamo nelle fenomenologie ma anche attraverso un curioso fenomeno, che attualmente è molto piccolo per un verso e anche molto fragile per un altro, che tuttavia è particolarmente significativo, ed è la Casaleggio Associati. Di fatto è un’azienda che, come la Cambridge Analytica, produce campagne di questo genere, basta andare sul sito e vedere cosa vende. La cosa interessante è che in Italia questa tecnologia è stata sperimentata attraverso una forma apparentemente politica, che è quella del Movimento 5 stelle. La combinazione di questi due aspetti è stata analizzata da alcuni centri di ricerca internazionali – li cito nel libro di modo che sia ben chiaro che non sto facendo un discorso politico sui 5 Stelle, non è quello che mi interessa fare, ma focalizzarmi su questo aspetto.</p>



<p>In Italia è stata applicata un’evidente trasformazione del sistema politico in un sistema di gestione degli elettori. La Piattaforma Rousseau è diventata oggetto di studi in molte università in Europa, sono in contatto con alcuni ricercatori che sono incuriositi dal fatto che in Italia non ci sia alcuna consapevolezza di ciò, nonostante sia evidente. Anche per stessa dichiarazione della piattaforma: se si leggono i documenti, è chiaramente scritto che Rousseau è una piattaforma di profilazione delle persone che aderiscono, o che cascano in questo tipo di cattura di quello che è un potenziale elettorato, né di destra né di sinistra. Vale a dire un elettorato gestito sulla base dei propri dati: cosa pensi, e vediamo come lo possiamo combinare rispetto a un intervento elettorale che faccia ottenere quel risultato che interessa ai partiti elettorali, cioè andare al governo.</p>



<p>Voglio concludere con quattro punti, che costituiscono per un verso la conclusione del lavoro che ho presentato, ma per un altro aprono un terreno che voglio enunciare, in modo che sia ben chiaro dove va a parare questo tipo di discorso; è un terreno sul quale penso di dover lavorare il prossimo anno, perché è inquietante e terribile. Lo definirei la formazione di un totalitarismo digitale, vale a dire la trasformazione del sistema politico non solo in un sistema elettorale, ma in un&nbsp;<em>non sistema politico</em>, ossia in una gestione dell’elettorato, dei cittadini, attraverso i Big data. È un processo già in corso e molto avanzato, e che configura un nuovo tipo di totalitarismo perché è senza dittatore, senza simboli, o meglio, i simboli diventano quelli dei grandi marchi, Microsoft, Apple, Google, Samsung&#8230; le grandi strutture che hanno in mano i tre sistemi operativi che gestiscono oggi 3,5 miliardi di smartphone. Possiamo dire che questa è la prospettiva per evidenze fenomenologiche molto forti.</p>



<p>La prima è che l’intermediazione digitale cresce, crescono i dati, cresce la concentrazione capitalista, una crescita che alcuni definiscono esponenziale, sicuramente è smisurata, e quindi la potenzialità di intervento di appropriazione dei dati sarà sempre maggiore.</p>



<p>La seconda è che non siamo di fronte semplicemente a una crescita di dispositivi e dati, ma anche di disuguaglianze sociali. La concentrazione capitalistica aumenta in pochissime aziende, che hanno non solo i più alti fatturati ma anche i più bassi livelli di occupazione, e anche il padroneggiamento della ricerca scientifica su questi dispositivi; hanno praticamente in mano le sorti di questo processo. Vorrei fosse ben chiara una cosa: crescita delle disuguaglianze significa polarizzazione di classi.</p>



<p>Quello che vediamo non è lo sparire delle classi ma il suo polarizzarsi. Come ha detto Warren Edward Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo, la lotta di classe esiste eccome, e l’hanno vinta sostanzialmente queste grandi strutture; ci sono riuscite perché riescono a nasconderla, a mascherarla, a presentarsi come interclassiste, come forze legate alla tecnologia, alla scienza. Naturalmente la variabilità delle figure del Novecento sta cambiando, ma vorrei solo ricordare che Marx l’ha scritto in molte opere che la variabilità del lavoro è semplicemente in funzione degli strumenti tecnologici che si mettono in atto; non è che il mondo capitalistico è quello in cui c’era la borghesia industriale e il proletariato di fabbrica, questa è una banalizzazione, un’ingiuria nei confronti dell’analisi marxista, che ha sempre sostanzialmente riconosciuto che le classi si determinano nella loro&nbsp;<em>variabilità</em>, parola di Marx, e nella loro consistenza, a seconda dell’andamento del processo del modo di produzione capitalistico.</p>



<p>Ora insieme alla variabilità e alla consistenza vediamo anche un aumento straordinario della produttività delle parti di lavoro vivo che restano, e soprattutto un fenomeno nuovo, inquietante, che è la produzione di una nuova categoria di esclusi sociali; non è l’equivalente del<br>sottoproletariato di un tempo, i diseredati, ma sono gli esclusi digitali. Oggi all’Acea i lavoratori che hanno cinquant’anni se ne vanno per disperazione; a Roma un lavoratore si è suicidato lasciando una precisa lettera in azienda, nella quale ha scritto che ha lavorato lì per quarant’anni e poi si è trovato a dover fare i conti con tablet, Gps, strumenti di tutti i tipi, che poteva anche imparare a utilizzare, ma il punto è che non solo non aggiungevano niente al suo lavoro ma gli impedivano di farlo, e spiegava le ragioni.</p>



<p>Le persone che non si digitalizzano vengono quindi buttate fuori dal mondo del lavoro, quasi con vergogna, come non fossero all’altezza delle nuove tecnologie, e invece si tratta di fare conti violentissimi con delle abilità lavorative che vengono annientate per un unico motivo, pagare meno o addirittura nulla il lavoro. Perché oggi, ed è un altro aspetto, noi produciamo gratuitamente lavoro gratuito, con le nostre domande a Google, quello che carichiamo su Facebook ecc., miliardi e miliardi di dati che hanno portato Zuckemberg in dieci anni dall’essere uno studente di università a uno degli uomini più ricchi del mondo. Quindi anche rispetto alla teoria marxista classica, sarebbe interessante sviluppare un aggiornamento, per vedere come al pluslavoro, che resta l’elemento centrale su cui si sviluppa lo sfruttamento capitalistico, si aggiunge un plus di dati che genera valore, e che costituirà la base della polarizzazione di classe.</p>



<p>Ci sono poi altri problemi che si possono intuire facilmente: se la concentrazione capitalistica si organizza intorno a un pool di aziende, a un’oligarchia digitale mondiale, nasce anche un problema relativo alle sovranità nazionali: che senso ha oggi parlare di Stati e nazioni? Aziende private producono dispositivi digitali secretati per parlamentari, ministri, potentati di varia natura; producono sistemi elettorali elettronici, come quello utilizzato nelle ultime elezioni in Kenia e che è stato elaborato da un’azienda francese. Tutto questo si va a incastonare sulla trasformazione dei sistemi politici in sistemi elettorali.</p>



<p>Terzo e ultimo punto, infine: questo processo è sostenuto da un fortissimo movimento culturale, che oggi attraversa le più importanti università del mondo, e si chiama transumanesimo. Ridotto all’essenziale e nella sua dimensione atroce, il transumanesimo afferma che questa intermediazione digitale non solo è inarrestabile, ma è positiva, perché sta sempre più collegando i singoli cittadini, lavoratori, consumatori, ad apparati di intelligenza transumana, che sono le macchine di intelligenza artificiale, e più ci connetteremo più avremo vantaggi. Le stiamo già utilizzando, quando poniamo una domanda a Google, nei sistemi di scrittura, per muoverci all’interno di una città che non conosciamo con un Gps ecc. Sistemi di intelligenza artificiale che sono in mano ad aziende private, e che ora sono esterni ai corpi ma già esiste un’azienda in Svezia, la Epicenter, e un’azienda americana che gli fa da controcanto, che stanno lanciando l’implementazione di dispositivi digitali incorporati sottopelle: chip con i quali i lavoratori aprono la porta dell’ufficio, senza più dover avere il badge e gestiscono i loro strumenti. Che significa, in pratica, che riducono il loro tempo di lavoro, e dunque aumentano la loro produttività.</p>



<p>Per questo tale processo verrà sempre più implementato e darà origine, come dicono i transumanisti, a un’inesorabile e inevitabile passaggio, dall’<em>homo sapiens</em>, che è la nostra specie fin qui, a un&nbsp;<em>oltre uomo</em>, digitalizzato, implementato, in relazione diretta con i sistemi di intelligenza artificiale. Certo qualcuno non si adatterà, non lo vorrà, peggio per lui perché sarà una sottoclasse. Questo è il punto su cui si affaccia oggi non una capacità di documentazione, ma una necessità di studio e di approfondimento in tutti i campi della vita sociale. Studio e approfondimento e lavoro collettivo che non hanno come obiettivo una maggiore conoscenza, ma una capacità di auto-organizzazione per invalidare il principio che il progresso sociale si identifica con l’implementazione tecnologica.</p>



<p>L’anno scorso avevo lasciato questo incontro dicendo che eravamo di fronte a una domanda: in che rapporto sta questa innovazione tecnologica con l’idea storica di progresso? Il passo che oggi mi sento di problematizzare è proprio questo: ora io sono assolutamente convinto che siamo di fronte a una divaricazione netta tra l’innovazione tecnologica e il progresso sociale. Oggi il progresso sociale deve riprendere in mano seriamente la questione dei legami, vale a dire la questione della capacità di vivere in modo evoluto insieme, e quindi deve accoppiare l’idea di classe all’idea di specie. Oggi lotta di classe è la possibilità di evitare a questa specie una terribile deriva, che è la deriva robotica e, come dicono alcuni, cyborg, dei cittadini e di questa nostra futura società.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <a href="http://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</em></a>, Paginauno n. 47/2016<strong><br></strong>2) Cfr. Renato Curcio,<a href="capitalismo-egemonia-digitale.php.html"><em> </em></a><em><a href="http://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</a></em>, Paginauno n. 50/2017</p>
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		<title>L&#8217;opinione pubblica mercificata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lopinione-pubblica-mercificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 12:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È difficile avere oggi un’idea della dimensione di quella che possiamo genericamente chiamare ‘area antagonista’, inserendo nella definizione ogni realtà culturale o movimentista della società civile che si muove in senso critico rispetto al pensiero dominante neoliberista; da quella più ‘radicale’, che si oppone al capitalismo, di cui il neoliberismo è solo l’attuale fase, a quella ‘socialdemocratica’, che non mette in discussione il sistema economico ma mira semplicemente a mitigarne le caratteristiche di sfruttamento dell’uomo e delle risorse ambientali, attraverso la difesa di uno stato sociale in fase di smantellamento e dei cosiddetti beni comuni.</p>



<p>Difficile perché le lotte sono frammentate, ciascuna chiusa nella propria singola identità – per la casa, per l’acqua pubblica, contro l’Expo, la riforma della scuola, la Tav&#8230; – e non fa eccezione nemmeno la battaglia per il lavoro, che pur avendo un unico tema si divide in tanti terreni di scontro quante sono le aziende che licenziano, delocalizzano, impongono ricatti ai lavoratori in termini di retribuzione e orario per non chiudere gli stabilimenti.</p>



<p>La debolezza delle lotte, intesa come incapacità di incidere sull’esistente, modificandolo, è evidente. Sconta sicuramente la frammentazione, l’incapacità di comprendere che la lotta è una, sebbene articolata su più campi, perché dietro le singole tematiche vi è un ‘nemico’ comune, ossia il sistema capitalistico: privatizzazioni e riduzione del welfare rispondono alla necessità del Capitale di espandersi in nuovi ambiti, il maggior sfruttamento, ossia bassi salari e lavoro precario a uso e consumo delle oscillazioni della domanda del mercato, risponde al bisogno di recuperare maggiori margini di profitto, ed entrambe le operazioni servono al capitalismo per salvarsi dall’attuale crisi – fino alla prossima, ovviamente.</p>



<p>Ma l’area antagonista sconta anche l’esclusione dal dibattito pubblico, che si muove sui canali mainstream, televisione su tutti e poi grandi giornali, e quando riesce a esservi presente fa i conti con la difficoltà di spostare l’opinione pubblica dalla propria parte.</p>



<p>Non è una questione che possa essere elusa, perché i mezzi a disposizione per cambiare l’esistente sono ben pochi; non è più il tempo di rivoluzioni, e non si vede all’orizzonte un partito che possa dare rappresentanza concreta al pensiero critico, ancor meno a quello radicale. Non resta quindi che la pubblica opinione, in teoria un potere ‘dal basso’ in grado di imporre cambiamenti alla politica. O almeno questo era quando è nata.</p>



<p>Non si può parlare di opinione pubblica senza citare Habermas. Nel suo saggio del 1962,&nbsp;<em>Storia e critica dell’opinione pubblica</em>, lo studioso ne evidenzia innanzitutto i natali borghesi. Tra Inghilterra e Francia, il percorso che si snoda fra il XVII e il XVIII secolo vede la nascita di libelli, opuscoli e riviste nelle quali fa la sua comparsa l’articolo ‘dotto’, l’argomentazione razionale; una nuova classe sociale, la borghesia commerciale, crea una sfera nella quale privati cittadini, raccolti come pubblico, rivendicano il ruolo di attori insieme all’autorità dello Stato nella regolamentazione dello scambio di merci e lavoro, disponendosi a costringere il potere a legittimarsi dinanzi alla rappresentanza pubblica del nascente gruppo sociale.</p>



<p>È un ceto che inizia a essere dominante dal punto di vista economico ma non lo è ancora sul piano politico, e dunque attacca il sistema di potere vigente. In antitesi alla Corte nascono i salotti, dove borghesi e aristocratici iniziano a incontrarsi, poi la nuova classe in ascesa si autonomizza e fanno la loro comparsa i caffè, luoghi nei quali si discute di arte, commerci e politica. In una società nella quale il modello liberale sta divenendo dominante e afferma, come presupposto, che tutti possono diventare borghesi, sempre più le questioni di cui si discute assumono valore di ‘interesse generale’; l’interesse della nuova classe viene dunque proposto come interesse della società. Ciò significa, ed è un punto focale, che l’opinione pubblica nasce come rappresentanza borghese, ossia di un interesse di classe, e grazie alla forza economica che possiede.</p>



<p>È Marx a evidenziarne la natura classista, mentre John Stuart Mill e Tocqueville, da buoni liberali, si pongono il tema del suo contenimento nel momento in cui, con la diffusione della stampa e della propaganda, il pubblico si amplia e perde l’esclusività borghese; mentre viene quindi implicitamente riconosciuto che non tutti possono accedere alla proprietà privata, negando dunque il presupposto iniziale, un’opinione pubblica non più coesa negli interessi da difendere ma divenuta terreno di scontro di interessi contrapposti deve essere sottoposta a una limitazione. Perché rischia di divenire un ‘giogo’ per il potere politico, che può emanare leggi ‘sotto la pressione della piazza’, ed essere dominata dal punto di vista dei molti e dei mediocri; la stampa, infatti, per aumentare la diffusione ha abbassato il proprio livello culturale, e l’opinione pubblica è divenuta più una spinta al conformismo, dominata dalle passioni della massa, che una forza critica razionale contro il potere; può dunque servire per limitarlo, ma non deve influenzarlo. Occorre quindi strutturare una sorta di gerarchia, nella quale un’élite di pochi cittadini istruiti e potenti si faccia carico di influenzare l’opinione pubblica con scritti e discorsi.</p>



<p>Chiaramente si può concordare con parte dell’analisi dei due pensatori – il minore livello culturale, la spinta al conformismo – ma è il presupposto di base il punto fondamentale: lo Stato di diritto borghese nato sull’idea della libera autodeterminazione di una società civile raziocinante diviene reazionario nel momento in cui nella sfera pubblica fanno sentire la propria voce le classi subalterne.</p>



<p>Alla sua nascita, la locuzione&nbsp;<em>pubblic opinion</em>&nbsp;identifica l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio; ufficialmente conserva tuttora questo significato, ma è chiaro che oggi non lo rappresenta più. Il percorso che l’ha portata a trasformarsi da spazio critico a dimensione manipolata è andato di pari passo con la crescita della società dei consumi.</p>



<p>La sfera letteraria, che ha prodotto quella politica, si trasforma in un consumo culturale di massa che ha ben poco a che fare con una crescita intellettuale: il fine è vendere una merce, non ‘educare’ un vasto pubblico, quindi il livello del pensiero si abbassa. Scompaiono i circoli, e le discussioni vengono formalmente organizzate in convegni, seminari, e poi tribune politiche e programmi televisivi e radiofonici, appannaggio di quella élite auspicata da Mill e Tocqueville, e diventano anch’esse bene di consumo; il pubblico, sia esso borghese o classe lavoratrice, diviene ascoltatore e spettatore: riceve un pacchetto di opinioni preconfenzionato e in assenza degli strumenti culturali per metterlo in discussione lo assorbe, incapace di ribattere e parlare.</p>



<p>Nascono le pubblicità commerciali e gli uffici di pubbliche relazioni, che si occupano di costruire il consenso intorno a una merce come a una persona; una forma di consenso che ha più nulla a che vedere con i criteri del ragionamento ma si basa su una fascinazione emotiva indotta da un’operazione pubblicitaria. Sulla materia oggetto di promozione non viene infatti aperto un pubblico dibattito ma inscenata una rappresentazione: le discussioni in Parlamento come quelle in televisione diventano spettacoli (talk<em>&nbsp;show</em>, appunto), e la sfera pubblica non è più il luogo in cui si manifesta la critica ma lo spazio in cui prende forma l’acclamazione.</p>



<p>Ne&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse scrive che “la cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia promossa dalla cultura di massa diffusa dai mass media: apparentemente impolitica, in quanto promuove semplicemente un prodotto, è in realtà fortemente politica, perché contiene in sé l’ideologia capitalista, che non agisce più sul pensiero ma si concretizza nello spazio dei comportamenti: l’abitudine al consumo di merci che vanno a soddisfare falsi bisogni, indotti ed eterodiretti per alimentare un sistema produttivo che per fare profitti ha bisogno di crescere incessantemente.</p>



<p>Il pensiero politico critico, dunque, quando non viene censurato e riesce a raggiungere il dibattito pubblico, oggi ha davanti a sé come vero antagonista non tanto un pensiero politico contrapposto, ma un’ideologia trasformatasi in merce, promossa a suon di slogan pubblicitari, inconsapevolmente assorbita da una massa di cittadini divenuti consumatori. Ed è chiaro che un pensiero politico che si oppone alla mercificazione dell’esistente non è&nbsp;<em>vendibile</em>&nbsp;sui media, televisione e grandi quotidiani, che sono gli strumenti principali di diffusione dell’ideologia dei consumi; non può raccogliere consenso tra quel pubblico.</p>



<p>Il problema è che quel&nbsp;<em>pubblico</em>&nbsp;è oggi l’opinione pubblica: una massa di consumatori analfabeti funzionali, spettatrice di messinscene politiche, manipolata da una ristretta élite di&nbsp;<em>opinion maker</em>&nbsp;che si occupa di dirigerla promuovendo il pensiero neoliberista sotto forma di concetti estremamente superficiali e semplificati. Di fatto la&nbsp;<em>pubblic opinion</em>, nel suo reale significato, non esiste più.</p>



<p>Quando nei primi anni Novanta nasce il web, il mondo antagonista che dopo il riflusso degli anni Ottanta è tornato a organizzarsi nel Movimento della Pantera e nei centri sociali, vede nella nuova tecnologia una possibilità di azione; un mezzo per creare una rete di collegamento e comunicazione tra le varie realtà, innanzitutto, attraverso la messaggistica e le mailing list, e successivamente uno strumento per fornire contenuti. Parallelamente al Movimento no global nascono realtà come Indymedia e Autistici/Inventati, che grazie alla nuova tecnologia iniziano a produrre controinformazione in opposizione all’informazione mainstream, raccontando direttamente le manifestazioni e creando siti web nei quali il pensiero critico può esprimersi e confrontarsi. La rete sembra essere quello spazio libero che mancava, un territorio in cui poter far crescere una rete antagonista globale, parallelamente e in opposizione alla globalizzazione del Capitale.</p>



<p>La rapida diffusione della cultura e del movimento no global tra il 1999 di Seattle e il 2001 di Genova dà l’impressione, e la speranza, che una nuova opinione pubblica antagonista possa crearsi grazie al web, e che il suo peso possa incidere sul potere politico ed economico nel momento in cui si concretizza scendendo in piazza, in manifestazioni di una tale partecipazione e forza da ricordare quelle degli anni Settanta del Novecento.</p>



<p>La violenza della repressione messa in atto a Genova taglia le gambe al movimento, ma forse sull’ennesimo processo di riflusso seguito al G8 e allo stato di eccezione messo in piedi dopo l’11 settembre 2001 molto di più ha inciso la trasformazione della stessa rete che aveva permesso la nascita di quella opinione pubblica raziocinante. Il Capitale aveva già iniziato la colonizzazione del territorio del web attraverso la cosiddetta new economy – è del 2000 l’esplosione della bolla finanziaria delle dot.com – e la rete diventa&nbsp;<em>social</em>. Nasce MySpace e poi Facebook, Twitter e social network di ogni genere.</p>



<p>Ora il pensiero antagonista deve lottare per non essere marginalizzato in quello stesso spazio che aveva creduto di poter usare a proprio vantaggio, e che è divenuto non solo un altro territorio in cui il Capitale promuove e diffonde l’ideologia della mercificazione, contribuendo a creare lo stesso pubblico dei media mainstream e lo stesso consumo culturale di massa, ma anche un luogo di compensazione di frustrazione e alienazione e uno strumento che disinnesca il conflitto: condivido un post critico, metto un ‘mi piace’ a un articolo di un sito di controinformazione, segno la mia partecipazione a un dibattito e poi non non vado, e ho l’impressione di aver fatto qualcosa, di avere ‘contato’, mentre ho fatto nulla che possa minimamente incidere sull’esistente.</p>



<p>In aggiunta, dal punto di vista della crescita intellettuale indispensabile alla creazione di un’opinione pubblica raziocinante, il web si è trasformato in una contraddizione paradossale: non ha problemi fisici di spazio e ha minimi costi economici, a differenza del supporto cartaceo, può dunque contenere articoli lunghi di analisi e approfondimento, e invece ha eliminato quel tipo di lettura ‘lenta’ e ragionata promuovendo la velocità, l’articolo breve, l’informazione superficiale, l’ansia di essere continuamente aggiornati su tutto ciò che accade senza avere né gli strumenti né il tempo per comprenderlo davvero, in una continua deconcentrazione.</p>



<p>Che fare, dunque?<br>Se c’è una cosa che il percorso dell’opinione pubblica borghese insegna è innanzitutto che la sua partenza è culturale e di classe. Per cercare di modificare l’esistente occorre dunque per prima cosa (ri)costruire una cultura di classe, e poi trasformarla in opinione pubblica. Certo, da questa parte è più arduo: la borghesia era ceto dominante economico – dunque aveva soldi – e agiva in una società liberale che già rispecchiava il suo modello di sistema produttivo; doveva solo conquistare il potere politico, e trasformare in borghese lo Stato. Ma resta il fattore culturale come punto centrale: è dalla sfera letteraria che nasce quella politica.</p>



<p>Non è un caso infatti che la crescita della società dei consumi sia andata di pari passo con lo svuotamento della cultura di sinistra – non solo politica, anche letteraria e cinematografica – fino al suo totale annientamento che ha registrato come contraltare la mercificazione totale dell’esistente e la vittoria dell’ideologia neoliberista. Si tratta dunque di ripartire da lì, dalla sfida culturale, ma non per farne un esercizio astratto bensì per radicarla nella conflittualità sociale esistente.</p>



<p>Occorre poi capire che i media mainstream non possono essere il terreno di questa battaglia e il loro pubblico non può essere conquistato; per quanto rappresenti la maggioranza, è a tal punto annichilito e manipolato che ora non si può che rinunciarci. È nella rete che si muove quella ristretta minoranza di persone che sente il bisogno di informarsi, capire, approfondire in modo critico; si deve dunque accettare che solo il web, pur con tutto ciò che rappresenta in termini di colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (1), può essere lo spazio in cui il pensiero antagonista può muoversi e crescere. È una contraddizione, ma bisogna essere consapevoli che non esiste più alcun territorio che il Capitale non abbia conquistato e mercificato, dunque l’alternativa sarebbe l’immobilità, e non è un’alternativa.</p>



<p>Come non lo è quella messa in atto da molti centri sociali, che si sono ripiegati all’‘interno’ in forme di autogestione mutualistica e hanno rinunciato a opporsi alle dinamiche di potere che si muovono all’‘esterno’ nella società.</p>



<p>È poi fondamentale che l’area antagonista comprenda che il nemico è uno e che la frammentazione delle lotte gioca a suo vantaggio; e se c’è una cosa che il web può offrire è proprio la connessione tra le diverse conflittualità in campo.</p>



<p>Ma il mondo virtuale va sfruttato per uscirne, per creare luoghi fisici di incontro, confronto, progettualità e lotte comuni. Perché la partecipazione virtuale è una non-partecipazione; non c’è alcuna differenza tra l’essere spettatore di un talk show televisivo e mettere un click a un dibattito senza andarci: in entrambi i casi si resta muti davanti a uno schermo. Ma allo stesso modo, scendere in piazza senza la forza di un bagaglio culturale, soprattutto oggi, nella complessità finanziaria ed economica dell’attuale capitalismo, significa essere disarmati di fronte all’ideologia neoliberista e dunque comunque perdenti. L’opinione pubblica è raziocinante. La lotta è teoria e prassi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" data-type="post" data-id="1104" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
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