“Chi controlla la Luna controlla la Terra”: le parole d’ordine del generale Boushey del 1958 sono tornate d’attualità, mentre la Cina ha scavalcato la Russia nel ruolo di rivale geopolitico degli Stati Uniti e dal 2010, con Obama, è diventata centrale nella U.S. National Space Policy; cosa nascondono i miraggi marziani di Elon Musk, la missione Artemis e la Stazione Spaziale Internazionale
“Chi controlla la Luna controlla la Terra. La Luna offre una base di rappresaglia con un vantaggio senza pari. Se avessimo lì una base, i sovietici sarebbero costretti a lanciare preventivamente dalla Russia un attacco nucleare verso la Luna almeno due giorni prima di attaccare direttamente il continente americano. Se non lo facessero sarebbero destinati entro 48 ore a ricevere dalla Luna una devastante rappresaglia nucleare. Una base lunare costituisce un vantaggio strategico senza prezzo.”
Homer A. Boushey, generale di Brigata e vicedirettore Ricerca e Sviluppo dell’Air Force statunitense, 1958
Il 6 ottobre scorso un saltellante Elon Musk compare accanto a Trump sul palco del comizio elettorale a Butler, in Pennsylvania, indossando la maglietta nera con scritta bianca “Occupy Mars”; una maglietta divenuta icona della conquista di ‘altri mondi’, così come Musk è divenuto immagine dell’epica spaziale. La visione di fondare una colonia umana su Marte lo accompagna almeno dal 2001, senza che il proprietario di SpaceX abbia mai lasciato trapelare un dubbio sulla sua fattibilità; tuttavia gli annunci relativi alla tempistica dell’impresa non hanno goduto della medesima coerenza. Nel 2011 Musk ha affermato che avrebbe portato l’Uomo su Marte in dieci anni – e con tutta evidenza non ci siamo arrivati –; nel 2016 ha dichiarato che nel 2060 vivranno su Marte un milione di persone; nel 2020 ha sostenuto che probabilmente sarà morto prima che l’Uomo arrivi su Marte; nel 2021 ha asserito che si ritroverà sorpreso nel caso l’umanità non atterri su Marte entro cinque anni, quindi entro il 2026. L’ambito spaziale si è sempre contraddistinto per il rinvio di scadenze precedentemente fissate – anche un piccolo problema tecnico può causare lo slittamento di mesi – dunque al di là delle boutade che caratterizzano il personaggio Elon Musk, la mancanza di una tempistica certa fa parte del gioco. Tuttavia, se ci allontaniamo dall’entusiasmo del proprietario di SpaceX e ci avviciniamo ai dettagli tecnici, che la stessa NASA evidenzia nella documentazione del progetto Moon to Mars (M2M) (1), la situazione appare sotto una luce del tutto differente.
In estrema sintesi, per poter realisticamente ipotizzare la ‘conquista umana di Marte’, o addirittura la sua colonizzazione, tre sono gli aspetti fondamentali, e tra loro correlati, a oggi ancora privi di soluzione.
Innanzitutto la lunghezza del viaggio. Un tragitto di andata e ritorno durerebbe mediamente due anni, il che significa che gli astronauti dovrebbero trascorrere quasi 24 mesi all’interno di un veicolo spaziale: serve dunque un sistema di supporto vitale a circuito chiuso. L’astronave poi deve essere in grado, sfruttando le forze gravitazionali dei pianeti, di accelerare e rallentare, e arrivare su Marte con la necessaria riserva di propellente per tornare indietro. Le sonde robotiche già inviate sono alimentate da un generatore termoelettrico a radioisotopi al plutonio 238, per la missione con equipaggio la NASA sta al momento studiando razzi a propulsione nucleare.
C’è poi il problema delle radiazioni cosmiche che gli astronauti assorbirebbero durante il viaggio e l’eventuale permanenza su Marte: sulla Terra ne siamo protetti dall’atmosfera e dal campo magnetico, nello Spazio profondo siamo senza difesa. Oggi, dopo sei mesi nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – situata in orbita bassa, tra 330 e 410 chilometri di altitudine, quindi fuori dall’atmosfera ma ancora all’interno della magnetosfera – un astronauta assorbe circa 10 rem di radiazioni, il limite massimo ammesso dalla NASA, che incrementa statisticamente del 3% la possibilità di sviluppare forme cancerogene; nei soli 12 mesi di viaggio di andata verso Marte, stando ai calcoli della NASA stessa, un astronauta potrebbe assorbire radiazioni pari a 66 rem.
Infine, ed è il terzo aspetto, non ha ancora soluzione l’indebolimento muscolare e scheletrico che il corpo umano subisce in una lunga permanenza nello Spazio. I film di fantascienza risolvono la questione inventando enormi astronavi ruotanti, in grado di generare al proprio interno una forza simile alla gravità terrestre. “Il problema è che un’astronave ruotante dovrebbe essere costruita da strutture metalliche in grado di sopportare le sollecitazioni continue a cui sarebbero sottoposte durante la rotazione costante,” scrive Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico con esperienza trentennale nel settore spaziale presso aziende private e agenzie governative, “e non si hanno ancora concrete soluzioni ingegneristiche per un sistema di questo tipo. Inoltre, per poter essere efficace, la nave spaziale ruotante dovrebbe avere dimensioni gigantesche, perché altrimenti la forza generata al suo interno non sarebbe omogenea, con gravi ripercussioni sulla salute degli astronauti. […] Solo costruendo delle astronavi da almeno trecento metri di diametro, cioè tre volte la ISS, e facendole ruotare a 2,5 giri al minuto, si potrebbe ottenere una forza con un’intensità omogenea su tutto il corpo umano senza provocare scompensi” (2) – una possibilità, per inciso, che si accompagna all’ipotesi di riuscire a creare eso-cantieri, ossia manifatture in grado di costruire una astronave direttamente nello Spazio, sfruttando ipotetiche materie prime raccolte anch’esse nello Spazio (da asteroidi o dalla Luna), per ovviare alla difficoltà di trovare un propellente in grado di sprigionare la sufficiente potenza di lancio per far superare a una simile astronave gravità e atmosfera terrestri. Si dovrebbe poi individuare risposte per la conservazione del tono muscolare cardiaco – dopo sei mesi in orbita è stata riscontrata una sfericizzazione del 9,5% del cuore, con rischi tuttora ignoti – e per lo stress ossidativo dei bulbi oculari. Per non parlare di una ipotetica vita in una colonia marziana, che dovrebbe fare i conti con una gravità pari allo 0,375 di quella terrestre, un’atmosfera 100 volte più sottile, temperature medie di -63° centigradi e capaci di scendere fino a -126°, e magnetosfera inesistente: dunque microgravità, niente ossigeno, niente acqua in superficie, nessuna protezione dalle radiazioni cosmiche (3).
Insomma – restando nel mero ambito fisico e tralasciando gli aspetti psicologici di un simile viaggio e di una eventuale permanenza su Marte, niente affatto secondari – il corpo umano è a misura terrestre: non è fatto per sopravvivere nello Spazio e, se un giorno ‘occuperà’ il Pianeta Rosso, quel giorno, difficilmente, cadrà in questo secolo e quel corpo, facilmente, non sarà l’umano come oggi lo conosciamo (su questo punto torneremo nel prossimo articolo). Perché dunque Musk – che di certo ha contezza della portata dei limiti attuali – alimenta l’immaginario collettivo con la colonizzazione di Marte? Perché, dopo che lo Spazio e la Luna sono scomparsi dalla narrazione mediatica per almeno due decenni, ci siamo ritrovati nuovamente esortati a guardare a naso in su e a contemplare sui social le dirette di Samantha Cristoforetti dalla ISS? Perché la ‘corsa allo Spazio’ ha ripreso vigore nel 2010 a opera di Obama ed è divenuta centrale nella strategia statunitense a partire dalla prima presidenza Trump nel 2017?
I veri obiettivi, mascherati dai miraggi marziani e dalla Stazione Spaziale Internazionale, sono innanzitutto militari, e trovano già schierati tre attori principali: Stati Uniti, Cina e Russia. Nel campo statunitense, strettamente connessi ma meno immediati di quanto si possa pensare, sono poi gli sviluppi tecnologici e capitalistici: non è infatti un caso che, ben oltre Musk che si presta a divenire brand della società dello spettacolo, nella cosiddetta space economy ci siano gli stessi imprenditori del digitale; e il punto centrale non sono certo gli appalti e le commesse statali, non sono certo i soldi pubblici. Ma questo aspetto lo vedremo sul prossimo numero di Paginauno. Oggi parliamo di guerra, e ci focalizziamo sugli Stati Uniti; Cina e Russia saranno oggetto di un altro articolo.
Lo Spazio della guerra ieri
Il 4 ottobre 1957 il razzo R-7 sovietico lancia a 900 chilometri di altezza lo Sputnik, il primo satellite artificiale. Parte quella che è stata raccontata come la corsa allo Spazio tra URSS e Stati Uniti. Vincerla è questione di prestigio, di orgoglio nazionale, di egemonia culturale in piena guerra fredda, è la narrazione dominante, all’epoca e ancora oggi. La realtà è più prosaica. Con lo Sputnik – e soprattutto con il razzo R-7 – l’URSS aveva dimostrato di essere in grado di lanciare a grande distanza le proprie testate atomiche.
Dopo sei mesi, il 2 aprile 1958, Eishenower crea la NASA, ufficialmente un ente per la ricerca civile ma di fatto in stretta relazione con il Pentagono. Obiettivo principale è la costruzione di un ‘lanciatore’ che possa eguagliare il razzo R-7. Per farlo gli Stati Uniti hanno una carta vincente: Wernher Von Braun, l’ingegnere tedesco che aveva ideato il missile V2 nazista. Appare però subito evidente che ora nello Spazio devono poter andare non solo i satelliti e le bombe, ma gli astronauti: il vantaggio strategico non è infatti più unicamente nei missili nucleari, è nella Luna. “Chi controlla la Luna controlla la Terra” è la frase del generale Boushey rimasta scolpita nei progetti della Difesa statunitense di quegli anni, posta in esergo di questo articolo. Tuttavia, nel luglio 1960 gli USA riescono a lanciare da un sommergibile il primo missile nucleare Polaris, e l’idea della base lunare viene accantonata: gli Stati Uniti controllano i mari del globo, dunque ora, con i sommergibili e il Polaris, sono in grado di colpire ogni punto della Terra con una testata atomica. Lo sviluppo dei razzi, dunque, non nasce con l’obiettivo di andare nello Spazio ma al fine di poter lanciare la bomba nucleare a lunga distanza sul pianeta.
Il 12 aprile 1961 il russo Jurij Gagarin entra in orbita, segnando la prima missione umana nello Spazio, e la Luna torna al centro dell’agenda del Pentagono: se infatti l’URSS la conquista, anche i sottomarini nucleari servono a poco. E così mentre J.F. Kennedy, nel settembre 1962, vende la Luna ai cittadini statunitensi – che dovranno sostenere l’impegno finanziario del programma spaziale – come una “nuova conoscenza da acquisire”, un “progresso per tutte le persone” e una “cooperazione pacifica” (4), parte la missione Apollo. Nel gennaio 1967 l’incendio dell’Apollo 1 in fase di esercitazione provoca la morte dei tre membri dell’equipaggio e il progetto viene sospeso per 20 mesi; dalla parte opposta, nell’aprile 1967 muore il cosmonauta Komarov durante l’atterraggio di emergenza della Sojiuz 1, e il 3 luglio 1969 il razzo lunare N1 esplode sul sito di lancio, dopo appena 20 secondi di volo, distruggendo le strutture della base di Baikonur; la corsa sovietica alla Luna è finita e dopo pochi giorni, il 19 luglio, il satellite batte bandiera americana. Da lì fino al crollo dell’URSS, la Russia arrancherà dietro gli sviluppi dei progetti spaziali degli Stati Uniti.
Tra gli anni Sessanta e Settanta Francia, Gran Bretagna, Cina e India sviluppano programmi missilistici e costruiscono una base di lancio sul proprio territorio: all’epoca sono i Paesi che, insieme a Stati Uniti e URSS, dispongono di un arsenale nucleare. A ulteriore conferma del fatto che fin dai suoi esordi, la corsa allo Spazio ha ben poco a che fare con il progresso dell’umanità e la leggendaria conquista di altri mondi: la corsa allo Spazio è una corsa alla guerra.
Nel 1972 termina il programma Apollo e prende avvio lo Space Shuttle, progetto in elaborazione fin dal 1968, che prevede lo sviluppo di una navetta spaziale e di una futura Stazione orbitale – piano quest’ultimo già in fase di studio con la missione Skylab. L’attenzione si sposta dunque dalla Luna all’orbita terrestre. Il cambio di rotta è dettato dall’importanza che i satelliti artificiali vengono ad assumere nella strategia militare, progressivamente a partire dagli anni Cinquanta. Nell’ambito dell’intelligence – i satelliti spia, detti KH, Key Hole ossia ‘buco della serratura’, attrezzati con telecamere fotografiche – si susseguono diversi progetti (5), e altrettanto significativa è l’evoluzione dei satelliti creati per la navigazione militare: la costellazione dei Transit, operativa dal 1964, cede il posto al GPS, progetto avviato nel 1973 e primo prototipo lanciato nel 1978.
Conseguente allo sguardo orbitale è il programma Scudo Spaziale che Reagan annuncia nel 1983: uno scudo planetario che prevede di intercettare e distruggere i missili nucleari sovietici prima del loro arrivo sul suolo statunitense, tramite un sistema integrato di centri di controllo a terra, satelliti nello Spazio e missili intercettori, in grado di scambiarsi informazioni in tempo reale. Parte con un budget iniziale di 134 miliardi di dollari e arriva, dopo nove anni, a impegnarne 253 (6). Qui nasce Arpanet, che diventerà poi Internet, e alimentata da denaro pubblico prende vita la ricerca tecnologia delle start-up che diventeranno la Silicon Valley.
Quella del Golfo del 1991 è la prima guerra che rende evidente l’importanza del dominio dello Spazio orbitale. L’esercito USA dispiega sul campo una nuova ‘rete’ definita Information Warfare: nuovi armamenti collegati a satelliti e computer. I satelliti individuano le tracce di calore emanate dai missili, inviano i dati in tempo reale ai computer dei centri di controllo a terra, i quali guidano la difesa antimissile dei Patriot; mentre le nuove smart bomb sono in grado di colpire un bersaglio con precisione grazie a geolocalizzazione e navigazione tramite GPS.
Seguono anni di distrazione dallo Spazio. Gli Stati Uniti dominano in contrastati, l’Unione Sovietica si sgretola e la Russia fatica a riconquistare uno spazio geopolitico, la Cina muove i primi passi tra missili, basi spaziali e satelliti, ancora ben lontana dall’infastidire l’egemonia statunitense; la Stazione Spaziale Internazionale celebra la collaborazione pacifica nello Spazio, contribuendo alla narrazione della conquista spaziale a fini di ricerca scientifica, e molti Stati iniziano a implementare una propria rete satellitare (vedi grafico).

Lo Spazio della guerra oggi
Nel 2006 la presidenza di George W. Bush lancia il primo allarme sulla Cina. Fino ad allora, l’attenzione statunitense si era concentrata sullo sviluppo economico del grande Paese asiatico, da inserire nella globalizzazione a vantaggio del capitalismo delle delocalizzazioni e delle catene del valore, spingendolo ad aprire i confini al commercio mondiale e al WTO; Bush inizia a cambiare musica. Nello U.S. National Security Strategy Report si legge: “I leader cinesi devono rendersi conto che non possono restare su un sentiero di sviluppo pacifico se […] continuano ad armarsi in modo non trasparente” e a espandere il loro commercio internazionale senza reciprocità commerciale (7).
Nello stesso Report di quattro anni dopo, 2010 e amministrazione Obama, la Cina è indicata come un Paese che esercita “potere e influenza” e, di conseguenza, gli USA devono “monitorare il programma di modernizzazione del suo esercito e prepararsi a garantire che gli interessi e gli alleati degli Stati Uniti, a livello regionale e globale, non siano influenzati negativamente” (8). Nello U.S. National Space Policy dello stesso anno, Obama evidenzia come lo Spazio, “ambiente strategico attuale e futuro”, stia diventando “sempre più congestionato, conteso e competitivo”; “Le forze statunitensi devono [quindi] essere in grado di scoraggiare, difendere e sconfiggere l’aggressione da parte di Stati-nazione potenzialmente ostili. Questa competenza è fondamentale per la capacità della nazione di proteggere i propri interessi e di fornire sicurezza in regioni chiave”; occorre dunque “negare agli avversari i vantaggi significativi dell’attacco, migliorando la protezione e rafforzando la resilienza delle nostre architetture”, fermo restando che “gli Stati Uniti manterranno il diritto e la capacità di rispondere per autodifesa, qualora la deterrenza fallisse”.
Peculiare di questo documento, così come del National Security Space Strategy del 2011, è l’apertura di Obama ai privati: la nuova corsa allo Spazio non è più basata sul tradizionale meccanismo di appalti con controllo governativo sullo sviluppo dei programmi – che dagli anni Cinquanta ha caratterizzato la collaborazione tra governo e industrie quali Boeing e Lockheed Martin – ma su partnership con lo Spazio ‘commerciale’: lanciatori – ma anche satelliti e veicolo spaziali – progettati, costruiti e gestiti da aziende private, alle quali lo Stato paga il ‘servizio’ richiesto quando ne ha bisogno. “Gli Stati Uniti promuoveranno un nuovo approccio audace all’esplorazione spaziale. La NASA […] cercherà partnership con il settore privato per abilitare capacità di volo spaziale commerciale per il trasporto di equipaggio e merci da e verso la Stazione Spaziale Internazionale” (9) scrive Obama. E ancora: “Le partnership strategiche con aziende commerciali continueranno a consentire l’accesso a un insieme di sistemi spaziali più diversificato, solido e distribuito […] Faremo affidamento su comprovate capacità commerciali nella misura massima possibile, e le modificheremo per soddisfare i requisiti del governo quando farlo sarà più conveniente e tempestivo per il governo stesso. Svilupperemo sistemi spaziali [governativi] solo quando non ci sarà un’alternativa commerciale adatta e conveniente, o quando le esigenze di sicurezza nazionale lo imporranno” (10).
Su questo aspetto torneremo con maggior dettaglio nel prossimo numero di Paginauno, tuttavia non possiamo qui non evidenziare che il sentore di Elon Musk – con SpaceX, il razzo Falcon 9 che trasporta merci e astronauti sulla ISS e la costellazione di satelliti Starlink che supporta l’esercito ucraino – che oggi, a distanza di quattordici anni, si percepisce, non è dettato dal senno di poi: nel discorso sulla Space Policy che Obama tiene nell’aprile 2010 al Kennedy Space Center (11), il Falcon 9 è espressamente citato e Obama stesso ha appena visitato la rampa di lancio di SpaceX accompagnato da Musk (12). “Se non riusciamo a spingerci avanti nella ricerca della scoperta, stiamo cedendo il nostro futuro e stiamo cedendo quell’elemento essenziale del carattere americano” declama Obama a un pubblico plaudente, ripercorrendo le sfide spaziali statunitensi dalla nascita della NASA in poi; eroismo, valori, lo Spazio come sfida, l’umano che supera i propri limiti; non un solo accenno, nell’intero discorso, all’ambito militare, sul quale ruotano, al contrario, entrambi i documenti sopra citati, del 2010 e 2011. Un immaginario che deve essere nutrito di sfide leggendarie perché possa radicarsi, con un Obama che appare il prodromo di Musk: “Entro il 2025” dichiara Obama “ci aspettiamo che nuovi veicoli spaziali progettati per lunghi viaggi ci consentano di iniziare le prime missioni con equipaggio oltre la Luna, nello Spazio profondo. (Applausi.) Quindi inizieremo… inizieremo inviando astronauti su un asteroide per la prima volta nella storia. (Applausi.) Entro la metà del 2030, credo che potremo inviare esseri umani in orbita attorno a Marte e riportarli sani e salvi sulla Terra. E seguirà un atterraggio su Marte”.
Superfluo precisare che siamo nel 2025 e di veicoli spaziali in grado di portare astronauti oltre la Luna, non c’è nemmeno l’ombra; neanche la Luna c’è, visto che la missione Artemis ancora non ha portato nello Spazio alcun equipaggio. E ovviamente, a meno di crederli entrambi anime belle, né con Obama né con Musk si tratta di essere davanti a ingenui visionari che, carichi di ardore, buttano il cuore oltre l’ostacolo.
Il 2017 vede Trump alla Casa Bianca, e il suo U.S. National Security Strategy Report (13) è ancora più diretto: “Gli avversari costantemente migliorano lo sviluppo delle loro capacità per minacciare gli Stati Uniti e i nostri cittadini. […] Cina e Russia stanno sviluppando armi e capacità avanzate che potrebbero minacciare le nostre infrastrutture critiche e la nostra architettura di comando e controllo. Dobbiamo migliorare la difesa missilistica. […] Questo sistema includerà la capacità di sconfiggere le minacce missilistiche prima del lancio. [La Cina] sta costruendo l’esercito più capace e ben finanziato nel mondo, dopo il nostro. Il suo arsenale nucleare sta crescendo e diversificandosi […] la competizione tra grandi potenze è tornata. Cina e Russia […] stanno contestando i nostri vantaggi geopolitici e stanno cercando di cambiare l’ordine internazionale a loro favore”. Conseguente alla presa d’atto, nel 2019 Trump istituisce la Space Force e ridisegna lo Space Command.
La prima “organizza, addestra ed equipaggia i professionisti dello Spazio”. È una nuova forza armata e la sua istituzione “è scaturita dal riconoscimento diffuso che lo Spazio è un imperativo per la sicurezza nazionale. In combinazione con la crescente minaccia rappresentata dai concorrenti strategici, è emersa chiaramente la necessità di una forza militare incentrata esclusivamente sul perseguimento della superiorità nel dominio spaziale”. E ancora: “I potenziali avversari cercano di negare agli Stati Uniti l’accesso alle capacità spaziali che sono fondamentali sia per la guerra che per il nostro stile di vita”. Il personale della Space Force, sia civile che militare, è chiamato “Guardian” e ha il compito di “proteggere e difendere gli interessi americani nello Spazio per garantire che le nostre forze, i nostri alleati e i nostri cittadini abbiano la possibilità di sfruttare lo Spazio quando e dove ne hanno bisogno” (14) – comprese eventuali materie prime, aggiungiamo noi. Oggi la Space Force “ha più di 14.000 Guardian militari e civili” e nella sua missione deve: garantire la superiorità statunitense spaziale, attraverso la guerra orbitale ed elettromagnetica e la gestione della battaglia spaziale; integrare le funzioni congiunte in tutti i domini su scala globale, dall’allarme missilistico alle comunicazioni satellitari alla rete GPS; dispiegare e sostenere l’accesso USA allo Spazio, dai lanci spaziali all’ambito cyber.
Lo Space Command è il comando combattente per tutte le operazioni spaziali militari al di sopra dei 100 chilometri di altitudine, e già opera quotidianamente per proteggere i satelliti da collisioni e attacchi, per fornire navigazione e comunicazioni GPS, e per monitorare eventuali lanci di armamenti contro gli Stati Uniti o suoi interessi all’estero. Nato nel 1982 sotto lo Scudo Spaziale di Reagan e posto all’interno dell’Air Force, nel 2019 Trump lo disloca nella Space Force. Oggi “pianifica, esegue e integra il potere spaziale militare in operazioni globali multidisciplinari per scoraggiare le aggressioni, difendere gli interessi nazionali e, quando necessario, sconfiggere le minacce”, e “se la deterrenza dovesse fallire, il potere di combattimento generato dalla nostra Forza congiunta e combinata ci consentirà di vincere”, perché “lo spazio fornisce a chi è sul campo di battaglia un vantaggio, dal punto di osservazione più alto all’ultimo miglio tattico” (15). A cinquant’anni di distanza, torna in tutta evidenza a risuonare la parola d’ordine del generale Boushey: “Chi controlla la Luna controlla la Terra”. Perché se il punto di osservazione più alto è l’orbita terrestre più alta, dalla quale deve divenire possibile individuare e attaccare l’avversario, il vero punto strategico dal quale colpire è la Luna, e in un futuro lontano sono astronavi, dislocate nel sistema solare, che fanno da base a caccia spaziali. Sembra fantascienza, ma potrebbe non esserlo (16). Se assumiamo questa prospettiva, ecco che le missioni Artemis e Moon to Mars possono abbandonare la narrazione a uso mediatico e trovare finalmente senso e logica.
Nel 2020 il generale statunitense John Shaw, vice comandante dello Space Command dal 2020 al 2023, ha definito una “enorme opportunità” la creazione della Space Force: “Abbiamo la possibilità di creare una forza di combattimento da zero. Ho detto al team: «Non pensate a una forza militare per il prossimo decennio. Create una forza per il 22° secolo. Come sarà la guerra alla fine di questo secolo e nel prossimo?»” (17).
1) Cfr. https://www.nasa.gov/moontomarsarchitecture/
2) Marcello Spagnulo, Geopolitica dell’esplorazione spaziale, Rubbettino
3) Cfr. https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222
4) Cfr. J.F. Kennedy, discorso del 12 settembre 1962 al Rice Stadium di Houston divenuto noto come “Scegliamo di andare sulla Luna”
5) Progetto Corona, 144 satelliti lanciati tra il 1959 e il 1972; programma Argon, 12 lanci ma la metà falliscono (1961-1964); Gambit, 38 satelliti (1963-1967); Lanyard, 3 satelliti (1963); Hexagon, 20 satelliti (1971-1986); Kennen, poi rinominato Crystal, operativo dal 1976, ha visto lo sviluppo di cinque serie ed è tuttora attivo in una costellazione composta da 6 satelliti – l’ultimo lancio è stato effettuato nel settembre 2022 –; ci sono poi i satelliti in grado di intercettare le trasmissioni voci e dati, programmi classificati dei quali si hanno poche informazioni certe: tre progetti – Acquade, Magnum e Orion/Mentor – avviati nel 1970 e, gli ultimi due, ancora operanti
6) Cfr. Marcello Spagnulo, op. cit.
7) China in U.S. National Security Strategy Reports, 1987-2017, University of Southern California (USC) U.S.-China Institute, 18 dicembre 2017
8) Ibidem
9) https://obamawhitehouse.archives.gov/sites/default/files/national_space_policy_6-28-10.pdf
12) “Certo, [l’Air Force One] è comodo, ma non riesce nemmeno a raggiungere l’orbita terrestre bassa. E questo ovviamente è in netto contrasto con il razzo Falcon 9 che abbiamo appena visto sulla rampa di lancio, che verrà testato per la prima volta nelle prossime settimane”
13) China in U.S. National Security Strategy Reports, 1987-2017, op. cit.
14) https://www.spaceforce.mil/About-Us/
15) https://www.spacecom.mil/About/Mission/
16) Cfr. https://www.limesonline.com/rivista/probabili-scenari-delle-guerre-spaziali-14639123/

