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	<title>israele &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 14 Sep 2026 15:42:07 +0000</lastBuildDate>
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	<title>israele &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: GLI ULTRA-ORTODOSSI. Numeri e caratteristiche della popolazione ultra-ortodossa in Israele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 12:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[Quanti sono gli ultra-ortodossi? Chi sono? Sono in crescita rispetto alla popolazione complessiva israeliana? Come può una comunità minoritaria influenzare la politica di un Paese al punto da spingerlo sempre più a diventare uno Stato confessionale? Numeri e caratteristiche della popolazione haredi di Israele “Lo studio della Torah è un valore fondamentale nell’eredità del popolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-97-settembre-ottobre-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 97, settembre – ottobre 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Quanti sono gli ultra-ortodossi? Chi sono? Sono in crescita rispetto alla popolazione complessiva israeliana? Come può una comunità minoritaria influenzare la politica di un Paese al punto da spingerlo sempre più a diventare uno Stato confessionale? Numeri e caratteristiche della popolazione haredi di Israele</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Lo studio della Torah è un valore fondamentale nell’eredità del popolo ebraico e nello Stato di Israele”: così recita la Legge Fondamentale, avente valore di Costituzione, approvata dalla Knesset il 13 luglio scorso con 63 voti a favore e 52 contrari. È un tassello – tutt’altro che marginale, vista l’unione tra religione e Stato che sottende – di un pacchetto legislativo più ampio, a beneficio della realtà ultra-ortodossa, chiamata anche <em>charedi</em> o <em>haredi</em>, presente all’interno del Paese.</p>



<p>Lo stesso giorno il Parlamento vota per congelare gli arresti dei renitenti alla leva charedim, istituendo nuovamente, di fatto, la loro esenzione dal servizio militare. In Israele la leva è obbligatoria, per uomini e donne (1), per la durata di 32 mesi per i primi e 24 mesi per le seconde, e prevede l’arruolamento successivo nelle forze di riserva con richiami periodici – e la chiamata in caso di guerra, ovviamente. Nel 1948, al momento della proclamazione dello Stato di Israele, gli uomini iscritti a tempo pieno alle scuole talmudiche vennero esentati dal servizio. Soggetta negli anni a diverse revisioni (2), nel giugno 2024 la Corte Suprema revoca definitivamente gli accordi temporanei che hanno tenuto in piedi la norma per decenni, sancendo l’obbligatorietà della leva anche per gli studenti haredim. Tra metà 2024 e maggio 2025, le IDF hanno emesso 24.000 cartoline di precetto, ma solo 1.212 reclute ultra-ortodosse si sono presentate (3). La legge prevede che dopo aver ignorato tre avvisi di leva, un potenziale coscritto riceve un ordine di chiamata immediato; se non si presenta a un centro di reclutamento entro 48 ore, l’esercito lo dichiara “renitente alla leva” ed emette un mandato di arresto. Quel mandato di arresto è stato congelato, solo per gli uomini charedim, dal voto della Knesset del 13 luglio.</p>



<p>Tre giorni dopo, il 16 luglio, il Parlamento si esprime (52 favorevoli e 43 contrari) su una legge che consente alle università di offrire corsi separati per genere: la norma si inserisce in una sentenza dell’Alta Corte del 2021 la quale, con l’obiettivo di integrare gli studenti ultra-ortodossi nell’istruzione superiore, ha sancito la possibilità di istituire programmi di laurea separati per genere; la legge appena approvata ha esteso il quadro normativo ai corsi di laurea magistrale e ai dottorati di ricerca.</p>



<p>La separazione per genere è caratteristica del mondo ebraico haredi; sinagoga, vita pubblica e sociale e istruzione vedono spazi rigorosamente divisi per uomini e donne. Nel 2017 la Corte Suprema ha ordinato la rimozione dei cartelli che a Beit Shemesh, città di 110 mila abitanti a 30 chilometri da Gerusalemme, imponevano a uomini e donne di camminare sui lati opposti della strada (4). La separazione dei marciapiedi è stata riproposta a luglio di quest’anno a Bnei Brak, città di 235 mila abitanti situata nel distretto di Tel Aviv (5). Entrambi i centri urbani sono a maggioranza ultra-ortodossa.</p>



<p>Com’è possibile che una minoranza religiosa influenzi in tal modo la politica di uno Stato? Quanti sono i charedim in Israele? Chi sono? Sono in crescita rispetto alla popolazione complessiva?</p>



<p>The Israel Democracy Institute pubblica da dieci anni rapporti annuali sulla comunità haredim; l’ultimo report fotografa il 2025. Innanzitutto, il gruppo ultra-ortodosso è cresciuto del 50% nell’ultimo decennio&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: L’IMMUNITÀ. Cisgiordania. Il sistema giudiziario militare israeliano e le denunce dei palestinesi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-limmunita-cisgiordania-il-sistema-giudiziario-militare-israeliano-e-le-denunce-dei-palestinesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:10:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Yesh Din Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale “Da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Yesh Din</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale</p>
</blockquote>



<p>“<em>Da Sde Teiman, la verità sul sistema di giustizia militare israeliano è venuta alla luce. Ritirando tutte le accuse contro i soldati ripresi mentre abusavano di un detenuto palestinese, Israele ha abbandonato l’intera farsa della responsabilità.” Così la testata israeliana +972 titolava l’articolo di Michael Sfard (1), che il 21 marzo scorso commentava la decisione di un procuratore militare israeliano di ritirare le imputazioni contro cinque soldati israeliani, in forza nella base militare di Sde Teiman trasformata in centro di detenzione per palestinesi, accusati di aver picchiato un detenuto palestinese e “di avergli lacerato il retto con un oggetto appuntito – un atto parzialmente ripreso da una telecamera di sorveglianza in un filmato poi diffuso”. “La chiusura del caso e l’annullamento dell’accusa contro gli imputati per orribili maltrattamenti fisici”, continua Sfard, “hanno liberato la verità dalle catene di menzogne ​​in cui era stata imprigionata dall’apparato di propaganda israeliano. [&#8230;] La verità è che in Israele non è mai esistito, o almeno non da diversi decenni, un sistema di forze dell’ordine che si impegni realmente a ritenere i soldati responsabili quando uccidono, umiliano o abusano dei palestinesi. La verità è che esiste un sistema che di fatto garantisce l’immunità ai soldati quando le loro vittime sono palestinesi, e che addirittura si impegna per ottenere questo risultato. La verità è che i rari casi di accertamento delle responsabilità che il sistema produce hanno lo scopo di nascondere questa realtà e di respingere l’affermazione secondo cui in Israele non ci sono punizioni per chi nuoce ai palestinesi”. Un’affermazione confermata dai dati annualmente raccolti dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, per la quale Michael Sfard svolge il ruolo di consulente legale.</em></p>



<p><em>A dicembre 2025 </em><em>Yesh Din</em><em>pubblica il Data Report </em>Duration of Processing of Complaints Concerning Israeli Soldiers’ Offenses against Palestinians in the West Bank, <em>relativo ai dati 2016-2025, di cui pubblichiamo qui un estratto con traduzione a cura di Pagin</em><em>auno (</em><em>2</em><em>).</em>..</p>



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			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CARCERAZIONE. Morti palestinesi in custodia israeliana: sparizioni forzate, uccisioni sistematiche e insabbiamenti</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-carcerazione-morti-palestinesi-in-custodia-israeliana-sparizioni-forzate-uccisioni-sistematiche-e-insabbiamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9345</guid>

					<description><![CDATA[Physicians for Human Rights Israel Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale 94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Physicians for Human Rights Israel</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale</p>
</blockquote>



<p><em>94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e 26 dalla Cisgiordania occupata o possedevano la cittadinanza israeliana. È ciò che denuncia Physiciansfor Human Rights Israel (PHRI), dopo aver incrociato informazioni raccolte dalle istituzioni israeliane (tramite richieste di accesso agli atti), testimonianze di palestinesi incarcerati, dati pubblicatida altre organizzazioni per i diritti umani e segnalazioni dirette – nei casi in cui il PHRI stesso è stato coinvolto nella presentazione di denunce mediche. Risultati che “indicano l’esistenza di una politica ufficiale da parte delle autorità carcerarie israeliane che prende di mira i palestinesi detenuti”, evidenzia il PHRI, “in grave violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto interno e internazionale, e che porta a un numero senza precedenti di morti trai palestinesi in custodia”.</em></p>



<p><em>Physicians for Human Rights Israel è un’organizzazione</em><em>con sede a Tel Aviv, fondata nel 1988 da un gruppo di medici israeliani e oggi supportata da oltre 3.500 membri e volontari; assiste gratuitamente ogni anno più di 20.000 </em><em>persone, fornendo assistenza medica “principalmente</em><em>a migranti, rifugiati e residenti palestinesi in Cisgiordania e Gaza”, attraverso cliniche mobili; allo stesso tempo, si legge sul sito, PHRI lavora per modificare strutture e politiche discriminatorie e abusive nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati. A novembre 2025 esce con il report </em>Deaths of Palestinians in Israeli Custody: Enforced Disappearances, Systematic Killings and Cover-ups, <em>di cui pubblichiamo qui un estratto, con traduzione a cura di Paginauno</em><em>. Il report analizza la “politica di sparizione forzata perseguita e mantenuta dall’esercito israeliano”; “documenta l’uccisione sistematica di palestinesi nei centri di detenzione militari e nelle prigioni gestite dell’Autorità Penitenziaria Israeliana”; e infine “denuncia i tentativi delle istituzioni di Israele di insabbiare le circostanze dei decessi dei detenuti palestinesi”. Pratiche che il PHRI individua come istituzionali: “Il forte aumento del numero di palestinesi morti nelle strutture carcerarie israeliane dal 7 ottobre 2023, rispetto agli anni precedenti, dimostra che, dall’inizio della guerra, l’uccisione di palestinesi in custodia è diventata un ulteriore strumento di Stato per l’oppressione palestinese, [&#8230;] una pratica normalizzata derivata direttamente dalla politica ufficiale dello Stato”. E conclude: “il destino di centinaia di palestinesi di Gaza detenuti dall’esercito israeliano rimane a tutt’oggi sconosciuto&#8230;</em></p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: IL FANATISMO. Rapporto sull’antisemitismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-il-fanatismo-rapporto-sullantisemitismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include Cisgiordania e Gerusalemme, e l’accusa di antisemitismo a qualsiasi critica verso lo Stato di Israele</p>
</blockquote>



<p><em>Tra i ministeri dello Stato di Israele vi è il Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo (1). Se è comprensibile che una realtà statuale come quella israeliana contempli una simile istituzione, per la storia stessa del popolo ebraico, lascia esterrefatti il fanatismo religioso di cui ne sono intrise la politica e l’operato.</em></p>



<p><em>Settimanalmente tale Ministero opera una schedatura delle cosiddette “proteste anti-israe</em><em>liane significative” in programmazione in diversi</em><em> Paesi (2), contrassegnandole per grado di ri</em><em>schio: “b</em><em>asso (possibilità di lievi disordini/copertura mediatica), medio (potenziale rischio di violenze</em><em> minori/gravi disordini), elevato (probabile coinvolgimento di violenze), molto elevato (probabile verificarsi di violenze significative che </em><em>causano lesioni gravi)”. A titolo di esempio, viene</em><em> etichettata di rischio ‘medio’ “una manifestazione pubblica prevista per il 7 novembre da</em><em>vanti alla sede del Consiglio regionale [della</em><em> </em><em>Sardegna] organizzata dal Comitato sardo di</em><em> solidarietà con la Palestina”, e dettagliata come </em><em>segue: “L’evento invita la presidente Alessan</em><em>dra Todde e il governo regionale della Sardegna a prendere una posizione ferma contro le attività della RWM Italia, un’azienda produttrice di armi di proprietà tedesca con sede a Domusnovas, in Sardegna. La protesta nasce dalle continue critiche rivolte alla RWM per la produzione e l’esportazione di bombe e armi, che sareb</em><em>bero utilizzate in conflitti internazionali, in particolare dall’Arabia Saudita e da Israele”</em><em> (3). Si tratta di una manifestazione che si inscrive nella più vasta attività di protesta, di diversi comitati sardi, contro i progetti di espansione della RWM finalizzati a produrre, in col</em><em>laborazione con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, droni utilizzati dall’IDF; dunque, il</em><em> Ministero per </em><em>la Lotta all’Antisemitismo considera </em><em>“anti-israeliano”</em><em> opporsi alla produzione di armamenti e </em><em>rivendicare una “Sardegna terra di pace e solidarietà” (4).</em></p>



<p><em>Annualmente, lo stesso Ministero pubblica un report ben più corposo intitolato </em>Rapporto sull’Antisemitismo <em>(5</em><em>)</em><em>; l’ultimo – al momento in cui si scrive – è uscito ad aprile 2025 e riporta i dati dei dodici mesi del 2024. Ne riportiamo un estratto, con traduzione a cura di Pa</em><em>ginauno, rimandando al report originale per</em><em> maggiori dettagli e note.</em></p>



<p><em>Due sono gli aspetti che lasciano sconcertati.</em>..</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 94</a></p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CRITICA. Il nostro genocidio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-critica-il-nostro-genocidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:45:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9004</guid>

					<description><![CDATA[Il report di B’Tselem guarda a Gaza, Cisgiordania e ai palestinesi israeliani, e analizza il genocidio in atto nella Striscia come un processo iniziato nel 1948, attraverso il regime di apartheid, i meccanismi di disumanizzazione e la cultura dell’impunità. Mentre a febbraio l’82% degli ebrei israeliani si dichiarava a favore della deportazione della popolazione di Gaza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">B’Tselem</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il report di B’Tselem guarda a Gaza, Cisgiordania e ai palestinesi israeliani, e analizza il genocidio in atto nella Striscia come un <em>processo</em> iniziato nel 1948, attraverso il regime di apartheid, i meccanismi di disumanizzazione e la cultura dell’impunità. Mentre a febbraio l’82% degli ebrei israeliani si dichiarava a favore della deportazione della popolazione di Gaza</p>
</blockquote>



<p><em>Com’è possibile che la popolazione ebraica di Israele accetti che il proprio governo compia, in suo nome, un genocidio? Com’è possibile che da due anni, nelle manifestazioni di piazza contro Netanyahu, la gran parte dei cittadini israeliani chieda a gran voce la fine della guerra a Gaza unicamente in nome della liberazione degli ostaggi? Com’è possibile che non chieda la fine della guerra anche in nome della cessazione del massacro della popolazione palestinese della Striscia? Sono domande che lasciano muti. Sicuramente la propaganda di guerra, portata avanti dalla classe politica e dai principali media israeliani, satura, dirige e manipola la pubblica opinione interna al Paese. Tuttavia, grazie a internet e agli smartphone, è semplice per un cittadino di Israele leggere testate internazionali che elencano dati, numeri, avvenimenti e forniscono una chiave di lettura differente rispetto alla propaganda del governo Netanyahu (anche solo testate mainstream come BBC, CNN ecc.). E quindi? Com’è possibile?</em></p>



<p><em>Non per cercare di dare una risposta – è sempre difficile darla dall’esterno – ma per tentare di avere almeno un quadro, per quanto nebuloso, di ciò che si muove all’interno del Paese, pubblichiamo due report opposti redatti da due realtà israeliane: B’Tselem e il Begin-Sadat Center for Strategic Studies. Il primo rapporto si intitola </em>Il nostro genocidio (Our Genocide)<em>, </em><a href="https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-propaganda-debunking-genocide/" data-type="post" data-id="9008" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>l’altro (pag. 28), di segno opposto, nega che sia in atto un genocidio e titola </em>Debunking dell’accusa di genocidio: un riesame della guerra Israele-Hamas dal 7 ottobre 2023 al 1° giugno 2025 (Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel-Hamas War from October 7, 2023 to June 1, 2025)</a>.</p>



<p><em>B’Tselem è un’organizzazione israeliana per i diritti umani che così si definisce: “Lavoriamo da oltre 35 anni per denunciare le sistematiche violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele; documentiamo e studiamo i danni causati ai palestinesi sotto il regime di apartheid e occupazione israeliano; documentiamo gli incidenti sul campo, denunciamo le azioni e i crimini di Israele, analizziamo le politiche che li guidano e identifichiamo i meccanismi politici, sociali e statali che li rendono possibili. Dentro B’Tselem ebrei-israeliani e palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est e da Israele lavorano fianco a fianco, guidati dalla convinzione che la difesa dei diritti umani sia un obbligo umano e morale fondamentale”. Il 28 luglio scorso B’Tselem pubblica il report </em>Il nostro genocidio<em>, che qui riportiamo in estratto in alcune sue parti, con traduzione a cura di Paginauno (1). Il Rapporto conta 88 pagine, e si snoda lungo percorsi storici e attuali, contestualizzando, dettagliando e analizzando. Per ragioni di spazio abbiamo scelto di tralasciare parti e capitoli relativi alle azioni militari intraprese da Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a partire dall’ottobre 2023, nell’idea che avvenimenti e dati siano – si spera – ormai noti, optando per dare visibilità alla parte del Report che racconta aspetti forse meno conosciuti. Per dare conto di uno sguardo generale, il sommario del Rapporto riporta: IL GENOCIDIO ISRAELIANO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE: 1. Uccidere e causare gravi lesioni fisiche, 2. Distruzione delle condizioni di vita, 3. Spostamento forzato, 4. Distruzione sociale, politica e culturale, 5. Il sistema carcerario come rete di campi di tortura, 6. Attacco allo status di rifugiato dei palestinesi, 7. Incitamento al genocidio e alla disumanizzazione dall’ottobre 2023; IL GENOCIDIO COME UNPROCESSO: 1. Le fondamenta del regime (1948-2023), Il regime di apartheid israeliano &#8211; ingegneria demografica, pulizia etnica e segregazione, Meccanismi di disumanizzazione e rappresentazione dei palestinesi come una minaccia esistenziale, Cultura dell’impunità, 2. L’attacco del 7 ottobre 2023: un evento scatenante, 3. Sfruttamento dell’occasione da parte di un governo di estrema destra. Ogni capitolo entra poi nel dettaglio delle azioni intraprese da Israele nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e al suo interno verso i cittadini palestinesi. Non c’è molto da aggiungere alla lettura del Report, se non sottolinearne la capacità di tenere insieme tempo e spazio, in un approccio di analisi complessivo dei rapporti tra Israele e il popolo palestinese. “Le fondamenta formali di questo regime” scrive B’Tselem, “furono gettate con la fondazione dello Stato di Israele, sulla base di preesistenti presupposti ideologici. Fin dall’inizio, l’obiettivo era chiaro: consolidare la supremazia del gruppo ebraico su tutto il territorio sotto il controllo israeliano. Lo strumento principale per realizzare questo principio guida è stato l’istituzione di un regime di apartheid (che, a differenza della situazione storica e politica del Sudafrica, non è mai stato formalmente dichiarato tale e, di fatto, è stato costantemente negato dai governi israeliani). Questo regime è concepito per consolidarela supremaziadi un gruppo attraverso l’ingegneria demografica, la separazione, la manipolazione del discorso pubblico, l’indottrinamento, il militarismo e, naturalmente, l’uso della forza e della violenza”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-5d46cb8bfdd4ef4686fad72a4c8073cd">1. INTRODUZIONE</h4>



<p>Dall’ottobre 2023, Israele ha radicalmente cambiato la sua politica nei confronti dei palestinesi. In seguito all’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, Israele ha lanciato un’intensa campagna militare nella Striscia di Gaza, ancora in corso a più di 20 mesi di distanza. L’attacco israeliano a Gaza include: uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano ad aumentare l’enorme numero di vittime; gravi danni fisici o mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzione su larga scala delle infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi; arresti di massa e abusi sui detenuti nelle carceri israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo; sfollamenti forzati di massa, inclusi tentativi di pulizia etnica e la loro trasformazione in un obiettivo di guerra ufficiale; e un attacco all’identità palestinese attraverso la deliberata distruzione dei campi profughi e i tentativi di indebolire l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA). Le conseguenze di questo attacco su vasta scala alla Striscia di Gaza sono gravi e, almeno in parte, irreparabili, nei danni che comportano a oltre due milioni di persone colpite in quanto parte del popolo palestinese.</p>



<p>Un esame della politica israeliana a Gaza e dei suoi orribili esiti, insieme alle dichiarazioni di importanti politici e comandanti militari israeliani sugli obiettivi dell’attacco, porta all’inequivocabile conclusione che Israele sta intraprendendo un’azione coordinata per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia. In altre parole: Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. [&#8230;]</p>



<p>Il genocidio si attua attraverso pratiche molteplici e parallele nel corso del tempo, e l’uccisione fisica di massa è solo una di queste. La distruzione delle condizioni di vita, a volte in zone di concentramento o campi di concentramento, il tentativo sistematico di impedire la riproduzione, la violenza sessuale diffusa contro i membri di un gruppo o la loro espulsione di massa, possono essere tutti – e lo sono stati nel corso della storia – tra i mezzi utilizzati dagli Stati o dalle autorità al potere per distruggere gruppi etnici, nazionali, razziali, religiosi e di altro tipo. Di conseguenza, gli atti di genocidio sono varie azioni volte a provocare la distruzione di un gruppo distinto, come parte di uno sforzo deliberato e coordinato da parte di un’autorità al potere.</p>



<p>Il genocidio avviene sempre in un contesto: ci sono condizioni che lo rendono possibile, eventi catalizzatori e un’ideologia guida. L’attuale aggressione al popolo palestinese deve essere compresa nel contesto di oltre settant’anni in cui Israele ha imposto un regime violento e discriminatorio ai palestinesi, assumendo la sua forma più estrema contro coloro che vivono nella Striscia di Gaza.</p>



<p>Come tutti i regimi, il regime israeliano è un sistema che segue una logica di fondo e utilizza meccanismi statali per raggiungere i propri obiettivi. Nell’ambito di modelli più ampi di colonialismo d’insediamento, che hanno caratterizzato le relazioni tra ebrei e palestinesi fin dalle prime fasi dell’insediamento sionista, il regime israeliano opera per garantire la supremazia ebraica sui palestinesi – economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente. A tal fine, il regime di apartheid e occupazione ha istituzionalizzato meccanismi di controllo violento, ingegneria demografica, discriminazione e frammentazione della collettività palestinese. Queste fondamenta, poste dal regime, sono ciò che ha reso possibile il lancio di un attacco genocida contro i palestinesi subito dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. B’Tselem sottolinea in particolare tre elementi fondamentali: la vita sotto un regime di apartheid che impone separazione, ingegneria demografica e pulizia etnica; l’uso sistemico e istituzionalizzato della violenza contro i palestinesi, mentre i colpevoli godono di impunità; e meccanismi istituzionalizzati di disumanizzazione e di inquadramento dei palestinesi come una minaccia esistenziale.</p>



<p>Tali condizioni possono persistere nel tempo senza evolversi in un genocidio. Spesso, un evento violento che crea un senso di minaccia esistenziale nel gruppo è il catalizzatore che spinge il sistema al potere a compiere un genocidio. L’attacco di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi del 7 ottobre 2023 è stato un catalizzatore di questo tipo. [&#8230;]</p>



<p>Il genocidio israeliano è in atto nella Striscia di Gaza, dove la violenza del regime contro i palestinesi si manifesta nella sua forma più estrema e letale. Eppure, l’attacco a Gaza non può essere disgiunto dall’escalation di violenza inflitta, a vari livelli e in forme diverse, ai palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e all’interno di Israele.</p>



<p>In questo contesto, è importante notare le somiglianze tra queste aree: in definitiva, le stesse truppe operano a Gaza e nelle altre aree, sotto gli stessi comandanti e la stessa leadership politica. Le pratiche che Israele sta impiegando in altre aree riflettono spesso la logica di governo applicata a Gaza: totale disprezzo per la vita umana, gravi danni agli innocenti, distruzione diffusa di aree residenziali e condizioni di vita, pulizia etnica e palese violazione degli obblighi morali e del diritto internazionale. Allo stesso tempo, molte figure militari e politiche di alto livello minacciano di applicare contro i palestinesi in altre aree lo stesso grado di forza attualmente utilizzato a Gaza.</p>



<p>In queste zone, come a Gaza, vengono commessi crimini letali contro i palestinesi senza che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni. La violenza e la distruzione in queste aree si stanno intensificando nel tempo, senza che alcun meccanismo nazionale o internazionale efficace intervenga per fermarli. Di conseguenza, questi crimini stanno diventando normali agli occhi di soldati, comandanti, politici, personaggi dei media e degli israeliani in generale.</p>



<p>Mentre perpetra il genocidio nella Striscia di Gaza, il regime israeliano continua a controllare la vita dei palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e all’interno di Israele. Data la continua e chiara escalation della violenza israeliana contro i palestinesi in tutte queste aree – che include di per sé crimini molto gravi – dobbiamo chiedere la fine immediata del genocidio israeliano contro i palestinesi nella Striscia di Gaza e mettere in guardia dal chiaro e imminente pericolo che il genocidio non rimanga confinato a Gaza.</p>



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<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-786ec2655786cf58a01d702492b930d2">4. IL GENOCIDIO ISRAELIANO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE</h4>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e40975388d24dc41e73a1889b4763be9">C. Spostamento forzato</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato nella Striscia di Gaza</h4>



<p>Circa 1,9 milioni di palestinesi, il 90% della popolazione di Gaza, è stato sfollato forzatamente almeno una volta dall’ottobre 2023. La maggior parte degli sfollati sono rifugiati o discendenti di rifugiati che furono espulsi dalle loro case durante la Nakba del 1948. Nel corso dell’assalto, sono diventati rifugiati per una seconda, terza o addirittura quarta volta. Il trauma collettivo e personale che ha plasmato la società palestinese per quasi ottant’anni è diventato, ancora una volta, una realtà vissuta. [&#8230;]</p>



<p>Il 13 ottobre 2023, l’esercito ha emesso i primi ordini di evacuazione di massa per i residenti di Gaza. Gli ordini intimavano ai residenti della parte settentrionale della Striscia di abbandonare immediatamente le proprie case e fuggire verso sud. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a decidere dove fuggire, senza sapere se o quando sarebbe stato loro consentito di tornare. Entro la fine del 2023, l’esercito ha iniziato a istituire il Corridoio di Netzarim, una zona cuscinetto che attraversa la Striscia da est a ovest lungo il confine meridionale di Gaza City, separando di fatto il nord dal sud. Nel corso dell’assalto israeliano, la zona cuscinetto si è espansa, raggiungendo al suo apice i sette chilometri di larghezza. Quest’area è stata designata come zona di uccisione, il che significa che qualsiasi palestinese trovato al suo interno sarebbe stato ucciso. Lo scopo di questa divisione era, tra le altre cose, controllare il movimento dei residenti verso il sud di Gaza e impedirne il ritorno verso nord. Nel corso del tempo, Israele ha ripetutamente ordinato ai residenti di evacuare e, a giugno 2025, l’85% della Striscia di Gaza è incluso negli ordini di evacuazione militare o sotto il controllo dell’esercito israeliano. [&#8230;]</p>



<p>Per molti mesi, il governo israeliano ha attivamente cercato di promuovere il trasferimento degli sfollati da Gaza in vari Paesi del Medio Oriente, dell’Africa, dell’Europa e del Sud America. Nel marzo 2025, il governo israeliano ha approvato l’istituzione di un’Amministrazione per le Partenze Volontarie incaricata di eseguire l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalla Striscia. A partire da maggio 2025, alti funzionari israeliani hanno dichiarato esplicitamente che la pulizia etnica di Gaza era un obiettivo centrale della guerra, affermando che la distruzione della Striscia e il controllo israeliano sugli aiuti umanitari erano mezzi per realizzare tale obiettivo. [&#8230;] Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, in una riunione della Commissione Affari Esteri e Difesa all’inizio di maggio, ha dichiarato: “Stiamo distruggendo sempre più case e gli abitanti di Gaza non hanno un posto dove tornare. L’unica conseguenza inevitabile sarà il desiderio degli abitanti di Gaza di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza”. Il “problema principale”, ha aggiunto, “riguarda i Paesi in cui emigreranno”. Netanyahu ha anche affermato, riferendosi al piano di distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, che l’accesso ai “centri di aiuto” sarebbe stato subordinato al fatto che gli abitanti di Gaza non facessero ritorno nelle aree da cui erano partiti. Giorni prima, il ministro Smotrich aveva spiegato: “Penso che saremo in grado di dichiarare ‘vittoria’ entro pochi mesi. Gaza sarà completamente distrutta, i suoi civili saranno concentrati dal Corridoio Morag [che taglia la Striscia da est a ovest tra Khan Yunis e Rafah] verso sud, e da lì partiranno in gran numero verso Paesi terzi”.</p>



<p>Fare della pulizia etnica di Gaza uno degli “obiettivi ufficiali della guerra” e ricorrere alla fame e alla distruzione di infrastrutture e case per raggiungerlo non sono solo gravi crimini e atti genocidi di per sé, ma rivelano anche la mentalità e le intenzioni dei principali decisori durante tutta la guerra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato in Cisgiordania</h4>



<p>Dall’ottobre 2023, gli attacchi militari e la violenza dei coloni e dei militari in Cisgiordania hanno causato lo sfollamento delle comunità palestinesi a una portata mai vista da quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967. 38 comunità palestinesi, comprendenti 67 complessi residenziali, sono state trasferite con la forza a causa della violenza, e altre otto, comprendenti nove complessi residenziali, sono state parzialmente sfollate. Un totale di 2.409 persone, tra cui almeno 1.056 minori, sono state sradicate dalle loro case. A giugno 2025, altre migliaia di persone che vivevano in decine di altre comunità palestinesi erano a rischio reale di espulsione a causa dei continui attacchi quotidiani dei coloni. [&#8230;]</p>



<p>L’operazione militare “Muro di Ferro”, lanciata nel gennaio 2025 e concentrata principalmente nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale, ha portato allo sfollamento di oltre 40.000 palestinesi. Sebbene l’esercito abbia affermato di non avere una politica ufficiale di evacuazione di queste aree, le testimonianze rilasciate a B’Tselem e al quotidiano Haaretz hanno descritto soldati che costringevano i residenti ad andarsene sotto minaccia e, a volte, sotto la minaccia delle armi. [&#8230;]</p>



<p>Nel febbraio 2025, il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che l’esercito intendeva rimanere nei campi profughi per tutto l’anno successivo e che ai residenti non sarebbe stato permesso di farvi ritorno durante questo periodo. Dal gennaio 2025, le città e i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale sono diventati città fantasma, ora occupati esclusivamente dalle forze militari. Nel maggio 2025, il campo profughi di Jenin, completamente spopolato, è stato descritto come “un grande avamposto militare” e i rapporti indicavano che l’esercito stava continuando a demolire gli edifici del campo per creare percorsi per i veicoli militari. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato all’interno di Israele</h4>



<p>Nell’aprile 2024, il governo israeliano ha trasferito l’Autorità per l’applicazione delle leggi fondiarie dal Ministero delle Finanze al Ministero della Sicurezza Nazionale, guidato dal ministro Itamar Ben Gvir. Nei mesi successivi, il Ministero ha annunciato che, in conformità con la politica del ministro, si era verificato un aumento del 400% degli ordini di demolizione emessi per le abitazioni nel Negev. Secondo i dati della polizia, nel 2024 sono stati demoliti 3.746 dunam (1 dunam = 0,1 ettari) di superficie edificata, la maggior parte dei quali nel Negev. Questa cifra rappresenta un aumento del 274% rispetto al 2023. Due villaggi, Wadi al-Khalil e Umm al-Hiran, sono stati quasi completamente rasi al suolo e altri tre quartieri sono stati cancellati dalla mappa. Di conseguenza, oltre 1.000 persone sono rimaste senza casa.</p>



<p>Nel maggio 2025, Israele ha iniziato a demolire tutte le 300 case del villaggio non riconosciuto di a-Sar, che ospita circa 3.000 residenti. [&#8230;] Israele prevede di costruire diverse comunità ebraiche o di espandere quelle esistenti sulle rovine di questi villaggi non riconosciuti, i cui residenti sono stati trasferiti con la forza, e su terreni appartenenti a villaggi del Negev destinati a future demolizioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-1ea80110424166ba493edfff7a4e65c2">D. Distruzione sociale, politica e culturale nella Striscia di Gaza</h4>



<h4 class="wp-block-heading">La diffusione dell’anarchia</h4>



<p>Con il pretesto della guerra contro il regime di Hamas, Israele ha sferrato un attacco senza precedenti all’ordine civile e sociale della Striscia di Gaza. Tutte le forze dell’ordine a Gaza, compresi agenti e comandanti di polizia, nonché le unità di protezione civile, sono state sistematicamente prese di mira dalle forze israeliane durante i mesi di combattimenti. Di conseguenza, e in un contesto di grave carenza di beni di prima necessità per la sopravvivenza, l’OHCHR ha dichiarato nel luglio 2024 che “l’anarchia si sta diffondendo” in tutta la Striscia, portando allo “sgretolamento del tessuto sociale di Gaza, mettendo le persone le une contro le altre in una lotta per la sopravvivenza e lacerando le comunità”. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al nucleo familiare</h4>



<p>L’attacco israeliano ha avuto un impatto devastante sul nucleo familiare nella Striscia di Gaza. Tra l’inizio dell’offensiva e marzo 2025, circa 14.000 donne nella Striscia sono rimaste vedove e ora sono le uniche responsabili delle loro famiglie. Circa 40.000 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori, in quella che sembra essere la più grande crisi di orfani della storia moderna. Un’indagine dell’UNICEF dell’aprile 2024 ha rilevato che il 41% delle famiglie a Gaza si prende cura di bambini non propri. [&#8230;]</p>



<p>L’offensiva israeliana ha anche interrotto la possibilità per i residenti di celebrare il lutto. A causa dell’enorme portata delle morti, scavare fosse comuni vicino agli ospedali e negli spazi pubblici è diventato un’abitudine. [&#8230;]</p>



<p>Tutto ciò, unito allo sfollamento prolungato, alla distruzione di moschee e chiese e ai danni ai cimiteri che hanno reso difficile lo svolgimento di preghiere, funerali e raduni di lutto, ha ulteriormente minato la capacità delle famiglie di elaborare le proprie perdite. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Assalto all’istruzione</h4>



<p>Ad aprile 2025, circa il 90% di tutte le scuole di Gaza era stato danneggiato a causa di bombardamenti aerei e persino incendi dolosi e distruzioni perpetrati dalle forze israeliane. Molti degli edifici rimasti in piedi sono poi stati trasformati in rifugi per sfollati interni, che a loro volta diventavano ripetutamente obiettivi di attacchi. Di conseguenza, a giugno 2025, nessuno dei bambini di Gaza in età scolare, circa 658.000, aveva frequentato la scuola da più di 18 mesi.</p>



<p>Diverse organizzazioni hanno avvertito che questa devastazione avrebbe avuto conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto tipicamente fornite dagli educatori e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. [&#8230;] Si prevede che la distruzione del sistema educativo di Gaza lascerà profonde cicatrici nella società palestinese per generazioni. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al patrimonio storico e religioso</h4>



<p>A giugno 2024, Israele aveva distrutto circa 206 siti archeologici e storici nella Striscia di Gaza, tra cui mercati pubblici e quartieri antichi, alcuni risalenti a oltre mille anni fa. In diversi casi, i rapporti indicavano che le forze militari israeliane avevano saccheggiato reperti archeologici da siti archeologici e musei in tutta la Striscia.</p>



<p>Anche biblioteche, musei, archivi, teatri e altre istituzioni culturali sono stati distrutti, tra cui l’archivio centrale di Gaza City. I documenti storici lì conservati, alcuni risalenti a 150 anni fa, sono stati distrutti da un incendio. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-2d82d81171ddb9268d2199902c5cbe67">Distruzione sociale, politica e culturale in Cisgiordania</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Assalto all’istruzione</h4>



<p>Negli ultimi due anni, il diritto all’istruzione per bambini e ragazzi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, ha subito gravi danni. Nella Cisgiordania settentrionale, quasi 12.000 bambini sfollati a causa degli attacchi militari israeliani si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al patrimonio storico e ai rituali religiosi</h4>



<p>L’ampia offensiva che Israele sta conducendo contro l’identità e la cultura palestinese include anche attacchi alle pratiche religiose e ai luoghi di culto in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f92d4fb389ce16c681ca73c52a43a7e8">Distruzione sociale, politica e culturale all’interno di Israele</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Censura e silenziamento</h4>



<p>Durante i mesi dell’attacco israeliano a Gaza, qualsiasi espressione di solidarietà con i residenti di Gaza o critica verso la politica letale di Israele è stata inquadrata come tradimento e ha subito dure conseguenze o, a volte, è stata addirittura vietata. Per esempio, la polizia ha imposto un divieto assoluto alle proteste e ai raduni palestinesi, sia che si svolgessero in opposizione alle azioni di Israele a Gaza sia che avessero obiettivi non correlati ma comportassero manifestazioni di identità palestinese. Un’ondata di arresti iniziata nell’ottobre 2023 ha travolto ogni ambito della vita pubblica. Personaggi della cultura, educatori, accademici e attivisti palestinesi sono stati arrestati e interrogati principalmente per aver espresso solidarietà a Gaza, esposto simboli palestinesi o pubblicato contenuti religiosi, anche sui social media. [&#8230;]</p>



<p>Anche l’attacco alla cultura palestinese all’interno della Linea Verde si è intensificato, con arresti di personalità culturali palestinesi e divieti sull’arte palestinese, spesso su ordine diretto del ministro della Cultura.</p>



<p>Sul fronte legislativo, le proposte di modifica alla Legge Antiterrorismo, approvate in prima lettura alla Knesset nel 2024, miravano a consolidare il reato di istigazione come strumento del governo israeliano per mettere a tacere le voci critiche. Un disegno di legge approvato in prima lettura nell’ottobre 2024 mirava a ridurre, fino a eliminare del tutto, la rappresentanza dei cittadini palestinesi di Israele nella Knesset. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Crimine</h4>



<p>I tentativi di frammentare e indebolire la società palestinese all’interno di Israele includono anche la sistematica e deliberata negligenza negli sforzi per combattere la criminalità organizzata, che sta erodendo la comunità dall’interno. In un sondaggio del 2024 dell’Israel Democracy Institute, circa due terzi degli intervistati palestinesi hanno riferito di uno scarso senso di sicurezza personale. Questa precarietà ha creato un clima di paura e sospetto reciproco, minando gravemente la coesione della comunità.</p>



<p>Abbandonare la vita dei cittadini palestinesi di Israele nelle mani di bande criminali è il risultato di una discriminazione e di una negligenza di lunga data da parte dello Stato israeliano. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-19f98a0a318ef1d2e5bd0ccff7f5d4f0">E. Il sistema carcerario come rete di campi di tortura</h4>



<p>Per decenni, Israele ha imprigionato centinaia di migliaia di palestinesi, tra cui molti membri della comunità e leader politici in diverse regioni. Il progetto di incarcerazione è stato concepito per scoraggiare qualsiasi coinvolgimento politico e inviare un messaggio chiaro agli attivisti: ogni tentativo di resistere all’oppressione israeliana può essere punito con l’incarcerazione senza processo, la repressione violenta e persino gravi torture. [&#8230;]</p>



<p>Sotto la copertura dell’attacco a Gaza, le carceri israeliane sono diventate luoghi in cui la violenza di Stato è più sfacciata e brutale. Dall’ottobre 2023, migliaia di palestinesi provenienti da Gaza, dalla Cisgiordania e da Israele sono stati detenuti e trattenuti nelle carceri israeliane, oltre alle migliaia che già erano incarcerate. Nel frattempo, il sistema carcerario israeliano ha subito un cambiamento radicale, trasformando di fatto le sue prigioni e i suoi centri di detenzione in una rete di campi di tortura per i detenuti palestinesi. [&#8230;]</p>



<p>Il ciclo di sofferenza e il suo impatto psicologico si estende oltre i prigionieri stessi. Anche i familiari, che spesso non riescono a contattare o a sapere nulla del destino dei propri cari durante i lunghi mesi di prigionia, pagano un prezzo pesante. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3de261f8997d02bd9ca1bc660caad407">F. Aggressione allo status di rifugiato palestinese</h4>



<p>Nel corso di decenni di sfollamento e di vita nei campi profughi a partire dalla Nakba del 1948, lo status di rifugiato è diventato un ethos fondante della società palestinese e un elemento centrale che ne consolida l’identità collettiva nelle aree sotto il controllo israeliano e oltre. Fin dalla sua fondazione, Israele ha profuso notevoli sforzi per negare ai palestinesi lo status di rifugiati e rifiutare i diritti e le tutele garantiti alle popolazioni di rifugiati dal diritto internazionale, primo tra tutti il diritto al ritorno.</p>



<p>Questo contesto aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione del profondo significato dell’attacco mortale alla Striscia di Gaza, dove circa due terzi della popolazione è rifugiata della Nakba o sua discendente, nonché della distruzione dei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale. Il tentativo di colpire quelli che Israele descrive come “nidi di vespe” e percepisce come nuclei di minaccia per lo Stato è, in pratica, un ampio attacco alle istituzioni che preservano la condizione di rifugiati come elemento centrale dell’identità e della cultura palestinese.</p>



<p>L’esempio più eclatante dell’attacco israeliano ai rifugiati palestinesi e alla loro condizione di rifugiati è il continuo tentativo di interrompere le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA). [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e93ae1472aa324dc8b5525ce94cd5adb">G. Incitamento al genocidio e alla disumanizzazione dall’ottobre 2023</h4>



<p>La disumanizzazione e l’incitamento sono componenti intrinseche della tendenza di un regime a commettere un genocidio. Sono strumenti chiave nel processo attraverso il quale le vittime vengono poste al di fuori di quello che la sociologa Helen Fein ha definito “l’universo degli obblighi” dei perpetratori. In tutti i casi noti di genocidio moderno, i regimi autori hanno sistematicamente utilizzato entrambi i meccanismi – disumanizzazione e incitamento – per generare motivazioni all’azione violenta e per fornirle una giustificazione morale, sociale e politica.</p>



<p>La disumanizzazione è il processo attraverso il quale i membri del gruppo delle vittime vengono privati delle loro caratteristiche umane, ritratti come intrinsecamente immorali o pericolosi e considerati collettivamente responsabili di ogni atto negativo commesso da specifici individui o organizzazioni all’interno del gruppo stesso. In questo modo, le vittime finiscono per essere viste come persone a cui non si applicano le norme morali, o come persone che “si sono procurate la sofferenza”. Questa percezione consente a una società di infliggere loro violenza senza compromettere la propria immagine di moralità.</p>



<p>La disumanizzazione spesso coincide con l’incitamento, che mira a mobilitare il pubblico a commettere o ad acconsentire passivamente alla violenza contro un gruppo specifico. L’incitamento si attua spesso attraverso la diffusione di false informazioni, la distorsione dei fatti o la manipolazione emotiva, come la diffusione della paura. [&#8230;]</p>



<p>In Israele, il processo di disumanizzazione dei palestinesi, in particolare quelli della Striscia di Gaza, e il loro inquadramento come una “minaccia alla sicurezza”, dura da decenni, favorito dal mantenimento di una separazione pressoché totale tra comunità ebraiche e palestinesi in tutte le aree sotto il controllo israeliano. In questo contesto, l’attacco del 7 ottobre e il suo impatto sugli israeliani hanno creato un terreno fertile per l’intensificazione di un discorso che nega l’umanità dei palestinesi di Gaza, ignorando al contempo qualsiasi obbligo morale o legale nei loro confronti.</p>



<p>Dall’ottobre 2023, è stata la leadership politica israeliana a guidare il processo di disumanizzazione e incitamento al genocidio. Un elenco parziale di dichiarazioni genocide di alti funzionari israeliani, giornalisti e altre personalità pubbliche compare in decine di pagine nella memoria presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia, e illustra la portata terrificante di questo fenomeno. I più alti responsabili decisionali israeliani hanno preso parte al discorso che priva i palestinesi della loro umanità e li descrive come “animali” che non dovrebbero essere trattati come esseri umani. [&#8230;]</p>



<p>I media israeliani hanno svolto un ruolo significativo nel processo di disumanizzazione, in parte descrivendo l’intera popolazione della Striscia di Gaza come complice delle atrocità commesse contro i civili israeliani il 7 ottobre, o come sostenitrice di esse. Per molte settimane e mesi dopo il 7 ottobre, agli israeliani sono stati ripetutamente mostrati filmati di civili di Gaza che prendevano parte all’attacco e al rapimento di civili israeliani, o che esprimevano sostegno ad Hamas. [&#8230;]</p>



<p>Tutto ciò ha contribuito a rafforzare l’immagine dei palestinesi di Gaza come barbari, “animali umani”, assetati di sangue e “nazisti”, un processo che si è radicato sempre più fino a diventare una posizione normativa e diffusa nel discorso politico, mediatico e pubblico israeliano.</p>



<p>La disumanizzazione e l’etichettatura dell’intera popolazione di Gaza come responsabile o sostenitrice dei crimini commessi il 7 ottobre hanno fornito giustificazione morale e legittimità sociale ai danni arrecati ai civili nella Striscia di Gaza. Nei media mainstream, nella cultura popolare e nelle conversazioni quotidiane, si è affermata la percezione che quasi ogni forma di violenza contro i cittadini di Gaza sia accettabile come parte dello sforzo per sconfiggere Hamas e ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani. I sondaggi pubblicati durante i mesi dell’assalto hanno illustrato la piena normalizzazione di questa visione all’interno della società israeliana. Per esempio, i sondaggi hanno rilevato che la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana concordava con l’affermazione che “non ci sono innocenti a Gaza”, si opponeva al trasferimento di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e sosteneva l’idea di trasferire forzatamente i suoi residenti.</p>



<p>Inoltre, retorica genocida e appelli all’uccisione di massa, allo sfollamento e alla pulizia etnica sono stati e continuano a essere quotidianamente espressi sulle piattaforme mediatiche israeliane. A guidare la carica è Canale 14, insieme a giornalisti popolari come Amit Segal, che ha chiesto di “cancellare la memoria di Amalek”, o Almog Boker, che ha dichiarato che “a Gaza non esistono persone non coinvolte”.</p>



<p>A eccezione di Haaretz, nessun importante organo di stampa israeliano ha fornito regolarmente resoconti sull’entità delle vittime civili nella Striscia di Gaza. Quando si parla di bilancio delle vittime, ci si basa solitamente su informazioni fornite dall’esercito israeliano, che classifica sistematicamente la maggior parte delle vittime palestinesi come “terroristi”. Per esempio, il 18 marzo 2025, giorno in cui Israele ha rotto l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e ucciso 404 palestinesi, per lo più donne e bambini, Channel 12 News ha riportato: “Circa 400 militanti uccisi”. [&#8230;]</p>



<p>Allo stesso modo, i media hanno ampiamente negato resoconti e testimonianze sulla diffusione della fame a Gaza e sulla responsabilità di Israele. Un’affermazione comune nel dibattito pubblico è che Israele abbia consentito l’ingresso di sufficienti aiuti umanitari a Gaza e che eventuali carenze siano esclusivamente il risultato del furto sistematico di aiuti da parte di Hamas. [&#8230;]</p>



<p>I social media sono stati inondati di dichiarazioni genocide, come documentato nella memoria presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia e in pubblicazioni di giornalisti e varie organizzazioni. Sono circolati innumerevoli video che mostravano soldati israeliani documentare con orgoglio la distruzione inflitta a Gaza o umiliare i suoi abitanti in vari modi.</p>



<p>Sebbene le campagne di disumanizzazione e incitamento siano rivolte principalmente ai residenti della Striscia di Gaza, anche i palestinesi in Cisgiordania e in Israele sono stati spesso ritratti nel dibattito pubblico e dai decisori politici come una popolazione nemica assetata di sangue. Nelle primissime settimane successive al 7 ottobre, i funzionari pubblici hanno chiarito che la guerra condotta da Israele non si limitava alla Striscia di Gaza, ma era rivolta a tutti i palestinesi che vivevano sotto il suo controllo. Alla fine di novembre 2023, in risposta a un sondaggio che indicava il sostegno all’attacco di Hamas tra i palestinesi in Cisgiordania, il ministro Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Ci sono due milioni di nazisti in Cisgiordania”, aggiungendo in seguito che “Funduq, Nablus e Jenin devono assomigliare a Jabalya”. Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele avrebbe agito, se necessario, in Cisgiordania come stava agendo nella Striscia di Gaza. In un sondaggio condotto tra gli israeliani, l’82% degli intervistati ha espresso sostegno al trasferimento forzato dei residenti di Gaza, mentre il 56% ha sostenuto anche il trasferimento forzato dei cittadini palestinesi di Israele. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-707d6fcc20f89e8b37ad27f77b0f6983">5. IL GENOCIDIO COME PROCESSO</h4>



<p>Il genocidio è solitamente il risultato di uno sviluppo graduale, a volte durato molti anni, di condizioni che gettano le basi affinché un regime repressivo e discriminatorio diventi genocida: agire con l’intento deliberato di distruggere un gruppo specifico. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-c50c4234e8b353e3e124957f8ba74daa">A. Fondamenti del regime (1948–2023)</h4>



<p>Nel corso della sua esistenza, il regime israeliano ha posto basi legali, sociali e politiche che sono riconosciute dalla storia e dalla ricerca come precondizioni che consentono il genocidio (se combinate con altre circostanze discusse di seguito). Questa sezione si concentra su tre caratteristiche del regime israeliano che hanno gettato le basi per una svolta verso una politica di distruzione della società palestinese e di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: il regime di apartheid, che include la separazione, l’ingegneria demografica e la pulizia etnica; la disumanizzazione e la concettualizzazione dei palestinesi come una minaccia esistenziale per gli israeliani; e l’uso sistemico e istituzionalizzato della violenza contro i palestinesi, perpetrato con, di fatto, l’impunità per i responsabili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-70b0697f568b7eaabb00f29f780e618c">6. CONCLUSIONE</h4>



<p>Da quando Israele ha lanciato l’attacco alla Striscia di Gaza, abbiamo assistito a sofferenze umane incessanti e a perdite di vite umane di proporzioni inimmaginabili solo pochi mesi prima. Intere città bombardate e rase al suolo, con a malapena una casa rimasta in piedi; centinaia di migliaia di persone strappate alle loro vite, che vagano per strade polverose come ombre umane, con quel poco che possono portare sulle spalle, alla ricerca di un riparo temporaneo; adulti e bambini che si accalcano in file interminabili per un po’ di cibo, rischiando la vita e gli arti per sfamare le loro famiglie affamate; e soprattutto, la morte che incombe ovunque. Questa è una catastrofe umana trasmessa in diretta dall’inferno.</p>



<p>Il genocidio va oltre l’orribile danno arrecato alle sue vittime dirette. È un attacco all’umanità stessa: alla convinzione fondamentale che ogni vita sia preziosa e al principio fondamentale secondo cui ogni essere umano ha diritto a diritti fondamentali che lo proteggano dalla violenza arbitraria. La storia dimostra che tentare di sterminare un gruppo di esseri umani è un crimine dalle conseguenze catastrofiche, un crimine a cui ogni persona ha il dovere di opporsi e di agire per fermarlo immediatamente. Questo è un imperativo morale, legale e umano: riconoscere i fatti, chiamarli per nome, stare al fianco delle vittime e chiedere la fine della distruzione e dello sterminio mentre si verificano.</p>



<p>L’analisi presentata in questo rapporto non lascia spazio a dubbi: dall’ottobre 2023, il regime israeliano è responsabile di un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. [&#8230;]</p>



<p>Mentre nella Striscia di Gaza è in corso un genocidio, il regime israeliano sta conducendo un attacco contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e una politica di gravi violazioni dei diritti dei cittadini palestinesi di Israele. [&#8230;]</p>



<p>Le uccisioni e le distruzioni di routine nella Striscia di Gaza e lo sfollamento forzato di decine di migliaia di persone in Cisgiordania non sarebbero stati possibili senza l’inazione internazionale di fronte all’incommensurabile portata e gravità di questi crimini. La maggior parte di questi crimini è stata ampiamente documentata e resa pubblica nel corso di quasi due anni di guerra. Eppure molti leader statali, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, non solo si sono astenuti dall’intraprendere azioni efficaci per fermare il genocidio, ma lo hanno anche permesso, attraverso dichiarazioni che affermavano il “diritto all’autodifesa” di Israele o il suo sostegno attivo, incluso l’invio di armi e munizioni. Anche dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che esiste un rischio plausibile che le azioni di Israele costituiscano atti di genocidio, e anche dopo che la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Gallant, sospettati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, la comunità internazionale non è riuscita a porre fine immediatamente a queste azioni e a chiamare i responsabili a risponderne. [&#8230;]</p>



<p>Questo è il momento di agire. Questo è il momento di salvare coloro che non sono ancora perduti per sempre e di usare tutti i mezzi disponibili secondo il diritto internazionale per fermare il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Qui il Report completo in lingua inglese, con link interni <a href="https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA PROPAGANDA. Debunking genocide</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-propaganda-debunking-genocide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Il report pubblicato dal Begin-Sadat Center nega il genocidio: Israele non ha affamato Gaza, la forza militare utilizzata è proporzionata, i numeri sui decessi palestinesi non sono attendibili e le morti dei civili sono colpa delle tattiche di guerriglia di Hamas. Mentre a luglio il 79% degli ebrei israeliani dichiarava di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il report pubblicato dal Begin-Sadat Center nega il genocidio: Israele non ha affamato Gaza, la forza militare utilizzata è proporzionata, i numeri sui decessi palestinesi non sono attendibili e le morti dei civili sono colpa delle tattiche di guerriglia di Hamas. Mentre a luglio il 79% degli ebrei israeliani dichiarava di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”</p>
</blockquote>



<p><em>Il 2 settembre 2025 il Begin-Sadat Center for Strategic Studies pubblica il report </em>Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel-Hamas War from October 7, 2023 to June 1 (Debunking dell’accusa di genocidio: un riesame della guerra Israele-Hamas dal 7 ottobre 2023 al 1° giugno 2025)<em>: conta 311 pagine totali, e qui riassumiamo per punti solo la sintesi iniziale. Chiaramente, fin dal titolo, il Rapporto sostiene la posizione diametralmente opposta rispetto al </em><a href="https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-critica-il-nostro-genocidio/" data-type="post" data-id="9004" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>report di B’Tselem (</em>Il nostro genocidio<em>, pag. 14)</em></a><em>, ossia nega che nella Striscia di Gaza sia in atto un genocidio. All’interno è chiarito che “la pubblicazione di un lavoro da parte del BESA [Begin-Sadat Center] significa che è ritenuto degno di considerazione pubblica, ma non implica l’approvazione delle opinioni o delle conclusioni dell’autore”, che in questo caso sono quattro (Danny Orbach, Yagil Henkin, Jonathan Boxman, Jonathan Braverman). Tuttavia, la presentazione che il Begin-Sadat Center offre di se stesso sul sito, dà una chiara idea della visione che lo sostiene: “Il Centro è stato fondato nel 1993 [&#8230;] come istituto indipendente e apartitico affiliato al dipartimento di scienze politiche dell’Università Bar-Ilan, in Israele. È stato intitolato alla memoria di Menachem Begin e Anwar Sadat (BEgin-SAdat), il cui rivoluzionario trattato di pace tra Egitto e Israele ha posto le basi per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. [&#8230;] Il 14 giugno 2009, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scelto il podio del BESA Center come sede per annunciare la sua storica accettazione della soluzione dei due Stati. I ricercatori del Centro sono stati i primi a generare un dibattito sugli aspetti problematici della statualità palestinese [&#8230;] I ricercatori del Centro hanno pubblicato studi dettagliati che mettevano in guardia dal pericolo rappresentato dalle armi chimiche e biologiche e dalle riserve missilistiche arabe, molto prima che chiunque altro prendesse atto della minaccia proveniente da Iraq, Siria, Libano e Iran. [&#8230;] I pericoli dell’Islam radicale, i miti della demografia palestinese, l’abuso delle istituzioni internazionali nel tentativo di delegittimare Israele: tutti temi che sono stati posti all’attenzione dell’opinione pubblica dai ricercatori del Centro. Oggi il Centro è alla guida di un tentativo di introdurre un pensiero creativo su alternative al consolidato paradigma dei due Stati nella diplomazia di pace israelo-palestinese, nonché di un’iniziativa volta a rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Israele”. Chissà, forse un genocidio rientra nel concetto di “pensiero creativo”.</em></p>



<p><em>L’impostazione del Rapporto è chiara: </em><em>Israele non sta affamando la popolazione di Gaza; le forze militari israeliane non hanno “deliberatamente” massacrato i civili; l’aeronautica israeliana non ha effettuato bombardamenti indiscriminati senza distinguere tra combattenti e </em><em>civili; la forza militare messa in atto non è</em><em>sproporzionata. Insomma, è tutta colpa delle tattiche</em><em> di Hamas e del particolare teatro di guerra, caratterizzato da guerriglia urbana, perché da parte sua l’IDF sta facendo di tutto per limitare le vittime civili; mentre gli stessi numeri sui decessi non sono attendibili perché forniti dal Ministero della Salute di Gaza che è </em><em>“controllato da Hamas”, e l’ONU, </em><em>le organizzazioni umanitarie e i principali media occidentali non sono in grado “di valutare le crisi umanitarie in società chiuse sotto regimi oppressivi come è Gaza, nelle mani di Hamas”.</em></p>



<p><em>Ora: pubblicazioni come queste, che raggiungono i media – come si legge sul sito dello stesso BESA Center – quanto possono influenzare i cittadini ebraici di Israele? Uno sguardo ai sondaggi può dare un’idea.</em></p>



<p><em>Il 3 febbraio 2025 il Jewish People Policy In</em><em>stitute (1) c</em><em>hiede di esprimere un parere sulla proposta Trump di “trasferire la popolazione di </em><em>Gaza in un altro Paese”: il 52% degli ebrei</em><em> israeliani definisce “pratico” il piano e afferma </em><em>che “deve essere perseguito”, e un ulteriore 30%</em><em> dichiara che il piano “non è pratico, ma</em><em> auspicabile”; dunque il progetto di deportare i palestinesi della Striscia di Gaza è apprezzato dall’82% degli ebrei israeliani. Il 5 agosto 2025 </em><em>l’Israel Democracy Institute</em><em> pubblica un sondaggio effettuato tra il 27 e il 31 luglio 2025</em><em> </em><em>(2): i</em><em>l 78% degli ebrei israeliani ritiene che l’IDF, “per quanto limitata dal contesto di</em><em> guerra”, stia “compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza”, e il 79% dichiara di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”. Da qui, è davvero impossibile sapere se la visione del BESA Center manipoli l’opinione pubblica, o se la rappresenti. In entrambi i casi, si resta basiti.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Lo Studio del Begin-Sadat Center afferma di voler offrire “un’approfondita analisi storica e quantitativo-statistica” dell’accusa secondo cui lo Stato di Israele sta commettendo un genocidio contro la popolazione di Gaza. Nel dettaglio, si focalizza sullo smontare le dichiarazioni secondo cui: Israele avrebbe intenzionalmente affamato la popolazione di Gaza; le forze di terra dell’IDF avrebbero deliberatamente massacrato i civili; l’Aeronautica Militare Israeliana avrebbe effettuato bombardamenti indiscriminati, senza distinguere tra combattenti e civili e conducendo attacchi sproporzionati.</p>



<p>Lo Studio afferma di aver esaminato testimonianze, fonti primarie e metodologia di raccolta dati utilizzata dalle organizzazioni e dai ricercatori che sostengono l’accusa di genocidio, accanto alla conduzione di analisi statistiche e alla distinzione tra narrazioni promosse dalle varie parti e i fatti verificati&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 93</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>Dall’economia di occupazione all’economia del genocidio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dalleconomia-di-occupazione-alleconomia-del-genocidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 10:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nei dettagli del Rapporto ONU di Francesca Albanese i nomi noti e quelli finora sconosciuti delle realtà che da anni traggono profitto dall’Occupazione dei Territori Palestinesi e oggi dal genocidio di Gaza: dai produttori di armi ai fondi pensione, dalle aziende tecnologiche alle industrie estrattive]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Francesca Albanese, Consiglio ONU per i Diritti Umani</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nei dettagli del Rapporto ONU di Francesca Albanese i nomi noti e quelli finora sconosciuti delle realtà che da anni traggono profitto dall’Occupazione dei Territori Palestinesi e oggi dal genocidio di Gaza: dai produttori di armi ai fondi pensione, dalle aziende tecnologiche alle industrie estrattive</p>
</blockquote>



<p><em>Dopo aver presentato nel marzo 2024 il Rapporto A/HRC/55/73,</em> <a href="https://rivistapaginauno.it/anatomia-di-un-genocidio-rapporto-del-relatore-speciale-sulla-situazione-dei-diritti-umani-nei-territori-palestinesi-occupati-dal-1967/" data-type="post" data-id="7671" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anatomia di un genocidio</a><em>, il 30 giugno 2025 Francesca Albanese deposita il Rapporto A/HRC/59/23</em>, Dall’economia di Occupazione all’economia del genocidio<em>, di cui pubblichiamo qui un estratto con traduzione a cura di Paginauno (qui il Report originale in inglese </em><a href="https://www.un.org/unispal/document/a-hrc-59-23-from-economy-of-occupation-to-economy-of-genocide-report-special-rapporteur-francesca-albanese-palestine-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>https://www.un.org/unispal/document/a-hrc-59-23-from-economy-of-occupation-to-economy-of-genocide-report-special-rapporteur-francesca-albanese-palestine-2025/</em></a><em> con le 440 note a piè di pagina che Albanese include a sostegno di ogni dato e fatto inseriti, e con l’allegato “Panoramica del quadro giuridico che disciplina la responsabilità legale delle entità aziendali nei Territori palestinesi occupati”, che non riportiamo unicamente per ragioni di spazio). I Report di Albanese non possono essere sintetizzati, perché ogni singolo dettaglio incluso è fondamentale nel tracciare il quadro generale e nel supportare la chiave di lettura del Rapporto. In questo documento, Albanese ricostruisce il ruolo della logica capitalistica del profitto nell’occupazione illegale di Israele, chiamando a rispondere ciascuna impresa della propria responsabilità nella pratica coloniale dello sfollamento e della sostituzione che mira “a espropriare e cancellare i palestinesi” dalla loro terra. Sono coinvolti produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione e assicurazioni, fino a università e organizzazioni benefiche invischiate non per profitto ma per ideologia e interessi. Realtà che, come anticipa il titolo stesso del Rapporto, prima hanno tratto vantaggi dall’Occupazione, oradal genocidio. Si va da nomi più noti – IBM, HP, Microsoft, Alphabet, Amazon, Palantir, Caterpillar, Glencore, Chevron, Airbnb, BNP Paribas, Barclays,&nbsp;Blackrock, Vanguard, Allianz, AXA, il <a href="https://rivistapaginauno.it/mit-science-for-genocide/" data-type="post" data-id="8586" target="_blank" rel="noreferrer noopener">MIT statunitense</a> </em>(1) e tanti altri<em> – a quelli quasi sconosciuti – come Heidelberg Materials AG,&nbsp;Construcciones Auxiliar de Ferrocarriles, Keller Williams Realty, Drummond Company, Bright Dairy &amp; Food Co., Netafim. Li tiene insieme quella che Albanese definisce una “impresa criminale congiunta”, ed è di fatto un intreccio stupefacente di settori produttivi e di servizi ciò che si muove dietro l’Occupazione e il genocidio. “Le entità menzionate nel Rapporto” scrive Albanese, “costituiscono solo una frazione di una struttura molto più profonda di coinvolgimento aziendale, che trae profitto e favorisce violazioni e crimini nei Territori Palestinesi Occupati”. Conoscere i loro nomi ci dà una carta in più per lottare contro l’Occupazione e il genocidio condotti da Israele in Palestina.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-bae4441cb96a60cd61013098628bb5ac">1. Riepilogo</h4>



<p>Questo Rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei Territori Occupati. Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana basata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, ora, sul genocidio. La complicità denunciata da questo Rapporto è solo la punta dell’iceberg; porre fine a tale situazione non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e rendicontazione, in particolare in questo caso, dove sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. È un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-38276c0de199a659750c8ea8f0e33a3b">Introduzione</h4>



<p>Gli sforzi coloniali e i genocidi a essi associati sono stati storicamente guidati e resi possibili dal settore aziendale.&nbsp;Gli interessi commerciali hanno contribuito all’espropriazione dei popoli e delle terre indigene&nbsp;– una modalità di dominio nota come ‘capitalismo razziale coloniale’.&nbsp;Lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi,&nbsp;la sua espansione nel Territorio Palestinese Occupato e l’istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale di insediamento.&nbsp;Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo a repentaglio l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina.</p>



<p>Il ruolo delle entità aziendali nel sostenere l’occupazione illegale di Israele e la campagna genocida in corso a Gaza è l’oggetto di questa indagine, che si concentra su come gli interessi aziendali sostengano la duplice logica coloniale israeliana dello sfollamento e della sostituzione, volta a espropriare e cancellare i palestinesi dalle loro terre. L’indagine esamina realtà societarie in vari settori: produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e organizzazioni benefiche. Queste entità consentono la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nei Territori Palestinesi Occupati, tra cui l’occupazione, l’annessione e i crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e di violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione alla distruzione indiscriminata, allo sfollamento forzato e al saccheggio, fino alle uccisioni extragiudiziali e alla fame&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Morire per (r)esistere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/morire-per-resistere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8901</guid>

					<description><![CDATA[Il film Paradise now di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il film<strong> Paradise now</strong> di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">7 ottobre 2023. Israele viene colpito dal più grande attacco della sua Storia recente da parte di Hamas – a capo dell’operazione – e tutte le altre fazioni della resistenza palestinese presenti nella Striscia di Gaza, tra cui il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Il bilancio della giornata è di 1.139 vittime in totale sul fronte israeliano – 373 soldati, 695 civili e 71 stranieri – 240 ostaggi rapiti, e circa 1.500 perdite tra i guerriglieri palestinesi (1). La condanna dell’attentato da parte del mondo occidentale è unanime. Tuttavia, come c’era da aspettarsi, non tiene conto del contesto decennale dei rapporti tra Israele e Palestina, delle condizioni a dir poco drammatiche in cui vessa la popolazione della Striscia di Gaza – dal 2006, anno della vittoria di Hamas alle elezioni legislative, con 74 seggi ottenuti contro i 45 di Fatah, soggetta a un vero e proprio assedio da parte di Israele – e, in generale, dell’impatto catastrofico avuto dalla creazione dello Stato ebraico nel 1948 sulle vite di<em> tutti</em> i palestinesi. Inoltre, su entrambi i fronti si assiste al dispiegarsi della propaganda, come sempre accade nei conflitti.</p>



<p>Israele arricchisce di dettagli macabri e grotteschi gli atti di violenza perpetrati da Hamas e dalle altre fazioni di guerriglieri sugli abitanti dei kibbutzim limitrofi alla Striscia e sui partecipanti al Nova Festival – il rave che avrebbe dovuto svolgersi nella zona di Re’im fino al 6 ottobre, ma che, all’ultimo momento, fu prorogato di un giorno, motivo per cui non è possibile attribuire ad Hamas una decisione <em>a priori </em>di attaccare un simile assembramento di civili, considerato che nemmeno sapeva della sua esistenza; piuttosto si trattò di un’iniziativa sorta nel <em>mentre</em> dell’operazione (2) –; dall’altra parte Hamas sostiene che le vittime – 364 in questo caso – non sarebbero da attribuire ai combattenti delle brigate al-Qassam, il braccio armato dell’organizzazione, bensì ai civili fuoriusciti dalla Striscia insieme ai guerriglieri a seguito dell’abbattimento del muro che separa l’exclave palestinese dallo Stato israeliano, attraverso l’utilizzo di bulldozer e droni esplosivi: versione che risulta poco credibile, come attesta la quantità di video girati dai partecipanti al festival, relativi al massacro.</p>



<p>C’è poi la storia dei neonati decapitati o cotti nel forno dai guerriglieri palestinesi nel kibbutz di Kfar Aza, che si è rivelata per quella che è, una storia, appunto: “La notizia [inizialmente diffusa dal canale i24NEWS, <em>n.d.a.</em>] si era sparsa rapidamente, rilanciata dal portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu, ripetuta addirittura dal presidente americano Joe Biden («Non avrei mai immaginato di vedere e avere immagini verificate di terroristi che decapitano bambini»), e riportata da gran parte della stampa occidentale. Il governo israeliano ammetterà successivamente di non avere alcuna prova a supporto di questa notizia. Nessun altro ha potuto corroborare l’informazione. Ma essa ha continuato a circolare su molti media occidentali” (3).</p>



<p>Stesso discorso vale per i presunti stupri di massa compiuti dai guerriglieri di Hamas. Se resta affatto possibile, purtroppo, che <em>singoli</em> casi di violenza sessuale si siano verificati, è molto dubbio che siano avvenuti in maniera sistematica, configurandosi in una strategia di guerra, come pretenderebbe la propaganda israeliana. Troppo scarse le testimonianze, le prove forensi e la documentazione fotografica. Troppo evidente il tentativo di Israele – e dei media occidentali – di distorcere la realtà al fine di legittimare la risposta militare israeliana che fin dai primi mesi si è caratterizzata con crimini di guerra (4), come risulta da un articolo apparso sul <em>New York Times</em> il 28 dicembre 2023&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>La condanna ONU dell’occupazione israeliana (seconda parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-condanna-onu-delloccupazione-israeliana-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8794</guid>

					<description><![CDATA[I dettagli di un parere giuridico che sancisce le violazioni delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja da parte di Israele in Cisgiordania e Gaza: non si tratta solo di una annessione illegale, è un “regime di restrizioni che costituisce una discriminazione sistemica basata sulla razza, la religione o l’origine etnica”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I dettagli di un parere giuridico che sancisce le violazioni delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja da parte di Israele in Cisgiordania e Gaza: non si tratta solo di una annessione illegale, è un “regime di restrizioni che costituisce una discriminazione sistemica basata sulla razza, la religione o l’origine etnica”</p>
</blockquote>



<p>“<em>Jihad Suleiman Al-Sawafta, 46 anni, ha vissuto per tutta la vita nella sua fattoria nel villaggio di Bardala, nella Cisgiordania occupata. Ma quando i coloni israeliani si sono presentati a dicembre, Al-Sawafta ha detto che la sua terra e il suo sostentamento si sono ridotti a una frazione di ciò che erano prima. «I coloni hanno portato qui un altro colono e lo hanno piazzato nella nostra zona. Gli israeliani hanno costruito una strada che ci separa dalle aree di pascolo e agricole, e i coloni non ci permettono di coltivarle», ha detto alla CNN. Al-Sawafta ha affermato che l’esercito mantiene una presenza 24 ore su 24, garantendo la sicurezza dei coloni, rendendo pericoloso per lui attraversare e prendersi cura delle colture che ha piantato nei campi vicini”. Il 20 marzo 2025 la CNN pubblica l’ennesimo articolo sull’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania da parte di Israele (*), una situazione tanto nota a livello internazionale quanto priva di conseguenze per lo Stato ebraico. “Sulla scia degli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno innescato l’invasione di Gaza da parte di Israele, i coloni hanno accelerato l’accaparramento di terre con il sostegno dello Stato”, continua la CNN, “secondo un rapporto congiunto condiviso in esclusiva con la CNN da Peace Now e Kerem Navot, due gruppi di pressione israeliani che si oppongono agli insediamenti e ne monitorano lo sviluppo, gli avamposti di pastorizia israeliani sono aumentati di quasi il 50% tra lo scoppio della guerra e dicembre 2024 [&#8230;]: sul totale dei terreni confiscati dai coloni in Cisgiordania a partire dagli anni Novanta, tramite avamposti di pastorizia, il 70% è stato preso negli ultimi due anni e mezzo”.</em></p>



<p><em>Una situazione ben fotografata nel parere giuridico sull’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati, emesso dalla Corte internazionale di giustizia su richiesta dell’Assemblea generale ONU, di cui proseguiamo la pubblicazione – traduzione a cura di Paginauno, </em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-condanna-onu-delloccupazione-israeliana/" data-type="post" data-id="8590" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>la prima parte si trova nel precedente numero</em> <em>(n. 90, marzo/aprile 2025)</em></a><em>, qui la seconda, la terza uscirà sul prossimo numero. Ancora una volta, a tenere banco sono i dettagli minuziosamente elencati dalla Corte, perché senza di essi non è possibile rendersi conto né della portata delle violazioni del Diritto internazionale operate da Israele, né di quanto il regime di occupazione incida sulla vita quotidiana dei palestinesi di Cisgiordania e Gerusalemme Est, né, infine, dell’arroganza di Israele, che pur consapevole – non può essere altrimenti – dell’illegalità delle proprie politiche, rifiuta ogni richiamo e risoluzione delle Nazioni Unite, arrivando ad accusare l’istituzione internazionale di essere, nelle parole pronunciata da Netanyahu all’Assemblea generale ONU il 27 settembre 2024, una “palude di bile antisemita” (**). Dopo aver analizzato il contesto storico, la questione dell’occupazione prolungata, la legislazione internazionale applicabile al caso Israele/Palestina – tra cui la Carta delle Nazioni Unite, il Diritto Internazionale Umanitario, la Convenzioni di Ginevra e dell’Aja e innumerevoli Risoluzioni ONU – e le politiche di insediamento messe in atto da Israele – sostegno agli avamposti e ai coloni, trasferimento e/o spostamento forzato della popolazione civile palestinese, confisca o requisizione di terreni, sfruttamento delle risorse naturali e violenza contro i palestinesi – (***) in questa seconda parte la Corte si focalizza sull’aspetto dell’annessione territoriale e della discriminazione.</em></p>



<p><em>Come prima cosa, il diritto internazionale stabilisce che “l’occupazione è una situazione temporanea per rispondere a necessità militari e non può trasferire il titolo di sovranità alla potenza occupante”, la quale ha quindi “il dovere di amministrare il territorio a beneficio della popolazione locale”; “di conseguenza, la condotta che dimostri l’intenzione di esercitare un controllo permanente sul territorio occupato può indicare un atto di annessione”. Ed è esattamente ciò che ci troviamo davanti, ormai da decenni. Israele ha infatti “affermato che Gerusalemme Est fa parte del suo territorio”, che essa “non è, in nessuna parte, ‘territorio occupato’ bensì la capitale sovrana dello Stato di Israele”; in aggiunta, ai sensi della Legge fondamentale del 2018, Israele ha dichiarato di considerare “lo sviluppo degli insediamenti ebraici un valore nazionale” e che “agirà per incoraggiare e promuovere la loro istituzione e il loro consolidamento”; “lo stesso vale per la politica israeliana di integrare le infrastrutture in Cisgiordania, inclusa la rete stradale, con quella di Israele, che si traduce nell’intrecciare in un’area contigua gli insediamenti con Israele, frammentando le aree rimanenti della Cisgiordania”: misure “progettate per avere una durata indefinita, come dimostrato dal fatto che</em> <em>non sono facilmente reversibili”. In conclusione, “le azioni di Israele che costituiscono di fatto un’annessione includono l’espropriazione di terreni e risorse naturali, la creazione di insediamenti e avamposti, il mantenimento di un regime di pianificazione e costruzione restrittivo e discriminatorio per i palestinesi, e l’estensione della legge israeliana extraterritoriale ai coloni israeliani in Cisgiordania”.</em></p>



<p><em>A seguire, la Corte è chiamata a rispondere se Israele adotti o meno misure e legislazioni discriminatorie nei confronti del palestinesi. Analizzando il dettaglio delle politiche attuate, la Corte rileva: “Almeno nella misura in cui è applicata a Gerusalemme Est, la politica israeliana sui permessi di soggiorno determina un trattamento differenziato dei palestinesi in relazione al loro diritto di risiedere a Gerusalemme Est”; in aggiunta, l’accesso dei palestinesi alle infrastrutture create da Israele nell’Area C della Cisgiordania, “tra cui un’ampia rete stradale che collega gli insediamenti israeliani tra loro e con il territorio di Israele”, è in gran parte “impedito, limitato o del tutto proibito” – creando impedimenti anche al raggiungimento di siti religiosi – e “laddove è consentito è subordinato all’ottenimento di un permesso di viaggio individuale che non è richiesto per i coloni israeliani”; infine, “meno dell’1% del territorio dell’Area C e il 13% del territorio di Gerusalemme Est sono destinati alla costruzione di infrastrutture per i palestinesi”, che dal 2009 hanno visto “quasi 11.000 strutture di proprietà” demolite da Israele, incluse “più di 4.500 strutture residenziali e di sostentamento, oltre 3.000 strutture agricole e quasi 1.000 strutture idriche, igienico-sanitarie e igieniche”. Per concludere: “La Corte ritiene che il regime di restrizioni globali imposte da Israele ai palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato costituisca una discriminazione sistemica basata, tra l’altro, sulla razza, la religione o l’origine etnica”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-7ae33aeb96a05fa6e78822c2e69998bc">Conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e pratiche di Israele nel Territorio Palestinese Occupato, inclusa Gerusalemme Est. Corte internazionale di giustizia – ONU</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Politiche e pratiche di Israele nel Territorio Palestinese Occupato. La questione dell’annessione del Territorio Palestinese Occupato</h4>



<p>La Corte osserva che la questione posta dall’Assemblea generale si riferisce, in parte, alle conseguenze giuridiche derivanti dalla presunta annessione del Territorio Palestinese Occupato da parte di Israele. Per rispondere a questo aspetto, la Corte deve innanzitutto analizzare il concetto di ‘annessione’. In secondo luogo, la Corte esaminerà le politiche e le pratiche di Israele, al fine di determinare se esse equivalgano ad annessione. Infine, la Corte discuterà la legittimità delle politiche e delle pratiche di Israele&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>MIT. Science for Genocide</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/mit-science-for-genocide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8586</guid>

					<description><![CDATA[I rapporti, i finanziamenti, le ricerche e le collaborazioni dell’università statunitense con il Ministero della Difesa israeliano: gli studenti del MIT accedono al database interno all’istituto e denunciano i progetti che sviluppano armamenti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I rapporti, i finanziamenti, le ricerche e le collaborazioni dell’università statunitense con il Ministero della Difesa israeliano: gli studenti del MIT accedono al database interno all’istituto e denunciano i progetti che sviluppano armamenti</p>
</blockquote>



<p></p>



<p><em>A marzo e ad aprile 2024, con la più alta affluenza registrata nella storia del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, “il corpo studentesco ha ratificato due referendum per porre fine ai legami del MIT con i crimini israeliani contro l’umanità: un voto favorevole del 63,7% nella MIT Undergraduate Association e un voto favorevole del 70,5% nella Graduate Student Union, con ampio sostegno da parte di docenti e personale. Ha fatto seguito, nel dicembre 2024, una risoluzione nel Graduate Student Council per porre fine a tutte le sponsorizzazioni di ricerca da parte del Ministero della Difesa israeliano”. Nulla però si è mosso dentro l’istituzione universitaria statunitense. A dicembre la MIT Coalition for Palestine – un movimento che rappresenta 19 gruppi di studenti e docenti del campus “che si oppone al colonialismo, all’occupazione e all’apartheid in Palestina e ovunque nel mondo” – diffonde il rapporto </em>MIT. Science for Genocide<em>, che pubblichiamo qui in estratto (*). Utilizzando il software di monitoraggio delle sovvenzioni interno all’università, gli studenti sono riusciti ad avere tutti i dettagli dei progetti del MIT che, dal 2015, hanno ricevuto 3,7 milioni di dollari di finanziamento da parte del Ministero della Difesa israeliano; fondi forniti anche dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Ricerche volte a sviluppare algoritmi per consentire a sciami di droni di inseguire gli obiettivi in fuga, a migliorare la tecnologia di sorveglianza subacquea e a supportare gli aerei nel rilevamento di missili. Una cifra esigua – appena lo 0,05% della sponsorizzazione totale della ricerca del MIT del 2024 – come riconoscono gli stessi studenti. Ma non è questo il punto e non è solo questo il dato. Innanzitutto, quello di Israele “è l’unico esercito straniero a sponsorizzare la ricerca del MIT”. In seconda battuta, ai 3,7 milioni vanno aggiunti tutti i finanziamenti e le collaborazioni del MIT con Elbit Systems – che fornisce l’85% dei droni killer di Israele – Maersk – la più grande compagnia di spedizioni al mondo, che ha inviato milioni di libbre di merci militari in Israele dall’inizio della guerra a Gaza – Lockheed Martin – che ha venduto miliardi di dollari di armi a Israele – Caterpillar – che produce per Israele i famigerati bulldozer blindati D9, usati per demolire case, terreni agricoli e infrastrutture civili in Palestina –; e poi Raytheon, Boeing, Aurora Flight Sciences, Google, Amazon&#8230; imprese che fornendo beni, armi o servizi a Israele supportano attivamente l’occupazione dei Territori Palestinesi Occupati e la guerra a Gaza e in Cisgiordania. Infine, il regolamento del MIT stesso impone di rompere le collaborazioni con imprese se esistono “prove credibili che le attività dell’azienda stanno contribuendo alla soppressione dei diritti umani”. In risposta alla pubblicazione dei dati, il MIT ha bloccato l’accesso al sistema interno di gestione delle sponsorizzazioni.</em></p>



<p><em>Il Massachusetts Institute of Technology è storicamente legato al Pentagono; “il suo posto nel complesso militare-industriale degli Stati Uniti è ampiamente documentato” si legge nel Report: “In media, circa il 60% delle entrate del MIT proviene dal governo federale e il 17,4% dal Dipartimento della Difesa”. L’attuale situazione non rappresenta dunque una novità, e lo sappiamo. Ma questo Report, rendendo pubblici i dettagli, permette a tale collaborazione di uscire dall’astrazione e contestualmente pone al centro, ancora una volta, la questione del ruolo delle università nella ricerca militare.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-171ec3eaa50357da64863f00bfb1a520">Sintesi</h4>



<p>Il Massachusetts Institute of Technology (MIT) contribuisce al genocidio di Gaza e al colonialismo sionista in Palestina in almeno due modi distinti. In primo luogo, i laboratori del MIT nel campus conducono ricerche su armi e sorveglianza sponsorizzate direttamente dall’esercito israeliano. Almeno dal 2015, i laboratori hanno ricevuto milioni di dollari dal Ministero della Difesa israeliano, destinati a progetti volti a sviluppare algoritmi che aiutino gli sciami di droni a inseguire meglio gli obiettivi in fuga; a migliorare la tecnologia di sorveglianza subacquea; e a supportare gli aerei militari nell’elusione dei missili. Dal 7 ottobre 2023 due di queste sponsorizzazioni sono state rinnovate, mentre una è scaduta a dicembre 2024. In secondo luogo, il MIT mantiene collaborazioni istituzionali, attraverso i programmi ILP, LGO, CSAIL e MIT Energy Initiative, con aziende che vendono grandi quantità di armi a Israele. Tra queste figurano Elbit Systems, il maggiore appaltatore militare di Israele, nonché Maersk, Lockheed Martin e Caterpillar. Queste collaborazioni garantiscono ai profittatori del genocidio un accesso privilegiato al talento e alle competenze del MIT. [&#8230;]</p>



<p>Questo primer di ricerca è organizzato come segue. La parte 1.1 (Genocidio di Gaza) spiega in dettaglio perché il conflitto israeliano a Gaza iniziato il 7 ottobre 2023 non è solo una guerra o una serie di crimini di guerra, ma è una campagna organizzata di genocidio nell’intento e nell’effetto. La parte 1.2 (Nakba e colonialismo dei coloni) colloca questo progetto genocida nel contesto storico del sionismo, mentre la parte 1.3 (Economia politica di un genocidio) esamina come tali progetti si basino in modo schiacciante sulla finanza pubblica americana, sulle armi, sulla protezione dello Stato, sul capitale privato e sulla filantropia. L’ultima parte di questa sezione (Ruolo delle università) descrive in dettaglio il ruolo generale degli istituti di istruzione superiore nel consentire, ma anche nel contrastare, questi crimini.</p>



<p>La parte 2.1 esamina quindi come viene condotta la ricerca scientifica al MIT e il ruolo generale dei finanziamenti al MIT del Ministero della Difesa israeliano. La parte 2.2 esamina i progetti di ricerca specifici e i Principal Investigators (Pls) che si basano sui finanziamenti militari israeliani, mentre la parte 2.3 valuta criticamente chi trae vantaggio da questa ricerca. La parte 3 e le sue sottosezioni esaminano quindi in dettaglio le collaborazioni del MIT con i produttori di armi che aiutano e favoriscono i crimini dello Stato israeliano, in particolare Elbit Systems, Maersk, Caterpillar Inc. e Lockheed Martin. La parte 4.1 presenta le richieste della MIT Coalition for Palestine dall’autunno del 2023 e la risposta repressiva dell’istituto. La parte 4.2 spiega le specifiche politiche del MIT che il MIT ha infranto per preservare questi legami. La parte 4.3 presenta il precedente del MIT nell’aver tagliato i legami con gli autori di violazioni dei diritti umani. La Parte 5 descrive poi le azioni immediate che le autorità del MIT devono intraprendere: il Presidente, il Tesoriere, il Cancelliere, il Prevosto, la Corporazione, gli uffici inferiori, nonché la facoltà e gli studenti del MIT. La Parte 6 conclude. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-54d25abab5ef81e2c0fb63f8b8ddb77e">Sezione 1.3 Economia politica di un genocidio</h4>



<p>A prima vista, il genocidio a Gaza potrebbe sembrare condotto principalmente dalla coalizione di governo del Likud, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti o di istituzioni educative come il MIT. Le truppe israeliane sono composte in larga maggioranza da cittadini israeliani. Gli israeliani hanno una base militare industriale sviluppata (aziende come Elbit Systems, Taas, IAI e Rafael) e i ricchi mercati dei capitali israeliani consentono alla coalizione di governo di finanziare a livello locale la maggior parte dei suoi progetti violenti: per il 2024, circa il 70% dei 60 miliardi di dollari emessi dallo Stato in obbligazioni è stato venduto sui mercati nazionali israeliani e denominato in New Israeli Shekel (NIS). Grazie all’elevata domanda da parte delle banche locali, il governo di coalizione non corre alcun rischio di insolvenza e non deve pagare alti tassi di interesse sui propri bond. La sua banca centrale può offrire obbligazioni competitive rispetto ai buoni del Tesoro emessi dal Tesoro degli Stati Uniti. Le riserve di valuta estera detenute presso la Banca d’Israele hanno raggiunto i 200 miliardi di dollari a gennaio 2024, stabilizzando ulteriormente il quadro macroeconomico dell’economia di guerra. Il principale partner commerciale di Israele non sono gli Stati Uniti, bensì l’Unione europea, e alleati esterni come India e Nepal sono disponibili a fornire eserciti di riserva di manodopera per sostituire i palestinesi.</p>



<p>La realtà è che infliggere violenza di proporzioni genocide richiede volumi di munizioni ben oltre ciò che la base industriale israeliana è in grado di produrre localmente. Inoltre, Israele non può distruggere Gaza e il Libano impunemente senza una sostanziale copertura diplomatica e militare fornita da una superpotenza come gli Stati Uniti, né può provvedere a se stesso finanziariamente senza sostanziali investimenti e tecnologie americani. Quindi la capacità dello Stato israeliano di dichiarare impunemente guerra alla Palestina deriva dal sostegno di cui gode da parte di una costellazione di attori pubblici e privati statunitensi. Le radici di questo sostegno sono molteplici, ma includono elettori cristiani ed ebrei, numericamente significativi, che credono nell’ideologia sionista; logiche di finanziamento delle campagne politiche di fatto deregolamentate; una potente lobby pro-Israele (CUFI, AIPAC, ALEC ecc.); un pregiudizio pro-Israele misurabile nei media; e una geografia elettorale e un terreno istituzionale contro-maggioritari che danno un significativo potere di veto ai sostenitori di Israele, e inclinano il sistema dei partiti verso gli interessi di circoscrizioni più ricche, più bianche, più anziane e più rurali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Governo federale e militare degli Stati Uniti</h4>



<p>I flussi del governo federale nello Stato di Israele sono sostanziali. L’anno scorso, gli Stati Uniti hanno speso 22,76 miliardi di dollari in aiuti militari, finanziando circa il 70% dei costi di guerra di Israele. In termini relativi, la sovvenzione annuale standard inviata a Israele dal programma Foreign Military Financing (FMF) degli Stati Uniti – 3,3 miliardi di dollari all’anno a partire dall’amministrazione Obama – copre in genere il 15% delle spese di difesa di Israele. Queste sovvenzioni sono pagate dalle entrate dei contribuenti statunitensi, o da debiti sovrani che alla fine saranno pagati dai contribuenti statunitensi. Con le spese di guerra di Israele destinate ad aumentare di quasi 15 miliardi di dollari nel 2024, la linea di sovvenzione del governo federale degli Stati Uniti è stata notevolmente aumentata. Il National Security Act del 2024, divenuto legge in aprile 2024, ha indirizzato ben 13 miliardi di dollari nel conto fruttifero di Israele presso la Federal Reserve. Di questa somma, 5,2 miliardi sono stati destinati al rifornimento dei sistemi missilistici Iron Dome, Iron Beam e David’s Sling, 4,4 miliardi al rifornimento delle scorte di munizioni esaurite e 3,5 miliardi ai sistemi di armi avanzate. Per mettere le cose in prospettiva, Israele è di gran lunga il più grande beneficiario cumulativo di aiuti statunitensi al mondo, e vengono forniti alle condizioni più generose al mondo. La riserva di armi degli Stati Uniti in Israele, WRSA-I, è la più grande riserva americana d’oltremare del suo genere, a livello mondiale.</p>



<p>Queste spese accompagnano una significativa mobilitazione di risorse militari e diplomatiche statunitensi per favorire il genocidio di Gaza. Per proteggere Israele mentre distrugge Gaza, il Pentagono schiera ripetutamente portaerei, sottomarini a propulsione nucleare, flotte di jet da combattimento e cacciatorpediniere navali nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Cinquecento aerei da trasporto militari statunitensi e 107 navi hanno consegnato più di 50.000 tonnellate di armamenti e attrezzature militari a Israele nei primi dieci mesi di guerra, con una media di quasi due spedizioni di armi al giorno. L’esercito statunitense utilizza i propri missili intercettori THAAD per isolare Israele dagli attacchi regionali che potrebbero scoraggiare l’aggressione israeliana. Le forze speciali statunitensi, gli ufficiali della logistica, i consiglieri, le spie e i mercenari addestrati dalla CIA aiutano le operazioni di combattimento israeliane. I diplomatici statunitensi pongono ripetutamente il veto alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che chiedono un cessate il fuoco, tentano di far licenziare i funzionari delle Nazioni Unite per aver documentato i crimini israeliani, mentono al Congresso sulle politiche di fame israeliane e minano gli sforzi di organismi internazionali come la Corte penale internazionale per ritenere responsabile il governo Netanyahu.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Commercio di armi</h4>



<p>Senza il flusso incessante di proiettili di artiglieria, missili e testate forniti da Stati Uniti e Germania, le attuali campagne su Gaza e nel Libano meridionale si fermerebbero rapidamente. Le armi utilizzate per uccidere i palestinesi a Gaza sono statunitensi: mitragliatrici americane M16, bombe americane MK84 e MK82, jet da combattimento americani F-16, missili americani Hellfire, droni americani, fosforo bianco americano e proiettili di artiglieria e mortaio americani. Sono venduti a scopo di lucro da aziende di armi americane come Boeing, Lockheed Martin e General Dynamics e acquistati con l’aiuto di sovvenzioni di finanziamento militare statunitensi.</p>



<p>Molti di questi sistemi missilistici e di armi avanzati non sono interoperabili con sostituti russi o cinesi, e richiedono parti americane specifiche per funzionare. Inoltre Google Cloud, Amazon Web Services e Microsoft Azure forniscono alle forze e all’intelligence israeliane servizi di cloud computing, apprendimento automatico e intelligenza artificiale. Senza questi servizi cloud e la presunta condivisione di dati WhatsApp, i programmi di assassinio di massa di Israele guidati da Al Lavender e Gospel, si arenerebbero.</p>



<p>Con una consistente manodopera e componenti americane, Israele produce anche le proprie armi e i propri sistemi di sorveglianza, che vengono poi testati e perfezionati nel ‘laboratorio’ dei Territori Palestinesi Occupati. Questi prodotti, come la tecnologia di sorveglianza Pegasus della NSO o i droni assassini della Elbit, vengono venduti all’estero in oltre 130 Paesi, generando entrate e valuta estera. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Governo statale e locale</h4>



<p>Il governo federale degli Stati Uniti non è il solo a iniettare finanziamenti nelle casse dello Stato partner. Anche i governi statali, delle contee e persino municipali degli Stati Uniti aprono il libretto degli assegni per Israele. Questo canale di finanziamento è supervisionato dalla Development Corporation for Israel, un’entità registrata negli Stati Uniti che funge da broker e sottoscrittore locale per il Ministero delle Finanze israeliano. Dal 1951, la Development Corporation for Israel ha emesso i cosiddetti “Israel Bond” sul mercato statunitense. Questi strumenti di debito, denominati in dollari USA e designati per fornire supporto al bilancio generale, rappresentano in genere il 12-15% del debito estero totale di Israele. In quanto tali, costituiscono una fonte sostanziale di credito e valuta forte per lo Stato dell’apartheid. Influenzate da interessi particolari e istituzionali, le istituzioni pubbliche locali stanno investendo somme significative nelle iniziative genocide di Israele, attuali e future.</p>



<p>Dal 7 ottobre 2023, la Development Corporation of Israel ha aumentato notevolmente la vendita di obbligazioni israeliane, in parte rafforzando le sue partnership con un’organizzazione di lobby di destra chiamata American Legislative Exchange Council (ALEC). Negli ultimi due decenni, l’ALEC è stata una forza influente dietro le quinte nella politica americana. In genere, redige bozze di legge su argomenti che vanno dall’aborto al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, e poi diffonde i modelli legislativi agli alleati nelle sedi di governo statali, dove vengono approvati e diventano legge. Unendosi alla causa di Israele questo autunno, l’ALEC ha diversificato le sue operazioni mobilitando la sua State Financial Officers Foundation per spingere i fondi pensione pubblici, e i dipartimenti del Tesoro statali e municipali, ad acquistare obbligazioni israeliane. I frutti di questo lavoro sono sbalorditivi: 1,7 miliardi di dollari in acquisti di obbligazioni in soli sei mesi.</p>



<p>Molti dipartimenti di polizia locali e statali negli Stati Uniti spendono per Israele anche ingenti somme di denaro dei contribuenti americani. Migliaia di agenti di polizia, provenienti da almeno dodici Stati, tra cui il Massachusetts e le principali aree metropolitane (tra cui Boston, Cambridge, New York e Atlanta PD), si sono recati in Israele per l’addestramento; là ricevono istruzioni sulla sorveglianza di massa, la profilazione razziale e la soppressione delle proteste e del dissenso. Nelle parole dell’ex soldato dell’IDF Eran Efrati, i delegati della polizia statunitense assistono a “dimostrazioni dal vivo di violenza repressiva in tempo reale, in proteste in Cisgiordania, pattugliamenti a Gerusalemme Est e visite al confine di Gaza”.</p>



<p>Dal 2002, l’Anti-Defamation League, il Project Interchange dell’American Jewish Committee e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno pagato i capi della polizia per addestrarsi in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Tra questi visitatori c’è il capo della polizia del MIT John Difava. I dipartimenti di polizia americani, insieme alla CIA, all’FBI e all’ICE, acquistano anche prodotti di sorveglianza dall’industria delle armi israeliana e scambiano informazioni di intelligence sugli attivisti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Capitale privato e tecnologia</h4>



<p>La guerra di Israele a Gaza e il mantenimento dell’economia dell’apartheid si basano su un ampio sostegno da parte del capitale privato americano. Gli investitori di capitale di rischio di Tel Aviv raccolgono praticamente tutti i loro finanziamenti (75-80%) sui mercati dei capitali degli Stati Uniti. Subito dopo l’invasione di Gaza, anche le banche americane hanno organizzato vendite di obbligazioni private per conto dello Stato israeliano, i cui rendimenti non sono stati resi pubblici. Nel marzo 2024, Bank of America e Goldman Sachs insieme a Deutsche Bank e BNP Paribas hanno agito come sottoscrittori per la prima vendita di obbligazioni internazionali di Israele dopo il 7 ottobre. Questi finanziatori hanno incoraggiato la domanda degli investitori da tutto il mondo, a un livello tale da rendere la vendita di obbligazioni la più grande nella storia di Israele: 8 miliardi di dollari venduti in un solo giorno.</p>



<p>Le aziende tecnologiche americane hanno investito capitale in Israele, nonostante l’impegno dello Stato nel genocidio. Nel corso del 2023, Nvidia, leader mondiale con sede a Santa Clara nella produzione di chip e nell’informatica basata sull’intelligenza artificiale, ha investito grandi somme di denaro in acquisizioni di aziende israeliane. A dicembre, grazie a una massiccia sovvenzione di 3,2 miliardi di dollari e a un’aliquota fiscale fortemente ridotta (7,5% anziché 23%), Intel, il più grande datore di lavoro privato in Israele, ha accettato di costruire un nuovo stabilimento per semiconduttori. Un mese dopo, Palantir Technologies, l’azienda di servizi software fondata dai miliardari di destra Peter Thiel e Alex Karp, ha annunciato una nuova partnership strategica di intelligenza artificiale con il Ministero della Difesa israeliano per “sfruttare la tecnologia avanzata di Palantir a supporto delle missioni legate alla guerra”. Google e Amazon forniscono in modo simile alle forze israeliane la capacità di archiviare, elaborare e analizzare dati, tra cui riconoscimento facciale, riconoscimento delle emozioni, dati biometrici e demografici in quello che è noto come Progetto Nimbus.</p>



<p>Lo Stato e l’economia israeliani ricevono un significativo sostegno anche dalle fondazioni filantropiche statunitensi, che sono supportate e incoraggiate dalla legge fiscale statunitense. Israele continua a ricevere più di 3 miliardi di dollari ogni anno da donatori esteri: la maggior parte di questa filantropia è americana. Alcuni di questi fondi vengono convogliati in ONG israeliane pro-coloni come Regavim e Amana, trasferimenti che il Dipartimento del Tesoro statunitense consente nonostante le sanzioni britanniche e canadesi. Le vendite immobiliari dei Territori Palestinesi Occupati si svolgono talvolta in sinagoghe e chiese statunitensi esenti da tasse. Le organizzazioni non profit che supportano gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata godono dello status di esenzione fiscale 501(c)(3) statunitense, e i contribuenti americani possono detrarre fiscalmente le proprie donazioni a tali gruppi.</p>



<p>Tra questi rientrano l’Agenzia ebraica, il Fondo nazionale ebraico, HaYovel, AIEF, Friends of the IDF e la Ne’eman Foundation. Organizzazioni di beneficenza e gruppi universitari come Hillel, Birthright, StandWithUs e Chabad si impegnano, su richiesta del governo israeliano, in un’esplicita difesa dei coloni e delle IDF. Senza questo ecosistema filantropico, lo Stato dell’apartheid affronterebbe una pressione significativamente maggiore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ruolo delle Università</h4>



<p>Le università hanno un ruolo importante nel porre fine al sostegno degli Stati Uniti a Israele, e di conseguenza alla stessa apartheid israeliana. Nell’anno fiscale 2023, la capitalizzazione totale delle dotazioni universitarie statunitensi è stata di circa 840 miliardi di dollari, e questo le rende importanti investitori istituzionali nell’economia capitalista. Parametrato alle dimensioni della sua popolazione nazionale, Israele invia una percentuale maggiore dei suoi ricercatori accademici negli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro Paese, e il governo israeliano e le istituzioni accademiche godono di collaborazioni profonde e prestigiose con le università americane. Le università sono [&#8230;] istituzioni quasi sovrane, poiché godono di un margine di giurisdizione sui propri affari interni. Le università statunitensi hanno utilizzato questa quasi sovranità per trarre profitto dal genocidio e collaborare con il governo israeliano.</p>



<p>È una scelta istituzionale e può essere annullata. In Irlanda, Spagna, Belgio, Finlandia e Norvegia, alcune università si sono già impegnate a disinvestire dall’occupazione israeliana. [&#8230;] anche l’Union Theological Seminary e l’Evergreen State College negli Stati Uniti hanno annunciato decisioni per sostenere la vita palestinese. Eppure, come esemplificato dal MIT, la maggior parte delle istituzioni americane di istruzione superiore sono complici del regime di apartheid israeliano, nonostante sposino ipocritamente impegni pubblici per l’uguaglianza, l’etica scientifica, il pensiero critico e la prosperità umana. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Sezione 2. Ricerca scientifica del MIT per il genocidio</mark></h4>



<p>Dal 2015, il Ministero della Difesa di Israele (ImoD) (ID sponsor #001134) ha sponsorizzato oltre 3,7 milioni di dollari per progetti di ricerca del MIT. L’avvio della sponsorizzazione risale però almeno al 2008. La quantità di denaro è esigua: costituisce appena lo 0,05% della sponsorizzazione totale della ricerca del MIT del 2024. In ciascuno dei laboratori attualmente sponsorizzati, queste sovvenzioni comprendono in media solo il 2% del budget totale, che include altre fonti di finanziamento per molti progetti quasi identici. Si tratta tuttavia di una questione che riguarda i principi del Massachusetts Institute of Technology: Israele è l’unico esercito straniero a sponsorizzare la ricerca del MIT.</p>



<p>Questi fondi supportano progetti con applicazioni militari. Alcuni creano algoritmi ideali per insegnare a piccoli veicoli senza pilota, tra cui i droni, a perseguire obiettivi con maggiore autonomia; altri migliorano la sorveglianza subacquea o aiutano gli aerei militari a eludere e rilevare i missili. I laboratori del MIT coinvolti includono il Laboratory for Information &amp; Decision Systems (LIDS), il Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory (CSAIL) e il Research Laboratory of Electronics (RLE).</p>



<h4 class="wp-block-heading">2.1 Come funziona la sponsorizzazione della ricerca del MIT</h4>



<p>La ricerca sponsorizzata al MIT è una ricerca sponsorizzata o finanziata da un’organizzazione esterna. È in genere condotta da docenti e ricercatori principali (Pls) nei loro laboratori e gruppi di ricerca. Si presenta in tre diverse tipologie: sovvenzioni federali, contratti federali e accordi non federali. Attraverso la sponsorizzazione, entità straniere come il Ministero della Difesa israeliano hanno il diritto dichiarato di “modellare la direzione e gli obiettivi” della ricerca, nonché i “diritti di utilizzare i risultati della ricerca”.</p>



<p>La ricerca sponsorizzata dall’IMoD è inclusa nelle categorie degli accordi non federali e delle sovvenzioni federali. Nel caso dei primi, i laboratori del MIT stipulano un accordo non federale con industrie, agenzie o ministeri stranieri come l’IMoD e con altre istituzioni di ricerca senza scopo di lucro: i fondi vengono utilizzati per fornire attrezzature e risorse computazionali per progetti attivi, nonché budget di viaggio e reddito per ricercatori come post-doc, laureati o Pls.</p>



<p>I progetti di ricerca condividono però reti di finanziamento complesse e sovrapposte e un progetto può coinvolgere più agenzie militari. Per esempio, la ricerca del MIT sulla magnetometria quantistica a fibra, ospitata nel Research Laboratory of Electronics (RLE), è sponsorizzata dall’aeronautica militare statunitense, dall’esercito statunitense e dalla National Science Foundation, nonché dall’IMoD. Queste fonti di finanziamento sono riconosciute in modo incoerente nelle pubblicazioni o nei risultati dei progetti di ricerca. Per questo motivo, il team di ricerca MIT Grads for Palestine ha raccolto per la prima volta informazioni sui progetti IMoD nell’autunno del 2023 da Kuali Coeus, un sistema interno di gestione dei premi dalla culla alla tomba disponibile per le affiliate del MIT, che tiene traccia delle informazioni sulla sponsorizzazione della ricerca. Tuttavia, l’accesso generale al sistema è stato limitato dopo che la Coalition Against Apartheid (CAA) ha pubblicato questi risultati.</p>



<p>Le informazioni su IMoD-supported possono essere trovate anche nelle appendici “Brown Books” del MIT, disponibili per l’anno fiscale 2015-2023, che forniscono lo sponsor, gli ID del progetto, i nomi dei Pls, l’importo totale autorizzato e l’importo totale speso per i progetti nell’anno in questione. Ancora più indietro nel tempo ci sono gli Uniform Guidance Audit Reports (A-133) per l’anno fiscale 2006-2022, disponibili al pubblico. In questi file, il Ministero della Difesa di Israele (Sponsor ID #001134) è generalmente elencato come sponsor diretto o semplicemente “sponsor” con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) o con la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), elencati come sponsor primario o principale. Per i ricercatori principali Paul Lagace e David Simc hi-Levi, IMoD è elencato sia come sponsor diretto che primario. Come definito nel glossario dei termini del Brown Book del 2023, lo sponsor primario/principale è “l’entità originale che fornisce fondi per una ricerca sponsorizzata”, mentre lo sponsor diretto è sinonimo in alcuni archivi dell’istituto di “entità pass-through” prossima.</p>



<p>In altre parole, i progetti del MIT ricevono un finanziamento dal Ministero della Difesa di Israele (sponsor diretto), che a sua volta è finanziato dal Dipartimento della Difesa statunitense (sponsor principale).</p>



<p>Questa circolarità evidenzia come i finanziamenti federali degli Stati Uniti al governo israeliano ritornino al MIT per il beneficio finale dell’Occupazione israeliana. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti fornisce al governo di Israele sovvenzioni per finanziamenti militari esteri, e sottoscrive le sue sponsorizzazioni presso università statunitensi come il MIT. Da parte sua, il Ministero israeliano sceglie quali progetti sponsorizzare, o utilizza i fondi del DoD per supportare i borsisti post-dottorato israeliani nell’unirsi ai laboratori del MIT, per progetti specifici di interesse per i loro obiettivi di ricerca militare.</p>



<p>I fondi possono provenire anche direttamente dal governo israeliano come sponsor diretto. In Kuali Coeus, l’IMoD è elencato come nome dello sponsor per questi progetti, al contrario del Dipartimento della Difesa USA, e il tipo di sponsor corrispondente è elencato come “Governo federale straniero”. L’IMoD beneficia quindi dell’accesso ai risultati della ricerca come sponsor.</p>



<p>Potrebbe essere possibile per il MIT o il DoD riprogrammare il canale di finanziamento sotto un diverso ministero del governo israeliano, come quello dell’Energia; questo eluderebbe il problema della responsabilità, ma contribuirebbe comunque a migliorare la reputazione del governo israeliano.</p>



<p>Per esempio, nel 2019 il MIT si è scusato pubblicamente perché accettando le donazioni dell’abusatore sessuale di minori Jeffrey Epstein, ha migliorato la reputazione di quest’ultimo. I legami di ricerca del MIT con il governo israeliano contribuiscono in modo simile a elevare la reputazione di Israele, nonostante i suoi continui crimini contro l’umanità. Il MIT attualmente sottopone a una revisione del rischio elevato i progetti finanziati da persone o entità in Arabia Saudita, Cina e Russia: in parte a causa delle preoccupazioni che tali progetti potrebbero “legittimare indirettamente violazioni dei diritti politici, umani o civili in quel Paese” o “saranno utilizzati in modi che violerebbero i diritti politici, umani o civili in un Paese straniero”. Perché il MIT dovrebbe impegnarsi in sponsorizzazioni di ricerca con il governo israeliano, data la portata delle sue violazioni dei diritti umani in Palestina?</p>



<h4 class="wp-block-heading">2.2 Finanziamenti militari israeliani per laboratorio</h4>



<p>La tabella 1 (a pag. 69) fornisce una ripartizione dei finanziamenti IMoD spesi e assegnati per ricercatore principale (PI), dipartimento e progetto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="637" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab1.jpg" alt="" class="wp-image-9828" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab1-283x300.jpg 283w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1</figcaption></figure>
</div>


<p>A titolo di esempio, le voci del 2024 sono elencate nella tabella 2 (a pagg. 70 e 71) con informazioni più dettagliate. Come si vede, solo una parte del budget cumulativo per questi progetti (indicato nella colonna “Auth Total”), attualmente pari a 2,2 milioni di dollari, viene speso ogni anno, con le spese elencate nella colonna “FYTD Amount”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="514" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2.jpg" alt="" class="wp-image-9829" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2-300x257.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2</figcaption></figure>
</div>


<p>I 10 Pls implicati sono distribuiti in sei dipartimenti: Ingegneria elettrica e informatica, Fisica, Aeronautica e astronautica, Ingegneria biologica, Scienza e ingegneria dei materiali (DMSE) e Ingegneria civile e ambientale. I laboratori e i centri includono il Research Laboratory of Electronics (RLE), il Laboratory for Information &amp; Decision Systems (LIDS) e il Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory (CSAIL).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="551" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2-2.jpg" alt="" class="wp-image-9830" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/Israele-MIT-90-tab2-2-300x276.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">2.3 Chi ne trae vantaggio?</h4>



<p>Questi progetti hanno evidenti applicazioni militari. LIDS e alcune ricerche EECS si concentrano sugli sciami di veicoli aerei senza pilota. Il progetto WiSwarm di Eytan Modiano e Sertac Karaman (attivo confermato: 2022-2023 e recentemente rinnovato) fornisce un protocollo per reti wireless che coinvolge molti UAV, che comunicano con un computer “centrale” per coordinare il movimento collettivo e non confondere i segnali. Il progetto di Karaman si focalizza sull’inseguimento del bersaglio con informazioni fornite da “ping” da sensori a terra, per migliorare gli inseguimenti senza intervento umano. Il progetto di Karaman per sviluppare algoritmi per il monitoraggio persistente subacqueo e l’attracco subacqueo autonomo (attivo confermato: 2013-2023) è utile per sorvegliare il blocco marittimo di Gaza e monitorare la congestione urbana.</p>



<p>La ricerca di Daniela Rus si concentra sul coordinamento di sciami in presenza di bersagli in movimento, in particolare umani. La “sorveglianza” è citata come applicazione. Il suo progetto Coreset Compression Algorithms sviluppa algoritmi di IA per applicazioni come “sistemi di osservazione su scala cittadina”. Progetti passati hanno suggerito applicazioni a “sorveglianza e vigilanza”. Questi algoritmi leggeri sono ideali per insegnare a piccoli veicoli senza pilota, inclusi i droni, a tracciare e inseguire bersagli con maggiore autonomia. Le applicazioni militari per queste tecnologie includono bombardamenti aerei con droni, sorveglianza di proteste, inseguimento di bersagli in fuga e utilizzo di gas lacrimogeni durante le demolizioni di case.</p>



<p>L’esercito israeliano ha usato questi “stormi” di droni armati per dare la caccia agli obiettivi in fuga a Gaza e dirigere gli attacchi aerei. Sciami di quadricotteri israeliani armati attirano le persone fuori dalle loro case, riproducendo suoni di donne e bambini in difficoltà, e poi gli sparano.</p>



<p>Anche il lavoro di RLE, ingegneria biologica e fisica al MIT contribuisce alla violenza israeliana. Il progetto Terahertz Quantum-Cascade Lasers and Imaging di Qing Hu (attivo confermato: 2013-2018) utilizza laser basati su semiconduttori come sorgente di luce per sistemi di imaging in tempo reale. I suoi potenziali utilizzi includono sistemi antimissile chiamati DIRCM per aiutare gli aerei a eludere i missili, nonché imaging radar e scansione di profondità. Gli appaltatori della difesa israeliani traggono profitto dalla ricerca DIRCM. Il progetto High Fidelity Qubits and Readout di William Oliver sviluppa il calcolo quantistico per applicazioni algoritmiche. I casi di utilizzo militare includono il rilevamento a microonde e il cronometraggio accurato per la navigazione senza GPS. In effetti, il calcolo quantistico è un settore che il complesso militare-industriale israeliano è desideroso di sviluppare. Yoel Fink lavora sul rilevamento di campi di radiofrequenza basato su fibra ottica, campi utilizzati per il monitoraggio radio, la sorveglianza, la ricognizione e la guerra elettronica. Christopher Voigt sviluppa biosensori come reporter iperspettrali per rilevare le condizioni ambientali. I casi di utilizzo militare includono la previsione della corrosione su veicoli militari, la sorveglianza di obiettivi, il rilevamento di minacce biologiche e di mine terrestri interrate.</p>



<p>A chi serve questa ricerca? I funzionari del MIT come il Provost e il Cancelliere affermano che tali progetti non sono classificati, che sono “ricerca fondamentale” e liberamente accessibili agli investigatori ovunque e non in un Paese specifico. Tuttavia, questo maschera il fatto che la ricerca commissionata dall’esercito tende a supportare particolari obiettivi militari. Gli studiosi hanno documentato in modo esaustivo come la ricerca accademica sponsorizzata dall’industria tenda a orientare le borse di studio a favore di zucchero, piombo, tabacco, prodotti farmaceutici e combustibili fossili. Lo stesso vale per l’esercito. In Palestina, l’occupazione israeliana testa regolarmente nuove tecnologie sui civili nel ‘laboratorio’ di Gaza, producendo l’etichetta “testato in battaglia”. Sponsorizzando la ricerca di guerra su queste tecnologie, l’esercito israeliano trae vantaggio dal suo rapporto con il MIT, il “Pentagono sul Charles” (1). [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Sezione 3. Collaborazioni del MIT con i contractor militari israeliani</mark></h4>



<p>Il posto del MIT nel complesso militare-industriale degli Stati Uniti è ampiamente documentato. I partner tradizionali includono RTX (Raytheon), Draper Laboratory, BAE Systems, Northrop Grumman e Boeing. In media, circa il 60% delle entrate del MIT proviene dal governo federale e il 17,4% dal Dipartimento della Difesa. Il MIT dà anche priorità alle collaborazioni istituzionali con aziende che vendono e trasportano armi in Israele a scopo di lucro. Queste collaborazioni legittimano l’abuso dei diritti politici, umani e civili in Palestina. Reclutano anche docenti e studenti del MIT in attività militaristiche e orientano i programmi di ricerca scientifica verso applicazioni belligeranti anziché di affermazione della vita. Quello che segue è un elenco non esaustivo di tali appaltatori militari israeliani, che la MIT Coalition for Palestine ha trovato particolarmente eclatanti nell’ampiezza del loro sostegno all’apartheid israeliano e al colonialismo di insediamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Elbit Systems</h4>



<p>Elbit Systems Ltd. è il più grande appaltatore militare di Israele: fornisce l’85% dell’arsenale di droni killer dell’esercito israeliano e supporta lo Stato di apartheid dei coloni di munizioni da mortaio, guerra elettronica, tecnologia di intelligence dei segnali, fosforo bianco, bombe a grappolo e proiettili a flechette. I droni Elbit Hermes 450 sono stati utilizzati nel massacro del World Central Kitchen del 2024 a Gaza e nell’omicidio di 164 bambini palestinesi, sempre a Gaza, nel 2014.</p>



<p>Le forze armate israeliane fanno sistematico affidamento sui macchinari Elbit per commettere massacri e sorvegliare i palestinesi segregati nella Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania. Elbit favorisce anche l’oppressione a livello globale. Per esempio, vende missili all’Azerbaijan da usare nella pulizia etnica dei cristiani armeni dall’Artsakh; fornisce all’esercito indiano droni da usare nell’occupazione del Kashmir, così come spyware al governo etiope per arrestare i dissidenti; produce tecnologia di sorveglianza per i confini tra Stati Uniti e Messico e tra Ue e Africa.</p>



<p>Nonostante le prove diffuse di un sostegno diretto e materiale alle violazioni dei diritti umani, Elbit è membro del MIT Industrial Liaison Program (ILP) dal 2017. Attraverso l’ILP, è in grado di monitorare gli sviluppi della ricerca, identificare le risorse di interesse, organizzare incontri faccia a faccia con la facoltà, fornire consulenza sulle opportunità di sponsorizzazione della ricerca e di licenza tecnologica e avvicinarsi alle startup collegate al MlT. Elbit ha anche partecipato al MIT ConnecTech, un programma Hillel che collega l’università alle startup israeliane, dimostrando il profondo impegno del MIT nei confronti del lavoro di Elbit. Nel 2021, Elbit Systems e KMC, la sussidiaria medica di Elbit, hanno annunciato l’apertura di un nuovo “centro di innovazione” a Central Square a Cambridge, al 130 Bishop Allen Drive. Il centro vantava un facile accesso ai laureati del MIT e di Harvard, nonché la speranza di crescere fino a occupare 60 ingegneri. Non è successo. A fine agosto 2024, in seguito a una campagna di pressione durata un anno da parte di attivisti della comunità di Boston, è stato annunciato che Elbit Systems aveva lasciato il suo ufficio. Tuttavia, gli scienziati preoccupati del MIT sanno che l’influenza di Elbit è ancora molto presente attraverso l’Industrial Liaison Program. È tempo che il MIT segua l’esempio e tagli i legami con Elbit. Ci sono precedenti per farlo.</p>



<p>Nel 2020, il MIT ha deciso di porre fine ai suoi impegni con Saudi Aramco nel 2020 a causa delle preoccupazioni per l’omicidio di Jamal Khashoggi. Nel 2009, il fondo pensione del governo norvegese ha disinvestito da Elbit Systems a causa del suo ruolo nella fornitura di tecnologia per il muro dell’apartheid di Israele, dichiarato illegale dalla Corte internazionale di giustizia. Nel 2018, HSBC ha disinvestito tutte le sue partecipazioni da Elbit Systems per la sua produzione di bombe a grappolo. Nell’ottobre 2024, Barclays Bank ha venduto la sua partecipazione in Elbit Systems, valutata oltre 3,4 milioni di dollari. Il regolamento del MIT consente di negare a qualsiasi impresa una relazione con l’università se esistono “prove credibili che le attività dell’azienda stanno contribuendo alla soppressione dei diritti umani”. È accaduto per lo Xinjiang e per le imprese che avevano una relazione diretta con le forze armate cinesi: qualsiasi preoccupazione coerente per i diritti umani estenderebbe tale principio alla Palestina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Maersk</h4>



<p>Maersk è la più grande compagnia di spedizioni al mondo. Da ottobre 2023 a giugno 2024 ha trasportato negli Stati Uniti oltre 300 milioni di dollari di componenti di armi destinati ai principali produttori di armamenti. Un quarto delle spedizioni identificate di componenti per Northrup Gruman, Woodward, Raytheon e Lockheed negli Stati Uniti arrivano su navi Maersk. Circa il 69% delle armi di Israele viene spedito dagli Stati Uniti. Oltre agli aerei cargo e alle navi militari USA, la stessa Maersk spedisce queste armi come parte del suo Voluntary Intermodal Sealift Agreement (VISA) e del Maritime Security Program (MSP) sottoscritti con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Maersk trasporta attivamente milioni di libbre di merci militari, tra cui centinaia di veicoli blindati e tattici e i loro componenti, destinate all’esercito israeliano per l’uso a Gaza.</p>



<p>Maersk ha una partnership con il MIT Center for Transportation &amp; Logistics (CTL). Dal 2009, è uno dei partner di scambio della supply chain di CTL, il quale gli garantisce un accesso privilegiato e un networking con ricercatori CTL, logistica dei trasporti e simposi. Nel 2021, Maersk ha annunciato un “accordo storico” con CTL per approfondire il suo rapporto con ricercatori senior, come il direttore CTL Yossi Sheffi. Da allora, Maersk ha sponsorizzato numerosi documenti di ricerca al MIT incentrati sull’automazione del settore delle spedizioni, nonostante gli scioperi su larga scala operati dai lavoratori portuali contro tali politiche. Nel 2023, Maersk ha annunciato una collaborazione con il porto di Ashdod, affermando che la collaborazione “si basa su un precedente accordo di innovazione” con il MIT. Ashdod è uno dei tanti porti di Israele e si trova in una posizione unica accanto a Gaza. È definito “infrastruttura statale essenziale” dal governo israeliano e il 10% dei suoi lavoratori è reclutato direttamente dall’esercito israeliano. Il Ministero della Difesa israeliano ha confermato che a novembre sono state spedite dagli Stati Uniti al porto di Ashdod 2.500 tonnellate di armi.</p>



<p>Maersk ha quindi una relazione diretta con le forze armate israeliane: in quanto fornitore di sistemi, prodotti o servizi con applicazioni militari, supporta il flusso di armi utilizzate nell’omicidio di massa dei palestinesi. La scelta del MIT come prestigiosa istituzione di collaborare con Maersk “legittima le violazioni dei diritti politici, umani o civili” in Palestina, per riecheggiare il linguaggio del processo di revisione dei progetti ad alto rischio del MIT stesso.</p>



<p>In tali circostanze, il MIT deve immediatamente sospendere i suoi accordi con Maersk. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lockheed Martin</h4>



<p>Lockheed Martin è un produttore di armi globale che ha venduto diversi miliardi di dollari di armi allo Stato di apartheid di Israele. In particolare, Lockheed ha fornito al governo israeliano missili AGM-1149R9X Hellfire, aerei d’attacco F-16 e F-35 e artiglieria pesante utilizzati per distruggere la società palestinese a Gaza nell’ultimo anno: scuole, ospedali, università, luoghi sacri e infrastrutture vitali, uccidendo direttamente decine di migliaia di palestinesi ed espellendone milioni. Per esempio, i missili Hellfire di Lockheed sono stati usati per il massacro dell’ospedale Al-Shifa. Attraverso i suoi armamenti, Lockheed ha tratto profitto dalla guerra genocida a Gaza e ha ulteriormente consentito al governo di destra di Benjamin Netanyahu, un ex studente del MIT, di gestire campi di tortura a Sde Teiman e di imporre un regime di apartheid a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.</p>



<p>Dal 2019, il MIT International Science and Technology Initiative Israel (MISTI-Israel) ha amministrato un Lockheed Martin Seed Fund per mettere in contatto studenti e ricercatori del MIT con i progetti della Lockheed in Israele. Finito sotto pressione, il MISTI-lsrael ha interrotto il fondo di finanziamento e il personale ha confermato per iscritto che il ciclo di finanziamento non verrà rinnovato. Il programma si è concluso dopo mesi di proteste, tra cui consegne di lettere, sit-in e una campagna di informazione pubblica. Il MIT ha affermato in modo poco convincente che il fondo è semplicemente scaduto alla fine del suo ciclo. La realtà è che l’impostazione predefinita per tali contratti è il rinnovo, e raramente le istituzioni che disinvestono ammettono di averlo fatto a causa della pressione degli attivisti. [&#8230;]</p>



<p>Gli sforzi di reclutamento di Lockheed Martin sono stati ulteriormente interrotti alla MIT Fall Career Fair del 2024, dove è apparso uno striscione con la scritta “LOCKHEED UCCIDE I BAMBINI A GAZA”, e gli studenti si sono messi in fila per confrontarsi con i reclutatori sui profitti di Lockheed derivanti dalle uccisioni di massa e dalle sue emissioni, pari a 29 milioni di tonnellate di CO2 nel 2024. I reclutatori se ne sono andati dalla fiera tre ore in anticipo, esasperati. Questa lotta continua: Lockheed Martin sponsorizza ancora fondi iniziali al MIT nell’ambito di MISTI-Germania e MISTI-Polonia, ed è membro della MIT Energy Initiative dal 2009. Nel 2017 ha firmato un “accordo quadro” per collaborazioni di ricerca a lungo termine con il MIT, guidate dal Dipartimento di Aeronautica e Astronautica dell’istituto e in collaborazione con il Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory.</p>



<p>Per riassumere i fatti, Lockheed Martin ha una relazione diretta con le forze armate israeliane in quanto fornitore di sistemi, prodotti o servizi con applicazioni militari. In tali condizioni, la scelta del MIT di continuare a collaborare con Lockheed Martin legittima le violazioni dei diritti politici, umani o civili in Palestina. [&#8230;] Il MIT deve immediatamente sospendere tutte le collaborazioni con Lockheed Martin.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Caterpillar</h4>



<p>Caterpillar Inc. produce una classe speciale di bulldozer blindati per le forze armate israeliane, denominati D9. Questi bulldozer vengono usati di routine per demolire case, fabbriche, terreni agricoli e infrastrutture civili in Palestina. Nel marzo 2003, un soldato israeliano che manovrava un bulldozer Caterpillar D9 ha ucciso un’attivista e studentessa statunitense anti-apartheid, Rachel Corrie, durante la demolizione di case palestinesi a Gaza. Negli ultimi due anni, Israele ha usato questi bulldozer armati per ‘ripulire’ le comunità palestinesi a Masafer Yatta, infliggere punizioni collettive a Tulkarem e Jenin, radere al suolo case cristiane palestinesi a Makhrour, in preparazione della presa del potere da parte dei coloni a Betlemme e per profanare cadaveri a Gaza. Caterpillar, insieme a Hyundai Heavy Industries, JCB e Volvo Group, ha quindi dovuto affrontare forti critiche da parte della comunità per i diritti umani, nonostante affermi che i suoi prodotti dovrebbero essere usati “in conformità con i diritti umani e i requisiti del diritto umanitario internazionale”.</p>



<p>Caterpillar Inc. è partner del MIT dal 2009 nel programma Leaders for Global Operations (LGO). In LGO, sponsorizza progetti di ricerca e tirocini, e per il proprio reclutamento gode di un accesso privilegiato al talento e all’esperienza del MIT. In passato, ha sponsorizzato la presunta ricerca “imparziale” del MIT Joint Program on the Science and Policy of Global Change, ed è attualmente membro delle CSAIL Alliances, pubblicizzate come “gateway verso il Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del MIT”.</p>



<p>È la stessa Caterpillar che arma un esercito che commette massacri di palestinesi come parte di un progetto di colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati portato avanti da coloni del XXI secolo. Caterpillar ha un rapporto diretto con le forze armate israeliane in quanto fornitore di sistemi, prodotti o servizi con applicazioni militari, che vengono usati di routine per compiere abusi dei diritti umani. In tali condizioni, la scelta del MIT di continuare a collaborare con Caterpillar legittima le violazioni dei diritti politici, umani o civili in Palestina e incoraggia il reclutamento di talenti e competenze del MIT nei crimini di Caterpillar. [&#8230;] Il MIT deve immediatamente sospendere tutte le collaborazioni con Caterpillar.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Oppressione globale e oltre</h4>



<p>Queste quattro aziende – Caterpillar, Lockheed Martin, Maersk e Elbit – sono la punta dell’iceberg. Si potrebbero facilmente scoprire altri casi.</p>



<p>Raytheon (ora RTX), che è emersa dal MIT e con cui mantiene stretti legami, fornisce al governo israeliano missili e bombe da 4.000 libbre chiamate GBU-28.</p>



<p>Dal 2021 al 2023, Boeing ha prodotto più bombe guidate e munizioni per Israele di qualsiasi altra azienda statunitense, e anch’essa è inserita nelle collaborazioni del MIT: per esempio, Aurora Flight Sciences, una sussidiaria della Boeing che ricerca “sistemi di volo autonomi”, attualmente affitta uno spazio di lavoro dal MIT al 314 di Main Street a Cambridge.</p>



<p>Google e Amazon forniscono all’esercito israeliano servizi di cloud computing e intelligenza artificiale nell’ambito del Progetto Nimbus, e continuano a godere di relazioni privilegiate e istituzionalmente supportate con i ricercatori del MIT.</p>



<p>Oltre la Palestina, MITdesignX Dubai collabora con Silicon Oasis, una sussidiaria del governo degli Emirati Arabi Uniti, che sponsorizza una milizia genocida in Sudan chiamata Rapid Support Forces.</p>



<p>Con lo sguardo rivolto ad altri gruppi di potere istituzionale, il MIT si rifiuta di firmare i Principi per gli Investimenti Responsabili delle Nazioni Unite o di rivelare i suoi 32 miliardi di dollari di partecipazioni finanziarie nette. Se le indagini di Harvard sono una guida, la dotazione del MIT probabilmente possiede attività in industrie di combustibili fossili e aziende che supportano il progetto di colonizzazione sionista nella Palestina occupata. Il MIT si distingue anche come l’unica università americana a ospitare un laboratorio di armi classificato, interamente finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il MIT Lincoln Laboratory ha attualmente in piedi un contratto da 20 miliardi di dollari per il periodo 2015-2025 e conduce ricerche classificate in balistica, sorveglianza, radar e guerra informatica. Come FFRDC, i frutti della ricerca del Lincoln Lab vengono successivamente distribuiti agli appaltatori della difesa, che testano, monetizzano e infine commercializzano queste tecnologie negli Stati partner degli Stati Uniti, come Israele.</p>



<p>In tali condizioni, potrebbe sembrare irrealistico o scoraggiante chiedere al MIT di cambiare. Tuttavia, il viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo, e le regole del MIT lo impongono. In passato il MIT ha chiuso collaborazioni e disinvestito. Si può fare di nuovo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del Report <em>MIT. Science for Genocide</em>, pubblicato dal MIT Coalition for Palestine, dicembre 2024, sotto diritti Creative Commons CC0 1.0 Universal. Traduzione a cura di Paginauno. Qui il Report originale in inglese, completo di note, link e bibliografia <a href="https://archive.org/details/mit-science-for-genocide" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.org/details/mit-science-for-genocide</a></p>



<p class="has-small-font-size">1)Durante la guerra fredda il MIT era conosciuto come “Pentagono Est” o “Pentagono sul Charles”, perché era uno dei maggiori appaltatori del Pentagono (Stanford era conosciuta come “Pentagono Ovest”); il Charles è il fiume che attraversa Boston, e il MIT si trova lungo la sua riva, n.d.r.</p>
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