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	<title>cina &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 25 Mar 2026 18:51:17 +0000</lastBuildDate>
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	<title>cina &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Russia. La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra (quarta e ultima parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/russia-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-quarta-e-ultima-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:40:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo gli Stati Uniti e la Cina, la Russia: dal Cosmo russo e dai primati sovietici allo Spazio satellitare e lunare di oggi: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Stati Uniti</a> e la <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a>, la Russia: dal Cosmo russo e dai primati sovietici allo Spazio satellitare e lunare di oggi: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“È nostro dovere custodire la memoria della generazione degli esploratori spaziali, onorare il coraggio e l’audacia dei cosmonauti che, nonostante i rischi, si sono avventurati nell’esplorazione dell’ignoto, di coloro che hanno sviluppato sistemi e veicoli spaziali unici, che hanno addestrato gli equipaggi per il lavoro in orbita, e ricordare tutti coloro che hanno impiegato il loro lavoro e il loro talento per gettare le basi e costruire il potenziale spaziale del Paese. È inoltre nostro dovere continuare a sforzarci di essere all’altezza degli elevati standard fissati per noi dai pionieri dello Spazio. Saremo sempre orgogliosi che il nostro Paese abbia aperto la strada all’universo e che il nostro connazionale [Jurij Gagarin] sia stato un pioniere in questo grande cammino. Nel nuovo XXI secolo, la Russia deve mantenere il suo status di potenza nucleare e spaziale di primo piano, perché il settore spaziale è direttamente collegato alla difesa”.<br>Vladimir Putin, 12 aprile 2021, in occasione della Giornata della Cosmonautica (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">Nel febbraio 2024 gli Stati Uniti lanciano l’allarme: la Russia potrebbe aver schierato in orbita satelliti contenenti testate atomiche. “Un’esplosione nucleare nello Spazio creerebbe una serie di effetti devastanti” dichiara John Wolfsthal, oggi direttore del Global Risk alla Federation of American Scientists e già responsabile per il Controllo degli Armamenti del National Security Council durante la presidenza Obama: “Un impulso elettromagnetico e radiazioni di più lunga durata circonderebbero la Terra e comprometterebbero drammaticamente le comunicazioni satellitari su scala mondiale. Alcuni sistemi rinforzati potrebbero sopravvivere, ma altri satelliti militari non protetti e quasi tutti quelli commerciali non scudati sarebbero potenzialmente vulnerabili. Il sistema globale economico e di comunicazione potrebbe venir interrotto o distrutto per anni e alcune orbite rese pericolose, se non inservibili, per un esteso periodo di tempo, a causa dei rottami spaziali” (2). Nel giro di pochi giorni l’allarme si trasforma in allarmismo, quando il portavoce del National Security Council, l’ammiraglio John Kirby, afferma che le informazioni raccolte dall’intelligence statunitense sono collegate a “una capacità antisatellite” non meglio precisata, rifiutandosi di rispondere alla domanda se si tratti di un’arma nucleare o di un sistema con capacità nucleare – per esempio armi antisatellite alimentate da un piccolo reattore atomico di bordo, per soddisfare l’alto consumo energetico di laser o fasci di particelle. Sottolineando subito dopo: “Non si tratta di una capacità attiva già dispiegata. E sebbene la ricerca di questa particolare capacità da parte della Russia sia preoccupante, non vi è alcuna minaccia immediata per la sicurezza di qualcuno” (3). Nessuna bomba atomica russa nello Spazio, dunque; ma ormai l’immaginario è stato scatenato e la ‘notizia’ riempie le pagine dei media per i mesi successivi, approdando perfino all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel maggio 2024.</p>



<p>Ciò che manca, ovviamente, è la contestualizzazione. Né gli Stati Uniti, infatti, che accendono il timore nucleare, né la Russia che, nelle parole di Putin, accusa&nbsp;i leader occidentali di “spaventare il mondo con la minaccia di un conflitto che coinvolge armi nucleari” e nega la volontà di schierare armi atomiche nello Spazio (4), ricordano di aver già fatto esplodere ordigni nucleari nella ionosfera e persino nella magnetosfera, a 750 chilometri di altezza. È per questo che ne conoscono bene gli effetti&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/">numero 92</a></p>



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<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cina. La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra (terza parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:15:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo gli Stati Uniti, la Cina: dalle armi a energia diretta alle manovre RPO, dai missili antisatellite a quelli ipersonici, dal counterspace a BeiDou; mentre la Tiangong sfida la Stazione Spaziale Internazionale e la missione Chang’e rischia di eclissare la Artemis. La Cina sta praticando il dogfighting con i satelliti, denuncia la Space Force USA. Dalle orbite basse fino alla Luna, Stati Uniti e Cina si contendono il dominio dello Spazio per poter conservare, o conquistare, quello terrestre]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" data-type="post" data-id="8743" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Stati Uniti</a> e dopo l’analisi della <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/" data-type="post" data-id="8577" target="_blank" rel="noreferrer noopener">space economy</a>, la Cina: dalle armi a energia diretta alle manovre RPO, dai missili antisatellite a quelli ipersonici, dal counterspace a BeiDou; mentre la Tiangong sfida la Stazione Spaziale Internazionale e la missione Chang’e rischia di eclissare la Artemis. La Cina sta praticando il <em>dogfighting</em> con i satelliti, denuncia la Space Force USA. Dalle orbite basse fino alla Luna, Stati Uniti e Cina si contendono il dominio dello Spazio per poter conservare, o conquistare, quello terrestre</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Abbiamo perso il nostro diritto sul mare durante la dinastia Ming. L’universo è un oceano, la Luna rappresenta le isole Diaoyu, Marte è l’atollo Huangyan. Se non andiamo lì ora pur essendone capaci, saremo criticati dai nostri discendenti. Se altri vi andranno, allora ne prenderanno il controllo e non saremo in grado di arrivarci neanche se lo vorremmo. Questa è una ragione sufficiente.”<br>Ye Peijian, capo del Programma di esplorazione lunare della Cina, marzo 2017 (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">L’Occidente a naso in su cerca la Stazione Spaziale Internazionale, emozionandosi per i lanci dei razzi SpaceX, per le dirette televisive dalla ISS e per il ritorno degli astronauti. Pochi scrutano il cielo alla ricerca dell’<em>altra</em> stazione spaziale che orbita sulle nostre teste: quella cinese.</p>



<p>Tiangong-1, il prototipo, è stata lanciata nel settembre 2011, nel giugno 2012 è stata raggiunta dal primo equipaggio per qualche giorno, e un anno dopo dal secondo per due settimane; programmata per due anni di vita operativa, nel marzo 2016 la China Manned Space Agency ne ha dichiarato il fine servizio, facendola deorbitare nell’aprile 2018. Tiangong-2 è stata attiva da settembre 2016 a luglio 2019, e visitata da due astronauti per trenta giorni. Oggi la Stazione Spaziale Tiangong, lanciata ad aprile 2021, compie la sua rotazione terrestre in orbita bassa ospitando, da giugno 2022, un equipaggio permanente di tre persone – che possono arrivare fino a sei – per 180 giorni. Certo, Tiangong è più piccola della ISS, poco più di un terzo della dimensione, ma non è nemmeno internazionale: è interamente <em>made in China</em>. Nella costruzione, nei vettori, nei siti di lancio e negli astronauti (2). Il programma nasce in risposta al rifiuto statunitense alla partecipazione cinese alla ISS – e in generale a qualsiasi programma spaziale – fissato dall’emendamento Wolf inserito nella legge 112-10 del 2011 del Congresso USA; un emendamento successivamente confermato di anno in anno, che sancisce l’esclusione della Cina da qualsiasi progetto NASA (3). Rifiuto che, con ogni evidenza, non ha scoraggiato Pechino, che si è messo al lavoro per lanciare la propria stazione spaziale (Missione Tiangong), la propria corsa alla Luna (Missione Chang’e) e a Marte (Missione Tianwen), la propria base lunare con equipaggio permanente, in collaborazione con la Russia (Missione International Lunar Research Station), la propria rete satellitare; il tutto con una rapidità di sviluppo da lasciare esterrefatti gli stessi Stati Uniti. “L’ascesa della Cina è il fattore geopolitico fondamentale su cui gli USA devono costruire la loro strategia” dichiara a novembre 2020 Aaron Wess Mitchell, Assistente Segretario di Stato agli Affari europei ed euroasiatici nel primo mandato Trump: “La Repubblica popolare cinese attualmente dispone della maggior concentrazione economica e militare al mondo dopo gli Stati Uniti. E sta passando da una strategia passiva (hide and bide strategy) ad atteggiamenti e modalità tipici di una potenza militare” (4). “La Cina ha eclissato la Russia come leader spaziale ed è pronta a competere con gli Stati Uniti come leader mondiale nello Spazio” allerta cinque anni dopo Tulsi Gabbard, attuale Direttore dell’Intelligence Nazionale USA, nell’ultimo<em> </em><em>Annual Threat Assessment </em><em>of the U.S. Intelligence</em><em> Community</em> del marzo 2025 (5). Aggiungendo: “Le operazioni di counterspace” – su cui torneremo – “saranno parte integrante delle campagne militari dell’Esercito Popolare di Liberazione, e la Cina ha armi di counterspace destinate a colpire i satelliti degli Stati Uniti e degli alleati; ha già schierato capacità di counterspace basate a terra, tra cui sistemi per la guerra elettronica (EW), armi a energia diretta (DEW) e missili antisatellite (ASAT) destinati a interrompere, danneggiare e distruggere i satelliti bersaglio”.</p>



<p>Lo Spazio come territorio conteso dunque, tra Cina e Stati Uniti e, in terza battuta, Russia. Dopo aver tracciato il percorso spaziale statunitense, <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" data-type="post" data-id="8462" target="_blank" rel="noreferrer noopener">militare</a> (6) ed <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/" data-type="post" data-id="8577" target="_blank" rel="noreferrer noopener">economico</a> (7), con questo terzo articolo buttiamo lo sguardo a Oriente, verso la Cina – la <a href="https://rivistapaginauno.it/russia-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-quarta-e-ultima-parte/" data-type="post" data-id="8915" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Russia sarà oggetto del prossimo approfondimento</a> –; per trovare, anche lì, gli elementi che rivelano la preparazione a quel conflitto armato che tutti gli attori in campo si danno pena di nascondere, dietro la narrazione della conquista dello Spazio a fini scientifici, dietro l’epica del superamento dei limiti umani, dietro la maschera del progresso&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Stati Uniti. La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra (prima parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 14:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[“Chi controlla la Luna controlla la Terra”: le parole d’ordine del generale Boushey del 1958 sono tornate d’attualità, mentre la Cina ha scavalcato la Russia nel ruolo di rivale geopolitico degli Stati Uniti e dal 2010, con Obama, è diventata centrale nella U.S. National Space Policy; cosa nascondono i miraggi marziani di Elon Musk, la missione Artemis e la Stazione Spaziale Internazionale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-89-gennaio-febbraio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 89, gennaio – febbraio 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Chi controlla la Luna controlla la Terra”: le parole d’ordine del generale Boushey del 1958 sono tornate d’attualità, mentre la Cina ha scavalcato la Russia nel ruolo di rivale geopolitico degli Stati Uniti e dal 2010, con Obama, è diventata centrale nella U.S. National Space Policy; cosa nascondono i miraggi marziani di Elon Musk, la missione Artemis e la Stazione Spaziale Internazionale</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Chi controlla la Luna controlla la Terra. La Luna offre una base di rappresaglia con un vantaggio senza pari. Se avessimo lì una base, i sovietici sarebbero costretti a lanciare preventivamente dalla Russia un attacco nucleare verso la Luna almeno due giorni prima di attaccare direttamente il continente americano. Se non lo facessero sarebbero destinati entro 48 ore a ricevere dalla Luna una devastante rappresaglia nucleare. Una base lunare costituisce un vantaggio strategico senza prezzo.”<br>Homer A. Boushey, generale di Brigata e vicedirettore Ricerca e Sviluppo dell’Air Force statunitense, 1958  </pre>



<p class="has-drop-cap">Il 6 ottobre scorso un saltellante Elon Musk compare accanto a Trump sul palco del comizio elettorale a Butler, in Pennsylvania, indossando la maglietta nera con scritta bianca “Occupy Mars”; una maglietta divenuta icona della conquista di ‘altri mondi’, così come Musk è divenuto immagine dell’epica spaziale. La visione di fondare una colonia umana su Marte lo accompagna almeno dal 2001, senza che il proprietario di SpaceX abbia mai lasciato trapelare un dubbio sulla sua fattibilità; tuttavia gli annunci relativi alla tempistica dell’impresa non hanno goduto della medesima coerenza. Nel 2011 Musk ha affermato che avrebbe portato l’Uomo su Marte in dieci anni – e con tutta evidenza non ci siamo arrivati –; nel 2016 ha dichiarato che nel 2060 vivranno su Marte un milione di persone; nel 2020 ha sostenuto che probabilmente sarà morto prima che l’Uomo arrivi su Marte; nel 2021 ha asserito che si ritroverà sorpreso nel caso l’umanità non atterri su Marte entro cinque anni, quindi entro il 2026. L’ambito spaziale si è sempre contraddistinto per il rinvio di scadenze precedentemente fissate – anche un piccolo problema tecnico può causare lo slittamento di mesi – dunque al di là delle boutade che caratterizzano il personaggio Elon Musk, la mancanza di una tempistica certa fa parte del gioco. Tuttavia, se ci allontaniamo dall’entusiasmo del proprietario di SpaceX e ci avviciniamo ai dettagli tecnici, che la stessa NASA evidenzia nella documentazione del progetto Moon to Mars (M2M) (1), la situazione appare sotto una luce del tutto differente.</p>



<p>In estrema sintesi, per poter realisticamente ipotizzare la ‘conquista umana di Marte’, o addirittura la sua colonizzazione, tre sono gli aspetti fondamentali, e tra loro correlati, a oggi ancora privi di soluzione.</p>



<p>Innanzitutto la lunghezza del viaggio. Un tragitto di andata e ritorno durerebbe mediamente due anni, il che significa che gli astronauti dovrebbero trascorrere quasi 24 mesi all’interno di un veicolo spaziale: serve dunque un sistema di supporto vitale a circuito chiuso. L’astronave poi deve essere in grado, sfruttando le forze gravitazionali dei pianeti, di accelerare e rallentare, e arrivare su Marte con la necessaria riserva di propellente per tornare indietro. Le sonde robotiche già inviate sono alimentate da un generatore termoelettrico a radioisotopi al plutonio 238, per la missione con equipaggio la NASA sta al momento studiando razzi a propulsione nucleare.</p>



<p>C’è poi il problema delle radiazioni cosmiche che gli astronauti assorbirebbero durante il viaggio e l’eventuale permanenza su Marte: sulla Terra ne siamo protetti dall’atmosfera e dal campo magnetico, nello Spazio profondo siamo senza difesa. Oggi, dopo sei mesi nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – situata in orbita bassa, tra 330 e 410 chilometri di altitudine, quindi fuori dall’atmosfera ma ancora all’interno della magnetosfera – un astronauta assorbe circa 10 rem di radiazioni, il limite massimo ammesso dalla NASA, che incrementa statisticamente del 3% la possibilità di sviluppare forme cancerogene; nei soli 12 mesi di viaggio di andata verso Marte, stando ai calcoli della NASA stessa, un astronauta potrebbe assorbire radiazioni pari a 66 rem.</p>



<p>Infine, ed è il terzo aspetto, non ha ancora soluzione l’indebolimento muscolare e scheletrico che il corpo umano subisce in una lunga permanenza nello Spazio. I film di fantascienza risolvono la questione inventando enormi astronavi ruotanti, in grado di generare al proprio interno una forza simile alla gravità terrestre. “Il problema è che un’astronave ruotante dovrebbe essere costruita da strutture metalliche in grado di sopportare le sollecitazioni continue a cui sarebbero sottoposte durante la rotazione costante,” scrive Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico con esperienza trentennale nel settore spaziale presso aziende private e agenzie governative, “e non si hanno ancora concrete soluzioni ingegneristiche per un sistema di questo tipo. Inoltre, per poter essere efficace, la nave spaziale ruotante dovrebbe avere dimensioni gigantesche, perché altrimenti la forza generata al suo interno non sarebbe omogenea, con gravi ripercussioni sulla salute degli astronauti. […] Solo costruendo delle astronavi da almeno trecento metri di diametro, cioè tre volte la ISS, e facendole ruotare a 2,5 giri al minuto, si potrebbe ottenere una forza con un’intensità omogenea su tutto il corpo umano senza provocare scompensi” (2) – una possibilità, per inciso, che si accompagna all’ipotesi di riuscire a creare eso-cantieri, ossia manifatture in grado di costruire una astronave direttamente nello Spazio, sfruttando ipotetiche materie prime raccolte anch’esse nello Spazio (da asteroidi o dalla Luna), per ovviare alla difficoltà di trovare un propellente in grado di sprigionare la sufficiente potenza di lancio per far superare a una simile astronave gravità e atmosfera terrestri. Si dovrebbe poi individuare risposte per la conservazione del tono muscolare cardiaco – dopo sei mesi in orbita è stata riscontrata una sfericizzazione del 9,5% del cuore, con rischi tuttora ignoti – e per lo stress ossidativo dei bulbi oculari. Per non parlare di una ipotetica vita in una colonia marziana, che dovrebbe fare i conti con una gravità pari allo 0,375 di quella terrestre, un’atmosfera 100 volte più sottile, temperature medie di -63° centigradi e capaci di scendere fino a -126°, e magnetosfera inesistente: dunque microgravità, niente ossigeno, niente acqua in superficie, nessuna protezione dalle radiazioni cosmiche (3).</p>



<p>Insomma – restando nel mero ambito fisico e tralasciando gli aspetti psicologici di un simile viaggio e di una eventuale permanenza su Marte, niente affatto secondari – il corpo umano è a misura terrestre: non è fatto per sopravvivere nello Spazio e, se un giorno ‘occuperà’ il Pianeta Rosso, quel giorno, difficilmente, cadrà in questo secolo e quel corpo, facilmente, non sarà l’umano come oggi lo conosciamo (su questo punto torneremo nel prossimo articolo). Perché dunque Musk – che di certo ha contezza della portata dei limiti attuali – alimenta l’immaginario collettivo con la colonizzazione di Marte? Perché, dopo che lo Spazio e la Luna sono scomparsi dalla narrazione mediatica per almeno due decenni, ci siamo ritrovati nuovamente esortati a guardare a naso in su e a contemplare sui social le dirette di Samantha Cristoforetti dalla ISS? Perché la ‘corsa allo Spazio’ ha ripreso vigore nel 2010 a opera di Obama ed è divenuta centrale nella strategia statunitense a partire dalla prima presidenza Trump nel 2017?</p>



<p>I veri obiettivi, mascherati dai miraggi marziani e dalla Stazione Spaziale Internazionale, sono innanzitutto militari, e trovano già schierati tre attori principali: Stati Uniti, Cina e Russia. Nel campo statunitense, strettamente connessi ma meno immediati di quanto si possa pensare, sono poi gli sviluppi tecnologici e capitalistici: non è infatti un caso che, ben oltre Musk che si presta a divenire <em>brand</em> della società dello spettacolo, nella cosiddetta <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/" data-type="post" data-id="8577" target="_blank" rel="noreferrer noopener">space economy</a> ci siano gli stessi imprenditori del digitale; e il punto centrale non sono certo gli appalti e le commesse statali, non sono certo i soldi pubblici. Ma questo aspetto lo vedremo sul prossimo numero di Paginauno. Oggi parliamo di guerra, e ci focalizziamo sugli Stati Uniti; <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" data-type="post" data-id="8777" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a> e <a href="https://rivistapaginauno.it/russia-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-quarta-e-ultima-parte/" data-type="post" data-id="8915" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Russia</a> saranno oggetto di un altro articolo&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Semiconduttori sotto protezione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/semiconduttori-sotto-protezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Bruno Ferroglio*</p>



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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’innalzamento delle tensioni interimperialistiche spinge le singole potenze ad aumentare il controllo sulle forniture e sulla produzione di materiali ritenuti indispensabili. Di più: produzione e controllo dell’export sono trasformati in armi della contesa. I semiconduttori sono largamente utilizzati nei più svariati prodotti e sono il frutto di una divisione del lavoro fortemente internazionalizzata, ma vista la loro importanza strategica ora ricadono nella categoria di ciò che è da proteggere. Nelle principali capitali mondiali le idee del liberismo vengono corrette dal pragmatismo per la resilienza e riemergono i programmi di politica industriale.</p>



<p>Una responsabile di L3 Harris Technologies (sesto fornitore del Pentagono) ha confessato a un convegno che il suo gruppo, a corto di forniture, ha cannibalizzato vecchie radio militari per recuperare componenti elettronici da inserire in apparecchi di nuova generazione. Commenta un analista dell’Hudson Institute: sul mercato le quantità ordinate determinano le gerarchie, per questo i produttori bellici “possono finire in fondo alla coda, in attesa che vengano soddisfatte prima le esigenze di altre aziende”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovo acciaio</h4>



<p>“Se i dati sono il nuovo petrolio, possiamo dire che i chip sono il nuovo acciaio”, scrive James A. Lewis del CSIS (Center for Strategic and International Studies). “Gli obiettivi specifici della politica americana sui semiconduttori debbono alzare l’affidabilità dei fornitori; alzare la capacità di produrli e ridurre il ruolo della Cina”, nei confronti della quale “va ridotto il transfert tecnologico avanzato”.</p>



<p>“La politica industriale – conclude Lewis – era considerata un tabù, ma la geopolitica la rende ora necessaria. […] La politica industriale richiede che il governo investa nell’industria e nella ricerca, costruisca istanze di cooperazione con il settore privato e gli altri governi e nutra la volontà di costruire campioni nazionali” (1).</p>



<p>Washington marcia spedita sul doppio binario indicato dal CSIS. In agosto il <em>Chips and Scienc</em><em>e Act </em>è stato votato dal Congresso e firmato dal presidente Biden: ci saranno nel prossimo quinquennio 280 miliardi di dollari per lo sviluppo tecnologico, 52,7 dei quali dedicati ai semiconduttori. Nel frattempo il dipartimento del Commercio ha sistematizzato una serie di provvedimenti di embargo tecnologico nei confronti di Pechino, sui quali torneremo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corsa al nazionalismo</h4>



<p>Il <em>Chips and Science Act </em>stabilisce finanziamenti per 28,7 miliardi di dollari per chi costruisca nuove fabbriche di chip in USA. Si tratta di aiuti che andranno anche ad aziende straniere, alla condizione che chi li riceve si astenga per un decennio da un allargamento delle proprie attività avanzate in Cina. Altri 10 miliardi vanno alla modernizzazione di stabilimenti già presenti in territorio americano e 14 miliardi alla R&amp;D. Agli aiuti federali si aggiungono quelli devoluti dai singoli Stati americani. Il dipartimento del Commercio gestirà i finanziamenti ed è anche responsabile dei permessi e degli scambi con la Cina, in quella che dovrebbe essere una politica coordinata.</p>



<p>Nella tabella (pag. 23) riportiamo le principali iniziative di investimenti in nuove fabbriche a livello mondiale. Per gli USA alcune, come i siti di Intel in Ohio e di Micron nello Stato di New York, sono state ufficializzate dopo la firma dell’Act. Micron con due nuove fabbriche porterebbe dal 10 al 40% la sua produzione all’interno dei confini nazionali.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="695" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg" alt="" class="wp-image-8165" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip-259x300.jpg 259w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Alle prime mosse della Commissione europea a favore di una legge per finanziare la microelettronica con 43 miliardi di dollari, un editoriale del Financial Times paventava il “rischio di una corsa al nazionalismo nei chip”. Sono seguite una legge giapponese, una indiana, una in preparazione in Sud Corea, oltre ai finanziamenti da tempo in atto in Cina (per almeno 78 miliardi di dollari). In totale la cifra globale arriva a 190 miliardi di dollari.</p>



<p>Una pioggia di capitali che potrebbe portare a sovracapacità produttive. Complice il rallentamento mondiale, cala il consumo di prodotti elettronici; nel 2023 continueranno a esserci carenze di alcuni semiconduttori, ma la richiesta di memorie Dram e Nand (un quarto di tutto il mercato) è destinata a crescere solo dello 0,6%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Concorrenza per Europa e Asia</h4>



<p>Secondo i calcoli fatti dalla SEMI, l’associazione internazionale del settore, nel mondo sono entrati in attività 34 poli produttivi di chip nel periodo 2020-21, mentre nel periodo 2022-24 sono in costruzione altre 58 nuove fabbriche. Nell’insieme, tutti questi nuovi impianti alzeranno la produzione globale del 40%.</p>



<p>Delle fabbriche in costruzione 31 sono in Cina, dove per la gran parte si dedicheranno alla produzione di chip con definizione di nodo tecnologico di 28 nanometri (nm). Non si tratta di chip di ultima generazione, ovvero quelli inferiori ai 7 nm (2), ma di semiconduttori diffusi in auto, elettrodomestici e macchine industriali. Secondo il Wall Street Journal la produzione di chip da 28 nm è destinata a triplicarsi entro la fine del decennio e la quota cinese a passare dal 15% del 2021 al 40% già nel 2025. Le Figaro scrive che l’aumento della produzione cinese sarà all’inizio rivolto al mercato interno, “ma negli anni a venire questi nuovi entranti potrebbero direttamente concorrere con gli europei sul loro terreno, con chip più a buon mercato”.</p>



<p>Crescono anche i timori asiatici. L’industria di Sud Corea, Giappone e Taiwan, che ha tratto maggiori vantaggi negli ultimi decenni, non vorrebbe dover scegliere fra USA e Cina, mentre Washington al contrario propone ai loro governi di costituire un’alleanza “Chip 4” contro Pechino.</p>



<p>Nessun gruppo nipponico ha per ora deciso d’investire negli USA, nonostante le esortazioni fatte di persona dalla vicepresidente americana Kamala Harris. La coreana SK Hynix, secondo produttore di chip di memoria al mondo, può continuare a gestire le sue fabbriche cinesi a Wuxi e Dalian, ma i suoi dirigenti osservano che, senza poterle attrezzare con i macchinari fotolitografici più moderni della ASML, diventeranno presto obsolete. Morris Chang, fondatore della TSMC, primo produttore di microprocessori per conto terzi al mondo, parlando del reshoring occidentale lo ha definito “un orologio della storia che gira all’indietro […] nessuno raggiungerà l’autosufficienza e i costi cresceranno per tutta la catena produttiva”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ostracismo e tartarughe di mare</h4>



<p>Washington adotta una serie di regole che intendono frenare lo sviluppo cinese, impedendo il paventato sorpasso nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nello sviluppo dei super-computer e delle tecnologie belliche che possono derivarne. Le regole si applicano all’industria americana, ma anche a quella internazionale che ne utilizzi la tecnologia. Non si potranno vendere in Cina microprocessori più avanzati (inferiori ai 16 nm), non si potranno fornire le imprese cinesi di macchinari e software in grado di produrre questi chip e i cittadini americani non potranno più collaborare con le aziende cinesi del settore. Queste regole possono essere superate se il dipartimento del Commercio permette una licenza, che andrà discussa caso per caso. Sono già state rilasciate licenze a TSMC, Samsung e SK Hynix, ma hanno la durata relativa di un anno. Sono possibili licenze anche per le imprese americane toccate: Nvidia e AMD per i chip, KLA Corp, Lam Research e Applied Materials per gli equipaggiamenti produttivi.</p>



<p>Il divieto ai cittadini americani tocca in particolare gli <em>haigui </em>(ovvero le tartarughe di mare): cinesi che hanno studiato e lavorato per anni negli States e poi sono tornati in patria, dove hanno fondato e dirigono start-up soprattutto negli equipaggiamenti per produrre semiconduttori (AMEC, ACM Research, Piotech, Skyverse, Anji). Queste aziende contano solo per un 5% della produzione mondiale, ma sono dinamiche. Washington vuole incidere sui loro legami stabiliti in USA.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un decennio decisivo</h3>



<p>La politica verso la Cina deve attrezzarsi con una cornice ideologica che riprenda il concetto della <em>missione </em>americana nel mondo. Un gruppo di esperti guidato da Eric Schmidt (ex CEO di Google) ha proseguito un’analisi a suo tempo partita da uno studio voluto dal Congresso sul tema dell’intelligenza artificiale. Ne è scaturito un rapporto sulle scadenze urgenti, nel quale la tecnologia dei semiconduttori ha un ruolo centrale. L’incipit è: “Si sta svolgendo una gara per il futuro. Alla fine di questo decennio sapremo se vivremo in un mondo di libera espressione e tolleranza […] oppure diretto dalla censura e dalla coercizione, […] se le innovazioni saranno usate per migliorare la società oppure controllarla. Il modello di questo futuro sarà dettato dalla competizione fra gli Stati Uniti e la Cina” (3).</p>



<p>Una lettera di Henry Kissinger presenta il Report e richiama alla memoria lo <em>Special studies project</em>, finanziato dalla Fondazione Rockefeller, da lui diretto nel 1956-60 e prodigo di consigli per il governo americano. Erano gli anni dello Sputnik, della guerra fredda e della corsa allo spazio. Oggi, scrive Kissinger, la competizione strategica è con la Cina, mentre nuove tecnologie dal “tremendo impatto” trainano la competizione militare. “Esiste – scrive l’anziano statista – nei paesi democratici un certo senso di sfiducia nel nostro sistema di governo” e per “riprendere la leadership democratica nel mondo” agli USA serve un “percorso creativo”. Partita aperta e dubbi che restano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato su Lotta comunista, n. 626, ottobre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">1) James A. Lewis, <em>Strengthening a transnational semiconductor industry</em>, Center for Strategic and International Studies, giugno 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Lotta Comunista, dicembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">3) Special Competitive Studies Project, <em>Mid-decade challenges to national competitiveness</em>, 12 settembre 2022 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cavi sottomarini. Big Tech aumenta il controllo su Internet</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cavi-sottomarini-big-tech-aumenta-il-controllo-su-internet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il mondo virtuale viaggia su Internet: miliardi di bit che quotidianamente rimbalzano da un capo all’altro del mondo. In apparenza totalmente immateriale, la trasmissione di questa immensa mole di informazioni è sostenuta da un’infrastruttura estremamente fisica. Il 97% del traffico dati globale – comunicazioni private, contenuti multimediali, transazioni finanziarie, informazioni militari, documenti governativi – percorre i circa 530 cavi in fibra ottica che attraversano gli oceani: la rete tangibile del <em>cloud</em> si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri sui fondali marini.</p>



<p>La costruzione e la posa di questi cavi è storicamente appannaggio delle imprese di telecomunicazioni, che cedono i diritti d’uso della capacità di banda larga ai fornitori di contenuti. Ma negli ultimi anni si è verificato un deciso cambio di rotta: Google, Meta, Amazon e Microsoft, i colossi digitali statunitensi, hanno iniziato a investire nella gestione diretta dell’infrastruttura. Non solo loro. Anche la Cina, attraverso imprese a controllo statale, sta aumentando le proprie zone di influenza.</p>



<p>Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dell’Internet of Things, dei servizi di cloud computing, oltre alla continua espansione delle piattaforme di streaming e social network, portano a un aumento esponenziale del traffico dati. Il controllo della spina dorsale di Internet diventa una necessità strategica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Progetto militare, infrastruttura privata</h4>



<p>Come ormai tutti sanno, Internet nasce negli Stati Uniti come progetto di ricerca accademica finanziato dalla Advanced Research Projects Agency (ARPA), agenzia militare che nel 1969 dà vita ad ARPANET, un network locale che collega l’Università dello Utah con tre centri di ricerca californiani. Un anno più tardi la rete comincia a espandersi, includendo tra gli altri i centri di ricerca dell’Università di Harvard e del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, mentre nel 1973 – per mezzo di un collegamento satellitare – ARPANET acquisisce una dimensione internazionale, aggiungendo le Hawaii, Londra e la Norvegia ai nodi della rete, che nel 1982 arrivano a essere un centinaio.</p>



<p>Inizialmente gestita interamente dall’esercito, tra il 1983 e il 1984 viene trasformata in una ‘rete di reti’, controllate da diverse organizzazioni e interconnesse attraverso l’adozione di standard di comunicazione condivisi, con il passaggio a un network decentralizzato: Internet.</p>



<p>Nel 1986 la National Science Foundation americana crea NSFNET, rete pubblica per le attività di ricerca accademica, che permette la comunicazione ad alta velocità di parti diverse della rete situate a grandi distanze, e che diventa così lo ‘scheletro’ di Internet. Nel 1992 circa 6.000 network – un terzo dei quali al di fuori degli USA – sono connessi a NSFNET. Internet diventa globale.</p>



<p>Questo sviluppo, finanziato dai fondi pubblici statunitensi, va incontro a una profonda trasformazione negli anni ‘90: con l’aumentare delle persone connesse e nel pieno della deregulation neoliberista, il settore privato comincia a vedere un’opportunità di guadagno. Nell’aprile del 1995 il governo Clinton decide così di privatizzarne l’infrastruttura, che viene ceduta alle aziende di telecomunicazioni con il contestuale smantellamento di NSFNET. Da quel momento Internet diventa terreno di conquista commerciale, a partire dalla rete di cablaggio sottomarina che ne garantisce l’esistenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovi proprietari</h4>



<p>La posa del primo cavo sottomarino utilizzato a fini di telecomunicazione risale al 1850, con il collegamento del telegrafo tra Inghilterra e Francia. Nel 1858 si ha il primo tentativo – durato solo sei mesi – di attraversare l’Atlantico, collegando l’Irlanda e Terranova, impresa riuscita in modo permanente nel 1866. Il primo cavo telefonico transatlantico diviene operativo nel 1956, tra Scozia e Terranova, e resiste fino alla fine degli anni ‘70. I primi cavi in fibra ottica, che oggi costituiscono la base delle comunicazioni via internet, vengono impiegati dalla fine degli anni ‘80: le informazioni viaggiano codificate sotto forma di impulsi di luce in sottilissime fibre di vetro, protette da un’intelaiatura di polietilene e metallo dello spessore di pochi centimetri.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="353" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg" alt="" class="wp-image-7136" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa cavi sottomarini rete Internet. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinecablemap.com/" target="_blank">www.submarinecablemap.com/</a> (mappa interattiva)</figcaption></figure>
</div>


<p>Nell’industria dei cavi sottomarini sviluppatasi in seguito alla privatizzazione si distinguono essenzialmente due tipologie di proprietà: il consorzio, un gruppo di imprese che finanzia congiuntamente costruzione, posa e manutenzione del cavo, per poi suddividersi la capacità disponibile o cederne i diritti d’uso ai propri clienti – per un periodo di 15-25 anni, solitamente coincidente con la durata di vita prevista del cavo – attraverso accordi IRU (Indefeasible Right of use, <em>diritti d’uso irrevocabili</em>); oppure la proprietà singola, con un’unica azienda a farsi carico dei costi di produzione – nell’ordine di centinaia di milioni di dollari – e che poi cede a sua volta la capacità ai fornitori di servizi internet.</p>



<p>Storicamente, le imprese maggiormente coinvolte in questo mercato sono le compagnie di telecomunicazioni, in gran parte private e per più della metà statunitensi, che si servono di aziende specializzate nell’installazione e nel mantenimento dei cavi. Ma gli investimenti nell’ultimo decennio da parte dei colossi del web – <em>content provider</em> come Google, Meta, Amazon e Microsoft – stanno modificando gli equilibri del settore. Big Tech, infatti, non si è limitata a comprare dai fornitori tradizionali il diritto d’uso della capacità dei cavi: ha iniziato a costruirli direttamente, sia in consorzi con altre imprese che in esclusiva. Secondo un report del Submarine Telecoms Forum del 2022 (1), dei 16,7 miliardi di dollari investiti tra 2012 e 2020, il 47% è concentrato nel periodo 2016-2018, in corrispondenza del boom di investimenti dei giganti digitali, che a partire dal 2018 hanno finanziato il 20,4% dei nuovi cavi – il 35% nel solo 2022.</p>



<p>L’ingresso in questo mercato degli ingenti capitali di queste aziende – interessate a controllare la capacità disponibile sui cavi, senza cederla a terzi – segna un punto di svolta nel presente e futuro di Internet: i fornitori di contenuti, già proprietari dei dati riversati sulle piattaforme dagli utenti di ogni parte del mondo, stanno progressivamente aumentando il controllo anche dell’infrastruttura imprescindibile per trasmetterli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Big Tech: i numeri</h4>



<p>Il primo passo è di Google. In un consorzio di cui fanno parte anche cinque imprese asiatiche, nel 2010 l’azienda della Silicon Valley partecipa alla costruzione del cavo Unity che collega Los Angeles al Giappone. È solo l’inizio: a partire dal 2016 gli investimenti della società subiscono una forte accelerata, con il finanziamento della costruzione di 18 nuovi cavi, di cui cinque interamente di proprietà. Di questi, il primo a entrare in funzione, nel 2018, è Junior, link tra le città brasiliane di Rio de Janeiro e Santos; dal 2019 è operativo Curie, che connette Los Angeles al Cile; nel 2021 è il turno di Dunant, primo cavo di Big Tech ad attraversare l’Atlantico e collegare la costa francese con gli Stati Uniti; i più recenti – del 2022 – sono Grace Hopper, che va dalla costa Est statunitense fino in Gran Bretagna e Spagna, ed Equiano, che dal Portogallo costeggia l’Africa Occidentale fino ad arrivare in Sud Africa; prevista per il 2023, infine, l’attivazione di Firmina, che andrà a collegare gli USA con Brasile, Uruguay e Argentina. In totale, Google è proprietaria – unica o in consorzio – di quasi il 10% dei cavi del globo.</p>



<p>Nello stesso 2016 anche Meta (Facebook, ai tempi) entra nel mercato: partita con poco più di 10.000 chilometri, nel giro di sei anni l’azienda arriva a essere parziale proprietaria del 6% dei cavi totali, con una proiezione per il 2024 che tocca quota 13% (2) – spinta soprattutto da 2Africa, immenso progetto che sarà attivo dal 2023 e che dal Regno Unito arriverà fino in India, passando per Genova e abbracciando tutto il continente africano e la penisola araba. Meta disporrà così di 15 cavi operativi che attraversano il mondo. Di questi, due sono in condivisione proprio con Google – Pacific Light Cable Network (PLCN), tra Filippine, Taiwan e Stati Uniti, e Apricot, che si estende tra Giappone e Indonesia –, due con Amazon, che ha iniziato gli investimenti in questo settore nel 2018 – CAP-1 tra Filippine e California e Jupiter tra Filippine, Giappone e Stati Uniti – e uno con Microsoft, attiva dal 2015 – MAREA, collegamento tra USA e Spagna (vedi Tabelle pag. 29 e 30).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="300" height="525" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg" alt="" class="wp-image-7137" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-171x300.jpg 171w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
</div>


<p>Seppure siano tuttora le tradizionali aziende di telecomunicazioni a controllare la fetta maggiore del mercato, i quattro colossi americani – guidati da Google, a oggi l’unica a possedere interi cavi in esclusiva – nei prossimi anni arriveranno a essere proprietari o co-proprietari di più di 40 cavi, con un investimento complessivo di oltre 20 miliardi di dollari (3). È rilevante notare come Big Tech privilegi tratte specifiche, conformemente ai propri interessi commerciali e all’esplosione della domanda globale di capacità di banda, trainata proprio dai fornitori di contenuti che ne sono diventati gli utilizzatori principali: se fino al 2012 Google, Meta, Amazon e Microsoft consumavano non più del 10% della disponibilità totale, infatti, nel 2021 sono arrivati al 69% (4) – e la proiezione per il 2027 tocca il 78% (5) – con picchi del 92% sui collegamenti transatlantici e circa del 75% su quelli transpacifici. Non casualmente, i loro investimenti nei cavi coincidono con queste rotte: tra 2019 e 2021 quasi il 75% ha interessato la tratta tra Europa e Stati Uniti, scendendo a circa un terzo attraverso il Pacifico (6).</p>



<p><strong>Fame di dati</strong></p>



<p>Nell’era della <em>smart</em> <em>revolution</em> e di una domanda di servizi globali ad alta velocità in continua crescita, si assiste alla costruzione di un numero sempre maggiore di data center, necessari a rendere fruibili agli utenti nel minor tempo possibile e in ogni parte del mondo i contenuti delle piattaforme. Questione che interessa i colossi dei servizi cloud come Amazon, Microsoft e Google, per i quali diventa imprescindibile offrire ai propri clienti – imprese, ma anche governi nazionali (7) – quante più opzioni possibili per lo stoccaggio, l’accesso e la condivisione dei dati, oltreché le piattaforme social o di video streaming. A differenza delle tradizionali aziende di telecomunicazioni, quindi, la priorità dei colossi digitali non è mantenere in comunicazione gli utenti quanto mantenere connessi gli imponenti data center che conservano i dati. Basti pensare che il traffico tra i data center di Facebook – per il back-up di post, foto e video condivisi giornalmente dagli utenti – è dalle sei alle sette volte maggiore rispetto a quello utente-macchina (8). Poter determinare le rotte dei collegamenti transoceanici diventa quindi fondamentale.</p>



<p>Per mantenere la posizione dominante che occupano, strettamente connessa alla mole di dati che sono in grado di prelevare, le Big Tech puntano parallelamente a incrementare la quantità di informazioni da poter gestire, trasmettendole ad alta velocità e bassa latenza. La capacità di banda messa a disposizione dai fornitori tradizionali, difatti, non è più sufficiente a soddisfare i loro crescenti bisogni: Google, per esempio, è passata dagli 8 Terabyte al secondo di Unity nel 2010, ai 250 Tb/s di Dunant – in grado di trasmettere ogni secondo una quantità di dati pari a tre volte la biblioteca digitalizzata del Congresso statunitense – fino ai 350 Tb/s di Grace Hopper (9). Sono queste le ragioni che le hanno spinte a entrare in prima persona nell’industria dei cavi sottomarini.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="432" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg" alt="" class="wp-image-7138" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-300x216.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
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<p>L’ingresso di questi capitali ha portato altresì ad accorciare i tempi per portare a termine i progetti – grazie a un controllo maggiore rispetto ai consorzi tradizionali – e a miglioramenti tecnologici, che permettono di accompagnare l’aumento di capacità ed efficienza a una diminuzione dei costi: in una parola, una maggiore competitività.</p>



<p>Controllo dell’infrastruttura, aumento della capacità accessibile e dei dati raccolti, miglior qualità dei servizi e minori costi: così Big Tech accresce il proprio dominio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Via della Seta</h4>



<p>A fare da contraltare alle imprese di telecomunicazioni statunitensi e al boom degli investimenti di Big Tech, anche la Cina ha recentemente volto lo sguardo all’industria dei cavi sottomarini. A partire dal 2021, le tre imprese a controllo statale China Telecom, China Unicom e China Mobile hanno iniziato a investire nel settore, finanziando la costruzione di più di 30 nuovi cavi nel solo primo anno, dei quali oltre un terzo senza punti di contatto con il territorio cinese (10). Un’altra azienda, la HMN Technologies (ex Huawei Marine) è invece tra i leader nella costruzione e manutenzione dei cavi, con oltre 100 progetti gestiti (11).</p>



<p>L’attenzione dello Stato cinese verso lo sviluppo dell’infrastruttura digitale globale rientra nella Digital Silk Road – parte della Belt and Road Initiative lanciata nel 2015 – che prevede investimenti per 95 miliardi di dollari e ha tra i suoi obiettivi anche il controllo del 60% dei cavi sottomarini mondiali entro il 2025 (12). Una strategia che punta ad aumentare la dipendenza tecnologica ed economica mondiale nei confronti di Pechino e a estendere l’influenza cinese nei Paesi in via di sviluppo.</p>



<p>Agli occhi statunitensi il protagonismo della seconda potenza globale pone chiaramente un problema geopolitico. Il governo USA, infatti, ha più volte bloccato o influenzato progetti di collegamento tra Stati Uniti e territorio cinese appoggiati anche dagli stessi colossi occidentali. È il caso per esempio del Pacific Light Cable Network finanziato da Meta e Google, che inizialmente prevedeva la partecipazione anche di un’azienda cinese e la connessione di USA, Filippine e Taiwan con Hong Kong: su pressione di Washington, l’impresa cinese ha abbandonato il consorzio e Hong Kong è stata esclusa dalla rotta del cavo (13). È stato del tutto bloccato, invece, il collegamento diretto pianificato da Meta, China Telecom e China Unicom tra Stati Uniti e Hong Kong (14). Sorte simile è toccata al cavo CAP-1 tra Filippine e California, finanziato da Meta e Amazon e approvato dagli USA soltanto in seguito al ritiro dal consorzio di China Mobile (15).</p>



<p>In una fase in cui il capitalismo globale sta transitando verso un futuro <em>green</em> e <em>smart</em>, avere il controllo delle tecnologie fondamentali per la rivoluzione energetica e digitale diventa di primaria importanza. E dal momento che l’asse portante di queste tecnologie – intelligenza artificiale in primis – è Internet, gestire l’infrastruttura che sostiene le connessioni rappresenta un vantaggio strategico non indifferente.</p>



<p>A ogni modo, a farla da padrone nel vasto mondo della rete per il momento sono ancora gli Stati Uniti. Google, Meta, Amazon e Microsoft in testa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Libertà di controllo</h4>



<p>Al contrario delle imprese di telecomunicazioni tradizionali – che devono attenersi al principio della neutralità della rete, senza cioè discriminazioni in merito alla qualità e al tipo di servizio offerto, e che sono tenute a garantire l’accesso al pubblico disposto a pagare un canone, senza poter scegliere o favorire determinati clienti – i colossi statunitensi si sottraggono a qualsivoglia regolamentazione. Collegando i data center di loro proprietà, infatti, i cavi sottomarini sotto il loro controllo diventano delle vere e proprie linee di comunicazione private. Tant’è vero che l’obiettivo che perseguono i giganti del web non è il profitto tramite la rivendita della capacità dei loro cavi – che li equiparerebbe a un’impresa di telecomunicazioni – bensì l’utilizzo esclusivo di queste rotte transoceaniche.</p>



<p>Il network privato che sta strutturando Google, con i cavi di cui è unica proprietaria, connette Stati Uniti, Sud America, Europa e Africa. Non soltanto, perché la stessa Google adotta poi un modello di partnership con le imprese di telecomunicazioni dei Paesi a cui si connette, che le permette ancora più libertà di manovra. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che disciplina le norme internazionali sulla posa dei cavi sottomarini, gli Stati possono imporre restrizioni e richiedere licenze soltanto alle imprese che operano all’interno delle acque territoriali, mentre in alto mare vige la libertà assoluta di operare. Google, che si appoggia alle aziende locali per portare a terra le connessioni, non viene toccata.</p>



<p>Seppur non interessate alla rivendita della capacità di banda, è tuttavia possibile lo scambio di ‘quote’ tra imprese che controllano cavi diversi: data la portata degli investimenti dei content provider, è facile prevedere che tali scambi avverranno principalmente tra soggetti con pari disponibilità, creando una sorta di ‘club esclusivo’ accessibile soltanto ai già dominanti colossi del web.</p>



<p>Per imprese che hanno costruito il loro impero sul controllo dei dati degli utenti delle loro piattaforme – che sia attraverso pubblicità mirata, come per Google e Meta, o con i servizi cloud, come per Amazon e Microsoft – poter modellare anche l’infrastruttura della rete costituisce un chiaro vantaggio competitivo: maggiore è il traffico dati di cui riescono ad appropriarsi, più grandi saranno i loro guadagni e più marcato il loro dominio.</p>



<p>Il mondo virtuale viaggia su Internet. E guida Big Tech.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. Submarine Telecoms Forum, <em>Industry report</em>, issue 11, 2022/2023</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership">https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Cfr. <a href="https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry">https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>4)</em> Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/">https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables">https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Si segnala, per esempio, il contratto affidato dalla CIA ad Amazon nel 2013 per la gestione del cloud della comunità di intelligence statunitense, della durata di dieci anni e del valore di 600 milioni di dollari. Nel 2020 l’agenzia ha destinato un secondo appalto multimiliardario – per altri dieci anni – ad Amazon, Microsoft, Google, Oracle e IBM. Ancora da assegnare, invece, i 9 miliardi di dollari del contratto quinquennale Joint Warfighting Cloud Capability del Pentagono, a cui aspirano Amazon, Microsoft, Google e Oracle</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook">https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) </em>Cfr. <a href="https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1">https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts" target="_blank">https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> Cfr. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em> Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/" target="_blank">https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/</a> </p>
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			</item>
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		<title>Linee imperialiste nella guerra d’Ucraina</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/linee-imperialiste-nella-guerra-ducraina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Brzezinski e Kissinger sull’Ucraina. A partire da La grande scacchiera, due politiche estere a confronto nella gestione degli interessi vitali delle potenze: Stati Uniti, Russia e Cina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Guido La Barbera*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Brzezinski e Kissinger sull’Ucraina. A partire da <em>La grande scacchiera</em>, due politiche estere a confronto nella gestione degli <em>interessi vitali</em> delle potenze: Stati Uniti, Russia e Cina</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ma, Zbig, quante volte puoi mettere uno stecco nell’occhio alla Russia, senza che reagisca? Noi abbiamo preso l’abitudine, negli anni della debolezza russa sotto Eltsin, di mettergli le dita negli occhi un sacco di volte, facendola franca. Non sta finendo quel periodo? Non dobbiamo prenderli sul serio quando dicono «Questo è fondamentalmente contrario ai nostri interessi e resisteremo»?”</p>



<p>Così David Ignatius del Washington Post, terza voce in <em>America and the World</em> del 2008, libro intervista con Zbigniew Brzezinski e Brent Scowcroft, il primo consigliere per la sicurezza nazionale per Jimmy Carter, il secondo per George Bush e Gerald Ford, nonché consigliere militare di Richard Nixon. Da quella dialettica tra due decani della politica estera dell’imperialismo americano emergevano con nettezza due linee nei confronti dell’imperialismo russo e delle sue ambizioni a riprendere il controllo, nel “vicino estero”, dello storico dominio dell’impero zarista.</p>



<p>Brzezinski risolutamente a favore dell’inclusione dell’Ucraina nella NATO.</p>



<p>Scowcroft contrario, sulla falsariga delle obiezioni che erano anche di Henry Kissinger: i legami storici e identitari della Rus’ di Kiev col potere moscovita; la divisione dell’Ucraina tra un Ovest filo-occidentale e un Est russificato.</p>



<p>L’imperialismo europeo vi compariva solo sullo sfondo: Scowcroft a ricordare la contrarietà europea a un’azione così intrusiva nei confronti della Russia e a lamentare la confusa sovrapposizione tra l’ambito della Ue e quello della NATO; Brzezinski a impugnare il fatto che sulla questione ucraina gli europei erano “divisi”.</p>



<p>La linea Brzezinski aveva un lungo tracciato alle sue spalle. Il libro <em>La</em><em> grande scacchiera</em>, del 1997, è il suo intervento più significativo negli anni Novanta; vi traspare l’intento d’influenzare la politica americana nel secondo mandato di Bill Clinton. Alla luce di quel testo, si può considerare Brzezinski come uno dei principali teorizzatori del <em>momento unipolare </em>dell’imperialismo americano, tesi trionfalista in voga negli anni Novanta in seguito al crollo dell’URSS nella <em>cesura strategica </em>del 1989-91.</p>



<p>Thierry de Montbrial, nell’annuario <em>Ranises 2023 </em>dell’IFRI, sostiene che <em>La grande scacchiera</em> ebbe un’influenza “immensa”. Vede inverata la linea Brzezinski negli orientamenti dell’amministrazione Biden e nella risultante della guerra d’Ucraina, là dove l’ex consigliere di Carter riprendeva l’impianto geopolitico di Halford Mackinder combinato con <em>l’ec</em><em>cezionalismo americano. </em>Gli Stati Uniti avrebbero confermato il ruolo di unica superpotenza e di <em>impero universale </em>basato sui valori di libertà, democrazia e progresso economico se avessero giocato sulla “scacchiera” del continente eurasiatico, impedendo che vi si affermassero una potenza o una coalizione egemone ostili. In quella visione, riassumiamo noi, nella falsa coscienza che identificava gli interessi americani con lo sviluppo globale nella democratizzazione – oggi si direbbe con <em>l’ordine liberale – </em>si trattava di <em>tenere gli avversari divisi per tenere il mondo unito, </em>appunto attorno ai valori che rivestivano l’egemonia americana.</p>



<p>In quel contesto, Brzezinski prospettava l’estensione della NATO e dell’Unione Europea verso Est, sino a contemplare l’inclusione dell’Ucraina; una Ue però “euroatlantica”, legata organicamente agli Stati Uniti e comunque, almeno nel tempo prevedibile di una generazione, limitata a un livello d’integrazione non in grado di impensierire Washington. La saldatura dell’Ucraina all’Occidente era la carta per condizionare Mosca. Senza l’Ucraina, la Russia non sarebbe stata più “un impero” e non avrebbe potuto isolare sotto il suo dominio le repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. Attraverso l’Ucraina incardinata in un “Occidente allargato” o “grande Occidente”, Mosca sarebbe stata indotta ad agganciarsi al processo di democratizzazione occidentale.</p>



<p>Brzezinski alla superficie era critico con la storica ambivalenza americana nei confronti dell’integrazione politica europea; sosteneva che essa andava semmai sviluppata con un ruolo attivo degli Stati Uniti, riorganizzando la NATO su <em>due pilastri </em>dell’Alleanza Atlantica. Va trattenuto però che <em>La grande scacchiera</em> prospettava più <em>un’integrazione </em>transatlantica che una <em>reciprocità, </em>e comunque faceva intravedere un processo che avrebbe richiesto più di una generazione, <em>mentre sarebbe proseguito l’allargamento</em><em> a Est.</em></p>



<p>In questo senso era concepita e incoraggiata la relazione tra Unione Europea e Russia. Per un verso era una Ue incardinata nella relazione atlantica, per cui ogni sua espansione – in sostanza accompagnata o preceduta dall’allargamento della NATO – sarebbe stata un’espansione dell’influenza americana. Per l’altro verso, la Russia sarebbe stata depotenziata dall’adesione dell’Ucraina alla Ue e alla NATO, dunque ricondotta a un ruolo regionale, e non paritario, nella confluenza col <em>grande Occidente </em>allargato. In questo senso, allora, l’alleanza tra Europa e Russia non sarebbe stata la minaccia di una coalizione ostile in grado di controllare l’<em>heartland – </em>il <em>cuore continentale </em>dell’“isola mondiale” nell’immaginario geopolitico di Mackinder – ma l’esercizio della bilancia americana sullo scacchiere eurasiatico, a equilibrare la Cina sul fronte orientale dell’Eurasia.</p>



<p>Nel testo <em>La grande scacchiera </em>Brzezinski analizza le prospettive per la Russia valutando tre diverse “scuole di pensiero”, che considera tutte non confacenti ai reali rapporti di forza in cui si trovava Mosca: “La prima assegna una priorità a una ‘cooperazione strategica’ ormai matura con l’America, che per alcuni dei suoi sostenitori sta a significare di fatto un condominio mondiale; la seconda mette l’accento sull’importanza centrale dei ‘Paesi limitrofi’ [il vicino estero] della Russia, con alcuni che auspicano un’integrazione economica centrata su Mosca e altri che mirano al ripristino di un controllo imperiale, volto a rafforzare una potenza in grado di tener testa all’America e all’Europa; la terza punta a una controalleanza di una coalizione euroasiatica intesa a ridurre il predominio americano su questo continente”.</p>



<p>Secondo Brzezinski, la prima corrente era prevalente all’inizio degli anni Novanta, attorno alla filiera occidentalista dei primi governi della presidenza Eltsin; gli altri due orientamenti sono emersi subito dopo. Tutte e tre le tendenze si sono mostrate però “storicamente inadeguate”, perché basate “su una concezione alquanto fantasmagorica della potenza effettiva, così come delle prospettive e degli interessi internazionali della Russia”.</p>



<p>Seguiamo il filo della ricognizione di Brzezinski. A suo avviso, il retropensiero della prima corrente, pur occidentalista, era il miraggio di una nuova Yalta e il convincimento che sarebbe stata riconosciuta alla Russia una “parità con l’America”; “implicita in questa illusione l’idea che l’Europa centrale sarebbe rimasta, volente o nolente, una regione di fatto politicamente vicina alla Russia”. Lo scioglimento del Patto di Varsavia e del Comecon non avrebbe comportato una gravitazione dei loro ex aderenti verso la NATO o anche verso la Ue.</p>



<p>Brzezinski qui è critico con l’amministrazione Clinton, per aver incoraggiato queste correnti ed essere rimasta nell’ambiguità sullo status dell’Europa dell’Est. Nel libro sul processo di estensione della NATO di Mary E. Sarotte <em>Not one inch</em> (<em>Non un</em><em> solo pollice</em>) – che inspiegabilmente non cita <em>La grande scacchiera</em> – si richiama una polemica del 1993, dove Brzezinski critica la formula ibrida della “Partnership for peace” offerta all’Est e sostiene risolutamente l’allargamento della NATO.</p>



<p>In questo contesto, per Brzezinski la discriminante dell’indipendenza dell’Ucraina vale anche verso le correnti filo-occidentali del primo Eltsin: “L’élite postsovietica russa si aspettava inoltre chiaramente che l’Occidente favorisse, o quantomeno non impedisse, il ripristino di un ruolo centrale della Russia nello spazio postsovietico, vedendo perciò di malocchio l’aiuto fornito ai nuovi Stati indipendenti per consolidare la loro autonomia”.</p>



<p>In quella prospettiva, l’Ucraina “assumeva un’importanza decisiva”: “la crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo Paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza veniva vista da molti a Mosca – filo-occidentali compresi – come una politica contraria all’interesse vitale della Russia a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa. La tendenza storica e geopolitica della Russia a rimettere in discussione il separatismo dell’Ucraina entrava così in urto con la concezione americana secondo la quale una Russia imperiale non poteva essere democratica”.</p>



<p>In conclusione, “i democratici filo-occidentali volevano semplicemente troppo e potevano dare poco”: “auspicavano una cooperazione – o piuttosto un condominio – con l’America su un piano di parità, mano relativamente libera all’interno della CSI e un cuscinetto geopolitico neutrale nell’Europa centrale. Ma la loro ambivalenza verso il passato sovietico, la mancanza di realismo riguardo ai nuovi equilibri di potenza nel mondo, la profondità della crisi economica e l’assenza di un ampio consenso sociale hanno impedito loro di fare della Russia un Paese stabile e realmente democratico, come richiedeva il concetto di cooperazione paritaria”.</p>



<p>Attenzione: De Montbrial aggiunge che verso la fine della sua vita, rendendosi conto dei rischi di un’esportazione della democrazia per via forzosa – le iniziative della filiera neocon che nel 2003 spingerà per la <em>guerra per scelta</em> in Iraq – Brzezinski opterà per la formula di una “finlandizzazione” dell’Ucraina. In questo ripensamento c’è l’indizio di una prima risultante non voluta della dottrina Brzezinski. Questo mutamento d’avviso spiega perché Brzezinski e Kissinger, che sull’adesione dell’Ucraina alla NATO avevano posizioni opposte, alla fine nella crisi del 2014 convergono sulla finlandizzazione.</p>



<p>Pensiamo tuttavia che la convergenza tra i due su quella formula, riecheggiata negli accordi di Minsk, sia un ritrovarsi tattico, non strategico o concettuale. Siamo nel 2014, allo scoppio delle ostilità sul Donbass e sulla Crimea: Brzezinski vuole evitare probabilmente che precipiti il conflitto militare con la Russia, ma il suo convincimento che l’Ucraina andasse sottratta in modo permanente a Mosca e che andasse con ciò impedita un’Unione eurasiatica che la comprendesse, resta inalterato.</p>



<p>La vicenda illustra bene l’uso differente che Brzezinski e Kissinger fanno delle nozioni di <em>bilancia di potenza</em> e <em>interessi vitali.</em></p>



<p>Brzezinski riconosce i rapporti di forza della bilancia e gli interessi vitali delle potenze, ma ritiene di poterli manipolare e indirizzare, sia nelle relazioni tra le potenze sia all’interno delle potenze stesse, influenzandone i processi politici che con lo sviluppo hanno almeno la potenzialità di inclinare verso libertà e democrazia: è la visione del “grande risveglio” che, a partire dalla Rivoluzione francese nel 1789, sotto l’impulso dello sviluppo economico avrebbe via via spinto le masse alla coscienza politica e sociale. Per Brzezinski la Russia ha sì l’interesse vitale all’Ucraina, ma deve essere forzata a rinunciarvi. Allo scopo, ipotizza un triplice aggiramento strategico: a Ovest, legando appunto Kiev alla Ue e all’Alleanza Atlantica; in Asia centrale, che immagina legata coi gasdotti all’Occidente e islamizzata, oltre che sotto influenza della Turchia; e in Asia orientale, dove accanto all’alleanza col Giappone, con Tokyo in posizione dipendente, sostiene la convergenza strategica con la Cina. Mosca sarebbe stata costretta così a scegliere come unica opzione la democratizzazione, nella rinuncia al dominio imperiale e nell’appartenenza – subordinata – all’Occidente allargato imperniato sul legame transatlantico.</p>



<p>Kissinger parte dalla medesima ricognizione degli <em>interessi vitali</em> delle altre potenze, in questo caso la Russia, però in qualche modo per riconoscerli, e su quella base trattare una composizione, in un concerto di potenze vestfaliano, dove non è contemplata o è limitata l’ingerenza negli affari interni di un’altra potenza. Anche Kissinger pensa a una Russia legata all’Occidente, ma sulla base del riconoscimento dei suoi interessi di potenza. Infatti negli anni Settanta, quando Washington tratta con l’URSS per cercare un equilibrio sulle armi strategiche, Nixon e Kissinger sono accusati di acquiescenza nei confronti di Mosca; le trattative sono ostacolate nel Congresso dalle correnti, sia democratiche che repubblicane, che sostenevano che l’URSS andasse incalzata di più, impugnando anche l’arma dei diritti umani. Con la presidenza Carter, di cui Brzezinski è consigliere per la sicurezza nazionale, verrà adottata questa linea più intrusiva; i due orientamenti, ispirati da Brzezinski e da Kissinger, possono essere visti come i due tracciati dei <em>soggettivisti</em> e degli <em>oggettivisti</em> della bilancia di potenza.</p>



<p>A ben vedere, i due approcci, visti alla distanza di mezzo secolo, riflettono non solo due culture politiche – Brzezinski un realismo compenetrato con l’eccezionalismo americano; Kissinger una realpolitik di stampo europeo, che infatti si ispira a Metternich e Bismarck – ma anche due prospettive di bilancia. Kissinger, assieme a Nixon, con il quale Brzezinski polemizza nel 1972 tacciando di “illusione” la sua nozione di equilibrio pentapolare, pensa a un equilibrio multipolare, nozione che farà evolvere nei decenni, nell’ipotesi di un <em>esapolarismo</em> negli anni Novanta e di equilibrio tra grandi aree regionali nel suo testo conclusivo, <em>Ordine mondiale</em>.</p>



<p>Brzezinski pensa alla preminenza di un Occidente allargato che, giocando sulla pluralità di potenze sul continente eurasiatico, si dà il tempo per conformare l’intero sistema globale ai valori liberali incarnati dall’egemonia americana. Ciò non toglie che sul finire degli anni Dieci del nuovo secolo, di fronte alla necessità di bilanciare una Cina che si avvicina a eguagliare la potenza americana e in prospettiva l’intero Occidente, quanto all’equilibrio di potenza e alla relazione con Pechino le due prospettive di Brzezinski e Kissinger tenderanno a sovrapporsi.</p>



<p>Forse però la distinzione più importante è proprio la differente relazione dei due con la cultura politica americana. Brzezinskzi, per il fatto di mettere il suo realismo al servizio di una concezione <em>wilsoniana</em>, è più aderente a quella cultura <em>eccezionalista</em>, e il corso degli eventi nei decenni è più aderente alle sue analisi. In questo senso, si può pensare, De Montbrial parla di “influenza immensa” del suo libro. Questo, attenzione, nel bene e nel male del procedere della politica estera americana, nei suoi successi e nei suoi scacchi. L’Afghanistan diventerà davvero il Vietnam dell’URSS, come Brzezinski aveva preconizzato nel 1980, ma ne scaturiranno il terrorismo islamico e l’11 settembre; l’Ucraina davvero è stata staccata dall’Unione eurasiatica di Mosca e avviata verso la Ue e la NATO, ma al prezzo di una guerra che lascerà le sue conseguenze per decenni. Qui la Russia per ora si muove in senso opposto a quello ipotizzato da Brzezinskzi, che la voleva costretta a democratizzarsi e ad accordarsi con l’Occidente euroatlantico.</p>



<p>Parafrasando il titolo del romanzo di Graham Greene <em>Un americano tranquillo</em> (<em>The quiet american</em>), sul disastro dei tentativi manipolatori degli USA in Vietnam, vera via per l’inferno sulla strada lastricata dall’ipocrisia delle buone intenzioni, in una certa misura Brzezinski è <em>un geopolitico tranquillo</em>. Resta vero che per quella sua via alcuni obiettivi strategici americani al dunque vengono conseguiti: l’URSS crolla anche per essere rimasta impigliata nel ginepraio afghano; una convergenza tra Germania e Russia o tra Ue e Russia che sia ostile agli USA sarà ora impedita per un lungo lasso di tempo.</p>



<p>Dal canto suo, Kissinger per il suo realismo d’impronta europea non avrà mai risolto il rebus di una condotta realista della politica americana che si saldi col sentire di massa in quelle psicologie sociali; ma anche col fattore morale delle stesse élite politiche. Per tutta la vita condurrà un tentativo pedagogico nei confronti di quella cultura politica, segnalando i rischi per l’America del suo oscillare tra lo spirito missionario <em>wilsoniano</em> – anima dell’<em>internazionalismo </em>liberale delle élite politiche della Costa Est – e l’isolazionismo jeffersoniano o jacksoniano della pancia continentale e del Sud degli States. Vi combinerà una pratica di ‘consigliere del principe’ della presidenza di turno, cercando di influenzarla anche accompagnandone in una certa misura decisioni in contraddizione con la sua visione: un esempio per tutti: la <em>guerra per scelta</em> ingaggiata nel 2003 in Iraq da George W. Bush e dai suoi consiglieri neoconservatori. Su un aspetto decisivo questa tattica ha avuto successo, la svolta nella bilancia globale attuata nel 1971 con Nixon sulla Cina; per molti altri frangenti Kissinger rimarrà invece una <em>Cassandra della Realpolit</em>. Si pensi proprio all’attuale guerra d’Ucraina, il cui contesto era stato previsto da Kissinger alla lettera, appunto partendo dalla comprensione dell’interesse vitale della Russia.</p>



<p>La seconda opzione considerata da Brzezinski per la Russia dei tardi anni Novanta era la priorità al “vicino estero”. È quella che si affermerà con Vladimir Putin, notiamo; secondo Brzezinski questa corrente si oppone a quella filo-occidentale sostenendo che la cooperazione con gli Stati Uniti aveva trascurato la priorità del rapporto con le repubbliche dell’ex URSS: “L’obiettivo era insomma quello di ricostruire, entro lo spazio geopolitico dell’ex URSS, un sistema di rapporti imperniato su Mosca come centro decisionale”. All’interno di questa tendenza confluivano differenti scuole di pensiero. “Funzionalisti” e “deterministi economici” erano convinti che la CSI, la labile <em>Comu</em><em>nità degli Stati Indipendenti</em> subentrata all’URSS, “avrebbe potuto diventare l’equivalente di una Ue guidata da Mosca”. Altre correnti vedevano nell’integrazione economica “solamente uno dei vari strumenti per ripristinare il dominio imperiale”, accanto all’influenza politico-militare. La componente dell’“eurasianesimo” sosteneva una “missione storica permanente della Russia” nello spazio dell’ex URSS.</p>



<p>Si può ritrovare in questa ricognizione una tassonomia delle correnti che oggi si raccolgono attorno a Putin. Secondo Brzezinski gli orientamenti funzionali o economicisti combinavano un “determinismo economico oggettivo” a una forte dose di “volontà imperiale soggettiva”, ma non davano una risposta esauriente su cosa fosse la Russia e quale la sua “missione”: “La dottrina sempre più seducente dell’euroasianesimo, col suo accento sui ‘Paesi vicini’, cercava di riempire proprio questo vuoto. Il punto di partenza di questo orientamento, definito in termini piuttosto culturali se non mistici, era la premessa che la Russia, dal punto di vista geopolitico e culturale, non è interamente europea né interamente asiatica, e che, pertanto, possiede una propria identità euroasiatica distinta. Quest’identità è il retaggio della sua peculiare capacità di controllo sull’enorme massa continentale racchiusa tra l’Europa centrale e le sponde dell’Oceano Pacifico, ovvero l’eredità della grandezza imperiale che Mosca ha conquistato in quattro secoli di espansione a Est, assimilando un’ampia popolazione non russa e non europea che ha conferito alla Russia la sua singolare personalità politica e culturale, euroasiatica”. Una versione “più sobria” delle teorie eurasiatiste, sempre per Brzezinskzi, era alla base delle iniziative fautrici di una Unione economica eurasiatica.</p>



<p>Anche questa seconda opzione per Brzezinski è un’“illusione geopolitica”: “L’inadeguatezza geopolitica dell’opzione per i ‘Paesi vicini’ consisteva in definitiva nel fatto che la Russia non era abbastanza forte politicamente per imporre la propria volontà, né abbastanza attraente dal punto di vista economico per esercitare una seduzione sui nuovi Stati indipendenti”.</p>



<p>Infine, la terza opzione che era ventilata dalle correnti russe era un’alleanza alternativa da parte di Mosca con Pechino e Teheran. Anche questa prospettiva, notiamo, fa parte delle opzioni politiche odierne nel dibattito russo; per Brzezinski restava improbabile: sarebbe stata possibile solo se la “miopia” di Washington avesse portato gli Stati Uniti simultaneamente in urto sia con la Cina che con l’Iran; soprattutto, Mosca avrebbe dovuto accettare un’alleanza in cui Pechino sarebbe stata la forza predominante.</p>



<p>Come risultante dell’inadeguatezza di tutte e tre le opzioni per la Russia – quella filo-occidentale che pretendeva una relazione paritaria con gli Stati Uniti, quella <em>euroasiatista</em> che puntava a restaurare il controllo sull’ex URSS, quella asiatista che considerava un’alleanza con la Cina – Brzezinski riteneva appunto che Washington dovesse operare per rendere obbligata la cooperazione di una Russia democratizzata, e non più “imperiale”, con una “Europa transatlantica” e con gli USA; un’Ucraina incardinata in Occidente diventava il perno dell’intera manovra sulla “scacchiera” geopolitica.</p>



<p>De Montbrial nota che all’epoca la Cina non era ancora vista come una minaccia; infatti, aggiungiamo, Brzezinski sosteneva un’alleanza di fatto tra gli Stati Uniti e una “Grande Cina” potenza regionale. Di recente Walter Russell Mead ha ripreso sul Wall Street Journal suggestioni geopolitiche affini a quelle di Brzezinski in <em>La grande scacchiera</em>, sostenendo però che il gioco di bilancia degli USA, potenza marittima di fronte alla massa dell’Eurasia, avrebbe potuto essere sostenuto con successo dall’America assieme agli alleati europei e asiatici anche contro una coalizione tra Cina e Russia. Invece per Brzezinski quello sarebbe stato lo scenario più pericoloso, in un quadro di tre possibili coalizioni regionali in contrasto con l’interesse americano.</p>



<p>La prima era appunto un’alleanza tra Cina e Russia, forse estesa all’Iran e a guida cinese: “Al fine di scongiurare tale eventualità, gli Stati Uniti dovranno dar prova di tutta la loro abilità geostrategica contemporaneamente sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia”.</p>



<p>La seconda combinazione sfavorevole agli Stati Uniti sarebbe stata un asse tra Cina e Giappone, considerato però “non troppo plausibile”, dato il tracciato storico del conflitto bellico tra le due potenze, e comunque facilmente scongiurabile dagli USA.</p>



<p>La terza combinazione ostile poteva essere un grande riallineamento europeo alla Russia, attraverso una “collusione russo-tedesca” o un’“intesa franco-russa”. È da notare che per Brzezinski l’ipotesi, remota, poteva verificarsi qualora l’unificazione europea avesse segnato “una battuta d’arresto” e le relazioni tra Europa e America si fossero seriamente deteriorate: “In quest’ultimo caso, è possibile immaginare un accordo Russia-Europa per escludere l’America dal continente”. Ipotesi improbabile, che avrebbe richiesto errori grossolani nella politica europea dell’America e una “svolta imponente” da parte dei principali Stati europei. Avvertiamo un’eco di questa terza tesi, così confidente sull’influenza americana in Europa, nel documento della primavera 2021 pubblicato da Center for American Progress – istituto legato all’ambito di Hillary Clinton attraverso John Podesta – dove si sosteneva che Washington avrebbe dovuto incoraggiare una difesa europea anziché frenarla, perché gli USA sarebbero stati comunque in grado di bloccarne una declinazione anti-americana.</p>



<p>Si può dire che nel Brzezinski de <em>La grande scacchiera</em> c’è una sottovalutazione delle prospettive dell’ascesa cinese? Sì e no. Per un verso è vero che la prospettiva è l’emergere della Cina solo come potenza regionale e non ancora globale, e che l’ipotesi è la sua cooptazione nell’ordine occidentale. Ma va evitato l’anacronismo: siamo nel 1997 e il libro in più occasioni si pone nella prospettiva di <em>una generazione</em>.</p>



<p>È vero che la questione dominante non è la Cina, ma è l’accerchiamento della Russia, da Ovest, da Est e da Sud, per impedirne il risorgere come potenza imperiale. Alla luce della guerra del 2003 e della crisi del 2008, si può semmai osservare che le basi dell’egemonia americana, che Brzezinski considera incontrastate, saranno erose prima del previsto col procedere del<em> declino relativo americano</em>.</p>



<p>È vero, infine, che a consuntivo le proporzioni assunte dall’ascesa della Cina e l’andamento della crisi ucraina, che sta spingendo Mosca verso Pechino, mostrano proprio nella <em>realizzazione del disegno di Brzezinski sull’Ucraina</em> l’avvicinarsi di una grande <em>risultante non voluta</em>. Forse nel deflagrare della guerra, come fa pensare la sua conversione del 2014 alla <em>finlandizzazione</em>. Certamente nella spinta alla convergenza tra Russia e Cina, che Brzezinski considerava la minaccia strategica maggiore.</p>



<p>Messa in condizione obbligata, la reazione della Russia è stata in direzione opposta a quanto si proponeva la manipolazione di Brzezinski. In questo senso ha avuto due volte ragione la <em>Cassandra</em> Kissinger, quando ammoniva nel 2014 che non si dovevano mettere i russi con le spalle al muro, nella condizione di dover dimostrare ciò di cui erano capaci. E quando si domanda oggi se la guerra d’Ucraina non rischi di fare della Russia una propaggine dell’Asia di fronte all’Europa e all’Occidente. I <em>fatti</em> si sono svolti secondo l’indirizzo preconizzato da Brzezinskzi; le <em>correlazioni</em> tra quei fatti nelle loro risultanti non volute hanno confermato le riserve di Kissinger. L’impronta di entrambe le scuole di pensiero s’intravede nell’ambivalenza dell’amministrazione Biden.</p>



<p>Si può avvertire una sorte di desolata ammissione d’impotenza nelle tesi di De Montbrial per “Ramses”, là dove constata che nella guerra d’Ucraina per gli europei è stato impossibile sottrarsi alle pressioni di Washington, senza però che sia chiaro il senso di direzione degli Stati Uniti. Del resto, il <em>parallelogramma delle</em><em> forze</em> non solo è complicato dai molti centri di potenza del <em>multipolarismo</em>, ma è anche in rapido mutamento sotto la spinta dello <em>sviluppo ineguale</em>.</p>



<p>L’imperialismo americano ha sempre riluttato all’unità europea e tanto più a un’alleanza esclusiva tra Europa e Russia, ma l’irruzione dell’imperialismo cinese cambia l’equazione globale di potenza e fa di Pechino il vero rivale strategico.</p>



<p>L’imperialismo europeo non ha avuto altra scelta che assecondare il <em>momento atlantico</em> generato dalla guerra e imperniato sul tropismo filo-USA di Polonia e Stati del Baltico, ma resta in sospeso una linea dell’Europa renana che nei confronti della Russia e soprattutto della Cina trovi lo spazio per un’<em>autonomia strategica</em> del Vecchio Continente.</p>



<p>L’imperialismo russo ha creduto che il movimento delle placche tettoniche globali impresso dalla Cina creasse le condizioni per una rapida incursione in Ucraina, ma la lunga guerra di logoramento che ne è scaturita sembra mettere allo scoperto la sua debolezza di fondo.</p>



<p>Il nazionalismo ucraino si è diviso, tra l’area occidentale, che ha cercato l’integrazione nell’imperialismo europeo e nel legame atlantico, e quella orientale, che si è rivolta all’imperialismo russo.</p>



<p>L’imperialismo cinese rafforza la presa dei suoi poteri in vista di un “decennio decisivo” nella contesa globale, come si è visto col 20° Congresso del PCC e il terzo mandato per Xi Jinping, ma la sortita russa ha accelerato in modo imprevisto e indesiderato i tempi della crisi dell’ordine.</p>



<p>Lo sviluppo ineguale rende impossibile mantenere un ordine stabile; prima o poi la guerra verifica i nuovi rapporti di forza. Com’è stato scritto per il conflitto mondiale del 1914, è facile che i vertici delle potenze in lotta vi arrivino come “sonnambuli”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato su Lotta comunista, n. 626, ottobre 2022</p>
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		<title>Geopolitica dei vaccini</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/geopolitica-dei-vaccini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[USA, Cina e Russia fanno le loro mosse per l’egemonia globale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>USA, Cina e Russia fanno le loro mosse per l’egemonia globale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La prima a dirlo è stata Sylvie Kuffman a febbraio sul New York Times: “In a world where the vaccines have become a new measure of geopolitical power, no doubt President Vladimir Putin of Russia and President Xi Jinping of China will smile at the sight of Europe’s difficulties” (In un mondo in cui i vaccini sono diventati una nuova misura del potere geopolitico, senza dubbio il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping sorrideranno alla vista delle difficoltà dell’Europa) (1). </p>



<p>Dal 2 dicembre 2020, data in cui l’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (MHRA) del Regno Unito ha approvato l’uso temporaneo del vaccino Pfizer-BioNTech, facendo della Gran Bretagna il primo Paese del mondo occidentale ad approvare l’uso di un vaccino contro il Covid (2), la parola vaccino è diventata sinonimo di potere globale: in mancanza di una cura efficace, prevenire il Covid-19 e le sue complicazioni è il solo modo per tornare alla normalità, qualunque cosa significhi. La disponibilità di vaccini significa soprattutto ritornare a muoversi liberamente: non solo andare a scuola e in ufficio, ma uscire a cena, godersi un film al cinema e un concerto in teatro, viaggiare. Detto in termini economici: produrre e consumare a pieno ritmo. </p>



<p>Dopo lo shock economico del 2020, le previsioni di crescita delle nazioni dipendono innanzitutto dalla quota di popolazione resistente al coronavirus: il 17 marzo la Federal Reserve ha rivisto al rialzo le stime di crescita per il 2021 dell’economia americana, che ha inoculato ai suoi cittadini 118 milioni di dosi, portandole al 6,5% dal 4,2 % previsto appena a dicembre, prima della campagna di vaccinazione intensiva promossa da Biden. A marzo scorso il presidente della Fed, Jerome Powell ha dichiarato: “La ripresa economica americana sta guidando quella mondiale. […] Mi piacerebbe che l’Europa facesse meglio sulla crescita e sulle vaccinazioni, ma per ora non sono preoccupato per noi”.</p>



<p>La possibilità di fornire vaccini ai Paesi che ne sono privi è diventata così parte dei meccanismi di <em>soft power</em>, un termine utilizzato tipicamente in ambito diplomatico e nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un attore politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare altri soggetti senza ricorrere alle maniere forti (il potere militare), con l’obiettivo di modificare a proprio vantaggio lo scenario geopolitico del pianeta. In periodi di pandemia, cure e vaccini sono l’equivalente della fornitura di armi in tempo di guerra, e si sa, quando c’è da combattere per la propria vita, si è disposti a promettere qualunque cosa a chiunque, anche ai vecchi nemici, per salvarsi la pelle. Di conseguenza, le nazioni che hanno sviluppato vaccini anti Covid-19 efficaci si sono trovate nella desiderabilissima condizione di poter migliorare la propria posizione politica in contesti geografici fino a oggi inaccessibili, e le loro strategie di distribuzione dei farmaci riflettono questa nuova consapevolezza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mondo e i vaccini</h4>



<p>Al 25 marzo 2021 sono state somministrate oltre 328 milioni di singole dosi nel mondo, con Israele, Regno Unito, Cile e Bahrein in testa per singole dosi somministrate in rapporto alla popolazione (3). Sempre lo scorso marzo, 12 vaccini erano stati autorizzati da almeno un’autorità nazionale di regolamentazione per l’uso pubblico: due vaccini a RNA (il vaccino Pfizer-BioNTech – il primo approvato per l’uso regolare – e il vaccino Moderna), quattro vaccini inattivati convenzionali (BBIBP-CorV di Sinopharm, BBV152 di Bharat Biotech, CoronaVac di Sinovac e CoviVac), quattro vaccini a vettore virale (Sputnik V dell’Istituto di ricerca Gamaleya, il vaccino Oxford-AstraZeneca, Ad5-nCoV della CanSino e il vaccino Johnson &amp; Johnson) e due vaccini a subunità proteiche (EpiVacCorona dell’Istituto Vektor e ZF2001) (4). Gli USA ne hanno sviluppato tre (Pfizer, Moderna e Johnson &amp; Johnson); l’Inghilterra ha sviluppato AstraZeneca (società anglo-svedese); il brevetto dello Sputnik V, dell’EpiVac Corona e del CoviVac sono russi; quelli di Sinopharm, Sinovac, CanSino Biologics e ZF2001 sono cinesi; e infine il brevetto del BBV152 è indiano.</p>



<p>Come è facile intuire, fra questi sono tre gli Stati ad avere interessi di egemonia planetaria e i cui obiettivi collidono: gli USA, la Russia e la Cina. Ma le loro strategie sull’uso della nuova arma di salvezza di massa sono al momento piuttosto differenti.</p>



<p>Nella puntata di Mappa Mundi (Limes) del 2 marzo 2021 (5) Dario Fabbri e Giorgio Cuscito hanno analizzato la battaglia geopolitica delle tre <em>big</em> intorno alla produzione e distribuzione dei vaccini, individuando due modelli molto differenti. Il primo, quello adottato dagli USA, considera l’attuale disponibilità di vaccini un vantaggio di breve periodo, in parte per l’emergere di varianti resistenti del virus, ma soprattutto nella convinzione che molte nazioni del pianeta arriveranno velocemente a produrre nuove alternative fra cui scegliere. Biden ha preferito dunque puntare sull’immunità di gregge all’interno degli USA, anche a rischio di ritrovarsi nel famoso <em>backyard</em> (il cortile di casa) russi e cinesi, ritenendo (a torto o a ragione) che gli sforzi dei concorrenti globali per pescare consenso nei territori di influenza americana (segnatamente America Latina ed Europa) saranno presto disinnescati.</p>



<p>All’estremo opposto, Cina e Russia hanno scelto di utilizzare i loro vaccini essenzialmente come strumenti di <em>soft power</em> per rosicchiare consenso nei territori che storicamente si trovano sotto l’ala dell’aquila americana. Anche il processo di sviluppo dei vaccini all’interno è stato fin dalle prime fasi orientato in questo senso: Russia e Cina, coerentemente con i loro obiettivi di esportazione, hanno ottenuto dalle rispettive attività di vigilanza l’approvazione per somministrare il vaccino prima ancora di aver validato i risultati dei <em>trial</em> clinici. Subito dopo hanno iniziato a offrire i nuovi farmaci all’estero a prezzi molto convenienti, sacrificando di fatto l’obiettivo dell’immunità di gregge all’interno dei loro confini, sebbene a partire da situazioni molto differenti: la Cina, che ha imparato a controllare efficacemente il virus con misure a basso impatto, a oggi registra circa 50 casi al giorno e può quindi permettersi a cuor leggero di esportare i vaccini; mentre la Russia, che è in condizioni sanitarie ben peggiori, ha deciso deliberatamente di disinteressarsi della situazione interna pur di guadagnare prestigio e influenza all’estero. Non a caso il nome del più importante vaccino russo è Sputnik, come quello del primo satellite lanciato nello spazio, forse il momento in cui la Russia si è trovata più vicina a vincere la corsa per la conquista del cosmo e con essa la guerra fredda con gli USA. E la strategia funziona, sia per Xi Jinping che per Putin. J. Stephen Morrison, vicepresidente senior del Center for Strategic and International Studies (CSIS), un think tank basato a Washington, ha dichiarato a marzo scorso: “Non ci sono dubbi sul fatto che i russi e i cinesi stiano usando in maniera aggressiva i propri vaccini come strumenti di diplomazia […] Chi sta guadagnando influenza e chi la sta perdendo è una considerazione difficile da fare al momento, perché siamo ancora a una fase iniziale della risposta. Sicuramente è in atto una competizione geopolitica. Per certi aspetti i russi e i cinesi sono avanti nella corsa” (6).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="448" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1.jpg" alt="" class="wp-image-5130" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">La Cina e la <em>Health Silk Road</em></h4>



<p>Almeno 25 Paesi in tutto il mondo stanno già utilizzando i vaccini cinesi. Quattordici (Bahrain, Cambogia, Egitto, Ungheria, Giordania, Macao, Marocco, Pakistan, Perù, Senegal, Serbia, Seychelles, Emirati Arabi Uniti e Zimbabwe) hanno scelto il SinoPharm cinese; mentre undici (Brasile, Cile, Guatemala, Hong Kong, Indonesia, Malesia, Cipro del Nord, Filippine, Thailandia, Turchia e Uruguay) hanno optato per il Sinovac, sempre cinese (7). Ma sarebbero addirittura 60 i Paesi interessati, distribuiti in Medio Oriente, Europa, America latina e persino in Oceania. Secondo il Financial Times, l’intero apparato statale cinese sarebbe coinvolto nella diplomazia dei vaccini. Pechino sarebbe entrata in azione attraverso i canali di cooperazione aperti dalla Belt and Road Initiative: “La sanità era uno dei tanti sotto-progetti della BRI. Con la pandemia, è diventata l’obiettivo principale”, afferma Moritz Rudolf dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (8).</p>



<p>Il 21 febbraio il Wall Street Journal riporta (9) che l’aeroporto di Addis Abeba, in Etiopia, è diventato il centro di una vasta <em>supply chain</em> che la Cina sta costruendo per accelerare la consegna dei suoi vaccini contro il coronavirus e ampliare la sua influenza verso il mondo in via di sviluppo. Solo nell’ultima settimana di febbraio, secondo i funzionari dell’Ethiopian Airlines, più di un milione di dosi di vaccini cinesi contro il Covid-19 sarebbero passate dal terminal etiope. L’obiettivo sarebbe la riconoscenza dei politici e delle persone che hanno bisogno di vaccini Covid-19 a basso costo, e il prestigio di essere visti come una nazione in grado di agire da custode della salute pubblica globale. All’inizio di febbraio sono arrivate in Pakistan mezzo milione di dosi di SinoPharm, destinate a essere smistate in altri 13 Paesi tra cui la Cambogia, il Nepal, la Sierra Leone e lo Zimbabwe. L’ambasciatore cinese in Pakistan ha descritto l’operazione come una “manifestazione della nostra fratellanza”, un sentimento ricambiato dal governo pakistano (10).</p>



<p>Dopo mesi di battaglia contro il risentimento e la sfiducia per aver dato inizio alla pandemia, i diplomatici, i dirigenti farmaceutici e altri mediatori cinesi hanno raccolto decine di richieste di vaccini da parte di funzionari disperati dell’America Latina, che sta pagando al coronavirus un prezzo devastante in termine di vite umane. Improvvisamente, Pechino si è ritrovata con un’enorme nuova leva nella regione, tradizionalmente sotto l’egemonia statunitense ma dove la Cina ha una vasta rete di investimenti e l’ambizione di espandere il commercio, le partnership militari e i legami culturali (11). Il Brasile è forse il caso più clamoroso. Solo l’anno scorso, il presidente Jair Bolsonaro, un fervente alleato di Trump, disprezzava il vaccino cinese che era in fase di sperimentazione clinica in Brasile, arrivando a impedire al ministero della Salute di ordinarne 45 milioni di dosi: “Il popolo brasiliano non farà da cavia per nessuno”, scriveva su Twitter. Ma con la partenza di Trump e gli ospedali brasiliani allo stremo, il governo di Bolsonaro ha cercato di ricucire i rapporti con la Cina. </p>



<p>Il presidente, suo figlio e il ministro degli Esteri hanno bruscamente smesso di criticare Pechino, mentre i funzionari di gabinetto che hanno contatti con i cinesi, come Fabio Faria, ministro delle Telecomunicazioni, hanno lavorato furiosamente per far approvare nuove spedizioni di vaccini. Faria si è recato a Pechino nel mese di febbraio, ha incontrato i dirigenti di Huawei nella loro sede e ha fatto una richiesta molto insolita per una società di telecomunicazioni: “Ho approfittato del viaggio per chiedere i vaccini, che è quello che tutti vogliono”, ha dichiarato il ministro. Due settimane dopo, il governo sudamericano ha annunciato le regole per la sua asta 5G, una delle più grandi al mondo. Huawei, che non aveva le carte in regola per partecipare appena qualche mese prima, fa ora parte delle concorrenti. Alla fine del mese, milioni di dosi di vaccino cinese sono arrivati in Brasile. “La distribuzione globale dei vaccini deve essere equa e, in particolare, accessibile e conveniente per i Paesi in via di sviluppo”, ha detto il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. “Speriamo che tutti i Paesi che ne hanno la capacità si uniscano e diano il loro contributo” (12). Un contributo che potrebbe rivelarsi molto conveniente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia e il successo dello Sputnik</h4>



<p>Sul versante Russia, per quanto riguarda Putin, nessuno dubita che veda nello Sputnik V una nuova possibilità per proiettare la propria influenza altrove. Gli esperti hanno ripetutamente espresso preoccupazione per la poca trasparenza intorno ai dati dei <em>trial </em>clinici del vaccino e per la sua autorizzazione troppo rapida. Ma la Russia sostiene di aver ricevuto ordini per 1,2 miliardi di dosi, soprattutto dopo che una delle più prestigiose riviste di medicina al mondo, The Lancet, ha affermato che il vaccino è sicuro ed efficace: molto efficace, il 91,6% per prevenire del tutto il Covid-19 e il 100% per impedirne le forme da moderate e gravi. A fine marzo, secondo il Russian Direct Investment Fund (RDIF), che commercializza il farmaco, lo Sputnik V è stato approvato in 56 Paesi con una popolazione complessiva di oltre 1,5 miliardi di persone (13). Fra questi l’Iran, che ha iniziato la vaccinazione di massa con un gesto altamente simbolico: l’inoculazione del vaccino russo al figlio del ministro della Salute, Saeed Namaki (14), e il Vietnam, uno dei Paesi più popolosi del sud-est asiatico. </p>



<p>Risultati molto interessanti sono stati ottenuti in America latina, in cui nove Stati hanno approvato l’uso dello Sputnik: Argentina, Bolivia, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Nicaragua, Paraguay e Venezuela. L’Argentina è stata la prima, alla fine di dicembre, e ha contrattato l’acquisto di 25 milioni di dosi. Venezuela e Messico hanno ricevuto spedizioni rispettivamente di 100.000 e 200.000 dosi all’inizio di febbraio. Il Nicaragua ha iniziato a distribuire il vaccino il 2 marzo dopo aver ricevuto dalla Russia una quantità non specificata di dosi come donazione. La Bolivia ha ricevuto 20.000 dosi di Sputnik a gennaio e dovrebbe riceverne ancora abbastanza per vaccinare 2,6 milioni di persone. Il Paraguay ha annunciato l’acquisto di un milione di dosi, ma finora ne ha ricevute solo 4.000 (15).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="996" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2.jpg" alt="" class="wp-image-5131" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
</div>


<p>Ma non è tutto. A febbraio la Russia aveva anche offerto all’Unione Africana (UA) 300 milioni di dosi di vaccino: i Paesi disposti ad acquistare le dosi avrebbero avuto diritto anche a un pacchetto di finanziamenti aggiuntivi. L’UA, composta da 55 membri, spera di vedere immunizzato il 60% dei suoi 1,3 miliardi di persone entro i prossimi tre anni. “Siamo grati di ricevere i vaccini Sputnik V dalla Federazione Russa e tremendamente orgogliosi di poterli offrire […] ai nostri Stati membri dell’UA”, ha dichiarato John Nkengasong, direttore dell’organismo di controllo delle malattie dell’UA, aggiungendo: “Le partnership bilaterali come queste sono fondamentali nei nostri sforzi per porre fine alla pandemia” (16). Il contratto con l’UA, se rispettato per intero, sarebbe uno dei più grandi accordi di fornitura russi mai sottoscritti con l’estero. Nel continente africano, l’Algeria sta già distribuendo il vaccino, mentre la Guinea è in trattativa per ottenerne circa 400.000 dosi; anche il ministero della Salute del Sudafrica ha fatto sapere che la Russia ha presentato la documentazione al regolatore locale per la registrazione. Tuttavia John Nkengasong, capo dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention, ha messo in guardia contro la “diplomazia dei vaccini”: “L’Africa si rifiuterà di essere un terreno di gioco in cui si usa il Covid come strumento per gestire le relazioni”, ha dichiarato in un webinar ospitato dal think tank <em>Atlantic Council</em> alla fine di febbraio (17).</p>



<p>E, con tutti i 27 membri dell’Unione Europea che faticano ad accelerare la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, il vaccino russo fa breccia nei cuori di molti, soprattutto i Paesi dell’Europa orientale, creando le basi per un’ulteriore potenziale spaccatura nella regione. L’Ungheria, un Paese con relazioni difficili con Bruxelles, è diventata in gennaio la prima nazione europea ad autorizzare lo Sputnik, bypassando l’EMA, l’Agenzia europea per i medicinali. Il Paese si aspetta nei prossimi mesi una fornitura di due milioni di dosi del vaccino russo, e nel frattempo ha approvato anche il cinese SinoPharm. Il 3 marzo la Slovacchia è diventata il secondo Stato europeo ad annunciare di aver acquistato lo Sputnik, assicurandosi 2 milioni di dosi, mentre il Primo ministro ceco Andrej Babis ha dichiarato che anche il suo Paese potrebbe utilizzarlo senza l’approvazione dell’EMA; mentre Vladimir Putin e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz hanno discusso “la fornitura del vaccino russo all’Austria e la possibilità di una sua produzione congiunta”, ha dichiarato il Cremlino, sottolineando che il colloquio era stato avviato dall’Austria (18). </p>



<p>La Serbia, che è stato il primo Paese in Europa a usare il Sinopharm, ha acquistato centinaia di migliaia di dosi di Sputnik V dalla Russia (19), e per di più ha inflitto alla Ue lo smacco di surclassarla nelle pubbliche relazioni, consegnando 10.000 dosi di vaccino di AstraZeneca prodotto in India alla Bosnia Erzegovina. Come la maggior parte degli altri Paesi dell’Europa sudorientale e dei Balcani occidentali, la Bosnia aveva fatto affidamento sul Covax (20), eppure non aveva ricevuto nessun vaccino e non era riuscita ad acquistare una sola dose per conto proprio. L’ambasciata russa in Croazia ha confermato sul suo account Facebook ufficiale che l’ambasciatore Andrej Nesterenko e il ministro della Salute croato Vili Beros hanno avuto una conversazione telefonica, durante la quale è stato affermato che la Croazia è interessata ad acquistare il vaccino Sputnik (21).</p>



<p>La lentezza europea ha fatto sì che tutti i Paesi della regione siano rimasti molto indietro rispetto ai propri piani di vaccinazione. Di fronte alla crescente pressione pubblica, la maggior parte dei governi dell’Europa sudorientale – con l’eccezione di Grecia, Romania e Slovenia – sembrano ora determinati a seguire gli esempi ungherese e serbo, e stanno meditando o già negoziando con fornitori al di fuori dei sistemi Ue e Covax: del resto, come ha commentato la dottoressa Gergana Nikolova alla televisione nazionale bulgara il 27 febbraio: “Il miglior vaccino è quello che viene iniettato”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collaborazione o concorrenza?</h4>



<p>La Cina e la Russia sono al momento partner strategici e stanno cooperando nella produzione di vaccini. La Russia sta effettuando prove del vaccino CanSino e la Cina ha iniziato a produrre lo Sputnik V russo alla fine di febbraio, dopo quello che l’ambasciatore russo in Cina, Andrei Denisov, ha definito “negoziati molto difficili” su questioni delicate, compreso il problema della proprietà intellettuale che ha a lungo tormentato i rapporti militari sino-russi.</p>



<p>Ma l’apparente armonia nasconde una competizione per i mercati dei vaccini nelle tradizionali aree di influenza russa in Asia centrale e Mongolia. E, se consideriamo la distribuzione dei vaccini russi e cinesi, nonostante la “diplomazia sanitaria” lungo i Paesi della Belt and Road Initiative e gli sforzi per espandere il <em>soft power</em> cinese in Eurasia, è lo Sputnik V che è stato accolto con più entusiasmo, con i vaccini indiani (il Covishield, nome del vaccino Astrazeneca di produzione indiana, e il Covaxin, non ancora in commercio) (22) che si piazzano al secondo posto. Il Kazakistan e la Mongolia hanno entrambi approvato il vaccino russo, così come il Turkmenistan. Il governo mongolo ha inoltre rifiutato le offerte di fornitura di Pechino, ma ha accettato la proposta indiana per il Covishield (anche il Kazakistan, che è il primo Paese a produrre localmente lo Sputnik V, è interessato ad accedere ai vaccini indiani). Solo l’Uzbekistan, che ha cercato a lungo di mantenere la sua libertà di manovra con la Russia e la Cina, ha sia approvato lo Sputnik che accettato di testare i due vaccini cinesi in cambio dell’opportunità di produrli localmente. Il governo sta inoltre negoziando con la società russa Vektor sullo sviluppo del vaccino EpiVacCorona (23). Il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Kirghizistan hanno le caratteristiche per accedere al Covax dell’OMS, ma il programma, secondo uno studio dell’Economist Intelligence Unit, non sarà probabilmente in grado di vaccinare la maggior parte degli Stati dell’Asia centrale fino alla fine del 2023 (24). Ciò rende di fatto i vaccini russi e cinesi l’unica alternativa a basso costo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La retromarcia USA</h4>



<p>“Non vedo l’ora di accogliere @POTUS alla riunione del Consiglio europeo di questa settimana. Ho invitato il Presidente degli Stati Uniti a unirsi al nostro incontro per condividere le sue opinioni sulla nostra futura cooperazione. È tempo di ricostruire la nostra alleanza transatlantica”. Con questo tweet del 23 marzo Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, annuncia la presenza da remoto di Biden al meeting settimanale. All’ordine del giorno c’è il Covid, e la notizia della partecipazione del primo cittadino americano alimenta la speranza di un soccorso al vecchio continente nella campagna vaccini. Ma forse, dietro alla mano tesa da oltreoceano, si nasconde qualcosa di diverso da una disinteressata amicizia. Il giorno successivo, il 24 marzo, il Washington Post pubblica un’analisi dal titolo “Biden’s vaccination success story is about to run into a world of pressure”: dato che gli Stati Uniti hanno ordinato molte più dosi di farmaci di quelle di cui avranno bisogno per completare la campagna di vaccinazione, e posto che è stata una buona cosa decidere di dare la priorità ai cittadini americani, sembra arrivato il momento per gli USA di abbandonare la politica isolazionista e di ricominciare a preoccuparsi di quello che succede oltre i confini, perché la Russia e la Cina stanno guadagnando terreno (25).</p>


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<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="352" height="1024" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-352x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5132" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-352x1024.jpg 352w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-103x300.jpg 103w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-528x1536.jpg 528w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3.jpg 600w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
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<p>Qualche giorno prima, il 19 marzo, un articolo pubblicato su Foreign Affairs invitava il Presidente americano a pensare ancora più in grande. Il pezzo, intitolato “America can and should vaccinate the world” (26), riconosce che, nell’affrontare la peggiore delle crisi globali da oltre vent’anni, gli Stati Uniti sono stati finora superati. Si legge nell’articolo che Russia e Cina hanno aggressivamente commercializzato e distribuito i loro vaccini a Paesi stranieri: la Russia per rafforzare la sua immagine e le sue prospettive di investimento e per creare un cuneo tra i Paesi dell’Ue; la Cina per ottenere una leva nelle dispute territoriali ed espandere la sua influenza nell’ambito della Belt and Road Initiative. Sia Mosca che Pechino si sono mosse inoltre per disturbare gli Stati Uniti “nel cortile di casa” fornendo vaccini all’America Latina. Ma Biden, afferma sempre Foreign Affairs<em>,</em> non dovrebbe cercare di battere la Russia e la Cina al loro stesso gioco, distribuendo vaccini a Paesi specifici in base alla loro importanza geostrategica e alla quantità di attenzione che stanno ricevendo dalle potenze rivali; piuttosto, dovrebbe perseguire all’estero il tipo di approccio che ha utilizzato in patria: la sua amministrazione dovrebbe concentrarsi meno sui vantaggi strategici e più sul vaccinare il maggior numero di persone al mondo nel minor tempo possibile.</p>



<p> Immaginiamo, si chiede il Foreign Affairs, cosa potrebbe accadere se Washington trattasse il Covid come la nazione nemica in una guerra mondiale o, in altri termini, quale avrebbe dovuto essere la mobilitazione USA se la pandemia fosse davvero combattuta come la minaccia globale che è. “Washington guiderebbe uno sforzo multilaterale […] Il governo attiverebbe l’esercito e chiamerebbe gli alleati del G7 e della NATO in una grande operazione di assistenza che acceleri il flusso delle forniture di vaccino e rafforzi i sistemi di consegna. […] Il governo degli Stati Uniti userebbe il Dipartimento di Stato, l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID), i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), e altre agenzie civili e programmi di sviluppo per aiutare i Paesi (esteri) con i propri programmi nazionali di vaccinazione. E arruolerebbe aziende, organizzazioni non profit e l’intera società civile per aiutare ad aumentare la produzione di vaccini, raccogliere fondi e fornire assistenza tecnica alle controparti straniere”. Quello che gli USA dovrebbero fare è: <em>go really big</em>. Una campagna di questo tipo, conclude Foreign Affairs, premierebbe gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti e riaccenderebbe la leadership globale americana dopo anni di declino. Piuttosto che perpetuare la “diplomazia vaccinale transnazionale” di Cina e Russia, uno sforzo vaccinale globale guidato dagli Stati Uniti potrebbe creare un nuovo multilateralismo più pragmatico e inclusivo dell’ordine internazionale e più adatto ad affrontare le minacce globali. Il presidente Biden dimostrerebbe inequivocabilmente che gli Stati Uniti non solo non sono “indietro” ma guardano molto avanti.</p>



<p>Senza contare, aggiungiamo noi, quanto si potrebbe guadagnare (in vile denaro) da una ripresa accelerata dell’economia globale: uno studio dell’Eurasia Group ha stimato che vaccinare le nazioni a basso e medio reddito genererebbe almeno 153 miliardi di dollari per gli Stati Uniti e le altre nove economie più sviluppate nel 2021 e fino a 466 miliardi di dollari entro il 2025. Anche se gli Stati Uniti vaccinassero tutta la popolazione interna, infatti, la loro ripresa economica sarebbe rallentata dalla debolezza dei partner commerciali senza un pieno accesso al vaccino. Come ha già commentato Biden: “In definitiva non saremo sicuri finché il mondo non sarà sicuro”.</p>



<p>Inoltre, la pandemia di oggi non sarà l’ultima: gli Stati Uniti sono consapevoli che le partnership e le infrastrutture sanitarie pubbliche che costruirebbero per ‘salvare il mondo’ da questo coronavirus li difenderebbero anche dal prossimo agente patogeno mortale, e una seria campagna globale per vaccinare tutti il prima possibile segnerebbe l’inizio di un’era molto diversa della leadership americana. Considerazioni che, certamente, fanno anche Cina e Russia.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.nytimes.com/2021/02/04/opinion/eu-covid-vaccines.html">https://www.nytimes.com/2021/02/04/opinion/eu-covid-vaccines.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Entro il 21 dicembre 2020 molti Paesi e l’Unione europea hanno poi autorizzato e/o approvato il vaccino Pfizer-BioNTech: l’11 dicembre 2020 la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha concesso un’autorizzazione all’uso di emergenza per il vaccino Pfizer-BioNTech e, una settimana dopo, anche per mRNA-1273, il vaccino della statunitense Moderna</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> <a href="https://ourworldindata.org/covid-vaccinations">https://ourworldindata.org/covid-vaccinations</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5<em>)</em> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=G45Vrulpv_M">https://www.youtube.com/watch?v=G45Vrulpv_M</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/russia-e-cina-sono-avanti-ma-gli-usa-possono-vincere-la-sfida-globale-del-vaccino_it_60426ed0c5b6429d08333bbd">https://www.huffingtonpost.it/entry/russia-e-cina-sono-avanti-ma-gli-usa-possono-vincere-la-sfida-globale-del-vaccino_it_60426ed0c5b6429d08333bbd</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.politico.eu/article/everything-you-need-to-know-china-coronavirus-vaccines/" target="_blank">https://www.politico.eu/article/everything-you-need-to-know-china-coronavirus-vaccines/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> <a href="https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://www.wsj.com/articles/china-covid-vaccine-africa-developing-nations-11613598170">https://www.wsj.com/articles/china-covid-vaccine-africa-developing-nations-11613598170</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <a href="https://asiatimes.com/2021/02/how-some-countries-are-using-covid-to-enhance-soft-power/">https://asiatimes.com/2021/02/how-some-countries-are-using-covid-to-enhance-soft-power/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) <a rel="noreferrer noopener" href="https://economictimes.indiatimes.com/news/international/world-news/after-an-initial-failure-how-china-is-now-winning-the-vaccine-diplomacy-in-latin-america/articleshow/81525837.cms" target="_blank">https://economictimes.indiatimes.com/news/international/world-news/after-an-initial-failure-how-china-is-now-winning-the-vaccine-diplomacy-in-latin-america/articleshow/81525837.cms</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-russia-vaccine-vie-idUSKBN2BF0TG" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-russia-vaccine-vie-idUSKBN2BF0TG</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2021/03/03/americas/sputnik-latin-america-spreads-intl-latam/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2021/03/03/americas/sputnik-latin-america-spreads-intl-latam/index.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em> <a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-africa-idUSKBN2AJ0Y3">https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-africa-idUSKBN2AJ0Y3</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://www.reuters.com/article/uk-health-coronavirus-africa-vaccine-dip-idUSKBN2B40P7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/article/uk-health-coronavirus-africa-vaccine-dip-idUSKBN2B40P7</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.cnbc.com/2021/03/02/russias-sputnik-vaccine-is-luring-eastern-europe-worrying-the-eu.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnbc.com/2021/03/02/russias-sputnik-vaccine-is-luring-eastern-europe-worrying-the-eu.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://www.ft.com/content/285bc936-4041-4623-aaea-e20e5d66b2f2">https://www.ft.com/content/285bc936-4041-4623-aaea-e20e5d66b2f2</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Il Covax è un programma di collaborazione globale guidato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per assicurare ai Paesi in via di sviluppo un accesso equo ai vaccini contro il Covid: punta a consegnare due miliardi di dosi e dovrebbe coprire dal 20 al 25% del fabbisogno vaccinale dei Paesi a medio e basso reddito</p>



<p class="has-small-font-size">21) <a rel="noreferrer noopener" href="https://balkaninsight.com/2021/03/08/in-central-and-southeast-europe-eu-is-losing-vaccination-race-to-russia/" target="_blank">https://balkaninsight.com/2021/03/08/in-central-and-southeast-europe-eu-is-losing-vaccination-race-to-russia/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>22)</em> <a href="https://www.bbc.com/news/world-asia-india-55748124" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bbc.com/news/world-asia-india-55748124</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://thediplomat.com/2021/02/china-and-russia-vaccine-competitors-or-partners/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://thediplomat.com/2021/02/china-and-russia-vaccine-competitors-or-partners/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.eiu.com/n/85-poor-countries-will-not-have-access-to-coronavirus-vaccines/" target="_blank">https://www.eiu.com/n/85-poor-countries-will-not-have-access-to-coronavirus-vaccines/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25)</em> <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/03/24/bidens-vaccination-success-story-is-about-run-into-world-pressure/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/03/24/bidens-vaccination-success-story-is-about-run-into-world-pressure/</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-03-19/america-can-and-should-vaccinate-world" target="_blank">https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-03-19/america-can-and-should-vaccinate-world</a> </p>
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		<title>China Tech Inc. dual use: civile e militare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/china-tech-inc-dual-use-civile-e-militare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 19:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
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					<description><![CDATA[Robotica, IA, guida autonoma, cyber security, informatica quantistica, tecnologia spaziale: gli investimenti della Cina dual use, civile e militare, per emergere come potenza mondiale]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-64-ottobre-novembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 64, ottobre-novembre 2019)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Robotica, IA, guida autonoma, cyber security, informatica quantistica, tecnologia spaziale: gli investimenti della Cina dual use, civile e militare, per emergere come potenza mondiale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nell’ultimo decennio, la crescita della Cina ha continuato a rallentare. Nel 2018, il Pil è aumentato a un tasso del 6,6%, il ritmo più debole dal 1990. Il Paese rischia di trovarsi invischiato nella “trappola del reddito medio”, l’arresto della crescita che si verifica nei Paesi in via di sviluppo quando il reddito raggiunge un livello soddisfacente per la maggior parte dei cittadini. La teoria della middle income trap, elaborata per la prima volta dagli economisti Indermit Gill e Homi Kharas (1), descrive la situazione in cui si trovano molte economie di nuova industrializzazione, le quali hanno perso il vantaggio competitivo nell’esportazione di beni (il prezzo basso) a causa dell’aumento dei salari, ma non sono in grado di tenere il passo con le economie più sviluppate nei settori ad alto valore aggiunto a causa di investimenti limitati, crescita lenta dell’industria secondaria, poca diversificazione industriale e cattive condizioni del mercato del lavoro.</p>



<p>Di conseguenza, Paesi come il Sudafrica e il Brasile non hanno lasciato, per decenni, quella che la Banca mondiale definisce la “fascia di reddito medio” (prodotto nazionale lordo pro capite compreso tra 1.000 e 12.000 dollari a prezzi costanti), perché l’aumento dei salari ha eroso il loro vantaggio comparato, rendendoli incapaci di competere con la produttività e l’innovazione delle economie avanzate.</p>



<p>La leadership cinese è dunque obbligata oggi al miglioramento sostanziale della sua base industriale ed economica per mantenere livelli di crescita superiori al 6% fino al 2021, co-me promesso, e conservare benessere e legittimità. In questo scenario, il potenziamento dei settori high tech è considerato da Pechino un mezzo critico per sostenere e migliorare il tasso di sviluppo. La necessità di creare un sistema di “innovazione indigena” per consentire il “ringiovanimento nazionale” è una sottolineatura comune alle ultime generazioni di leader del Partito Comunista Cinese (PCC), e la dimensione tecnologica è parte integrante della traiettoria futura della Cina come potenza emergente con ambizioni globali (2).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Made in China 2025</h4>



<p>A questo scopo il Primo ministro Li Keqiangha ha presentato, il 5 marzo 2015, il progetto Internet Plus, che si concentra sull’applicazione di internet (e in generale delle nuove tecnologie IT) ai settori tradizionali del mercato cinese, e in seguito, il maggio successivo, Made in China 2025 (MIC 2025), un importante piano strategico per il potenziamento dei dieci settori chiave nella corsa verso la leadership tecnologica: nuovi veicoli energetici, ICT di nuova generazione, biotecnologie, nuovi materiali, aerospaziale, ingegneria oceanica e navi ad alta tecnologia, ferrovie, robotica, attrezzature elettriche e macchine agricole.</p>



<p>Queste iniziative (che sono parte di una complessa architettura di politiche volte a generare uno “sviluppo orientato all’innovazione”, obiettivo che è emerso come una chiara priorità sotto la leadership di Xi Jinping), costituiscono la risposta al ritardo delle capacità cinesi rispetto ai leader globali e hanno lo scopo di spingere l’economia verso una produzione di beni e servizi a più alto valore aggiunto. Sostenute da una politica industriale forte, finanziamenti massicci e sovvenzioni per centinaia di miliardi di dollari, sia le aziende statali che quelle private mirano dunque a costruire le basi tecnologiche del “China Dream” in vista di due importanti centenari: per l’anniversario del partito nel 2021, la Cina mira a diventare una nazione “moderatamente prospera”, mentre per quello della Repubblica Popolare Cinese nel 2049, aspira a qualificarsi come una “superpotenza nella produzione globale, nel cyber e nell’innovazione scientifica e tecnologica” (3).</p>



<p>In una certa misura, la Cina con MIC 2025 segue lo stesso modello che ha funzionato per il Giappone, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan, che hanno superato con successo la produzione a bassa tecnologia e ad alta intensità di manodopera che limitava le loro prospettive di crescita. Il “modello di sviluppo dell’Asia Orientale” è caratterizzato da politiche industriali mirate a settori strategici e da un governo forte che allinea efficacemente gli interessi delle imprese (statali e private) con gli obiettivi nazionali. Prendendo come esempio le nazioni della Tigre Asiatica, MIC 2025 mira a spostare in Cina parti più sofisticate della catena del valore globale e della ricerca e sviluppo di alto livello (4).</p>



<p>Nel 2018, il ministero cinese dell’Industria, Informazione e Tecnologia (MIIT) ha elencato come punti focali principali dell’implementazione di MIC 2025 l’identificazione di aree di specializzazione locale e di diverse National Demonstration Zones; la creazione di cluster industriali di livello mondiale per le applicazioni internet e i settori emergenti; l’innovazione nelle tecnologie generali di base; e la creazione di centri di innovazione produttiva. L’attuazione del piano strategico è sostenuta da un’ampia gamma di strumenti finanziari, che vanno dai regimi di compensazione assicurativa agli incentivi fiscali, dal finanziamento agevolato delle PMI al finanziamento diretto delle zone dimostrative e dei progetti pilota. Anche le banche statali come la China Construction Bank (CCB), la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) e la China Development Bank (CDB) hanno erogato alle imprese massicci finanziamenti per gli investimenti in nuove tecnologie: già a novembre 2016, la CDB aveva impegnato circa 300 miliardi di renminbi (39 miliardi di euro) in prestiti per i successivi cinque an-ni per l’attuazione di MIC 2025 (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’irritazione occidentale</h4>



<p>Nei Paesi industrializzati occidentali, l’ambizione cinese ha causato notevole irritazione. Imprese ed esperti hanno affermato che la Cina, nei suoi sforzi per diventare una superpotenza tecnologica mondiale, stava usando pratiche commerciali sleali (e in qualche caso stava addirittura rubando la tecnologia occidentale). Inoltre MIC 2025 ha alimentato la preoccupazione che i concorrenti stranieri sarebbero stati estromessi dal lucrativo mercato cinese, mentre la Cina sarebbe diventa più competitiva non solo nei settori innovativi della propria economia nazionale, ma anche all’estero, erodendo quote di mercato alle imprese europee e americane.</p>



<p>L’innovazione tecnologica, infatti, è diventata centrale anche per i governi delle economie più avanzate: entro il 2020, il mercato dei dispositivi del cosiddetto Internet of Things (IoT) (6) potrebbe raggiungere i 24 miliardi di dollari, mentre il mercato globale della robotica e dei sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale (IA) dovrebbe toccare addirittura i 153 miliardi di dollari (7). Pechino ha risposto a queste preoccupazioni attenuando i riferimenti al progetto e interrompendo la copertura mediatica degli sviluppi del piano strategico. Lo stesso nome “MIC 2025” e parole chiave come “tasso di autosufficienza”, considerati indicativi degli sforzi della Cina per abbandonare i prodotti e la tecnologia stranieri, sono stati in gran parte eliminati dai documenti politici ufficiali.</p>



<p>Si tratta tuttavia di una mossa tattica: Pechino non ha affatto abbandonato l’obiettivo economico – e strategico – di recuperare il ritardo rispetto ai Paesi industrializzati occidentali e di acquisire un vantaggio competitivo nel settore dell’alta tecnologia e delle tecnologie e-mergenti. A quattro anni dal suo lancio ufficiale, MIC 2025 non solo è destinato a rimanere, ma rappresenta l’ordine di marcia ufficiale del PCC, e le economie avanzate di tutto il mondo dovranno affrontare questa offensiva strategica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le tecnologie dual use</h4>



<p>Un ulteriore motivo per cui i Paesi sviluppati, e gli Stati Uniti in particolare, sono molto preoccupati dagli obiettivi tecnologici cinesi riguarda il fatto che Pechino ha avviato un importante processo di integrazione civile-militare (Civil-military Innovation o CMI, in cinese “fusione civile-militare”), investendo massicciamente nella ricerca e nell’integrazione delle tecnologie emergenti dual use (cioè sviluppate per un uso civile, ma suscettibili di applicazioni in campo militare), per permettere all’Esercito di liberazione del popolo (People Liberation Army, PLA) di superare le capacità belliche convenzionali e raggiungere il dominio sul campo di battaglia in tutti i settori.</p>



<p>Le politiche di CMI hanno ricevuto particolare attenzione sotto la guida di Xi Jinping, durante la quale in Cina sono state ridotte le barriere di ingresso per le imprese del settore privato nella base industriale tecnologica della difesa (DTIB), sebbene al momento attuale il settore sia ancora fortemente dominato dalle imprese statali (SOE, State Owned Enterprises). Ebbene, le tecnologie su cui punta MIC 2025 sono a oggi principalmente civili nella loro applicazione, ma la loro importanza per l’industria bellica sta rapidamente crescendo. Il governo cinese ha definito un “approccio intergovernativo completo”, che si attua in un processo fortemente organizzato dall’alto verso il basso in cui Pechino gioca un ruolo centrale, per colmare il divario con l’Occidente in settori quali la robotica, l’intelligenza artificiale, i sistemi non presidiati e completamente automatizzati, l’informatica quantistica, la tecnologia spaziale e le armi ipersoniche. Perseguendo MIC 2025, dunque, la Cina diventerebbe nello stesso tempo una superpotenza scientifica e tecnologica globale e una nuova superpotenza bellica (8).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo spazio</h4>



<p>Il programma spaziale cinese è tradizionalmente fonte di preoccupazione per le comunità occidentali, in particolare a causa della natura intrinsecamente dual use di molte tecnologie e della stretta collaborazione tra il PLA, le organizzazioni affiliate e l’industria statale, che consente alla Ci-na di ‘mascherare’ attività militari sotto forma di attività spaziali civili. Quello aerospaziale è uno dei dieci settori chiave inclusi nel MIC 2025 ed è anche affrontato nel 13° Piano quinquennale di progetti speciali di integrazione civile-militare, pubblicato nell’agosto 2017 dalla Commissione militare centrale e dal Consiglio di Stato (9).</p>



<p>La Cina lancia regolarmente satelliti e veicoli spaziali, il che le consente di perfezionare processi e applicazioni che potrebbero essere utilizzati anche contro gli avversari in caso di conflitto. Un esempio è la serie di satelliti da ricognizione Yaogan, lanciati dall’aprile del 2006 e destinati a esperimenti scientifici, osservazione della terra e delle coltivazioni, osservazione dei disastri naturali e, ovviamente, controllo militare. Oppure il sistema di posizionamento satellitare BeiDou, che sta espandendo rapidamente la sua copertura, inizialmente regionale, alle rotte della Belt and Road Initiative (BRI) e mira a coprire tutto il mondo entro il 2020 (10). Nel giugno 2016, in un altro esempio della natura dual use del suo programma spaziale, la Cina ha lanciato la navicella Aolong-1, che avrebbe il compito di pulire i detriti orbitali con il suo braccio robotico: si sospetta tuttavia che questa navicella nasconda anche armi antisatellite (11).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sicurezza informatica</h4>



<p>Come ha dichiarato il presidente Xi nell’aprile 2018, la cyber security è il settore high tech con il maggior “dinamismo e potenziale “ per la Cina (12). Le capacità informatiche sono una priorità per il governo cinese e parte integrante degli sforzi militari di modernizzazione e informatizzazione. Nel dicembre 2017, la Cina ha presentato il primo centro di innovazione civile-militare per la sicurezza informatica a Mianyang, nella provincia del Sichuan, creato dalla più grande società cinese di sicurezza informatica, il 360 Enterprise Security Group, che si concentrerà sulla costruzione di sistemi di difesa informatica per usi militari (13). Grazie all’alto livello di attenzione e al sostegno del governo centrale, le capacità cinesi nella cyber security sono migliorate, sebbene non abbiano ancora raggiunto l’eccellenza di quelle USA; ciononostante, una serie di recenti intrusioni nelle reti governative americane e nei server di aziende private segnala che gli operatori cinesi hanno notevoli capacità di penetrare le reti e rubare informazioni, e ciò costituirebbe secondo gli osservatori un metodo comune utilizzato per acquisire tecnologie militari e dual use.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’informatica quantistica</h4>



<p>Anche l’informatica quantistica, suscettibile di importanti usi militari, è oggetto di un aumentato interesse (e di finanziamenti crescenti) da parte di Pechino. Come spiega Max Nikias (Presidente della University of Souther California) nel suo articolo This is the most important tech contest since the space race, and America is losing, pubblicato dal Washington Post (14), i nuovi bit quantistici o “qubit” creano la possibilità di elaborare i dati molto più velocemente di quanto non accada ora, il che permette di comunicare più rapidamente, più accuratamente e in mo-do più sicuro. La tecnologia quantistica sta “rivoluzionando tutto, dalla rottura del codice, alla sicurezza informatica, alla modellazione del clima e sta aprendo nuove frontiere nella medicina e nella scienza dei materiali. Chiunque ottenga per primo questa tecnologia sarà anche in grado di paralizzare le difese tradizionali e le reti elettriche e di manipolare l’economia globale”.</p>



<p>In questo momento, Pechino è in pole position. Dopo la presentazione di MIC 2025, la Cina ha creato una serie di istituzioni dedicate per perseguire l’obiettivo della leadership nelle tecnologie quantistiche: l’Accademia cinese delle scienze (CAS) ha istituito il Quantum Information and Quantum Science and Technology Innovation Research Institute nell’estate del 2017, ed è in corso di costruzione il Laboratorio nazionale per la scienza dell’informazione quantistica, che dovrebbe essere completato entro il 2020 (15). Inoltre importanti strutture accademiche, come la China’s University of Science and Technology, hanno creato laboratori e centri di sviluppo dedicati alla ricerca quantistica come l’Aviation Industry Corporation of China (AVIC) e la China Shipbuilding Industry Corporation (CSIC). Anche l’Academy of Military Science (AMS) e la National University of Defense Technology (NUDT) – organizzazioni che dipendono dal PLA – hanno intensificato i loro sforzi di ricerca quantistica, e giganti privati come Baidu e Alibaba hanno creato centri di ricerca e progetti comuni con la China Academy of Sciences (CAS) e altre istituzioni collegate al governo per la ricerca sulle tecnologie quantistiche.</p>



<p>Gli sforzi di Pechino stanno dando i loro frutti: è stata creata una rete di comunicazione quantistica che si estende da Pechino a Shanghai e che si prevede di espandere a livello nazionale, e la Cina è stata il primo Paese a lanciare con successo un satellite quantistico nello spazio nell’agosto del 2016 (16).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Intelligenza Artificiale</h4>



<p>In termini tecnici, l’IA è un ramo dell’informatica che si occupa della programmazione e della progettazione di sistemi hardware e software che consentono di ottenere macchine con caratteristiche considerate tipicamente umane quali, per esempio, le percezioni visive, spazio-temporali e le capacità decisionali. Queste tecnologie vanno dal machine learning (meccanismi che permettono a una macchina ‘intelligente’ di migliorare le proprie capacità e prestazioni nel tempo) al deep learning (l’apprendimento da parte del computer di dati grazie all’utilizzo di algoritmi di calcolo statistico), dalle reti neurali artificiali (che cercano di mimare il funzionamento delle reti neurali biologiche) agli agenti intelligenti (entità capaci di percepire l’ambiente circostante con l’utilizzo di sensori e di mettere in atto specifiche azioni per mezzo di attuatori), dagli smart object alla realtà virtuale, eccetera. Pechino spera di raggiungere la posizione di leader globale in IA entro il 2030, un mercato del valore di 11.000 miliardi di renminbi (1.430 miliardi di euro) (17).</p>



<p>A questo scopo, oltre a finanziare le istituzioni già esistenti che si occupano di IA, il governo ha e-messo bandi di gara per nuovi progetti finanziati dallo Stato, ha promosso cluster di innovazione e centri di ricerca (come il parco industriale di IA di Pechino) e programmi di formazione di talenti in IA, come quello lanciato dal ministero dell’Istruzione nell’aprile 2018. I risultati non sono mancati: già nel 2017 alle imprese cinesi andava il 48% dei finanziamenti totali mondiali per l’avviamento di progetti di IA, e fra il 2013 e il 2018 la Cina ha attirato il 60% dei finanziamenti globali in IA; inoltre, i giganti tecnologici cinesi come Alibaba, Tencent e Baidu utilizzano già l’IA in un’ampia gamma di servizi (18).</p>



<p>I progressi di Pechino in questo settore sono stati resi possibili anche dalla disponibilità di grandi quantità di dati e da leggi sulla privacy molto permissive, che rappresentano una miniera d’oro per gli istituti di ricerca e le imprese: nel 2018, la Cina aveva 1,4 miliardi di utenti di telefonia mobile, mentre gli Stati Uniti si fermavano a circa 427 milioni (19). Oggi nelle grandi città cinesi è possibile, grazie ai programmi di riconoscimento facciale, fare la spesa nel supermercato senza dovere pagare alla cassa (l’importo viene addebitato automaticamente); la stessa tecnologia, incorporata all’interno di occhiali, permette ai poliziotti che sorvegliano le aree ad alta intensità di transito (stazioni, aeroporti ecc.) di essere immediatamente avvisati quando i sensori riconoscono un individuo ricercato dalle autorità. In futuro, l’intelligenza artificiale sarà incorporata nelle tecnologie belliche cinesi di qualunque tipo, dagli aerei da combattimento senza equipaggio ai droni, dagli arsenali missilistici alla cyber security (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Automazione</h4>



<p>Strettamente collegato all’obiettivo della Cina di diventare un leader globale nell’IA è quello di raggiungere una posizione dominante nei veicoli automatizzati. Secondo i piani di Pechino, le auto parzialmente autonome (con assistenza alla guida) rappresenteranno il 50% delle vendite della Cina entro il 2020 e le auto altamente autonome rappresenteranno il 15% delle vendite entro il 2025. Entro il 2030, infine, si prevede che i veicoli completamente autonomi rappresenteranno il 10% delle vendite (21). Si stima che i mercati cinesi dei veicoli autonomi e dei veicoli che utilizzano sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS) varranno entro il 2020 200 miliardi di renmimbi (28,9 miliardi di dollari).</p>



<p>La spinta per favorire lo sviluppo dell’automazione è sostenuta in gran parte dagli stessi programmi che il governo ha stabilito per l’IA, principalmente a causa della dipendenza dei sistemi automatizzati dall’IA e dai big data. In previsione del raggiungimento degli obiettivi fissati, il MIIT sta elaborando un disegno di legge per regolamentare la guida autonoma, cui seguiranno politiche a livello provinciale e comunale (22). In collaborazione con le imprese del settore privato leader nello sviluppo di queste tecnologie, la Commissione municipale dei trasporti di Pechino ha inoltre annunciato l’istituzione di zone di prova e-sclusive per veicoli autonomi nella capitale e in altri centri comunali.</p>



<p>Anche l’industria cinese dei veicoli aerei senza pilota (UAV) si è sviluppata rapidamente negli ultimi anni, espandendosi sia in ambito civile che militare. La Cina rappresenta il 70% della produzione di droni commerciali e più di 70 Paesi hanno acquisito droni cinesi di varie classi e tipi. La Cina ha superato gli Stati Uniti nel deposito dei brevetti sui droni nel 2012, e nel 2017 ha registrato il maggior numero di brevetti depositati di qualsiasi altro Paese al mondo. L’industria civile si concentra sul mercato in espansione dei droni per hobby, sull’uso dei droni in agricoltura, nella pianificazione urbana, per la logistica e persino per i soccorsi in caso di calamità. In ambito militare, invece, le varianti cinesi dei droni statunitensi MQ-1 Predator hanno giocato, negli ultimi dieci anni, un ruolo sempre più cruciale nel monitoraggio avanzato e nello sviluppo della capacità di puntamento.</p>



<p>La Cina è diventata anche uno dei principali esportatori di Unmanned Combat Aerial Vehicle (UCAV), cioè di droni armati, rifornendo Paesi ai quali è vietato acquistare i modelli statunitensi o che non possono permettersi il loro prezzo: le vendite di UCAV cinesi a Paesi che li utilizzano in combattimento, come la Nigeria, consentono alla Cina di acquisire una preziosa esperienza sul campo. Pechino continua anche a sviluppare veicoli subacquei senza equipaggio (UUV, Unmanned Underwayer Vehicle), che non solo risultano molto più economici degli equivalenti con e-quipaggio convenzionale, ma che costituiscono una soluzione temporanea ai bassi livelli di preparazione al combattimento subacqueo del personale militare cinese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Robotica</h4>



<p>Oltre all’IA e all’automazione, uno dei settori prioritari secondo Pechino per trasformare e aggiornare l’industria manifatturiera cinese è la robotica. Il governo mira ad aumentare la quota di mercato globale dei robot di fabbricazione cinese a oltre il 50% entro il 2020, con un aumento del 19% rispetto al 2016. Per questo, il CCP supporta le aziende che implementano l’automazione robotica in settori chiave, come la produzione e la logistica. Per esempio, nel 2018 il Consiglio di Stato ha annunciato che nel corso dell’anno avrebbe tagliato oltre 60 miliardi di renminbi (7,8 miliardi di euro ai cambi attuali) di tasse per le piccole imprese, le microimprese e le imprese ad alta tecnologia, al fine di ridurre i costi operativi e stimolare l’innovazione (23).</p>



<p>Come è avvenuto nel caso dell’IA, il MIIT ha anche approvato un piano per la costruzione di un centro nazionale di robotica che “si concentrerà sull’eliminazione dei più comuni colli di bottiglia, come le tecnologie di interazione uomo-macchina e il controllo conforme”. Il delta del fiume Yangtze (Shanghai, Kunshan, Changzhou, Xuzhou e Nanjing) e il delta del fiume delle Perle (Shenzhen) sono le principali regioni di innovazione e sviluppo della robotica, insieme a 40 parchi industriali dedicati in tutto il Paese, che beneficiano di risorse governative.</p>



<p>Il mercato cinese dei robot specializzati comprende anche i robot utilizzati per scopi militari o per operazioni di ricerca e salvataggio, per esempio AnBot, (24) un Robocop sviluppato dalla China’s National Defense University che possiede sensori simili a occhi e orecchie umane, può pattugliare le strade autonomamente, rispondere a domande, usare il riconoscimento facciale, lanciare allarmi in caso di necessità e perfino stordire i malintenzionati con scariche elettriche. L’introduzione della robotica sul campo di battaglia, attraverso l’utilizzo di macchine-soldato, permetterà al PLA di specializzarsi nella guerra di alto livello, tagliando i costi e aumentando la velocità di risposta, a patto di riuscire a sviluppare le capacità di connessione tra diverse unità robotiche (per ridurre il rischio di vulnerabilità del singolo elemento) e di dotare i dispositivi di tecnologie di IA affinché siano in grado di ‘pensare’ in modo indipendente e di adattarsi più velocemente agli eventi degli esseri umani (25).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Oggi, la Cina stabilisce il ritmo di molte tecnologie emergenti mentre il resto del mondo cerca di tenere il passo. Ha fatto grandi progressi in settori come l’IT di nuova generazione (aziende co-me Huawei e ZTE sono destinate a conquistare una posizione dominante a livello mondiale nell’introduzione delle reti 5G), le ferrovie ad alta velocità e le trasmissioni di energia elettrica ad altissima tensione. Nel Paese sono spuntati più di 530 parchi industriali di produzione intelligente: molti si concentrano su big data (21%), nuovi materiali (17%) e cloud computing (13%). Recentemente, le tecnologie eco-friendly hanno ricevuto un’attenzione particolare nei documenti politici, a sostegno della visione del presidente Xi Jinping di creare una “civiltà ecologica” che prospera sullo sviluppo sostenibile. La Cina si è inoltre assicurata una posizione di forza in settori quali l’intelligenza artificiale, le nuove energie e i veicoli intelligenti.</p>



<p>Tuttavia, la dipendenza da componenti esteri è ancora un importante collo di bottiglia per le ambizioni tecnologiche nazionali. Il settore high tech cinese presenta notevoli debolezze nella padronanza di alcune tecnologie fondamentali, per esempio nei settori dei nuovi materiali, dei semiconduttori e dei componenti chiave per macchine utensili e, come hanno recentemente illustrato le misure commerciali degli Stati Uniti contro imprese come ZTE e Huawei, le aziende cinesi si sono trovate talvolta a dover gestire l’impossibilità di accedere a chip o altri componenti high tech provenienti dall’estero (26).</p>



<p>I pianificatori di Pechino si stanno impegnando su diversi livelli per eliminare queste strozzature. In primo luogo, il Paese investe molto nella ricerca (nel 2018, la Cina ha speso circa 300 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, quasi il 2,2% del Pil); in secondo luogo, il governo sta spingendo per coordinare a un livello più centrale l’attuazione del MIC 2025 e delle relative politiche industriali (a ogni regione è stato assegnato il compito di concentrarsi su un particolare aspetto dello sviluppo tecnologico). Inoltre, a differenza dei precedenti piani nazionali di politica economica, MIC 2025 attribuisce maggiore importanza alle imprese private, all’imprenditorialità e ai meccanismi di mercato, migliorando al tempo stesso la competitività delle imprese statali che sono ancora considerate fondamentali per la spinta all’innovazione.</p>



<p>Tutto ciò, insieme alle tre fonti ‘classiche’ di vantaggio competitivo della Cina – il suo enorme mercato interno, il potere centralizzato e il sostegno governativo, e il processo di globalizzazione che continua a trasformare i mercati di tutto il mondo (27) – potrebbe essere sufficiente per garantire al Paese l’ascesa ai vertici nel gioco della tecnologia globale. Se a questo si aggiunge il risvolto militare, siamo di fronte a forti cambiamenti nell’equilibrio mondiale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/097491011100300302" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/097491011100300302</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Elsa B. Kania, Made in China 2025, Explained, The Diplomat, 1 febbraio 2019, <a href="https://thediplomat.com/2019/02/made-in-china-2025-explained/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://thediplomat.com/2019/02/made-in-china-2025-explained/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.merics.org/sites/default/files/2019-07/MPOC_8_MadeinChina_2025_final_3.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.merics.org/sites/default/files/2019-07/MPOC_8_MadeinChina_2025_final_3.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">5) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">6) Per Internet of Things o Internet delle cose si intende l’estensione di internet al mondo degli smart object, oggetti ‘intelligenti’ che si contraddistinguono per alcune proprietà o funzionalità, fra cui la connettività, la geolocalizzazione, la capacità di elaborare dati e la capacità di interagire con l’ambiente esterno. Per esempio sveglie che suonano in anticipo al mattino in caso di traffico, scarpe da corsa che permettono di gareggiare con individui dall’altra parte del pianeta, vasetti di farmaci che avvisano i familiari quando il paziente si dimentica di assumere la medicina, e così via</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Meia Nouwens e Helena Legarda, Emerging technology dominance: what China’s pursuit of advanced dual-use technologies means for the future of Europe’s economy and defence innovation, dicembre 2018 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.merics.org/sites/default/files/2018-12/181218_Emerging_technology_dominance_MERICS_IISS.pdf" target="_blank">https://www.merics.org/sites/default/files/2018-12/181218_Emerging_technology_dominance_MERICS_IISS.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Meia Nouwens e Helena Legarda, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Thirteenth Five Year Plan science and technology civil-military integration special development plan, AiSiXiang, 26 settembre 2017, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.aisixiang.com/data/106161.html" target="_blank">http://www.aisixiang.com/data/106161.html</a>, tradotto</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Pratik Jakhar, How China’s GPS ‘rival’ Beidou is plotting to go global, BBC, 20 settembre 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.bbc.com/news/technology-45471959" target="_blank">https://www.bbc.com/news/technology-45471959</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Stephen Chen, Is China militarising space? Experts say new junk collector could be used as anti-satellite weapon, South China Morning Post, 12 giugno 2017,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/1982526/china-militarising-space-experts-say-new-junk-collector" target="_blank"> https://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/1982526/china-militarising-space-experts-say-new-junk-collector</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Xi Jinping: Independent Innovation to Promote the Construction of a Network Powerhouse, Xinhua, 21 aprile 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.xinhuanet.com/politics/2018-04/21/c_1122719810.html" target="_blank">http://www.xinhuanet.com/politics/2018-04/21/c_1122719810.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Jiang Jie, China unveils its first civil-military cybersecurity innovation center, People’s Daily Online, 28 dicembre 2017, <a rel="noreferrer noopener" href="http://en.people.cn/n3/2017/1228/c90000-9309428.html" target="_blank">http://en.people.cn/n3/2017/1228/c90000-9309428.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://presidentemeritus.usc.edu/files/2018/05/WaPo-quantum-tech-op-ed-5.11.18.pdf" target="_blank">https://presidentemeritus.usc.edu/files/2018/05/WaPo-quantum-tech-op-ed-5.11.18.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Susan Decker e Christopher Yasiejko, Forget the Trade War. China wants to win computing arms race, Bloomsberg, 9 aprile 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-04-08/forget-the-trade-war-china-wants-to-win-the-computing-arms-race" target="_blank">https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-04-08/forget-the-trade-war-china-wants-to-win-the-computing-arms-race</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) L’idea di un satellite quantistico era stata inizialmente proposta dal fisico austriaco Anton Zeilinger all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Tuttavia, Zeilinger non è riuscito a ottenere dall’ESA i finanziamenti necessari, e si è rivolto alla Cina, che ha messo a sua disposizione i fondi e un team di ricerca guidato da Pan Jianwei della CSA</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Ian Burrows, Made in China 2025: Xi Jinping’s plan to turn China into the AI world leader, ABC News, 5 ottobre 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.abc.net.au/news/2018-10-06/china-plans-to-become-ai-world-leader/10332614" target="_blank">http://www.abc.net.au/news/2018-10-06/china-plans-to-become-ai-world-leader/10332614</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. He Wei, Nation aims to boost AI to benefit world, China Daily, 18 settembre 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.chinadaily.com.cn/a/201809/18/WS5b9ffaa6a31033b4f46568a0.html" target="_blank">http://www.chinadaily.com.cn/a/201809/18/WS5b9ffaa6a31033b4f46568a0.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. Ian Burrows, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. Meia Nouwens e Helena Legarda, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. Michael J. Dunne, China aims to be No.1 globally in EV’s, autonomous cars by 2030, Forbes, 14 dicembre 2016, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.forbes.com/sites/michaeldunne/2016/12/14/chinasautomotive-2030-blueprint-no-1-globally-in-evs-autonomouscars/#7418b9981c6e" target="_blank">https://www.forbes.com/sites/michaeldunne/2016/12/14/chinasautomotive-2030-blueprint-no-1-globally-in-evs-autonomouscars/#7418b9981c6e</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. Namrita Chow, Chinese government drafts policies for autonomous vehicles, IHS Markit, 25 gennaio 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://ihsmarkit.com/research-analysis/Chinese-government-drafts-policies-autonomous-vehicles.html" target="_blank">https://ihsmarkit.com/research-analysis/Chinese-government-drafts-policies-autonomous-vehicles.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. Alexander Chipman Koty, China to cut US$9.5 billion in taxes for small and micro enterprises, high-tech firms, Dezan Shira &amp; Associates China Briefing, 30 aprile 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.china-briefing.com/news/china-cut-us9-5-billion-taxes-small-micro-enterprises-high-tech-firms/" target="_blank">https://www.china-briefing.com/news/china-cut-us9-5-billion-taxes-small-micro-enterprises-high-tech-firms/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://futurism.com/meet" target="_blank"> https://futurism.com/meet</a>-anbot-chinas-first-robot-railway-patrol</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. Jeff Becker, How to beat Russia and China on the battlefield: military robots, National Interest, 18 marzo 2018,<a rel="noreferrer noopener" href="https://nationalinterest.org/blog/the-buzz/how-beat-russia-china-the-battlefield-military-robots-24963" target="_blank"> https://nationalinterest.org/blog/the-buzz/how-beat-russia-china-the-battlefield-military-robots-24963</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.merics.org/sites/default/files/2019-07/MPOC_8_MadeinChina_2025_final_3.pdf" target="_blank"> https://www.merics.org/sites/default/files/2019-07/MPOC_8_MadeinChina_2025_final_3.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://academic.oup.com/spp/article-abstract/43/1/62/2503390?redirectedFrom=fulltext" target="_blank">https://academic.oup.com/spp/article-abstract/43/1/62/2503390?redirectedFrom=fulltext</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fra Stato e mercato. L&#8217;ossimoro cinese</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fra-stato-e-mercato-lossimoro-cinese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 18:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalle riforme di Deng Xiaoping nel 1978 al capitalismo di Stato avviato nel 1997 alla governance di Xi Jinping: come la Cina è diventata la seconda economia mondiale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, giugno-settembre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dalle riforme di Deng Xiaoping nel 1978 al capitalismo di Stato avviato nel 1997 alla governance di Xi Jinping: come la Cina è diventata la seconda economia mondiale</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Fondata nel 1949 come Paese socialista, la Repubblica Popolare Cinese ha adottato in seguito, a partire dalle riforme economiche del 1978, un approccio ‘capitalista’ sui generis, che l’ha trasformata nella seconda economia mondiale e che le permetterà con ogni probabilità di strappare la leadership agli Stati Uniti entro la fine del secolo. Qualunque mutamento della politica economica cinese ha ormai implicazioni globali. Il progetto denominato “Made in China 2025”, un ambizioso programma elaborato e gestito da Pechino per trasformare la Cina nel principale leader tecnologico mondiale, costituisce di fatto non solo una sfida globale per le economie di mercato, ma soprattutto il primo tentativo di esportazione del sistema economico cinese. Da qui le tensioni fra la Cina e il suo partner commerciale più importante, ma anche il suo principale concorrente: gli Stati Uniti d’America.</p>



<p>L’ultima volta che due sistemi economici incompatibili e in competizione fra loro si sono fronteggiati – erano i tempi della guerra fredda – ogni lato ha eretto dei muri. Ma, oltre alla vendita occasionale di alcuni articoli di consumo (è il caso della Pepsi in Russia), c’erano pochissimi scambi o investimenti tra le nazioni basate sul libero mercato e le nazioni comuniste. Al contrario, l’adesione della Cina alla WTO (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001 è stata caldamente sostenuta dagli Stati capitalisti, nella speranza che l’appartenenza a un’organizzazione con regole comuni e condivise di matrice occidentale conducesse Pechino a compiere i passi necessari affinché la Repubblica Popolare diventasse una vera e propria economia di mercato.</p>



<p>Secondo l’allora presidente della WTO, Supachai Panitchpakdi, la richiesta testimoniava “la volontà della Cina di giocare secondo le regole del commercio internazionale e di portare il suo apparato governativo spesso opaco e ingombrante in armonia con un ordine mondiale che richiede chiarezza ed equità”. Ciò non è accaduto, e fra gli impegni cinesi in seno alla WTO e le sue effettive pratiche commerciali ed economiche il divario è rimasto eclatante (1), con il risultato che in un’economia globale profondamente integrata, oggi coesistono – per ora pacificamente – due sistemi molto diversi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La visione di Deng Xiaoping</h4>



<p>Alla morte di Mao Zedong, avvenuta il 9 settembre 1976, la Repubblica Popolare Cinese era rimasta priva di qualunque figura in grado di rappresentare l’autorità centrale, sia da un punto di vista simbolico che sul fronte amministrativo. La Banda dei Quattro, che aveva gestito un enorme potere durante la Rivoluzione Culturale pur senza avere incarichi politici di primissimo piano (2), era stata smantellata e l’incarico di presidente era stato attribuito a Hua Guofeng, un politico moderato fedele alla linea maoista. Tuttavia la sua ostilità verso qualsiasi riforma su larga scala gli conquistò presto l’avversione delle alte sfere del partito. Nel dicembre del 1978 un gruppo di veterani guidati da Deng Xiaoping, determinati a modificare il modello economico cinese e le sue istituzioni, costrinse Hua a cedere gran parte del suo potere effettivo, permettendogli tuttavia di mantenere alcuni titoli dal valore puramente formale.</p>



<p>Deng Xiaoping, il nuovo ideologo del partito, aveva vissuto e studiato in Francia dal 1920 al 1927 (anni in cui aveva abbracciato la fede comunista), era tornato in patria e aveva partecipato alla Lunga Marcia, aveva ricoperto nel corso del tempo incarichi pubblici prestigiosi (nel 1954 era stato eletto segretario generale del CCP e membro del Politburo del partito), ma era stato per ben due volte ‘purgato’ da Mao per il suo incoercibile orientamento ‘borghese’ in economia. La Cina che ereditava era un Paese afflitto da pesanti conflitti sociali e disordini istituzionali, dove la fame era ancora una piaga diffusa e in cui il prestigio del partito comunista aveva perso molto del suo smalto.</p>



<p>Determinato a invertire la rotta, Deng divenne l’architetto di una nuova linea di pensiero, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che combinava l’ideologia socialista con la libera impresa. La strategia consisteva nell’adottare metodi e riforme capitaliste per stimolare la crescita economica e ripristinare la fiducia nel comunismo, mantenendo tuttavia le istituzioni cinesi sotto il saldo controllo del partito.</p>



<p>Le finalità delle sue riforme, e cioè modernizzare il Paese nei settori dell’agricoltura, dell’industria, della scienza e tecnologia e rinnovare l’apparato militare (le cosiddette “quattro modernizzazioni”), potevano (e dovevano) essere perseguite attraverso un’economia socialista di mercato: “Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l’essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c’è una pianificazione anche nel capitalismo; l’economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell’attività economica” (3). E ancora: “Non dobbiamo temere di adottare gli avanzati metodi di gestione applicati nei Paesi capitalisti […] L’essenza stessa del socialismo è la liberazione e lo sviluppo dei sistemi produttivi […] Il socialismo e l’economia di mercato non sono incompatibili […] È giusto preoccuparsi delle derive verso destra ma, prima di tutto, dobbiamo preoccuparci delle derive a sinistra” (4).</p>



<p>Furono dunque attuate diverse riforme economiche che consentirono al settore privato di avviare e gestire nuovamente le proprie attività e vennero istituite quattro zone economiche speciali lungo la costa della Cina (vedi Figura 1) deputate ad attrarre gli investimenti stranieri. Il 29 gennaio 1979 Deng Xiaoping, che ricopriva allora la carica di vicepresidente, incontrò il presidente statunitense Jimmy Carter per la firma di nuovi e storici accordi che annullarono decenni di opposizione bilaterale e sancirono il pieno riconoscimento diplomatico degli USA alla Repubblica Popolare Cinese.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-1024x770.jpg" alt="" class="wp-image-225" width="512" height="385" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-1024x770.jpg 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-600x451.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-300x226.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-768x577.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1-750x564.jpg 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura1.jpg 1040w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<p>Nella generale spinta alla crescita, alle municipalità locali e alle province fu consentito di investire nelle industrie che consideravano più redditizie e ciò in un primo tempo convogliò gli investimenti verso l’industria leggera. Questo tipo di produzione fu vitale per lo sviluppo del Paese, che aveva un basso capitale di base. Dopo un breve periodo di gestazione, grazie ai bassi requisiti di capitale e agli alti guadagni derivanti dalle esportazioni verso l’estero, i profitti generati dall’industria leggera poterono essere reinvestiti in una produzione tecnologicamente più avanzata, innescando quel circolo virtuoso che ha trasformato radicalmente il volto della Cina. Oggi il Pil del Paese è 28 volte più grande di quanto era nel 1978, mentre nel 2016 la produzione di automobili è stata un terzo di quella mondiale (e sei volte quella degli Stati Uniti).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’importanza degli investimenti stranieri</h4>



<p>Secondo uno studio effettuato nel 2017 da Mike Enright presso l’Università di Hong Kong e finanziato dalla Hinrich Foundation (5), in quarant’anni le imprese straniere hanno versato nell’economia cinese 3.000 miliardi di dollari e hanno contribuito a creare 210 milioni di posti di lavoro. I flussi nominali annui di investimenti esteri sono saliti da una media di un paio di miliardi di dollari l’anno negli anni ‘80 a più di 110 miliardi di dollari all’anno negli ultimi dieci anni, ed Enright calcola che le imprese industriali straniere nel 2013 rappresentavano il 33% del Pil cinese e il 27% dell’occupazione. Questo significa che un terzo del Pil cinese negli ultimi anni è stato generato dagli investimenti, dalle operazioni e dalle supply chain delle società straniere. “La Cina negli ultimi 35 anni probabilmente ha beneficiato degli investimenti esteri più di qualsiasi altro Paese al mondo”, afferma Enright, “ed è riuscita a ottenere questi benefici […] senza cedere sovranità o soffrire il dominio straniero”.</p>



<p>Il dato diventa ancora più significativo quando si monetizza l’effetto indotto dalle imprese estere in termini di modernizzazione industriale, di miglioramento della catena di fornitura e distribuzione, di crescita del settore di ricerca e sviluppo, di formazione manageriale e istruzione, e così via. Per esempio, si calcola che una sola azienda come la Procter &amp; Gamble contribuisca con oltre 11 miliardi all’anno al Pil cinese e con oltre 610.000 posti di lavoro all’occupazione della Repubblica Popolare. Non serve dire che l’investimento della P&amp;G rende anche per i diretti interessati, se è vero che la stragrande maggioranza degli 11 miliardi di dollari di revenues della multinazionale statunitense è da imputare ai consumatori cinesi. Eppure, le imprese straniere rappresentano solo il 2,5% degli investimenti lordi e lo 0,5% delle immobilizzazioni. La Figura 2 confronta alcuni dati economici del 2016 relativi al delta del Fiume delle Perle (dove sono situate le zone aperte agli investimenti volute da Deng Xiaoping), con i corrispondenti valori per le bay areas di Tokio, New York e San Francisco.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-1024x659.jpg" alt="" class="wp-image-226" width="512" height="330" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-1024x659.jpg 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-600x386.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-300x193.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-768x494.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2-750x482.jpg 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura2.jpg 1040w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Figura 2</figcaption></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Il socialismo con caratteristiche cinesi</h4>



<p>In confronto agli incredibili sviluppi economici che la Cina ha vissuto negli ultimi decenni, il peso delle riforme politiche attuate è stato davvero limitato. Deng era un comunista convinto, e sebbene abbia traghettato la Cina verso un’economia di mercato, non ha mai smesso di sostenere la centralità dell’ideologia e del partito. Come testimonia Sir Vince Cable (6), Deng è una figura difficile da valutare per gli occidentali. Ha la notevole eredità “di avere sollevato dalla povertà più esseri umani di chiunque altro nella storia del mondo. Ma aveva scarso interesse per i ‘diritti umani’ o per la democrazia in stile occidentale e, in quanto comunista, considerava queste cose come irrilevanti o come una minaccia per il governo del partito” (7) (non a caso, è stato proprio Deng a ordinare il ‘massacro’ degli studenti che manifestavano in piazza Tiananmen nel 1989).</p>



<p>Nel tempo la Cina ha attraversato fasi più autenticamente imprenditoriali e altre in cui le prerogative della ‘libera’ impresa sono state ridotte, a seconda della congiuntura economica e della visione e dei progetti del partito. Per esempio, Xi Jinping, l’attuale presidente della Repubblica Popolare, ha ritenuto che fosse necessario interrompere – in certi settori addirittura invertire – la tendenza verso un’economia di mercato. E mentre un tema chiave delle riforme di Deng era il decentramento del processo decisionale, con l’aumento del peso e dei poteri delle amministrazioni locali, Xi è andato ancora una volta in controtendenza per arginare il fenomeno pervasivo della corruzione politica nelle province. Ma gli statisti cinesi sono individui pragmatici, ed era lo stesso Deng ad affermare: “Che importanza ha il colore del gatto, a condizione che catturi i topi?”</p>



<p>Così la Cina ha fatto molta strada, si è aperta agli investimenti stranieri molto più che, per esempio, l’India. Le sue imprese competono a livello internazionale e investono all’estero. Alcuni imprenditori cinesi come Jack Ma, fondatore e Ceo di Alibaba Group, hanno un riconoscimento globale (oltre a un posto di spicco nei ranghi del partito). La vita economica quotidiana è governata dai mercati e gli agricoltori hanno diritti di proprietà maggiori, sebbene non completi. Esistono sofisticate borse valori e un mercato dei capitali efficiente. Tuttavia la maggior parte delle piccole e medie imprese non sono ‘private’ in senso occidentale, ma hanno stretti legami con il governo locale. Inoltre, quasi tutte le grandi aziende cinesi di successo, altamente efficienti e competitive, sono di proprietà statale e controllano settori strategici come quello bancario, energetico e delle telecomunicazioni, mentre le poche grandi società realmente private (come Huawei, Lenovo e il già citato Ali Baba) concordano insieme al governo centrale l’orientamento strategico e la definizione delle tattiche industriali e commerciali più importanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il capitalismo di Stato</h4>



<p>Nel suo saggio <em>State Capitalism in China</em> del 2016 (8), Yasheng Huang, professore di Chinese Economy and Business e professore di Global Economics and Management alla Sloan School of Management del Massachusetts Institute of Technology (la business school del MIT), dimostra che Pechino ha seguito due diversi modelli di sviluppo da Deng Xiaoping a oggi: il primo, una sorta di capitalismo imprenditoriale, parte dalle riforme rurali della fine degli anni ‘70 e finisce a metà degli anni ‘90; il secondo, che inizia intorno al 1997 ed è in auge ancora oggi, è il cosiddetto capitalismo di Stato. Queste due fasi molto diverse nelle loro caratteristiche sono ‘invisibili’ se si considerano come unici dati rilevanti la crescita del Pil e la dimensione del settore privato (e in effetti la maggior parte degli studiosi considera una rotta unica il percorso cinese dal 1978 a oggi), mentre diventano evidenti analizzando anche altri indicatori più esplicativi.</p>



<p>Innanzitutto occorre confrontare l’andamento del Pil con quello del reddito delle persone fisiche. Mentre dal 1978 a oggi il Pil cinese è sempre cresciuto a tassi robusti, durante la fase più imprenditoriale dello sviluppo, dal 1978 al 1997, il reddito delle persone fisiche è cresciuto a tassi superiori rispetto al Pil; in questo periodo lo Stato cinese ha attuato riforme finanziarie su vasta scala nella Cina rurale, ha protetto i diritti di proprietà degli imprenditori agricoli e ha compiuto alcuni passi iniziali per frenare il potere del PCC. Viceversa, anche se il Pil ha continuato a crescere rapidamente, verso la fine degli anni ‘90 l’aumento del reddito personale è rallentato notevolmente e la distribuzione del reddito è peggiorata. Come mai?</p>



<p>Secondo Huang il motivo risiede in una diversa strategia di crescita adottata a partire dal XV Congresso del Partito del 1997, che egli considera “la genesi del capitalismo di Stato”. Durante il congresso venne presentato il nuovo programma di privatizzazioni del governo, il cui titolo ufficiale era “Afferrare il grande e lasciar andare il piccolo”: lasciare andare il piccolo significava che il governo avrebbe privatizzato numerosissime piccole aziende statali ad alta intensità di manodopera, per afferrare il grande, cioè ristrutturare, consolidare e rafforzare le più grandi imprese possedute dallo Stato. In altri termini, “lasciare andare il piccolo” era la tattica impiegata per “afferrare il grande”, ponendo fine alle sovvenzioni e alle responsabilità sociali del governo, e riducendo le complessità operative e gestionali. Invece di dirigere migliaia di piccole imprese sparse in tutto il Paese, lo Stato cinese sceglieva di concentrarsi solo su quelle di grandi dimensioni, strategicamente più interessanti.</p>



<p>Ciò da un lato ha avuto pesanti effetti collaterali in termini di disoccupazione e tensioni sociali, e questo si riflette nella flessione della curva del reddito delle persone fisiche; dall’altro ha comportato una massiccia ridistribuzione di risorse finanziarie, umane e manageriali con l’obiettivo di ottenere un maggiore controllo sull’economia.</p>



<p>La ragione per cui molti autori considerano – sbagliando – l’economia cinese come essenzialmente capitalistica va ricercata, secondo Huang, anche nella scelta dell’indicatore per calcolare le dimensioni del settore privato. La maggior parte degli studiosi si limita a considerare la composizione dell’azionariato societario (quello che Huang chiama i “diritti di reddito”) e, sulla base del fatto che il settore privato così definito è cresciuto uniformemente nel tempo, conclude che la Cina è solidamente orientata verso un’economia di mercato. Ma la corretta valutazione della natura privata o statalistica di un’azienda non deve, o non dovrebbe, poggiare interamente sui diritti di reddito, cioè sui diritti di ricevere dividendi, ma anche sui “diritti di controllo”, per esempio il diritto di assumere e licenziare il top management, il diritto di decidere in merito a fusioni o acquisizione e il diritto di vendere l’azienda posseduta.</p>



<p>Purtroppo, sebbene sia disponibile un insieme affidabile di dati, largamente utilizzato dagli economisti, sulla proprietà azionaria delle aziende cinesi, Pechino non rivela informazioni su chi controlla effettivamente queste aziende. Tuttavia dedurre i diritti di controllo dalle informazioni sui diritti di reddito è un esercizio pericoloso che può portare a conclusioni del tutto errate. Prendiamo l’esempio di SAIC Motor Corporation Limited (SAIC Motor), considerata un’impresa interamente privata perché la quota dello Stato nel suo capitale sociale è pari allo 0%. L’azienda è stata fondata nel 1997 (prima si chiamava Shanghai Gear Factory), il 30% del capitale azionario è stato quotato alla Borsa di Shanghai, e quindi appartiene a persone fisiche, mentre il 70% è detenuto dalla Shanghai Automotive Industry Corporation (SAIC), una persona giuridica. Il problema è che il 100% di SAIC è nelle mani del governo di Shanghai. Poiché il governo di Shanghai possiede SAIC Motor tramite SAIC, nelle statistiche SAIC Motor appare come un’entità totalmente privata, sebbene sia evidente che lo Stato in realtà ha il controllo della società.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La mano invisibile, ma di chi?</h4>



<p>Anche secondo l’economista Robert Atkinson, presidente dell’ITIF (Information Technology and Innovation Foundation), un think tank specializzato in politiche pubbliche per l’innovazione con sede a Washington D.C., ciò che governa Pechino non è un’economia di mercato (9). Le economie capitaliste avanzate condividono secondo Atkinson alcune convinzioni basilari, per esempio il fatto che il capitale privato dovrebbe essere al centro dell’attività economica, che le transazioni basate sul mercato sono la chiave della prosperità e che la proprietà privata dovrebbe essere protetta. A livello politico, la sinistra e la destra si battono su come raggiungere il giusto equilibrio tra questi fattori, ma in generale concordano sui principi fondamentali. In breve, secondo Atkinson qualsiasi differenza tra le nazioni capitaliste è di grado, non di tipo. Ma il paradigma della Cina non è così chiaro: “Il premio Nobel Ronald Coase e il suo co-autore Ning Wang proclamano che la Cina ha ‘abbracciato il capitalismo’, citando il fatto che il libro di Adam Smith The Theory of Moral Sentiments ha più di una dozzina di traduzioni cinesi. Ma il fatto che la Cina […] traduca i classici del capitalismo in mandarino non significa che sia capitalista. La realtà è che le differenze tra le varianti cinesi e occidentali del capitalismo sono più di tipo che di grado”.</p>



<p>La Cina è un’economia ibrida. E sebbene, ricorda Atkinson, abbia più di 150.000 imprese statali, che rappresentano il 40% delle attività industriali, il capitalismo di Stato cinese non riguarda tanto il numero o le dimensioni di queste imprese, quanto il ruolo centrale che il Partito Comunista Cinese svolge praticamente in tutti gli aspetti della vita economica. Al suo centro, il capitalismo di Stato cinese è un sistema in cui lo scopo delle imprese – private e pubbliche – è di raggiungere gli obiettivi del Partito Comunista. E il PCC usa tutta una serie di strumenti, sia con le imprese nazionali che con quelle straniere che investono in Cina, per ottenere il coordinamento e le competenze necessari al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal partito. Alcuni di questi metodi appaiono discutibili o addirittura illegali dal punto di vista occidentale, per esempio chiudere un occhio sul furto della proprietà intellettuale degli investitori esteri, oppure imporre alla maggior parte delle imprese straniere la formula della joint venture con società cinesi come condizione di accesso al mercato (un accordo che Pechino chiama “scambio di mercato con tecnologia”).</p>



<p>O ancora l’intervento del partito sui mercati valutari, come è avvenuto anche in tempi molto recenti: in risposta all’imposizione da parte dell’amministrazione Trump di dazi pari al 10% su un’ampia gamma di prodotti importati dalla Cina, il governo ha svalutato del 10% il valore dello yuan rispetto al dollaro, anestetizzando di fatto la manovra protezionistica statunitense. Secondo Atkinson, il capitalismo occidentale non è semplicemente un sistema costruito sulla proprietà privata, ma un sistema in cui i cittadini hanno una considerevole – sebbene non illimitata – libertà di perseguire i propri obiettivi al di fuori dell’influenza dello Stato. E, secondo questo standard, la Cina è lontana dal poter essere considerata un’economia capitalista.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il processo di governance</h4>



<p>Il presidente Xi Jinping ha pubblicato, il primo gennaio 2014, un articolo intitolato Unifying the thinking in the spirit of the Third Plenary Session of 18th Central Committee of the CPC (10), in cui spiega il significato fondamentale e specifico del sistema di governance nella Repubblica Popolare. Secondo Xi, il sistema di governance nazionale cinese può essere inteso come un insieme completo di programmi e procedure strettamente collegati e coordinati attraverso i quali il Paese è governato sotto la guida del partito. Consiste di istituzioni, meccanismi, leggi e regolamenti in materia di economia, politica, cultura, società, e progresso ecologico.</p>



<p>Gli obiettivi del processo di governance sono la promozione della riforma economica, dello sviluppo e della stabilità; la gestione degli affari interni, degli affari esteri e della difesa nazionale; il governo del partito, dello Stato e delle forze armate. Il sistema di governance nazionale di un Paese e le sue capacità di governance – dice Xi – si completano a vicenda per formare un tutto organico, poiché da un lato un solido sistema di governance è essenziale per il miglioramento della capacità di governance, dall’altra il miglioramento della capacità di governance è una condizione necessaria per permettere al sistema di esercitare pienamente la sua efficacia. È convinzione di Xi e di molti esperti cinesi (11) che, soprattutto nei periodi in cui la crescita e-conomica rallenta, un approccio alla governance di tipo top-down sia quello che meglio garantisce il raggiungimento degli obiettivi.</p>



<p>Nel processo di governance cinese, un’importanza fondamentale rivestono i cosiddetti piani quinquennali, una serie di iniziative di sviluppo sociale ed economico, tipiche delle economie pianificate, che sono stati introdotti in Cina fin dal 1953. Nonostante i tre decenni di riforme economiche orientate al mercato, il piano quinquennale è ancora una componente chiave della società cinese, anzi, a partire dal nuovo millennio il PCC ha ‘riscoperto’ questo strumento, cui si deve gran parte del successo politico del Paese (12), e lo ha utilizzato sempre più efficacemente nella pianificazione strategica a livello macro e micro.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-1024x786.jpg" alt="" class="wp-image-227" width="512" height="393" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-1024x786.jpg 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-600x460.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-300x230.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-768x589.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3-750x575.jpg 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/polemos-Cina-figura3.jpg 1040w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Figura 3. La pianificazione strategica in Cina.<br>Fonte: <a href="https://www.mlit.go.jp/kokudokeikaku/international/spw/general/china/index_e.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mlit.go.jp/kokudokeikaku/international/spw/general/china/index_e.html</a></figcaption></figure></div>



<p>Il percorso di definizione del documento è molto articolato (vedi Figura 3): una volta ogni cinque anni, il Comitato Centrale del partito tiene un plenum per elaborare le linee guida del piano e, una volta fissate, gli uffici responsabili della pianificazione dei ministeri e delle agenzie del governo centrale, dei governi regionali e di quelli provinciali iniziano a elaborare gli obiettivi specifici e il dettaglio delle politiche di attuazione. Il Consiglio di Stato è responsabile della bozza del documento finale, che viene presentato e discusso nella sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo nella primavera dell’anno successivo.</p>



<p>Il report, generalmente lungo un centinaio di pagine, elenca i principali obiettivi politico-economici del governo, che possono essere sia di tipo qualitativo (come la promozione dello sviluppo regionale coordinato e l’armonia sociale) che quantitativo (come i tassi desiderati di crescita economica, i livelli delle esportazioni, gli investimenti esteri diretti e la creazione di posti di lavoro). La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, la principale agenzia di pianificazione cinese, è responsabile di gran parte delle pratiche burocratiche e del coordinamento tra le diverse centinaia di agenzie e istituzioni che danno il loro contributo. A partire da quanto stabilito dal piano quinquennale generale, tutti i governi regionali, tutti i settori economici e tutte le industrie dovranno elaborare i loro specifici sotto-piani.</p>



<p>Ai piani quinquennali si affiancano la pianificazione strategica specifica per l’urbanizzazione e lo sviluppo dell’interno del Paese e i piani speciali nazionali, che si concentrano sui grandi investimenti in infrastrutture, sull’uso di risorse chiave e sulla fornitura di beni e servizi pubblici di base. Questi piani sono sviluppati durante il periodo del piano quinquennale e comprendono piani specifici di settore (13).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>La Cina ha intrapreso da tempo la via della privatizzazione, questo non è in discussione. Tuttavia, il modo migliore per caratterizzare il processo cinese è classificarlo come una privatizzazione tattica: Pechino non ha mai abbracciato la privatizzazione come obiettivo politico in sé e per sé, ma come uno strumento al servizio di uno scopo più ampio. Uno degli obiettivi del PCC è sicuramente mantenere il controllo politico, e il mantenimento del controllo politico, a sua volta, richiede il mantenimento del controllo economico dei settori vitali dell’economia. Dice Huang (14): “Il programma di privatizzazione della fine degli anni ‘90 è stato in verità il mezzo per finanziare le imprese che lo Stato intendeva controllare e per ridurre le complessità operative e manageriali, in modo che Pechino potesse concentrarsi sulla gestione di un numero minore di imprese più grandi. <em>La privatizzazione tattica non ha ridotto il potere dello Stato cinese, anzi lo ha finanziato e reso più intelligente</em>” (il corsivo è dell’autore).</p>



<p>Ciò non significa che la strada della Repubblica Popolare verso il futuro sia priva di ostacoli. Le decisioni prese hanno avuto e avranno delle conseguenze sia economiche che politiche difficili da governare. Sinteticamente, i grossi problemi sul tavolo di Pechino sono due, strettamente correlati l’uno all’altro.</p>



<p>Il primo è la crescita relativamente scarsa del reddito delle persone fisiche rispetto alla crescita del Pil; l’altro è la struttura macroeconomica cinese, caratterizzata da alti tassi di investimento e bassi tassi di consumo. Poiché il sistema finanziario cinese è stato organizzato per finanziare l’offerta, non la domanda (cioè per finanziare le imprese, non le famiglie), il consumo può essere finanziato solo dal reddito, e non dai prestiti personali (come avviene, per esempio, in modo massiccio negli Stati Uniti). Di conseguenza, ogni rallentamento della crescita del reddito porta inevitabilmente a un rallentamento della crescita dei consumi.</p>



<p>L’ossimoro cinese ha costruito il suo successo su due forze economiche: una forte domanda esterna di beni e una forte domanda interna nel settore immobiliare. Complice la crisi del 2008, questi due fattori chiave non esistono più, e così nel 2012 sia il rapporto fra consumi e Pil che il tasso di crescita del Pil hanno iniziato a diminuire simultaneamente, a testimonianza del fatto che la curva degli investimenti era entrata in una fase di rendimenti decrescenti.</p>



<p>Xi Jinping ha assunto la Presidenza della Repubblica Popolare proprio in quel momento cruciale, prendendo due contromisure che mirano a lasciare inalterata la struttura portante del capitalismo cinese, forse enfatizzando ulteriormente il ruolo dello Stato nell’economia: la Belt and Road Initiative (15), per puntare sulla domanda estera di infrastrutture (data la saturazione della domanda interna), e il programma Made in China 2025 per spostare la leadership cinese dai beni di consumo alle produzioni high tech ad alto rendimento. I dati ci diranno presto se Pechino ha puntato ancora una volta sul cavallo vincente.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. S.J. Ezell e R.D. Atkinson, False Promises: The Yawning Gap Between China’s WTO Commitments and Practices, The Information Technology &amp; Innovation Foundation, settembre 2015<br>2) Accusati di essere membri della banda furono Jiang Qing, vedova di Mao e sua quarta e ultima moglie, e tre suoi associati, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen, che furono processati e condannati. In seguito anche Kang Sheng e Xie Fuzhi furono accusati di appartenere alla banda, ma non furono processati in quanto deceduti prima del 1976. L’arresto segnò simbolicamente la fine della Rivoluzione Culturale<br>3) Deng Xiaoping, in The Changing Face of China, John Gittings, Oxford University Press, 2005<br>4) Deng Xiaoping, in Pela China Dentro, António Caeiro, Dom Quixote, 2004<br>5) Cfr. <a href="https://www.scmp.com/business/companies/article/2102825/four-decades-chinese-capitalism-shows-how-trade-and-investments" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.scmp.com/business/companies/article/2102825/four-decades-chinese-capitalism-shows-how-trade-and-investments</a><br>6) Sir Vince Cable, classe 1943 e leader dei liberaldemocratici britannici dal 2017, ha ricoperto la carica di Secretary of State for Business, Innovation and Skills – cioè è stato responsabile del ministero dell’Industria, Commercio e Innovazione – dal 2010 al 2015, nel primo governo Cameron<br>7) Cfr. <a href="https://www.futurelearn.com/courses/politics-of-economics/0/steps/30823" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.futurelearn.com/courses/politics-of-economics/0/steps/30823</a><br>8) Cfr. <a href="https://www.beloit.edu/upton/assets/VOL_VIII.Huang.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.beloit.edu/upton/assets/VOL_VIII.Huang.pdf</a><br>9) Cfr. <a href="https://www.nationalreview.com/magazine/2019/05/20/chinese-capitalism-is-an-oxymoron/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nationalreview.com/magazine/2019/05/20/chinese-capitalism-is-an-oxymoron/</a><br>10) Xi, J. P. Unifying the thinking in the spirit of the Third Plenary Session of 18th Central Committee of the CPC, Qiushi, 1, 3-6<br>8) Cfr. <a href="https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative</a><br>9) Cfr. <a href="http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers</a><br>10) Cfr. <a href="http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative</a><br>11) Cfr. Research on the Top-Down Design of China’s Economic Reform and National Governance Modernization, Jie Gao e Yunlong Ding, Harbin Institute of Technology, Harbin, China<br>12) Cfr. <a href="https://www.scmp.com/news/china/policies-politics/article/1866736/how-chinas-five-year-plan-overhang-soviet-era-has" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.scmp.com/news/china/policies-politics/article/1866736/how-chinas-five-year-plan-overhang-soviet-era-has</a><br>13) Cfr. <a href="http://www.china.org.cn/opinion/2015-06/22/content_35865390.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.china.org.cn/opinion/2015-06/22/content_35865390.htm</a><br>14) Op. cit.<br>15) Cfr. Giovanna Baer, <em><a href="http://rivistapaginauno.it/vento-dallest-la-nuova-via-della-seta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vento dall’Est. La nuova Via della Seta</a></em>, Paginauno n. 62/2019</p>
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		<title>Vento dall&#8217;Est. La nuova Via della Seta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/vento-dallest-la-nuova-via-della-seta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 17:07:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[via della seta]]></category>
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					<description><![CDATA[Le ragioni economiche che spingono la strategia cinese, gli obiettivi, la struttura finanziaria che la sostiene, i rischi della ‘trappola del debito’ in cui già sono caduti alcuni Paesi: la Cina ridisegna il modello di globalizzazione]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le ragioni economiche che spingono la strategia cinese, gli obiettivi, la struttura finanziaria che la sostiene, i rischi della ‘trappola del debito’ in cui già sono caduti alcuni Paesi: la Cina ridisegna il modello di globalizzazione</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente cinese XI Jinping hanno firmato a Roma il 23 marzo scorso un importante Memorandum d’intesa tra Italia e Cina sulla&nbsp;<em>Belt and Road Initiative</em>&nbsp;(BRI), un enorme programma di investimenti cinesi in infrastrutture lungo la cosiddetta Via della Seta: una definizione che comprende diverse antiche rotte commerciali, terrestri, marittime e fluviali di circa 8.000 chilometri, lungo le quali fin dai tempi di Erodoto si sono snodati gli scambi culturali e commerciali tra Oriente e Occidente. La firma del Memorandum ha reso la visita di Xi particolarmente attesa e rilevante.</p>



<p>I media ne hanno ampiamente seguito la cronaca e discusso, per la magnitudine del progetto – in termini di portata economica e di durata temporale – ma soprattutto perché l’Italia è il primo Paese del G7 a partecipare ufficialmente alla BRI, e questa partnership potrebbe modificare la politica estera e mettere in crisi la storica alleanza con gli Stati Uniti – lasceremo da parte in questa analisi la questione della rete 5G perché articolata e meriterebbe un articolo a sé.</p>



<h4 class="wp-block-heading">One Belt One Road</h4>



<p>Nel settembre del 2013 Xi Jinping ha tenuto un discorso in Kazakistan, all’università di Nazarbaev, dal titolo suggestivo: “Promuovere l’amicizia fra i nostri popoli e lavorare insieme per creare un luminoso futuro” (1). Vi sottolineava che “per forgiare legami economici più stretti, migliorare il livello di cooperazione ed espandere lo spazio di sviluppo nella regione euroasiatica, dovremmo scegliere un approccio innovativo e unire gli sforzi per costruire una cintura economica lungo la Via della Seta. Potremmo iniziare con investimenti in singole aree e congiungerle nel tempo per connettere l’intera regione”.</p>



<p>Il mese successivo, in occasione del meeting dei leader dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation, un organismo nato nel 1989 per favorire la cooperazione economica nelle aree del sud-est asiatico e dell’Oceania), Xi ha rimarcato come la regione ha costituito un importante snodo nelle rotte marittime della Via della Seta fin dai tempi antichi, e che la Cina intendeva approfondire il livello di cooperazione con l’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) utilizzando fondi messi a disposizione a questo scopo per stabilire una solida partnership in vista della costruzione di una nuova Via marittima della Seta (2).</p>



<p>Oggi il progetto strategico di sviluppo del governo cinese, i cui connotati si sono delineati negli anni seguenti (e stanno tuttora definendosi) si configura come un piano di investimenti in infrastrutture che coinvolge 152 Paesi e organizzazioni disseminati fra l’Europa, l’Asia, il Medio Oriente, l’America latina e l’Africa.</p>



<p>La BRI è formata da due componenti distinte, la&nbsp;<em>Silk Road Economic Belt</em>, cui fanno capo gli investimenti in infrastrutture lungo le strade dell’antica Via della Seta, per collegare la Cina all’Asia centrale e all’Europa via terra; e la&nbsp;<em>Maritime Silk Road</em>, che comprende invece gli investimenti necessari a ricostruire e potenziare le infrastrutture lungo le rotte marittime che connettono il sud-est asiatico con i Paesi del Golfo, il Nord Africa e l’Europa. Sono stati inoltre progettati sei ulteriori corridoi economici per connettere alla Belt and Road alcuni Paesi che non erano in origine attraversati dalla Via della Seta, ma considerati strategici dal governo cinese, co-me il Venezuela e l’Australia.</p>



<p>La BRI si configura dunque come un network omnicomprensivo nei settori dei trasposti e delle comunicazioni, composto da ferrovie, autostrade, porti, rotte aeree e marittime, oleodotti, gasdotti e linee elettriche (vedi Figura 1), che dovrebbe funzionare da catalizzatore per grandi cluster industriali, le cui attività si allargherebbero a macchia d’olio nei settori delle costruzioni, della metallurgia, dell’energia, della finanza, delle comunicazioni, della logistica e del turismo, creando un corridoio economico integrato che collegherà il sud-est asiatico (“il motore economico del mondo”) con l’Europa, creando nuove opportunità di crescita e conducendo alla formazione di nuove aree commerciali nell’aria dell’est, dell’ovest e del sud dell’Asia. I Paesi coinvolti dall’iniziativa, secondo la Banca mondiale, costituiscono nel complesso oltre il 30% del Pil globale, il 62% della popolazione e il 75% delle riserve di energia a oggi conosciute (3). Le cifre di cui parla il governo cinese sono impressionanti: 3 bilioni (tre milioni di milioni) di dollari complessivi, di cui circa 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2026 (4), il che rende la BRI la più importante strategia di sviluppo mai concepita.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="495" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24.jpg" alt="" class="wp-image-2095" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24-300x248.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>Il denaro verrà erogato da banche sostenute dal governo centrale cinese, da imprese statali cinesi e da alcune amministrazioni locali cinesi, cui sono stati attribuite quote del Fondo costituito appositamente per l’implementazione dell’iniziativa e che si stanno impegnando attivamente per reperire progetti da finanziare. Ma il&nbsp;<em>leading player</em>&nbsp;è senza dubbio rappresentato dalla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la risposta cinese alla Banca mondiale, inaugurata nel gennaio del 2016 dalla Cina (che fa la parte del leone con una quota compresa fra un terzo e la metà dei finanziamenti erogati) insieme ad altri 57 Paesi, e che ha il suo quartier generale a Pechino (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">We have a dream</h4>



<p>Wang Yiwei è un accademico di fama internazionale: è titolare della cattedra Jean Monet, professore alla School of International Studies e senior fellow al Chongyang Institute for Financial Studies della Renmin University of China (RDCY, inaugurato nel gennaio 2013 e istituito grazie a una donazione di 200 milioni di dollari dall’attuale presidente del Shanghai Chongyang Investment Group, Qiu Guogen, un ex alunno della Renmin University); Wang Yiwei si può considerare un intellettuale organico al governo cinese, nonché uno dei più ferventi estimatori della BRI. Nel suo articolo intitolato <em>China’s New Silk Road: a case study in EU-China relations</em> (6), pubblicato dall’ISPI nel 2015 all’interno del rapporto <em>Xi’s policy gambles: the bumpy road ahead</em>, Wang Yiwei descrive dettagliatamente il punto di vista cinese sull’enorme opportunità che la BRI costituirebbe per il Vecchio continente, e mette in atto un tentativo di seduzione senza precedenti: più che un corteggiamento, potremmo definirlo un adescamento (sebbene di gran classe).</p>



<p>La Cina non è la sola nazione ad aver pensato a una rinascita della Via della Seta, scrive Wang Yiwei: proposte in questo senso sono state avanzate dal Giappone nel 1998 limitatamente all’Asia centrale, dagli USA nel 2011 per l’Asia meridionale e centrale (TPP), dall’India nel 2014 per ristabilire i legami storici con i Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano e da altri Paesi come il Kazakistan e la Corea. Tuttavia, sottolinea l’accademico, la portata economica e diplomatica di questi programmi non sarebbe paragonabile al sogno cinese di promuovere la creazione di “una comunità orientata allo sviluppo cementata da un unico destino”.</p>



<p>La BRI sarebbe superiore sotto tutti gli aspetti anche all’antica Via della Seta: dal punto di vista geografico, perché raggiungerebbe Mosca a nord, i Paesi del Pacifico meridionale a sud, l’America Latina a est e la Germania a ovest; dal punto di vista infrastrutturale, perché non si tratterebbe più di una rotta per il commercio ma di una interconnessione spaziale, economica e culturale complessiva a misura del XXI secolo; e infine dal punto di vista del significato, perché l’antica Via della Seta era stata creata per permettere all’Europa di arrivare in Cina ed esportarne i prodotti, mentre oggi è la Cina che spalanca le sue porte al mondo, in una nuova strategia di apertura “a tutto tondo” verso l’Occidente.</p>



<p>L’obiettivo della BRI è ridisegnare il modello di globalizzazione attuale e promuovere la nascita di un nuovo ordine economico, spostando verso Est l’epicentro dell’egemonia mondiale, attraverso la costituzione di un enorme mercato euroasiatico libero da dazi doganali, l’Eurasian Continental Free Trade Area. Nella grandiosa – e poetica, a modo suo – visione cinese, la BRI rappresenta le ali che faranno decollare l’economia asiatica, ali necessarie affinché i futuri partner mettano da parte le proprie personali preoccupazioni strategiche in nome dello sviluppo: “When economic development is concerned it is easier to achieve a win-win situation without causing excessive strategic concerns”.</p>



<p>C’è una trasparenza, quasi una&nbsp;<em>naivet</em>é nella narrazione cinese che lascia di stucco: quando in gioco ci sono i soldi, tanti, tantissimi soldi – dicono i cinesi – è più facile raggiungere soluzioni che facciano contenti tutti. “Le potenze extraterritoriali come la Russia, gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone non verranno escluse ma tollerate, per enfatizzare lo spirito di cooperazione internazionale e le caratteristiche di pubblica utilità, di modo che [la BRI] non rappresenti una strategia unilaterale cinese. Davvero il progetto One Belt One Road sta mettendo in pratica alla lettera l’idea che il sogno della Cina è lo stesso sogno di una vita migliore comune a tutte le genti del mondo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il piano Marshall</h4>



<p>Nonostante la millantata universalità del progetto, è evidente e inevitabile che il tentativo di riformare l’ordine mondiale non può piacere a tutti, e in particolare alle nazioni che hanno costruito la loro prosperità sulla situazione geopolitica attuale, Stati Uniti in primis. Ma la Cina vuole chiarire subito alla Ue che qui non si tratta di cambiare squadra, si tratta di cambiare gioco. Dice Wang Yiwei: anche gli USA, alla fine della seconda guerra mondiale, hanno teso una mano all’Europa con il Piano Marshall, per fornire aiuti finanziari alle nazioni devastate dal conflitto, partecipare alla ricostruzione europea ed evitare i default nazionali, ma hanno subito approfittato della propria posizione di superiorità economica per imporre le regole di Bretton Woods, e ciò ha permesso loro di diventare i principali beneficiari del piano di aiuti.</p>



<p>E se è vero che la Cina attuale, come gli USA del dopoguerra, desidera rilanciare la propria immagine globale e la propria influenza, continua Wang Yiwei, ciò non deve avvenire a scapito delle sorti dei propri partner: la BRI non è stata pensata come un piano unilaterale ma come una strategia di sviluppo inclusivo (<em>inclusive development</em>), ragion per cui a tutti i partecipanti sono assicurati miglioramenti economici, stabilità finanziaria e benessere sociale. Inoltre, sottolinea Wang Yiwei, il governo cinese non ha nessun interesse nel condizionare politicamente i propri alleati nel progetto, come invece ha fatto l’America nel dopoguerra con il piano Marshall, allo scopo di contenere il blocco sovietico e la crescita dei partiti comunisti nazionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Transcending the West and discovering the world</h4>



<p>In sostanza, dice Wang Yiwei, One Belt One Road rappresenta per l’Europa la possibilità di andare oltre la vecchia alleanza a Ovest e di riscoprire il mondo, con innumerevoli vantaggi, primo fra tutti quello di ristabilire il proprio primato culturale. Storicamente, il continente euroasiatico – le cui due grandi civiltà, quella occidentale e quella orientale, erano collegate proprio dalla Via della Seta – ha rappresentato il cuore della civilizzazione mondiale, e così è stato fi-no alla nascita dell’Impero Ottomano. Oggi, l’Europa si confronta con l’opportunità unica di ritornare al centro del mondo, realizzando il sogno dell’Eurasia, quella che Halford Mackinder (il fondatore della geopolitica) chiamava <em>the world island</em>, la cui integrazione riporterebbe gli Stati Uniti (<em>the isolated island</em>) in posizione marginale, ristabilendo l’antico ordine mondiale e gli antichi splendori. Per usare le parole di Wang Yiwei, “l’Europa dovrebbe cogliere al volo questa seconda possibilità di realizzare il proprio sogno, che è complementare al sogno cinese e viene da esso rafforzato”.</p>



<p>Inoltre, alla Cina sembra ormai evidente che l’Europa non riuscirà a portare a termine il proprio percorso di integrazione se la prospettiva rimarrà quella attuale. La BRI, invece, trasformerà l’Europa centrale e orientale (in particolare la Polonia, la Grecia, i Balcani e l’Ungheria) nel nuovo portale europeo cinese, e favorirà la pacificazione con la Russia, di importanza fondamentale per la stabilità del Vecchio continente.</p>



<p>Last but not least, il governo cinese fa brillare davanti agli occhi di questa Europa dilaniata politicamente ed economicamente impoverita un nuovo sogno coloniale: i Paesi dell’Africa occidentale, dell’Oceano indiano e dell’Asia centrale avrebbero infatti bisogno dell’esperienza europea e delle sue pratiche di governance, scrive Wang Yiwei. Sotto l’egida della BRI vi saranno numerose opportunità per la Cina e la Ue di uno “sviluppo collaborativo” (<em>cooperatively develop</em>) in questi nuovi mercati. “L’esperienza, gli standard, l’influenza storica e culturale dell’Europa sono considerati dalla Cina di grande valore. One Belt One Road promuove lo spirito della Via della Seta, cioè la solidarietà, la fiducia reciproca, l’uguaglianza e i benefici comuni, la tolleranza, la possibilità di imparare gli uni dagli altri e la collaborazione<em>&nbsp;win-win</em>. Quando questo spirito si connetterà con lo spirito dell’Europa ed entrerà in risonanza con la potenza normativa della Ue, l’influenza cino-europea aumenterà in modo significativo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il<em> regulatory capitalism</em> e il modello cinese</h4>



<p>Si comprende ora come quella dichiarata dagli Stati Uniti alla Cina dall’Amministrazione Trump (e da Obama prima di lui) sia ben di più di una guerra commerciale: quel che c’è in gioco è la leadership del capitalismo globale, e gli USA non possono permettersi di perderla. Cosa avverrebbe del debito americano se una nuova potente alleanza asiatica, o addirittura un colosso eurasiatico, sfidasse la supremazia del dollaro?</p>



<p>E se perdesse i suoi accessi privilegiati alle materie prime? Dietro il gigantesco piano di investimenti in infrastrutture traspare la volontà egemonica della Cina, che dal commercio e dalla finanza si dilaterebbe inevitabilmente alla sfera politica e militare. Per questa ragione gli Stati Uniti non hanno partecipato al capitale della AIIB, cogliendo immediatamente nella nuova istituzione la sfida all’architettura nata nel 1944 a Bretton Woods. Obama, in verità, aveva anticipato le mosse cinesi quando, nel 2011, aveva ideato e promosso il TPP (Trans-Pacific Partnership), un trattato di partnership commerciale nel sud-est asiatico per il contenimento dell’influenza cinese che purtroppo (per gli USA) non ha mai visto la luce.</p>



<p>Richard B. Stewart insegna legge alla New York University ed è uno dei maggiori esperti mondiali sui trattati internazionali mega-regionali per la regolamentazione del commercio e degli investimenti. Nel suo articolo&nbsp;<em>TPP’s Regulatory Capitalism and China’s Belt and Road Challenges&nbsp;</em>(7) afferma che la decisione del Presidente Trump di non firmare la nuova versione del TPP, il TPP-11 (firmato da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), incoraggerà la Cina a respingere attivamente il modello di regulatory capitalism – quello di una politica economica globale basata su regole amministrative che non dipendono dal sistema legislativo o giudiziario – su cui si sono fondati gli ultimi quarant’anni di preminenza globale americana.</p>



<p>La domanda che incombe sul futuro del sistema economico mondiale è dunque quali passi istituzionali e legali la Cina intraprenderà per trarre vantaggio dai suoi investimenti in infrastrutture nella Belt and Road Initiative. È probabile che assicurerà un accesso preferenziale alle aziende cinesi nei Paesi che ospiteranno la nuova Via della Seta, e che svilupperà un sistema collegato di leggi e accordi governativi per spingere il gioco in favore dei propri interessi. Per esempio Pechino sembra decisa a istituire tribunali speciali e poli arbitrali all’interno del suo territorio, deputati a risolvere le dispute transnazionali collegate alla BRI, con l’obiettivo di gestire i contrasti in istituzioni controllate dal governo cinese piuttosto che nelle sedi stabilite dal sistema internazionale.</p>



<p>Ma, dopotutto, l’Europa (o meglio, i Paesi in cui il sogno europeo si è trasformato in un incubo, come l’Italia) potrebbe dire: che importa. Gli Stati Uniti hanno sfruttato per decenni la loro rendita di posizione, come dice Wang Yiwei e forse, insieme alla Cina, potremmo tornare a&nbsp;<em>contare</em>&nbsp;qualcosa. E, anche se così non fosse, i finanziamenti di Pechino piovono su magre finanze e, vista la gabbia imposta nell’eurozona ai finanziamenti pubblici, dove altro potremmo trovare il denaro per gli investimenti in infrastrutture o in ricerca, o per ridare slancio all’occupazione?</p>



<h4 class="wp-block-heading">I rischi della partnership</h4>



<p>La Banca Mondiale (Bm), da parte sua, pur non potendo negare la magnitudo dell’iniziativa, pone l’accento sui rischi della partecipazione al progetto (8): richiederà ai Paesi ospitanti di stabilire nuove regole e riforme istituzionali, afferma, e alcune delle infrastrutture progettate dalla BRI potrebbero essere difficili da implementare e creare problemi di sostenibilità fiscale, impatto ambientale o rischi sociali. Anche la riduzione dei dazi potrebbe comportare uno shock economico e rendere necessarie politiche di aggiustamento. Infine, conclude la Banca mondiale, per realizzare le opportunità di crescita e di riduzione della povertà offerte dalla BRI bisognerebbe creare le adeguate condizioni macroeconomiche e le istituzioni di supporto necessarie, e in ogni caso i partner dovrebbero essere consapevoli che i risultati varieranno sia da Paese a Paese che all’interno dei gruppi sociali nazionali sulla base delle condizioni di partenza e delle politiche messe in atto.</p>



<p>Il punto è che la Banca mondiale è parte in causa: l’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina rischia di intaccare la sua egemonia finanziaria, e nella Bm gli Stati Uniti detengono una quota di capitale, e quindi di voto, significativamente maggiore rispetto a tutti gli altri Paesi membri dell’istituzione (9). Ciò non toglie, tuttavia, che accettare l’invito cinese potrebbe avere risvolti negativi, che qualche partnership sta già rivelando.</p>



<p>Per comprendere come ciò sia possibile, bisogna tornare indietro, alle ragioni che hanno spinto Pechino ad adottare una strategia di sviluppo di questo tipo. A partire dal 2012 il governo cinese ha iniziato a promuovere un obiettivo di crescita più contenuto rispetto al passato, pari al 6,5%, definendo il nuovo target&nbsp;<em>new normal</em>. Tale riduzione, si diceva, avrebbe permesso di aumentare la stabilità e riorientare le risorse verso l’interno, migliorando le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini cinesi.</p>



<p>Tuttavia, in contrasto con le dichiarazioni pubbliche, lo Stato ha continuato a perseguire alti tassi di crescita, finanziando una massiccia urbanizzazione che ha creato un vero e proprio boom nel settore delle costruzioni. Sono state edificate strade, ferrovie, aeroporti, centri residenziali e commerciali (che hanno dato vita a delle vere e proprie città fantasma, data l’impossibilità della domanda interna di assorbire l’eccesso di offerta), e l’espansione è stata finanziata con una rapida crescita del debito (10).</p>



<p>In particolare a impennarsi è stato l’indebitamento delle aziende (vedi Grafico 2), ma anche quello delle amministrazioni locali e delle famiglie è cresciuto in modo consistente. Un importante effetto collaterale del boom immobiliare è stato che le imprese, per far fronte ai piani del governo, hanno dovuto aumentare la scala di produzione, il che ha dato origine a gravi problemi di sovracapacità. Xin Zhang della East China Normal University of Shangai (11) sottolinea che i nove settori tradizionali dell’economia cinese (acciaio, cemento, vetro, alluminio, carbone, costruzioni navali, energia solare, energia eolica e petrolchimico) sono quelli che più risentono dell’eccesso di capacità produttiva e sono tutti collegati all’energia, alle grandi opere infrastrutturali e all’edilizia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1.jpg" alt="" class="wp-image-1062" width="454" height="352" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1-300x233.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1-600x465.jpg 600w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Il bisogno di una nuova strategia</h4>



<p>Tale situazione ha iniziato a spingere bruscamente verso il basso i tassi di rendimento, come numerose ricerche condotte in Cina e all’estero hanno dimostrato. Dal 2015, lo spettro della fuga di capitali ha iniziato ad aggirarsi nell’economia cinese, al punto che la Banca centrale ha dovuto bruciare 1 bilione delle sue riserve valutarie per difendere il tasso di cambio dello yuan. Di conseguenza, è diventato sempre più improbabile che Pechino riuscisse a stabilizzare la crescita mantenendo la vecchia strategia di sviluppo: di qui la necessità di cambiare strada.</p>



<p>La BRI rappresenterebbe dunque il tentativo da parte del governo cinese di risolvere i problemi di sovracapacità produttiva, surplus di capitale, minori opportunità di investimento, debito in crescita e diminuzione dei rendimenti attraverso l’espansione geografica delle attività e dei processi economici. Il punto è che i famosi investimenti di cui si compone la BRI sono in sostanza prestiti concessi dalle banche di sviluppo cinesi a Paesi terzi e, come ogni altro prestito, vanno ripagati con gli interessi, a prescindere dai risultati economici ottenuti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La trappola del debito</h4>



<p>L’autostrada Bar-Boljare in Montenero ne è un esempio. L’opera è stata costruita dalla China Road and Bridge Corporation (CRBC) con un prestito di 809 milioni di euro erogato dalla Exim Bank of China (12). Il Fondo monetario internazionale (FMI) – altra parte in causa come la Banca mondiale e per le medesime ragioni sopra riportate, su questo non c’è dubbio e occorre tenerne conto nell’analisi delle sue valutazioni – afferma che, senza la costruzione dell’autostrada, il debito del Montenero sarebbe sceso al 59% del Pil invece di toccare il 78%, come è avvenuto nel 2019, e la prosecuzione dei lavori metterà ulteriormente a rischio la sostenibilità del debito.</p>



<p>Questo è il caso tipico di molti progetti finanziati dalla BRI: le infrastrutture sono edificate da compagnie statali cinesi, utilizzando per lo più lavoratori e materiali cinesi (su cui Pechino impone non vengano applicati Iva o dazi), con una banca di sviluppo cinese a cui il Paese ospite deve ripagare capitale e interessi, e alla fine al partner potrebbe non restare nemmeno la possibilità di sfruttare commercialmente l’opera.</p>



<p>Emblematica è stata la vicenda dello Sri Lanka, il cui governo è stato costretto a cedere la gestione del porto strategico di Hambantota alla Cina con un contratto di 99 anni per non essere riuscito a ripagare il debito di 8 miliardi di dollari sottoscritto con le società cinesi. Anche le nazioni africane, che hanno visto una rapida espansione dell’attività industriale cinese sotto l’egida della BRI, sono esposte a grandi rischi in termini di sostenibilità dei deficit: le economie dei Paesi ricchi di risorse naturali, infatti, sono esposte più di ogni altre alle fluttuazione dei prezzi delle materie prime.</p>



<p>Quando le quotazioni scendono le entrate nazionali si comprimono e i tassi di cambio precipitano, rendendo sempre più difficile ripagare i prestiti contratti con i Paesi stranieri. La Tanzania ha dovuto sospendere nel 2016 la costruzione del porto di Bagamoyo, uno dei progetti della BRI, per mancanza di fondi. Il porto era in origine un investimento congiunto fra la Tanzania e la China Merchants Holding, ma il Paese ha dovuto cedere le sue quote al socio cinese, perdendo così, insieme alla proprietà, anche tutti i diritti di sfruttamento dell’infrastruttura. Dopo queste vicende alcuni Paesi, fra cui la Malesia (che lo scorso agosto ha annullato la costruzione della East Coast Rail Link, del valore di 20 miliardi di dollari, e di due gasdotti del valore di 2,3 miliardi [13]), stanno cancellando o riducendo i propri impegni nella BRI. Ma il caso più delicato, soprattutto per le possibili ripercussioni internazionali, è quello del Pakistan.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il CPEC</h4>



<p>China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), descritto mirabilmente dal si-to del governo come “a journey towards economic regionalization in the globalized world”, “a hope of better region of the future with peace, development and growth of economy” (14) è rappresentato da una serie di infrastrutture in via di costruzione (autostrade, ferrovie, condotte energetiche) per collegare il Porto di Gwadar in Pakistan con la regione cinese dello Xinjiang. Il corridoio è considerato essenziale per le relazioni Cina-Pakistan, sarà lungo 2.700 km e il suo costo è lievitato nel 2017 dai 46 miliardi di dollari iniziali a 62 miliardi.</p>



<p>Il progetto è stato presentato dal governo di Islamabad, perciò l’onere di ripagare il prestito grava sulle spalle del Pakistan, mentre le aziende appaltatrici, così come le attrezzature, i materiali da costruzione e la forza lavoro, e soprattutto gli investitori, cioè le banche che finanziano l’operazione (principalmente la Exim Bank Of China e la China Development Bank) saranno cinesi (15). Il capitale necessario alla costruzione delle infrastrutture di trasporto verrà erogato dalla Cina sotto forma di prestiti a tassi che vanno dal 2 al 5,2%, mentre per quanto riguarda gli investimenti energetici (la parte più sostanziosa dell’accordo) la situazione è più complessa, perché si tratterebbe di una forma particolare di FDI (Foreign Direct Investments, cioè investimenti diretti dall’estero).</p>



<p>Normalmente i FDI sono altamente desiderabili perché assicurano l’ingresso di valuta straniera e aiutano a stabilizzare l’economia, ma in questo caso la situazione è praticamente rovesciata: le grandi banche d’investimento cinesi finanzieranno imprese di costruzione cinesi affinché investano nella costruzione di pipeline in Pakistan; il denaro verrà speso per comprare materiale cinese e per pagare manodopera cinese; in cambio degli investimenti nel settore energetico pakistano le aziende investitrici cinesi otterranno una quota dei profitti sotto forma di dividendi in dollari. Inoltre il governo pakistano si è legalmente vincolato ad assicurare agli investitori cinesi la disponibilità di riserve in dollari affinché questi possano ripagare i prestiti ottenuti dalle banche cinesi.</p>



<p>Il Paese, che già soffre di una carenza di riserve nella moneta statunitense, si trova perciò a dover riversare fiumi di valuta pregiata nell’economia cinese, bussando (come già sta facendo) alle porte del FMI, della Banca mondiale e dell’Arabia Saudita per e-vitare la bancarotta. E cosa avverrà nel 2037-38 se Islamabad, alla scadenza dei prestiti per il CPEC e nel momento in cui dovrà pagare i dividendi agli investitori cinesi, non avesse le necessarie riserve in dollari e dovesse dichiarare il default?</p>



<p>Infine, ciliegina sulla torta, l’accordo per il CPEC prevede anche che il Pakistan rinunci a tassare i 4,42 miliardi di dollari di profitti maturati dalle banche cinesi sui prestiti commerciali erogati, perdendo un piccolo patrimonio in entrate fiscali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Il capitale deve generare profitti, questa è la regola d’oro del capitalismo, e dopo trent’anni di crescita a tassi altissimi sia lo Stato che i capitalisti privati cinesi hanno accumulato somme incredibili. Per esempio, le riserve di valuta straniera cinesi che erano pari a soli 2.262 milioni di dollari nel dicembre del 1980 hanno toccato nel giugno 2014 la cifra record di 3.993.212 milioni di dollari (16).</p>



<p>La Cina porta avanti la BRI essenzialmente per accedere a nuovi mercati; favorire i propri investimenti; assicurarsi la fornitura di cibo, risorse ed energia; esportare prodotti e servizi; rafforzare il ruolo di valuta globale della propria moneta; incrementare la propria influenza. Tutte operazioni che prima della Cina hanno attuato e tuttora implementano i Paesi occidentali, Stati Uniti e nazioni europee, attraverso varie modalità, dal colonialismo al Piano Marshall al sistema FMI-Banca mondiale: il capitalismo sempre alle stesse regole risponde, a Est come a Ovest. Nel prendere le decisioni, si tratta di esserne almeno consapevoli.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=dHkNzMjEv0Y" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=dHkNzMjEv0Y</a><br>2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://vimeo.com/77520931" target="_blank">https://vimeo.com/77520931</a><br>3) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative" target="_blank">https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative</a><br>4) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://fortune.com/china-belt-road-investment/" target="_blank">http://fortune.com/china-belt-road-investment/</a><br>5) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.aiib.org/en/about-aiib/index.html" target="_blank">https://www.aiib.org/en/about-aiib/index.html</a><br>6) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ispionline.it/it/EBook/CHINA.POLICY.2015/CHINA.POLICY_Cap.6_EBOOK.pdf" target="_blank">https://www.ispionline.it/it/EBook/CHINA.POLICY.2015/CHINA.POLICY_Cap.6_EBOOK.pdf</a><br>7) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://thediplomat.com/2018/05/tpps-regulatory-capitalism-and-chinas-belt-and-road-challenges/" target="_blank">https://thediplomat.com/2018/05/tpps-regulatory-capitalism-and-chinas-belt-and-road-challenges/</a><br>8) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative" target="_blank">https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative</a><br>9) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers" target="_blank">http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers</a><br>10) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative</a><br>11) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14650045.2017.1289371?scroll=top&amp;needAccess=true" target="_blank">https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14650045.2017.1289371?scroll=top&amp;needAccess=true</a><br>12) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative</a><br>13) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://thediplomat.com/2018/08/malaysias-canceled-belt-and-road-initiative-projects-and-the-implications-for-china/" target="_blank">https://thediplomat.com/2018/08/malaysias-canceled-belt-and-road-initiative-projects-and-the-implications-for-china/</a><br>14) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://cpec.gov.pk/introduction/1" target="_blank">http://cpec.gov.pk/introduction/1</a><br>15) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dailyo.in/politics/china-debt-trap-pakistan-cpec-imf-imran-khan/story/1/28759.html" target="_blank">https://www.dailyo.in/politics/china-debt-trap-pakistan-cpec-imf-imran-khan/story/1/28759.html</a><br>16) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/The-Domestic-Consequences-of-China-s-One-Belt-One-Road-Initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/The-Domestic-Consequences-of-China-s-One-Belt-One-Road-Initiative</a></p>
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