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Home Economia Economia

La corsa allo Spazio è una corsa al profitto (seconda parte)

Giovanna Cracco by Giovanna Cracco
5 Marzo 2025
in Economia, Nuove Tecnologie
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La corsa allo Spazio è una corsa al profitto (seconda parte)

Photo by NASA on Unsplash

  • (Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)

Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo

“Noi (e la nostra progenie qui sulla Terra) dovremmo fare il tifo per i coraggiosi avventurieri spaziali, perché avranno un ruolo fondamentale nel guidare il futuro postumano e nel determinare cosa accadrà nel ventiduesimo secolo e oltre.”
Martin Rees, On the Future: Prospects for Humanity, 2021

“Nei prossimi cinque o dieci anni, il generale di brigata della Space Force John M.Olson prevede molto più di una semplice missione della NASA per riportare l’umanità sulla Luna: prevede un ‘vibrante focus commerciale’ guidato da aziende spaziali in rapida espansione. Componente chiave di tutto questo sarà un’architettura spaziale ibrida, resiliente e robusta, con una visione che arriva fino alla Luna e forse oltre […]. Tale architettura, a volte definita ‘space highway’ (autostrada spaziale, n.d.a.), dovrà realizzarsi con uno sforzo collettivo tra l’industria privata, le agenzie civili e l’esercito” (1). È il 2021 quando la Space Force statunitense (2) inizia a parlare di space highway, e il 2022 quando il concetto di “infrastruttura spaziale” viene sviluppato da un gruppo di lavoro coordinato da diverse agenzie governative: “[La] Space Superhighway potrebbe supportare le attività spaziali civili, commerciali e di sicurezza nazionale […] un’infrastruttura spaziale di tipo commercial-first che contempla tre componenti primarie: hub regionali, una rete di trasporto sostenibile e la logistica Terra-orbita. I settori spaziali civile, commerciale e di sicurezza nazionale potrebbero utilizzare questa infrastruttura comune per supportare l’assistenza ai satelliti e lo studio scientifico della Terra e per sviluppare la consapevolezza del dominio spaziale. […] La Space Superhighway è l’infrastruttura spaziale necessaria per il 21° secolo (3). Economia e guerra sono sempre andate di pari passo – per accaparramento di risorse, difesa di rotte commerciali strategiche, protezione o espansione di mercati di acquisto o di vendita… – e dunque non sorprende che lo Spazio sia stato da subito concepito come un ambiente dual use, militare e commerciale. “Mentre osserviamo questa competizione globale per le risorse, per le opportunità, per l’esplorazione e per i benefici che ne possono derivare, penso che gli Stati Uniti debbano essere i primi” continua il generale Olson; “non si può permettere alla Cina di raggiungere la Luna e costruire la propria architettura prima degli Stati Uniti”. Il primato economico va dunque conquistato e, se necessario, difeso, con le armi. Il concetto di ‘sicurezza nazionale’ implica la sfera economica. Ancor più in un territorio limitato.

Quando guardiamo allo Spazio pensiamo alla vastità infinita, ma non è così se l’obiettivo è andare dalla Terra alla Luna, o Marte. “Ciò che a prima vista appare un vuoto senza ostacoli è invece ricco di montagne e valli gravitazionali, di oceani e fiumi di energia variamente concentrata, di zone pericolose irte di radiazioni mortali e di peculiarità in posizioni precise”, scrive Everett Dolman, docente di Strategia allo Air Force Air Command and Staff College statunitense (4). Le rotte che consentono uno “sfruttamento efficiente e profittevole dello Spazio” (!) sono poche e fanno i conti con i pozzi gravitazionali e la meccanica orbitale (5); mentre gli “hub regionali”, ossia stazioni spaziali in grado di supportare centri manifatturieri, stoccaggio di risorse, impianti di lancio intermedi e basi militari, devono tenere in considerazione i Punti di Lagrange (6), che sono appena cinque. La Cina ne ha già conquistato uno, il punto L2, nel giugno 2018, collocandovi un satellite in orbita che, per la prima volta, permette di mantenere comunicazioni attive e stabili tra la Terra e il versante nascosto della Luna. Ma di Cina parleremo nel prossimo articolo, oggi parliamo della space economy statunitense. Perché la corsa allo sfruttamento dello Spazio è già iniziata.

Lo Spazio della Luna

Se la space highway Terra-Luna è la base per lo profittabilità economica statunitense dello Spazio, e in quanto infrastruttura centrale deve essere protetta militarmente, parallelamente il futuro dominio militare ha bisogno dei capitali privati per sostenere gli enormi costi della corsa spaziale contro la Cina. Rispetto ai tempi della guerra fredda, la dinamica è infatti mutata. Le commesse statali di un tempo, appaltate alle storiche grandi industrie legate alla difesa e all’aeronautica, come Boeing e Lockheed Martin, rimborsavano pienamente i costi aggiuntivi non contemplati nel contratto, spesso legati a imprevisti, e comprendevano un margine di profitto per l’impresa; oggi il finanziamento pubblico è ancorato al raggiungimento dell’obiettivo fissato, e ogni onere extra non calcolato è a carico dell’azienda privata la quale, detenendo la proprietà di ciò che costruisce – lanciatore, navetta, satellite ecc. – potrà rientrare dei costi e registrare profitti con i successivi contratti commerciali di utilizzo, in “un ambiente di mercato in cui i servizi di trasporto spaziale commerciale siano disponibili per il governo come per il settore privato” (7).

Dietro l’entusiasmo di Obama del 2010 per il razzo Falcon 9 di SpaceX (8), troviamo dunque la partnership pubblico-privato che nasce nel 2006 con il Commercial Orbital Transportation Services (COTS) della NASA (9), strutturata in due fasi: nella prima l’agenzia federale aiutava le imprese a sviluppare lanciatori e navette per il trasporto di beni e astronauti in orbita terrestre bassa – l’obiettivo era il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – nella seconda stipulava contratti standard, i Commercial Resupply Services (CRS), per comprare questi servizi dalle relative aziende (10). Il contributo pubblico è stato di 821 milioni di dollari per il COTS (vedi Grafico 1, pag. 9), 3,5 miliardi per i contratti CRS-1 (11) e 14 miliardi per i contratti CRS-2, ancora in essere (12).

Grafico 1. Programma COTS della NASA, ammontare del contributo pubblico e del corrispondente finanziamento privato delle due aziende selezionate, SpaceX e Orbital Sciences Corporation (divenuta Orbital ATK nel 2015 e acquisita nel 2018 da Northrop Grumman). I successivi contratti di servizio CRS-1 e CRS-2 sono stati aggiudicati rispettivamente a SpaceX e Orbital Sciences Corporation e a Space X, Sierra Nevada Corporation e Orbital Sciences Corporation. Fonte: NASA, Commercial Orbital Transportation Services. A New Era in Spaceflight, febbraio 2014

Nel 2010 la NASA implementa il Commercial Crew Development (CCDdev), focalizzato sul trasporto di equipaggio sulla ISS, strutturato nello stesso modo: prima fase di sviluppo – costata alle casse pubbliche quasi 1,6 miliardi – poi contratti di servizio per 9,3 miliardi, che garantiscono lanci sulla ISS fino al 2030 (vedi Tabella 2, pag. 11). Seguono i programmi legati alla missione per l’esplorazione lunare Artemis, con un impegno finanziario statale inizialmente previsto di 45 miliardi di dollari, poi aumentato a 93 miliardi fino al 2025 (vedi Tabelle 3 e 4, pagg. 12, 14-16) – dunque destinato, probabilmente, a un ulteriore futuro incremento. La progettualità della futura Space Superhighway ricalca la stessa visione “infrastructure-as-a-service”: “asset posseduti e gestiti dalle industrie private con locatari di riferimento governativi per i servizi commerciali” (13).

Tabella 2. Fonte: United States Government Accountability Office, Report to Congressional Committees, Nasa Commercial Crew Program, febbraio 2017. A questi dati sono da aggiungere la modifica al contratto con la Boeing del 2016 per ulteriori 287 milioni di dollari (https://spacenews.com/nasa-inspector-general-criticizes-additional-boeing-commercial-crew-payments/) e due estensioni del 2022 al contratto con SpaceX pari a 2,2 miliardi di dollari (https://spacenews.com/nasa-and-spacex-finalize-extension-of-commercial-crew-contract/)

Il cambio di paradigma proposto nel 2004 con il COTS ha quindi stravolto lo scenario del settore spaziale. Per le aziende implica, innanzitutto, che prima di registrare profitti occorre investire parecchio, e avere strutture finanziarie in grado di sostenere anni di perdite su un progetto. Nell’ottobre 2024 Boeing ha fatto trapelare l’idea di voler abbandonare il programma CCDdev a causa delle perdite accumulate nel tempo, pari a 1,85 miliardi di dollari (14). Non che la multinazionale statunitense non possa farsene carico, si tratta di scelte. SpaceX, quasi onnipresente nelle commesse della NASA e della Space Force, è finanziata direttamente da Elon Musk e soprattutto da venture capital del settore tecnologico; secondo il Wall Street Journal (15), l’approccio dell’azienda è tipico del settore tech: “Investire ingenti somme di denaro in prodotti e infrastrutture per cercare di ottenere vantaggi rispetto ai concorrenti, a scapito dei profitti”. Gli investitori guardano a SpaceX come a una “una scommessa a lungo termine, e affermano di non essere preoccupati di vedere i risultati”; l’azienda ha infatti registrato perdite significative – 968 milioni di dollari nel 2021 su 2,3 miliardi di fatturato, 559 milioni nel 2022 su 4,6 miliardi di fatturato (16) – eppure non abbandona la presa; viene continuamente ricapitalizzata, e resta lì. Una dinamica simile caratterizza Blue Origin di Jeff Bezos, e tante altre aziende tech più piccole impegnate nello sviluppo di altri prodotti e servizi collegati alla space economy. Due sono le motivazioni di tanta perseveranza mostrata dalle società con radici nella Silicon Valley. La prima, prosaica: la tecnologia digitale è il settore che dello Spazio ha più bisogno per continuare a fare profitti. La seconda, ideologica: la visione transumanista, che ormai attraversa quasi l’intero mondo tech (17), trova nello Spazio la dimensione su cui ancorare, costruire, giustificare e narrare, il proprio sviluppo.

Tabella 3. Fonte: NASA, Nasa’s Management of the Artemis Missions, 15 novembre 2021

Lo Spazio dei satelliti

Se la Luna e la space highway sono lontane – per non parlare di Marte – le orbite terrestri sono da tempo molto vicine e conquistate da più attori. Tranne una. Quella dei 31 satelliti GPS, in orbita a 20.000 km di altezza, nella zona MEO (Medium Earth Orbit), storico emblema del legame militare-commerciale dello Spazio.

Nel 1973 il Pentagono avvia il progetto Navigation Satellite Timing And Ranging Global Positioning System (NAVSTAR GPS), a sostituire i sei satelliti Transit che dal 1960 consentivano di guidare i missili balistici nucleari dei sottomarini statunitensi; tra il 1978 e il 1985 vengono lanciati i primi 11 satelliti GPS, a seguire gli altri; nel 1991 il sistema viene aperto all’uso civile, con specifiche meno precise rispetto al funzionamento militare; nel 2000 Clinton lo rende liberamente disponibile, trasformandolo di fatto nello standard mondiale.

Ciò che ha reso indispensabile questa costellazione satellitare è la combinazione del segnale radio con la misura del tempo. Non si tratta infatti solo della navigazione. Le telecomunicazioni, le compagnie aeree, il cloud digitale, la logistica, le transazioni bancarie e i mercati finanziari di tutto il pianeta, con i propri algoritmi di trading, utilizzano il GPS per sincronizzare i loro servizi; qualunque dispositivo elettronico si regola sullo stesso orario quando viene acceso perché riceve il segnale GPS. Il funzionamento del globale sistema economico e digitale dipende da questi 31 satelliti tuttora sotto il controllo della Difesa statunitense. E se la Ue con Galileo, la Cina con Beidou e la Russia con Glonass, il Giappone con QZSS e l’India con IRNSS stanno cercando, per ora senza successo, di intaccare il monopolio USA – ben consapevoli di ciò che comporta per i propri interessi nazionali – per il privato è una mossa impensabile. Certo, ciò non significa che non possa trarne profitto, e anche qui SpaceX, con il suo lanciatore Falcon 9, si assicura una buona dose di commesse pubbliche (18). Ma è la zona LEO, Low Earth Orbit, le orbite basse comprese tra 200 e 2.000 km di altitudine, lo Spazio che, al di là dei contratti con la Difesa (19), i privati hanno iniziato a occupare in autonomia, per i propri obiettivi.

Il primo, sul quale tutto ruota, è il collegamento Internet. L’espansione della rete a banda larga, oltre la fibra ottica dei cavi sottomarini e terrestri, permette di costituire una propria base di utenti. Si stanno muovendo in questa direzione Elon Musk con la nota costellazione Starlink e Jeff Bezos con il suo Kuiper Project. Ne possono nascere anche collaborazioni tra Big Tech, come quella tra Microsoft e Starlink, con l’accordo sottoscritto nel 2022 per integrare la piattaforma cloud Azure della prima con la connettività satellitare della seconda – accordo che ha permesse a Microsoft di aggiudicarsi, nel 2024, un contratto di 19,8 milioni di dollari con la US Space Force per sviluppare un ambiente di formazione virtuale, aprendo ad Azure l’ambito spaziale (20). Oppure possono aprirsi anche accordi spiccatamente commerciali, come quelli tra SpaceX e Blue Origin con AST SpaceMobile, per lanciare i satelliti BlueBird destinati alla costruzione di una rete a banda larga progettata per gli smartphone.

Connessione Internet significa anche criptovalute e Internet of Things (IoT). Dal 2017 Blockstream, fornitore di tecnologia blockchain, supporta la rete Bitcoin con cinque satelliti posizionati in orbita geostazionaria (21) – a 36.000 km di altezza, nella zona HEO, High Earth Orbit. Dal 2018 SpaceChain ha lanciato sette live nodes nello Spazio che supportano blockchain per diverse criptovalute (22), approdando perfino, a bordo di un razzo SpaceX, sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2019 (23). Nel 2021 la banca d’affari JP Morgan ha testato Onyx, la propria piattaforma blockchain, elaborando le transazioni su satelliti dell’azienda GOMspace: lo sguardo è all’IoT, quando i dispositivi si collegheranno tra loro e faranno pagamenti in modo autonomo; un frigorifero intelligente che ordina e paga il latte su un sito di e-commerce o un’auto a guida autonoma che paga la benzina, afferma Umar Farooq, CEO di JP Morgan (24); e nel gennaio 2024 la banca d’affari ha presentato domanda di brevetto per il suo “space-based payments” (25).

Connessione Internet significa anche guida autonoma. Una correlazione facilmente intuibile: la mobilità totale è sinonimo di rete satellitare. Ne è ben consapevole Elon Musk, ovviamente, che unisce Tesla Motors con Starlink, ma anche la Cina, dove la casa automobilistica Zhejiang Geely Holding ha iniziato nel 2022 a lanciare la propria Geely Future Mobility Constellation, con l’obiettivo di arrivare a 72 satelliti entro il 2025 e a 168 totali (26).

In poche parole, il futuro di Internet è nello Spazio, è satellitare. E il settore tecnologico è ben consapevole che, come per la corsa alla Luna, investire oggi significa fare profitti domani.

Tabella 4-1. Fonte: NASA, Nasa’s Management of the Artemis Missions, 15 novembre 2021

Lo Spazio dell’energia

Il mondo di Internet ha un altro fabbisogno primario. Dai data center ai cloud, dall’intelligenza artificiale alla blockchain, la tecnologia digitale registra oggi una domanda di energia che rischia di superare l’offerta, specie se le fonti fossili verranno pian piano a mancare – nonostante il Drill baby drill! di Trump.

A breve termine, il nucleare può essere una soluzione. OpenAI e Peter Thiel di Palantir hanno investito in Oklo, un’azienda che sta sviluppando tecnologia nucleare, e nella start up Helion Energy, accanto al co-fondatore di Facebook e ora CEO di Asana, Dustin Moskovitz, e al co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman; Microsoft ha sottoscritto un accordo per riaprire un reattore in Pennsylvania, con l’obiettivo di ripristinarlo entro il 2028, e Bill Gates presiede TerraPower, azienda alle prime fasi di costruzione di un nuovo reattore nucleare nel Wyoming; Google ha aderito a un round di finanziamenti da 250 milioni di dollari per la start up nucleare TAE Technologies e Amazon ha investito 500 milioni nelle start up nucleari X-energy e General Fusion (27).

A medio termine, anche lo Spazio può dare una risposta. I progetti si basano sugli studi di Nikola Tesla e perseguono l’obiettivo di arrivare alla trasmissione wireless di energia. John Mankins, ex direttore tecnico alla NASA e fondatore della Artemis Innovation Mangement Solutions – scrive Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico con esperienza trentennale nel settore spaziale presso aziende private e agenzie governative – stima che una centrale solare del diametro di un chilometro in orbita geostazionaria, potrebbe emettere delle onde elettromagnetiche, alla frequenza utilizzata dai normali sistemi bluetooth, che potrebbero essere raccolte a Terra da un’antenna di soli 10 chilometri di diametro; sostiene che la produzione di energia solare nello Spazio sia già tecnologicamente fattibile e che “presto un’imprenditoria privata raccoglierà questa sfida” (28). La realizzazione implica “centinaia di lanci per mettere in orbita tutti gli elementi”, e qui ritroviamo Musk con SpaceX e Bezos con Blue Origin, a cui si potrà aggiungere Richard Branson con Virgin Galactic, finora attiva solo nel limitato campo del ‘turismo spaziale’. Tutte imprese che sicuramente andranno a inserirsi nel progetto Space Superhighway Terra-Luna. Perché i profitti e il vantaggio concorrenziale si contano non se si utilizza l’energia dallo Spazio ma, in una integrazione verticale dell’azienda, se ne si possiede le infrastrutture. “Dobbiamo andare nello Spazio se vogliamo continuare ad avere una civiltà in crescita” dichiara Bezos nel 2016: “Se si prende l’utilizzo di base di energia sulla Terra e lo si incrementa del solo 3% l’anno per 500 anni, diventa necessario coprire l’intera superficie della Terra con le celle solari. Questo non accadrà. […] nello Spazio si ha un accesso a 24 ore di energia solare […] Nello Spazio si ottiene un enorme potere energetico in ogni singolo istante” (29). Blue Origin sembra infatti già portarsi avanti. Nel 2021 ha avviato una collaborazione con Sierra Space e Boeing per il progetto Orbital Reef, una stazione spaziale in orbita bassa che richiama l’idea degli hub regionali della Space Superhighway: una stazione che “aprirà il prossimo capitolo dell’esplorazione e dello sviluppo spaziale umano, facilitando la crescita di un vibrante ecosistema e di un modello di business per il futuro” (30).

Tabella 4-2. Fonte: NASA, Nasa’s Management of the Artemis Missions, 15 novembre 2021

Lo Spazio per chi?

Ma chi andrà nello Spazio? Come abbiamo accennato nel precedente articolo (31), il corpo umano è a misura terrestre. L’assenza di gravità così come la microgravità, per tempi prolungati, causa danni muscolari, scheletrici e cardiovascolari, disturbi immunitari e metabolici, disturbi della vista, problemi di equilibrio e sensomotori, a cui si potrebbe aggiunge uno spostamento verso l’alto del cervello all’interno del cranio, con movimenti di fluidi verso la parte superiore della testa (32); problematiche di cui ancora non conosciamo le conseguenze a lungo termine. Le radiazioni cosmiche poi sono letali, e tuttora non riusciamo a schermarle totalmente nemmeno all’interno della ISS, situata in orbita bassa e quindi ancora protetta dalla magnetosfera terrestre. Le soluzioni possibili a quello che è chiaramente un problema nodale, non sono infinite. Nella letteratura spaziale si riducono a quattro: gigantesche astronavi/eso-habitat schermati e ruotanti, con gravità simil-terrestre e costruite in cantieri spaziali con ipotetiche materie prime estratte nello Spazio (dalla Luna o da asteroidi), per ovviare alla difficoltà di lanciare dalla Terra una struttura di tale pesantezza; ingegneria genetica applicata all’umano; robot dotati di intelligenza artificiale; fusione delle ultime due soluzioni con la creazione di cyborg. Ciò che viene studiato, di fatto, sono tutte e quattro le progettualità percepite come interconnesse, con lo sguardo rivolto già oltre la Luna a incontrare il Pianeta Rosso. Alla base, la consapevolezza che se mai l’Uomo andrà su Marte, non sarà l’umano come oggi lo conosciamo.

“Immagino che useranno tutte le tecniche di modifica genetica, aggiunte cyborg e così via, per far fronte ad ambienti molto ostili. Potremmo avere una nuova specie che sarà felice di vivere su Marte” afferma il transumanista Martin Rees alla BBC a fine dicembre 2024 (33). Aggiungendo nel suo libro On the Future: Prospects for Humanity, pubblicato nel 2021: “Queste tecniche [modifica genetica e aggiunte cyborg] saranno, si spera, pesantemente regolamentate sulla Terra, per motivi prudenziali ed etici, ma i ‘coloni’ su Marte saranno ben oltre le grinfie dei regolatori. Dovremmo augurare loro buona fortuna nel modificare la loro progenie per adattarla ad ambienti alieni. Questo potrebbe essere il primo passo verso la divergenza in una nuova specie. La modifica genetica sarebbe integrata dalla tecnologia cyborg, in effetti potrebbe esserci una transizione verso intelligenze completamente inorganiche. Quindi, sono questi avventurieri spaziali, non quelli di noi comodamente adattati alla vita sulla Terra, che guideranno l’era postumana”.

Una visione che appartiene anche alla NASA e al suo Ames Research Center situato “nel cuore della Silicon Valley” (34), impegnato, tra gli altri, nel progetto Space Synthetic Biology, che “sta sviluppando tecnologie per la biofabbricazione” di vitamine, medicinali, grassi sani e proteine, che “testerà un metodo di produzione di nutrienti nello spazio” per gli equipaggi spaziali e che nel 2019 ha già lanciato “il primo lotto di confezioni BioNutrient sulla Stazione Spaziale Internazionale per un esperimento di cinque anni” – programma che si allaccia ai progetti sulla carne coltivata (35).

Non solo. Dal biofabbricare alimenti al biofabbricare astronauti, il passo sembra essere breve. “Perché non inventare un microbioma sintetico? […] Non ci sono molte cose che eccitano la mia immaginazione quanto il tentativo di progettare organismi, anche umani, per voli spaziali a lungo termine e forse per la colonizzazione di altri mondi”, dichiara Craig Venter, biologo sintetico e genetista, collaboratore della NASA, nel corso di una conferenza all’Ames Research Center nel 2011 (36). Parallelamente, la neuroscienziata Rachael Seidler dell’Università della Florida, specialista in apprendimento motorio ed effetti della microgravità sugli astronauti, afferma che “la NASA e altre agenzie spaziali stanno attualmente lavorando duramente per creare e testare contromisure per i vari impatti negativi della vita su Marte”, tra i quali la possibile difficoltà che la specie umana – quella del pianeta Terra – potrà incontrare per riprodursi. Tralasciando gli effetti deleteri delle radiazioni sul feto in via di sviluppo, non sappiamo come la bassa gravità influenzerà la madre e il feto, dichiara Seidler: “Il feto probabilmente si troverà più in alto nell’utero a causa della minore gravità, e premerà sul diaframma della madre, rendendole difficile respirare. La bassa gravità potrebbe anche ‘confondere’ il processo gestazionale, ritardando o interferendo con fasi critiche dello sviluppo, come la caduta del feto entro la 39a settimana. Sulla Terra, ossa, muscoli, sistema circolatorio e altri aspetti della fisiologia umana si sviluppano lavorando contro la gravità. È possibile che il corpo umano possa adattarsi alla situazione di bassa gravità su Marte, ma semplicemente non lo sappiamo”. Certo non risolve il problema della microgravità, a meno di inserirlo in una centrifuga per simulare la gravità terrestre, sottolinea Seidler, ma “un utero artificiale potrebbe essere una possibile soluzione” (37).

Robot AI, cyborg, biofabbricazione di organismi ‘umani’, uteri artificiali: lo Spazio non sarà umano.

Tabella 4-3. Fonte: NASA, Nasa’s Management of the Artemis Missions, 15 novembre 2021

Una specie, un pianeta

È impossibile prevedere oggi se un giorno tutto questo sarà realtà. Chi se ne occupa, ne è assolutamente convinto. Space highway Terra-Luna, eso-habitat, energia, insediamenti postumani su Marte. Quel che è certo, è che la narrazione dominante nella quale siamo immersi è positiva: lo Spazio è la nuova frontiera e la sua ‘conquista’ rappresenta un progresso per l’umanità.

Dovremmo prestare più attenzione a ciò che resta dietro le quinte. Mentre le dirette dalla Stazione Spaziale Internazionale trasmettono l’entusiasmo per la ricerca scientifica, dovremmo interrogarci su quale ricerca venga implementata. Mentre Elon Musk ci ipnotizza con la conquista di Marte, dovremmo chiederci chi eventualmente andrà su Marte, e dove si nasconda la profittabilità dell’epopea spaziale. Perché è evidente che l’obiettivo di aziende come SpaceX, Blue Origin, Microsoft e di tutte le imprese, grandi e piccole, che ruotano intorno alla space economy, non è guadagnare con le commesse pubbliche, bensì occupare strategicamente i luoghi che saranno centrali per il settore tecnologico del futuro. Internet, criptovalute, IoT, guida autonoma, robotica e intelligenza artificiale hanno bisogno delle orbite satellitari e dell’energia spaziale; e il loro sviluppo proseguirà anche se Luna o Marte non vedranno mai un’impronta umana – o postumana. In altre parole, l’obiettivo è la corsa in sé. Cercare di creare insediamenti postumani nello Spazio, anche senza riuscirvi, significa sviluppare l’intelligenza artificiale, la robotica, l’ibridazione uomo-macchina, l’editing del genoma; significa rafforzare ed espandere il proprio dominio, economico e culturale, qui e ora, sulla Terra, nel solco del transumanesimo. Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates, Peter Thiel, David Sacks, Marc Andreessen, Richard Branson, Dustin Moskovitz, Jann Tallin, Sam Altman, Larry Page, Larry Ellison, Vitalik Buterin, Tim Cook, Sundar Pichai, Mark Zuckerberg… i vertici noti e meno noti di Big Tech che si aggiudicano i contratti pubblici, non dipendono dallo Stato; lo stanno usando.

Dovremmo infine chiederci che cosa consideriamo ‘progresso per l’umanità’. L’intera umanità che vive su questo pianeta.

1) https://www.airandspaceforces.com/us-space-highway-space-force-general/

2) Per quanto riguarda lo Spazio nell’ambito militare, con focus sull’approccio statunitense, cfr. Giovanna Cracco, La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra, Paginauno n. 89, gennaio 2025

3) https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022(1).pdf?attachment=true

4) https://www.limesonline.com/rivista/mahan-negli-astri-perche-l-america-va-nello-spazio-14639109/

5) Ibidem

6) I Punti di Lagrange sono anomalie gravitazionali dove interagiscono due campi gravitazionali (in questo caso, quello della Terra e quello della Luna); posizionandosi in orbita intorno a questi punti, un oggetto (satellite, stazione spaziale ecc.) resta stabile senza quasi consumare energia

7)https://web.archive.org/web/20211114073052/https://www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots

8) Cfr. Giovanna Cracco, art. cit.

9) Cfr. https://www.nasa.gov/wp-content/uploads/2016/08/sp-2014-617.pdf?emrc=81adc8

10) Cfr. https://web.archive.org/web/20211114073052/https://www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots

11) Crf. https://web.archive.org/web/20160413060706/http://www.nasa.gov/home/hqnews/2008/dec/HQ_C08-069_ISS_Resupply.html

12) https://www.nasa.gov/news-release/nasa-awards-international-space-station-cargo-transport-contracts/

13) https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022(1).pdf?attachment=true

14) Cfr. https://spacenews.com/boeing-losses-on-starliner-increase-by-250-million/

15) https://archive.ph/20230817224420/https://www.wsj.com/tech/behind-the-curtain-of-elon-musks-secretive-spacex-revenue-growth-and-rising-costs-2c828e2b#selection-4947.0-4977.112

16) Ibidem

17) Cfr. Giovanna Cracco, Dialettica del transumanesimo. La scienza si fa religione, Paginauno n. 88, ottobre 2024

18) Nel 2016 SpaceX si è aggiudicata il contratto di servizio del Pentagono per lanciare un satellite GPS, battendo sul prezzo (82,7 milioni) la United Launch Alliance, joint venture tra Boeing e Lockheed, che nei precedenti dieci anni aveva lanciato quasi tutti i satelliti militari statunitensi ma si è ritirata dalla competizione dichiarando di non poter vincere una sfida sui costi con SpaceX; cfr. https://spacenews.com/spacex-wins-82-million-contract-for-2018-falcon-9-launch-of-gps-3-satellite/). Nel 2018 SpaceX ha ottenuto un secondo contratto da 297 milioni per altri tre lanci satellitari GPS; cfr. https://spacenews.com/air-force-awards-739-million-in-launch-contracts-to-ula-and-spacex/

19) Anche qui troviamo SpaceX con diversi contratti governativi. A titolo informativo e non esaustivo: nel 2018, in collaborazione con la US Air Force, Starlink ha testato la connessione dei propri satelliti con aerei militari crittografati; nel maggio 2020 ha sottoscritto un accordo con l’esercito statunitense per l’utilizzo della connessione Internet da parte di reti militari; nell’ottobre 2020 si è aggiudicata una commessa di 150 milioni di dollari per lo sviluppo di satelliti militari; nel 2021 ha avviato il progetto per testare nuovamente il sistema satellitare in connessione con i caccia F-35; nel giugno 2024 il Dipartimento della Difesa USA ha dichiarato di voler aggiungere più di 100 satelliti Starshield – una versione militarizzata dei satelliti Starlink – alla propria architettura di comunicazioni, con l’intenzione di acquistarli per poterli controllare direttamente, cfr. https://spacenews.com/pentagon-embracing-spacexs-starshield-for-future-military-satcom/. Troviamo anche Blue Origin, che nel giugno 2024 ha fatto il suo primo ingresso nelle commesse della US Space Force relative ai lanci satellitari, aggiudicandosi 5 milioni di dollari per fornire una iniziale valutazione della capacità di lancio, cfr.https://www.ssc.spaceforce.mil/Portals/3/Documents/PRESS%20RELEASES/U.S.%20Space%20Force%E2%80%99s%20Space%20Systems%20Command%20Awards%20Three%20Contracts%20for%20National%20Security%20Space%20Launch%20Phase%203%20Lane%201.pdf?ver=WT3dldJzYn51seLAiTO3kg%3d%3d

20) Cfr. https://spaceinsider.tech/2024/01/15/microsoft-secures-19-8-million-contract-with-us-space-force-for-cloud-based-space-simulation/

21) Cfr. https://blockstream.com/satellite/

22) Cfr. https://www.spacechain.com/. Un lives node è un payload (un ‘carico utile’) installato su un satellite – o sulla Stazione Spaziale Internazionale

23) Cfr. https://spacenews.com/spacechain-sends-blockchain-technology-to-the-international-space-station/

24) Cfr. https://www.reuters.com/article/technology/jpmorgan-s-blockchain-payments-test-is-literally-out-of-this-world-idUSKBN2AO1GL/

25) https://www.thedailyupside.com/finance/banking/jpmorgan-adds-to-space-ambitions-with-off-planet-payments/

26) Cfr. https://zgh.com/media-center/news/2024-09-03/?lang=en

27) https://edition.cnn.com/2024/12/24/tech/nuclear-energy-ai-leaders/index.html

28) Marcello Spagnulo, Geopolitica dell’esplorazione spaziale, Rubbettino

29) https://www.geekwire.com/2016/jeff-bezos-blue-origin-motto-logo-boots/

30) https://www.blueorigin.com/news/orbital-reef-commercial-space-station

31) Cfr. Giovanna Cracco, La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra, Paginauno n. 89, gennaio 2025

32) Cfr. https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222

33) https://www.bbc.com/news/articles/cy7keddnj31o

34) https://www.nasa.gov/ames/about-ames/

35) Cfr. Francesca Faccini, Carne coltivata o cibo di Marte, pag. 48

36) https://www.youtube.com/watch?v=KTzG_HIUu9c

37) https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222

Tags: capitalismo digitaleintelligenza artificialeinternetspazioStati Unititransumanesimo
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