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	<title>nuova destra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>nuova destra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Il Fidesz di Victor Orbán. Una democrazia illiberale e organica?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-fidesz-di-victor-orban-una-democrazia-illiberale-e-organica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[De Benoist]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
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					<description><![CDATA[Le radici del partito che ha riscritto la Costituzione ungherese]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le radici del partito che ha riscritto la Costituzione ungherese</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Da alcuni anni diversi politologi hanno notato un fenomeno particolare: da una parte i partiti populisti di destra virano al centro, entrando in coalizioni di centrodestra, dall’altra si assiste a un graduale slittamento verso posizioni nazional-populiste dei partiti centristi. È il caso del Fidesz di Viktor Orbán, movimento ungherese un tempo nel Partito popolare europeo, che da centrista è diventato poco per volta un soggetto politico europeo di taglio ultraconservatore, guardato come possibile modello da certi partiti nazional-populisti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo slittamento a destra dei popolari europei</h4>



<p>Il processo di slittamento a destra del Ppe è iniziato gradualmente negli anni ’80. Nel 1976 i partiti di ispirazione democratica cristiana nel Parlamento europeo – che all’epoca era un’assemblea consultiva di parlamentari nominati dai Parlamenti nazionali degli Stati membri, senza poteri legislativi – si raggrupperanno in quello che sarà il Gruppo democratico cristiano, che unirà chi si rifarà all’azione di statisti europeisti e democristiani come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schumann. Fra loro spiccheranno gli italiani della Democrazia cristiana (Dc), i tedeschi evangelici della Christlich Demokratische Union (Cdu) e i regionalisti cattolici bavaresi della Christlich-Soziale Union (Csu) (1), i francesi del Centre des démocrates sociaux (Cds), i belgi germanofoni del Christlich-Soziale Partei, i cattolici del Katholieke volkspartij (Kvp), gli evangelici della Christelijk-historische unie (Chu) e dell’Anti-revolutionaire partij (Arp) che confluiranno tutti e tre, nel 1980, nel Christen-democratisch appèl (Cda) per l’Olanda, i lussemburghesi del Partito Cristiano Sociale e gli irlandesi del Fine Gael, tutti moderati, centristi, favorevoli all’etica cristiana (non necessariamente cattolica, visto che in Germania coabitano evangelici e cattolici), al rispetto della proprietà privata e alla sussidiarietà, ma non necessariamente al neoliberismo (si pensi alla Dc, che costruirà il welfare in età repubblicana in Italia), ma soprattutto europeisti.</p>



<p>Le cose però cambieranno gradualmente negli anni ’80, nella legislatura successiva eletta nel 1979, quando il Ppe inizia ad aprirsi poco alla volta a formazioni di centrodestra di stampo conservatore, snaturando pian piano l’identità centrista dell’eurogruppo. Nel 1983 vi aderiranno i conservatori greci di Nea demokratia, mentre nel 1991 vi aderirà il Partido popular spagnolo, post-franchista, il Conservative and Unionist Party (i conservatori inglesi, i Tory) e il Konservative folkeparti danese, seguiti, nel 1992 e nel 1993, dai conservatori svedesi del Moderata samling e i finlandesi del Kansallinen kokoomus; anche se nel 1994 verrà rifiutato l’ingresso del movimento neoliberista Forza Italia di Silvio Berlusconi – a cui si imputa l’alleanza coi post-fascisti di Alleanza nazionale, che nel 1994 è ancora un cartello elettorale conservatore emanazione di un Msi aperto alla società civile moderata dato che la svolta di Fiuggi è del gennaio 1995 – mentre si accetterà l’ingresso del Ccd di Pierferdinando Casini, rinforzando la componente italiana composta dal Ppi e da Patto Segni. Nel 2009, con la nascita del Popolo della libertà (Pdl, il partito unico del centrodestra che univa FI e An), nel Ppe entreranno ex dirigenti del neofascismo italiano, ex del Msi e dei gruppi giovanili quali il Fuan e il Fronte della gioventù (Fdg).</p>



<p>Rappresentato nei massimi organismi dell’Unione europea come la Commissione, il Consiglio e il Parlamento, il Ppe perciò, col tempo, si è sempre più sbilanciato a destra, come dimostrano non solo le vicende narrate, ma soprattutto l’ingresso degli ultraconservatori del Fidesz ungherese di Viktor Orbán, dal 2009 alla vicepresidenza del Ppe, esaltato dalla leadership leghista e dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’Ungheria di Orbán: rivoluzionario o populista conservatore?</h4>



<p>Il 1989 è, nella narrazione dominante, un nuovo inizio per l’Est europeo, ma s’è dimostrato invece un <em>annus horribilis</em>, perché non rappresentò rotture con le contraddizioni di età sovietica, introducendo quelle dei Paesi occidentali. Parlando dell’Ungheria, l’immagine delle bandiere nazionali col foro tagliato per rimuovere l’emblema sovietico erano simboli visibili che rappresentavano la rottura con l’èra comunista, ma la “rivoluzione del 1989” fu “ricostruzione”, come tutte le “rivoluzioni” negoziate alla fine degli anni ’80 nell’Europa centrale (2). Il partito al governo era dominato da riformisti che, in linea con politiche come la <em>perestrojka</em> e la <em>glasnost’</em> inaugurate nel 1985 dal premier sovietico Michail Sergeevič Gorbačëv, desideravano mantenere il potere attuando riforme economiche e politiche. I gruppi dissidenti anticomunisti sono stati inclusi nelle tavole rotonde e successivamente organizzati in partiti politici. Ciò ha portato un elemento di continuità al sistema politico di recente costituzione e alla differenziazione dei partiti. Si affermerà il “ritorno alla nazionalità”, permettendo, nei vari paesi dell’Est – Ungheria compresa – lo sviluppo di gruppi dissidenti radicati a livello nazionale, capaci di affermare espressioni di nazionalità non consentite sotto il regime socialista. Infatti, “il compito del nuovo governo di mentalità nazionale era di agire come protettori della nazione ungherese, indipendentemente da dove vivevano i suoi membri” (3), minoranze comprese, anche se questo comporterà per diversi Paesi dell’Est un ritorno all’etnicismo e all’identitarismo.</p>



<p>In Ungheria questo problema emerse con la “questione ungherese”, vista la presenza di abitanti di etnia magiara nei Paesi limitrofi, che vide il primo ministro József Antall – leader del Magyar demokrata fórum, o Forum democratico ungherese, partito democristiano liberalconservatore membro del Ppe e poi dell’Alleanza dei conservatori e dei riformisti europei, scomparso nel 2011 – dedicarvisi dal 1990 al 1993, anche se si rifaceva di più a un orgoglio civico, simile a quello di età socialista, che a un orgoglio etnico; che però, col tempo, emergerà nel dibattito politico, con appelli all’unificazione delle terre ungheresi fra le due guerre. Un irredentismo di estrema destra che ricordava molto, per certi aspetti, i temi affrontati dal reggente d’Ungheria Miklós Horthy, che governò il Paese in senso autocratico facendo le veci degli Asburgo detronizzati dopo la prima guerra mondiale, se non, addirittura, il Partito delle Croci frecciate guidato da Ferenc Szálasi, di impostazione filonazista e antisemita. L’onda ‘democratica’ del 1989 servì anche per celebrare l’epopea antisovietica del 1956, senza dimenticare i moti del 1848, simboleggiati da numerosi monumenti commemorativi e lapidi e nelle celebrazioni ufficiali e nelle sepolture, come quella di Imre Nagy, primo ministro del governo riformista del 1956, la cui eredità fu rivendicata dalle forze politiche del 1989 (4).</p>



<p>Fra i protagonisti di questa stagione avremo un giovane studente universitario, Viktor Orbán, nato nel 1963 a Székesfehérvár, che nel 1988 fonda il Fiatal demokraták szövetsége(Alleanza dei giovani democratici), o Fidesz, i cui militanti vengono chiamati “giovani ungheresi” perché l’iscrizione è limitata ai minori di trent’anni, nell’intento di distinguersi dalle vecchie élite. Il Fidesz si presenterà come un partito rivoluzionario anti-sistema divenendo estremamente popolare tra i giovani sin dall’inizio. Era diverso dall’altro partito del polo liberale degli anni ’90, i liberaldemocratici, da cui provenivano molti dei mentori dei giovani politici, e che poi si alleeranno coi socialisti. Successivamente aderirà al Ppe, non nascendo da posizioni centriste o conservatrici ma addirittura da ideali radicali, ma libertarie e sotto certi aspetti progressiste e anticomuniste, ricevendo sovvenzioni nientemeno che dal filantropo liberal George Soros attraverso la Open Society Foundation (5); anche se lentamente si sposterà a destra, facendo poi le veci del Magyar demokrata fórum.</p>



<p>Orbán diverrà, anni dopo, il protagonista indiscusso dell’Ungheria, l’unico politico di alto livello che ha superato vent’anni di postcomunismo tornando al potere come Primo ministro nel 2010. Dall’aprile 2010, infatti, l’Ungheria è guidata da un governo monocolore formato dal Fidesz di Orbán, che ha conquistato, con il 67,9% dei consensi, 262 seggi su 386: una maggioranza sufficiente a modificare la Costituzione, progetto che il leader conservatore ungherese non si è lasciato sfuggire.</p>



<p>L’avvento dei governi social-liberali dal 1994 al 1998 fu usata dal Magyar Demokrata Fórum, dal Fidesz e da tutto il centrodestra per dimostrare ai cittadini ungheresi che la “rivoluzione ungherese” del 1989 era finita, archiviata perché i socialisti erano gli eredi dell’ala riformista del regime comunista, precedente al 1989. Si arriverà addirittura a ridiscutere lo status delle precedenti rivoluzioni: già nel 1990 il Magyar Demokrata Fórumdecise di dissociarsi da Imre Nagy, perché socialista.</p>



<p>Il Fidesz saprà fare un’eccellente propaganda, accusando i socialisti di voler ripristinare i precedenti assetti, mentre i liberaldemocratici di aver tradito la loro causa. Questo permetterà al partito, nel 1998, di vincere le elezioni, alleato col Magyar Demokrata Fórum e col Független Kisgazda, Földmunkás és Polgári Párt, il Partito dei Piccoli Proprietari (Fkgp), con una valanga di voti, il 42%. A seguito di scandali che riguarderanno persone dell’entourage orbániano – il caso Lockheed nel 1999 – a divisioni all’interno della coalizione e alla propaganda della sinistra ungherese, incentrata nel dimostrare che il centrodestra ungherese, che nel frattempo fa il suo ingresso nel Ppe, ha tendenze autoritarie che pescano nientemeno nell’autoritarismo dell’ammiraglio Miklós Horthy se non nel passato asburgico dell’Ungheria, i socialisti vincono contro Orbán nel 2002 e mantengono il potere per due mandati, fino alla primavera del 2010. Tornato al governo con la maggioranza assoluta, il Fidesz di Orbàn introdurrà delle leggi dal sapore ultraconservatore, che confermeranno i peggiori timori delle sinistre ungheresi, attuando quella che può esser definita una “rivoluzione conservatrice”. Compiuta da un partito membro, all’epoca, del Ppe, e che comprometterà i rapporti con la famiglia popolare europea.</p>



<p>La prima è la legge sull’informazione, uno degli snodi basilari della democrazia liberale. La legge orbániana tende a sanzionare tutti quei media che diffondono notizie che ledono l’“interesse pubblico” attraverso un’Autorità nazionale delle telecomunicazioni di nomina governativa, creando, per le redazioni dei vari telegiornali delle televisioni nazionali, un’unica newsroom che fornisce notizie uguali per tutte le emittenti. Come conseguenza, si è arrivati prima al licenziamento di centinaia di giornalisti e, successivamente, al mantenimento di un solo telegiornale pubblico. La seconda è la “Legge sulla Naturalizzazione Semplificata”, in difesa delle minoranze magiare residenti nei Paesi limitrofi, che riprende il filo della tendenza etnonazionalista estendendo la cittadinanza ungherese alle minoranze magiare dei Paesi vicini come Romania e Slovacchia, con pessime ripercussioni diplomatiche; una legge <em>völkisch</em> che implica la ‘magiarizzazione’ del capitalismo nazionale, come nota il professor Federigo Argentieri, docente di Storia Contemporanea alla John Cabot University, che spiega che “la finanza magiara è in mano ai grandi investitori internazionali e il desiderio del Primo ministro è quello di riportare nelle mani dei concittadini beni e risorse, così che si crei quella classe borghese ungherese e cristiana – e qui l’accento va più posto sul discorso nazionale che sulla religione – che dovrebbe rappresentare la linfa della ‘nuova’ Ungheria, secondo il progetto di Orbán” (6). Infine, la riforma costituzionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La riforma costituzionale di Orbán e il Ppe</h4>



<p>La vera svolta data da Orbán al Paese passa dalla nuova Costituzione, discussa poco dopo la nascita del governo ed entrata in vigore il 1° gennaio 2012, in sostituzione della carta emanata nel 1989; in essa possiamo trovare le basi della “rivoluzione conservatrice” orbániana basata sulla centralità della famiglia, della tradizione magiara e dell’etica religiosa cristiana.</p>



<p>Nel Preambolo ci si definisce “orgogliosi che il nostro re Santo Stefano mille anni fa abbia dotato lo Stato ungherese di stabili fondamenta e abbia inserito la nostra Patria nell’Europa cristiana”, “orgogliosi dei nostri antenati che combatterono per la conservazione, per la libertà e per l’indipendenza del nostro Paese”, degli “intellettuali degli Ungheresi”, “il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione” e “le diverse tradizioni religiose del nostro Paese”, impegnandosi a preservare l’unità intellettuale e spirituale della nazione “devastata dalle tempeste del secolo scorso”.</p>



<p>L’art. D stabilisce che l’Ungheria è responsabile “per il destino degli ungheresi che vivono al di fuori dei confini nazionali, favorisce la sopravvivenza e lo sviluppo delle loro comunità, sostiene le loro aspirazioni alla conservazione della propria identità ungherese, la realizzazione dei loro diritti individuali e collettivi, la creazione delle loro autonomie comunitarie, la loro sopravvivenza nella propria terra natia, nonché promuove la cooperazione tra di loro e con l’Ungheria”; è questo articolo ad aver creato problemi diplomatici coi Paesi limitrofi. L’impronta cristiana accennata ha nulla a che vedere coi moderni partiti democristiani: l’art. L dei <em>Principi Fondamentali</em> ribadisce che “l’Ungheria tutela l’istituto del matrimonio quale unione volontaria di vita tra l’uomo e la donna, nonché la famiglia come base della sopravvivenza della Nazione”, sancendo, al comma II, il sostegno statale per garantire “l’impegno ad avere figli”, segno di un impianto ‘tradizionale’ che oggi il grosso dei partiti democristiani, in una società secolarizzata, non esprime più.</p>



<p>La Costituzione orbániana, inoltre, rinomina alcune istituzioni attribuendo loro la vecchia denominazione presocialista di età horthyana. Così la Corte suprema è nuovamente chiamata <em>Kúria</em> (art. 25) (7).</p>



<p>Risulta poi uno squilibrio degli assetti istituzionali dello Stato, col potere legislativo limitato dalle prerogative di un organismo non democraticamente eletto quale il Consiglio di Bilancio, che può esercitare il suo diritto di veto sull’adozione del bilancio generale da parte dell’Assemblea Nazionale, mentre il Presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento. La carta limita l’accesso alla Corte costituzionale cancellando l’<em>actio</em> <em>popularis </em>che permetteva a ogni cittadino di rivolgersi alla Corte contro qualsiasi atto legislativo ritenuto anticostituzionale.</p>



<p>Cambia inoltre la formulazione dei diritti sociali. In virtù del terzo comma dell’art. XIX “la legge può determinare la natura e la misura dei provvedimenti sociali adeguandoli all’utilità per la comunità delle attività svolte dalla persona”. Si introduce il dovere del cittadino di “contribuire alla crescita della comunità con attività lavorative secondo le proprie capacità e possibilità” subito dopo la disposizione che sancisce il diritto al lavoro (art. XII), mentre “il quarto comma dell’articolo XIV stabilisce che ‘i figli maggiorenni sono tenuti a prendersi cura di genitori bisognosi’” (8).</p>



<p>La Commissione di Venezia nel suo parere ufficiale (n° 621/2011) reso noto il 20 giugno, critica la riforma. Il 5 luglio successivo il Parlamento europeo approva una risoluzione, invitando Budapest ad affrontare le questioni sollevate dalla Commissione e, tramite interventi correttivi, a garantire il rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Convenzione europea per i Diritti dell’uomo, sottoscritte dalla stessa Ungheria. Ma Orbán prosegue nel suo progetto.</p>



<p>Le scelte ultraconservatrici del Fidesz hanno perciò portato a ripercussioni: il partito, nel 2019, è stato sospeso dal Ppe, e quindi impossibilitato a presentare candidati per incarichi all’interno del Ppe stesso, oltre a essere escluso dalle assemblee e dagli incontri di partito. Questo ha fatto sì che, il 3 marzo 2021, Orbán ha annunciato l’abbandono definitivo del Ppe: una dissociazione che, secondo molti, è avvenuta per non farsi espellere. A favore del premier ungherese e del suo partito si sono mossi due europarlamentari, Raffaele Fitto di Fratelli d’Italia (ex FI) e il polacco Ryszard Legutko di Diritto e Giustizia – partito nazionalista e conservatore di stampo ultraclericale legato ad An di Gianfranco Fini, animato nel 2001 dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński, antiliberale, favorevole a un’economia sociale di mercato, atlantista, russofobo, moderatamente euroscettico e fautore del Gruppo di Visegrád – che a nome dell’Alleanza dei conservatori e dei riformisti europei (Ecr), hanno redatto il seguente comunicato: “ECR è la vera patria dei valori conservatori e dell’eurorealismo” ed è “sempre aperta a coloro che condividono i nostri valori e che considerano il gruppo Conservatori e Riformisti Europei come una possibile sede politica”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Democrazia illiberale?</h4>



<p>L’“orbánismo” si caratterizza con tre tratti tipici che troviamo in altri sistemi: 1. la forte <em>personalizzazione della politica</em> dovuta a spinte oggettive nei sistemi partitici con esigenze di semplificazione, dovute all’incapacità dei gruppi dirigenti di individuare un’identità collettiva da veicolare all’opinione pubblica, per la crisi delle ideologie, sostituita dalla facile riconoscibilità di un nome, di un volto, di una voce che veicolano un messaggio semplice, chiaro; 2. l’<em>opacizzazione della politica</em> in assenza, o crisi, di trasparenza del potere decisionale che ha allontanano il cittadino dalla cosa pubblica; 3. l’<em>uso (abuso?) del plebiscito</em>, da non confondere col metodo referendario, che non rafforza la sovranità popolare, ma il potere politico.</p>



<p>In Ungheria l’avvento dell’orbánismo fu favorito dall’esistenza di un partito socialista dipinto come erede della sua prassi burocratica, identificando la burocrazia dell’Ue, attuata dai governi in carica, col vecchio sistema socialista, il tutto nel contesto di forte cessione di sovranità a favore dell’Ue. I socialisti ungheresi ottengono nel 2010 un 15,3% e solo 59 deputati anche come risultato di anni di privatizzazioni che hanno prodotto effetti traumatici come la dislocazione di aziende e la disoccupazione.</p>



<p>La “democrazia illiberale” ungherese ha portato vasti settori della nuova destra metapolitica a lodarne certi aspetti: nel suo libro <em>Contre le libéralisme. La société n’est pas un marché</em> Alain de Benoist, maître à penser della nouvelle droite e capofila del Grece (<em>Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne</em>), associazione che ne elabora le tesi dal 1968, nel capitolo <em>Démocratie et libéralisme</em> è arrivato a osservare che sta tornando alla ribalta il termine “illiberalismo”, “parola un po’ barbara, ma il cui significato è abbastanza chiaro: designa l’emergere di nuove forme politiche che pretendono di essere democrazia, ma allo stesso tempo vogliono rompere con la democrazia liberale che è oggi in crisi praticamente in tutti i Paesi del mondo.” Il teorico della nouvelle droite spiega che il termine “apparso alla fine degli anni ’90 negli scritti di un certo numero di illustri scienziati politici” è ritornato in auge nel 2014, “tra il grande pubblico quando il Primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ha pubblicamente dichiarato, durante un’Università estiva del suo partito: «La nazione ungherese non è un’aggregazione di individui, ma una comunità che spetta a noi organizzare, rafforzare e innalzare. In questo senso, il nuovo Stato che stiamo costruendo non è uno Stato liberale ma uno Stato illiberale»”. </p>



<p>Qual è la differenza fra una democrazia liberale e una illiberale? “La differenza è che il liberalismo è organizzato intorno alla nozione di individuo e alla nozione di umanità” prosegue de Benoist, “eliminando tutte le strutture intermedie, mentre la democrazia illiberale, che non è mai più che democrazia completa, insomma, è organizzata principalmente attorno alla nozione di cittadino. A questo proposito, possiamo definire la definizione come una dottrina che separa l’esercizio classico della democrazia dai principi dello Stato di diritto. È una forma di democrazia in cui la sovranità popolare e l’elezione continuano a svolgere un ruolo essenziale, ma dove non c’è esitazione a discostarsi da alcuni principi liberali quando le circostanze lo richiedono”. Le cause dell’ascesa dell’“illiberalismo”, spiega de Benoist, si sovrappongono a quelle che chiariscono il successo dei partiti populisti oggi: “Le democrazie liberali si sono trasformate [&#8230;] in oligarchie finanziarie tagliate fuori dal popolo”, senza dimenticare che “nelle democrazie liberali, nazioni e popoli non hanno più i mezzi per difendere i propri interessi”, espropriate dalla finanza della propria sovranità. L’ideologia dei diritti umani […] vuole conoscere solo l’umanità e l’individuo. Tuttavia, la politica ruota attorno a ciò che si trova tra queste due nozioni: popoli, culture, Stati, territori, in cui il liberalismo vuole vedere solo semplici aggregati di individui” (9).</p>



<p>Parole simili verranno pronunciate su <em>Diorama letterario</em>, rivista storica della nuova destra italiana diretta dal prof. Marco Tarchi, da Eduardo Zarelli, fra i massimi teorici del glocalismo e dell’ecologia profonda, titolare della casa editrice Arianna Editrice e dal 2020 responsabile della sezione editoria, cultura e metapolitica del Grece Italia, sezione italiana dell’associazione metapolitica francese. Questi, in occasione dell’incontro fra l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e Viktor Orbàn, scrive che “il pensiero egemone liberale, affermatosi declamando la presunta morte delle ideologie [&#8230;] resta, non a caso, sconcertato dalla confutazione aperta della coincidenza tra la democrazia e lo stesso liberalismo”, come fatto dal premier ungherese. A fronte delle critiche del giurista Sabino Cassese nell’articolo <em>La democrazia svanisce se diventa illiberale</em> (Corriere della Sera, 29 agosto 2018), Zarelli sostiene che “non può che essere un’affermazione da contestualizzare storicamente giacché, come tutti sanno, la parola e la pratica della democrazia sono nate ad Atene nel VI secolo a.C., quando il liberalismo era ben lungi dall’aver fatto la sua apparizione sul palcoscenico della storia (avvenuta a partire dal XVII secolo). In Grecia, la democrazia era diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all’<em>ekklesìa </em>o assemblea, vero organo decisionale) e a governare era il popolo, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo. La democrazia è stata concepita quindi in rapporto non all’individuo, ma alla comunità organizzata, alla città (<em>pòlis</em>). Caratteristica principale della sua esistenza, il concetto di cittadinanza, secondo cui cittadino (<em>polìtes</em>) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e a un passato”. </p>



<p>Zarelli ripesca l’idea elaborata da Alain de Benoist nel libro del 1985 <em>Démocratie: Le problème</em>,citato nel testo, il quale, contro la democrazia liberale individualista propone una democrazia identitaria comunitaria dal basso, basata sulla “sussidiarietà, l’istituto referendario propositivo; in una parola, va sancita la priorità della partecipazione rispetto alla delega e alla rappresentanza. Appartenenza, socializzazione, reciprocità, partecipazione sono i caratteri di fondo della ‘democrazia organica’, per dirla con Alain de Benoist. [&#8230;] In una società in cui l’idea di Patria sia volontaristica, disinteressata e inclusiva, la solidarietà non decade in un astratto umanitarismo moralistico (e nelle sue ingerenze internazionali), ma si esprime in un ‘comune sentire’ e si incarna politicamente nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione dei Popoli” (10).</p>



<p>Peccato che tali risposte non cambino i rapporti di produzione capitalistica e spesso siano funzionali allo status quo economico (e la Lega né è un esempio), finendo per essere una risposta autoritaria di destra al problema delle diseguaglianze create dalla globalizzazione.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Anche se va detto che diversi settori ultraconservatori della Csu bavarese di Franz Josef Strauss e di Edmund Stoiber intrattennero contatti con gli ambienti della nuova destra metapolitica francese e austro-tedesca, sulla base del minimo comune denominatore del regionalismo e dell’autonomismo, cfr. M. L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-nuova-destra-austrotedesca-la-baviera-della-csu-lintereg-la-fuev-e-il-federalismo-etnico/" data-type="post" data-id="2475" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La nuova destra austrotedesca: la Baviera della Csu, l’Intereg, la Fuev e il federalismo etnico</a></em>, Paginauno n. 33/2013</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Th. Garton Ash, <em>The Magic Lantern: the Revolution of 1989</em>, New York, Vintage, 1990</p>



<p class="has-small-font-size">3) G. Schöpflin, <em>Nations, Identity, Power. The New Politics of Europe</em>, Londra, Hurst &amp; Company, 2000, p. 386 </p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. E. Palonen, <em>The city-text in post-communist Budapest: street names, memorials, and the politics of commemoration</em>, in <em>Geojournal</em>, Vol. 73, n°3, novembre 2008, pp. 219-230</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. P. Lendvai, <em>Orbán: Hungary’s Strongman</em>, Oxford University Press, Oxford, 2018 </p>



<p class="has-small-font-size">6) Cit. in S. Ricci, <em>Viktor Orbán: dal libertarianismo alla svolta autoritaria</em>, in Geopolitica.info, 28 maggio 2013, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.geopolitica.info/viktor-orban-dal-libertarianismo-alla-svolta-autoritaria/" target="_blank">https://www.geopolitica.info/viktor-orban-dal-libertarianismo-alla-svolta-autoritaria/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) <em>Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici,</em> sul n. 2 maggio-agosto 2011 ha pubblicato la traduzione italiana del <em>Preambolo</em>, cioè la parte della Legge Fondamentale relativa ai princìpi ispiratori, tradotta e curata dal direttore, il prof. Claudio Mutti, esperto di lingua e letteratura ungro-finnica, da cui abbiamo tratto tutte le citazioni virgolettate relative al testo della Carta costituzionale ungherese</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. K. Kaleman, <em>Nuova Costituzione ungherese adottata e promulgata</em>, in diritticomparati.it, 13 maggio 2011, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.diritticomparati.it/nuova-costituzione-ungherese-adottata-e-promulgata/" target="_blank">https://www.diritticomparati.it/nuova-costituzione-ungherese-adottata-e-promulgata/</a>. Per una critica generale alla costituzione ungherese, rimando all’articolo di M. De Simone, <em>Ungheria: la nuova costituzione. Verso una deriva autoritaria?</em>, in forumcostituzionale.it, 16 settembre 2011, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/telescopio/0029_desimone.pdf" target="_blank">https://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/telescopio/0029_desimone.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">9) A. de Benoist, <em>Pour une Europe illibérale</em>, intervento al 6° convegno dell’Institut Iliade, <em>Europe, l’heure des frontières</em>, il 6 aprile 2019, <em><a rel="noreferrer noopener" href="https://institut-iliade.com/colloqueiliade-2019-pour-une-europe-illiberale/" target="_blank">https://institut-iliade.com/colloqueiliade-2019-pour-une-europe-illiberale/</a></em> per presentare il libro <em>Critica del liberalismo. La società non è un mercato</em>, Casalecchio di Reno, Arianna, 2019. L’Institut Iliade è un’associazione culturale francese identitarista che aggrega moltissimi intellettuali provenienti dalla galassia della nouvelle droite, come il Grece, Terre et Peuple, Synergies européennes o gli ambienti identitari del Rassemblement national </p>



<p class="has-small-font-size">10) E. Zarelli, <em>É possibile una democrazia illiberale?</em>, in <em>Diorama letterario</em>, n. 345, maggio 2019 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>QAnon. Il cospirazionismo trumpista al tempo dei social network</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/qanon-il-cospirazionismo-trampista-al-tempo-dei-social-network/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4167</guid>

					<description><![CDATA[L’eredità cospirazionista di Trump che non se ne andrà con lui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126"><em>(Pagin</em></a><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>auno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’eredità cospirazionista di Trump che non se ne andrà con lui</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La sconfitta del repubblicano Donald J. Trump alle ultime elezioni presidenziali contro l’avversario democratico Joe Biden, non ha fatto altro che mostrare all’opinione pubblica occidentale l’atipicità di tale presidenza e soprattutto dell’identità stessa del ‘trumpismo’, neologismo a cui addirittura l’enciclopedia Treccani dà una definizione: è “l’ideologia, la politica e lo stile di vita propri dell’imprenditore Donald Trump, eletto presidente degli Stati Uniti nel 2016”. Una figura basilare per la politica statunitense e non solo, e quando sarà costretto a lasciare la Casa Bianca il 20 gennaio, Trump si dimostrerà probabilmente più resistente del previsto, e quasi sicuramente rimarrà una forza potente e dirompente nella vita americana, dato che ha ricevuto 71 milioni di voti, otto milioni in più rispetto al 2016, e circa il 48% del voto popolare. Ha cioè mantenuto il sostegno di quasi la metà degli elettori nonostante quattro anni di scandali, battute d’arresto, impeachment e la brutale epidemia di Covid-19.</p>



<p>“Se c’è qualcosa di chiaro dai risultati elettorali, è che il presidente ha un enorme seguito, e non ha intenzione di uscire di scena a breve”, ha detto l’ex senatore repubblicano Jeff Flake, dell’Arizona, uno dei pochi funzionari del partito che ha rotto con Trump negli ultimi quattro anni, e che ha notato, come molti tra l’altro, che il tycoon di New York ha modificato il GOP (il partito Repubblicano) a sua immagine e somiglianza, dando ampio spazio per esempio ai settori più reazionari dell’opinione pubblica statunitense.</p>



<p>Su queste pagine si è già parlato di una corrente che di fatto ha forgiato il trumpismo, e cioè l’Alt-Right (1), che ha avuto e ha in Steve Bannon uno dei portavoce, e che ha tentato di creare una “Internazionale Sovranista”, cioè <em>The Movement</em>, che ha coinvolto vasti settori del populismo europeo come la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Un “movimento eterogeneo di estrema destra che esiste soprattutto su internet”, visto il forte bipolarismo USA, come riportava il <em>New Yorker</em> nel marzo 2016, che “promuove ideologie di destra alternative a quelle tradizionali [americane], al conservatorismo classico in auge nel partito Repubblicano (un conservatorismo a sua volta rinnovato con la presenza dei cosiddetti neo-con e coi teo-con, tramite fra la destra politica e l’evangelismo fondamentalista), e ha sdoganato temi che in Europa sono presenti nell’estrema destra o nel nazional-populismo”. Area che nasce dal paleoconservatorismo statunitense, una corrente politico-filosofica emersa negli anni ’80 (ma con propaggini negli anni ’50) favorevole a una politica contraria all’immigrazione, a una politica estera isolazionista e al nazionalismo economico; ha avuto intellettuali come Samuel Francis e Paul Gottfried, che hanno posto le basi teoriche per la transizione moderna dal paleoconservatorismo all’Alt-Right, come ha documentato lo storico francese Stéphane François, registrando non pochi flirt anche con una corrente comunitarista antimoderna come la nouvelle droite, nonostante il proverbiale antiamericanismo di quest’ultima (2) e la diffidenza da parte della destra tradizionalista rivoluzionaria (3). Ma oltre all’Alt-Right, la presidenza Trump ha visto l’emersione di un preoccupante fenomeno come quello del cospirazionismo, un fiume carsico che rende tale area non dissimile all’estrema destra classica, e che pare attingere a un altro<em> classico</em> a cui la destra ha fatto riferimento per parlare di complotti nel passato, e cioè i <em>Protocolli dei savi di Sion</em>. È QAnon, nato nel 2017 ma emerso pericolosamente con la pandemia di Covid-19 del 2020.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La teoria del complotto sul <em>Deep State</em></h4>



<p>Il caso QAnon dimostra con estrema certezza – assieme ad altri fenomeni affini, come la denuncia di un presunto piano prestabilito dalle élite di ripopolare l’Europa con gli immigrati, insomma, il famigerato <em>Piano Kalergi</em>, sdoganato anche in Italia – che l’ambiente della destra, da quella radicale ed extraparlamentare a quella nazional-populista e cosiddetta ‘presentabile’, per decodificare gli eventi globali usa spesso, come metro di misura, il cospirazionismo. Tendenza evidente dalla fortuna raccolta dai famigerati <em>Protocolli dei savi di Sion</em>, sia prima della guerra che nel dopoguerra, e che viene denunciata dallo stesso Alain de Benoist, in tal caso critico verso il suo ambiente di provenienza, che scrive: “Non vi è dubbio che il successo delle teorie del complotto proviene prima di tutto dalla straordinaria semplificazione che propongono, e per questo la modernità, che si caratterizza innanzitutto per una sempre crescente complessità dei fatti sociali, costituisce per esse un terreno privilegiato. Più lo stato del mondo è complesso, più la semplificazione radicale che la teoria reca con sé appare salvifica” (4).</p>



<p>Lo stesso dicasi di QAnon. Ma di cosa parliamo? Dall’ottobre 2017 il dibattito interno alla destra americana è stato quasi del tutto monopolizzato da un account apparso su <em>4chan</em>, una delle piattaforme web preferite dai seguaci dell’ultradestra USA. L’account in questione si firma semplicemente “Q” anche se poi sulla rete è divenuto famoso con il nickname “QAnon”. Si è poi allargato sui social tradizionali, come Facebook, Twitter ecc., portando avanti teorie cospirazioniste pro-Trump e divenendo protagonista di community e gruppi di discussione a tema, che postano quotidianamente decine e decine di aggiornamenti a favore di Trump, che vedono letteralmente come <em>il</em> nuovo messia mandato da Dio.</p>



<p>QAnon ha iniziato la sua esistenza – il tutto va inquadrato anche nel contesto dello sviluppo della rete Alt-Right, che usa massicciamente i social network – rilasciando presunte informazioni riservate, diventate subito virali, su presunte operazioni segrete del governo statunitense, guidato da Trump, per sconfiggere e disarticolare il cosiddetto “Deep State”, cioè quell’insieme di organismi, legali o meno, che grazie ai loro poteri economici o militari o strategici condizionano l’agenda sia del governo americano, sia di vari governi a livello globale. Detto pure “Stato dentro lo Stato”, il Deep State è costituito da reti nascoste, segrete e coperte di potere pubblico. A fronte di questa oggettiva presenza – basti pensare, nel caso italiano, alle dinamiche della strategia della tensione o alla loggia massonica P2 – gli ambienti cospirazionisti sostengono vi sia il nesso fra tale Stato Profondo e l’entourage democratico e neocon (i repubblicani <em>globalisti</em>): questa avversione trasversale a Trump, secondo tali ambienti, dimostra che egli è un candidato popolare, estraneo all’establishment. Il Deep State, un concetto che nella destra americana ricorda molto quello elaborato dall’estrema destra intellettuale europea relativo al mondialismo, sarebbe costituito da un governo ombra formato da banche centrali, massoneria, agenzie di <em>intelligence</em>, gruppi di riflessione, società segrete, gesuiti, interessi finanziari, élite globaliste/mondialiste e organizzazioni sovranazionali che cercano di manipolare la politica nel loro interesse o per servire un programma più ampio, che sarebbe nascosto al grande pubblico (5). Non a caso, su 4chan, cominceranno a uscire diversi post di utenti che si spacceranno per gole profonde dell’amministrazione Trump, con account palesemente falsi tipo FBIAnon, HLIAnon – dove HLI sta per <em>high level insider</em>, ossia ‘informatore di alto livello’ – CIAAnon, WH Insider Anon, ecc. (6).</p>



<p>QAnon presenta le classiche teorie complottiste di estrema destra relative al Nuovo Ordine Mondiale (<em>New World Order</em>) ma in chiave americana – molto più superficiali rispetto alle riflessioni sul mondialismo fatte per esempio in Francia dal neodestro Guillaume Faye o in Italia dalla rivista <em>Orion </em>dal 1985 al 2007 (7) – elaborate alla stregua di profezie: una peculiarità, quella dell’escatologia apocalittica, tipica del background statunitense. In tal caso però è un profetismo di tipo politico, un settarismo secolarizzato. Dal suo account, “Q” è arrivato a ‘profetizzare’ l’arresto di uno dei presunti capi del Deep State, e cioè la candidata democratica Hillary Clinton, nonché dell’ex presidente Barack Obama e del finanziere ebreo-ungherese George Soros, i quali dovevano venir deportati nel campo di prigionia di Guantanamo. A questi si aggiungerebbe il jet set hollywoodiano di tendenza liberal, fondamentale per un’altra grave accusa senza alcun fondamento: il nesso fra pedofilia e satanismo.</p>



<p>La teoria QAnon però tocca soprattutto il campo politico e internazionale. “Q”, infatti, ha più volte detto che il Russiagate – l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller e nata a seguito delle sospette ingerenze della Federazione Russa di Vladimir Putin nella campagna elettorale del 2016 per le presidenziali – non solo è falso, ma che Trump avrebbe simulato tale cospirazione con la Russia per <em>arruolare</em> fedeli al trumpismo, per svelare al pubblico il <em>Pizzagate</em> (di cui parleremo), e impedire il colpo di Stato liberal attuato da Barack Obama, Hillary Clinton e George Soros, alla testa del Deep State. Il Russiagate sarebbe quindi un mezzo utilizzato dal Deep State per nascondere le incriminazioni del <em>clan </em>dei Clinton e degli altri leader dell’élite liberal per il loro coinvolgimento in scandali sessuali, ma contemporaneamente avrebbe portato alla causa <em>qanoniana</em> una figura ‘eccellente’ dell’entourage trumpista, cioè il consigliere per la sicurezza nazionale Michael T. Flynn: dimessosi per il coinvolgimento coi russi, Flynn ha poi pubblicato un video su YouTube a sostegno di QAnon, e pronunciato un giuramento a favore dei <em>patriot</em>, spingendo i follwer dell’account “Q” a bardare i loro username con tre stelle gialle, a indicare i gradi del tenente generale (8).</p>



<p>Inoltre, pur essendo sostanzialmente dei repubblicani – da tener conto che l’ultradestra americana spesso usa il partito Repubblicano puntando a candidati particolarmente vicini ai propri valori, si pensi al candidato dell’ultradestra repubblicana Berry Goldwater negli anni ’60, che scriverà sull’inserto del settimanale di destra <em>Il Borghese</em>, cioè il mensile <em>La Destra</em>, vicino al Msi – i seguaci di QAnon sostengono che l’ultimo presidente degno di rispetto nella storia degli Stati Uniti è stato il democratico John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas, il 22 novembre 1963, niente meno che da un complotto ordito dal Deep State di allora, che favorirà l’ascesa prima di Lyndon Johnson e poi di altri presidenti funzionali al sistema (dove si tocca anche la tesi monetarista) (9). Dopo l’omicidio Kennedy, è la tesi di QAnon, vi sarebbero dei patrioti ai vertici dell’esercito degli Stati Uniti, i cosiddetti <em>Navy Seals</em>, fedeli alla memoria del defunto presidente, che avrebbero giurato sulla memoria di JFK di sconfiggere il Deep State. Secondo QAnon il figlio minore di JFK, John Fitzgerald Kennedy Jr. – noto avvocato e giornalista statunitense morto in un incidente aereo il 16 luglio 1999 – non sarebbe affatto deceduto, ma avrebbe simulato l’incidente mortale per nascondersi e mettersi al servizio dei patrioti fedeli al defunto padre. I sostenitori di QAnon – il che fa capire che i post virali vengono poi ampliati notevolmente dai seguaci nei social network – spiegano che Trump guiderà <em>The Storm</em>, La Tempesta, cioè un’ondata di arresti degli esponenti del Deep State e i loro seguaci, a cui seguirà la corte marziale, la deportazione a Guantanamo e l’insediamento di Kennedy Jr. alla presidenza degli Stati Uniti e alla guida di una nuova età dell’oro globale sul modello della Nuova Frontiera del padre negli anni ’60.</p>



<p>Questo ha spinto diversi qanoniani ad affermare che Vincent Fusca, un uomo di Pittsburgh, è in effetti John Fitzgerald Kennedy Jr. sotto copertura, e che, qualora Trump fosse stato rieletto alla presidenza degli Stati Uniti, sarebbe stato nominato suo vicepresidente. John Fitzgerald Kennedy Jr, sempre secondo certi post di Q, era a Washington, sempre sotto mentite spoglie, durante la festa dell’indipendenza del 2019, portando molti seguaci di QAnon a presenziare la cerimonia, nella speranza che Fusca, alias Kennedy Jr., apparisse.</p>



<p>Notiamo una dose massiccia di cospirazionismo spiccio – insomma, a confronto i <em>Protocolli dei Savi di Sion</em> o il più recente <em>Piano Kalergi</em> sembrano riflessioni fatte da raffinati intellettuali – unito a una lettura altrettanto semplicistica della politica internazionale e interna.</p>



<p>Non ultimo, i teorici di QAnon hanno pubblicizzato il consumo per via orale di candeggina industriale o soluzione minerale miracolosa, o MMS, per curare “miracolosamente” il “virus influenzale”, ossia il Covid-19 (10). “La pandemia ha funzionato da acceleratore alla diffusione di QAnon”, spiega Chine Labbe, managing editor di <em>NewsGuard</em>, piattaforma online nata nel 2018 negli USA per verificare l’attendibilità dei siti internet e delle notizie diffuse sul web. “Con una situazione epidemiologica che cambia ogni giorno è facile per le teorie complottiste di QAnon prendere piede. Sull’epidemia succede che i governi si contraddicono ogni giorno”. E questo favorisce la diffusione di tesi pericolose.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il <em>Pizzagate</em></h4>



<p>QAnon ha un’altra perculiarità: quella che chiama la “lotta alla pedofilia”. L’account ha denunciato, con addirittura l’hashtag <em>#SaveTheChildren</em> e lo slogan “Freedom for the Children”, una presunta trama oscura, organizzata dal Deep State, che vede l’esistenza di una rete globale di pedofili, coinvolti in oscure cabale ebraiche, aventi come obiettivo il dominio globale.</p>



<p>La suddetta tesi, il “Pizzagate”, molto gettonata fra i seguaci alt-righter di QAnon, si fonderebbe sulla credenza che l’ex avversaria di Trump, Hillary Clinton, e con lei vasti settori del partito Democratico e del mondo liberal, sarebbero a capo di una setta oscura e segreta atta a rapire i bambini, nasconderli in tunnel costruiti nei sotterranei delle metropoli statunitensi, e abusarne sessualmente.</p>



<p>Tutto nasce nel marzo 2016, quando fu violato l’account email di John Podesta, responsabile della campagna elettorale della Clinton, con WikiLeaks che pubblicò, nel novembre dello stesso anno, diverse email compromettenti. Un mese prima però, un account Twitter legato all’universo Alt-Right e al suprematismo bianco, riferiva che il dipartimento di polizia di New York aveva scoperto la citata rete di pedofili legata ai democratici: nelle email di Podesta pubblicate da WikiLeaks, secondo vari utenti complottisti dei social erano presenti, in codice, dei riferimenti al citato Pizzagate e al traffico di esseri umani: una cena elettorale tenutasi al ristorante di Washington DC <em>Comet Ping Pong</em>, una pizza al formaggio, in codice CP, <em>cheese pizza</em>, ma che per altri indicava <em>child pornography</em>, e la conclusione era che il locale fosse un luogo dove avvenivano abusi su minori nel contesto di riti di tipo satanico (11). I vip inoltre, secondo QAnon, farebbero uso di adrenocromo, un composto chimico organico derivato dall’ossidazione dell’adrenalina, che secondo tali astruse tesi verrebbe estratto dai bambini seviziati e utilizzato come droga; una droga per le élite globaliste, teoria cospirazionista nata dal romanzo <em>Fear and Loathing in Las Vegas</em> (del 1971, da cui è stato tratto il film <em>Paura e delirio a Las Vegas</em>) dove l’autore, il giornalista Hunter Stockton Thompson, parla dell’adrenocromo e lo descrive come un potente psichedelico dagli effetti simili a quelli dell’LSD.</p>



<p>La storia è stata poi ripresa da siti web di area Alt-Right, come <em>InfoWar</em>, <em>Planet Free Will</em>, <em>The Vigilant Citizen</em>, mentre in Italia il Pizzagate è stato citato dal giornalista cattolico di destra Maurizio Blondet nel suo blog. Attivisti dell’estrema destra repubblicana Alt-Right come Mike Cernovich, Brittany Pettibone, Jack Posobiec, il conduttore di CBS46 Ben Swann o l’ex scrittore del portale TheStreet.com, David Seaman, hanno contribuito a rendere virale quella che è una palese bufala, che attaccava i democratici su temi che non avevano alcun fondamento sensato e non sul programma politico di Hillary Clinton o sull’operato dei democratici durante la presidenza Obama. La situazione precipita al punto che durante tutto il 2020 diversi utenti di Twitter legati a tali teorie hanno usato l’hashtag <em>#SaveTheChildren</em> per propagandarle, spingendo l’organizzazione, il 7 agosto 2020, a un comunicato dove si sottolinea l’estraneità nelle vicende. Ne ha inoltre denunciato l’uso non autorizzato, spingendo i principali social, Facebook, Twitter e Instagram, a impedire che l’hashtag fosse associato a QAnon.</p>



<p>QAnon arriverà poi a legare l’entourage democratico e il Pizzagate a terremoti avvenuti nei pressi di grandi metropoli e centri urbani, affermando che erano, in realtà, stati provocati da esplosioni sotterranee, con l’intento di insabbiare lo scandalo, dato che si intendeva distruggere i tunnel usati dalla rete internazionale di pedofili per il traffico minorile.</p>



<h4 class="wp-block-heading">QAnon fra estrema destra e populismo</h4>



<p>“Q”, nel suo account, ha più volte sottolineato come l’uso della disinformazione “sia una necessità”, per giustificare le sue previsioni spesso fallaci. Ma è tra gli ambienti europei dell’estrema destra, in particolare quella tedesca e francese, che QAnon ha trovato terreno fertile. “Il gruppo si presenta come un movimento anti-élite contro un sistema oligarchico di persone che vogliono imporci il loro ordine mondiale”, chiarisce la Labbe, secondo cui più che di una simbiosi tra i due gruppi bisogna parlare di sovrapposizione. La Germania ha attratto fin da subito un gran numero di seguaci di QAnon che – secondo le stime – a oggi sembrano essere 200 mila. Il gruppo promuove come autentico il complotto antisemita dei <em>Protocolli dei Savi di Sion</em>, tesi riprese in Francia dall’account Twitter @QanonFrance che pubblica video di Alain Soral, ex militante del Partito comunista francese ed ex membro del comitato centrale del Front national, intellettuale nazionalcomunista a capo dell’associazione duginiana Égalité et Réconciliation, a cavallo fra lepenismo, neofascismo, nazionalcomunismo e nouvelle droite. “Quello che QAnon contesta è l’ordine delle democrazie liberali e in questo i principali benefattori sono i movimenti di estrema destra”, afferma Liyanage, ricercatrice del <em>Center for analysis of the radical right</em>, un think tank inglese che si occupa di monitorare i gruppi radicali di destra, secondo cui QAnon offre una piattaforma di visibilità ai vecchi e nuovi gruppi di estrema destra in tutto il continente. “Non sono direttamente collegati, ma uno rafforza l’altro perché entrambi vogliono screditare il sistema attuale”. Un sistema che – secondo QAnon – verrà smantellato da Trump: “Lo vedono come un salvatore ed è per questo che riceve il loro supporto”. In Europa, prosegue la ricercatrice, è la crisi migratoria ad aver rafforzato le teoria complottiste dell’estrema destra che vedono i flussi migratori alla base della ‘sostituzione etnica’ della “razza bianca con una popolazione araba e musulmana” – basti pensare, appunto, alla diffusione delle tesi sul <em>Piano Kalergi</em>. Una teoria contenuta anche nel manifesto dell’attentatore di Christchurch che a marzo del 2019 fece irruzione in una moschea in Nuova Zelanda, sparando all’impazzata e uccidendo 50 persone. La vita di ognuno di noi è stata poi completamente rimodellata dalla pandemia di Covid-19, quindi è sempre più difficile “convincere le persone che queste teorie non sono veritiere”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. M.L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/leuropa-a-destra-steve-bannon-e-the-movement-la-lega-delle-leghe/" data-type="post" data-id="190" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’Europa a destra. Steve Bannon e The Movement: la Lega delle Leghe</a></em>, Paginauno n. 60/2018</p>



<p class="has-small-font-size">2) Il prof. Stéphane François, membro dell’Observatoire des radicalités politiques della Fondation Jean Jaures, docente di storia contemporanea e scienze politiche presso l’Université catholique de l’Ouest nonché autore di numerosi libri sulla nouvelle droite e la cultura dell’estrema destra d’Oltralpe, ha pubblicato ricerche che documentano i nessi fra il Grece – il <em>Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne</em>, il centro studi che fin dal 1968 elabora le riflessioni metapolitiche della nouvelle droite e che ha fra i suoi punti di riferimento il filosofo Alain de Benoist – le relative dissidenze e l’Alt-Right, che discende dal paleoconservatorismo americano. In alcune sue ricerche il prof. François ha sottolineato come una delle riviste teoriche del Grece, <em>Nouvelle École</em>, ha più volte ospitato o avuto nel suo <em>comité de patronage</em> numerosi politologi, studiosi e intellettuali statunitensi vicini al paleoconservatorismo, tutti favorevoli al segregazionismo razziale in vigore negli Stati Uniti fino agli anni ’60 e all’elaborazione di analisi scientifiche che confermavano la differenza/disuguaglianza intellettuale fra americani <em>wasp</em> bianchi e le restanti minoranze etno-culturali, da tenere separate per la reciproca preservazione etno-identitaria. La cosa è continuata tutt’oggi con l’emergere dell’Alt-Right, con molti di quei collaboratori avvicinatisi a Trump e a Bannon. Cfr. S. François, <em>L’alt-right, l’antisémitisme et l’extrême droite française. Une mise au point</em>, in <em>Les cahiers psychologie politique</em>, n. 36, gennaio 2020, <a rel="noreferrer noopener" href="http://lodel.irevues.inist.fr/cahierspsychologiepolitique/index.php?id=3946" target="_blank">http://lodel.irevues.inist.fr/cahierspsychologiepolitique/index.php?id=3946</a>. Sull’Alt-Right e il paleoconservatorismo si veda S. François, <em>Qu’est-ce que l’alt-right?</em>, in jean-jaures.com, 12 aprile 2017, <a rel="noreferrer noopener" href="https://jean-jaures.org/nos-productions/qu-est-ce-que-l-alt-right" target="_blank">https://jean-jaures.org/nos-productions/qu-est-ce-que-l-alt-right</a>; Id., <em>Trump : derrière les tweets, l’alt-right et le paléoconservatisme</em>, in aoc.media, 15 novemvre 2018, <a href="https://aoc.media/analyse/2018/11/15/trump-derriere-tweets-lalt-right-paleoconservatisme/">https://aoc.media/analyse/2018/11/15/trump-derriere-tweets-lalt-right-paleoconservatisme/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) La diffidenza della destra tradizionalista-rivoluzionaria, di formazione evoliana, all’emersione del trumpismo e dell’Alt-Right, è stata palesata dal libro <em>Inganno Bannon</em>, edito nel 2019 dalla Cinabro Edizioni, un piccolo e caustico volume collettaneo scritto da Maurizio Blondet, Andrea Marcigliano, Gianluca Marletta, Claudio Mutti e da due collettivi tradizionalisti evoliani come Raido e Rigenerazione Evola. Si tratta di un pamphlet di battaglia e di denuncia, o per meglio dire di un Manifesto, volto a contribuire alla maturazione dei necessari anticorpi metapolitici contro il virus dell’Alt-Right da parte degli ambienti che si rifanno alle tesi di Julius Evola</p>



<p class="has-small-font-size">4) A. de Benoist, <em>Psicologia della teoria del complotto</em>, in <em>Trasgressioni</em>, n. 14, gennaio-aprile 1992 </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. T. Josseran, <em>L’État profond: le pouvoir derrière le pouvoir</em>, in <em>Conflits: histoire, géopolitique, relations internationales</em>, n. 16, gennaio-marzo 2018; <em>Stati profondi, Gli abissi del potere. Viaggio negli apparati pubblici e segreti, custodi e motori strategici delle nazioni e degli imperi</em>, in <em>Limes</em>, numero monografico, n. 8/2018 e, nel caso italiano relativo alla strategia della tensione e alla loggia P2, v. F. De Felice, <em>Doppia lealtà e doppio Stato</em>, in <em>Studi storici</em>, n. 3, luglio-settembre 1989, pp. 493-563</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. B. Zadrozny e B. Collins, <em>How three conspiracy theorists took ‘Q’ and sparked Qanon</em>, in NBC News, 14 agosto 2018, <a href="https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/how-three-conspiracy-theorists-took-q-sparked-qanon-n900531" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/how-three-conspiracy-theorists-took-q-sparked-qanon-n900531</a>, URL consultato il 20 agosto 2020</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. G. Faye, <em>Il sistema per uccidere i popoli</em>, a cura di S. Vaj, AGA Edizioni, Cusano Milanino (MI) 2017 e, per un’analisi più ampia, M. L. Andriola, <em>La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo</em>, Paginauno n. 63/2019 </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. B. Feldman, <em>The Mueller Report May Be Done, But We’ll Always Have the Threads</em>, in New York Intelligencer, 11 marzo 2019, <a href="https://nymag.com/intelligencer/2019/03/the-mueller-report-conspiracy-theories-from-qanon-to-mensch.html">https://nymag.com/intelligencer /2019/03/the-mueller-report-conspiracy-theories-from-qanon-to-mensch.html</a> e J. Davis, Russia Using QAnon Conspiracies to Help Get Trump Re-Elected, in The Daily Beast.com, 24 agosto 2020, <a href="https://www.thedailybeast.com/russian-media-turns-to-qanon-conspiracies-to-help-re-elect-trump" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thedailybeast.com/russian-media-turns-to-qanon-conspiracies-to-help-re-elect-trump</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. il pamphlet di Roberto Fantolino, <em>Il complotto contro John F. Kennedy, la sovranità monetaria e le risorse energetiche non convenzionali</em>, e-book pubblicato in proprio, s.e., s.d. La tesi è che Kennedy – come prima Abraham Lincoln e addirittura Aldo Moro – siano stati eliminati poco dopo aver promosso leggi a favore della sovranità monetaria dei rispettivi Paesi </p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. W. Sommer, <em>Qanon-er’s Magic Cure for Coronavirus: Just Drink Bleach!</em>, in The Daily Beast.com, 28 gennaio 2020, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.thedailybeast.com/qanon-conspiracy-theorists-magic-cure-for-coronavirus-is-drinking-lethal-bleach" target="_blank">https://www.thedailybeast.com/qanon-conspiracy-theorists-magic-cure-for-coronavirus-is-drinking-lethal-bleach</a>; M. Stieb, <em>QAnon Influencers Are Encouraging Followers to Drink Bleach to Avoid Coronavirus</em>, in New York Intelligencer, 28 gennaio 2020, <a href="https://nymag.com/intelligencer/2020/01/qanon-supporters-are-drinking-bleach-to-fend-off-coronavirus.html">https://nymag.com/intelligencer/2020/01 /qanon-supporters-are-drinking-bleach-to-fend-off-coronavirus.html</a> e T. Porter, <em>QAnon conspiracy theorists are telling people to drink bleach as a cure against the deadly Wuhan coronavirus</em>, in Business Insider.com, 29 gennaio 2020, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.businessinsider.com/china-coronavirus-wuhan-cure-qanon-mms-bleach-conspiracy-2020-1?IR=T" target="_blank">https://www.businessinsider.com/china-coronavirus-wuhan-cure-qanon-mms-bleach-conspiracy-2020-1?IR=T</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. L. Hayes, <em>The Consequences of ‘Pizza Gate’ are Real at Comet Ping Pong</em>, in <em>Washington City Paper</em>, 25 novembre 2016, <a href="https://web.archive.org/web/20161127163315/http://www.washingtoncitypaper.com/news/article/20842321/the-consequences-of-pizza-gate-are-real-at-comet-ping-pong">https://web.archive.org/web/2016112 7163315/http://www.washingtoncitypaper.com/news/article/20842321/the-consequences-of-pizza-gate-are-real-at-comet-ping-pong</a> </p>
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		<item>
		<title>Zaia e Salvini. La Lega Veneta e quella Lombarda</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zaia-e-salvini-la-lega-veneta-e-quella-lombarda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3806</guid>

					<description><![CDATA[Due Leghe in lotta da quarant’anni fra autonomia ed egemonia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Due Leghe in lotta da quarant’anni fra autonomia ed egemonia</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La politica, diceva nella cosiddetta Prima Repubblica il socialista Rino Formica, “è sangue e merda”, concetto meglio articolato dallo stesso politico nell’affermazione: “La politica è per gli uomini il terreno di scontro più duro e più spietato. Si dice che su questo campo ha ragione chi vince, e sa allargare e consolidare il consenso, e che le ingiustizie fanno parte del grande capitolo dei rischi prevedibili e calcolabili”. Se questo era vero in un’epoca in cui ancora erano forti le ideologie nel dibattito politico, lo è tutt’oggi, in un’epoca post-ideologica.</p>



<p>È quello a cui stiamo assistendo all’interno della Lega di Matteo Salvini, partito nazional-populista a capo di un centrodestra sempre più lontano da quello degli anni ’90: cioè alla presunta rivalità fra il capitano Salvini e il governatore del Veneto Luca Zaia, confermato alla guida della Regione alle ultime elezioni con una percentuale che, un tempo, si sarebbe definita “bulgara”: 76,8%.</p>



<p>Il Carroccio, pur presentandosi sin dagli albori come un partito leaderista, guidato in maniera cesaristica del suo padre-padrone, il <em>senatùr</em> Umberto Bossi – a capo di un “partito leninista fondato sul ‘Führerprinzip’” che mai ha permesso il coagularsi di correnti vere e proprie – ha comunque sempre visto al suo interno una certa vivacità. Già quando nacque l’area delle leghe regionaliste settentrionali, fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, vi aderirono personalità di formazione e background diverso: chi proveniente da sinistra (dallo stesso Umberto Bossi a Roberto Maroni o Gipo Farassino), chi dai partiti centristi o dall’estrema destra, sia ‘ufficiale’, il Msi, sia extraparlamentare (1); personalità che, come documentato più volte in questa rubrica, nel corso dei decenni hanno cercato di costruire un’egemonia culturale, scontrandosi anche con settori moderati e centristi. Scontro testimoniato anche dalla ondivaga posizione su temi chiave come la politica estera, ora putiniana, a tratti anti-sistemica se alla Casa Bianca c’è un democratico, per poi essere al contempo filoamericana e trumpista o neocon. Dunque aree con riferimenti culturali antitetici, ma tutte fedelmente salviniane (2).</p>



<p>La leadership di Matteo Salvini, consolidata e rafforzata dalla onnipresenza televisiva del leader populista milanese sin dal dicembre 2013, sembra ora scricchiolare davanti al nuovo presenzialismo del governatore veneto Luca Zaia. Quest’ultimo, a differenza del segretario del suo partito che dopo un anno di governo col M5S è ritornato all’opposizione, incarna l’etica del ‘fare’, cioè il politico che gestisce il territorio, che fa proprio il pragmatismo – e qui trapela l’evidenza della politica post-ideologica dei nostri giorni – specie ora in epoca di Covid-19.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La ‘guerra’ fra Zaia e Salvini secondo la City inglese…</h4>



<p>Generalmente, anche per raggranellare più voti <em>ad personam</em>, è normale che durante le elezioni amministrative, provinciali o regionali, venga presentata una lista civica col nome del candidato alla poltrona in carica, una prassi consolidatasi nella cosiddetta Seconda Repubblica, una delle tante cartine di tornasole di una politica sempre meno legata agli schemi ideologici (eccetto l’ideologia dominante, il pensiero unico liberale, trasversale). È comunque un metro di misura per vedere i rapporti di forza in una determinata coalizione e, nel caso del Veneto, è stata osteggiata dal leader Salvini.</p>



<p>Leggendo questo dispaccio interno al Carroccio, fatto pervenire a tutti i presìdi del partito in giro per il Veneto, sembra che i vertici di via Bellerio stiano dicendo l’ovvio, ma così non è: “Si ribadisce che tutte le sezioni devono fare campagna elettorale solo per la lista Lega”. “È la dimostrazione che Salvini ha una gran paura che la lista di Zaia surclassi quella della Lega”, dice un vecchio colonnello della Liga, fedelissimo del governatore (3).</p>



<p>Una paura, quella di Matteo Salvini, fondata, nonostante “Zaia [sia] stato bossiano con Umberto Bossi, maroniano con Roberto Maroni, ora salviniano con Matteo Salvini, oltre a essere stato anche ‘amico fraterno’ dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. [È un] uomo per tutte le stagioni?&#8221; Può essere una chiave di lettura, che dimostrerebbe la sua vocazione di stare sempre a galla qualunque sia il nocchiero della nave. Coltivando la sua immagine di uomo concreto, che si atteggia come un comune cittadino, che dialoga con tutti, poco incline ai voli pindarici, con una fede incrollabile nelle virtù del mercato e degli schei, che non disdegna di parlare in dialetto” (4). </p>



<p>Pragmatismo che è servito all’ascesa di Zaia: secondo il Corriere del Veneto, inserto regionale del Corriere della Sera, “da quando la legge Tatarella ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione, nel 1995, nessun candidato ha mai toccato vette di consenso così alte in Italia. Non ci riuscì Vito De Filippo in Basilicata nel 2005, non ce la fece Raffaele Lombardo in Sicilia nel 2008 (peraltro finiti entrambi malamente, tra inchieste per rimborsi illeciti e condanne per voto di scambio). Luca Zaia, il viceré del Nordest, sta invece lì, al 70%, e anche se sono solo sondaggi, neppure l’opposizione se la sente di smentirli più di tanto” (5). E il 70% è una percentuale impressionante, pur in una regione storicamente leghista come il veneto, lì dove nacque a fine anni ’70 la Liga Veneta, il primo movimento autonomista regionalista che farà da modello alle altre leghe regionaliste settentrionali.</p>



<p>È una paura analizzata anche dal Financial Times. Secondo il quotidiano della City, “la minaccia più pericolosa” per il leader populista milanese “non arriva dai suoi numerosi nemici, ma dall’interno del suo stesso partito”, minaccia che potrebbe frenare l’ascesa del segretario, teoricamente inarrestabile dal 2013. Durante l’emergenza italiana Covid-19, Salvini “ha faticato a stabilire l’agenda come faceva prima”, facendo “scivolare la Lega nei sondaggi”, e “lo sfidante alla leadership è ora il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, dopo che la sua strategia di lotta al Covid-19 ha attirato l’attenzione globale”. L’articolo di Miles Johnson, intitolato <em>Political hero of Italy’s coronavirus crisis takes shine off Salvini</em>, pubblicato il 4 maggio 2020, è indicativo che anche negli ambienti che contano si guarda all’ascesa della Lega e alla sua leadership: le due regioni più ricche d’Italia, la Lombardia e il Veneto, entrambe amministrate dal Carroccio, hanno adottato approcci diversi per contenere il virus, ma è stato il “modello veneto” quello vincente, con 1.500 morti contro i 14.000 in Lombardia, il tutto per una pragmatica politica fatta di test e tracciamento dei contagi. Il governatore Zaia, spiega il Financial Times, è stato definito dai giornali “mr 80%” o “il Doge”.</p>



<p>Mentre la Lega scendeva dal 34% dei consensi ottenuti alle ultime elezioni europee a meno del 30%, quelli personali di Zaia erano attorno al 50%, secondo un sondaggio del politologo della Luiss Roberto D’Alimonte citato dal quotidiano inglese, ovvero più di quelli del presidente del Consiglio Conte (35%) e del presidente della Repubblica Mattarella (32%), mentre lo stesso Salvini era sceso sotto il 20%. E dire che, ricorda il giornale, da quando è arrivato al vertice del partito nel 2013, “il capitano” l’ha portato da un risultato a una sola cifra a oltre il 30%.</p>



<p>È comprensibile quindi la paura di Matteo Salvini, specie davanti all’incremento dei consensi dei post-missini di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, come già analizzato in questa rubrica (6).</p>



<p>Anche se è assodato che in Veneto il Carroccio ha al suo interno anime ‘radicali’, spesso legate al radicalismo di destra da una parte o al cattolicesimo oltranzista dall’altra (non a caso si è tenuto a Verona il congresso delle famiglie che ha dato voce all’ala più conservatrice del centrodestra, Lega in primis), come documentato da Emanuele Del Medico in un volume dall’inequivocabile titolo <em>All’estrema destra del padre</em> (7) – che pur parlando delle interconnessioni fra estremismo di destra e cattolicesimo oltranzista punta i riflettori sul cosiddetto paradigma veronese, città successivamente guidata da Flavio Tosi, sindaco che inizialmente fu visto come un punto di riferimento per l’ala dura del Carroccio veneto (arrivò a sdoganare persone di Fiamma tricolore o del Veneto fronte skinhead) e poi presentato come alternativa a Matteo Salvini, proprio come Zaia – va ricordato che il successo della Lega Nord, anche nel Veneto, avviene in zone con un forte radicamento e tradizione democristiana o fra l’elettorato pentapartitico: il passaggio dalla “tradizione bianca” alla “protesta verde” (8) renderebbe controproducente un eccessivo slittamento a destra, nonostante sia ovvio che si assiste da danni a una radicalizzazione del ceto medio. </p>



<p>In una prima fase, infatti, la Lega Nord (e prima ancora la Liga Veneta o, in Lombardia, la Lega Lombarda e le formazioni affini) è vista come un movimento che ha come obiettivo la tutela di determinati interessi, strettamente locali, e non legato a questa o quella fazione politica: tale visione permette al partito di avvicinare classi sociali diverse, “operai e imprenditori delle piccole imprese, commercianti e settori del ceto medio urbano impiegatizio” (9). Lo stesso Zaia proviene dal Psi craxiano, partito che negli anni ’80 si è gradualmente spostato verso il centro. Non parliamo quindi di un leghista che flirta – almeno non apertamente – con l’estremismo, come ha fatto il segretario federale sin dall’inizio della sua segreteria.</p>



<p>Allora perché i veneti votano in massa per Zaia? Dove nasce questo consenso diffuso in tutti i ceti sociali, radicato sul territorio, trasversale ai partiti (perché 70% significa oltre il semplice centrodestra)? Come si è arrivati a una simbiosi tra il governatore e i cittadini tale per cui a volte lo stesso Zaia arriva a definire le critiche alla sua amministrazione come “attacchi al popolo veneto”?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Veneto profondo leghista e Zaia</h4>



<p>Va detto che in Veneto, regione storicamente ‘bianca’ e oggi leghista, l’opposizione è debolissima, più che altrove. L’aver candidato Alessandra Moretti, autodefinitasi <em>Ladylike</em>, letteralmente “che ha il portamento di una signora”, per aver rivendicato la necessità che le donne in politica debbano essere esteticamente belle, curate ed eleganti, non ha senz’altro aiutato il Pd e il centrosinistra tout court in una regione ‘popolare’ come il Veneto. Ma le radici del successo di Zaia, vengono da lontano.</p>



<p>Il professore Ilvo Diamanti, politologo e docente di Scienza Politica dell’università di Urbino, spiega in un’intervista al Corriere del Veneto il 5 settembre 2020, che tale successo affonda le radici nella Liga Veneta (non nella Lega Nord, che è ‘lombardocentrica’, cioè ‘padana’), movimento localista nato a fine anni ’70 e che nella Pedemontana delle piccole imprese e dei piccoli comuni ebbe la sua culla. “È lì, nel Veneto profondo dove l’elettore non chiede alla politica di ‘fare’ ma di ‘lasciar fare’ che nasce la Liga di cui oggi Zaia è il massimo interprete, grazie anche a un passato lavorativo che ne esalta le doti di comunicatore, come vediamo dai riscontri su stampa, tivù e social media. Poi c’è l’autonomia, che ci ha consegnato un referendum con oltre 2 milioni di votanti e il Sì al 98%: la Lega di Zaia è ancora la Lega del federalismo, il sindacato del territorio; quella di Salvini è la Lega nazionale, un’altra cosa ormai. Quindi, l’emergenza sanitaria: detto che Zaia ha avuto alti indici di gradimento fin dal primo mandato, è indubbio che questo si è dilatato enormemente negli ultimi sei mesi, quando da parte dei cittadini è emerso prepotentemente il bisogno di punti di riferimento”. Zaia come l’uomo forte? “Sì, purché inteso in termini di autorità, non di autoritarismo”.</p>



<p>Lo scontro già visto in questa rubrica fra una Lega a vocazione nazionale (o nazionalista) che guarda al Rassemblement national di Marine Le Pen, e la Lega Nord, sia nel suo insieme che nelle realtà locali dello zoccolo duro regionalista, centrista ma non necessariamente moderato (si è addirittura parlato di <em>estremismo di centro</em>) (10), è qui evidente.</p>



<p>L’analisi di Diamanti è simile a quella di Paolo Feltrin, politologo dell’università di Trieste: “Zaia parte da basi solidissime, dal 1995 a oggi il Veneto è sempre stato saldamente nelle mani del centrodestra e lui ha governato in continuità, senza scossoni. È uscente, al terzo mandato, dunque è favorito per definizione ma a dargli la spinta decisiva per superare il 70% è stato il virus, che a ben vedere ha rafforzato tutti i vertici di governo, dal premier ai sindaci. Nel mare in tempesta, ci si affida al capitano, a lui si chiede il miracolo. E il Covid ha rilanciato pure il federalismo, che si era un po’ appannato negli ultimi tempi, nella sua accezione migliore: non oppositivo ma collaborativo. Le soluzioni migliori per i cittadini sono scaturite da un confronto a tratti aspro ma fattivo tra Roma e i territori. Esattamente ciò che predica Zaia”.</p>



<p>È il pragmatismo post-ideologico, anticentralista e antiburocratico (ergo antipolitico) il cardine del modo di porsi del presidente veneto. Un pragmatismo che viene da lontano, dalla Dc anni ’80 (11), che spinge Zaia, nonostante faccia politica da quando aveva vent’anni nel Psi craxiano, a ripetere a ogni occasione: “Io non sono un politico, sono un amministratore”. Una narrazione potente in Veneto, secondo Stefano Allievi, professore di Sociologia all’università di Padova: “Zaia mette sempre molta enfasi sulla retorica dei veneti che ‘si tirano su le maniche’, anche se questo a volte tradisce la realtà. È bravo a farsi portavoce del ‘sentire medio’ della gente, non assume mai posizioni divisive o radicali, in Zaia ci si riconosce facilmente perché lui è attento a non scontentare mai nessuno. A questo accompagna un understatement che fa dire ‘è uno di noi’ anche nei comportamenti privati: mai una festa, un salotto, un galà per vip, si tiene a debita distanza dai cenacoli intellettuali. Interpreta la politica come un ‘lavoro’, appunto, per cui fa quello che deve fare, per cui è pagato potremmo dire usando un’espressione cara ai veneti, e torna a casa. Poi certo è molto abile nel porre le domande quando in realtà dovrebbe dare le risposte”, continua Allievi, “ha una straordinaria capacità di reazione nell’emergenza ma è meno incisivo su temi di lungo respiro, come la fuga dei laureati verso l’estero, l’Emilia Romagna e la Lombardia, un futuro già ipotecato. E fa riflettere che Zaia faccia notizia in Italia per la sua forza in Veneto, mentre il Veneto è sempre più debole in Italia. È un successo locale”.</p>



<p>È l’approccio aziendalista che è vincente in Zaia, come nota pure Carlo Alberto Tesserin, tra gli ultimi pezzi grossi della Democrazia Cristiana veneta, consigliere regionale dal 1990 al 2015, ora Procuratore di San Marco: “Mancanza di visione? Si è concentrato sul core business della Regione che è la sanità e non si può dire che questa in Veneto non funzioni bene, specie se si guarda a come vanno le cose vicino a noi. Ha amministrato con risorse ben diverse da quelle di cui hanno potuto disporre la Dc e Galan e se farà la Pedemontana potrà mettersi al petto un’altra medaglia. I Giochi di Cortina, le colline del Prosecco patrimonio Unesco, se poi gli danno l’autonomia&#8230; Dal punto di vista amministrativo è solido, ha svolto tutto il <em>cursus honorum</em>, dal Comune alla Provincia, dalla Regione al ministero, ma il suo vero punto di forza è che lui c’è quando la gente vuole che ci sia: da Vaia all’Acqua Granda, i veneti sanno che si possono fidare e questo è un sentimento che trascende le appartenenze ai partiti”.</p>



<p>Secondo Gianluca Comin, docente di Strategia di Comunicazione alla Luiss: “Si parla molto delle sue doti di comunicatore ma è evidente che senza il buon governo la comunicazione non basta. A fare la differenza sono la sua capacità di sintonizzarsi sui problemi, di essere presente sui temi che sono in cima alle priorità della gente. Poi certo attorno a lui c’è una squadra che lavora bene, con professionalità, dando corpo alle intuizioni che gli portano popolarità. E l’imitazione di Crozza è il sigillo finale sulla sua notorietà”.</p>



<p>Ma allora, perché Salvini teme Zaia? Perché boicottare una lista che potrebbe attrarre ulteriori consensi non necessariamente leghisti a vantaggio del partito? Perché, volendo banalizzare, Luca Zaia non è lombardo, ma veneto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Veneti contro lombardi: uno scontro fra autonomia ed egemonia lungo oltre quarant’anni</h4>



<p>Perché fin dalla sua unità, la Lega Nord – che nasce fra il 1989 e il 1991 per federare i principali movimenti regionalisti dell’Italia settentrionale di allora, e cioè la Lega Lombarda, la Liga Veneta, Piemònt Autonomista, L’Union Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola e Alleanza Toscana, organizzandosi in seguito in sezioni territoriali non coperte dai movimenti precedentemente esistenti, e cioè nelle province autonome di Trento e Bolzano, in Friuli-Venezia Giulia, in Val d’Aosta, in Umbria e nelle Marche – in virtù della leadership di Umberto Bossi si è rivelato un partito ‘lombardocentrico’, come già si è detto.</p>



<p>La Lega Nord guidata da Umberto Bossi ha registrato non pochi episodi negativi per la componente che guidava (e guida, dato che formalmente esiste ancora) la Liga Veneta, nonostante la patria del leghismo non sia la Lombardia. Questo fenomeno politico che oggi ha in Salvini il suo leader, non nasce in Lombardia, ma in Veneto. Nel 1979 il professore d’arte padovano Achille Tramarin, scomparso di recente, fonda di fatto la Liga Veneta, che fu a tutti gli effetti la “madre di tutte le leghe”, la prima a raccogliere la naturale vocazione all’indipendentismo di buona parte delle genti venete, nostalgiche della Serenissima Repubblica: una realtà radicata nell’immaginario collettivo veneto, da cui si mutua pure il simbolo nel logo, il “Leone di San Marco”, che nella propaganda antimeridionale venetista – uno dei tratti comuni col leghismo lombardista assieme alla critica al centralismo romanocentrico – diventa il famoso “leon che magna el tèron”. È solo nel 1982 che Umberto Bossi, assieme a Giuseppe Leoni, fonda la Lega Lombarda, con Alberto da Giussano nello stemma, ed è lì che inizia la concorrenza fra i due movimenti, così simili e così differenti.</p>



<p>È la Liga Veneta a guadagnar terreno, inizialmente, dato che alle elezioni del 1983 manda in Parlamento Tramarin, il leader venetista, che esordirà sulla fiducia al governo Craxi pronunciando un discorso in dialetto (anzi, in ‘lingua’, diranno gli autonomisti e gli identitaristi) veneto. Ma ben presto il movimento avrà non pochi problemi interni, con una guerra intestina che porterà Franco Rocchetta a chiedere a Tramarin l’abbandono della guida del partito: dopo una guerra fatta di querele, spintoni e calci verrà espulso, e alla segreteria arriverà Marilena Marin.</p>



<p>L’indebolimento del venetismo favorirà la Lega Lombarda di Umberto Bossi, che eleggerà nel 1987 il suo leader al Senato e anche quello alla Camera, Giuseppe Leoni. Questo favorì gradualmente l’ascesa della componente lombarda, nonostante all’apparenza l’obiettivo di Bossi fosse quello di federare in un un unico fronte tutti i movimenti regionalisti dell’Italia settentrionale. Si aggregheranno per le europee del 1989 nell’Alleanza Nord, il primo abbozzo di Lega Nord, e verranno visti come gli avversari di quel pentapartitismo descritto come “il regime partitocratico” o “Roma ladrona”. In risposta, il 3 marzo 1990 il Partito socialista organizza un raduno in quel luogo che diverrà quasi un sinonimo di leghismo: Pontida. Lì dove le liste leghiste avevano raccolto il 16% dei consensi. Bettino Craxi lancia un’aperta sfida al Carroccio: la riforma costituzionale in senso presidenzialista e federalista. Spinge in tal modo i leghisti a passare dalla mera contestazione all’organizzazione di un raduno proprio a Pontida, il 25 marzo dello stesso anno, primo di una lunga serie di kermesse dove si elabora l’immaginario mitopoietico leghista (lì si sarebbe tenuto, nel 1167, il giuramento che porterà alla nascita della Lega Lombarda, che si opporrà a Federico Barbarossa). Un passaggio fondamentale ai fini egemonici: il movimento nasce per aggregare tutti i movimenti regionalisti e autonomisti del Nord Italia, ma finisce per essere guidato da un leader lombardo che imporrà simbologie e ritualità lombarde, anzi ‘padane’: da Alberto da Giussano nello stemma al giuramento di Pontida, che evoca un evento della storia comunale lombarda, arrivando all’obiettivo della nascita della Repubblica del Nord, che dovrà chiamarsi “Padania”.</p>



<p>Ma ai veneti si concede qualcosa: se il segretario federale è Umberto Bossi, la presidenza va a Marilena Marin, leader della Liga Veneta. Ma sempre in stato di perenne subordinazione alla componente lombarda, e ogni qual volta un esponente veneto rischia di fare ombra al senatùr Bossi, scatta inesorabile l’espulsione. Il primo che ne pagò le conseguenze fu infatti Rocchetta, cacciato nel 1994, seguito nel 1998 da Fabrizio Comencini, reo di aver invocato l’autonomia della Liga Veneta dal partito, di cui era segretario. Anche Giancarlo Gentilini, popolare sindaco-sceriffo di Treviso noto per le sue esternazioni xenofobe, ha avuto modo di provare sulla propria pelle l’ostracismo per alcune dichiarazioni alla stampa evidentemente non gradite ai vertici di via Bellerio. L’ultimo veneto epurato è stato il già citato Franco Tosi, ex sindaco di Verona, che dovette uscire dalla Lega dopo il braccio di ferro coi vertici lombardi perché non intendeva rinunciare alla corsa per la presidenza del Veneto, guarda caso proprio contro il salviniano Luca Zaia (12).</p>



<p>Ciò significa che molto probabilmente Zaia, che non è un politico di primo pelo, non arriverà allo scontro diretto con Matteo Salvini. Non proverà a presentarsi come colui che rilancia la Liga Veneta, perché rischierebbe di fare la fine di molti veneti ‘eccellenti’ che tentarono di sfidare via Bellerio. Meglio accontentarsi del ruolo, tutt’altro che secondario, di “Doge di Venezia”, di fatto sposando il noto detto veneziano secondo cui “<em>Xe megio esser paron de ‘na sessola che servidore de ‘na nave</em>” (“Meglio essere padrone di una sessola [l’umile strumento di legno che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua] che servitore di una nave”). Ma lo scontro conferma che il Carroccio, pur avendo al suo interno anime radicali, non può puntare al 100% alla radicalità del Rassemblement national lepenista, che è una forza di sola opposizione. La Lega, fin dal 1994, ha gustato la comodità delle poltrone romane e regionali, governando – sempre a vantaggio del ceto elettorale di riferimento, la borghesia produttiva del Nord-Est – le contraddizioni del sistema italiano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Rimando il lettore alla serie di miei articoli dal titolo <em>Alle radici del fascioleghismo</em> pubblicati su Paginauno, dal n. 44 al n. 46 fra il 2015 e il 2016</p>



<p class="has-small-font-size">2)<strong> </strong>Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/fra-washington-e-mosca-passando-per-tel-aviv-la-politica-estera-della-lega-nord/" data-type="post" data-id="2485">Fra Washington e Mosca passando per Tel Aviv. La politica estera della Lega Nord</a></em>, Paginauno n. 51/2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Valerio Valentini, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilfoglio.it/politica/2020/09/04/news/cosi-salvini-ordina-di-boicottare-la-lista-di-zaia-ma-i-leghisti-veneti-se-ne-infischiano-332848/" target="_blank"><em>Così Salvini ordina di boicottare la lista di Zaia, ma i leghisti veneti se ne infischiano</em></a>, Il Foglio.it, 4 settembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">4)<strong> </strong>Umberto Baldo, <em>Salvini ed i “lumbard” bloccano l’ascesa di Zaia</em>, TviWeb.it, 10 maggio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">5) Marco Bonet, <em>Luca Zaia, perché spopola nei sondaggi: «Incarna l’anima veneta»</em>, Corriere del Veneto, 5 settembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">6)<strong> </strong>Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/fratelli-ditalia-dalla-destra-sociale-al-liberismo-trumpista/" data-type="post" data-id="3336">Fratelli d’Italia, dalla destra sociale al liberismo trumpista</a></em>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Emanuele Del Medico, <em>All’estrema destra del padre. Tradizionalismo e destra radicale. Il paradigma veronese</em>, Edizioni La Fiaccola, Ragusa 2004</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Ilvo Diamanti, <em>Il male del Nord</em>, Donzelli Editore, Roma 1996 </p>



<p class="has-small-font-size">9)<strong> </strong>Paul Ginsborg, <em>L’Italia del tempo presente – Famiglia, società civile, Stato 1980-1996</em>, Einaudi, Torino 1998 </p>



<p class="has-small-font-size">10)<strong> </strong>Lo studioso Giovanni De Luna, parlando di “estremismo di centro”, si riferiva al dinamismo economico delle regioni in cui storicamente è radicata la Lega Nord: ha fatto in modo che “nel contenitore di centro nascessero i fermenti di rottura più significativa e quindi gli elementi di una deriva estremista più forte, più radicale. [&#8230;] Gli estremisti di centro sono capaci di trasformare gli interessi specifici in valori. E questi interessi diventano valori importanti nella misura in cui devono essere difesi contro gli altri. Con una forte aggressività. Con accanimento. Proprio osservando questa aggressività possiamo individuare il connotato più significativo di questo estremismo: una concezione perennemente conflittuale della politica” (Giovanni De Luna, intervista rilasciata a Ritanna Armeni, l’Unità, 11 agosto 1997)</p>



<p class="has-small-font-size">11) Il politico democristiano veneto Antonio Bisaglia, di area dorotea, parlando della sua regione nel 1982, prima che si sviluppasse l’insorgenza leghista, afferma: “Per lo sviluppo effettivo delle potenzialità del Veneto, l’ostacolo principale è nella visione centralistica che prevale ancora in Italia. Centralistica e burocratica. Se ciò fosse possibile direi che il Veneto sarebbe pronto a partecipare a uno stato federale. Ma l’Italia no, non sarebbe pronta. L’ostacolo è nello squilibrio troppo forte tra la coesione culturale del Veneto e quella generale. Lo stato ne ha paura” (A. Bisaglia, <em>Il politico come imprenditore, il territorio come impresa</em>, intervista di I. Diamanti, Strumenti, n. 2/1988, pp. 71-80) </p>



<p class="has-small-font-size">12)<strong> </strong>La rottura fra Tosi e Salvini si è registrata dal 2015, quando si nota una netta dicotomia fra la linea del sindaco veronese e quella del segretario federale della Lega. Il primo è per un’alleanza con i moderati centristi e per una Lega non lepenista, e dunque per un modello di partito non di destra ma moderato liberalconservatore (in opposizione con quanto fatto però in giunta con l’apertura all’estrema destra). Il 2 marzo 2015 Salvini lancia un <em>aut aut </em>a Tosi: scegliere tra la Fondazione fondata dal sindaco veronese o la Lega. Due giorni dopo tre consiglieri regionali vicino a Tosi (Luca Baggio, Matteo Toscano e Francesco Piccolo) fondano un nuovo gruppo nel consiglio regionale veneto sancendo così la rottura politica con la Lega. Il 7 marzo 2015 sei parlamentari della Lega di area tosiana annunciano di essere pronti a uscire dal gruppo parlamentare del partito di Salvini nel caso in cui avvenga la rottura definitiva tra la Lega Nord e Tosi. Il 10 marzo 2015 Tosi viene espulso dalla Lega Nord a seguito dello scontro con il segretario, mentre il 13 marzo tre assessori della giunta Zaia annunciano l’uscita dalla Lega Nord e la costituzione di un nuovo gruppo in seno al consiglio regionale veneto pro-Tosi. È il secondo gruppo che sostiene Tosi in seno all’assise veneta. Ciò ha spinto il gruppo su posizioni centriste, portando Tosi prima a schierarsi coi centristi di Area Popolare (ex Udc) e poi ad aderire al cartello “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi (ex FI, poi Ncd). Sul passato filoneofascista di Franco Tosi rimando a Matteo Luca Andriola, <em>La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist</em>, Edizioni Paginauno, seconda edizione 2019 </p>
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		<item>
		<title>Fratelli d’Italia. Dalla destra sociale al liberismo trumpista</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fratelli-ditalia-dalla-destra-sociale-al-liberismo-trumpista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 16:18:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli italia]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[sovranismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3336</guid>

					<description><![CDATA[Chi è il partito di Giorgia Meloni, che sta scalando consensi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/e-uscito-il-numero-67-aprile-maggio-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 67, aprile – maggio 2020)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Chi è il partito di Giorgia Meloni, che sta scalando consensi</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Parlando di populismo in Italia, dal dicembre 2013 ci si sofferma spesso sulla figura di Matteo Salvini, leader della Lega Nord (poi semplicemente Lega, vista la nuova vocazione nazionale) e, nel 2018-2019, ministro dell’Interno. È una figura senz’altro centrale, gli abbiamo dedicato non poche analisi su queste pagine, ma spesso si sorvola o si relega sullo sfondo la figura di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia.</p>



<p>Questa analisi salvinicentrica da parte del grosso dei mass media è legata al fatto che la Lega di Matteo Salvini, dal 3% ereditato dalla gestione bossiano-maroniana, è balzata sopra il 30%, il che lo rende un fenomeno di interesse politologico; nel nostro caso ci si è soffermati sul Carroccio – ma le nostre riflessioni partono già dai primi anni Ottanta, quando esistevano soltanto le leghe regionaliste nell’Italia settentrionale, da cui nascerà prima la lista unica regionalista Alleanza Nord (1989), poi la Lega Nord (1991) – per i legami intellettuali di lungo corso con diversi settori politico-militanti del radicalismo di destra (la redazione del mensile milanese <em>Orion</em> di Maurizio Murelli) e della nuova destra metapolitica legata al filosofo Alain de Benoist.</p>



<p>Fratelli d’Italia, invece, sembrava rimanere sullo sfondo, in secondo piano, come una sorta di ‘scopiazzatura’ ora del leghismo salviniano – ma incapace di attrarre i consensi di soggetti neofascisti come CasaPound Italia – ora del Front national francese, dove una donna come Giorgia Meloni, Marine Le Pen, occupa lo spazio centrale da noi occupato dal Carroccio. Ma ora questo partito nazional-conservatore italiano, erede in parte di Alleanza nazionale, del vecchio Msi-Destra nazionale ma capace di attrarre parte di quella destra sociale che non si era riconosciuta sta gradualmente ascendendo nei consensi, passando dal 4% di inizio legislatura a circa il 10,6% nel dicembre 2019. Avremo anche noi, come si chiedono alcuni giornali, una premier donna di destra? È il caso di analizzare l’ascesa di Fratelli d’Italia, le similitudini e le differenze con la Lega, i suoi legami con il populismo occidentale liberista e le ambiguità, come nel partito di Salvini, in politica estera.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dal centrodestra nazionale al conservatorismo social-sovranista</h4>



<p>Nato nel dicembre 2012 da una scissione di destra del Popolo delle libertà, il partito unico del centrodestra che univa Forza Italia di Silvio Berlusconi, Alleanza nazionale di Gianfranco Fini e altri soggetti minori, Fratelli d’Italia (originalmente seguito dall’etichetta <em>Centrodestra nazionale</em>) viene guidato dal triumvirato Crosetto-La Russa-Meloni. Nasce in parziale opposizione al totale appiattimento della componente maggioritaria (sostanzialmente post forzista, anche se non mancano componenti riconducibili ad An, come Maurizio Gasparri, ex colonnello di Fini e leader con Ignazio La Russa della corrente filoberlusconiana “Destra protagonista”, che seguiranno il leader del Pdl Berlusconi) alle posizioni deflazioniste e pro austerità del governo Monti. La scissione, vista l’assenza di dialettica interna al partito unico del centrodestra e l’annullamento delle primarie, è preceduta il 16 dicembre 2012 dal varo della convention <em>Primarie delle Idee</em>, che porta i ‘ribelli’ ad animare il nuovo partito di destra, che nel giro di un anno e mezzo adotta come ‘nuovo’ simbolo, dopo quello di un ‘nodo tricolore’ che aveva effettivamente poco appeal, il vecchio stemma missino e di An: la fiamma tricolore, che comparirà nel 2014, dopo che La Russa e Alemanno propongono che la Fondazione Alleanza nazionale conceda l’utilizzo del logo di An a FdI. Adesso, dopo il congresso di Trieste, ogni riferimento ad An scompare. Resta solo la fiamma, ma senza la base trapezoidale con scritto Msi (1).</p>



<p>Il partito, che alle elezioni del 2013 parteciperà alleato col vecchio Pdl, che nel frattempo è ritornato col vecchio nome Forza Italia, e la Lega Nord nella coalizione del centrodestra, otterrà uno scarso 1,9%, eleggendo nove deputati e nessun senatore e divenendo così il terzo partito nel polo moderato dopo la Lega Nord, anch’essa in grave crisi, ma facendosi notare per una forte opposizione al governo Letta di centrosinistra.</p>



<p>Ma è la nascita del governo Renzi a permettere a FdI di salire gradualmente nei consensi a scapito di Forza Italia, da sempre in testa nella coalizione di centrodestra, annunciando non solo il voto contrario, cosa scontata, ma accusando il neo-presidente del consiglio di essere “succube” dei cosiddetti “poteri forti”, le istituzioni europee, rappresentate dal leader democristiano tedesco Angela Merkel, esattamente come prima lo erano il governo tecnico di Monti (votato però anche dalla deputata del Pdl Giorgia Meloni) e quello di centrosinistra di Enrico Letta, accusato tra l’altro di non essere stato nominato da nessuno (visto che il Partito democratico si era presentato con il segretario Bersani).</p>



<p>Non solo: la leader di FdI esprimerà le sue pesanti critiche al jobs act e per il fatto che Renzi dirà, in un incontro coi sindaci a Treviso, “andrò dalla Cancelliera Angela Merkel con il jobs act pronto”, con parole di questo tipo: “Considero una cosa assolutamente fuori ogni logica di una nazione democratica il fatto che Renzi vada dalla Merkel con il suo jobs act”. “Nessun capo di un governo di una nazione sovrana se ne va in pellegrinaggio dai suoi parigrado europei a farsi bollinare i provvedimenti che intende fare in patria e ancora più grave, l’ho detto e lo ripeto, è che abbia scelto per questo atto di sottomissione il 17 marzo cioè la festa nella quale l’Italia celebra le ragioni stesse che la tengono insieme”, ha aggiunto per poi mettere l’accento sul fatto che all’Italia, nelle attuali condizioni, non conviene stare nell’euro. “È l’anniversario della nostra unità nazionale, della nostra libertà, della nostra autonomia” ha osservato ancora Meloni “e lui, invece di stare qui a celebrare quel valore con gli italiani, se ne va in Germania a fare l’inchino alla Schettino”. “Se mi si dice che questo è diverso da quello che abbiamo già visto con Monti e con Letta, io temo che diverso non sia e credo che sia per questo motivo che noi siamo messi come siamo messi con l’Europa”, ha proseguito e ha sottolineato: “Io penso che, arrivati a questo punto, si debba dire una cosa semplice: all’Italia, a queste condizioni, non conviene stare nell’euro. Noi vogliamo uscire dall’euro, poi se l’Europa ritiene che l’uscita dell’Italia dall’euro possa essere un problema per l’euro, si mettano in moto e ci convincano a rimanere. Ma non ci può più essere un rapporto unilaterale per cui noi continuiamo a dare e non abbiamo indietro niente” (2).</p>



<p>Le parole di Giorgia Meloni denotano una svolta nazional-sovranista e, teoricamente, no-euro e critica verso l’Ue da parte di FdI, simile a quella che Matteo Salvini stava imprimendo dal dicembre 2013 alla Lega Nord, e che evidenziava una differenziazione da Forza Italia, non solo più moderata e centrista, ma troppo allineata al neonato renzismo. Questo porterà FdI, dopo la scissione col Pdl, a rompere col Ppe, troppo poco di destra e non più in sintonia col suo euroscetticismo, come ribadito al congresso di Fiuggi, lì dov’era nata nel 1995 Alleanza nazionale, una battaglia che il partito di destra porta avanti col vecchio leader romano della destra sociale di An, Gianni Alemanno, ex genero di Pino Rauti e uomo di punta dell’asse, fin dagli anni Ottanta, fra destra radicale extraparlamentare e destra istituzionale, con una ricetta economica non eccessivamente differente da quella dei leghisti – ormai sempre più simili ai colleghi di coalizione di FdI – ovvero l’unione di temi neoliberisti come l’abbassamento progressivo delle tasse per favorire le imprese, classico tema della destra dagli anni Ottanta a oggi, assieme a temi euroscettici, deflazionisti, ma dal vago sapore sociale: “Bisogna spiegare agli italiani che non è possibile abbassare le tasse senza che l’Italia esca dall’euro. Trattati come il Fondo salva Stati e il Fiscal compact” afferma Alemanno “richiedono all’Italia un durissimo sforzo finanziario senza lasciare nessuno spazio per politiche di riduzione della pressione fiscale. Per questo le nostre due battaglie contro l’euro e contro l’Irap sono strettamente collegate: vogliamo finanziare il taglio dell’Irap con la corrispondente cancellazione di agevolazioni aiuti di Stato per le imprese, mentre il taglio del cuneo fiscale deve essere finanziato con la riduzione della spesa pubblica”. E ancora: “Tutto questo è impossibile se continuiamo a rimanere in un sistema euro che assorbe tutti i nostri sforzi finanziari” (3).</p>



<p>Quella di Fratelli d’Italia, in sintesi, e leggendo dettagliatamente il programma elettorale, è la ricetta di Marine Le Pen in Francia, ovvero – con Forza Italia ormai al crepuscolo e con la Meloni che cerca di diventare l’unico riferimento dell’area moderata in Italia (e come vedremo, non solo), ovvero di quanti non vogliano accasarsi con i leghisti – quello della “preferenza nazionale”, che il Front national introdurrà nei suoi programmi nel 1985, che proporrà di ridurre la spesa pubblica (e in certi frangenti anche sociale) e l’imposizione di paletti di natura etnico-comunitario per l’accesso al welfare state, da limitarsi ai soli autoctoni o ai soli cittadini. Fratelli d’Italia infatti, oltre a proporre una lotta senza tregua al cosiddetto <em>gender</em> e a favore della “famiglia naturale” con sgravi fiscali e un welfare state mirato a chi mette su famiglia o alle madri lavoratrici (4), misure <em>law &amp; order</em> a favore della sicurezza, non solo fa sua la difesa del <em>made in Italy</em> e degli enti statali strategici all’economia nazionale (oggetto, va detto, di un attacco fatto di privatizzazioni da ambo gli schieramenti, dal centrosinistra a quel centrodestra a cui apparteneva la stessa Meloni e gli stessi militanti e dirigenti di FdI, quando erano in An e nel Pdl), ergo il programma della destra sociale di An, che avrà fra i suoi teorici il giornalista Giano Accame e molti ex quadri post-missini provenienti dalla corrente rautiana o dalla nuova destra metapolitica di Marco Tarchi, ma introduce, in nome del disincentivo dell’immigrazione clandestina, la regolamentazione dei flussi migratori con l’accesso privilegiato al welfare state ai soli italiani associato anche alla “promozione di un piano internazionale di investimenti in Africa per combattere fame e povertà e limitare la spinta all’emigrazione”, cioè il progetto, anche leghista, dell’“aiutiamoli a casa loro”.</p>



<p>È questo programma elettorale di destra sociale, non solamente neoliberista ma capace di mixare elementi di libero mercato, protezionismo e welfare state ‘comunitarista’, a favorire la lenta ma graduale crescita dall’1,9% del 2013 a sopra il 10% degli ultimi sondaggi, con i risultati in aumento alle regionali del 2019, portando FdI in coalizione con Lega e Forza Italia, a eleggere il suo primo Presidente di Regione, Marco Marsilio, staccando di quasi 17 punti il candidato del centrosinistra Giovanni Legnini, eleggendo due consiglieri e ottenendo il 6,5%, più che raddoppiando, in termini percentuali, rispetto al 3% ottenuto alle precedenti regionali di cinque anni prima (in cui non aveva nemmeno eletto consiglieri), trend in crescita registrato in Sardegna (24 febbraio) e in Basilicata (24 marzo), ottenendo rispettivamente il 4,7% e il 5,9%, guadagnando anche qui consensi sia rispetto alla precedente tornata regionale che rispetto alle elezioni politiche dell’anno prima, e sempre a scapito di Forza Italia, ormai l’ombra di se stessa. Questo ha portato FdI, alle europee del 26 maggio scorso, al primo trampolino di lancio per Fratelli d’Italia: con lo slogan “In Europa per cambiare tutto”, ad aprile Giorgia Meloni lancia, dal Lingotto di Torino, la campagna per le elezioni europee. A far presumere un buon risultato per il partito, che negli emicicli di Strasburgo e Bruxelles è affiliato ai Conservatori e Riformisti (ECR), è l’arrivo, nei mesi prima del voto, di 5 dei 13 europarlamentari eletti con Forza Italia nella legislatura uscente, Stefano Maullu, Innocenzo Leontini, Remo Sernagiotto, Elisabetta Gardini e Raffaele Fitto, ex pupillo di Silvio Berlusconi e unico dei cinque a essere rieletto; FdI prenderà infatti il 6,4%, crescendo sia rispetto al 3,7% della precedente tornata europea, sia rispetto al 4,4% raccolto, per la Camera, alle elezioni politiche di poco più di un anno prima. Il tutto sempre a scapito di Forza Italia e in tandem/competizione con la Lega di Matteo Salvini, rendendo l’Italia un Paese con due poli – uno grosso e uno medio – nazional-populisti di destra, uno precedentemente localista ma riconvertitosi al patriottismo, l’altro da sempre nazionalista.</p>



<p>Come precedentemente il Msi e poi An, FdI è un partito meridionale, con percentuali sotto il 6% nelle circoscrizioni settentrionali, mentre tocca il 7,5% nel Sud, il 7,2% nelle Isole e il 7,0% nel Centro, dove arriva perfino a superare Forza Italia, ferma al 6,2%, mentre a Roma sfiora l’8,7%, senza dimenticare la capacità – vista pure nella Lega nel Nord Italia, dove è Salvini a farla da padrone – di battere la coalizione di centrosinistra nei suoi feudi, come a Piombino, storico centro rosso, e in altri comuni d’Italia.</p>



<p>Ma siamo di fronte a un soggetto neofascista? No senz’altro. Fratelli d’Italia è un connubio fra un continuo ricordo, specie da parte del suo zoccolo duro – dalla classe dirigente proveniente dal Msi ai quarantenni che hanno militato nell’ultimo Fronte della gioventù a cavallo degli anni Ottanta-Novanta prima della nascita di Azione giovani, i ragazzi di An guidati non a caso da Giorgia Meloni, ai ragazzi di Gioventù nazionale – degli anni di piombo visti da destra, del continuo martirologio dei “cuori neri” comune a partiti di estrema destra come Fiamma tricolore, CasaPound, Forza nuova, Lealtà e Azione ecc. (si veda il rito del ‘presente’ fatto per commemorare i morti di quel decennio, come Sergio Ramelli ma soprattutto, basti vedere la pubblicistica gravitante a FdI, l’estraneità, o meglio la bellicosa contrarietà, a una cultura nazionale repubblicana dominata dalla pregiudiziale antifascista) e di un’altra destra, più culturalizzata, che contraddittoriamente si richiama alla tradizione liberale di centrodestra, ma capace di attuare una rivalutazione morbida, funzionale al suo sdoganamento in campo liberalconservatore, del regime fascista, fondata su una sua “defascistizzazione retroattiva” (5).</p>



<p>Ma paradossalmente, nonostante l’eredità missina, innegabile, FdI non è neofascista, ma tutt’al più una ‘rifondazione aennina’, cioè il tentativo di far rinascere la comunità politica e umana di Alleanza nazionale, ma senza l’aplomb britannico e centrista di Gianfranco Fini. Insomma, FdI è una sorta di An 2.0 dove predomina più apertamente e senza il doppiopetto salottiero di Fini, la strizzata d’occhio verso la destra nostalgica (del regime o del Msi) di Ignazio La Russa o certi discorsi economici sociali e comunitaristi, ma comunque di destra, che in An erano un tempo relegati nelle pagine di <em>Area</em>, il mensile della destra sociale. Se con la svolta di Fiuggi la destra nazionale guarderà al gaullismo di centrodestra, con la crisi economica e con la svolta che Salvini impone al Carroccio, FdI deve cercare, senza un’aperta deriva neofascista che sarebbe un grave danno d’immagine, di imitare il Front national/Rassemblement national francese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mondialista o antimondialista?</h4>



<p>Washington o Mosca?Vi sono in FdI, in campo geopolitico, differenze e similitudini col vecchio Msi e con An: durante la crisi siriana è rispuntata in questo partito una certa tendenza antiamericana di destra, portando FdI a schierarsi col regime ba’athista di Bashar al Assad perché in prima linea a combattere i ‘ribelli’ jihadisti, schierandosi apertamente con gli alleati, gli hezbollah libanesi perché, “se in Siria è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie a un fronte nel quale ci sono il governo di Assad, la Russia, l’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah” (6), una netta rottura con la dirigenza di quello che fu il Msi, che da dopo la crisi di Suez del 1956 che vedrà il partito della “fiamma tricolore” schierato col raìs Gamal Abdel Nasser, sarà sempre filo-israeliana più ancora che filo-americana, giacché la lacerante contrapposizione Usa-Urss creava molti dubbi e interrogativi. Furono vicini allo Stato ebraico fior di missini e dal viaggio di Giulio Caradonna in poi l’elenco sarebbe lungo. D’altro canto, invece, le componenti nazional-rivoluzionarie della destra, dentro e fuori il Msi, stavano con gli arabi, i regimi socialisti nazionali laici e con i palestinesi. Persino la guerra in Libano fu divisiva, tra chi andò ad addestrarsi coi cristiani della Falange maronita legata a Israele e chi parteggiava apertamente per i miliziani che combattevano contro l’invasore con la Stella di David, ergo, le frasi di Giorgia Meloni sono di rottura, segno che l’ondata populista ha fatto emergere quella venatura radicale un tempo relegata alle sole componenti rautiane, a frange minoritarie della destra sociale – dove lo stesso Alemanno e prima ancora Giano Accame loderanno i kibbutz israeliani come modelli comunitari che univano socialità e identità nazionale – o dell’estrema destra extraparlamentare.</p>



<p>Ma è il nesso Russia/America quello problematico: FdI è stata accusata dalla stampa liberal di essere, come la Lega di Salvini, putinista e filorussa, e di essere una sorta di agente filorusso nel Parlamento italiano a scapito della sua pretesa di difendere gli interessi nazionali anche per aver fatto più volte un palese endorsement a favore del presidente russo Vladimir Putin. Il 18 marzo 2018, sulla sua pagina Facebook e sul sito del partito, Giorgia Meloni dirà: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. Di Putin, come farà la Lega col suo endorsement filorusso, si guarda il suo difendere la famiglia tradizionale, il patriottismo, la difesa delle tradizioni e il decisionismo.</p>



<p>Ma nel programma meloniano non si mette in discussione la Nato. La destra italiana dunque, pur capace di rivedere certe posizioni mediorientali in virtù della difesa della minoranza cristiana in Siria, rivaluta senz’altro Putin, ma sempre guardando positivamente all’integrazione della Federazione Russa nel sistema occidentale che è dominato dagli Stati Uniti d’America, posizione che si è rafforzata con l’ascesa alla Casa Bianca di Donald J. Trump e del filone <em>alt-right</em> capitanato da Steve Bannon, filone che ricorda le riflessioni occidentaliste elaborate dal teorico dell’archeofuturismo Guillaume Faye, ex intellettuale della nouvelle droite francese che ripudiò il “terzomondismo di destra” filoarabo, e che proponeva, contro quell’eurasiatismo che intende interconnettere la massa continentale eurasiatica, con Mosca come perno e comprendente gli stati asiatici, in primis Cina Popolare, India e Iran, l’Eurosiberia, limitarsi a unire i soli popoli bianchi. Ciò non significa, sia chiaro, che FdI è diventata archeofuturista, ma che le recenti riflessioni sinofobiche presenti in FdI e nel Carroccio hanno origini profonde, che pescano dal neoconservatorismo repubblicano e nell’alt-right, rendendo il flirt con Mosca non genuino, ma desideroso di interconnettere l’Eurussia con l’Occidente atlantista; non si spiegherebbe l’elogio a Hezbollah, milizia libanese sciita, e la condanna al regime iraniano di Tehran, anch’esso sciita e legato alla milizia nella lotta al fondamentalismo wahabita e salafita supportato dall’Arabia Saudita e al fianco di Assad e Putin.</p>



<p>Perché l’ascesa di Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni, infatti, passa anche da lì, dalla riconnessione col mondo conservatore trumpista nordamericano, e non solo dal fatto che i consensi schizzati alla doppia cifra, fatto impensabile fino a poco tempo fa, nascevano dal pescare nello stesso elettorato a cui punta la Lega di Matteo Salvini, stabilmente data dai sondaggi sopra il 30%. Non a caso il 5 febbraio 2020, Giorgia Meloni ha presieduto un convegno, il “National Prayer Breakfast”, evento annualmente organizzato dal Partito Repubblicano e a cui partecipò anche il presidente Donald Trump, evento dal tema <em>God, Honor, Country: President Ronald Reagan, Pope John Paul II, and the Freedom of Nations</em>, tenutasi a Roma, a cui hanno preso parte numerose personalità del nazional-conservatorismo occidentale, tra cui Viktor Orbán e Marion Maréchal-Le Pen, nipote della leader populista e fidanzata con l’europarlamentare leghista Vincenzo Sofo, leader de Il Talebano, che organizzò nel 2013 l’incontro fra Matteo Salvini e Alain de Benoist. Organizzato dalla Edmund Burke Foundation e sponsorizzato, tra gli altri, anche dall’associazione Nazione Futura, l’evento è stato inaugurato dal discorso di Giorgia Meloni, accreditandosi come la referente italiana dei conservatori statunitensi, come si nota dal tema dell’incontro, un’esaltazione di figure molto in vista nel pantheon liberalconservatore europeo, compreso il Vaticano stesso, quasi a conferma di una certa critica, moderata va detto, verso Papa Francesco I. </p>



<p>Nel suo intervento, in lingua inglese, Giorgia Meloni ha sottolineato che “la grande sfida della nostra epoca è la difesa delle identità nazionali e dell’esistenza stessa degli Stati come unico strumento di tutela della sovranità e della libertà dei popoli. E il nostro principale nemico è la deriva mondialista di chi reputa l’identità, in ogni sua forma, un male da combattere e agisce per spostare il potere reale dal popolo a entità sovranazionali guidate da presunte élite illuminate”, elogiando “Giovanni Paolo II, il ‘Papa patriota’, [il quale] sapeva perfettamente che le nazioni, l’appartenenza a un popolo, a una memoria storica condivisa, erano il ‘fondamento della libertà di ogni uomo’ e non smise mai di dire che ‘non c’è Europa senza cristianesimo’” e “Ronald Reagan [che] ha rappresentato più di ogni altro Presidente USA, l’America del ‘We the People’; di quel preambolo della Costituzione che fonda la democrazia nazionale dentro il principio della sovranità popolare”. </p>



<p>Peccato, come già detto su queste pagine, che criticare il mondialismo, come a destra vengono definiti i processi di omogeneizzazione occidentalista conseguenti la globalizzazione, lodando una figura come Ronald Reagan, che con Margaret Thatcher inaugurò i processi di liberalizzazione e deregolamentazione dell’economia globale, non solo è contraddittorio, ma è una mistificazione che conferma che le precedenti posizioni sociali, filoarabe e filorusse – tenendo presente che la politica dei dazi alla Cina Popolare, elogiati da FdI, hanno rinsaldato l’asse fra Pechino e Mosca, allontanando ulteriormente quest’ultima da Washington – sono strumentali, e che le nuove direttrici della leader postmissina sono il liberismo, lodato al convegno romano, puntando tutto su “libertà d’impresa, riduzione delle tasse e della burocrazia, investimenti pubblici in infrastrutture, difesa degli interessi nazionali [che] è la ricetta con la quale anche il Presidente Trump oggi sta facendo volare l’economia americana ed è quella che vogliamo portare in Italia e in Europa come alternativa alla cieca austerità” (7).</p>



<p>Ergo, se è vero che esiste culturalmente una destra no global, essa non è in Fratelli d’Italia, che identifica il mondialismo con la sola cultura progressista e non col neoconservatorismo liberista, divenendo funzionale, anche per il recente passato finiano, ai processi di deregolamentazione che hanno gradualmente smantellato le prerogative del welfare state.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<strong> </strong>La riproduzione nel logo di Fratelli d’Italia della fiamma tricolore – presente nello stemma del piccolo Movimento sociale Fiamma tricolore, il partito fondato nel 1995 da Pino Rauti e da quanti si erano opposti, nel Msi, alla svolta di Fiuggi, ma soprattutto nel Front national prima e nel Rassemblament national oggi – è senz’altro scelto per attrarre, oltre all’area moderata nazional-conservatrice, i vecchi militanti di An delusi dal Pdl, nonché frange della destra sociale extraparlamentare ex missina </p>



<p class="has-small-font-size">2)<strong> </strong><em>Governo: Meloni (FdI), Renzi sottomesso cerca bollino da Merkel</em>, n. f., ilpaesenuovo.it, 8 marzo 2014 </p>



<p class="has-small-font-size">3)<strong> </strong>M. Ajello, <em>Fratelli d’Italia al congresso di Fiuggi: “Contro l’Irap e contro l’euro”</em>, Il Messaggero, 10 marzo 2014 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/fratelli_italia_meloni_congresso_fiuggi_euro_irap/notizie/565214.shtml" target="_blank">https://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/POLITICA/fratelli_italia_meloni_congresso_fiuggi_euro_irap/notizie/565214.shtml</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) FdI propone: “Asili nido gratuiti e aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici e con un sistema di apertura a rotazione nel periodo estivo per le madri lavoratrici. Reddito infanzia con assegno familiare di 400 euro al mese per i primi sei anni di vita di ogni minore a carico. Quoziente familiare in ambito fiscale. Deducibilità del lavoro domestico. Congedo parentale coperto fino all’80% ed equiparazione delle tutele per le lavoratrici autonome. Incentivo alle aziende che assumono neomamme e donne in età fertile. Tutela delle madri lavoratrici e incentivi alle aziende per gli asili nido aziendali. Deducibilità del costo ed eliminazione dell’Iva sui prodotti per la prima infanzia. Intervento sul costo del latte artificiale. Difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita”, cfr. <em>Fratelli d’Italia. Il movimento dei patrioti in 15 priorità</em>, programma elettorale del 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.fratelli-italia.it/programma.pdf" target="_blank">https://www.fratelli-italia.it/programma.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. F. Germinario, <em>Da Salò al governo. Immaginario e cultura politica della destra italiana</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2005: “La «defascistizzazione retroattiva del fascismo», nota lo storico Emilio Gentile, è un’interpretazione presente in certa pubblicistica moderata, una banalizzazione del fenomeno inaugurata da Indro Montanelli col libro <em>Il buonuomo Mussolini </em>(1947), che intende «togliere al fascismo gli attributi che gli furono propri e che ne caratterizzarono l’individualità propria» dando una «rappresentazione alquanto indulgente, se non proprio benevola, dell’esperienza fascista: una vicenda più comica che tragica, una sorta di istrionica farsa di simulazione collettiva, recitata per venti anni dagli italiani” (E. Gentile, <em>Fascismo. Storia e interpretazione</em>, Laterza, Roma-Bari 2002, p. VII), negando ogni pulsione totalitaria mussoliniana e ‘dimenticando’ i crimini del regime fascista commessi nei Balcani, nelle colonie d’Africa e al fianco dell’alleato tedesco, presentando così Mussolini come un dittatore atipico, ‘paterno’ e capace solo di modernizzare l’Italia</p>



<p class="has-small-font-size">6) F. Pasini, <em>La Meloni che non ti aspetti: “Se in Siria si fa ancora il presepe è anche grazie a Hezbollah”</em>, ilcomizio.it, 12 dicembre 2018, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilcomizio.it/index.php/politica/28-politica/1506/la-meloni-che-non-ti-aspetti-se-in-siria-si-fa-ancora-il-presepe-e-anche-grazie-a-hezbollah-che-risposta-a-salvini-vi-spieghiamo-i-motivi-di-queste-parole-video" target="_blank">https://www.ilcomizio.it/index.php/politica/28-politica/1506/la-meloni-che-non-ti-aspetti-se-in-siria-si-fa-ancora-il-presepe-e-anche-grazie-a-hezbollah-che-risposta-a-salvini-vi-spieghiamo-i-motivi-di-queste-parole-video</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Gli estratti dell’intervento di Giorgia Meloni sono stati presi dal portale online di CasaPound Italia <em>Il Primato Nazionale</em>, critico verso tale svolta filoamericana. Cfr. V. Benedetti, <em>Giorgia Meloni sposa il conservatorismo Usa. Questo matrimonio s’ha da fare?</em>, ilprimatonazionale.it, 4 febbraio 2020 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilprimatonazionale.it/politica/giorgia-meloni-sposa-conservatorismo-usa-144768/" target="_blank">https://www.ilprimatonazionale.it/politica/giorgia-meloni-sposa-conservatorismo-usa-144768/</a></p>
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		<title>L’ecologismo di destra e i Verdi. Sconfinamento a sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lecologismo-di-destra-e-i-verdi-sconfinamento-a-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 17:34:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3381</guid>

					<description><![CDATA[La logica et-et che sconfina a sinistra]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La logica <em>et-et</em> che sconfina a sinistra</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Negli ambienti più intellettualmente attrezzati della destra nazional-populista la tutela dell’ambiente, non di esclusivo appannaggio dei soli movimenti verdi collocati spesso entro gli steccati di una sinistra riformista, liberale o radicale, viene valorizzata in chiave etnocentrica, e la purezza del territorio diventa l’elemento costitutivo della sostanza identitaria della comunità, minacciata dall’“etnocidio”, cioè la morte del popolo, del <em>Volk</em>. Non è qualcosa da sottovalutare: nei primi anni del nuovo millennio, mentre buona parte del mondo intellettuale progressista vede nella globalizzazione un’opportunità (secondo il sociologo francese Alain Touraine “l’affermazione che sta nascendo una società mondiale, essenzialmente liberista, governata dai mercati e impermeabile agli interventi politici nazionali è puramente ideologica” [1]), la destra populista si presenterà come sostenitrice di forme di difesa verso chi si sentiva sconfitto da tali meccanismi globali, portando il leader populista austriaco Jörg Haider nel suo libro-manifesto, a dire: “Io non sono sostenitore del turbo-capitalismo, questo modello lo lascio ai sogni dei funzionari delle industrie e ai cosiddetti neoliberisti” (2).</p>



<p>Da dopo la caduta del Muro di Berlino ai primi anni Duemila, anni di grandi cambi di paradigmi politici e intellettuali, si assiste un po’ in tutti gli ambienti europei della destra nazional-populista e neofascista, allo sviluppo di correnti e aree intellettuali che, con i limiti visti in altri articoli pubblicati su questa rivista, iniziano a riproporre la critica alla globalizzazione e agli squilibri da essa creati, come quelli sull’ambiente, basando tale critica sulle riflessioni del cosiddetto ‘ecologismo di destra’. Il tutto, mentre a Seattle, durante il vertice del Wto, nasceva il movimento noglobal per contestare il Millennium Round, un antagonismo politico con “istanze e opinioni tanto varie da essere in alcuni casi antitetiche”, e che due mesi dopo, al Forum dell’economia mondiale di Davos, metterà sotto accusa “il governo mondiale invisibile e antidemocratico, che agisce contro il benessere delle popolazioni e dell’ambiente” (3). Questa nascente nuova sinistra a sinistra della sinistra di governo (che invece rimane estasiata dai processi di globalizzazione neoliberista), si autorappresenterà come un’emergente galassia dirompente che, estranea al dibattito partitocratico ufficiale, imputa ai partiti della sinistra di aver desertificato il dibattito. Se si esclude un timido flirt con realtà come Rifondazione comunista o vari raggruppamenti europei, tali istanze non avranno una seria rappresentanza parlamentare.</p>



<p>Paradossalmente – ma come s’è visto nello scorso numero, tanto paradossale non è – e inconsapevolmente, questa nuova sinistra utilizzerà parole d’ordine presenti nel pantheon delle riflessioni della nuova destra metapolitica, e di rimando quella populista e micronazionalista. Lo sconfinamento ideologico operato dalla nuova destra metapolitica a partire dagli anni Ottanta, grazie al disconoscimento della diade antinomica destra/sinistra e al ricorso della logica <em>et-et</em>, le “nuove sintesi”, sfrutta anche il richiamo che nel decennio precedente diversi settori della nuova sinistra radicale e del neonato movimento ambientalista, avranno per discorsi come il richiamo all’identità, ai microterritori, alla retorica del “piccolo è bello”, il discorso dell’autodeterminazione dei popoli, la tutela delle minoranze, il diritto alla differenza, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni culturali, compreso il minimo comune denominatore antiamericano. “L’ipervalorizzazione delle differenze intercollettive non è affatto un indicatore di posizione nello spazio politico bipolare – osservava verso la fine degli anni Ottanta il politologo francese Pierre-André Taguieff, poi studioso della nouvelle droite – un’estrema sinistra che nel 1970 denuncia l’etnocidio si esprime negli stessi termini della nuova destra che respinge l’Occidente come processo di distruzione delle identità o come ‘sistema per uccidere i popoli’” (4), anche se, con la nascita del movimento noglobal, nota la storica esponente del gruppo de Il manifesto Luciana Castellina, “per la prima volta la contestazione della globalizzazione non sta prendendo la forma del ripiegamento identitario sul proprio locale” (5).</p>



<p>Questo non significa che convergenze non possono esserci: lo sconfinamento fra destra e sinistra sul tema dell’ambiente – che non può prescindere dal tema economico della critica alla globalizzazione neoliberista – non è solo intellettuale, ma sfocia anche nel politico: in Italia, nel 1995, Marco Tarchi incontrerà a Firenze, all’Auditorium del Consiglio regionale, Ermete Realacci di Legambiente, Carlo Ripa di Meana e Giannozzo Pucci, capogruppo toscano dei Verdi di formazione cattolica, che collaborerà alla rivista di Tarchi e sarà consulente di Gianni Alemanno, ex leader della destra sociale di An, al Ministero delle Risorse agricole. L’incontro non andrà però a buon fine a causa delle idee postliberali di Tarchi, che propone ai Verdi una sintesi fra la loro sensibilità ecologica, non necessariamente di sinistra, con valori e referenti culturali “profondi” e spirituali, non limitandosi a contestare il sistema, ma oltrepassandolo in nome di una “cultura della sobrietà” capace di sviluppare “un’idea di bene comune, di interesse collettivo, che porti a condividere le scelte che vanno in direzione di quella sobrietà di rapporto con l’esistente”. La risposta di Realacci riflette i dubbi di molti, e cioè che con la scusa di portare una sacrosanta battaglia di difesa dell’ambiente, si metta in discussione la matrice illuminista e liberaldemocratica del sistema (6). È interessante il fatto che fra i Verdi vi sarà un dibattito sull’eventuale candidatura di Marco Tarchi per le elezioni del 1996, con personalità come il comico Beppe Grillo, che però declinerà l’invito (7).</p>



<p>Nel 1999 lo sconfinamento andrà avanti, e si assisterà alla convergenza fra esponenti dell’ala radicale dei Verdi italiani e la nuova destra di Marco Tarchi, coi primi che sceglieranno di pubblicare le loro critiche alla globalizzazione neoliberista sull’organo della corrente neodestra italiana, Diorama letterario, in un numero monografico intitolato “Idee per cambiare la vita”. “Alle soglie del Terzo Millennio l’umanità si trova a un bivio. Il carico delle attività produttive e degli stili di vita sono diventati insopportabili per l’ecosistema a livello locale e planetario”. L’autrice, Laura Marchetti, in un manifesto redatto per rafforzare la radicalizzazione del discorso antisistemico della Federazione dei Verdi, indica nell’inquinamento, nell’erosione del suolo e delle coste, l’emergenza rifiuti e l’aumento di morti per cancro e tumori sono segni del tramonto del modello produttivo globalizzato. “La violenza del capitale” è alla base della crisi ecologica, con la concentrazione delle decisioni in luoghi non democratici che sottraggono “alle popolazioni il controllo sui beni economici, cancellando del tutto le colture e le economie locali”. La globalizzazione neoliberista, fonte di inaccettabili iniquità tra Nord e Sud del mondo, con lo strapotere delle multinazionali e le politiche liberoscambiste pianificate dal Fondo monetario internazionale, dalla World Trade Organization, dalla Banca mondiale ecc., contribuiscono ad approfondire la perdita di credibilità dello Stato-nazione, costretto – secondo l’ambientalista Marchetti – a ripiegare nell’attività poliziesco-militare atta a reprimere il dissenso di chi si oppone a questi processi di spersonalizzazione (8).</p>



<p>Il solco fra queste due correnti viene scavato sulla questione migratoria, mentre il rispetto alla differenza predicato dalla nouvelle droite sfocia in un etnopluralismo fatto di comunità etno-culturali organiche, omogenee e chiuse, per l’ecologismo radicale – ripetiamo, organico a quei Verdi all’epoca parte integrante della sinistra del centrosinistra – “il diritto all’ospitalità e il dovere di accoglienza rappresentano i prerequisiti etici” su cui fondare una comunità solidale in cui sia l’ecologismo radicale il fondamento del nuovo patto sociale, un comunitarismo verde di sinistra che cerca di coniugare il ritorno alle radici con una cosmopolita visione dei diritti universali, che mal si coniuga con quella del neodestrismo e di altre correnti della “destra radicale noglobal” che, nella penna di Giannozzo Pucci – ormai vicino a Fare Verde, organizzazione ambientalista di destra, fondata da Gianni Alemanno – viene teorizzata nel “ritorno alla terra” e nella preservazione del mondo rurale tramite forme di parziale autarchia agroalimentare a livello regionale e il ritorno degli immigrati alla loro terra natia, presentandolo come un atto di ribellione alle logiche globaliste perché, “dopo aver conosciuto il benessere dei Paesi ricchi ne sentono la miseria culturale e ritornano a casa per un bisogno di comunità e di identità, sono le avanguardie della comprensione di un modello di benessere, libertà e democrazia capace di essere tale per tutti i popoli e che sgorga dalle tradizioni più radicate dello spirito europeo, di cui la lettera di Jean Giono ai contadini per la povertà e la pace è uno dei tanti monumenti” (9).</p>



<p>Altra figura fondamentale di un comunitarismo organico al discorso debenoistiano è quella dell’editore bolognese Eduardo Zarelli, docente di storia e filosofia nei licei e titolare dell’Arianna Editrice e dell’Associazione EstOvest. Questo intellettuale ecologista rivoluzionario-conservatore, penna della rivista di Marco Tarchi e fondatore della rivista ecologista ‘profonda’ <em>Frontiere. Identità, comunità, etnie</em> che si occupava di ambientalismo e di identitarismo, cercherà di introdurre il teorico italiano della nuova destra intellettuale negli ambienti fiorentini noglobal assieme a Franco Cardini. Dalla seconda metà degli anni Novanta, Zarelli è sostenitore di correnti quali decrescita, comunitarismo e bioregionalismo, e cerca di farsi portavoce di una sintesi fra riflessioni antimoderne elaborate in Francia da Alain de Benoist (di cui è l’editore italiano) e dal filone rivoluzionario-conservatore europeo, il comunitarismo tout court, l’ecologismo profondo di Edward Goldsmith, promotore della rivista europea <em>The Ecologist</em>, e Arno Naess, nonché le analisi del filone economico antiutilitarista della decrescita elaborata da Serge Latouche e dal Mauss. </p>



<p>Egli è infatti promotore del cosiddetto <em>glocalismo</em>, elaborato nel libro, pubblicato nel 1998, <em>Un mondo di differenze</em>, con prefazione di Massimo Fini che, partendo dalla critica latoucheana alla <em>megamacchina</em> globalista – che omologa le differenze riducendo il mondo e i popoli a un’unica massa omogenea facilmente manipolabile – predica un modello comunitario ecologista a chilometro zero, per intenderci, fondato sulla preservazione delle differenze e sul ritorno ai legami territoriali, ma soprattutto caratterizzato da un modello economico fondato sulla condivisione del bene comune tramite la costruzione di reti locali solidali, unica via per opporsi all’unipolarismo consumista perché “la comunità rappresenta invece il luogo sociale, in cui meglio si esprimono le caratteristiche politiche del livello locale [&#8230;] Lo sviluppo del locale rafforza l’identità e il sistema politico che lo rende possibile e, a sua volta, rafforza l’identificazione nella comunità locale” (10).</p>



<p>Non è una peculiarità del tutto italiana: in Germania, dove nasce l’ecologismo politico, la corrente ‘solidarista’ della Neue Rechte, nata e sviluppatasi dalle ceneri del locale nazimaoismo terzaposizionista e maggiormente tentata dall’oltrepassamento delle etichette novecentesche, fin dagli anni Settanta cercherà di aprire, per i motivi indicati da Pierre-André Taguieff, un dialogo coi vari movimenti di base, dal movimento ecologista da cui nasceranno i Grüne a quello antinucleare, arrivando a creare delle liste verdi-alternative, dove queste due anime (una nazional-rivoluzionaria e un’altra antagonista ma di estrema sinistra) conviveranno, influenzando anche la genesi del neonato movimento ecologista. Non a caso l’esponente neodestro K.D. Ludwig, nel n. 1 del 1980 della rivista <em>Neue Zeit</em>, lancerà un appello perché tutta la galassia neodestrista tedesca – che a differenza della nouvelle droite non faceva capo a una sola associazione intellettuale metapolitica, come nel caso francese del Grece – sostenga compatta il neonato partito dei Grüne, mentre testate come la nazionalbolscevica <em>Aufbruch</em> o <em>Wir Selbst</em>, elogeranno l’ecologismo come nuovo paradigma postliberale e apriranno le loro pagine a intellettuali eretici provenienti da sinistra (11).</p>



<p>In Austria invece, dove il nesso neodestrismo/populismo è più esplicito rispetto alla Germania per la presenza del Fpö, il partito liberal-nazionalista si presenterà agli elettori nel 1999 come un partito ambientalista, dato che la soluzione dei problemi ecologici, per Jörg Haider, è “senza dubbio una delle questioni centrali del ventunesimo secolo”, proponendo uno “sviluppo ambientale sostenibile” da conseguirsi attraverso una “massiccia offensiva ecologica” che consenta così un “patto generazionale”, frutto dell’elaborazione congiunta dei settori nazionali dell’economia e dell’ecologia (12). Nella campagna elettorale dello stesso anno il carismatico leader populista si presenterà in uno spot televisivo mentre cammina sui sentieri alpini, mentre saluta i contadini della Carinzia e solleva covoni di fieno e mentre, virilmente, taglia con un’ascia un tronco d’albero, ritratto perciò in piena sintonia con l’ambiente, con un’iconografia ruralista che ricorda l’idea völkisch del virile contadinato <em>blot und boden</em> radicato nel territorio natio (anche per porre delle nette differenze fra un ecologismo di destra virile e un altro ecologismo, di sinistra, sradicato, cosmopolita, radical chic).</p>



<p>La nuova destra intellettuale austriaca, che a differenza di altri Paesi collabora organicamente con il locale nazional-populismo, nell’elaborazione eco-nazionalista di teorici di area come Andreas Mölzer e Jürgen Hatzenbichler, oltre a denunciare lo “sradicamento dell’uomo dalla madre terra indotto dalla modernità”, contesta la perdita di “bellezza dell’Austria”, provocata però, non da un capitalismo senza regole, ma piuttosto “dall’estraniamento degli uomini dall’Heimat (‘piccola patria’ o ‘luogo natio’, <em>n.d.a.</em>), dal popolo e dalla cultura nazionale”. Per questo “la battaglia per la conservazione e il salvataggio della natura è sempre e innanzitutto concreta battaglia per la conservazione dell’Heimat”, che diventa “coscienza nazionale” e si caratterizza per “il rapporto mistico con il mondo della flora e della fauna, che unisce i Tedeschi fin dai primordi”. Per Mölzer vi dev’essere un forte legame fra sensibilità identitaria e ambientalismo, e “i veri verdi [&#8230;] saranno costretti obbligatoriamente a sviluppare una coscienza dell’’Heimat’ e un legame verso il popolo” (13).</p>



<p>Tesi che non rimangono chiuse fra le pagine di libri e riviste o in siti web identitari, ma che vengono concretizzate in forme di sconfinamento già viste, come la presenza nelle file del partito haideriano di Elisabeth Sickl, poi ministro austriaco degli Affari Sociali del governo di centrodestra di Wolfgang Schüssel, negli anni Settanta militante ecologista e protagonista delle battaglie contro le centrali nucleari, che non aderirà, come il grosso degli ex compagni ecologisti del Vereinte Grüne Österreichs (Vgö) e di altre formazioni ecologiste di sinistra alla lista Die Grünen-Die Grüne Alternative, ma ai Freiheitlichen di Haider, alla corrente eco-nazionalista.</p>



<p>Ma non è affatto casuale quella che pare una trasmigrazione da un estremo all’altro: nel 1990, la sezione del Vgö della Carinzia – quando Haider era governatore – distribuirà un volantino che anticiperà i toni xenofobici utilizzati dai liberal-nazionalisti con toni che descrivono la presenza allogena come qualcosa di “estraneo” all’habitat naturale, capace cioè di alterarne gli equilibri: “Nessun inquinamento da stranieri, il numero della nostra popolazione deve rimanere stabile: il sovrappopolamento è nemico dell’ambiente” (14).</p>



<p>Ma è in Francia che tale unione s’è maggiormente cementata. Lì dov’è nata la nouvelle droite che ha influenzato molte analisi della destra nazionale francese, è evidente che le riflessioni eco-nazionaliste peschino da quelle di Alain de Benoist, dagli anni Ottanta molto sensibile a tali temi, sensibilità rafforzata da un dialogo con intellettuali di sinistra, come quelli decrescisti del Mauss, Serge Latouche in testa, “accusato da una parte della sua sponda ‘la Rive Gauche’ di essere un reazionario passatista, che con il suo pensiero tradisce le aspettative che le menti sinistre hanno coltivato, sperando in una possibilità futuribile che invece risulta una chimera” (15). Non a caso il ‘padre’ della nouvelle droite scrive che “la decrescita è un’idea che oggi è sostenuta soprattutto a sinistra, ma certo non all’unanimità. [&#8230;] Il punto è che la decrescita critica il fondamento principale della modernità, ossia l’ideologia del progresso e l’ideologia del progresso è storicamente alla base del progetto politico della sinistra. Insomma la sinistra che reclama la decrescita è già qualcosa di totalmente differente dalla sua matrice politica d’origine ed è un sintomo evidente della rimessa in discussione delle vecchie etichette destra-sinistra”.</p>



<p>Una delle personalità francesi, a cavallo fra nuova destra intellettuale e populismo, che è fondamentale per capire questo interessamento per l’ecologia rivisto in chiave antimoderna ma capace di rapportarsi con una sinistra che ha rinnegato l’idea di progresso (ovviamente non quello sociale), è Laurent Ozon, ex consigliere per l’ecologia di Marine Le Pen e sostenitore da molto tempo, come de Benoist, dell’ecologia profonda di Arno Naess. Questo è probabilmente uno degli ambientalisti antimoderni che ha una delle più grandi reti di influenza in questi ambienti, mantenendo gli scambi sia con la nouvelle droite nel suo insieme (ergo, dal Grece ai gruppi cosiddetti dissidenti, come i völkisch di Terre et Peuple ai nazionalbolscevichi di Synergies européenne passando per la galassia politica <em>identitaire</em>, tutti accomunati da una critica ruralista di stampo rivoluzionario-conservatrice alla moderna industrializzazione) sia con i membri del Mauss, e che abbiamo indicato come uno dei più importanti fautori dello “sfondamento a sinistra” del Front national prima e poi del Rassemblement national. Ozon è molto vicino a Charles Champetier, intellettuale antiutilitarista un tempo presidente del Grece ed ex pupillo di Alain de Benoist. </p>



<p>Collabora alla stampa neodestra, a quella populista europea, compresa quella italiana (Diorama letterario e, ai tempi, alle pagine culturali de La Padania) e a quella ecologista, anche di sinistra. È il caso della rivista decrescista francese <em>Silence!</em>, da sempre schierata a sinistra, che ospita degli interventi di Laurent Ozon nel 1998. Dal 1994 al 2000 darà vita alla rivista <em>Le Recours aux Forêts</em>, che ha ospitato firme di personalità con indirizzi politici estremamente diversi, al fine di promuovere connessioni tra intellettuali e persone che difficilmente avrebbero parlato, una testata che verrà lodata da Gilbert Sincyr, ex esponente del Grece che diverrà, dal 1994, presidente di Synergies européennes, “soprattutto dai due numeri eccezionali sull’urbanistica e la ‘buona alimentazione’ che l’ecologista più originale di Francia aveva pubblicato in seguito al suo passaggio tra i Verdi di Antoine Waechter e alla sua meticolosa lettura delle teorie di Edward Goldsmith. Gilbert Sincyr si occuperà quindi di ecologia in un movimento locale che battezza ‘D’abord Vert’, attivo soprattutto nella periferia di Tolosa” (16). Ozon, oltre alla semplice riflessione metapolitica, ha fatto anche attività politica, ed è stato leader di Maison Commune, un gruppo francese eco-localista. </p>



<p>Agli inizi, dopo aver animato liste localiste per le amministrative, si avvicina al Bloc identitaire e nel 2008 è andato a promuovere la politica della relocalizzazione della economia e il regionalismo identitario alla tribuna della Convention identitaire, ma questo non gli impedisce di partecipare, tra marzo 2009 e febbraio 2010, a varie riunioni costitutive del gruppo Europe Ecologiste-Les Verts (EELV), lista ambientalista animata dal leader dei Verdi Daniel Cohn-Bendit e dal noglobal José Bové, leader della Confédération paysanne, il sindacato di estrema sinistra dei contadini francesi, a favore della decrescita, ma lo stesso anno viene cooptato ai vertici del Front national nel ruolo strategico di consigliere politico personale di Marine Le Pen, occupandosi di ecologia, comunità e identità locali, tematiche fino a quel momento snobbate dal Front national, partito all’epoca in forte ascesa e desideroso di sfondare a sinistra, promuovendo nel partito il collettivo Nouvelle Ecologie, dimettendosi sette mesi più tardi, perché i suoi commenti che imputavano la responsabilità per l’uccisione di Oslo da parte di Breivik all’immigrazione erano stati rinnegati da Marine Le Pen.</p>



<p>Ci siamo soffermati sui casi più eclatanti – perché esiste una vasta gamma di casi che confermano l’esistenza di un legame fra ecologismo e populismo di destra, dal mondo gravitante attorno al populismo arrivando al radicalismo di destra – che confermano che, rafforzando il tutto con tesi che pescano dal passato antimoderno o da un pensiero che mette in discussione il sistema liberale tout court, la destra fa sua una forma di rifiuto del sistema vigente. Ovviamente, basti leggere le analisi fatte da un leader come Haider, l’applicazione di tale ecologismo di destra non mette in discussione in alcun modo il profitto, ma lo rilocalizza a chilometro zero, e scollega tali riflessioni da una seria critica sociale e del capitalismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<strong> </strong>A. Touraine,<em> </em><em>Come liberarsi del liberismo</em><em>. I movimenti contro la globalizzazione</em>, Il Saggiatore, Milano, 2000, p. 15</p>



<p class="has-small-font-size">2) J. Haider, <em>Befreite Zunkunft jenseits von links und rechts. Menschliche Alternativen für eine Brücke ins neue Jahrtausend</em>, Ibera &amp; Molden, Vienna 1997, p. 129 </p>



<p class="has-small-font-size">3)<strong> </strong>P. Ceri, <em>A Seattle è nato un movimento globale</em>, Il Mulino n. 1, 2000, p. 16</p>



<p class="has-small-font-size">4) P.A. Taguieff, <em>La forza del pregiudizio</em>, Il Mulino, Bologna 1994, p. 417 </p>



<p class="has-small-font-size">5) <em>La Rivista del Manifesto</em> n. 2, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">6) G. Caldiron, <em>Un ambiente senza discriminanti</em>, il manifesto, 13 settembre 1995</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. M. Tarchi, <em>Sinistra cara non ti spetta</em>, La Nuova Ecologia n. 10, dicembre 1995; sull’eventuale candidatura del teorico della nuova destra italiana, Marco Tarchi, proposta da Carlo Ripa di Meana, nelle file dei Verdi, si veda G. Fregonara, <em>Intervista a Carlo Ripa di Meana</em>, Cor </p>



<p class="has-small-font-size">8)<strong> </strong>L. Marchetti, <em>Sette tesi per cambiare i Verdi (e la vita)</em>, Diorama letterario n. 232, 1999, pp. 25, 26</p>



<p class="has-small-font-size">9) G. Pucci, <em>L’ecologia contro l’illuminismo</em>, Diorama letterario n. 232, 1999, p. 41 </p>



<p class="has-small-font-size">10) E. Zarelli, <em>Un mondo di differenze. Il localismo tra comunità e società</em>, con una prefazione di M. Fini, Arianna, Casalecchio di Reno (BO), 1998, p. 77. Eduardo Zarelli, collaboratore dei Quaderni Padani di Gilberto Oneto, organo della Libera compagnia padana e di iniziative dell’associazione identitaria filoleghista Terra Insubre, sarà relatore, con Giannozzo Pucci, a un convegno tenutosi a Lucca l’11 maggio 2002 organizzato da Fare Verde dal titolo “Le radici e l’albero”. Vi parteciperà Marco Tarchi, il medievalista Franco Cardini, Carlo Ripa di Meana, il giornalista cattolico Alessandro Bedini e il prof. Giuseppe Sermonti, genetista all’università di Perugia nonché fra i più noti critici della teoria evoluzionista darwiniana in Italia. Cfr. a riguardo G. Cerri, <em>Ambiente: l’ecologia s’è destra</em>, in Vita.it, 12 maggio 2002, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.vita.it/it/article/2002/05/15/ambiente-lecologia-se-destra/12679/" target="_blank">www.vita.it/it/article/2002/05/15/ambiente-lecologia-se-destra/12679/</a>. Qualche mese dopo, Zarelli, con Tarchi e Cardini, saranno invitati al Firenze Social Forum come relatori ad alcuni seminari, creando scompiglio nell’antagonismo specie dopo l’annuncio di Azione giovani, organizzazione giovanile di An, di partecipare ai dibattiti. Cfr. <em>Tarchi e Cardini parteciperanno ad alcuni seminari. Sui siti il dibattito è aperto. C’è anche una destra pronta a marciare coi no global. Azione Giovani: arriviamo con lo striscione. La replica: non provateci</em>, La Stampa, 4 novembre 2002, p. 11 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Sul tema si veda K. Schönekäs, <em>La «Neue Rechte» en République Fédérale d’Allemagne</em>, Lignes n. 4, ottobre 1988, pp. 138, 139. Cfr. inoltre <em>Rechte Grüne?</em>, in zwischenbericht der Komission «Rechtsextreme Unterwanderung der Grünen und nahestehender Vereinigungen der Grünen in Baden-Württemberg», Stoccarda, 1982; W. Schiller (a cura di), <em>Neue soziale Bewegungen: Konservativer Aufbruch in buntem Gewand? </em>Frankfurt, 1984; L. Klotzsch, R. Stöss, «Die Grünen», in R. Stöss (a cura di), <em>Parteienhandbuch der Parteien der Bundesrepublik Deutschland 1945-1980, </em>parR. Stoss. 2 tomes, Opladen, 1984. Per una storia del neodestrismo tedesco rimando a G. Bartsch, <em>Revolution von Rechts? </em><em>Ideologie und Organisation der Neuen Rechten,</em>, Herder, Firiburgo 1975; K.H. Prôhuber, <em>Die nationalrevolutioniire Bewegung in Westdeutschland</em>,<em> </em>DESG, Amburgo 1980</p>



<p class="has-small-font-size">12)<strong> </strong>J. Haider, <em>Befreite </em><em>Zunkunft jenseits von links und rechts</em>, cit., p. 194</p>



<p class="has-small-font-size"><strong>13) </strong>Cit. in H. Schiedel, <em>Mutter Erde statt Blut und Boden: Die ökologisch-spirituelle Erneuerung des Faschismus</em>, in W. Purtscheller (a cura di), <em>Die Ordnung, die sie meinen</em>, Picus, Vienna 1994, pp. 125, 126</p>



<p class="has-small-font-size">14)<strong> </strong>Cit. in B. Luverà, <em>Il Dottor H.</em>, cit., p. 166</p>



<p class="has-small-font-size">15) M. Renzaglia, <em>Latouche. La decrescita&#8230;</em>, in mirorenzaglia.org, 8 settembre 2008, <a href="http://www.mirorenzaglia.org/2008/09/serge-latouche-la-decrescita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.mirorenzaglia.org/2008/09/serge-latouche-la-decrescita/ </a></p>



<p class="has-small-font-size">16)<strong> </strong>R. Steuckers,<em> En souvenir de Gilbert Sincyr (1936-2014), premier président européenn de Synergies Européennes</em>, in robertsteuckers.blogspot.com, febbraio 2014 <a href="http://robertsteuckers.blogspot.com/2014/02/en-souvenir-de-gilbert-sincyr.html">http://robertsteuckers.blogspot.com/2014/02/en-souvenir-de-gilbert-sincyr.html</a> </p>
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		<title>L’ecologismo di destra. Dalla Rivoluzione Conservatrice alla nouvelle droite passando per il nazismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lecologismo-di-destra-dalla-rivoluzione-conservatrice-alla-nouvelle-droite-passando-per-il-nazismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2019 11:37:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3414</guid>

					<description><![CDATA[Da tradizione nella Rivoluzione Conservatrice a vettore per superare l’opposizione destra/sinistra nella nouvelle droite]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-65-dicembre-2019-gennaio-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 65, dicembre 2019 – gennaio 2020)</a></em></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Da tradizione nella Rivoluzione Conservatrice a vettore per superare l’opposizione destra/sinistra nella nouvelle droite</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Se c’è un tema intorno al quale da destra è cresciuta ed è venuta articolandosi una critica al modello liberale è il tema dell’ambientalismo. Certo, va ribadito, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta ‘destra industrialista’, facilmente influenzabile dai richiami produttivisti, nazionalconservatori, liberali, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, ma del tutto differente da un certo ecologismo progressista.</p>



<p>Il dibattito sull’ecologia è effettivamente datato: tracce di un interesse per l’ambiente a destra le ritroviamo in Francia e in Germania fra l’800 e il 900. L’invocazione di leggi naturali (patrimonio del cattolicesimo), il ritorno alla natura contro la città che corrompe, sono un cavallo di battaglia della vecchia destra reazionaria, proposta dai tradizionalisti come Maurice Barrès e Charles Maurras – quest’ultimo leader dell’Action française e dei Camelots du roi, gruppo monarchico ultranazionalista francese – entrambi sostenitori di una forma di regionalismo neofeudale e ruralista che unisce delocalizzazione dell’economia e ritorno alle radici ataviche. Maurras ha anche basato le sue teorie su una sintesi tra cattolicesimo e darwinismo applicato alla società, il cosiddetto darwinismo sociale: vi è cioè una sorta di ‘selezione naturale’ nel corpo sociale, fra individui e gruppi, che mette in evidenza la possibilità di gerarchizzazione naturale di chi è più debole. Questi due modi di difendere l’esistenza di leggi naturali destinate a governare la vita umana sono stati usati per giustificare il rifiuto e la necessaria difesa della società contro ciò che è estraneo.</p>



<p>Tutte suggestioni che ritroveremo durante l’occupazione tedesca e nella Repubblica di Vichy, quando le autorità di questo Stato fondato su concetti antitetici all’Illuminismo – il motto era <em>Travail, Famille, Patrie</em> in antitesi a <em>Liberté, Egualité, Fraternité</em> – valorizzeranno i contadini e il ritorno alla terra, considerati come i pilastri essenziali della rivoluzione nazionale, una politica ruralista tentata al fianco di una fondata sullo sviluppo industriale, basata sulla promozione del ritorno alle campagne, dato che la propaganda pétainista ha sempre messo avanti l’idea che “la terra non mente”. L’ecologismo moderno francese, non casualmente, che si strutturerà alla fine degli anni ’60, avrà fra i suoi padri l’intellettuale liberale Bertrand de Jouvenel, ex militante di estrema destra del 1930, legato al Parti populaire français dell’ex comunista Jacques Doriot, legato all’ambiente pétainista (1).</p>



<p>Ma è in Germania che l’ecologismo di destra ha una sua codificazione, dove nasce l’ecologia – termine coniato nel 1867 dallo zoologo Ernst Haeckel, istituito come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente – lì dove si affermano i Grüne, modello per i verdi di tutta Europa. Questo per il suo esser sintesi fra naturalismo e nazionalismo germanico, un’unione nata sotto l’influenza dell’irrazionalismo anti-illuminista di tradizione romantica, grazie al contributo di intellettuali di Ernst Moritz Arndt, difensore della causa contadina che lo portò a interessarsi della salvaguardia dell’ambiente. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo citano come il primissimo esempio di pensiero ecologista nel senso moderno del termine (2), fautore di una visione olistica fra uomo e ambiente (“Quando si considera la natura come connessione e interrelazione necessaria, tutto diviene egualmente importante. Un arbusto, un verme, una pianta, un uomo, una pietra: nulla viene prima o dopo, tutto è parte di una singola unità”, scrive Arndt nel 1815 [3]), ma inesorabilmente legata a una visione del mondo critica verso il meticciato e per la preservazione della ‘germanità’, concetti ripresi dal discepolo Wilhelm Heinrich Riehl, che nel 1853 sosterrà: “Dobbiamo preservare la foresta, non solo affinché i nostri forni non divengano freddi nell’inverno, ma affinché permanga calda e gioiosa anche la pulsione vitale del popolo, affinché la Germania rimanga tedesca”, criticando lo sviluppo industriale e urbanistico, glorificando i valori agricoli rurali condannando la modernità, qualificandolo come il “fondatore del romanticismo agrario e dell’anti-urbanismo” (4).</p>



<p>Saranno suggestioni che ritroveremo nel “movimento völkisch [che] aspirava a ricostruire una società determinata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito cosmico di vita” (5), e che “unì il populismo etnocentrico al misticismo della natura. Il cuore della tentazione völkisch era una risposta patologica alla modernità. Di fronte alle concrete dislocazioni conseguenti al trionfo del capitalismo industriale e dell’unificazione nazionale, i pensatori völkisch predicarono un ritorno alla terra, alla semplicità e all’integrità di una vita adattata alla purezza della natura [&#8230;] rifiut[andosi] esplicitamente di individuare le cause dell’alienazione, dello sradicamento e della distruzione ambientale nelle strutture sociali, attribuendo invece la colpa al razionalismo, al cosmopolitismo e alla civilizzazione urbana” (6), risultando essere delle tendenze neo-romantiche di quel magmatico humus culturale sviluppatosi fra le due guerre mondiali col nome di <em>konservative Revolution</em> o ‘rivoluzione conservatrice’, movimento culturale e politico che non solo costituirà l’humus da cui il nazionalsocialismo pescherà concretizzando molte sue suggestioni, ma che nasce dal senso di rifiuto del regime politico liberal-democratico e borghese creatosi in Germania dopo la sconfitta nella Grande Guerra con la caduta del Kaiser, esprimendo una critica sferzante al parlamentarismo e alla democrazia, definiti “la tirannia del denaro”, nonché la nostalgia per i valori tradizionali della vecchia Germania, facendo propria la dicotomia spengleriana fra esaltazione della Kultur germanica, tradizionale e creativa, contrapposta alla Zivilisation occidentale, decadente, priva d’anima, fondata su diritti astratti, un’area capace di rivisitare tutte le dicotomie ideologiche e tutte i luoghi della tradizionale topografia politica di allora, proponendone l’oltrepassamento con sintesi ardite di stampo socialista nazionale, dal nazionalbolscevismo, dove secondo Ernst Niekisch “l’ideale comunista sarebbe stato il mantello di cui si sarebbe ricoperto l’impulso vitale nazionale russo nel suo estremo bisogno di affermarsi”, scrive Ernst Nolte (7).</p>



<p>Altra componente rivoluzionario-conservatrice interessata al discorso ecologico è il movimento della gioventù, meglio noto col nome di Wandervögel (Uccello vagabondo). La coscienza ambientalista del movimento verrà condizionato dal filosofo Ludwig Klages, autore del saggio Mensch und Erde (8), “uno dei più grandi manifesti del movimento radicale eco-pacifista in Germania” (9) capace di criticare l’accelerazione delle estinzioni delle specie, la rottura dell’equilibrio dell’ecosistema globale, il disboscamento, la distruzione delle popolazioni autoctone e degli habitat selvaggi, l’espansione urbana e la crescente alienazione della gente dalla natura nel 1913. Ma lo si fa utilizzando categorie neo-romantiche di critica anticristiana, anticapitalista (di tipo solidarista e neocorporativo), l’utilitarismo economico, il consumismo e l’ideologia del progresso, senza dimenticare non solo certe critiche al cosiddetto cosmopolitismo da leggersi in chiave antiebraica, ma anche l’elogio del Geist come reazione alla razionalità illuminista.</p>



<p>Una critica simile, di stampo antirazionale, è presente nel discorso di Martin Heidegger, che criticava ferocemente la tecnologia moderna e quindi viene spesso celebrato come un precursore del pensiero ecologista, una contestazione dell’umanesimo antropocentrico, l’invito rivolto all’umanità a imparare “a lasciar essere le cose” la sua nozione che l’umanità sia coinvolta “in un gioco” o “in una danza” con la terra, il cielo e gli dei, la sua meditazione sulla possibilità di una maniera autentica di “dimorare” sulla terra, il suo lamentare che la tecnologia industriale inquina la terra, la sua enfasi sull’importanza del “locale” e della “patria”, l’Heimat, la sua convinzione che l’umanità dovrebbe custodire e conservare le cose, anziché dominarle, tutti aspetti del pensiero heideggeriano che ritroveremo nell’ecologia profonda e in certe riflessioni rivoluzionario-conservatrici della nouvelle droite (10), un coacervo di elementi controculturali che univa in un solo movimento neo-romanticismo, filosofie orientali, misticismo della natura, ostilità alla ragione e un forte impulso comunalista, in una ricerca – confusa ma non per questo non appassionata – di relazioni sociali autentiche e non alienate, che in parte rifluì nel Nsdap di Hitler, in parte nel privato; il riflusso era dettato dalla natura del movimento, molto forte fra i giovani, del tutto impolitico, che portò il movimento, vista la natura piccolo-borghese e reazionaria, al rendersi incapace di concretizzare una ribellione organizzata e focalizzata sul sociale, “convinto che i cambiamenti che desiderava avvenissero nella società non potessero essere ottenuti attraverso strumenti politici, ma soltanto attraverso il miglioramento degli individui”. Questo si dimostrò un errore fatale. “In generale, erano possibili due tipi di rivolta: avrebbero potuto proseguire la loro critica radicale della società, che a tempo debito li avrebbe portati nel campo della rivolta sociale. [Ma] i Wandervögel scelsero un’altra forma di protesta contro la società: il romanticismo” (11).</p>



<p>Fedele alla propria ideologia, il partito nazista (a cui aderiranno non pochi esponenti dell’ambiente rivoluzionario-conservatore, specie il mondo völkisch) avviò una propaganda e una politica di rivalutazione della natura che sconfinava nel neopaganesimo. Essa si rifaceva al ben noto mito – di origine romantica e idealistica – dell’età dell’oro, ossia il felice Eden perduto, animato da uno ‘slancio vitale’ e caratterizzato da una primitiva ‘selvatichezza’ (<em>Wildheit</em>, oggi <em>wilderness</em>), una sorta di primigenia spontaneità (<em>Ursprünglichkeit</em>) che poneva l’uomo, la fauna e la flora in un tutt’uno organico. Nel nazionalsocialismo l’ecologismo si concretizza nel culto dell’organicismo olistico, una religione della natura (più che dell’uomo) e dell’ordine naturale con non poche venature pagane e antisemite: “Attraverso i loro scritti, non soltanto quelli di Hitler, ma in quelli della maggior parte degli ideologi nazisti, si può discernere una fondamentale deprecazione degli esseri umani di fronte alla natura e, come corollario logico, un attacco ai tentativi umani di dominare la natura”. Citando un educatore nazista, la medesima fonte prosegue: “Le opinioni antropocentriste generalmente dovettero essere rifiutate. Sarebbero valide soltanto se il presupposto fosse che la natura è stata creata soltanto per l’uomo. Noi rifiutiamo decisamente questo atteggiamento. Secondo la nostra concezione della natura, l’uomo è un ingranaggio nella catena naturale della vita, esattamente come qualsiasi altro organismo”(12).</p>



<p>Tale anima verde del nazionalsocialismo si concretizzò nelle politiche ruraliste del ministro dell’Agricoltura Richard Walther Darré e nella sua ideologia <em>Sangue e Suolo</em> (<em>Blut und Boden</em>), espressa nel libro del 1930 <em>Neuadel aus Blut und Boden</em> (<em>La nuova nobiltà di Sangue e Suolo</em>, edito in italiano nel 1978 dalle Edizioni di Ar di Franco Freda), ideologia basilare nel regime nazista, e che non va assolutamente scissa dall’idea etnonazionalista: “Nulla potrebbe essere più sbagliato che supporre che la maggior parte dei principali ideologi nazisti avessero cinicamente finto un romanticismo agrario e un’ostilità verso la cultura urbana, senza una convinzione intima e per semplici scopi elettorali e propagandistici, allo scopo di ingannare il pubblico [&#8230;]. In realtà, la maggioranza dei principali ideologi nazisti erano senza dubbio più o meno propensi al romanticismo agrario e l’anti-urbanesimo e convinti della necessità di un relativo ritorno all’agricoltura<em>” </em>(13). Lo dimostrano la legislazione animalista del Reich elaborata da due esperti consulenti del ministero dell’Interno, i quali poi raccolsero il loro contributo in un loro saggio (Giese e Kahler, <em>Il diritto tedesco sulla protezione degli animali</em>, Duncker &amp; Humblot, 1939), ispirata alle tesi del biologo nazista Walter Schönichen, docente di Protezione della Natura nell’Università di Berlino, il quale sintetizzò il suo pensiero in libri come <em>La protezione della natura nel Terzo Reich</em> (1934) e <em>La protezione della natura come compito popolare e internazionale</em> (1942). Insomma, come riassume un noto studioso concludendo un paragone tra l’ecologismo nazista e quello contemporaneo, “l’uomo viene a essere visto non più come signore e padrone di una natura umanizzata e coltivata dal suo lavoro, ma come responsabile di uno stato selvaggio originario fornito di diritti intrinseci, di cui egli è tenuto a salvaguardare in permanenza la ricchezza e la diversità” (14).</p>



<p>Dopo la seconda guerra mondiale l’ambientalismo rispunterà fuori fra gli anni ’60 e ’70, dopo la pubblicazione del libro di Rachel Carson <em>Silent Spring </em>(1962), che criticava l’uso indiscriminato che si faceva all’epoca di pesticidi, destando notevoli polemiche ma anche molto interesse fra la gente comune, stimolando il nascere di una legislazione – fino allora inesistente – orientata alla tutela dell’ambiente, e dando il via alla nascita dei primi partiti propriamente detti ‘verdi’. L’interesse della destra per l’ecologismo, nonostante l’esistenza di altri interessi più contingenti, non svanì mai del tutto, ma non era presente come oggi, ma a cui si darà sempre una connotazione differente da quella della sinistra. Dagli anni ’70-90 settori della destra sociale europea, basandosi sulle suggestioni poc’anzi viste, fecero militanza ecologista in gruppi vari, in Italia con i Gruppi di ricerca ecologica e Fare verde, due emanazioni della corrente del Msi legata a Pino Rauti, in Germania con l’Okologisch Demokratische Partei, nato nel 1982 da una scissione dell’ala più moderata e conservatrice dei Grüne, e in Francia con il Mouvement écologiste indépendant, nato nel 1994 sempre con l’intento di differenziarsi da un ecologismo di sinistra. Tutte forme di militanza che incrociano la strada del Grece, il <em>Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne</em>, associazione che si fa promotrice delle riflessioni filosofiche della nouvelle droite di Alain de Benoist. Infatti, secondo Marco Tarchi, teorico del neodestrismo italiano e direttore di riviste come Diorama letterario e Trasgressioni, i cardini di una destra sensibile all’ambientalismo “sono la protezione della diversità dell’ecosistema, contro la monocultura omogeneizzante planetaria; la credenza nell’esistenza di leggi di natura invalicabili e la accettazione della nozione di limite (che ha portato, fra l’altro, all’opposizione agli organismi geneticamente modificati, o ogm); la valorizzazione del rapporto con i luoghi e il paesaggio, contro la riduzione della natura a strumento di profitto” (15).</p>



<p>Ma non sempre la corrente di pensiero di Alain de Benoist s’è distinta in una forte sensibilità per l’ambiente. Negli anni ’70, nonostante le citate suggestioni negli ambienti della destra sociale, il Grece aveva posizioni nietzcheane, faustiane, prometeiche e molto inclini allo scientismo, cercando di giustificare uno dei capisaldi del suo pensiero, l’ineguaglianza dell’uomo (in seguito divenuta “differenza”) con ogni argomentazione scientifica, cooptando fra i suoi collaboratori studiosi e accademici. In quel decennio le pubblicazioni del centro studi traboccavano di riflessioni come l’etologia umana, i rapporti tra razza e intelligenza, l’evoluzione, la sociobiologia, la demografia ecc., polemizzando spesso “contro la repressione culturale e scientifica in essere su questi argomenti” (16), come si evince sfogliando le sue pubblicazioni, con toni diversi da quelli antimoderni espressi oggi.</p>



<p>Questo tipo di scientismo spingerà de Benoist, in un articolo pubblicato su <em>Éléments</em> nel 1977, a contestare il movimento ecologista francese ed europeo come piccolo-borghese, una sorta di neo-<em>gauchisme</em>, o di pseudo-<em>gauchisme</em> che pretendeva di sostituire alla contraddizione “fatale” del capitalismo di marxiana memoria, la contraddizione “ambientale”, per cui il capitalismo sarebbe da superare perché andrebbe a confliggere con le condizioni ambientali necessarie al genere umano e a tutte le altre specie animali, presentando l’ecologismo come un’ideologia reazionaria e antimoderna che si fonda sui fondamenti dottrinari della vecchia destra (17), teorie che vengono però modificante nel corso degli anni ’80, quando vi è un graduale riposizionamento della corrente e dello stesso de Benoist: “Riguardo all’ecologismo, avevo espresso una decina di anni fa un certo numero di riserve legate alle aporie filosofiche suscitate dal concetto di ‘natura’. Da allora le mie opinioni hanno senza dubbio subito delle evoluzioni”, spingendolo a valorizzare l’ecologismo in quanto antagonista rispetto “a una società diventata incapace di capire che le cose che hanno veramente ragione sono quelle che sfuggono allo scambio commerciale, proprio perché non hanno prezzo” (18).</p>



<p>L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della <em>konservative Revolution</em>, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo. Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (<em>Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales</em>), tra cui strinse buoni rapporti, in particolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita. Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, è stato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, non può non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo è una battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, ma che ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiega Alexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale di Firenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrative dell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altro rispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana” (20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Tarchi, per esempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Diorama letterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia e crisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana – che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismo evoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).</p>



<p>Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse. Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[&#8230;] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista [&#8230;] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di <em>decrescita </em>sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della <em>decrescita </em>deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).</p>



<p>Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. H. Amouroux, <em>La Grande Histoire des Français sous l’Occupation</em>, 10 voll., Éditions Robert Laffont, Parigi 1975-1993</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. G. L. Mosse,<em> The Mystical Origins of National Socialism</em>, in <em>Journal of the History of Ideas</em>, vol. 22, n. 1, gennaio 1961, p. 81. Cfr. J. A. Goldstein, <em>On Racism and Anti-Semitism in Occultism and Nazism</em>, in L. Rothkirchen, <em>Yad Vashem Studies 13</em>, Ed. Yad Vashem, Gerusalemme 1979, pp. 53-72</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cit. in R. Krügel, <em>Der Begriff des Volksgeistes in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung</em>, Langensalza, 1914, p. 18</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. K. Bergmann, <em>Agrarromantik und Großstadtfeindschaft</em>, Meisenheim, 1970, p. 38. Il concetto di <em>Großstadtfeindschaft</em> non ha corrispettivi in italiano, ma indicherebbe l’ostilità al cosmopolitismo, all’internazionalismo e alla tolleranza culturale per le città in quanto tali. L’anti-urbanismo romantico è l’esatto opposto della critica attenta dell’urbanizzazione elaborata dal filosofo anarchico ed ecologista Murray Bookchin in <em>Urbanization Without Cities</em>, Montreal 1992 e in <em>The Limits of the City</em>, Montreal, 1986 (ed. it. <em>I limiti della città</em>, Feltrinelli, Milano 1975), o dagli autori eco-marxisti ed eco-socialisti</p>



<p class="has-small-font-size">5) G. L. Mosse,<em> Le origini culturali del Terzo Reich</em>, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 29</p>



<p class="has-small-font-size">6) J Biehl, P. Staudenmaier, <em>Eco-fascism. Lesson From The Germany Experience</em>, AK Press – The Anarchist Library, 1995 <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html" target="_blank">http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) E. Nolte,<em> La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar</em>, a cura di L. Iannone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009</p>



<p class="has-small-font-size">8) L. Klages, <em>Mensch und Erde</em> (1913), Diederichs, Jena 1937 (ed. it., <em>L’uomo e la terra</em>, Mimesis, Milano 1998)</p>



<p class="has-small-font-size">9) U. Linse, <em>Ökopax und Anarchie. Eine Geschichte der ökologischen Bewegungen in Deutschland</em>, München, 1986, p. 60</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Ph. Baillet, <em>Monte Veritá</em>, 1900-1920: une “communauté alternative” entre mouvance völkisch et avant-garde artistique, in Nouvelle École, n. 51, année 2001, p. 126 </p>



<p class="has-small-font-size">11) W. Laqueur, Young Germany: <em>A History of the German Youth Movement</em>, Transaction Pub, New York 1962, pp. 41 e 6. Cfr. inoltre N. Cospito, <em>I Wandervögel, il movimento giovanile tedesco da Guglielmo II al nazionalsocialismo</em>, Editrice Il Corallo, Roma, 1984, D. Palermo, <em>I precursori dell’ambientalismo</em>, Libellula Edizioni, Tricase (LE), 2019 e Id., <em>Rivolta e ambientalismo a partire dai Wandervögel</em>, in Cittànuova, n. 2, febbraio 2018, pp. 11-14</p>



<p class="has-small-font-size">12) R. Pois, <em>National Socialism and the Religion of Nature</em>, Londra, 1985, pp. 40, 42 e 43</p>



<p class="has-small-font-size">13) K. Bergmann, <em>Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, </em>cit., p. 334</p>



<p class="has-small-font-size">14) L. Ferry, <em>Le nouvel ordire écologique</em>, Grasset, Parigi 1992, cap. II, par. II</p>



<p class="has-small-font-size">15) M. Tarchi, <em>Molte destre, nessuna destra?</em>, Trasgressioni, n. 62, settembre-dicembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">16) S. Vaj, <em>Biopolitica. Il nuovo paradigma</em>, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino</p>



<p class="has-small-font-size">17) A. de Benoist, <em>De l’écologie à l’éco-manie</em>, Éléments, n. 21-22, estate 1977</p>



<p class="has-small-font-size">18) A. de Benoist, <em>Une remise en cause salutaire des valeurs merchandes</em>, Éléments, n. 66, settembre-ottobre 1989, pp. 40 e 44</p>



<p class="has-small-font-size">19) A. de Benoist, <em>Le idee a posto</em>, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. <em>Les idées à l’endroit</em>, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)</p>



<p class="has-small-font-size">20) A. Langer, <em>Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze</em>, ciclostilato, 8 dicembre 1984</p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <em>Il progresso finirà in soffitta?</em>, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7</p>



<p class="has-small-font-size">22) M. Tarchi, <em>L’alternativa alla sobrietà</em>, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1</p>



<p class="has-small-font-size">23) A. de Benoist, <em>La fine dell’ideologia del progresso</em>, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2</p>



<p class="has-small-font-size">24) M. Tarchi, <em>L’alternativa alla sobrietà</em>, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">25) A. de Benoist, <em>Obiettivo decrescita</em>, in A. de Benoist, <em>Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale</em>, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154</p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. M. L. Andriola,<em> La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo</em>, Paginauno, n. 63/2019</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>L&#8217;Europa a destra. Steve Bannon e The Movement: la Lega delle Leghe</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/leuropa-a-destra-steve-bannon-e-the-movement-la-lega-delle-leghe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 20:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Bannon]]></category>
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					<description><![CDATA[Nelle intenzioni del fondatore, il soggetto politico nato a Bruxelles è una “internazionale populista” con obiettivo le elezioni europee del 2019: a cosa mira l’Alt-Right statunitense?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nelle intenzioni del fondatore, il soggetto politico nato a Bruxelles era una “internazionale populista” con obiettivo le elezioni europee del 2019: a cosa mirava l’Alt-Right statunitense?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel 2018 la destra nazional-populista sembrava aver trovato la coesione, gettando le basi per la nascita di una Internazionale Sovranista che non abbracciava le sole realtà europee: guardava infatti – e la cosa deve fare riflettere – a quello che stava accadendo negli Stati Uniti con la presidenza del repubblicano ‘populista’ Donald J. Trump. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La Lega delle Leghe di Matteo Salvini e Steve Bannon: un sovranismo a trazione statunitense?</h4>



<p>Il 1° luglio 2018, a Pontida, nella storica kermesse popolare della Lega Nord, Matteo Salvini, segretario e ministro dell’Interno, lancia una “Lega delle Leghe in Europa”, che unisca tutti quei movimenti che “vogliono difendere le loro frontiere e il benessere dei propri figli”. Aggiunge, raggiante: “Per vincere abbiamo unito l’Italia, ora dovremo unire l’Europa”, e sostiene che quelle del 2019 non saranno semplicemente elezioni europee ma “un referendum contro le élite, il mondo della finanza e quello del precariato” (4); un fronte che vede nell’Italia, e non più nella Francia con Marine Le Pen, dopo la sconfitta subita alle presidenziali contro Macron, un’avanguardia.</p>



<p>Parole di Steve Bannon, ex guru del presidente Trump ed ex direttore esecutivo di Breitbart News, sito web di opinioni, notizie e commenti portavoce dell’Alt-Right, ossia Alternative right, o Destra alternativa (5), che in visita a Roma durante la campagna elettorale per le politiche del 2018 ha sostenuto che l’Italia poteva essere il laboratorio per i sovranismi di tutto il continente. </p>



<p>Non è una dichiarazione casuale. Indica che oltreoceano gli ambienti della Alt-Right guardano con attenzione agli eventi politici italiani, e la presenza di due soggetti nazional-populisti di colore diverso, nel 2018 insieme al governo, Lega e M5s, spinge Bannon a ipotizzare l’esportazione del modello ‘gialloverde’ in Europa. Come ha dichiarato in un’intervista rilasciata a La Stampa il 23 maggio 2018: “L’Italia, con il suo ‘governo di unità’, diventerà capofila in Europa del movimento populista anti-establishment. Per la prima volta Bruxelles sarà costretta a trattare con un governo anti-sistema in un Paese fondatore dell’Unione. Un governo che può godere del sostegno travolgente del suo popolo. […] Penso che quello fra M5s e Lega sia un patto intelligente, sono certo che farà gli interessi del popolo italiano. Dimostra inoltre la maturità e la saggezza politica di leader come Di Maio e Salvini, capaci di mettere da parte le loro ambizioni personali per il bene del loro Paese”.</p>



<p>Ma il modello Lega-M5s è esportabile? Sarebbe possibile, in un Paese dell’eurozona come la Francia, per esempio, una convergenza tattica in vista di un governo fra il Rassemblement national di Marine Le Pen, nazional-populista di destra, e La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, forza anti-euro sovranista di matrice socialista, che ha avuto il plauso addirittura di certi settori marxisti critici verso l’eurocomunismo del Pcf e favorevoli alla rottura con l’Unione europea (6)? (Intendiamoci, non stiamo però dicendo che La France insoumise sia simile al Movimento 5 stelle!).</p>



<p>La leader populista francese, intervistata dal Corriere della Sera il 18 maggio 2018, se da una parte loda la convergenza M5s-Lega che potrebbe avere, secondo lei, risvolti positivi in vista delle elezioni europee del 2019 (“Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione europea”), non giudica possibile lo scenario di un governo ‘rossoblu’ francese composto dai populisti di destra e dall’estrema sinistra euroscettica: “Intanto, siamo onesti, esiste un’enorme differenza tra i 5 stelle e Mélenchon: il movimento italiano non è favorevole a un’immigrazione sfrenata. E poi i 5 stelle sono chiari nella loro opposizione alle politiche di Bruxelles, a differenza dell’ambiguo Mélenchon”.</p>



<p>A parte il fatto che tali dichiarazioni sono smentite da affermazioni dello stesso leader gauchista francese, che vuole regolamentare i flussi migratori, ma da sinistra (ergo, non limitandosi alla chiusura delle frontiere ma ‘curando’ le cause delle partenze), e che ha espresso più volte sfiducia verso l’euro e la Ue, ciò che interessa è l’attenzione di Bannon per la “Lega delle Leghe” euroscettica. Perché? Sicuramente perché alla Casa Bianca c’è un repubblicano atipico che sembra (sembra) rompere con gli schemi neoliberisti trasversali ai due partiti americani, applicando dazi e un controllo sull’immigrazione, ma non è certo marginale il fatto che tale Internazionale Sovranista non metta in discussione la supremazia statunitense nel continente europeo, cosa tutt’altro che secondaria, dato che solo nel Belpaese ci sono 59 basi militari statunitensi e che l’Italia è il quinto avamposto nel mondo per numero di installazioni Usa (7).</p>



<h4 class="wp-block-heading">The Movement: una Open Society Foundation per il populismo di destra europeo?</h4>



<p>Bannon infatti, poco dopo la kermesse leghista di Pontida, dà vita, sempre nel mese di luglio 2018, all’hotel Mayfair di Londra, a un nuovo soggetto, <em>The Movement</em>, che negli intenti del suo fondatore è una “internazionale populista” che avrà come base Bruxelles, con l’obiettivo di lanciare un’offensiva nel cuore della troika e dei partiti che la supportano, siano essi del Ppe, del Pse o dell’Alde, e di divenire la casa degli identitari di tutta Europa; una sorta di partito transnazionale di nazionalisti, con tanto di staff di dieci persone, che potrebbero salire a 25 dopo il voto del 2019.</p>



<p>Bannon, nel lussuoso albergo britannico, coadiuvato da Raheem Kassam, ex membro dello staff dell’Ukip, nonché collaboratore della rivista Alt-Right Breitbart, ha incontrato i principali rappresentanti della nuova destra populista: Nigel Farage dell’Ukip, uno dei motori della Brexit; lo svedese Kent Ekeroth del Sverigedemokraterna, il partito nazionalista che ha preso il 17,6% alle elezioni del settembre 2018 (8); il nazionalista francese Jérôme Rivière del Rassemblement national; Mischaël Modrikamen del Parti populaire del Belgio, soggetto nazionalconservatore vallone, e sempre per il Belgio ma dal fronte fiammingo, il Vlaams Belang, partito etno-nazionalista dal passato neonazista; e poi la Lega di Matteo Salvini, il Fidesz dell’ungherese Viktor Orbán, in procinto di rompere col Ppe, e il Prawo i Sprawiedliwosc, partito nazionalconservatore di marca liberale, maggioritario al Parlamento di Varsavia (9).</p>



<p>Il sovranismo di destra ha quindi trovato il suo federatore? Se ragioniamo sul fatto che la mente sta negli Stati Uniti e si affianca a Paul Gosar, fra gli interessati al progetto The Movement ed esponente del partito Repubblicano legato al gruppo Freedom Caucus, una fazione ultraconservatrice del Tea Party, qualche dubbio viene, dato che Trump potrebbe usare questi legami per mantenere un controllo sul continente, qualora il progetto andasse in porto. Steve Bannon dunque come George Soros di estrema destra? Soros, il noto finanziere americano-ungherese, organico ai Democratici statunitensi e ai vari progressisti, radicali e liberali europei (aperto finanziatore anche del Partito radicale italiano e vicino al progetto di Emma Bonino +Europa), che utilizza i propri ingenti capitali per sostenere, attraverso le proprie fondazioni, cambiamenti governativi favorevoli agli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti come, per dirne uno, la ‘rivoluzione colorata’ in Ucraina &#8211; sostegno da lui stesso rivendicato in un’intervista alla Cnn il 27 maggio 2014 (10).</p>



<p>Di certo Bannon nel 2018 usa il suo ‘prestigio’ per fare pressioni al governo Conte affinché mantenga buone relazioni con l’esecutivo Trump, reciproci attestati di stima “culminati con l’incontro tra i due [Conte e Trump] alla fine del mese di luglio, incontro che ha fornito alla Casa Bianca garanzie sugli investimenti italiani nel progetto del gasdotto TAP in Salento e sull’acquisto dei caccia F35 ordinati dai precedenti esecutivi italiani” (11).</p>



<p>Non è casuale che le linee-guida di The Movement si sovrappongano perfettamente a quelle che Trump ha per l’Europa. L’ambasciatore americano a Berlino, Richiard Grenell, ha affermato nella primavera 2018 la propria volontà di supportare gli emergenti partiti populisti e conservatori, attirandosi, rivela The Guardian, le critiche di diversi esponenti tedeschi per la violazione del protocollo diplomatico (12).</p>



<p>Va detto che Trump, pur avendo estromesso Bannon dal governo, continua a seguire molte delle direttrici del pensatore Alt-right, come il trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. Lo sostiene lo scrittore Michael Wolff nel libro <em>Fire and fury</em>, una raccolta di articoli sui retroscena della presidenza del tycoon di New York, prevedendo una possibile cessione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania alla Giordania come soluzione per l’annosa questione palestinese. La strategia trumpista di soft power sui soggetti populisti di destra europei fa leva sulla questione israelo-palestinese, utilizzando anche l’islamofobia presente all’interno di questi partiti, nonostante vi siano anche correnti più filo-palestinesi e filo-arabe (13).</p>



<p>Bannon fa leva anche sul forte sentimento filo-israeliano presente nella destra repubblicana americana – lo stesso Bannon ha dichiarato di sentirsi “orgoglioso di essere un sionista cristiano” – in quella branca dell’evangelismo (la stessa che ha favorito la vittoria dell’ultradestra populista e liberista di Jair Bolsonaro in Brasile) che vede nel ‘popolo eletto’ ebraico una sorta di primato politico-spirituale, e utilizza i brani del Pentateuco relativi alla colonizzazione della Palestina dell’antico popolo israelita come giustificazione per i soprusi in atto dal 1948. Israele è anche oggi, com’è sempre stato, ottimo alleato degli Usa, Salvini l’ha più volte indicato come referente nel campo della sicurezza e Viktor Orbán a luglio 2018 si è recato in visita, come il leader leghista, a Gerusalemme. Simpatie reciproche, ricambiate e documentate, in nome di un nemico comune: l’Islam (14).</p>



<p>L’esaltazione dello Stato d’Israele è portata avanti in nome delle comuni radici giudaico-cristiane, una visione che mal si coniuga con alcune riflessioni terzomondiste di marca neodestrista o duginista di tipo eurasiatista, che spesso, attraverso associazioni culturali animate da personalità provenienti dalla nouvelle droite o dall’eurasiatismo nazionalbolscevico, vengono veicolate nei medesimi partiti sovranisti.</p>



<p>Ma l’idea bannoniana vede nell’Occidente una <em>weltanschauung</em> forte che dovrebbe unire, contro le élite liberal, gli Stati Uniti e il mondo anglofono, gli Stati membri dell’Unione europea e Israele, scardinando possibilmente l’unione fra Federazione Russa e Cina – quest’ultima minaccerebbe l’egemonia statunitense – e che include tra i nemici altri due Paesi, l’Iran e la Turchia. L’intelaiatura del Bannon-pensiero porta dunque a ricucire lo strappo con Mosca (pur in una relazione altalenante e contraddittoria), con Trump che a Helsinki invita Putin a recarsi a Washington, nell’obiettivo di dare scacco all’egemonia della Germania sulla Ue – specie davanti ai tentativi di Berlino di muoversi autonomamente nel settore energetico, come nel caso del North Stream 2 e del nucleare iraniano – e indebolire la struttura europea.</p>



<p>Ergo, si combatte sì per un indebolimento della Ue in mano alle élite liberiste, ma il progetto non sfocia in un sovranismo puro, dato che avvantaggerebbe comunque gli Stati Uniti nel quadro della loro egemonia e, come si accennava, mal si concilia con la geopolitica elaborata dai circoli russofili presenti nei vari partiti populisti europei, dalla Lega al Rassemblement national ad altri.</p>



<p>Questi ultimi si rifanno alla Quarta Teoria Politica di Alexandr Dugin, il quale, partendo dall’eccezionalismo russo di Konstantin Nikolaevic Leont’ev, dal panslavismo di Nikolaj Jakovlevic Danilevskij e dall’eurasiatismo di Lev Gumilev e Pjotr Nikolajevic Savickij – che vede nell’Eurasia un organico sistema unitario, capace di unificare e conciliare differenti popoli, culture, tradizioni in un grande spazio (<em>mestorazvitie</em>) con assonanze ideologiche col <em>Großraum</em> (grande spazio) di Carl Schmitt – elabora un pensiero che, nonostante abbia subìto il fascino del nazional-europeismo di Jean Thiriart, della nouvelle droite e del tradizionalismo evoliano e guénoniano, punta a superare le tre principali ideologie moderniste (liberalismo, fascismo, comunismo) e la loro eredità spirituale e ideologica, andando oltre al postmoderno, e non attraverso la ‘nuova sintesi’ che fa propria la nouvelle droite. Il tutto proponendo la visione euroasiatista dei ‘grandi spazi’, dei blocchi continentali, un progetto di Grande Europa che guarda alla Russia come perno, vista la sua posizione di ponte fra Europa e Asia, e che si apre alle grandi civiltà, quella islamica e quella cinese, in un’elaborazione che sa di imperiale e che risulta essere in antitesi non solo al fascismo storico, con il suo culto nazionalpopolare della tradizione patria, ma anche a un certo neofascismo odierno che ha finito per rielaborare (dal Front national francese a Orbán) il concetto gaullista di Europa delle Nazioni, che guarda a Est.</p>



<p>I progetti di Steve Bannon sembrano invece conciliarsi con le nuove analisi dell’ex teorico del Grece, Guillaume Faye. Dopo aver rinnegato il terzomondismo di destra elaborato nella primavera 1980 su Éléments n. 34 – su cui appariva in copertina la Statua della libertà in frantumi – nell’articolo <em>Pour en finir avec la civilisation occidentale</em>, dove riteneva necessaria ai fini sovranisti un’alleanza euro-araba contro il mondialismo occidentalista (l’America, continuatrice dell’imperialismo navale inglese, era descritta come una talassocrazia mercantilista che si proiettava, citando il Carl Schmitt di <em>Terra e mare</em>, nei mari e verso un dominio mondiale), Faye approda a posizioni antitetiche nel 1998, nel libro edito per le edizioni dell’Aencre, <em>L’Archéofuturisme</em>, pubblicato in Italia nel 2000 dalle edizioni Barbarossa. Il testo diviene una sorta di manifesto, un libro di culto, per tutta la generazione della destra post lepénista approdata all’antislamismo e all’identitarismo e nei partiti nazional-populisti, fra cui in Italia la Lega Nord.</p>



<p>Possiamo dire che, grazie alle elaborazioni di transfughi della nouvelle droite del Greece, come Dominique Venner, Pierre Vial e Guillaume Faye, abbiamo quella<em> droite identitaire</em> antislamica che ha suoi referenti filosofici ben chiari e, pur riprendendo molti postulati dalle tesi elaborate da Alain de Benoist, come il regionalismo, l’euro-federalismo, il differenzialismo ecc., propone l’unità del blocco continentale da Brest a Vladivostok. Ma non parla né dell’Europa né dell’Eurasia, bensì dell’Eurosiberia, territorio che comprende esclusivamente gruppi di ‘razza bianca’. L’analisi vede la venuta del ‘caos etnico’ nel periodo compreso fra il 2010 e il 2020, causato dall’immigrazione allogena, e Faye distingue il nemico che vuole ‘distruggerci’, l’Islam, dall’avversario che ‘ci indebolisce’ senza tuttavia volere la nostra fine, gli Stati Uniti.</p>



<p>Faye, che verrà attaccato da de Benoist in un’intervista rilasciata nel marzo del 2000 ad Area, mensile della destra sociale di An, per le sue “posizioni fortemente razziste”, pur non essendo cristiano ma pagano esalta anch’egli Israele, come Bannon, in quanto baluardo identitario anti-islamico (15).</p>



<p>Nei disegni di Steve Bannon dunque la Russia va disconnessa dagli attori geopolitici asiatici e riconnessa a una nuova egemonia statunitense, progetto che, anche per i Paesi europei, è tutto eccetto che sovranista. Se n’è accorta Marine Le Pen, la quale, dopo un’iniziale interesse per The Movement, ha affermato di non volersi unire alla coalizione europea populista di Bannon. Un rifiuto annunciato dopo l’8 ottobre durante la sua visita romana all’alleato Matteo Salvini, con queste parole: “Il signor Bannon non proviene da un Paese europeo, è americano, ha suggerito la creazione di una fondazione che mira a offrire studi, sondaggi, analisi di partiti sovranisti europei. Ma la forza politica che nascerà dalle elezioni in Europa, siamo noi, e solo noi, che la struttureremo […] Poiché siamo attaccati alla nostra libertà, attaccati alla nostra sovranità, siamo noi, insieme, rappresentanti di diversi popoli in Europa, che struttureremo la forza politica che mira a salvare l’Europa”.</p>



<p>Che la lobby anti-mondialista e russofila interna al Rassemblement abbia spinto la leader francese a vedere il quadro più ampio della situazione? Anche altri nazional-populisti hanno fiutato odore di egemonia statunitense nel progetto, uno tra tutti il primo ministro ungherese Orbán, che ha affermato di “non essere interessato alle cose che non toccano l’Ungheria” (16).</p>



<p>Insomma, lo scontro è fra diverse visioni geostrategiche tessute nelle segreterie dei partiti e nei vari think tank e associazioni culturali di diversa natura. E pare che a comprenderlo per prima sia stato il già citato ex membro dello staff dell’Ukip, Raheem Kassam, che all’inaugurazione del progetto The Movement ha dichiarato: “Dimenticatevi delle vostre Merkel. I principali protagonisti della politica europea nei prossimi anni saranno Soros e Bannon”.<br>Una prospettiva inquietante.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) P. Zolli, Le parole straniere, Zanichelli, Bologna 1976, pp. 33-34</p>



<p class="has-small-font-size">2) Sovranismo [2017], in <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/sovranismo_%28Neologismi%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.treccani.it/vocabolario/sovranismo_%28Neologismi%29/</a>, Url consultato nel novembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Il filosofo liberale, europeista, filoamericano, filosionista e russofobo Bernard Henry Levy, al Corriere della Sera del 27 giugno 2016, afferma nel commentare la Brexit: “È la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del ‘sovranismo’ più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato”</p>



<p class="has-small-font-size">4) Dichiarazioni prese dalla stampa italiana del 2 luglio 2018, ma soprattutto da C. Attanasio Ghezzi, Lega delle Leghe, la mappa dei possibili alleati di Salvini in Europa, in <a href="http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/07/02/mappa-leghe-salvini-destre-alleati-europa/221563/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/07/02/mappa-leghe-salvini-destre-alleati-europa/221563/</a>, 2 luglio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">5) Quel “movimento eterogeneo di estrema destra che esiste soprattutto su internet”, visto il forte bipolarismo Usa, come riportava il New Yorker nel marzo 2016, che “promuove ideologie di destra alternative a quelle tradizionali [americane], al conservatorismo classico in auge nel partito Repubblicano (un conservatorismo a sua volta rinnovato con la presenza dei cosiddetti neo-con e coi teo-con, tramite fra la destra politica e l’evangelismo fondamentalista), e ha sdoganato temi che in Europa sono presenti nell’estrema destra o nel nazional-populismo”</p>



<p class="has-small-font-size">6) È il caso del Pôle de renaissance communiste en France (Polo di rinascita comunista in Francia), soggetto marxista-leninista fondato nel gennaio 2004, nato inizialmente come tendenza interna al Pcf, rappresentandone l’ala di estrema sinistra contraria alla ‘mutazione genetica’ che il partito ha avuto dal 1990 (anche se, secondo loro, la degenerazione avviene dal 1976, a opera di George Marchais) con l’abbandono ‘revisionista’ del marxismo-leninismo, dell’idea della dittatura del proletariato, e l’accettazione del metodo borghese e dell’integrazione europea tramite l’eurocomunismo preso dal Pci, desiderando nei fatti il ritorno allo “spirito di Tours”, ossia l’originario programma del Pcf del 1921. Il movimento, tramite il suo presidente, l’ex partigiano comunista Leon Landini, si definisce sì internazionalista, ma al contempo patriottico, sovranista e anti-euro, favorevole all’uscita della Francia dalla Ue, a differenza del Pcf favorevole a una sua riforma in senso progressista, facendo dichiarare al segretario Georges Gastaud in un’intervista rilasciata al giornale comunista online La Città futura, vicino al Prc, l’intento, nonostante le ovvie contraddizioni ‘riformiste’, di sostenere il leader gauchista Jean-Luc Mélenchon nella sua corsa all’Eliseo. Cfr. Lotte sociali, elezioni presidenziali e antimperialismo nella Francia in crisi: il punto di vista dei comunisti, intervista a G. Gastaud a cura di A. Arena, in <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.lacittafutura.it /esteri/lotte-sociali-elezioni-presidenziali-e-antimperialismo-nella-francia-in-crisi-il-punto-di-vista-dei-comunisti" target="_blank">http://www.lacittafutura.it /esteri/lotte-sociali-elezioni-presidenziali-e-antimperialismo-nella-francia-in-crisi-il-punto-di-vista-dei-comunisti</a> 25 marzo 2017</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a href="http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Il_Pentagono_e_le_basi_militari_Usa_in_Italia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Il_Pentagono_e_le_basi_militari_Usa_in_Italia.html</a> 14 ottobre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/svezia-immigrazione-e-crisi-del-welfare-state-arriva-la-destra-dei-democratici-svedesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Svezia. Immigrazione e crisi del welfare state: arriva la destra dei Democratici svedesi</a></em>, Paginauno n. 59/2018</p>



<p class="has-small-font-size">9) Nico Hines, Inside Bannon’s Plan to Hijack Europe for the Far-Right, Daily Beast, 20 luglio 2018, in <a href="http://www.thedailybeast.com/inside-bannons-plan-to-hijack-europe-for-the-far-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.thedailybeast.com/inside-bannons-plan-to-hijack-europe-for-the-far-right</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kPGMPlEHLTA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=kPGMPlEHLTA</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Puglisi, Tra Soros e Bannon, Eurasia. Rivista di studi geopolitici, a. XV, n. 4, ottobre-dicembre 2018, pp. 102, 103</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Philip Oltermann, New US ambassador to Germany under fire for rightwing support, The Guardian, 4 giugno 2018, in <a href="http://amp.theguardian.com/world/2018/ jun/04/new-us-ambassador-to-germany-under-fire-for-rightwing-support" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://amp.theguardian.com/world/2018/ jun/04/new-us-ambassador-to-germany-under-fire-for-rightwing-support</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-tra-filoislamici-e-islamofobi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuova destra: fra filoislamici e islamofobi</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>



<p class="has-small-font-size">14) Shimon Stein, Moshe Zimmerman, Israel: The One Place Europe’s anti-Semitic Far Right Wins the Jewish Vote, Haaretz, 20 giugno 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Come esposto nel pamphlet islamofobo La nouvelle Question juive pubblicato nel 2007</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. M. G. Matetich, Marine Le Pen rifiuta le “avances” politiche di Steve Bannon, Il Giornale, 8 ottobre 2018, in <a href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/marine-pen-rifiuta-avances-populiste-steve-bannon-1585777.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.ilgiornale.it/news/mondo/marine-pen-rifiuta-avances-populiste-steve-bannon-1585777.html</a></p>
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		<title>Svezia. Immigrazione e crisi del welfare state: arriva la destra dei Democratici svedesi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/svezia-immigrazione-e-crisi-del-welfare-state-arriva-la-destra-dei-democratici-svedesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 07:37:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’ascesa della destra: immigrazione, crisi del welfare state, sicurezza, mutazione della sinistra riformista: i Democratici svedesi al 17%]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’ascesa della destra: immigrazione, crisi del welfare state, sicurezza, mutazione della sinistra riformista: i Democratici svedesi al 17%</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Se c’era da aspettarsi l’affermazione in Italia del duo Lega-M5s, costretto per motivi di forza maggiore a convergere in un’alleanza di governo di difficile qualificazione – anche perché, se è facile capire l’identità nazional-populista della Lega di Matteo Salvini, è difficile capire quella del Movimento 5 stelle – nessuno si sarebbe (forse) mai aspettato che la Svezia, culla della socialdemocrazia europea, vedesse l’affermazione del partito populista dei Democratici svedesi (Sd). Secondo Patrik Öhberg, politologo dell’Università di Göteborg, “quando parliamo di Svezia e di altri Paesi scandinavi li associamo alla socialdemocrazia [&#8230;] Ma sembra che questa èra stia per finire. Siamo piuttosto diventati un Paese come tutti gli altri.</p>



<p>Il baluardo della socialdemocrazia forse sta per crollare. Sta succedendo qualcosa di grande, qui”. Un trend, tuttavia, che allinea la Svezia al resto dell’area scandinava: in Stati come Finlandia, Danimarca e Norvegia, infatti, i populisti partecipano già al governo, così come sono considerati populisti i dirimpettai polacchi e i Paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad, che confinano con l’Austria – amministrata dal centrodestra alleato con i populisti del Fpö.</p>



<p>Colpiscono diverse cose guardando al caso svedese, e in generale al caso scandinavo: in una regione dove vigeva un rigido bipolarismo quasi bipartitico, in cui predominavano i socialdemocratici, i Democratici svedesi sono diventati la terza forza, così come il Partito dei finlandesi e il Partito popolare danese sono oggi al secondo posto nei rispettivi Paesi, e in Norvegia il Fremskrittspartiet, il Partito del progresso, è terzo. La differenza fra la Svezia e gli altri Stati scandinavi, però, sta nel fatto che la prima rimaneva ancora una sorta di baluardo socialdemocratico, ed era l’unico Paese dove i locali conservatori non volevano aver nulla a che fare coi populisti di destra.</p>



<p>I Democratici svedesi, rispetto agli altri nazional-populismi scandinavi, sono abbastanza giovani, nascendo nel 1988, anche se entrano per la prima volta nel Riksdag (il Parlamento) solo nel 2010, ottenendo 20 seggi (su 349). Gli altri Paesi nordici hanno ondate populiste piuttosto antiche: il Partito del progresso norvegese esiste dal 1973, il Partito popolare danese nasce nel 1995 dalla scissione con un altro partito populista che esisteva dal 1972, e il Partito dei finlandesi è erede di una formazione che, con vari nomi, esisteva addirittura dal 1959. Secondo il sociologo Luca Ricolfi, questo fenomeno si sviluppa nel primo periodo della storia del populismo europeo, ovvero “la fase della riapparizione” (1972-84), con la nascita del Front national, della Liga Veneta in Italia e dei Partiti del progresso scandinavi (1).<br>È il caso di fare una brevissima storia dei Democratici svedesi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I Democratici svedesi: dall’extraparlamentarismo al terzo polo anti-establishment</h4>



<p>Quella di Sd è la vicenda di una formazione che da misere percentuali è passata a far tremare i palazzi del potere nazionale. Una dinamica già vista, basti pensare ad Alba dorata in Grecia o ad AfD in Germania, anche se nel primo caso non possiamo parlare affatto di similitudini, visto che siamo davanti a un partito palesemente neonazista (2). La storia di Sd è più simile a quella del Front national di Jean-Marie Le Pen: una formazione che ha origini neofasciste, nascendo dalla convergenza di piccolissimi gruppi fuoriusciti dall’estrema destra nostalgica, ma che decide di abbandonare certe tematiche e muoversi nella politica ‘seria’ – come nel caso frontista, che vedrà in prima linea il movimento nazional-rivoluzionario Ordre nouveau.</p>



<p>La roccaforte del consenso dei Democratici svedesi è la provincia di Malmö – luogo in cui negli anni ’50 nasce la prima ‘internazionale neofascista’, il Movimento sociale europeo – dove il partito supera il 20%. Nel nord del Paese, invece, le cose sono più difficoltose, dato che resiste una ‘regione rossa’, per usare una categoria tutta italiana. Nella provincia di Malmö, infatti, non esiste solo Sd, ma anche altri piccoli movimenti e partiti di estrema destra, che negli ultimi anni hanno tuttavia registrato una forte crisi di consenso, soprattutto grazie al successo dei Democratici svedesi – si pensi al Partito della Scania, separatista etnonazionalista di estrema destra.</p>



<p>Sd è oggi una forza politica nazionalista ed euroscettica che, oltre alla tradizionale battaglia per uscire dall’Unione europea, si caratterizza per una forte critica da destra all’immigrazione (specie quella islamica) e alla fine di ogni ‘privilegio’ per gli abitanti della Lapponia svedese – un po’ come il Movimento sociale italiano nella Prima repubblica e i suoi eredi di destra (Alleanza nazionale e ora Fratelli d’Italia), che si sono sempre opposti, in quelle regioni a statuto speciale dov’è presente una forte minoranza linguistica, a ogni concessione alle popolazioni autoctone (si pensi alla questione altoatesina o al caso valdostano) proclamandosi alfieri dell’italianità.</p>



<p>Per anni, però, forti delle politiche socialmente avanzate che hanno fatto della Svezia un riferimento per gran parte del progressismo europeo, anche italiano, i cittadini svedesi hanno relegato Sd a essere un micropartito, in grado di raccogliere solo poche migliaia di voti alle varie elezioni nazionali. La svolta avviene nel 1995, quando il nuovo leader, Mikael Jansson, prende le redini della formazione spostandola su posizioni più moderate.</p>



<p>Questo permette al partito di crescere lentamente nei consensi. Gli inizi però, sono tutt’altro che rosei: infatti Sd prende nel 2002 appena l’1,4%, ed è solamente otto anni dopo, nel 2010, che col nuovo segretario, Jimmie Åkesson, capo del partito dal 2005, i Democratici svedesi entrano per la prima volta in Parlamento con il 5,7%. Il salto di qualità europeo arriva nel 2014, quando Sd riesce a eleggere due propri rappresentanti a Strasburgo, sfiorando addirittura il 10%. Pochi mesi più tardi ottiene poco oltre 800.000 preferenze alle elezioni nazionali, diventando con il 12,9% il terzo partito del Paese, dietro al Partito socialdemocratico e al Partito moderato (centrodestra popolare), obbligando i socialdemocratici a coalizzarsi coi Verdi.</p>



<p>Il partito però, a livello internazionale, non intrattiene buoni rapporti con gli altri soggetti euroscettici di destra. Pessimi quelli col Front national di Marine Le Pen, che ha più volte criticato Sd per non aver aderito all’eurogruppo da lei presieduto – nel quale è entrata la Lega Nord di Matteo Salvini e altre formazioni nazional-populiste – preferendo allearsi con l’Ukip di Nigel Farage e il Movimento 5 Stelle nell’eurogruppo “Europa della libertà e della democrazia diretta”. In passato però il Front national e i Democratici svedesi erano alleati dentro Euronat, un gruppo nazionalista, ed è sulle basi di questo soggetto che gli svedesi hanno costituito Nord Nat, un’alleanza fra partiti nazionalisti euroscettici della Scandinavia a cui aderisce anche il Partito dei patriottici finlandesi.</p>



<p>Una cosa, tuttavia, accomuna tutte queste formazioni scandinave ed europee: Sd, Lega, Fratelli d’Italia, Front national e numerosi altri partiti populisti di destra, hanno apertamente dichiarato il loro endorsement a Donald Trump, il repubblicano populista e ‘politicamente scorretto’; caso unico in Svezia, dato che socialdemocratici – com’era prevedibile – ma anche conservatori hanno supportato la candidata del Democratic Party, Hillary Clinton.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Crisi del welfare state, immigrazione, sicurezza, mutazione della sinistra riformista</h4>



<p>L’avanzata dei Democratici svedesi ha in realtà sbigottito solo chi non conosce la situazione del Paese. Certo non è stata una vittoria così eclatante come sembrava dai sondaggi: Sd infatti passa dal 12,9 del 2014 al 17,6%, e sale da 42 a 62 deputati, ma non riesce a togliere la palma di secondo toccata al Partito moderato, come invece è avvenuto in Italia con Forza Italia ormai ombra di se stessa – c’è da dire però che Berlusconi resta un’anomalia nel panorama politico internazionale, nell’ascesa, nelle vicissitudini e nella caduta.</p>



<p>I Moderati registrano una flessione, passando dal 23,3% al 19,8% e calando da 83 a 70 deputati, ma si avvantaggiano formazioni minori di centro, come il Partito del centro (sale dal 6,1 all’8,6 e da 22 a 31 seggi) (3), i Democratici cristiani (dal 4,6 al 6,4% e da 16 a 23 seggi) (4) e i Liberali (dal 5,4 al 5,5%, rimanendo stabili sui 19 seggi) (5); l’Alleanza dei quattro partiti del centrodestra cresce dunque nel suo complesso da 140 a 143 seggi, lontano tuttavia dai 175 che servono in Svezia per fare una maggioranza.</p>



<p>La sinistra guadagna giusto un seggio: i Socialdemocratici di Stefan Löfven, pur rimanendo il primo partito, ottengono il loro peggior risultato dal 1908, scendendo dal 31% del 2014 (113 seggi) al 28,4 di oggi (101 seggi). Una batosta per la famiglia politica che, come s’è detto, era presa a riferimento, a livello continentale, per tutti i riformisti e addirittura, in Italia, per la sinistra eurocomunista che cercava altri modelli oltre l’Urss; un risultato che, se non è certamente paragonabile alla crisi dei socialisti francesi – letteralmente estinti a vantaggio del soggetto liberal-centrista En marche! di Emmanuel Macron, simile sotto molti aspetti al Partito democratico di Matteo Renzi – è tuttavia senz’altro segno della crisi che sta attraversando il progressismo europeo – se si esclude, limitandoci alla Svezia, il Vansterpartiet (Partito della Sinistra, di area postcomunista) che passa dal 5,7 al 7,9% (da 21 seggi a 28), ma anche Paesi come Francia e Germania costituiscono nuovi laboratori per novità ideologiche nella sinistra europea (6). È quindi chiaro come vi sia stato un travaso di voti a favore dei Democratici svedesi più a svantaggio della socialdemocrazia che del polo moderato di centrodestra.</p>



<p>Per un governo monocolore socialdemocratico o col sostegno dei Verdi (anch’essi in forte calo) non ci sono i numeri. Bisognerà vedere se i Moderati saranno disposti a convergere coi populisti, come avvenuto negli altri Paesi scandinavi, o se i socialdemocratici riusciranno a convincere i centristi ad allearsi con loro.<br>In sintesi, la situazione svedese è il ritratto della crisi che sta affliggendo a livello continentale tutta la sinistra.</p>



<p>Il modello svedese si è fondato, per decenni, sul solido compromesso tra il ruolo dello Stato in sostegno all’economia e la costruzione di una fascia di diritti socio-economici garantiti per la popolazione, un compromesso nato dopo la Grande Depressione nel 1934 dall’accordo fra socialdemocratici e il Partito contadino, movimento conservatore se non reazionario. Le cose sono cambiate negli anni ’90, quando con le tre legislature di centrodestra, dal 1991 al 1994 e dal 2006 al 2014, la Svezia si è maggiormente ‘aperta al mercato’, cioè ha introdotto precarizzazione del lavoro, graduale privatizzazione del sistema di welfare, e&nbsp;<em>gentrification</em>&nbsp;urbana, a seguito dei tagli ai fondi tradizionali per l’edilizia popolare e la deregolamentazione del mercato immobiliare, dinamica che ha svuotato i centri delle grandi città, costosissimi, riempiendo le periferie – si veda il sobborgo di Rinkeby, nato negli anni ’60 a seguito di investimenti pubblici, dove la presenza immigrata è schiacciante e le tensioni si sono accese anche violentemente negli ultimi anni (7).</p>



<p>La sinistra, convertita al pensiero unico del mercato come in tutto l’ovest Europa, non ha imposto un cambio di tendenza quando è tornata al potere, negli anni ’90 e nel 2014. Questo ha favorito la crescita dell’insoddisfazione da parte di un ceto medio sempre più proletarizzato e di un proletariato sempre più spinto verso il basso, che vistosi abbandonato ha iniziato a rivolgersi altrove.</p>



<p>L’insofferenza è poi cresciuta con i flussi migratori: la Svezia, di fatto, è stato l’unico Paese in cui le politiche sull’accoglienza non sono state drasticamente limitate nonostante la crisi globale del 2008. Dal 2012 sono stati ben 400.000 i richiedenti asilo accolti (su 10 milioni di abitanti): un numero elevato che, secondo i Democratici svedesi, avrebbe fatto saltare lo storico sistema di welfare.</p>



<p>Nonostante l’economia sia abbastanza florida, infatti, “l’altissimo numero di migranti accolti pesa sul welfare e lo mette in un certo modo a rischio, aprendo un problema sistemico”, notava l’anno scorso Repubblica, perché nessun altro Paese della Ue ne ha accolto così tanti, in proporzione ai cittadini; e molti di loro, senza lavoro, in nome di quella solidarietà alla base del sistema socialdemocratico in vigore dagli anni ’30, sono stati registrati come parte della popolazione non attiva.</p>



<p>Autorevoli economisti come Susanne Wallmann Lundasen o Grete Brochman hanno sollevato la questione, dato che per la prima volta dal 2013 le statistiche dello Arbetsförmedlingen, l’Ufficio di collocamento svedese, hanno registrato una disoccupazione presa in assoluto, cioè comprensiva dei migranti, cresciuta in percentuale, e nell’aprile scorso aumentata di 4.000 unità, fino ad arrivare a un totale di 364 mila. “Vuol dire anche che il lavoro dell’ufficio di collocamento aumenta per la prima volta da allora”, afferma Annika Sundén, dirigente e analista alla sopra nominata authority per la ricerca di posti di lavoro.</p>



<p>Per la popolazione autoctona – cioè per gli svedesi o la seconda/terza generazione di migranti – il tasso di disoccupazione è di appena il 4%, ma sale al 22% per la popolazione immigrata. Diventa infatti difficile integrare nel mercato del lavoro i nuovi arrivati dall’Africa, dall’Afghanistan o dalla Siria, che spesso non parlano svedese e che, notava il quotidiano italiano, “non di rado si chiudono per scelta in ghetti come indirettamente ricordato dal tragico attentato islamista a Stoccolma del 7 aprile 2017”.</p>



<p>Non sono l’economia quindi, né il mercato del lavoro, a essere deboli, come qui in Italia, ma l’integrazione (8). “Aprite i vostri cuori”, diceva Fredrik Reinfeldt, Primo ministro conservatore, invitando la Svezia ad accogliere rifugiati africani e mediorientali in massa. Ma come scrive Mauro Indelicato, “il sistema di welfare svedese, così come quello inerente la mera accoglienza, ha fallito: non ci sono i numeri, nei bilanci, per offrire a tutti i cittadini stranieri le stesse tutele dei cittadini svedesi, così come è difficile la convivenza tra culture diametralmente differenti” (9). Un sistema che se ha mantenuto un’alta protezione sociale rispetto ad altri Paesi, è stato tuttavia tagliato seguendo la strada dei dogmi dell’Unione europea del pensiero neoliberista, finendo per scatenare, anche in Svezia, una guerra fra poveri.</p>



<p>A questa situazione si aggiunge quella relativa alla ‘sicurezza’ – facilmente cavalcata dai Democratici svedesi, come dai partiti di destra in tutti i Paesi. Secondo un recente report commissionato dal governo al Brå, il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione del crimine, si è registrato un forte incremento di violenze sessuali ai danni delle donne: 7.230 stupri nel 2017, 667 in più dell’anno precedente, un aumento del 10%.</p>



<p>Lo stesso dicasi delle molestie sessuali, che nello stesso anno sono arrivate a 21.500 (+8%, 1.600 in più rispetto al 2016). Parliamo solo di reati denunciati: lo stesso rapporto rivela che appena l’11% delle vittime di violenza sessuale decide di sporgere denuncia (10). Un altro studio, redatto da Joakim P Jonasson con l’aiuto dell’economista Tino Sanandaji e del giornalista Peter Springare, documenta 4.142 processi giudiziari per stupri e violenze sessuali svoltisi tra il 2012 e il 2017, arrivando a concludere, dati alla mano, che il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere, così come nel 90% delle violenze di gruppo, e che la maggior parte dei casi si sono registrati nelle città in cui la popolazione immigrata è più alta, come Stoccolma, Hudiksvall e Eskilstuna, con un incremento del 400% dal 1996 a oggi (11). Il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, ha affermato che non è importante rivelare le nazionalità degli stupratori, in quanto sono tutti uomini; dichiarazione non lungimirante, visto che è stata strumentalizzata in chiave xenofoba dall’estrema destra.</p>



<p>A questo tipo di reati si aggiunge la criminalità in quelle periferie trasformate sempre più in banlieu parigine. Le cronache dei giornali parlano chiaro: fra il 2011 e il 2016 sono stati registrati 54 scontri armati fra bande criminali, con decine di sparatorie, mentre nel solo 2017 sarebbero almeno 300 gli scontri con armi da fuoco fra gang rivali. Il governo londinese, sulla pagina web dedicata ai consigli di viaggio per i cittadini britannici, ha addirittura segnalato diverse città svedesi, come Malmö e Goteborg, come pericolose – guarda caso città dove Sd ha preso alte percentuali alle elezioni (12).</p>



<p>Il prof. Henrik Emilsson, ricercatore sull’immigrazione all’Università di Malmö, intervistato nel marzo 2017 dal New York Times, rivela che “gli autori di scontri e violenze nei sobborghi so-no spesso figli di immigrati e persone che sono arrivate nel Paese quando erano giovani” (13). Dunque immigrati di seconda generazione, la cui condizione sancisce il fallimento del modello di accoglienza svedese. Nelle periferie di Malmö il tasso di disoccupazione è al 40%, contro l’1% di altre zone; la disperazione e l’esclusione sociale spinge molti ragazzi verso aggregazioni criminali, e in diversi casi alla radicalizzazione religiosa, lì dove il ramo wahabita dell’Islam pare fare presa – tant’è che in questi sobborghi sono più numerose le donne velate di quelle vestite all’occidentale, e sembra che le forze dell’ordine abbiano difficoltà a entrare.</p>



<p>Giova ben poco, in conclusione, puntare il dito parlando di populismo, razzismo, xenofobia ecc. “La ragione per cui la sinistra non vede le richieste di protezione del popolo” scrive il già citato Luca Ricolfi (14) “è semplicemente che quello non è più il suo popolo. La sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via (quella di Anthony Giddens, guru di Tony Blair e del centrosinistra europeo, da Prodi a Schroeder,&nbsp;<em>n.d.a.</em>) non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa [&#8230;] è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale, al cui centro non vi sono più né operai, né ceti deboli, né i cosiddetti ultimi”, ma una nuova&nbsp;<em>costituency</em>&nbsp;della sinistra, cioè “i ceti medi riflessivi, come ebbe a battezzarli lo storico Paul Ginsborg [&#8230;] gli strati forti del sistema sociale, quanti cioè posseggono le risorse materiali per poter esperire la globalizzazione come un’opportunità, e le risorse culturali per poter apprezzare i valori della sinistra [&#8230;]</p>



<p>&#8220;Con milioni di persone che avevano perso il loro lavoro, con quartieri divenuti invivibili per la presenza massiccia di immigrati, con servizi sociali sempre più contesi fra nativi e stranieri, con città e aeroporti presi di mira dal terrorismo islamico, l’attardarsi della cultura progressista sui problemi postmoderni dei raffinati ceti urbani, dai matrimoni gay al linguaggio sessista, dalle quote rosa all’ambiente, è parsa a molti, prima ancora che offensiva, del tutto fuori dalla realtà”. E anche in Svezia, la destra è cresciuta nei consensi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Luca Ricolfi,<em>&nbsp;Sinistra e popolo. Il conflitto nell’era dei populismi</em>, Longanesi, 2017. Gli altri due periodi dell’età del populismo sono “la fase della proliferazione” (1984-2008), con la Lega Lombarda di Umberto Bossi nel 1987, il clamoroso ballottaggio in Francia nel 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, e infine “la fase di sfondamento” (2008-2016), quando i partiti populisti sono arrivati ad avere consensi tra il 10 e persino il 20%</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. M.L. Andriola,<em>&nbsp;<a href="https://www.rivistapaginauno.it/grecia-e-alba-dorata-la-svastica-sul-partenone-una-nuova-o-una-vecchia-destra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Grecia e Alba Dorata: la svastica sul Partenone. Una nuova o una vecchia destra?</a></em>, Paginauno n. 52/2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) Per i dati cfr. il sito ufficiale&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.centerpartiet.se/" target="_blank">http://www.centerpartiet.se/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Per i dati cfr. il sito ufficiale&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.kristdemokraterna.se/" target="_blank">http://www.kristdemokraterna.se/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Per i dati cfr. il sito ufficiale&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.liberalerna.se/" target="_blank">http://www.liberalerna.se/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Mi riferisco alla nascita, in Francia e in Germania, di formazioni o associazioni socialiste o neo-comuniste di matrice sì internazionalista ma al contempo euroscettica e patriottica, favorevoli a un rafforzamento del welfare state, alla governance del fenomeno migratorio – senza l’aspetto xenofobo della destra populista, ma favorendo l’integrazione degli immigrati, curando alla radice le cause delle migrazioni degli ultimi anni – e all’uscita dall’eurozona, proponendo come alternativa un’unione intergovernativa di Stati-nazione costituzionalmente sovrani; una sinistra che ragiona su un cambio radicale dei paradigmi geopolitici oltre che economici, allentando i rapporti con gli Usa e intessendo relazioni economiche e diplomatiche più strette con Paesi come i Brics. Soggetti politici come Die Linke in Germania, con Sahra Wagenknecht, o France insoumise di Jean-Luc Mélenchon in Francia, attaccati dai mass media – e da alcune parti della sinistra – con l’epiteto dispregiativo di ‘rosso-bruni’, ‘sinistra nazionale’ o ‘sinistra nazional-populista’</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr.&nbsp;<em>Gentrification Stoccolma: il declino dello stato sociale</em>, I Diavoli, 14 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">8) Tutti i dati e le citazioni sono prese dall’articolo&nbsp;<em>Svezia, il boom dei migranti mette in crisi il welfare nordico</em>, n. f., Repubblica, i maggio 2017</p>



<p class="has-small-font-size">9) Mauro Indelicato,<em>&nbsp;Il fallimento del modello svedese</em>, Occhi della guerra, 25 febbraio 2017</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr.&nbsp;<em>Brå, Kriminalstatistik 2017</em>, gennaio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Joakim P Jonasson,&nbsp;<em>Sexualbrottslighet bland män födda i Sverige och i utlandet</em>, 23 ottobre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) Aa.Vv.,<em>&nbsp;Il pensiero armato. Idee shock per una cultura dell’azione</em>, Roma, Edizioni Quattrocinqueuno, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. C.A. Mauceri,<em>&nbsp;Senza fine l’ondata di criminalità in Svezia</em>, Notiziegeopolitiche.net. 24 gennaio 2018; qui la pagina del governo britannico che segnala la Svezia come “meta pericolosa”:&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.gov.uk/foreign-travel-advice/sweden/safety-and-security" target="_blank">http://www.gov.uk/foreign-travel-advice/sweden/safety-and-security</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Vikas Bajaj,<em>&nbsp;Are Immigrants Causing a Swedish Crime Wave?</em>, The New York Times, 2 marzo 2017</p>



<p class="has-small-font-size">14) L. Ricolfi, op. cit.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>De Benoist e la Fondazione Feltrinelli: cronaca di un mancato pensiero di sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/de-benoist-e-la-fondazione-feltrinelli-cronaca-di-un-mancato-pensiero-di-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 19:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[De Benoist]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=192</guid>

					<description><![CDATA[What is Left/What is Right: De Benoist e la povertà intellettuale di una sinistra che ricorre alla censura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-58-giugno-settembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 58, giugno &#8211; settembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>What is Left/What is Right: De Benoist e la povertà intellettuale di una sinistra che ricorre alla censura</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Doveva essere una serata dedicata al confronto culturale e politico, ma le ragioni elettorali sono prevalse. Il protagonista della vicenda è noto ai lettori di Paginauno, ovvero il filosofo e teorico della nouvelle droite Alain de Benoist, invitato dalla Fondazione Feltrinelli il 13 febbraio scorso per un dibattito con lo studioso Piero Ignazi, politologo bolognese autore di diversi studi sulla cultura e la politica di destra, e la moderazione affidata al giornalista Gad Lerner. L’evento è stato invece cancellato – per essere riproposto successivamente – a seguito delle proteste di alcuni accademici schierati a sinistra, che hanno reputato sbagliata la scelta di far parlare un intellettuale da loro considerato “neofascista”.</p>



<p>Il dibattito, parte di una serie di conferenze indette dalla Fondazione dal tema What is Left/What is Right, nato con l’intento accademico di “comprendere e definire il futuro di sinistra e destra nel XXI secolo”, come riporta il sito della Fondazione stessa, era stato preceduto il 30 gennaio con l’invito, compartecipi le stesse personalità – Ignazi e Lerner – di Florian Philippot, europarlamentare francese eletto nelle file del Front national, ex direttore della campagna elettorale di Marine Le Pen, fra i fautori della dédiabolisation del partito populista francese e, dopo la rottura con la casa madre – per una storia di conflitti d’interesse – animatore del movimento Les Patriotes, che lo stesso Philippot definisce ai microfoni della Fondazione come “non identitario, non nazionalista e profondamente repubblicano”, anche se propone un forte controllo dell’immigrazione e ha come obiettivo la Frexit, cioè la rottura della Francia con l’Unione europea e i suoi diktat.</p>



<p>È bastato fare il nome di Philippot per scatenare reazioni. Come dirà poi Lerner nell’introdurre il dibattito, la casella email della Fondazione è stata letteralmente bombardata da lettere di protesta di cittadini che criticavano la presenza di un “fascista” in quello che è notoriamente un centro di ricerca connotato a sinistra, visto il corposo archivio del movimento operaio e dei partiti socialisti, comunisti e della sinistra extraparlamentare. È sembrato che la Fondazione avesse dato troppo spazio a due figure di destra a scapito della sinistra, senza alcun contraddittorio; cosa non esatta.</p>



<p>Le prime polemiche contro Philippot sono poi esplose contro Alain de Benoist. L’evento del 13 febbraio infatti, dopo i fatti di Macerata e a poche settimane dalle elezioni politiche del 4 marzo, nel bel mezzo di una campagna elettorale che è stata connotata anche, spesso strumentalmente, dallo scontro fascismo/antifascismo, viene quindi cancellato per non lasciare spazio di tribuna all’uomo simbolo della destra culturale anti-globalista francese. La lettera degli studiosi antifascisti, partita da una raccolta firme apparsa su change.org e ripresa dal blog collettivo Lavoro Culturale e dalla sezione blog di Mediapart, giornale online di informazione indipendente, porta il titolo polemico What has been left?, ovvero: “Cos’è stata la sinistra?”.</p>



<p>Il verbo, volutamente al passato, accusa la Fondazione: “Vi impegnate per democrazia e antifascismo, ma siamo indignati per la vostra cecità politica. Fare parlare due esponenti dell’estrema destra aggiunge solo altra confusione e legittima la loro strategia di de-demonizzazione”. “Anche noi facciamo ricerca”, spiegano gli accademici, “e proprio in virtù dei nostri lavori, non possiamo che essere indignate e indignati dalla vostra cecità politica”. “Proprio perché studiamo l’estrema destra siamo sorprese e sorpresi nel vedere che la vostra Fondazione, di cui apprezziamo l’impegno per la democrazia e l’antifascismo, ha invitato due noti rappresentanti dell’estrema destra francese, quali Alain de Benoist e Florian Philippot, a intervenire in un ciclo di conferenze su cosa significhi destra e sinistra.</p>



<p>Un ciclo di conferenze inserito, peraltro, all’interno di un percorso ideato perché gli elettori si orientino in vista delle elezioni politiche del 4 marzo”. Secondo gli studiosi, “ad accomunare attori molto diversi come de Benoist e Philippot è il ‘nativismo’, una visione del mondo secondo la quale gli Stati dovrebbero essere abitati solo da ‘nativi’ e, dunque, ogni persona (o idea) diversa sarebbe problematica per la sopravvivenza delle comunità nazionali. Una visione così omogenea ed escludente della società è in contraddizione con il pluralismo che caratterizza la democrazia”.</p>



<p>Inoltre, “le ricerche scientifiche sul Front national mostrano come la de-demonizzazione del partito guidato oggi da Marine Le Pen sia una strategia di comunicazione politica, non un lavoro di rottura ideologica rispetto alle posizioni di Jean-Marie Le Pen. Fare intervenire Philippot significa chiaramente contribuire, anche involontariamente, a questa strategia di normalizzazione. Neanche la nuova formazione di Philippot, Les Patriotes, si allontana da questo ragionamento, come chiaramente dimostrato nell’articolo a sua firma pubblicato sul vostro sito. Sostituire, infatti, la dicotomia politica tra destra e sinistra con un lessico che vede contrapposti ‘patrioti’ e ‘mondialisti’ ne è esempio emblematico: Ni droite, ni gauche: Français! è stato a lungo uno slogan di Jean-Marie Le Pen e Samuel Maréchal” (1).</p>



<p>Messa così sembra che la Fondazione si sia limitata a dare il microfono ai due personaggi, senza contraddittorio, mentre a entrambi i dibattiti era prevista la presenza di Gad Lerner, da sempre vicino alla sinistra liberal e autore di un endorsement a favore di +Europa, una delle formazioni maggiormente europeiste e neoliberiste tra quelle che si sono presentate alle ultime elezioni, e con de Benoist doveva dialogare anche il prof. Piero Ignazi, studioso dei movimenti di estrema destra e certamente non di simpatie destrorse.</p>



<p>Inoltre, a guardare il calendario degli incontri, la Fondazione ha dato spazio a personalità di un certo spessore ascrivibili alla sinistra, come Paul Mason, giornalista economico inglese, scrittore e autore del saggio Postcapitalismo, intellettuale di riferimento del nuovo Labour Party di Jeremy Corbyn, restauratore di una linea socialista nello storico partito della sinistra inglese e critico verso la degenerazione liberal e mercatista impressa precedentemente da Tony Blair, e Yanis Varoufakis, economista ed ex ministro delle finanze greco del governo Tsipras, in un confronto con l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.</p>



<p>In una lettera, il segretario generale della Fondazione ha risposto agli accademici sottolineando che “fa parte dello scopo che abbiamo dato alla nostra istituzione, e in realtà appartiene a pieno titolo alla nostra cultura, la promozione di un confronto plurale e la creazione di uno spazio che non assecondi una tesi ma si impegni nella promozione della conoscenza e dell’informazione utili per promuovere capacità critica. Rispettiamo la vostra posizione ma riteniamo che la peculiarità del nostro ruolo, in Italia e in Europa, sia proprio quello di contribuire a fondare la società del futuro, da una parte esaltando le radici dell’antifascismo, che trovano ampio spazio nei nostri archivi e nelle nostre ricerche, ma dall’altra anche promuovendo l’incontro di opinioni diverse e l’ascolto delle ragioni degli avversari, che di un contesto propriamente democratico sono il fondamento” (2).</p>



<p>“Non avevo alcuna intenzione di immischiarmi nella campagna elettorale italiana”, ha ribattuto Alain de Benoist all’email della Fondazione Feltrinelli. “Mi sembra che lei abbia ceduto alle pressioni della piccola bolla che fomenta l’odio che vi ha indirizzato una grottesca ‘lettera aperta’ e intimato di non darmi la parola. Peccato”. “Non ho chiesto di essere invitato a questa conferenza. La Fondazione Feltrinelli mi ha contattato la scorsa estate per invitarmi. Mi dissero che volevano organizzare un ciclo di conferenze sulla questione Destra-Sinistra. Era l’argomento di uno dei miei ultimi libri, che è anche stato tradotto in italiano: Populismo. La fine della destra e della sinistra (Arianna, Bologna, 2017).</p>



<p>&#8220;Ho accettato l’invito, che poi è stato confermato più volte lo scorso gennaio. Pochi giorni fa, ho sentito parlare di una ‘lettera aperta’ alla Fondazione Feltrinelli nella quale si diceva, per ragioni non chiare, che questo invito era in qualche modo scandaloso e si chiedeva di cancellare l’annunciata discussione. Questa lettera è stata firmata da italiani di cui non ho mai sentito parlare e da quattro o cinque studiosi francesi completamente sconosciuti, a eccezione di Eric Fassin, un sostenitore estremista dell’ideologia gender, lo stesso Eric Fassin che qualche mese fa aveva dibattuto con me abbastanza normalmente alla radio pubblica France-Culture”.</p>



<p>“Secondo me (la proposta di censura, n.d.a.) non è solo incredibilmente intollerante e pieno di odio, ma anche estremamente stupido. Prova ad attribuirmi tesi che non sono mai state le mie, e prova a stabilire una connessione tra me e Florian Philippot, che non ho mai incontrato una sola volta in tutta la mia vita (in 45 anni inoltre non ho mai votato per il Front national)” (3).</p>



<p>Secondo il teorico della nouvelle droite, i firmatari dell’appello non hanno mai veramente letto nulla dei suoi testi, fermandosi forse ai primi saggi, scritti nei tardi anni Sessanta, quando, di fatto, de Benoist era legato alla destra radicale francese. Ma come veniva ribadito in un’intervista rilasciata a Michel Marmin e pubblicata nel 1985 su Eléments, l’organo del Grece, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne, l’associazione che elabora in Francia il discorso metapolitico della nouvelle droite, ogni approccio pertinente lo studio di tale corrente filosofica – come di tutti i pensieri – esige assolutamente una periodizzazione, dato che considerare tutti i lavori a essa riconducibili come “‘contemporanei’ […] rende il fenomeno letteralmente incomprensibile” (4).</p>



<p>È ciò che è stato fatto in questa rubrica dal dicembre 2012, quando è nata, e nel mio saggio uscito per i tipi di Paginauno nel 2014, La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist, e non certo per promuovere il pensiero della nouvelle droite, superfluo dirlo, ma perché un dibattito politico e culturale si basa sulla conoscenza e sul confronto delle visioni contrapposte.</p>



<p>Oltretutto, si toglie il microfono a de Benoist – per poi ridarglielo il 6 aprile, dopo le elezioni, sempre accanto al prof. Ignazi e a Gad Lerner – ma, come evidenzia Stefano G. Azzarà nel blog Materialismo Storico, non lo si sottrae alla sinistra liberale: “I firmatari si indignano per la presenza alla Fondazione Feltrinelli di de Benoist e Philippot. Ma cosa avrebbero e hanno avuto da dire a proposito dei numerosi incontri ai quali la medesima Fondazione ha invitato esponenti liberal statunitensi o europei, personaggi che hanno sostenuto e sostengono quel progetto di ricolonizzazione del mondo che passa per le infinite guerre Nato e Usa degli ultimi decenni? Sono autori e professori che rappresentano una destra diversa, perché universalista-immediatista, ma certamente non meno pericolosa di quella particolarista, comunitarista o eurasiatista; anzi in questa fase forse più pericolosa perché assai più efficace.</p>



<p>Eppure, nessuno ha mai protestato per la loro presenza in Italia, forse in omaggio a quel defunto paradigma unitario antifascista che però proprio i liberali hanno per primi revisionato e al quale occorrerebbe oggi contrapporre un autonomo revisionismo di sinistra. È giusto allora criticare de Benoist e al limite – in caso di stato d’eccezione – anche impedirne le conferenze. Ma solo se hai già contestato e cacciato, per dire, Berman o Walzer.</p>



<p>Questa sarebbe vera lotta culturale: altrimenti siamo al consueto facile sguardo occidentocentrico che rimuove la sorte di tutti coloro che non risiedono o non sbarcano sul Sacro Suolo delle Libertà. A parte alcuni nomi, sembra la tipica operazione della polizia morale a convenienza degli intellettuali ‘di sinistra’, con in prima fila i veri rossobruni del Manifesto (diritti civili + bombe Nato) impegnati nella loro eterna polemica contro i rozzobruni” (5).</p>



<p>Fermo restando infatti che il comunitarismo debenoistiano, pur non essendo più “nativista” – accusa alla nouvelle droite che poteva reggere negli anni Settanta – ha nell’attuale “differenzialismo” il rischio concreto di promuovere esclusione e separatismo fra allogeni e autoctoni, dall’altra parte l’universalismo, forte nell’attuale sinistra, porta avanti un processo di uniformizzazione economica e culturale in senso capitalista e liberale. Entrambe le posizioni, da un punto di vista culturale, sono figlie della crisi del 1989, della fine delle ‘grandi narrazioni’, della filosofia postmoderna, della “modernità liquida” di Zygmunt Bauman, della forma-mentis della “perenne contemporaneità”.</p>



<p>Secondo Azzarà, la categoria del postmoderno ha accompagnato, negli ultimi lustri, una “sconfitta organica di sistema che va dal politico all’economico sino all’immaginario”. Una sconfitta che ha coinvolto persino il linguaggio, come mostra la trasformazione “di due termini centrali del nostro lessico politico, quali quello di ‘democrazia’ (svuotata di ogni contenuto economico-sociale egualitario e di ogni riferimento alla partecipazione attiva dei gruppi sociali e ridotta a un formalistico rito elettorale) o di ‘riforme’ (un termine che significa oggi l’esatto opposto di ciò che significava in origine e cioè non redistribuzione ma accentramento delle risorse a esclusivo favore dei ceti dominanti)” (6).</p>



<p>È quella che i politologi liberali dei primi anni Novanta, come Francis Fukuyama, hanno descritto come The End of History, la fine della storia, che approdata al suo fine, il trionfo del pensiero liberale sulle altre grandi narrazioni, sia quella fascista che la comunista, perde ogni altra finalità. In risposta però si sviluppano nuove dicotomie, nuove conflittualità, nuove narrazioni. Ed è così che a destra abbiamo le “nuove sintesi” elaborate dalla nouvelle droite (Marco Revelli, in uno studio sul neodestrismo del 1984, compara lo sviluppo di tale scuola in Francia e in Italia in corrispondenza con la crisi della rappresentanza e lo sviluppo del postfordismo) (7), che non rinnegano le vecchie idee moderne ma tengono testa a quella postmoderna, animando una contro-narrazione che ha l’obiettivo di diventare egemonica.</p>



<p>Il problema è che di fatto, al momento, l’obiettivo l’ha raggiunto, perché al contrario la sinistra mainstream – diversa è la realtà della rete, dove circola un’elaborazione teorica – non rappresenta da tempo una posizione critica rispetto al presente, e infatti non è in grado politicamente e culturalmente di contrastare una destra populista e reazionaria oggi capace di penetrare fra i ceti popolari, come hanno dimostrato anche in Italia le ultime elezioni. E non è certo rifiutando di confrontarsi con de Benoist e le sue posizioni su sovranità, democrazia, multipolarismo, geopolitica, immigrazione, sociobiologia… che l’intellighenzia di sinistra riuscirà a sviluppare nuovamente un pensiero che possa dare una risposta alla deriva neoliberista e alla crescita delle disuguaglianze prodotta dai processi di globalizzazione del Capitale; un pensiero che sia di sinistra, e non liberale, né di destra.</p>



<p class="has-small-font-size">1) What has been left? Lettera aperta alla Fondazione Feltrinelli, in <a href="https://www.change.org/p/what-has-been-left-lettera-aperta-alla-fondazione-feltrinelli" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.change.org/p/what-has-been-left-lettera-aperta-alla-fondazione-feltrinelli</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) S. Cafasso, Fondazione Feltrinelli chiude all’ideologo della nouvelle droite, Lettera 43, 5 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) M. Scaglia, Le idee fanno paura. Alain de Benoist al Foglio: “La Fondazione Feltrinelli ha ceduto a chi fomenta l’odio”, Barbadillo, 8 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) M. Marmin, Vers nouvelle convergences. Entratien avec Alain de Benoist, in Elément n. 56, inverno 1985</p>



<p class="has-small-font-size">5) S. G. Azzarà, De Benoist, Walzer, gli intellettuali di sinistra e la lotta culturale: un appello sbagliato e un contro-appello che non lo è di meno, Materialismo storico, 10 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">6) S. G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur 2014, p. 301</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. M. Revelli, “La nuova destra”, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, 1984, pp. 118-214 e D. Cofrancesco, “La nuova destra dinanzi al fascismo”, in Aa.Vv., Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta, Istituto storico della Resistenza, Cuneo 1983, pp. 75-113</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>CasaPound: le radici politico-culturali e le ragioni dell&#8217;ascesa</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/casapound-le-radici-politico-culturali-e-le-ragioni-dellascesa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 08:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[casapound]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
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					<description><![CDATA[Fra ‘tecnoribellione’, Università d’Estate e occupazioni, i ‘fascisti del terzo millennio’]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Fra ‘tecnoribellione’, Università d’Estate e occupazioni, i ‘fascisti del terzo millennio’</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’autunno 2017 e l’inverno del 2018 verranno ricordati per l’ascesa elettorale di CasaPound Italia (CPI), e la ‘scoperta’, per la sovraesposizione mediatica, di un movimento che si sta radicando nelle periferie, della cosiddetta&nbsp;<em>onda nera</em>. CPI potrebbe riuscire a entrare in Parlamento, e il desiderio di autosdoganarsi ha spinto i ‘fascisti del terzo millennio’ a invitare il 29 settembre scorso, nella sede occupata romana di via Napoleone III, due giornalisti come Enrico Mentana e Corrado Formigli, che hanno entrambi presenziato a un confronto col vicepresidente Simone Di Stefano.</p>



<p>L’organo di stampa di CasaPound,&nbsp;<em>Il Primato Nazionale</em>, riferiva, in relazione all’incontro con Mentana, che “a CasaPound nessuno ha paura della discussione politica”, descrivendo l’iniziativa come qualcosa che non ha “niente a che vedere con la solita aria fritta, nulla a che fare con qualche soporifero talk show” (1).</p>



<p>Secondo diversi osservatori però è avvenuto un ulteriore sdoganamento, nonostante la cosa sia stata negata da Mentana, dato che “se un movimento partecipa con proprie liste alle elezioni è la democrazia che lo legittima”; esisterebbe invece “un pregiudizio” sui “fascisti del terzo millennio”, ma ora è stato fatto un bel “pezzo di strada”, posizione ribadita anche da Formigli, conduttore di&nbsp;<em>Piazzapulita</em>, talk show de La7, secondo cui “quest’aurea di censura e di illegalità che vi circonda [è] fuori luogo”, perché da un lato CPI è “esattamente dentro il gioco istituzionale, dentro il gioco democratico” mentre dall’altro “il confronto democratico è il sale delle nostra civiltà” e “incontrarsi serve a superare i pregiudizi”; e pur condannando “alcuni episodi di violenza che sono insopportabili e contrastano il vostro percorso verso l’inserimento in una democrazia”, CPI è considerata “una forza di cui” Formigli respinge “l’idea del mondo, che però ha diritto di esistere”; rimarcando tuttavia un discrimine con “altre forze di estrema destra di cui non faccio il nome” che, come spiegava Mentana, ancora “utilizzano metodi e situazioni che riportano indietro le lancette” – il riferimento è a Forza Nuova e all’area skinheads, i cui riflettori della stampa si sono accesi su alcuni episodi incresciosi, come l’irruzione degli skinhead nella sede di Como di&nbsp;<em>Senza Frontiere</em>&nbsp;e il blitz forzanovista di fronte al quotidiano<em>&nbsp;la Repubblica</em>.</p>



<p>Ha colpito inoltre l’affermazione di CPI a Ostia per il rinnovo del X Municipio della capitale, composto da quasi 230 mila abitanti, dove la formazione neofascista ha preso il 9%. “Grazie a tutti coloro che ci hanno votato: a quelli che lo hanno fatto perché ci hanno visto ogni giorno al loro fianco nelle strade e nelle piazze di Ostia, e a quelli che hanno avuto il coraggio di pensare con la propria testa e la capacità di non farsi ipnotizzare dalle velenose sirene dei media. Questo non è un punto di arrivo ma è una nuova partenza e il prossimo stop, ne siamo certi, sarà Montecitorio”.</p>



<p>Queste le prime dichiarazioni a caldo del candidato di CasaPound, Luca Marsella. “Il 9% è un risultato eclatante frutto del radicamento e dell’impegno costante sul territorio, festeggiamo una vittoria di popolo”; “Da Nuova al Villaggio San Giorgio di Acilia arrivano i risultati migliori: doppiato il Pd e superato il centrodestra. Qui CasaPound è l’unico movimento presente e che difende gli italiani e non poteva essere altrimenti. Aiutiamo 250 famiglie con la raccolta alimentare, difendiamo anziani e disabili dagli sfratti, siamo diventati un vero e proprio sindacato del popolo” (2).</p>



<p>Parliamo di un pezzo di Roma distante 20 chilometri dall’Eur, che fu il lido dei romani per tanti anni, reso famoso per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, morto sull’idroscalo oltre quarant’anni anni fa. Motivo? “Del fasto di un tempo – sottolinea Adnkronos – rimane solo il ricordo sbiadito sui muri dei palazzi anni ’20. Avanzano il degrado e l’incuria. In un territorio sospeso che porta le cicatrici degli abusi, il dramma del racket con gli stabilimenti dati alle fiamme” (3).</p>



<p>Il municipio, simbolo di&nbsp;<em>Mafia Capitale</em>&nbsp;per i numerosi arresti e per il commissariamento, è letteralmente un punto zero politico ma soprattutto sociale: “A Ostia abbiamo ottenuto una vittoria senza precedenti che ci proietta diritti in Parlamento” dice Di Stefano. “CPI si è piazzata quarta forza in campo dopo M5s, centrodestra e Pd, e arrivando a toccare punte anche del 20% nei quartieri popolari, da tempo abbandonati dalla politica di tutti gli schieramenti” spiega il Corriere della Sera. A&nbsp;<em>Origami</em>, settimanale culturale de La Stampa, al giornalista Ilario Lombardo, De Stefano dichiara: “A Lucca abbiamo preso l’8% ed eletto due consiglieri. Entreremo in Parlamento, ne siamo certi. Se non sarà ora, sarà tra cinque anni». Certo, l’aggressione al giornalista di Nemo da parte di Roberto Spada, “personaggio piuttosto noto sul litorale, già balzato agli onori delle cronache per avere aperto una palestra completamente abusiva a Ostia, uno dei maggiori esponenti della famiglia Spada che, sul litorale, gestisce affari e rapporti [&#8230;] [coi] Casamonica”, noti gangster sinti, non ha giovato all’immagine dei fascisti del terzo millennio. Spada infatti, appartiene a “una famiglia Sinti italiana, coinvolta nell’inchiesta&nbsp;<em>Sub Urbe</em>&nbsp;che nell’aprile del 2016 portò all’arresto di dieci componenti di un vero e proprio clan criminale, come ha scritto il Gip di Roma Anna Maria Fattori, che si è fatto largo sul litorale tra minacce, tradimenti, «stanze delle torture» e pestaggi, «sostituendo il potere già detenuto dalla famiglia Fasciani con la quale era alleata e prendendo possesso delle case popolari di gran parte di Ostia Ponente»” (4).</p>



<p>Spada è stato ritratto in foto col candidato di CasaPound, immagini girate sui social network e che hanno confermato quanto detto da Alessandro Ambrosini – giornalista ed editore del noto web magazine www.nottecriminale.it, con un passato nel Fronte della gioventù missino – a RaiNews24: citando Mafia Capitale e le dichiarazioni intercettate di Ermanno Buzzi (“Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”), Ambrosini ha dichiarato che vi è sempre stato, specie in alcune realtà come Roma, a partire dagli anni Settanta, un legame fra certi ambienti del crimine organizzato locale e alcuni settori del radicalismo di destra, dalla banda della Magliana in poi, settori criminali che arrivano a gestire i flussi migratori ai danni degli immigrati, portando poi la destra a una certa reticenza nel denunciare certi legami, creando invece facili capri espiatori (5).</p>



<p>Ma a questo punto una domanda è d’obbligo: da dove viene questa ascesa? Cercheremo di capirlo analizzando la storia di CasaPound, o meglio, le sue radici politico-culturali, scoprendo le sue strategie politiche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fra ‘tecnoribellione’, Università d’Estate e occupazioni: le origini del ‘fascismo del terzo millennio’</h4>



<p>“La notte del 26 dicembre 2003 un gruppo di militanti della destra radicale romana, guidati da Gianluca Iannone, il popolare leader della band Zetazeroalfa, guida l’occupazione di un palazzo pubblico abbandonato all’Esquilino, alle spalle della stazione Termini. Gli attivisti conducono da un anno e mezzo l’esperienza di Casa Montag, un ‘centro sociale’ aperto nel luglio 2002 all’estrema periferia, sulla Tiberina, dedito ad attività culturali. Con CasaPound il movimento delle occupazioni non conformi evolve verso un più diretto impegno sociale e politico. In pochi mesi si succedono i tentativi di occupazione delle varie Casa Italia (ai Parioli, al Torrino, a Monti), per affrontare il dramma dei senzatetto, tutte stroncate rapidamente dagli sgomberi polizieschi” (6).</p>



<p>Così, descrivendo l’occupazione di via Napoleone III del 2003, Ugo Maria Tassinari, noto giornalista e blogger di sinistra che studia da oltre trent’anni la fascisteria italiana, racconta la nascita ufficiale di CasaPound. Il gruppo parla di diritto al “mutuo sociale” contro gli arricchimenti di finanziarie, banche e immobiliari, e rifacendosi al poeta americano Ezra Pound, infatuatosi di Mussolini e critico verso lo strapotere di banche e della finanza e che arrivò ad aderire alla Rsi, spiega che il fitto è usura, mentre il possesso della casa un diritto naturale, come spiegato da Simone di Stefano e Flavio Nardi a Tassinari nel documentario&nbsp;<em>I colori del nero</em>&nbsp;(Immaginapoli, 2004). Anche lo stemma, la tartaruga stilizzata, un animale che la casa se la porta appresso per tutta la vita, è il simbolo di questa idea, che fu travasata nel programma elettorale della lista La Destra–Fiamma tricolore nel 2006, quando CPI si presentò con la candidata Daniela Santanchè, come parte della componente proveniente dal Ms-Fiamma tricolore.</p>



<p>Ma per capire le origini dei ‘fascisti del III millennio’, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, all’8 settembre 1991 – una data storica per la fascisteria, che corrisponde all’armistizio del 1943 proclamato dal maresciallo Pietro Badoglio, portando alla nascita della Rsi e all’occupazione dell’Italia da parte dei nazisti – quando inizia la storia dei&nbsp;<em>tecnoribelli</em>&nbsp;di Meridiano Zero: “una fucina di talenti ed evidente fonte di ispirazione della più innovativa esperienza nel decennio successivo, CasaPound” (7), una vicenda breve e intensa, consumatasi in meno di due anni, con il gruppo che si autodissolve alla vigilia dell’entrata in vigore della legge Mancino.</p>



<p>Creato da Rainaldo Graziani, figlio dell’animatore del Movimento politico Ordine nuovo, Clemente Graziani, creatore del piccolo centro culturale Leonardo collegato a una omonima libreria radicata nella zona sudorientale di Roma, Graziani jr. diventa alla fine degli anni ’80 il punto di contatto di Gabriele Adinolfi, il leader di Terza posizione (Tp), esule in Francia dopo la strage di Bologna e oggi riferimento di CasaPound. Questi affiderà a Graziani jr.&nbsp;<em>Orientamenti e Ricerche</em>, organo del “Centro Studi ed Iniziative Metapolitiche Orientamenti &amp; Ricerca” (8), creato a Parigi nel 1983, una rivista che rappresenta la continuità ideologica del gruppo dirigente all’estero di Tp e riferimento di quel terzaposizionismo d’Oltralpe (il movimento Troisiéme voie, che oggi è rinato gemellandosi a CasaPound) che guarda un po’ alle ‘terze vie’ fasciste e un po’ al trasversalismo “né destra né sinistra” della nouvelle droite.</p>



<p>Graziani inoltre, negli anni Ottanta, è in ottimi rapporti con Gianni Alemanno, all’epoca segretario nazionale del Fronte della gioventù (Fdg) in quota rautiana (poi genero di Pino Rauti, in quel momento segretario del Msi) (9), e gli affida la scuola quadri per i militanti romani del Fdg, iniziativa che si conclude quando Fini riconquista il partito, anche per fratture determinatesi nella galassia giovanile missina (Fdg e Fuan) dopo la decisione del Msi di appoggiare l’intervento americano in Iraq. A quel punto Graziani ne esce, tirandosi dietro vari giovani camerati ‘puri e duri’ (è il periodo del boom del Movimento Politico Occidentale di Maurizio Boccacci, parte del network skinhead che muove i primi passi, e che si contende con Graziani jr. i giovani neofascisti), tutti “contrari alla manipolazione genetica, in difesa di tutto ciò che è naturale, contro lo sviluppo tecnologico selvaggio”, in rottura con le ‘gabbie del Novecento’, visto che “il neofascismo commemorativo ci è estraneo. Il fascismo e il nazismo ci interessano come fasi storiche rappresentative di valori etici, ma noi ci occupiamo del futuro: siamo solo un gruppo di giovani non omologati alla massa” (10).</p>



<p>Andranno ad animare Meridiano Zero e vari circoli culturali (come l’Associazione di cultura tradizionale&nbsp;<em>La Vandea</em>, a Roma, a Montesacro, che pubblica un bollettino usato per chiedere autorizzazioni per i cortei; il Coordinamento degli studenti medi-Meridiano zero, Studenti indipendenti per un movimento unitario, che presenta una lista nelle elezioni scolastiche in vari licei romani, e infine TNT Studenti e dinamite, che pubblica il bollettino<em>&nbsp;Mr. Tuttle</em>), per radicarsi fra i giovani.</p>



<p>Base ideologica di Meridiano Zero e della rivista Orientamenti e Ricerche è il pensiero del rivoluzionario-conservatore tedesco Ernst Jünger nel<em>&nbsp;Trattato del Ribelle</em>, dove per sopravvivere alla fagocitante transizione, l’evoluzione dell’<em>anarca</em>&nbsp;partigiano (diverso dal delinquente perché – chiariva Jünger – più che spezzare la legge, vorrebbe cambiarla) deve incarnarsi nell’originale figura del Ribelle, “il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto”, braccato da mondialismo e globalizzazione, ma capace di lottare, spingendosi dalla ‘piccola guerra santa’ al traghettamento, per riappropriarsi delle ‘libertà naturali’ compresse da un pervadente sistema tirannico, elusa la trappola del voto elettorale.</p>



<p>Ogni forma di resistenza disinteressata, anche individuale, avrebbe spinto l’anarca jüngheriano, il vero Ribelle (figura celebrata da tutta la destra anticonformista, da quella radicale a quella ‘nuova’), a “passare al bosco”, a entrare in clandestinità, operare sul territorio, sostenuto dalle comunità residenti, come guerrigliero: “Per quel che riguarda il luogo – spiega Jünger –, il bosco è dappertutto: in zone disabitate e nelle città, dove il Ribelle vive nascosto oppure si maschera dietro il paravento di una professione. Il bosco è nel deserto, il bosco è nella macchia. Il bosco è in patria e in ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza. Ma soprattutto il bosco è nelle retrovie del nemico stesso. Il Ribelle non si lascia abbagliare dall’illusione ottica che vede in ogni aggressore un nemico della patria.</p>



<p>Egli conosce bene i campi di lavoro forzato, i nascondigli degli oppressi, le minoranze in attesa che scocchi l’ora fatale. [&#8230;] Il Ribelle organizza la rete di informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione” (11). La ‘fuga’ è un mezzo per praticare l’ascesi, un’autorealizzazione per “la formazione di uomini nuovi”. Il nemico numero uno è “il potere tecnocratico [che] vuole uccidere l’uomo, profanando il mondo, rendendo artificiale l’esistenza, arrestando il corso della storia, sopprimendo ogni forma di cultura, cancellando ogni senso di appartenenza, ogni etnia, ogni nazionalità. Utilizzando gli strumenti offerti dalle tecnologie avanzate questa nuova forma di totalitarismo planetario pretende di omologare uomini e popoli in un’unica e avvilente tipologia: quella del consumatore, dell’utente il cui scopo sia generare profitto”, spiega Meridiano Zero, perché “la tecnocrazia determinerà nuovi scenari: l’economia domina la politica tramite la ricerca scientifica e noi siamo contro, perché la tecnica deve essere messa a servizio dei popoli”.</p>



<p>L’arma è la tecnoribellione, insomma, un altro modo ‘romantico’ per designare la lotta a quel mondialismo globalista contro cui si scagliano la nouvelle droite europea e in Italia la redazione di Orion. È la comune passione per Jünger a rafforzare l’amicizia e la collaborazione fra Graziani e Maurizio Murelli, direttore di Orion, spingendolo ad archiviare la fase ‘nazionalcomunista’ e a ‘rifascistizzarsi’, rivalutando non solo il fascismo storico ma anche il ruolo storico di Ordine nuovo, precedentemente liquidato come espressione reazionaria della vecchia destra extraparlamentare.</p>



<p>Finito Meridiano Zero, Graziani jr. anima attorno a Sinergie europee – aggregazione culturale di matrice nazionalbolscevica che ha visto la confluenza di membri del radicalismo di destra e dei settori più radicali della nouvelle droite in Europa, animata dall’ex esponente del Grece belga Robert Steukers – il Centro Studi Trans Lineam, organizzando in Italia le ultime edizioni dell’Università d’Estate. Ed è qui, nell’edizione del 2000, che si gettano le basi per la nascita di CasaPound.</p>



<p>L’Università d’Estate 2000 (29 luglio-2 agosto 2000) fu la più importante kermesse ludico-politica della destra radicale, perché parteciparono rappresentanze dell’estrema destra italiana ed europea. Gli atti vennero pubblicati ne&nbsp;<em>Il pensiero armato. Idee shock per una cultura dell’azione</em>, e furono trattati temi come l’antimondialismo (Mario Consoli,<em>&nbsp;Il denaro, grimaldello del potere mondialista</em>, e Carlo Terracciano,&nbsp;<em>La ruota e il remo. Geopolitica e “Dottrina delle Tre Liberazioni”: una risposta al progetto Mondialista della globalizzazione</em>), il negazionismo sull’Olocausto (Jürgen Graf,&nbsp;<em>Il revisionismo storico</em>) ma soprattutto – ed è questo il denominatore col futuro progetto di CPI – il ruolo delle comunità militanti giovanili, nell’intervento di Piero Puschiavo del Veneto fronte skinheads,&nbsp;<em>Un senso di appartenenza</em>&nbsp;(12).</p>



<p>Adinolfi, orgoglioso della portata dell’<em>happening</em>, registra su Orion la presenza di quadri locali di An e della Lega Nord: “Vi è stata una coesione immediata di gruppi eterogenei: una trentina di realtà provenienti da oltre quaranta città italiane; realtà autonome, realtà metapolitiche e realtà militanti tra le quali spiccavano quadri nazionali di Forza nuova, quadri della Fiamma, assessori di An che non erano saltimbanchi del politichese ma espressioni di realtà militanti territorialmente radicate; il tutto condito dalla presenza leghista” (13).</p>



<p>Mentre le precedenti Università d’Estate di Sinergie europee nascevano sulla falsariga di quelle del Grece francese, con dibattiti e convegni culturali, quella del 2000 è diversa, e vuole venire incontro ai giovani, come spiega il creatore del mensile, Murelli: “Rispetto all’impostazione originaria delle Università d’Estate precedentemente svoltesi, quest’ultima si differenzia di molto. Gli incontri succedutisi negli anni Novanta, prima in Belgio e in Francia e Italia poi, avevano come caratteristica quella di un’impostazione molto élitaria ed erano centrate sull’imposizione di dotte lezioni al limite dello specialismo. [&#8230;] Quest’anno si è dunque affidata l’organizzazione dell’università a chi la concepiva più come happening giovanile, poco formale. L’influenza giovanile è stata nutrita. La sera durante i concerti e i tornei si sono contate anche oltre cinquecento presenze, mentre di giorno, durante gli interventi, ci si è più o meno attestati attorno alle duecento presenze. [&#8230;] si sono gettate le basi per un’opportunità, quella di creare una rete antagonista oltre i normali schemi organizzativi, sarà il futuro a dirci se sarà messa a frutto” (14).</p>



<p>E non è un caso che dopo Trans Lineam, a curare le attività didattiche delle successive Università d’Estate sarà il Centro Studi Polaris di Adinolfi, erede del citato Centro Studi ed Iniziative Metapolitiche Orientamenti &amp; Ricerca. L’area si anima due anni dopo, a seguito dell’Università d’estate 2002, quando il 12 luglio 2002 ex esponenti del Movimento politico occidentale, fra cui Gianluca Iannone, e del Fronte della gioventù missino (la Divisione Artistica, anch’essa aderente a Meridiano Zero) occupano fuori Roma, in via Tiberina 801, un edificio ribattezzato<em>&nbsp;Casa Montag</em>, in onore di Guy Montag, protagonista di&nbsp;<em>Fahrenheit 451</em>: nasce così l’“area non conforme”, caratterizzata dalle OSA (Occupazioni a Scopo Abitativo), sul modello della rete Action della sinistra antagonista, e dalle ONC (Occupazioni Non Conformi), spazi di socializzazione fra i militanti, centri sociali dove fare arte, musica e teatro “non conforme”; nel 2003, con l’occupazione dello stabile all’Esquilino, questa realtà diverrà CasaPound.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le cause sociali di un’ascesa</h4>



<p>Il resto è cronaca di un’ascesa, dato che il palazzo di via Napoleone III è oggi non solo un centro sociale di destra che fa politica supportando certe realtà (dalla Destra di Storace a, recentemente, la Lega Nord di Salvini), ma è anche il nucleo di un network politico e associativo con più di cento sedi in tutta Italia ricco di associazioni sportive, volontariato, escursionismo e protezione civile, munito di un forte circuito informativo (dal quotidiano online Il Primato Nazionale alla webradio Bandiera Nera, più una presenza capillare sui social) e una grande capacità di radicarsi fra i giovani, nei quartieri disagiati e nelle periferie, per creare reti di distribuzione di beni di prima necessità, ed è riuscito anche a irrompere nel circuito mediatico mainstream, conquistando visibilità: il ‘sogno nel cassetto’ è sfondare la barriera del 3% ed entrare in Parlamento il prossimo 4 marzo.</p>



<p>Obiettivo raggiungibile, visto che negli ultimi anni, in Italia e in tutta Europa oramai – si pensi ad Alba Dorata (15) – si assiste al costante aumento dell’influenza degli estremismi di destra e di movimenti di matrice apertamente neofascista, la cui presenza è sempre più imponente e le cui idee sono sempre più vicine al sentire comune degli strati bassi della popolazione, il che li rende una delle maggiori forze anti-establishment.</p>



<p>Con la definizione “fascisti del terzo millennio”, CPI intende sottolineare la sua continuità ideologica col Ventennio, che vuole applicare ai problemi della dialettica sociale postmoderna. CasaPound, a differenza di altri movimenti affini, non si propone come forza antidemocratica, ma si presenta puntualmente come lista autonoma alle amministrative, nel 2013, nel 2016 e ora alle politiche del 2018. La presenza in tutta Europa di soggetti che si rifanno palesemente al passato nazifascista – a differenze dei populismi classici, soggetti post-industriali e quindi post-ideologici, ma che fanno leva sugli interessi di classe del ceto medio colpito dalla crisi – da Alba Dorata in Grecia al National Front in Inghilterra passando per CasaPound e Forza Nuova in Italia, fino al caso dell’Npd in Germania, dimostra che il fascismo è un fenomeno storico-sociale facente parte dell’eredità culturale e politica europea – ergo non si può pretendere che interventi come la legge Scelba, la legge Mancino e la più recente legge Fiano, o certe esternazioni, anche fatte a sproposito, come quella di demolire i monumenti fascisti e quindi la memoria storica connessa, possano eliminare quell’area. Il problema è l’attuale situazione economica e sociale.</p>



<p>Con i dovuti distinguo – la storia non si ripete mai uguale – un parallelismo si può fare: furono l’austerità e la deflazione a favorire la vittoria nazionalsocialista nella Germania weimariana. L’iperinflazione post bellica finì nel 1923, quando il cancelliere Gustav Strasemann introdusse la nuova valuta, il Rentenmark, con tagli da 100 bilioni, opzione che favorì la fiducia da parte dell’economia tedesca che portò a una sostanziale stabilizzazione nel gennaio 1924. Da allora si sviluppò la fobia tedesca per l’inflazione con la conseguente reticenza a stampare moneta. La crisi del 1929 coglie la Germania impreparata e con strumenti inadeguati (fu una grande crisi del credito, con conseguente mancanza di moneta), e si innesca una forte deflazione che tocca punte di -8% e -10% nel ‘31 e ‘32; segue un drammatico crollo del Pil (circa -20% in tre anni). Le successive manovre dei governi che si susseguono a Weimar, che impediscono di immettere liquidità sul mercato, determinano l’aggravarsi della situazione, con la conseguente chiusura di imprese e il licenziamento di milioni di tedeschi.</p>



<p>Fu in quel contesto che in quei due anni, fra ben tre elezioni anticipate, che il Nsdap di Adolf Hitler, in un Paese con 6 milioni di disoccupati, otterrà nel marzo 1933 più di 17 milioni di voti (17.277.180), arrivando al 43,9% (dal 33,1% del 1932), contro il 18,3% della Spd e il 12,3% dei comunisti. Ottenuto il potere, Hitler approvò il piano dell’allora presidente della Bundesbank, il banchiere ebreo Hjalmar Schacht, di scuola monetarista – l’uomo che, nominato nel 1923 responsabile economico della Repubblica di Weimar, con politiche deflattive ridusse l’iperinflazione postbellica. Shacht impone nel 1934 l’emissione di bond speciali, i cosiddetti Me.Fo, a nome della Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico) – la compagnia statale fittizia creata dal governo hitleriano per finanziare la ripresa economica tedesca e, al contempo, il riarmo, aggirando di fatto i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles.</p>



<p>Questi titoli erano certificati di credito circolante e parallelo garantiti dallo Stato tedesco, con cui la Bundesbank pagò le imprese per sostenere le commesse pubbliche. In seguito Schacht – processato a Norimberga ma giudicato non colpevole – spiegò d’aver pensato che “se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti Me.Fo non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. In realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l’energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva del popolo”. Insomma una proposta di marca keynesiana, ma fatta propria dal nazismo appena giunto al potere (16), come analizza anche Stefano Sylos Labini – aprendo un dibattito che è stato poi ripreso da SinistrainRete. it (17) – evidenziando quanto le politiche economiche/monetarie fossero assolutamente distinte e diverse dalle teorie politiche di Hitler e, dunque, sarebbero potute essere attuate anche da un governo democratico.</p>



<p>Schacht aveva proposto la creazione dei Me.Fo. ai vari governi susseguitisi a Weimar dal 1924, ma non fu mai accettata per sottostare ai diktat del Trattato di Versailles. Da anni l’Unione europea applica l’austerità e le ricette deflattive. “Per la Ue la socialdemocrazia è considerata una politica ‘radicale’” (18) e quindi boicottata, gli si preferisce l’ordoliberismo, e l’impoverimento dei cittadini è sotto gli occhi di tutti – oltre a essere ormai registrato in qualsiasi studio e statistica. L’estrema destra, tra cui CasaPound, e il fronte populista se ne avvantaggiano, radicandosi nei territori e facendo politica nei quartieri come un tempo facevano le sinistre ‘di classe’, oggi grandi assenti. Le destre aumentano anche perché la sinistra radicale è percepita – a ragione – come ‘stampella’ della sinistra liberale di governo, ed esperimenti&nbsp;<em>soft</em>&nbsp;come Sel, Sinistra italiana, Mdp, Possibile e oggi Liberi e uguali, non facilitano il discorso; non intercettano la protesta che monta negli strati popolari, e chi – a parole per lo più – attacca la Ue e l’euro, prende voti. È sintomatico che il Pc portoghese, che è aumentato alle ultime europee, è fra i partiti di sinistra che si sono pronunciati contro l’euro, come anche il Kke in Grecia, che ha contenuto Alba Dorata.</p>



<p>Quella italiana invece fatica a capire – eccetto poche eccezioni – che bisogna avviare una rottura con la Ue e con l’euro, e non solo ritoccare in senso sociale trattati irriformabili, dato che la moneta unica è tutto tranne un mezzo per unire i popoli europei; così facendo non fa intendere – diseducando il suo elettorato – che gli assetti politici, monetari e istituzionali della Ue e degli Stati al suo interno sono consustanziali. La sinistra ‘radicale’ italiana – ma discorsi alternativi stanno uscendo in altri Paesi, si pensi alla Francia con il socialista di estrema sinistra Mélénchon – si presenta con un basso profilo, ambiguo e soprattutto sfumato, dicendo di essere solo contro l’austerità (cosa affermata anche da leader liberali come Renzi) ma accettando il dogma europeista che identifica l’unità europea con la Ue neoliberista, una posizione tutt’altro che antisistemica. E, come ci dice anche l’ascesa delle destre estreme, una sinistra radicale che, soprattutto oggi, non è antisistemica, a che serve?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) A. Della Guglia,<em>&nbsp;A CasaPound il confronto è libero. Enrico Mentana incontra Simone Di Stefano</em>, 14 settembre 2017, in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilprimatonazionale.it/politica/casapound-confronto-libero-enrico-mentana-incontra-simone-stefano-72714/" target="_blank">http://www.ilprimatonazionale.it/politica/casapound-confronto-libero-enrico-mentana-incontra-simone-stefano-2714/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cit. in C. Salvadori,&nbsp;<em>Elezioni Ostia: boom di Casapound. Marsella: «Risultato eccezionale»</em>, Corriere della Sera, 6 novembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">3)&nbsp;<em>Mafia e degrado, benvenuti a Ostia beach</em>, Adnkronos, 14 ottobre 2017,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/10/14/mafia-degrado-benvenuti-ostia-beach_UKmBKMVvYPT2N19yNJMXEJ.html" target="_blank">http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/10/14/mafia-degrado-benvenuti-ostiabeach_UKmBKMVvYPT2N19yNJMXEJ.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Ostia, l’appoggio a CasaPound arriva dal boss legato ai Casamonica, Globalist, 20 ottobre 2017,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.globalist.it/politics/articolo/2017/10/30/ostia-l-appoggio-a-casapound-arriva-dal-boss-legato-ai-casamonica-2014010.html" target="_blank">http://www.globalist.it/politics/articolo/2017/10/30/ostia-l-appoggioa-casapound-arriva-dal-boss-legato-ai-casamonica-2014010.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">5)&nbsp;<em>L’Italia s’è destra? Rainews24 tra disagio sociale, razzismo e fascismo</em>, Rainews24, 22 dicembre 2017,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/italia-destra-Rainews24-tra-disagio-sociale-razzismo-e-fascismo-824b1204-adc0-4d30-97c2-bc704744a27c.html" target="_blank">http://www.rainews.it/dl/rainews/media/italia-destra-Rainews24-tra-disagio-sociale-razzismo-e-fascismo-824b1204-adc0-4d30-97c2-bc704744a27c.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) U. M. Tassinari,&nbsp;<em>26 dicembre 2003: con l’occupazione di via Napoleone III nasce CasaPound</em>, Fascinazione.info, 26 dicembre 2017,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.fascinazione.info/2017/%2012/26-dicembre-2003-con-loccupazione-di.html" target="_blank">http://www.fascinazione.info/2017/12/26-dicembre-2003-con-loccupazione-di.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) U. M. Tassinari,&nbsp;<em>Calendiario: 8 settembre 1991/2: la nascita di Meridiano Zero</em>, Ugomariatassinari.it, 8 settembre 2016,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ugomariatassinari.it/8-settembre-1991-meridiano-zero/" target="_blank">http://www.ugomariatassinari.it/8-settembre-1991-meridiano-zero/</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) M. Caprara e G. Semprini,<em>&nbsp;Neri! La storia mai raccontata della destra radicale, eversiva e terrorista</em>, Newton Compton, 2011, p. 547</p>



<p class="has-small-font-size">9) Rauti farà scoprire ai giovani missini i temi della Nuova destra, intrattenendo rapporti col radicalismo di destra extraparlamentare e prendendo le distanze dal Front national di Jean-Marie Le Pen e dal leader missino Gianfranco Fini, che viravano con temi xenofobici, contrastandoli in nome del solidaristico motto differenzialista “aiutiamoli a casa loro”. I temi della Nuova destra vengono esplicitamente citati – concretizzati dall’impolitico al politico, dal metapolitico alla concretezza programmatica, un passaggio però non gradito da Marco Tarchi, teorico della corrente metapolitica legata alla nouvelle droite, che aveva rotto con la destra da tempo – nel libro, diffuso negli ambienti giovanili missini, delle dirigenti del Fdg Isabella Rauti e Annalisa Terranova (a cura di), <em>Le radici e il progetto. Idee per un movimento di indipendenza nazionale</em>, Settimo Sigillo, Roma 1989. Nel Msi e nella corrente rautiana, da cui proviene Tarchi e molti simpatizzanti neodestri, le tesi circolavano: nei documenti del Fdg che riprendevano le idee di de Benoist sullo “sviluppo autocentrico” dei popoli del Terzo Mondo, nei convegni femminili missini organizzati dal Centro Studi Futura, nei quali si parlava dello sradicamento delle donne immigrate, fino alle feste giovanili dove si insisteva sulla tesi che nel mondo si andava creando una nuova polarità Nord-Sud al posto di quella Est-Ovest successiva alla seconda guerra mondiale, e si predicava lo “sfondamento a sinistra” tramite la sintesi et-et fra destra e sinistra, insistendo “su temi quali il comunitarismo, l’anticapitalismo [&#8230;], l’ecologismo (quello völkisch, basato sul radicamento etnico sangue e suolo), il terzomondismo” (M. L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/chi-e-stato-pino-rauti-breve-storia-di-un-moderato-al-di-sopra-di-ogni-sospetto/" data-type="post" data-id="2360" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Chi è Stato Pino Rauti? Breve storia di un moderato al di sopra di ogni sospetto</a></em>, Paginauno n. 31/2013). In una logica terzaforzista, usando il differenzialismo. In un’intervista rilasciata al quotidiano Il manifesto nel 1988, Rauti dirà, in polemica con un Fini che flirtava con lo xenofobo Le Pen: “Nessuno si pone la domanda pregiudiziale: perché sono emigrati? Vi racconto un aneddoto, cosi spiego perché la penso diversamente dalla destra classica, e anche dalle tesi del mio partito. Una mattina di sette anni fa, insieme ad altri deputati della Commissione sanità, andai a Birmingham, per visitare una clinica di malattie mentali. Entrammo in città dalla periferia dove vivevano allora 400 mila immigrati di colore. Non vedemmo gli uomini che erano a lavorare, ma i bambini e le donne sotto un cielo grigio. E lì mi chiesi che ci stanno a fare, lontano dalla loro terra. Mi colpì lo sradicamento, lo spaventoso costo esistenziale. Perché poi è vero che riempiono le carceri e le cliniche psichiatriche. Voglio dire che nel difendere la nostra identità, noi europei dobbiamo difendere anche la loro identità, e dobbiamo contestare il meccanismo di sradicamento e di espulsione che li porta a vivere in condizioni drammatiche e a offrire manodopera a basso costo al neocapitalismo” (N. Rangeri, Il razzismo, trappola per la destra, intervista a Pino Rauti, Il manifesto, 10 maggio 1988)</p>



<p class="has-small-font-size">10) M. Martucci,<em>&nbsp;Meridiano Zero. Nella mischia, oltre la linea. Metapolitica fuori dagli schemi, dalla parte del torto. Roma, 8 settembre 1991, un quarto di secolo fa</em>, in<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ultimavoce.it/meridiano-zero-solstizio-tecnoribelli/" target="_blank">&nbsp;https://www.ultimavoce.it/meridiano-zero-solstizio-tecnoribelli/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) E. Jünger,&nbsp;<em>Trattato del Ribelle</em>, Adelphi, 1990, p. 106. L’anarca jüngeriano è “il singolo, braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo capillare e al quale egli sfugge scegliendo di ‘passare al bosco’; rifiutando, pur vivendoci, una volta per sempre questa società [&#8230;] Non è un soldato, non conosce necessariamente le forme della vita militare né la sua disciplina: la sua vita può essere contemporaneamente più libera e più dura della vita militare. Per sapere cosa sia giusto non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito, le sua azioni non si conformano ad alcuna ideologia e in ogni ambito della vita, dal diritto alla proprietà, alle ‘armi’ da usare per la sua battaglia, la decisione sovrana spetta solamente a lui”.<em>&nbsp;Il ribelle nel pensiero di Ernst Jünger</em>, n. f., Mr. Tuttle, 1992. Cfr. inoltre i seguenti saggi neodestristi: A. de Benoist,&nbsp;<em>L’operaio fra gli dei e i titani. Ernst Jünger «Sismografo» dell’era della tecnica</em>, trad. it. di M. Tarchi, Asefi, 2000; H. Schwilk,&nbsp;<em>Widerstand durch reine Geistesmacht. Ernst Jünger im Dritten Reich</em>, in Criticón n. 157, 1998, pp. 22-27 ed. it. di M. Alessio,&nbsp;<em>Resistere con la pura potenza dello spirito. Ernst Jünger nel Terzo Reich</em>, Diorama letterario n. 222-223, febbraio-marzo 1999, pp. 29-33; M. Alessio,&nbsp;<em>Le figure del destino: La trilogia jüngeriana sulla grande guerra</em>, Transgressioni n. 20, gennaio-agosto 1995, pp. 57-92</p>



<p class="has-small-font-size">12) Aa.Vv.,<em>&nbsp;Il pensiero armato. Idee shock per una cultura dell’azione</em>, Roma, Edizioni Quattrocinqueuno, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">13) G. Adinolfi,&nbsp;<em>Riqualificare le èlite nella concretezza</em>, Orion, nuova serie, n. 191, agosto 2000<br>14) M. Murelli,<em>&nbsp;Bilanci e prospettive</em>, Orion, nuova serie, n. 191, agosto 2000</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. M. L. Andriola,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/grecia-e-alba-dorata-la-svastica-sul-partenone-una-nuova-o-una-vecchia-destra/" data-type="post" data-id="2471" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Grecia e Alba Dorata: la svastica sul Partenone. Una nuova o una vecchia destra?</a></em>, Paginauno n. 52/2017</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. J. M. Keynes,<em>&nbsp;Il problema degli squilibri finanziari globali. La politica valutaria del dopoguerra (8 Settembre 1941)</em>, in Keynes J.M., Eutopia, Luca Fantacci et al. (a cura di), 2011, pp. 43-55. E. Mahe ,&nbsp;<em>Macro-economic policy and votes in the thirties: Germany (and The Netherlands) during the Great Depression</em>, Real-World Economics Review Blog, 12 June 2012; G. Ruffolo, S. Sylos Labini,&nbsp;<em>Il film della crisi. La mutazione del capitalismo</em>, Einaudi, 2012 e H. H. G. Schacht,<em>&nbsp;The Magic of Money</em>, Oldbourne, 1967</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. S. Sylos Labini,<em>&nbsp;Il mago Schacht: le cambiali MEFO e la ripresa economica della Germania negli anni trenta</em>,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.syloslabini.info/online/il-mago-schacht-le-cambiali-mefo-e-la-ripresa-economica-della-germania-negli-anni-trenta/" target="_blank">http://www.syloslabini.info/online/il-mago-schachtle-cambiali-mefo-e-la-ripresa-economica-della-germania-negli-anni-trenta/</a>. Si tratta del cap. VII del libro<em>&nbsp;Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro</em>, a cura di B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S. Sylos Labini, con la prefazione di L. Gallino, MicroMega, 2015, ora in pdf al sito<a rel="noreferrer noopener" href="http://download.kataweb.it/micromega/monetafiscalegratuita.pdf" target="_blank">&nbsp;http://download.kataweb.it/micromega/monetafiscalegratuita.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Giovanna Cracco,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" data-type="post" data-id="1241" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</a></em>, Paginauno n. 41/2015<br></p>
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