<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>sfruttamento &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/tag/sfruttamento/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 10 Dec 2025 18:38:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>sfruttamento &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Profitti e povertà: l’economia del lavoro forzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/profitti-e-poverta-leconomia-del-lavoro-forzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 14:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7707</guid>

					<description><![CDATA[I dati dell’ultimo rapporto dell’ILO fotografano 236 miliardi di dollari sottratti ai lavoratori: numeri in aumento negli ultimi dieci anni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-86-aprile-maggio-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 86, aprile – maggio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I dati dell’ultimo rapporto dell’ILO fotografano 236 miliardi di dollari sottratti ai lavoratori: numeri in aumento negli ultimi dieci anni</p>
</blockquote>



<p>236 miliardi di dollari. Questo è il livello osceno del profitto annuale generato oggi dal lavoro forzato nel mondo. Una cifra che riflette i salari o i guadagni effettivamente sottratti alle tasche dei lavoratori da chi li costringe al lavoro forzato, attraverso pratiche coercitive; denaro tolto a lavoratori che spesso già faticano a soddisfare i bisogni delle proprie famiglie e, per i lavoratori migranti, denaro prelevato dalle rimesse che inviano a casa. Per i governi, questi profitti illegali rappresentano una perdita di gettito fiscale, a causa della natura illecita dei guadagni e dei posti di lavoro che li hanno generati. Più in generale, i profitti derivanti dal lavoro forzato possono incentivare ulteriore sfruttamento, rafforzare le reti criminali, incoraggiare la corruzione e minare lo stato di diritto. [&#8230;] Questa seconda edizione del Rapporto sui <em>profitti e la povertà</em> [&#8230;] si basa sull’edizione del 2014 e sulle stime globali del 2021. Ciò che rivela è allarmante: i profitti illegali totali non solo sono estremamente elevati, ma sembrano essere aumentati notevolmente negli ultimi dieci anni, come risultato sia del maggior numero di persone impiegate nel lavoro forzato, sia dei livelli più elevati di profitto generati da ciascuna vittima. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="205" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1.jpg" alt="" class="wp-image-9123" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1-300x103.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Il ricorso al lavoro forzato dovrebbe essere considerato un reato penale e qualsiasi profitto ricavato da esso dovrebbe essere intrinsecamente illegale. Questo studio considera i profitti illegali registrati nell’economia privata, derivanti dal sotto-pagamento dei guadagni ai lavoratori. Vale la pena sottolineare che il sotto-pagamento, di per sé, non è lavoro forzato. In effetti, la maggior parte dei lavoratori sottopagati non sono sottoposti a lavoro forzato, mentre allo stesso tempo ci sono persone impiegate nel lavoro forzato che potrebbero non essere sottopagate. Tuttavia, il mancato pagamento del salario è una delle circostanze che possono dar luogo al lavoro involontario [&#8230;].</p>



<p>A causa delle limitazioni dei dati, le stime non tengono conto dei profitti aggiuntivi ottenuti dai datori di lavoro e dagli intermediari attraverso le commissioni di reclutamento illegale, e altri costi correlati che le vittime del lavoro forzato spesso devono sostenere. I profitti illegali legati al reclutamento sono, tuttavia, valutati separatamente per i migranti internazionali impiegati nel lavoro forzato, l’unico gruppo per il quale sono disponibili questi dati. Anche i profitti aggiuntivi che gli autori del reato ottengono dalle tasse e dai contributi previdenziali non pagati, vanno oltre lo scopo di questo studio.</p>



<p>Ai fini della ricerca, il sotto-pagamento dei salari viene misurato come la differenza tra i guadagni che i lavoratori riceverebbero in circostanze normali, e i guadagni che invece ricevono perché sottoposti a lavoro forzato. Questi salari più bassi potrebbero derivare, per esempio, dal pagamento di una retribuzione inferiore al livello minimo legale, dal mancato pagamento degli straordinari quando richiesto, da detrazioni salariali illegali per infrazioni fittizie sul posto di lavoro, o dalla violazione di altre norme relative ai salari. In altri casi, come in quello dello sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali, i profitti derivano dall’appropriazione, da parte degli sfruttatori, dei proventi derivanti da un’attività illegale o illecita. In alcuni casi, le persone costrette al lavoro forzato sono intrappolate in situazioni in cui viene loro negata del tutto la retribuzione, o addirittura devono affrontare ‘salari negativi’ sotto forma di debito, prodotto dai loro datori di lavoro come mezzo di controllo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cos’è il lavoro forzato?</h3>



<p>La Convenzione dell’ILO sul lavoro forzato del 1930 (n. 29), articolo 2, afferma che il lavoro forzato o obbligato è “qualsiasi lavoro o servizio richiesto a qualsiasi persona sotto minaccia di punizione e per il quale detta persona non si è offerta volontariamente”. Per lavoro involontario si intende qualsiasi lavoro svolto senza il consenso libero e informato del lavoratore; la coercizione si riferisce ai mezzi utilizzati per costringere qualcuno a lavorare senza il suo consenso libero e informato. Il lavoro involontario e la coercizione possono verificarsi in qualsiasi fase del ciclo lavorativo: al momento dell’assunzione, per costringere una persona ad accettare un lavoro contro la sua volontà; durante il rapporto di lavoro, costringendo un lavoratore a lavorare e/o vivere in condizioni che non accetta; o al momento della separazione dal lavoro, per costringere una persona a rimanere nel posto di lavoro che desidera lasciare.</p>



<p>A fini statistici, il lavoro forzato può essere suddiviso in due grandi categorie: lavoro forzato imposto dallo Stato e lavoro forzato imposto dai privati. Quest’ultimo può assumere diverse forme, compresa la tratta di persone destinate al lavoro forzato, nonché il lavoro richiesto alle vittime della schiavitù e della servitù della gleba come definito nella <em>Convenzione delle Nazioni Unite sulla schiavitù</em> (1926) e nella <em>Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, la tratta degli schiavi e istituzioni e pratiche simili alla schiavitù</em> (1956). Può sussistere in gruppi o aziende e in qualsiasi ramo dell’attività economica; può includere attività come l’accattonaggio per terzi, che va oltre l’ambito della produzione di beni e servizi compresi nel confine generale di produzione del sistema dei conti nazionali. Ai fini della misurazione, è comunemente suddiviso in due sottotipi, entrambi considerati nelle stime dei profitti illegali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>1. Sfruttamento del lavoro forzato (FLE) [&#8230;]</li>



<li>2. Sfruttamento sessuale a scopo commerciale forzato (FCSE) [&#8230;]</li>
</ul>



<p>Il lavoro forzato imposto dallo Stato si riferisce a forme di lavoro imposte dalle autorità statali, da agenti che agiscono per conto delle autorità statali e da organizzazioni con autorità simile allo Stato, indipendentemente dal ramo di attività economica in cui si svolge. Questa categoria di lavoro forzato va oltre lo scopo del presente studio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il lavoro forzato nel mondo</h4>



<p>Quotidianamente, nel 2021, c’erano 27,6 milioni di persone costrette ai lavori forzati. Una cifra che si traduce in 3,5 persone ogni mille, nel mondo. Tra il 2016 e il 2021, il numero di individui costretti al lavoro forzato è aumentato di 2,7 milioni, con un conseguente incremento della prevalenza da 3,4 a 3,5 ogni mille persone. L’aumento complessivo si è registrato nell’ambito privato (Figura 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="307" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1.jpg" alt="" class="wp-image-9124" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Nessuna regione del mondo è risparmiata. L’Asia e il Pacifico ospitano più della metà del totale mondiale (15,1 milioni), seguiti da Europa e Asia centrale (4,1 milioni), Africa (3,8 milioni), Americhe (3,6 milioni) e Stati arabi (0,9 milioni). Ma questa classifica regionale cambia considerevolmente quando il lavoro forzato viene espresso in termini di prevalenza (cioè come percentuale della popolazione): è più alto negli Stati arabi (5,3 per mille persone), seguito da Europa e Asia centrale (4,4 per mille), Americhe e Asia e Pacifico (entrambi al 3,5 per mille) e Africa (2,9 per mille) (Figura 2).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="286" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2.jpg" alt="" class="wp-image-9125" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La maggior parte avviene nell’economia privata. Quasi nove casi su dieci (86%) sono imposti da attori privati: il 63% è sfruttamento del lavoro forzato e il 23% è sfruttamento sessuale commerciale forzato. Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il restante 14%. Le stime dei profitti illegali presentate in questo studio non includono i profitti derivanti dal lavoro forzato imposto dallo Stato (Figura 3).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3.jpg" alt="" class="wp-image-9126" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Tocca praticamente tutti i settori dell’economia privata. I quattro grandi ambiti che rappresentano la maggioranza (89%) sono l’industria, i servizi, l’agricoltura e il lavoro domestico. [&#8230;] Altri settori esprimono quote minori ma rappresentano comunque centinaia di migliaia di persone: queste includono persone costrette a mendicare per strada e ad attività illecite.</p>



<p>Le persone costrette al lavoro forzato sono sottoposte a molteplici forme di coercizione, per costringerle a lavorare contro la loro volontà. Il trattenimento sistematico e deliberato dei salari è la forma più comune (36%), utilizzata dai datori di lavoro abusivi per costringere i lavoratori a mantenere il posto di lavoro nella paura di perdere i guadagni maturati; segue l’abuso della vulnerabilità attraverso la minaccia di licenziamento, che è stato sperimentato da uno su cinque (21%) di coloro che lavorano forzati; forme più gravi di coercizione, tra cui la reclusione forzata, la violenza fisica e sessuale e la privazione dei bisogni primari, sono meno comuni ma non trascurabili.</p>



<p>Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale a fini commerciali, si stima che nel 2021 circa 6,3 milioni di individui si trovassero, quotidianamente, in questa condizione. Il genere è un fattore determinante: quasi quattro persone su cinque (78%) intrappolate in questa realtà sono ragazze o donne; i bambini rappresentano uno su quattro (27%) dei casi totali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profitti illeciti derivanti dal lavoro forzato</h4>



<p>Il totale dei profitti illegali generati dal lavoro forzato ammonta a circa 236 miliardi di dollari ogni anno, quasi 10.000 dollari per vittima. Nel caso dei lavoratori, questi guadagni rappresentano la differenza tra ciò che i datori di lavoro pagano effettivamente ai lavoratori e ciò che pagherebbero loro in circostanze normali e in assenza di lavoro forzato. In altre parole, sono i salari che appartengono di diritto alle tasche dei lavoratori, e che invece rimangono nelle mani dei loro sfruttatori a causa delle pratiche coercitive. Per lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali, dove non esistono livelli standard di pagamento, i profitti illegali rappresentano tutto tranne la minima parte che va alle vittime. Va ricordato che questa stima, sebbene oscenamente elevata, non include ulteriori guadagni derivanti da commissioni di reclutamento e costi correlati, o da tasse e contributi previdenziali evasi; la stima quindi <em>sottostima</em> il totale dei profitti illegali derivanti dal lavoro forzato.</p>



<p>L’importo complessivo sembra essere drammaticamente aumentato nell’ultimo decennio. Un semplice confronto con i precedenti dati pubblicati nel 2014 (al netto dell’inflazione) indica un incremento di 64 miliardi di dollari. Uno sguardo più attento ai numeri suggerisce che questo aumento è stato determinato da un maggior numero di persone costrette al lavoro forzato, e da maggiori guadagni illegali generati da ciascuna vittima. Il profitto annuo per vittima è stato stimato a 8.269 dollari nel 2014 (al netto dell’inflazione) e a 9.995 dollari nel 2024, un aumento del 21%; allo stesso tempo, oggi ci sono molte più vittime del lavoro forzato rispetto a dieci anni fa. L’attuale stima si basa su un totale di 23,7 milioni di persone costrette nell’economia privata, mentre la stima del 2014 ne vedeva quasi 18,7 milioni: un aumento del 27% negli ultimi dieci anni (Figura 4).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="319" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4.jpg" alt="" class="wp-image-9127" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4-300x160.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Esistono differenze importanti tra le regioni. I profitti illegali totali sono più alti in Europa e Asia centrale (84,2 miliardi di dollari), seguiti da Asia e Pacifico (62,4 miliardi), Americhe (52,1 miliardi), Africa (19,8 miliardi) e infine Stati arabi (18 miliardi). Questi modelli sono guidati da differenze interregionali sottostanti sia nel numero totale di vittime (Figura 2) che nel profitto per vittima (Figura 5). In Asia e nel Pacifico, dove i guadagni per vittima sono relativamente bassi, il totale dei profitti illegali riflette il gran numero di vittime nella regione; al contrario, in Europa, Asia centrale e nelle Americhe, dove il numero totale delle vittime è molto inferiore rispetto all’Asia e al Pacifico, l’elevato livello di profitto per vittima è un fattore più importante dei guadagni complessivi. In Africa, sia il totale delle vittime che il profitto per vittima sono bassi rispetto ad altre regioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="304" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5.jpg" alt="" class="wp-image-9128" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5-300x152.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La quota maggiore dei guadagni illegali deriva dallo sfruttamento sessuale commerciale forzato: sebbene rappresenti solo il 27% di tutte le persone costrette al lavoro forzato imposto privatamente, rappresenta il 73% del totale dei profitti illegali derivanti dal lavoro forzato (Figura 6). Dei 236 miliardi di dollari complessivi, quasi 173 sono stati generati dallo sfruttamento sessuale. Questi numeri sono spiegati dall’enorme differenza nel profitto per vittima tra lo sfruttamento sessuale e lo sfruttamento del lavoro: 27.252 dollari per il primo contro 3.687 dollari per il secondo (Figura 6b).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="308" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6.jpg" alt="" class="wp-image-9129" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Gli elevati profitti per vittima riflettono la quota estremamente limitata di guadagni che ricade sulle vittime stesse, la stragrande maggioranza delle quali sono donne e ragazze. In effetti, il database Global Sex Trafficking Metrics 2016, su cui si basa la stima dei profitti, indica che nella maggior parte dei casi le persone vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali sono pagate molto poco, o addirittura nulla. In alcuni casi segnalati, viene loro negato il pagamento perché devono saldare un debito nei confronti del trafficante, apparentemente contratto a seguito della tratta; potrebbero contrarre nuovi debiti quando passano nelle mani di altri trafficanti; detrazioni per cibo, vestiti, affitto, alcol o per interessi esorbitanti sono tra gli altri pretesti utilizzati. Allo stesso tempo, il fatto che lo sfruttamento sessuale a fini commerciali sia illegale nella maggior parte dei Paesi, significa che le vittime hanno un ricorso limitato o nullo alla giustizia.</p>



<p>Questo tipo di profitti sono consistenti in tutte le regioni. Come riportato nella Figura 7, essi variano da 58,6 miliardi di dollari in Europa e Asia centrale, 48,4 miliardi in Asia e Pacifico, 34,9 miliardi nelle Americhe, 16,1 miliardi in Africa e 14,6 miliardi negli Stati arabi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="242" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7.jpg" alt="" class="wp-image-9130" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7-300x121.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Nel lavoro forzato, l’industria è il settore in cui i profitti illegali totali e per vittima sono più alti: 35,4 miliardi di dollari totali annuali e 4.944 dollari per vittima. Seguono il settore dei servizi (rispettivamente 20,9 miliardi e 3.407 dollari), l’agricoltura (5,0 miliardi e 2.113 dollari) e infine il lavoro domestico (2,6 miliardi e 1.570 dollari).</p>



<p>Il sotto-pagamento dei salari può avvenire attraverso una varietà di meccanismi. [&#8230;]</p>



<p>I sistemi di pagamento a cottimo utilizzati nell’industria delle fornaci di mattoni sono collegati, in alcuni contesti, a salari ben al di sotto degli standard salariali minimi. I pagamenti a cottimo sono associati a sotto-pagamenti anche in agricoltura e in altri settori del manifatturiero, soprattutto quando i lavoratori sono tenuti a raggiungere obiettivi di produzione non realistici.</p>



<p>Nel pesca, i sistemi di pagamento della quota di cattura controllati dagli armatori, dai capitani o dai supervisori, vengono manipolati per sottopagare i pescatori. Ci sono poi il sotto-pagamento o il mancato pagamento dei bonus, la mancanza di chiarezza su come i bonus vengono calcolati o pagati, le detrazioni illegali (come per cibo e acqua) o le detrazioni eccessive per voci come le telefonate a bordo o le sigarette.</p>



<p>Nel settore edile, forme documentate di sotto-pagamento includono straordinari non pagati, salari inferiori a quanto concordato, trattenute illegali o eccessive.</p>



<p>Nel minerario, la schiavitù per debiti può verificarsi quando i minatori su piccola scala sottoscrivono un prestito dagli ‘sponsor’ per acquistare attrezzature, in cambio di una percentuale del minerale che raccolgono: spesso non guadagnano abbastanza e contraggono prestiti aggiuntivi per il cibo. Questo ciclo, alla fine, li porta a perdere la propria libertà, poiché sono costretti a continuare a lavorare per ripagare i debiti.</p>



<p>I lavoratori domestici – di cui 8 su 10 svolgono un lavoro informale – sono particolarmente vulnerabili al sotto-pagamento dei salari. Straordinari non retribuiti, mancanza di periodi di riposo e trattenuta della retribuzione sono tra le violazioni documentate.</p>



<p>Nel settore dell’ospitalità e delle attività ricreative e in altri ambiti in cui l’informalità è comune, l’assenza di contratti formali significa minore trasparenza salariale e maggiore vulnerabilità agli abusi; la trasparenza è spesso compromessa anche dall’assenza di buste paga che dettagliano salario di base, bonus e detrazioni.</p>



<p>In tutti i settori, i lavoratori classificati come stagionali e occasionali sono spesso esclusi dalla tutela del salario minimo concessa ai lavoratori regolari, lasciandoli particolarmente vulnerabili al sotto-pagamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profitti illeciti derivanti dal reclutamento: il caso dei migranti internazionali</h4>



<p>Un’altra fonte critica di profitti illegali derivanti dal lavoro forzato proviene dalle tariffe di reclutamento illegali e dai relativi costi che i lavoratori devono spesso sostenere. Queste commissioni possono essere addebitate da datori di lavoro, intermediari di reclutamento o di viaggio, o da funzionari corrotti che richiedono tangenti o bustarelle. Possono anche essere addebitate dai trafficanti, per il costo presunto della tratta. Per pagare le spese di assunzione e i relativi costi per assicurarsi un lavoro o un collocamento, molti lavoratori si indebitano pesantemente, il che può portare a situazioni di servitù per debiti. Gli studi dimostrano che l’addebito ai lavoratori di commissioni di assunzione e relativi costi è una pratica diffusa in tutti i Paesi e in tutti i settori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="276" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9.jpg" alt="" class="wp-image-9131" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9-300x138.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Sfortunatamente, i dati su questa ulteriore fonte di profitto illegale sono disponibili solo per i migranti internazionali vittime del lavoro forzato, pertanto non sono considerati nelle stime generali dei profitti presentate in questo studio. Tuttavia, questo sguardo offre alcune informazioni sulla loro importanza più ampia. La Figura 9 riporta i profitti illegali totali generati dai migranti internazionali, sia dalle commissioni di reclutamento e dai relativi costi, sia dai salari sottopagati: i risultati indicano quanto siano sostanziali. Hanno prodotto 5,6 miliardi di dollari annuali, ovvero il 15% del totale dei profitti illegali annui derivanti dai migranti internazionali impiegati nei lavori forzati. La loro incidenza è maggiore per lo sfruttamento del lavoro forzato (26%), rispetto allo sfruttamento sessuale a scopo commerciale forzato (11%).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>Profits and poverty: The economics of forced labour. Second edition</em>, Geneva: International Labour Office, 19 marzo 2024. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/global/topics/forced-labour/publications/WCMS_918034/lang--en/index.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/global/topics/forced-labour/publications/WCMS_918034/lang&#8211;en/index.htm</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lavoro: morti, infortuni e malattie professionali. Uno sguardo globale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lavoro-morti-infortuni-e-malattie-professionali-uno-sguardo-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7524</guid>

					<description><![CDATA[Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo le ultime stime elaborate dall’ILO e relative all’anno 2019, oltre 395 milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno subito un infortunio non mortale sul lavoro. Inoltre, circa 2,93 milioni di lavoratori sono morti a causa di fattori legati al lavoro, un incremento di oltre il 12% rispetto al 2000.</p>



<p>Il considerevole aumento del numero assoluto di decessi legati al lavoro è influenzato da diversi fattori, che possono riguardare un aggravamento in termini di esposizioni non protette ai rischi professionali così come ai cambiamenti socio-demografici. Per esempio, la forza lavoro globale è aumentata del 26% tra il 2000 e il 2019, da 2,75 miliardi a 3,46 miliardi. Anche gli strumenti diagnostici sono migliorati in modo significativo negli ultimi due decenni, contribuendo a un aumento del numero di casi rilevati.</p>



<p>I decessi legati al lavoro sono distribuiti in modo diseguale, con il tasso di mortalità maschile (108,3 per 100.000 lavoratori) significativamente più alto di quello femminile (48,4 per 100.000). In termini di distribuzione regionale, l’Asia e il Pacifico detengono la quota più elevata, contribuendo quasi al 63% della mortalità globale correlata al lavoro. Ciò riflette il fatto che la regione possiede la più alta popolazione attiva al mondo.</p>



<p>In termini relativi, i decessi legati al lavoro rappresentano il 6,71% di tutti le morti a livello globale (1). Si stima che la frazione attribuibile dei decessi legati al lavoro sia più alta in Africa (7,39%), seguita da Asia e Pacifico (7,13%) e Oceania (6,52%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="922" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg" alt="" class="wp-image-9070" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La grande maggioranza di questi decessi, ossia 2,6 milioni, sono stati attribuiti a malattie legate al lavoro, mentre gli infortuni hanno provocato 330.000 morti. Le malattie che hanno causato la maggior parte dei decessi sono state quelle circolatorie, le neoplasie maligne e le malattie respiratorie. Insieme, queste tre categorie contribuiscono a quasi i tre quarti della mortalità totale correlata al lavoro.</p>



<p>Esaminando in dettaglio i fattori di rischio professionale più diffusi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’ILO hanno sviluppato una metodologia di stima per produrre le stime congiunte OMS/ ILO relative al carico di malattie e infortuni legati al lavoro. A oggi sono state studiate 42 coppie di fattori di rischio professionale e di esiti sanitari associati (vale a dire una malattia o un infortunio specifico). Queste stime forniscono prove sulla relazione tra l’esposizione professionale a specifici fattori di rischio e i conseguenti esiti negativi sulla salute.</p>



<p>Tra i 20 fattori di rischio professionale considerati (2), quello con il maggior numero di decessi attribuibili nel 2016 è stato l’esposizione a orari di lavoro prolungati (55 o più ore settimanali), che ha ucciso quasi 745.000 persone, seguito dall’esposizione a particolato, gas e fumi con oltre 450.000 decessi e infortuni sul lavoro con oltre 363.000 morti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="418" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg" alt="" class="wp-image-9071" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’OMS e l’ILO hanno inoltre stimato un totale di 90,22 milioni di anni di vita persi a causa di disabilità (DALY) (3), attribuibili alle 42 coppie specifiche di fattori di rischio professionale ed esito sanitario. Gli infortuni sul lavoro sono stati responsabili del maggior numero di DALY persi (26,44 milioni), seguiti dall’esposizione a orari di lavoro prolungati (23,26 milioni) e dai fattori ergonomici (12,27 milioni).</p>



<p>In linea con le stime globali dell’ILO discusse sopra, l’onere di specifici fattori di rischio professionale considerati dalle stime congiunte OMS/ILO mostra un’evoluzione variabile nel tempo. Per esempio, il tasso di tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni attribuibili all’esposizione professionale al cromo è raddoppiato tra il 2000 e il 2016; il mesotelioma attribuibile all’esposizione all’amianto è aumentato del 40%; il tasso di tumore della pelle non melanoma è cresciuto di oltre il 37% tra il 2000 e il 2020. D’altro canto, i decessi dovuti all’esposizione ad agenti asmatici e a particolato, gas e fumi sono diminuiti di oltre il 20%.</p>



<p>L’ILO ha anche collaborato con altre istituzioni per stimare il numero di lavoratori colpiti da cattive condizioni di SSL (Salute e Sicurezza sul Lavoro). Per esempio, l’ILO e l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità hanno collaborato alla produzione di un rapporto che attira l’attenzione sulla visione sana come parte integrante della sicurezza e della produttività sul lavoro. Secondo il report, oltre 13 milioni di persone in tutto il mondo convivono con problemi alla vista legati al loro lavoro, con circa 3,5 milioni di lesioni agli occhi che si verificano ogni anno sul posto di lavoro. Ciò equivale all’1% di tutti gli infortuni sul lavoro non mortali, e il luogo di lavoro costituisce il terzo fattore di rischio per i problemi alla vista.</p>



<p>Lavorare in settori pericolosi come l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, l’estrazione mineraria, l’edilizia e l’industria manifatturiera continua a rappresentare il principale rischio per la vita e il benessere dei lavoratori. Ogni anno in questi settori si verificano 200.000 infortuni mortali, che rappresentano il 60% di tutti gli infortuni letali sul lavoro: i settori minerario ed estrattivo, edile e dei servizi pubblici sono i tre più pericolosi a livello globale.</p>



<p>I gravi incidenti industriali rappresentano una minaccia significativa per i lavoratori e per le comunità più ampie. Disastri come l’esplosione di un grande deposito di nitrato di ammonio nel porto di Beirut (Libano) nel 2020 e quella in un centro di gestione dei rifiuti a Leverkusen (Germania) nel 2021 hanno causato morti, feriti, malattie, inquinamento ambientale, interruzioni delle attività commerciali e notevoli danni economici per intere comunità.</p>



<p>Le crisi e le emergenze, che vanno dai disastri naturali ai conflitti, o le emergenze sanitarie pubbliche, continuano a causare profondi disagi su dove, come e se le persone possono lavorare. Durante la pandemia COVID-19, tutti gli attori del mondo del lavoro sono stati esposti al rischio di infezione da nuovo coronavirus, ma anche a rischi inediti correlati all’emergenza e alle pratiche e procedure lavorative di nuova adozione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="419" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg" alt="" class="wp-image-9072" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>I cambiamenti demografici nella popolazione attiva, anche in relazione all’età, al genere o alla migrazione, hanno importanti implicazioni per la SSL e la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. I giovani devono affrontare sfide significative quando si tratta di assicurarsi un lavoro dignitoso e registrano tassi di infortuni più elevati rispetto ai lavoratori più anziani. D’altro canto, quasi il 43% delle malattie professionali mortali colpisce i lavoratori più anziani di età pari o superiore a 70 anni, a causa degli effetti cumulativi delle esposizioni professionali nel corso degli anni lavorativi, insieme al declino delle funzioni biologiche.</p>



<p>Nonostante sia ampiamente riconosciuto che le differenze fisiologiche e psicologiche tra uomini e donne e la distribuzione di genere nei lavori e nelle occupazioni influenzano l’esposizione ai pericoli e ai rischi professionali e il loro impatto, la prospettiva di genere viene spesso trascurata nelle pratiche di SSL, con disuguaglianze nella partecipazione delle donne ai processi decisionali relativi alla SSL stessa.</p>



<p>Al giorno d’oggi, un numero crescente di lavoratori sono coinvolti in forme di occupazione non standard, che spesso si trovano in cattive condizioni di SSL e prive di tutele. Negli ultimi anni i lavoratori delle piattaforme hanno ricevuto un’attenzione crescente. Il lavoro su piattaforma può offrire opportunità significative sia agli individui che alle imprese, facilitando la transizione dal lavoro informale a quello formale e garantendo ai lavoratori un maggiore controllo sull’orario di lavoro e sull’equilibrio tra lavoro e vita privata. Tuttavia, questo tipo di lavoro è stato associato a un’enfasi eccessiva sulla disponibilità quasi continuativa e a una mancanza di tutela in materia di SSL, con accesso nullo o scarso a congedi per malattia retribuiti, consulenza e formazione in materia di SSL, attrezzature di lavoro o servizi adeguati, dispositivi di protezione individuale.</p>



<p>Circa 2 miliardi di persone lavorano nell’economia informale (più del 60% della popolazione globale occupata), senza un reddito stabile o regolare e adeguate tutele legali o sociali. Il loro lavoro spesso esula dall’ambito della legislazione in materia di SSL e dalla competenza degli ispettorati del lavoro, rendendo tali lavoratori praticamente invisibili in termini di regolamentazione e supervisione in materia di SSL. La percentuale di lavoro informale tra i lavoratori domestici è il doppio di quella degli altri settori (81,2 contro 39,7%). Il lavoro domestico è prevalentemente femminile, con una lavoratrice su 12 che lavora come collaboratrice domestica. Sono esposte a un’ampia gamma di rischi, che vanno da quelli chimici e biologici a quelli fisici ed ergonomici. Sono diffusi anche i rischi psicosociali, come orari di lavoro prolungati, isolamento sul posto di lavoro ed esclusione sociale, nonché violenza e molestie.</p>



<p>Le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 90% delle aziende a livello mondiale e generano il 50% del prodotto interno lordo globale. La maggior parte di esse opera nell’economia informale. Comunemente precarie, tali imprese spesso si trovano ad affrontare vincoli relativi alle risorse che limitano la conoscenza e l’osservanza delle normative che tutelano i lavoratori in termini di condizioni di lavoro e di SSL.</p>



<p>Il lavoro da casa è da tempo una caratteristica importante del mondo del lavoro, con circa 260 milioni di lavoratori in tutto il mondo nel 2019. Il telelavoro ha registrato un’impennata a partire dal 2020, in risposta alla pandemia di Covid-19, ed è la forma predominante di lavoro da casa nei Paesi ad alto reddito, mentre nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Asia, i lavoratori a domicilio si trovano in fondo alla classifica delle catene di fornitura, associati a settori quali abbigliamento, elettronica e casalinghi. Spesso, l’ambiente di lavoro e le attrezzature non soddisfano adeguati standard ergonomici, ambientali e di SSL, comportando rischi significativi non solo per il lavoratore a domicilio ma anche per gli altri membri della famiglia. I rischi psicosociali, come l’isolamento e i confini labili tra lavoro e tempo personale, sono abbastanza comuni.</p>



<p>Il cambiamento climatico e il degrado ambientale rappresentano una sfida multidimensionale per la SSL. Eventi meteorologici estremi, stress da calore, radiazioni ultraviolette, incendi boschivi, malattie infettive, comprese le malattie trasmesse da vettori/zoonosi, aeroallergeni, inquinamento atmosferico e uso di pesticidi sono esempi di pericoli che possono essere causati o esacerbati dai cambiamenti climatici. Le industrie e le tecnologie verdi stanno nascendo per rispondere a questa emergenza globale. Tuttavia, le tecnologie verdi possono creare o amplificare pericoli e rischi in materia di SSL in tutte le fasi del loro ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime e dalla produzione di dispositivi tecnologici, al loro trasporto, installazione, funzionamento, smantellamento e smaltimento. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, le attività di riciclaggio sono generalmente svolte dai lavoratori dell’economia informale. Si stima che nel mondo lavorino circa 20 milioni di raccoglitori di rifiuti, che generalmente hanno poca o nessuna protezione sociale, economica o legale e spesso includono donne e bambini. Sono continuamente esposti a sostanze, materiali e agenti patogeni pericolosi, nonché a flussi di rifiuti nuovi, complessi e pericolosi, come i rifiuti elettronici.</p>



<p>Gli sviluppi tecnologici sono riusciti a sostituire molti lavori sporchi, pericolosi e umilianti precedentemente svolti dai lavoratori. Le innovazioni nel campo dell’automazione e della robotica possono prevenire rischi quali rumore, vibrazioni o contatto con macchinari in movimento e ridurre l’esposizione a sostanze pericolose. L ‘innovazione nella movimentazione manuale può supportare movimenti e posizioni ergonomici, consentendo allo stesso tempo l’inclusione di una gamma più ampia di lavoratori in determinati impieghi e compiti. D’altro canto, anche l’uso della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale crea sfide, con possibili effetti negativi sulla SSL. Nuovi rischi possono emergere da maggiori interfacce uomo-macchina, per esempio in relazione a collisioni con apparecchiature, guasti meccanici, pericoli elettrici o errori di programmazione dei robot. I rischi ergonomici possono derivare dal maggiore utilizzo di dispositivi mobili e dal lavoro sedentario. Un elevato carico cognitivo, visivo e/o sensoriale, nonché la perdita di autonomia nello svolgimento del lavoro e la ridotta interazione con i colleghi, possono aumentare lo stress e il senso di isolamento, con conseguenze sulla salute mentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>A call for safer and healthier working environments, </em>Geneva, International Labour Organization, 26 novembre 2023. Traduzione a cura di Paginauno. “This translation was not created by the International Labour Organization (ILO) and should not be considered an official ILO translation. The ILO is not responsible for the content or accuracy of this translation. This is an adaptation of an original work by the International Labour Organization (ILO). Responsibility for the views and opinions expressed in the adaptation rests solely with the author or authors of the adaptation and are not endorsed by the ILO.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang--en/index.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang&#8211;en/index.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) A titolo comparativo, nel 2019 i decessi legati al lavoro sono stati più del doppio di quelli dovuti agli incidenti stradali (1.286.446 morti)</p>



<p class="has-small-font-size">2) I 20 fattori di rischio sono: l’esposizione professionale ad amianto; arsenico; benzene; berillio; cadmio; cromo; scarichi dei motori diesel; formaldeide; nichel; idrocarburi policiclici aromatici; silice; acido solforico; tricloroetilene; agenti asmatici; particolato, gas e fumi; rumore professionale; infortuni sul lavoro; fattori ergonomici; lunghi orari di lavoro; radiazioni ultraviolette solari</p>



<p class="has-small-font-size">3) Un DALY corrisponde alla perdita dell’equivalente di un anno di piena salute: è una misura universale per calcolare gli oneri sanitari</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Germania, working class: la fine del German Dream</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/germania-working-class-la-fine-del-german-dream/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7397</guid>

					<description><![CDATA[Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Julia Friedrichs*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.</p>
</blockquote>



<p><em>La Germania è in recessione. Ma non è questa crisi economica a causare la crisi sociale. Essa affonda le radici nell’epoca in cui il Paese era indicato come il motore d’Europa e il modello da seguire, con la sua ‘economia so</em><em>ciale di mercato’ (l’ordoliberismo) e il</em><em> </em><em>mercantilismo vincente. Uno svilup</em><em>po basato sulla sottaciuta graduale </em><em>trasformazione della </em>working class<em> in</em><em> </em>working poor<em>, una dinamica che abbiamo visto all’opera anche in Italia. Con uno sguardo dall’interno e ben </em><em>lontano dalla narrazione positiva che</em><em> normalmente circonda lo Stato tedesco, Julia Friedrichs, autrice di “</em><em>Working Class: Waru</em><em>m wir Arbeit brau</em><em>chen, von der wir leben können”</em><em>&nbsp;(“Working class: perché abbiamo bisogno di un lavoro che ci consenta di vive</em><em>re”) è giunta alla conclusione, tra da</em><em>ti e interviste, che oggi i lavoratori </em><em>lottano per garantirsi la mera soprav</em><em>vivenza. “I nati in Germania Ovest nel</em><em>l’immediato dopoguerra,” scrive in que</em><em>sto articolo, “ovvero i genitori dei</em><em> quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori”. Non è più così per le generazioni successive: “Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito di</em><em>sponibile dei genitori”. E non si trat</em><em>ta di formazione adeguata o di posto di lavoro: “Il mondo professiona</em><em>le moderno è troppo frammentato</em><em> per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu. Gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbri</em><em>ca alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pa</em><em>cchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando </em><em>siamo malati”. Per Julia Friedrichs,</em><em> nelle società attuali la linea di de</em><em>marcazione è il capitale. Quello di na</em><em>scita, che proviene dalla famiglia:</em><em> ricchezza, titoli di studio, contatti. I differenti tipi di capitale che indicava </em><em>il sociologo Bourdieu: economico, cul</em><em>turale e sociale. Chi non li ha – la</em><em> maggior parte – “sono persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il </em><em>motto è: reddito netto uguale bud</em><em>get mensile”. Corrono per stare fer</em><em>mi, come su una scala mobile ne</em><em>ll’opposto senso di marcia. Running to stand still.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La generazione successiva a quella dei baby boomer, nella sua gran parte sarà la prima, dopo la seconda guerra mondiale, a non superare economicamente i propri genitori. Sebbene l’economia sia cresciuta per un decennio, la maggioranza delle persone di questo Paese ha poco capitale e nessuna ricchezza.</p>



<p>Creare ricchezza con i propri sforzi è diventato più difficile, soprattutto per le giovani generazioni. La metà di loro teme di diventare povera in età avanzata.</p>



<p>Siete mai saliti su una scala mobile contro il senso di marcia cercando di opporvi alla discesa dei gradini? È una brutta sensazione. Si calcia e si scalcia, ma non si riesce a fare progressi. Con un grande sforzo si riesce al massimo a resistere.</p>



<p>Oppure – altro esempio – vi è mai capitato di usare un ascensore che all’improvviso ha sobbalzato e si è bloccato, invece di portarvi ai piani superiori? Di colpo lo spazio appare angusto. Ad alcune persone sembra di essere a corto d’aria. Il tempo che manca alla liberazione si allunga. Non è un bel momento.</p>



<p>Naturalmente – e questo è il sollievo – entrambe le situazioni possono essere risolte rapidamente: si scivola finalmente giù per la scala mobile in segno di resa, e l’ascensore riparte dopo la riparazione. Fatto!</p>



<p>E se non fosse così?</p>



<p>Immaginate per un attimo di essere intrappolati per sempre in una delle due posizioni. Perché sono proprio quelle che gli economisti usano come metafora per caratterizzare la realtà di molti giovani: “Running to stand still”, correre per restare fermi, cioè per non scivolare; e “Broken Elevator”, un ascensore rotto che impedisce alle persone di salire ai piani sociali più alti.</p>



<p>All’inizio di dicembre 2021 l’OCSE, insieme alla Fondazione Bertelsmann, ha pubblicato un importante studio sullo stato della classe media. Il report ha formulato una diagnosi che era già stata preannunciata in molti risultati individuali: per le giovani generazioni, la promessa di un avanzamento, fatta dall’economia sociale di mercato, non viene mantenuta. Secondo lo studio, infatti, “la classe media tedesca si è ristretta rispetto alla metà degli anni Novanta. Tra il 1995 e il 2018 si è ridotta”.</p>



<p>Per molti anni il reddito disponibile, e quindi il tenore di vita di molte famiglie della classe media, ha ristagnato. I giovani sono stati più colpiti rispetto agli anziani. Letteralmente, si legge: “Dall’epoca dei baby boomer in poi, è diventato più difficile per ogni generazione successiva passare alle classi di reddito del ceto medio”.</p>



<p>Nonostante il boom dell’economia avvenuto prima della pandemia sia stato costante e robusto e anche se la generazione più giovane ha investito più tempo e sforzi nella propria formazione rispetto a quelle precedenti; anche se molte aziende lamentano da tempo la mancanza di lavoratori qualificati e – se si crede alle leggi della domanda e dell’offerta – i pochi giovani potrebbero in realtà essere meglio retribuiti rispetto ai baby boomer, che abbondano in numero.</p>



<p>Le misurazioni dell’economista Timm Bönke confermano questa conclusione. Per gli studi sul reddito durante il ciclo di vita, lui e i suoi colleghi scavano tra i dati dei fondi pensione e del Socio-Economic Panel, provenienti dai micro-censimenti e dalle indagini sul reddito dei consumatori a partire dal 1962. Il team confronta e analizza: <em>chi</em> guadagna <em>quanto</em> nell’arco della propria vita? E come si rapporta il reddito dei genitori con quello dei figli?</p>



<p>I nati in Germania Ovest nell’immediato dopoguerra, ovvero i genitori dei quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori. Timm Bönke: “Per i nati dopo, invece, questo non è più vero. Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito disponibile dei genitori”.</p>



<p>Eppure il reddito nazionale pro capite è cresciuto del 53% dal 1980. Quindi la torta è diventata molto più grande. Se fosse stata distribuita allo stesso modo, a un certo punto tutti i figli adulti avrebbero dovuto superare i loro genitori in termini di reddito disponibile. Ma non è così.</p>



<p>È come se una parte della generazione più giovane fosse stata indirizzata dalla scala mobile sicura che portava i genitori verso l’alto, a una scala mobile verso il basso. Ora stanno correndo per aggrapparsi in qualche modo. <em>Running to stand still.</em></p>



<p>Ovviamente i giovani stanno ancora salendo le scale della vita. O probabilmente, è più esatto dire che iniziano il loro viaggio da un pianerottolo più alto. Ma questi sono i giovani dotati di capitale fin dalla nascita, grazie alle loro famiglie: ricchezza, titoli di studio, contatti. Coloro che invece sono in corsa contro la retrocessione possono essere delineati con precisione: sono quelli che appartengono alla schiera dei post-baby boomers, che non hanno beni, né capitali, che dipendono unicamente dal lavoro delle loro mani e delle loro teste. La nuova classe operaia.</p>



<p>Spesso si sostiene che in Germania sia scomparsa da tempo. Che possiamo solo essere suddivisi in gruppi di consumatori, distinti dal fatto che alcuni volano a Maiorca per i mandorli in fiore, altri a Ibiza per le feste. Una falsità che si basa anche sul fatto che ci aggrappiamo a immagini e definizioni superate.</p>



<p>Oggi gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbrica alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pacchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando siamo malati.</p>



<p>La classe operaia è diventata più variegata, più femminile, più migrante, più propensa a svolgere lavori di servizio, ma vale sempre lo stesso discorso: sono persone che lavorano per avere soldi per mantenersi. Persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il motto è: reddito netto uguale budget mensile.</p>



<p>I due economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez stratificano la popolazione degli Stati Uniti in base alla loro ricchezza. In fondo alla scala, l’ampia working class, le persone senza capitale, ben il 50%. Poi la classe media: il 40%. La classe medio-alta è il successivo 9%. E i ricchi sono l’1% superiore. Se si segue questa logica, anche&nbsp;in Germania&nbsp;la maggior parte delle persone sono lavoratori. Perché, nonostante l’economia sia in crescita da un decennio, la maggioranza di questo Paese non possiede quasi nessun capitale, nessun patrimonio.</p>



<p>Se si mettono in fila tutti i cittadini adulti, il patrimonio del tedesco medio è pari a circa 20.000 euro. Se si ripete la stessa cosa con le sole donne che in Germania pagano un affitto, la mediana equivale a 5.000 euro. Come si può vedere, nel nostro ricco Paese, troppa poca ricchezza arriva fino alla metà inferiore della piramide. E molti sulla scala mobile hanno l’impressione, giustamente, che tutti gli sforzi non siano sufficienti per uscire da questa situazione.</p>



<p>“La Germania ha un’uguaglianza insolitamente bassa di opportunità e mobilità tra le generazioni”, scrive Marcel Fratzscher, presidente del Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (Istituto Tedesco per la Ricerca Economica). Il reddito dei figli è strettamente legato a quello dei genitori più di quanto accada in quasi tutti gli altri Paesi industrializzati, afferma. E prosegue: “Sta diminuendo drasticamente la percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media”. Dal 1995 le loro possibilità di avanzamento sono diminuite. La working class è bloccata nel <em>b</em><em>roken elevator</em>e corre per tenere il passo della scala mobile.</p>



<p>Questo per quanto riguarda i risultati astratti. Ma dietro a tutto questo ci sono molte vite individuali che non sono affatto astratte. Persone che avevano progetti che non si sono ancora realizzati. Speranze che non si sono ancora realizzate. Dietro ci sono le grandi domande, quasi filosofiche, come il valore del lavoro e chi lo misura. E quelle che ci poniamo ogni mattina: come fai a motivarti ad andare avanti quando sai che tutto il tuo sforzo probabilmente non ti porterà su per la scala mobile?</p>



<p>In un punto della rete che nel sottosuolo&nbsp;tiene insieme Berlino, Sait riempie il suo carrello delle pulizie con un litro di detergente, stracci, carta igienica, sacchi blu e cartone a mano dalle 6:30 di ogni giorno lavorativo. Quando l’ascensore si rompe di nuovo, come stamattina, Sait non ha altra scelta se non quella di tenere aggrappato al proprio corpo il carrello inclinato lungo la scala mobile. Così scende, sotto le strade della città.&nbsp;</p>



<p>Sait pulisce le stazioni della metropolitana di Berlino da 18 anni. In ognuna segue la stessa routine. Pulisce le banchine, le scale, l’area di uscita. Svuota i cestini della spazzatura, spazza, deterge se ci sono macchie: se qualcosa è stato versato, urina secca, resti di escrementi. Pulisce freneticamente anche le biglietterie automatiche. Il suo programma gli concede 40 minuti per stazione. Se impiega più tempo, ha un ‘meno’, e per recuperarlo deve lavorare ancora più velocemente alla stazione successiva.</p>



<p>Una volta terminata la pulizia, spinge il carrello nella metropolitana per andare alla stazione successiva. Questo è il momento che vive come il peggiore del turno, quando lui, che garantisce la pulizia, viene percepito&nbsp;dagli altri come sporco. I carrelli, dice Sait, vengono utilizzati in tre turni e i sacchi di raccolta vengono cambiati solo una volta alla settimana. Vorrebbe poter riporre i suoi materiali di pulizia dentro degli armadietti, in ogni stazione. Ma questo, sospetta, sarebbe probabilmente troppo costoso. Quindi non ha altra scelta che portarli da una stazione all’altra. “Ora immagina”, dice, “hai il tuo panino in mano, io sto salendo, ho appena pulito vomito e piscio e lo straccio puzza. È in quel momento che ti allontani da me, ovviamente!”</p>



<p>Nell’autunno 2019 Sait guadagnava 10,56 euro lordi all’ora. Adesso sono diventati poco più di 12 euro l’ora. Ma in cambio deve fare più stazioni in meno ore. Il suo turno è stato accorciato. Sait guadagna circa 1.700 euro netti al mese. Ha due figli. Quello maggiore ora sta facendo un apprendistato e guadagna soldi extra. Per fortuna. Perché prima Sait si recava al Sozialamt (ufficio per l’assistenza sociale, <em>n.d.a.</em>) mese dopo mese e si faceva dare un’integrazione dello stipendio. Gli piacerebbe poter sfamare la sua famiglia con il suo lavoro. Ma non è sufficiente. Anche sua moglie guadagna facendo la sarta in una piccola sartoria. Perché molte cose che deve pagare sono diventate più costose. L’affitto: 500 marchi per tre stanze, è quanto costava il suo appartamento negli anni ‘90, ora però sono 700 euro. L’elettricità: raddoppiata. I contributi sociali: aumentati. Il fatto che uno come lui possa permettersi una buona vita non è più possibile, dice Sait, e in questo modo riassume sobriamente tutte le statistiche e gli studi apparsi sulla situazione dei lavoratori come lui.</p>



<p>Naturalmente, Sait è quello che i sociologi chiamano un “non qualificato”. Si può raccontare la sua vita lavorativa come lui stesso fa in maniera autocritica: come conseguenza del suo fallimento nel sistema educativo. Un apprendistato, o addirittura una laurea, avrebbero aumentato le sue possibilità. Ma la vita di Sait non potrebbe essere raccontata anche in un modo completamente diverso?</p>



<p>David Graeber, l’etnologo della London School of Economics, morto troppo presto nel 2020, ha scritto nel suo libro <em>Bullshit Jobs</em>: “Supponiamo di svegliarci tutti una mattina per scoprire che non solo gli infermieri, gli addetti alla raccolta di spazzatura e i meccanici sono scomparsi, ma che anche gli autisti di autobus, i venditori di cibo, i vigili del fuoco e i cuochi di fast food sono stati trasportati in un’altra dimensione: le conseguenze sarebbero catastrofiche”. Non è del tutto chiaro, invece, se il mondo soffrirebbe se sparissero tutti i gestori di private equity, gli esperti di marketing, gli specialisti delle assicurazioni o gli addetti al telemarketing. “Ma è proprio lì che lavorano molte delle persone che percepiscono stipendi particolarmente alti”.</p>



<p>E alcuni di loro guardano anche dall’alto in basso coloro che si occupano di loro in vari modi. Che il lavoro di Sait sia necessario e significativo è indiscutibile. Che lo faccia in modo corretto e affidabile, anche senza una laurea, è altrettanto indiscutibile. Quindi perché una persona come Sait non dovrebbe avere il diritto di sperare di poter costruire, su questo lavoro, una vita sicura e buona?</p>



<p>Una generazione prima, era ancora possibile. Anche per i non qualificati. Anche il padre di Sait era un operaio a Berlino. Lavorava come autista al mercato all’ingrosso. Sua madre era una casalinga. La famiglia aveva tre figli. A quel tempo, racconta Sait, era possibile vivere bene con un solo reddito. La famiglia poteva affittare un appartamento spazioso, andare al ristorante, in vacanza, suo padre poteva persino risparmiare. È perché erano più frugali, come sostengono alcuni anziani? In ogni caso, il fatto è che, al netto dell’inflazione, il padre di Sait guadagnava più di quanto guadagna oggi suo figlio.</p>



<p>Nelle parole del grande economista Marcel Fratzscher suona più o meno in questo modo: “La percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media, sta diminuendo drasticamente”.</p>



<p>Oppure, come dice Bettina Kohlrausch, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca della Fondazione Hans Böckler: “Un’occupazione lavorativa remunerata non è più una promessa di sicurezza”, soprattutto per i più giovani. E questo considerando che la loro preparazione, prima di entrare nel mercato del lavoro, è significativa.</p>



<p>A conti fatti, nessuna generazione è stata più istruita di quella attuale. All’inizio degli anni Cinquanta, il 15% di ogni coorte in Germania Ovest frequentava il ginnasio, oggi quasi il 50%. Nel 1950, 100.000 giovani andavano all’università, oggi oltre due milioni. Certo, l’Abitur (esame di maturità, <em>n.d.a.</em>) non è più così impegnativo come poteva esserlo quando solo una classe ristretta ed elitaria lo sosteneva. Ma è ancora più impegnativo del Volksschulabschluss (certificato di scuola elementare, <em>n.d.a.)</em>, che era il titolo di studio più comune nella generazione degli over 65.</p>



<p>Certo, l’espansione dell’istruzione ha cancellato alcune disuguaglianze che ancora caratterizzavano la generazione dei nostri genitori e nonni: quelle tra ragazzi e ragazze e tra aree urbane e rurali. Ma non quella tra i figli degli accademici e quelli della working class. Questo divario invece è cresciuto.</p>



<p>Per capirlo, facciamo un breve esempio aritmetico: immaginiamo che un medico donna guadagni 3.000 euro e un infermiere uomo 1.500; e che entrambi raddoppino il loro stipendio. La dottoressa ne prende 6.000, l’infermiere 3.000. In termini percentuali, tutti e due ricevono la stessa cifra in più, ma il divario tra loro aumenta. È esattamente ciò che è accaduto nelle scuole e nelle università. Se si osserva il background sociale degli studenti prima e dopo l’espansione dell’istruzione, si noterà che un numero maggiore di diplomati di tutte le classi va all’università. Ma è proprio questo che ha aumentato il vantaggio dei figli degli accademici.</p>



<p>Un esempio: nel 1969, il 3% dei figli di operai iniziava l’università, nel 2000 era il 7%, più del doppio. Tra i figli dei dipendenti pubblici, la quota è passata dal 27% nel 1969 al 53% nel 2000. In seguito, il metodo di conteggio è stato modificato, quindi le statistiche non sono più confrontabili. Il risultato, tuttavia, rimane: la percentuale di coloro che studiano è aumentata in tutti gli strati sociali. Allo stesso tempo, però, il divario è cresciuto a svantaggio dei figli della classe operaia.</p>



<p>Inoltre, se l’Abitur è il <em>new normal</em>, ha perso decisamente valore, come tutti gli altri certificati. Il sociologo Aladin El-Mafaalani scrive: “Laddove una volta nessun titolo di studio o titoli di base sarebbero stati sufficienti per iniziare una carriera, ora sono necessari titoli di studio medi e superiori”.</p>



<p>Secondo un paragone popolare, è come essere in uno stadio. Se un solo tifoso si alza in piedi, vede meglio. Ma se uno alla volta si alzano tutti, il vantaggio viene meno. Nello stadio delle generazioni successive a quella del baby boom, chi è rimasto seduto ha una visuale molto scarsa. Ma anche chi si è alzato, cioè chi si è diplomato – studiando – allungandosi fino alla punta dei piedi, non ha più la garanzia di vedere ciò che accade, e non ha più la garanzia della sicurezza economica.</p>



<p>Al telefono, Alexandra ha detto che la sua vita è governata da un grande senso di insicurezza. Né lei né suo marito Richard se lo aspettavano all’inizio della loro carriera. Come avrebbero potuto? Due laureati con lode. Alexandra si è diplomata al conservatorio con ‘ottimo’ e poi ha aggiunto l’esame di concertista e la tesi di dottorato. Non si può investire di più nella propria formazione. Anche la sua professione, insegnante di pianoforte, è molto richiesta. Le liste d’attesa sono lunghe.</p>



<p>Alexandra e Richard vivono molto appartati. Ma in qualsiasi altro posto, anche una casa piccola come la loro sarebbe inaccessibile. Il bungalow è stato costruito nel 1977 e ha il riscaldamento a gasolio nel seminterrato. Per la ristrutturazione è stato utilizzato un Bausparsvertrag (contratto di risparmio edilizio, una sorta di mutuo, <em>n.d.a.</em>) e hanno dovuto finanziare interamente il prezzo di acquisto. Oggi pagano 1.300 euro al mese per interessi, rimborso, elettricità, acqua e riscaldamento a gasolio. Fortunatamente non si è rotto nulla per molto tempo. Perché Alexandra e suo marito Richard sono insegnanti di musica a contratto. I loro datori di lavoro – sei scuole di musica – hanno esternalizzato i rischi della vita a loro due.</p>



<p>Alexandra e Richard sono assunti per 21-27 euro lordi all’ora. Alcuni compensi non vengono aumentati da dieci anni. Durante le vacanze o quando sono malati, non guadagnano nulla.</p>



<p>Sul tavolo del soggiorno c’è un foglio di carta sul quale hanno disegnato il loro programma settimanale. Un capolavoro di logistica, che conduce due attivissimi micro imprenditori ai loro 110 allievi. Sarebbe opportuno avere una seconda auto. Ma è fuori discussione.</p>



<p>Non sono poveri, sottolinea Alexandra. Entrambi guadagnano circa 1.600 euro netti al mese, e lei gestisce il denaro in modo disciplinato: tiene un libro dei conti, cerca offerte per il cibo e per i vestiti.</p>



<p>Il budget è un problema risolvibile nella maggior parte dei mesi. Come musicista, si impara presto che non si ottiene nulla senza disciplina. E così questa virtù è diventata il loro strumento di gestione della vita. L’insicurezza pesa di più. Alexandra, Richard e i due bambini devono sempre restare in funzione. A nessuno è permesso ammalarsi per un periodo di tempo prolungato. Ogni evento imprevisto fa vacillare la struttura della loro vita, che hanno costruito con molto lavoro.</p>



<p>Alexandra e Richard appartengono al tipo di persone che molti di coloro che hanno ancora in testa le vecchie immagini e definizioni della classe operaia, non assocerebbero certo al termine working class. Ma il mondo professionale moderno è troppo frammentato per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu in base ai titoli di studio, ai posti di lavoro. No. La linea di demarcazione decisiva nelle società attuali è il capitale.</p>



<p>E proprio come Sait, Alexandra e Richard vivono di mese in mese. Anche loro non hanno beni. Nessuna riserva per i momenti difficili. E non ci sono solo loro. Ad esserne altrettanto colpiti sono make-up artist, insegnanti dei centri di formazione per adulti, assistenti sociali, giornalisti, fisioterapisti.</p>



<p>Se si va a trovare Alexandra in uno dei suoi luoghi di lavoro – un’aula di musica in una scuola elementare, carta da parati in truciolato alle pareti, moquette di velluto blu sul pavimento – è facile tornare indietro agli anni Ottanta della Germania Ovest. In un’epoca in cui il lavoro di Sait non era ancora affidato a subappaltatori e gli insegnanti di scuola di musica come Alexandra erano ancora assunti a tempo indeterminato, con tutte le benedizioni del welfare state – contributi previdenziali, indennità di malattia, ferie.</p>



<p>Gli anni Ottanta hanno segnato la fine dell’era del capitalismo più addomesticato che i Paesi industrializzati occidentali abbiano mai sperimentato. Il normale rapporto di lavoro era la norma, almeno per la metà maschile della popolazione, il tasso di retribuzione era elevato, il divario tra gli stipendi più alti e i redditi medi era ridotto. All’epoca, un membro del consiglio di amministrazione riceveva in media 14 volte il salario dei suoi dipendenti, oggi 50 volte. I patrimoni non erano così distanti. Le possibilità di promozione erano maggiori. Chi era povero negli anni ‘80 aveva solo il 40% di probabilità di rimanere tale cinque anni dopo. Oggi questo rischio è salito al 70%.</p>



<p>Per questo molti economisti considerano gli anni ‘80 come un punto di svolta per la classe operaia. Nei Paesi occidentali, che in termini di reddito erano diventati sempre più uguali nei decenni del dopoguerra, la tendenza si è invertita: le disuguaglianze di ricchezza e di reddito sono aumentate.</p>



<p>Le cause sono numerose. Non c’è una sola ragione. Ma piuttosto, fatalmente, c’è tutta una serie di ostacoli accumulati sulla strada dei membri più giovani della working class, mentre tentavano la loro scalata. Alcuni si possono rapidamente etichettare qui con una parola chiave: globalizzazione, deregolamentazione, ascesa del capitalismo finanziario. Tutto questo è stato avvertito anche dalla classe operaia. Parti di aziende sono state delocalizzate, la forza lavoro nel Paese è stata messa sotto pressione. I salari del 40% più povero – adeguati all’inflazione – sono cresciuti a malapena per più di due decenni.&nbsp;</p>



<p>I sindacati si sono indeboliti.&nbsp;Anche i partiti socialdemocratici. E gli economisti promettevano che la ricchezza si sarebbe più o meno automaticamente riversata verso il basso se si fossero concessi sgravi fiscali solo a chi già possedeva molto.</p>



<p>Un altro ostacolo che blocca le scale alle giovani generazioni viene raramente menzionato. Probabilmente anche perché non è stato messo lì da potenze lontane come i super-ricchi del mondo o i politici di spicco, ma da chi ti è molto più vicino: le colleghe più anziane, il consiglio di fabbrica, i tuoi stessi genitori. Alcuni chiamano la generazione di coloro che oggi hanno circa settant’anni, la ‘generazione d’oro’. Da un punto di vista economico, i nati nella Germania Ovest del dopoguerra si sono sempre trovati nella fase di vita giusta al momento giusto. In età avanzata, questa generazione è più prospera di qualsiasi altra coorte che l’ha preceduta – e presumibilmente anche di quelle che le succederanno.</p>



<p>Il giornalista televisivo Sven Kuntze, un tempo corrispondente della ARD a Bonn, New York e Washington, scrive in un libro sulla sua generazione che sono cresciuti come “figli del miracolo economico”, in un’atmosfera di sconfinata fiducia. Le cose andavano sempre meglio. Chi andava in bicicletta presto si poteva comprare la moto e poi la prima auto, e i viaggi per le vacanze si spostavano inesorabilmente verso sud. Si aprivano piscine ovunque, si costruivano scuole. Lo Stato era quasi privo di debiti. Kuntze ricorda che “ovunque l’occhio dell’adolescente guardasse, c’erano nuovi inizi e ottimismo”.</p>



<p>Chi era giovane a quel tempo “doveva solo afferrare” le opportunità. È così che un’ex redattrice, appena andata in pensione, descrive la situazione nell’intervista. Ha iniziato la sua carriera sapendo che tutto era possibile. Quando fu promossa a capo redazione, tutto questo non sarebbe stato più vero per chi l’avrebbe seguita. Le posizioni fisse erano state tagliate. Nelle riunioni del personale, ha dovuto togliere ai suoi freelance la speranza della sicurezza che lei stessa aveva sperimentato fin dall’inizio. Ed è anche consapevole del fatto che coloro che verranno dopo di lei, non avranno in alcun modo la stessa sicurezza di cui lei oggi gode, in vecchiaia. Fino all’inizio degli anni ‘90, le emittenti hanno fatto costose promesse pensionistiche ai loro redattori, che ora, ohimè, stanno intaccando i bilanci attuali. Uno dei negoziatori di allora afferma adesso che l’intera faccenda “probabilmente non era stata calcolata in questo modo sulla tabella di marcia”. Sembra che questa fosse una specialità della generazione del dopoguerra. Fondo pensione? Clima? Opportunità di avanzamento? “Probabilmente non era stato calcolato in questo modo sulla linea del tempo”.</p>



<p>Fra molti lavoratori dipendenti ci sono quindi diverse generazioni di pensionati: quelli che “hanno una buona pensione”, quelli che “hanno <em>ancora</em> una buona pensione” e poi i più giovani, le cui pensioni aziendali sono spesso inferiori o sono state limitate e che – ovviamente – dovranno anche cavarsela con una pensione statale più bassa. Dovrebbero quindi provvedere privatamente alla loro vecchiaia, come si dice sempre. Cosa che – come possono spiegare in dettaglio non solo Sait e Alexandra – è difficilmente possibile quando i salari non aumentano, ma le spese sì. <em>Running to stand still. </em>Correre per restare fermi.</p>



<p>Nella prima primavera durante la pandemia, la working class ha vissuto una breve stagione di rispetto, persino di riverenza. Improvvisamente, tutti coloro che – come Sait – sarebbero altrimenti passati inosservati, pulendo o curando o raccogliendo, sono stati visti come eroi della crisi. Al Bundestag tedesco, i deputati si sono alzati in piedi – standing ovation per tutti coloro che, con il loro lavoro, “fanno letteralmente funzionare il Paese”, come li ha ringraziati la cancelliera Angela Merkel. E Herbert Grönemeyer ha cantato: “Sono gli eroi di questi tempi / Le nostre spine dorsali / La nostra posizione / Osano attraversare i loro confini lontani / Per voi e per me / Prendono il Paese nelle loro mani”.</p>



<p>Quando si è bloccati in un ascensore rotto, questa attenzione può sembrare inizialmente confortante. Ma per le persone in quella situazione, sarebbe più importante che l’ascensore ripartisse rapidamente. Sappiamo cosa aiuterebbe la riparazione: salari più alti, una ridistribuzione del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza, alloggi che anche la classe operaia possa permettersi, scuole che istruiscano tutti, sicurezza sociale che sostenga tutte le generazioni. Chi si impegna deve poter ottenere qualcosa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato sul blog VocidallaGermania, 24 agosto 2023, sotto diritti Creative Commons</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il valore del lavoro essenziale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-valore-del-lavoro-essenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6884</guid>

					<description><![CDATA[I lavoratori essenziali. Ritenuti indispensabili durante la pandemia Covid, il rapporto dell’ILO fotografa le loro condizioni di lavoro: salari più bassi, contratti precari, orari sfiancanti, meno protezione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I lavoratori essenziali. Ritenuti indispensabili durante la pandemia Covid, il rapporto dell’ILO fotografa le loro condizioni di lavoro: salari più bassi, contratti precari, orari sfiancanti, meno protezione sociale</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-68a3ca82bacb35cd8f9e3fe75aec876e">INTRODUZIONE</h4>



<p>I lavoratori chiave possono essere individuati in otto gruppi professionali: lavoratori dei sistemi alimentari; operatori sanitari; lavoratori al dettaglio; addetti alla sicurezza; lavoratori manuali; addetti alle pulizie e servizi igienico-sanitari; addetti ai trasporti; tecnici e impiegati dei settori. Nei 90 Paesi con dati disponibili, i lavoratori essenziali costituiscono il 52% della forza lavoro, sebbene la quota sia inferiore nei Paesi ad alto reddito (34%), dove le attività economiche sono più diversificate (Grafico ES1, pag. 31). Le donne rappresentano il 38% di tutti i lavoratori chiave a livello globale, una percentuale inferiore alla loro quota di lavoro non chiave (42%); costituiscono inoltre i due terzi degli operatori sanitari e più della metà dei lavoratori del commercio al dettaglio, ma sono ampiamente sotto-rappresentate nella sicurezza e nei trasporti. I Paesi ad alto reddito fanno molto affidamento sui migranti internazionali per svolgere servizi chiave in occupazioni come l’agricoltura, la pulizia e l’igiene. […]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="316" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES.jpg" alt="" class="wp-image-8208" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-c2f0fbddbeda410cafd78a0ce4b538cf">1. CHI SONO I LAVORATORI ESSENZIALI?</h4>



<h4 class="wp-block-heading">1.1. Definizione di lavoratori essenziali</h4>



<p>In questo Report, la definizione di lavoratori chiave proviene dagli elenchi pubblicati dai Paesi di tutto il mondo all’inizio della pandemia Covid-19. In totale, 126 Stati hanno pubblicato elenchi nel marzo-aprile 2020, designando quelle attività o servizi che dovevano continuare a funzionare nonostante la pandemia. Sebbene gli elenchi variassero per scopo, portata e dettaglio, vi erano importanti somiglianze riguardo a quali servizi o attività fossero considerati essenziali, sia in Paesi di diverse regioni del mondo – Africa, Americhe, Stati arabi, Asia o Europa – così come tra Paesi ad alto, medio e basso reddito. Tuttavia, vi erano anche differenze, che riflettevano la struttura delle singole economie e aree geografiche, nonché la pressione politica di alcuni settori affinché continuassero le attività, in particolare durante le successive ondate pandemiche. […]</p>



<p>La maggior parte degli Stati ha incluso ambiti economici per salvaguardare l’accesso al cibo, all’acqua, all’elettricità, ai servizi igienici e all’assistenza sanitaria e per garantire l’ordine pubblico. La fornitura di tali beni e servizi, tuttavia, implicava che altri settori restassero in funzione, dato il loro coinvolgimento nella fornitura. Così, per esempio, nessun Paese ha negato la centralità della produzione alimentare e agricola; ma, oltre ai contadini che coltivano la terra, garantire un approvvigionamento alimentare adeguato significava anche incorporare i trasporti (per consegnare il cibo al mercato), alcune attività manifatturiere (le fabbriche che preparano gli alimenti trasformati), alcuni settori del commercio al dettaglio (i negozi e i mercati che vendono cibo, sia fresco che trasformato), ristoranti che preparano cibo da asporto, nonché servizi di consegna (compresi i lavoratori su piattaforma) che consegnano il cibo ai consumatori. Reti simili di produzione e scambio si applicano, per esempio, anche all’assistenza sanitaria. Oltre a questi ambiti, la maggior parte dei governi ha esteso il proprio elenco di servizi essenziali includendo attività di informazione e comunicazione, attività finanziarie, servizi legali e pubblica amministrazione. Questi servizi erano necessari per la continuazione dell’attività economica e in effetti garantivano il soddisfacimento dei bisogni fondamentali sopra elencati. In tutto, vi erano 13 grandi settori che fornivano servizi considerati essenziali nella maggior parte dei Paesi (Tabella 1.1, pag. 32) [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="311" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1.jpg" alt="" class="wp-image-8195" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Questo Report però si concentra su quei lavoratori che hanno dovuto lasciare la propria casa per svolgere il proprio lavoro. [&#8230;] Queste occupazioni sono classificate nei seguenti otto grandi gruppi occupazionali: lavoratori dei sistemi alimentari; operatori sanitari; lavoratori al dettaglio; addetti alla sicurezza; operai (inclusi operatori di impianti e magazzinieri); addetti alle pulizie e servizi igienico-sanitari; addetti ai trasporti; tecnici e impiegati dei settori (Figura 1.3, pag. 33).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="394" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3.jpg" alt="" class="wp-image-8196" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">1.2. Quanti sono i lavoratori essenziali e quali sono le loro caratteristiche?</h4>



<p>I lavoratori chiave rappresentano un’ampia quota della forza lavoro mondiale. Per i 90 Paesi per i quali sono disponibili dati, la percentuale varia da un massimo dell’87% in Mozambico a un minimo del 24% in Israele, con una media del 52% in tutti gli Stati. In generale, maggiore è il livello di reddito di un Paese, minore è la percentuale di lavoratori in occupazioni chiave.</p>



<p>Ciò non sorprende dato che, in molti Paesi a basso e medio reddito, l’agricoltura continua a essere una parte importante dell’attività economica e un’occupazione dominante. Tuttavia, la relazione negativa vale anche escludendo i lavoratori agricoli. Con lo sviluppo economico, la struttura delle attività si diversifica, con più persone impiegate in settori non chiave – come finanza, assicurazioni e immobiliare oppure arte, intrattenimento e ricreazione – che non rientrano nella categorizzazione del lavoro essenziale. Di conseguenza, con l’aumento del reddito, c’è un declino complessivo della quota di lavoratori chiave (Figura 1.5, pag. 34), che persiste anche quando l’agricoltura è esclusa.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="285" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5.jpg" alt="" class="wp-image-8209" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, c’è un cambiamento nei tipi di occupazione che diventano prevalenti nei lavori chiave, in particolare verso l’assistenza sanitaria, la pulizia e l’igiene, il lavoro manuale (manifattura e magazzini) e il lavoro come tecnici e impiegati. Mentre meno del 2% dei lavoratori essenziali è impegnato nel settore sanitario nei Paesi a basso reddito, la quota sale a quasi il 20% in quelli ad alto reddito (Figura 1.6, pag. 35). [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="334" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6.jpg" alt="" class="wp-image-8197" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>In media, il 51% dei lavoratori chiave sono salariati e dipendenti mentre il restante sono lavoratori autonomi (Figura 1.7, pag. 36). Ciononostante, esistono differenze cruciali tra i gruppi di reddito: nei Paesi ad alto reddito, la maggior parte dei lavoratori essenziali sono dipendenti (84%), mentre è vero il contrario per i Paesi a basso reddito, dove oltre l’87% sono autonomi. Negli Stati ad alto reddito, l’agricoltura e, in misura minore, i trasporti, sono le due principali attività economiche in cui è diffuso il lavoro autonomo; al contrario, nei Paesi a basso reddito, il lavoro autonomo è il tipo di occupazione dominante tra i lavoratori essenziali in tutti i gruppi occupazionali, a eccezione della salute e della sicurezza.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="237" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7.jpg" alt="" class="wp-image-8198" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7-300x119.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La distinzione in base allo status occupazionale – lavoratori subordinati rispetto a lavoratori autonomi – è fondamentale, poiché nella maggior parte dei sistemi giuridici del mondo il rapporto di lavoro rimane la porta d’accesso alla protezione sociale. Molti dei diritti e dei benefici concessi ai lavoratori sono assenti quando il lavoratore è autonomo. Questi ultimi non sono coperti da tutele sull’orario di lavoro o sul salario minimo, e generalmente non ne beneficiano in materia di sicurezza e salute, accesso alla formazione o protezione sociale. Anche il diritto alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva, pur riconosciuto dal Committee on Freedom of Association (CFA) come appartenente a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro status, non è universalmente applicato. [&#8230;]</p>



<p>Nei Paesi in via di sviluppo, l’informalità è una caratteristica comune dei lavoratori essenziali, specialmente tra i lavoratori autonomi. L’informalità, come definita dall’ILO, include i dipendenti che svolgono lavori informali, i collaboratori familiari e i lavoratori per conto proprio, i datori di lavoro e i membri di cooperative che operano nel settore informale. In media, nei Paesi in via di sviluppo, quasi l’87% di lavoratori occupati hanno uno status informale; nei Paesi a basso reddito, il 95% è informale. Per i dipendenti essenziali, la distribuzione è meno distorta ma comunque preoccupante, poiché il 51% lavora in modo informale. Ancora una volta, i Paesi a basso reddito hanno alti tassi di informalità (64%), mentre nei Paesi a reddito medio-alto la quota scende al 40%, tuttavia ancora elevata. [&#8230;]</p>



<p>Infine, i lavoratori essenziali sono impiegati prevalentemente nel settore privato: in media, poco meno del 15% è nel settore pubblico, contro il 24% dei non essenziali (Figura 1.9, pag. 37). Tuttavia, l’occupazione pubblica dei lavoratori chiave varia notevolmente da un Paese all’altro, con appena il 3% negli Stati a basso reddito rispetto al 25% in quelli ad alto reddito. Questa situazione riflette sia le ridotte dimensioni del settore pubblico nei primi (che a sua volta riflette differenze significative nella quota delle entrate fiscali in percentuale del reddito nazionale), sia il predominio dell’agricoltura in questi Paesi (essendo produzione e distribuzione alimentare quasi interamente privata). Anche escludendo i lavoratori del settore alimentare, tuttavia, la quota di occupazione pubblica tra i lavoratori chiave nei Paesi a basso reddito sale solo all’8%, ben al di sotto della media mondiale del 19,6%: i limitati livelli di investimento pubblico nella sanità in molti Paesi a basso reddito (cfr. sezione 6.1 del Report) si traducono in minime quote di operatori sanitari essenziali; questi ultimi costituiscono infatti solo il 2% di tutti i lavoratori chiave, rispetto al 20% in quelli ad alto reddito.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="301" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9.jpg" alt="" class="wp-image-8199" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9-300x151.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9-360x180.jpg 360w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">1.3 Caratteristiche socio-demografiche dei lavoratori essenziali</h4>



<p>Poiché i lavoratori chiave costituiscono una parte considerevole del mercato del lavoro, soprattutto nei Paesi a basso reddito, esistono somiglianze tra il loro profilo demografico nel suo insieme e la popolazione attiva complessiva – sebbene sussistano anche alcune distinzioni, specialmente se disaggregati per gruppo professionale o a livello di reddito del Paese.</p>



<p>Globalmente, tra i lavoratori essenziali le donne sono sotto-rappresentate: sono il 38,3%, mentre rappresentano il 42% dei lavoratori non chiave. [&#8230;]</p>



<p>La distribuzione per età riflette quella dei mercati del lavoro in tutto il mondo: in media, oltre il 71% dei lavoratori essenziali ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni. [&#8230;]</p>



<p>I titoli di studio medi sono inferiori a quelli delle loro controparti non chiave, a ogni livello di sviluppo economico. In media, il 12,5% dei lavoratori essenziali possiede almeno un’istruzione terziaria, rispetto a quasi il 28% dei lavoratori non chiave: i lavoratori meno istruiti hanno maggiori possibilità di essere un lavoratore essenziale, indipendentemente dal livello di reddito del loro Paese. [&#8230;] Tuttavia, i dati mostrano anche che in gruppi professionali come vendita al dettaglio, trasporti, pulizia e servizi igienico-sanitari e lavoro manuale – che generalmente non richiedono competenze avanzate – tra il 6 e l’11% dei lavoratori chiave ha un titolo universitario. Secondo l’ILO, 258 milioni di persone in tutto il mondo sono sovra-scolarizzate per i lavori che svolgono. [&#8230;]</p>



<p>La pandemia ha evidenziato il ruolo importante dei migranti internazionali nella fornitura di servizi essenziali: quasi un lavoratore chiave su cinque, nei Paesi ad alto reddito, era un migrante internazionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e103e4e8f292b3d8a494d282b93587cf">3. CONDIZIONI DI LAVORO DEI LAVORATORI ESSENZIALI</h4>



<p>Il presente capitolo analizza le condizioni di lavoro dei lavoratori essenziali al fine di individuare possibili carenze cui porre rimedio. Si concentra su sette principali condizioni che inquadrano la qualità del lavoro: sicurezza e salute, diritto alla libertà di associazione e contrattazione collettiva, accordi contrattuali, orario di lavoro, retribuzione, protezione sociale e formazione. Come verrà mostrato nell’analisi, queste sette dimensioni si supportano a vicenda, in modo tale che le carenze in una dimensione si traducono tipicamente in carenze in altre dimensioni. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.1. La sicurezza e la salute sul lavoro</h4>



<p>La sezione 2.1 sulla morbilità e malattia da Covid-19 ha mostrato (per il numero limitato di Paesi per i quali sono disponibili dati) che i lavoratori chiave avevano maggiori probabilità di morire a causa del virus rispetto ai lavoratori non essenziali. Ma ha anche rivelato che, mentre gli operatori sanitari avevano la maggiore esposizione al virus, il loro tasso di morbilità era inferiore a quello di altri lavoratori chiave, in particolare quelli dei trasporti. Questo risultato sconcertante è in parte spiegato dalla maggiore aderenza alle misure di Salute e Sicurezza sul Lavoro (SSL) nel settore sanitario, che, a sua volta, riflette la progettazione e la copertura degli stessi sistemi SSL nonché la loro conformità nei diversi luoghi di lavoro [&#8230;]</p>



<p>In tutto il mondo, l’eliminazione dei rischi sul posto di lavoro continua a rappresentare una sfida pressante. Prima della pandemia, 1,9 milioni di persone morivano ogni anno per infortuni e malattie professionali, sulla base del calcolo dell’esposizione dei lavoratori a 19 fattori di rischio occupazionale. Tra questi, le malattie non trasmissibili, in particolare respiratorie e cardiovascolari, erano responsabili dell’81% dei decessi, con gli infortuni sul lavoro che causano il resto. L’esposizione ricorrente a orari di lavoro superiori a 55 ore settimanali è associata al 40% dei decessi complessivi. Inoltre, ogni anno oltre 313 milioni di lavoratori sono coinvolti in incidenti che causano infortuni gravi, e vi sono altri 160 milioni di casi di malattie professionali non mortali. [&#8230;]</p>



<p>I lavoratori essenziali sono particolarmente a rischio, data la maggiore probabilità di lavorare in occupazioni pericolose e ambienti di lavoro ad alto rischio, e di trovarsi in accordi contrattuali (in particolare lavoro informale, subappaltato e temporaneo) associati a una minore formazione in materia di sicurezza e salute e senza una supervisione adeguata [&#8230;]</p>



<p>Nella letteratura sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro sono ben note le differenze settoriali rispetto ai rischi fisici, biologici e psicosociali.</p>



<p>In agricoltura, i rischi noti includono incidenti legati a macchinari e attrezzature nelle fattorie industriali, nonché il verificarsi di malattie polmonari, perdita dell’udito causata dal rumore, malattie della pelle e tumori correlati all’uso di pesticidi o all’esposizione prolungata al sole.</p>



<p>L’estrazione mineraria presenta rischi per la sicurezza e la salute che sono unici per il settore, come instabilità geologica, esplosioni, ambienti termici, radiazioni ionizzanti e problemi di salute respiratoria.</p>



<p>Nel settore sanitario, i lavoratori sono abitualmente esposti a materiale infettivo; gli operatori sanitari soffrono anche di disturbi muscolo-scheletrici dovuti a posture scomode, utilizzate soprattutto nella movimentazione dei pazienti. [&#8230;]</p>



<p>Per i conducenti di trasporti su strada, gli incidenti stradali sono la principale causa di morte e invalidità; anche i lavoratori dei trasporti trascorrono lunghe ore in spazi angusti e sono soggetti a rumore e vibrazioni costanti. Questi sono solo alcuni dei rischi e delle malattie professionali più importanti nei lavoratori e nei settori chiave. [&#8230;]</p>



<p>Oltre ai rischi fisici e biologici, quelli psicosociali sono più comuni tra i lavoratori essenziali: si verificano quando le richieste di lavoro superano le risorse a disposizione. Sono rischi che derivano da una cattiva progettazione, organizzazione e gestione del lavoro, nonché da un contesto sociale di lavoro inadeguato, e possono tradursi in condizioni psicologiche, fisiche e sociali negative, come lo stress correlato al lavoro, il burnout o la depressione. Le forme psicologiche di violenza, come le molestie, comprese quelle sessuali, il bullismo e il mobbing, sono anch’esse forme gravi di rischi psicosociali.</p>



<p>La Figura 3.1 (pag. 38) fornisce i dati europei del 2015 e del 2021 sulla quota di lavoratori che hanno subito violenze e molestie sul lavoro durante il mese precedente l’indagine; entrambe possono provenire da colleghi o dirigenti, ma anche da clienti, pazienti o altri individui con cui la persona interagisce durante il proprio lavoro. Tra i lavoratori chiave, quasi il 12,4% ha dichiarato di essere stato oggetto di abusi verbali, rispetto all’8,7% dei lavoratori non chiave.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="348" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1.jpg" alt="" class="wp-image-8200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.2. Libertà di associazione e contrattazione collettiva</h4>



<p>Molti lavoratori, inclusi molti lavoratori chiave, non sono né membri di un sindacato né coperti da un accordo di contrattazione collettiva. La Figura 3.4 (pag. 39) fornisce i dati sull’iscrizione sindacale in 19 Paesi e territori. La Figura 3.5 (pag. 40) si concentra sui tassi di sindacalizzazione negli stessi Paesi per gruppo occupazionale chiave. Combinati, i dati rivelano una scoperta importante: la sindacalizzazione varia ampiamente tra dipendenti essenziali e non, sia tra i Paesi che al loro interno. In tutti i Paesi, le percentuali vanno da quasi zero in El Salvador a circa il 42 e il 55% in Ucraina; all’interno, emergono grandi differenze tra dipendenti chiave e non chiave: mentre i tassi di sindacalizzazione di questi ultimi sono superiori a quelli dei dipendenti essenziali nella maggior parte dei Paesi, in cinque (Bolivia, Swaziland, Territorio Palestinese Occupato, Regno Unito, Stati Uniti) sono più alti. Ciò è in parte dovuto a una maggiore sindacalizzazione nel settore pubblico e tra coloro che lavorano nella sanità e nella sicurezza (compresi gli agenti di polizia). Nel Regno Unito, per esempio, il 47% dei dipendenti della sanità è iscritto a un sindacato, mentre per le altre sette categorie professionali è inferiore al 25%. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, i dipendenti essenziali della sicurezza, in particolare agenti di polizia e vigili del fuoco, sono relativamente più sindacalizzati (37%) rispetto al resto dei lavoratori chiave salariati (11%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="365" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4.jpg" alt="" class="wp-image-8201" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La Figura 3.5 illustra ulteriormente le nette differenze nel tasso di sindacalizzazione tra le principali occupazioni: quello del personale sanitario è del 35,8%, seguito da circa il 23% dei tecnici e degli impiegati e del personale di sicurezza. Al contrario, la sindacalizzazione nei settori delle pulizie e servizi igienico-sanitari, alimentari e vendita al dettaglio è inferiore alla media: appena il 6% per quest’ultimo e il 9% nell’ambito alimentare, una percentuale significativamente inferiore alla media del 17,6% registrata per tutti i dipendenti […]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5.jpg" alt="" class="wp-image-8202" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.3. Disposizione contrattuale</h4>



<p>Il fatto che l’accordo contrattuale di un individuo sia a tempo parziale, temporaneo o multilaterale (agenzia di collocamento privata o intermediario del lavoro) può avere conseguenze importanti per i benefici salariali e non salariali che una persona riceve, e quindi il grado di protezione del lavoro di cui gode. I lavoratori essenziali hanno maggiori probabilità di essere assunti con contratti part-time, temporanei o multipartitici, indipendentemente dal fatto che lavorino per il settore privato o pubblico. I lavoratori migranti, in particolare, spesso lavorano con contratti a tempo determinato, soprattutto se assunti attraverso schemi di migrazione di manodopera temporanea che sono, per definizione, temporanei [&#8230;]</p>



<p>In linea di principio, non è necessario che vi sia una differenza nelle tutele del lavoro tra questi accordi contrattuali e quelli standard, soprattutto se il regolamento impone la parità di trattamento del lavoratore. In pratica, tuttavia, gli accordi contrattuali non standard sono associati a sanzioni salariali, copertura sociale più debole, tassi di sindacalizzazione inferiori, minore accesso alla formazione, maggiori rischi per la sicurezza e la salute, nonché precarietà. Inoltre, gli studi hanno ha trovato una relazione tra occupazione non standard e condizioni di salute peggiori [&#8230;]</p>



<p>Sebbene nei Paesi a reddito medio-basso i contratti temporanei prevalgano anche tra i dipendenti non essenziali, la percentuale è più alta per i lavoratori chiave, arrivando quasi al 48%; diversamente, nei Paesi a reddito medio-alto e alto, il tasso di contratti temporanei è simile tra i dipendenti chiave e non chiave. [&#8230;]</p>



<p>Quando i lavoratori non sono assunti direttamente dall’organizzazione a cui prestano i loro servizi, la loro disposizione contrattuale è considerata multipartitica o triangolare. Le due principali forme di accordi multipartitici sono il lavoro tramite agenzia interinale e il lavoro subappaltato. [&#8230;] La pulizia e la sicurezza sono comunemente esternalizzate e altre occupazioni chiave sono abitualmente affidate a lavoratori interinali, soprattutto nei magazzini, ma sempre più spesso anche nel settore sanitario. Mentre i lavoratori interinali altamente qualificati, come gli operatori sanitari, possono richiedere un premio per i loro servizi quando assunti tramite un’agenzia, gli studi esistenti indicano che i lavoratori interinali e subappaltati in altre occupazioni hanno prospettive di carriera più limitate, minori benefici e sono soggetti a penalizzazioni salariali. Inoltre, non essendo dipendenti dell’impresa utilizzatrice, sono meno in grado di far sentire la propria voce sul posto di lavoro e non sono coperti dagli accordi collettivi di contrattazione dell’azienda in cui lavorano [&#8230;]</p>



<p>L’orario di lavoro è strettamente correlato alla qualità del lavoro, in quanto troppo poche ore, troppe ore o ore irregolari generano problemi diversi. Gli individui che lavorano meno ore di quanto vorrebbero sono esposti al rischio di non guadagnare abbastanza, specialmente nelle professioni in cui le retribuzioni orarie sono basse. All’estremo opposto, orari troppo lunghi hanno un impatto deleterio sulla sicurezza e la salute e sulla capacità di conciliare lavoro e vita personale. Nei Paesi di tutto il mondo, orari di lavoro eccessivi sono associati a una maggiore probabilità di soffrire di malattie cardiache e ictus, a causa dello stress e delle risposte biologiche e comportamentali a tale stress. Infine, orari di lavoro irregolari e imprevedibili, in particolare quando non sono decisi congiuntamente da lavoratori e datori di lavoro, portano a significativi conflitti tra lavoro e vita privata e causano insicurezza salariale. Anche questo ha ripercussioni sulla salute, provocando stress psicologico e influenzando, tra gli altri effetti, la qualità del sonno e il benessere generale. Orari di lavoro irregolari e imprevedibili possono anche ridurre le interazioni tra lavoratori e sindacati, il che rende più difficile l’organizzazione e la rappresentazione collettiva degli interessi dei lavoratori.</p>



<p>Mentre l’esatta definizione di orario di lavoro standard varia da Paese a Paese, in genere meno di 20 ore sono considerate poche e più di 48 sono ritenute eccessive. A partire dagli anni Cinquanta, l’orario di lavoro medio è diminuito in molti Paesi industrializzati, ma la tendenza è stata invertita negli anni 2000. Uno studio globale condotto su 194 Stati ha rilevato che l’esposizione a orari di lavoro prolungati, in questo caso definiti come 55 ore lavorative settimanali o più, è aumentata di quasi il 10% tra il 2000 e il 2016, raggiungendo un livello dell’8,9%; allo stesso tempo, una quota significativa della forza lavoro globale è sottoccupata e lavora meno ore di quanto vorrebbe; nel frattempo, gli accordi sull’orario di lavoro come il lavoro a chiamata, il telelavoro e i contratti a zero ore sono diventati più comuni, soprattutto con la crescita dell’economia delle piattaforme, e ciò si aggiunge all’irregolarità degli orari [&#8230;]</p>



<p>A livello globale, il 10,6% dei lavoratori essenziali lavora meno di 20 ore settimanali, rispetto all’8% dei lavoratori non essenziali. Questa differenza è maggiore nei Paesi a reddito medio-basso, dove il 12,2% dei lavoratori chiave è a orario ridotto. Tale quota è inferiore di circa 4 punti percentuali per i lavoratori non chiave. In generale, il numero di individui che lavorano meno di 20 ore settimanali aumenta con la diminuzione dei livelli di reddito dei Paesi; ciò suggerisce che questi lavoratori e le loro famiglie hanno redditi mensili relativamente bassi. Questo problema riguarda in modo sproporzionato i lavoratori essenziali, poiché tendono anche a guadagnare salari orari inferiori e quindi potrebbero non avere standard di vita dignitosi.</p>



<p>All’estremo opposto, c’è il problema delle lunghe settimane lavorative: in tutti i Paesi, il 25,3% dei lavoratori chiave e il 23,3% dei lavoratori non chiave hanno settimane lavorative superiori a 48 ore. Ancora una volta, questa percentuale tende ad aumentare quando il livello di reddito di un Paese diminuisce, suggerendo che molti lavoratori compensano l’occupazione a bassa produttività – e quindi i bassi salari orari – aumentando il numero di ore lavorate.</p>



<p>Osservando il divario tra lavoratori essenziali e non, è trascurabile nei Paesi ad alto reddito. In quelli a reddito medio, invece, i lavoratori chiave lavorano un orario eccessivo più spesso rispetto ai lavoratori non chiave, mentre è vero il contrario nei Paesi a basso reddito (Figura 3.8, pag. 41) [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="336" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8.jpg" alt="" class="wp-image-8203" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.5. Salari</h4>



<p>La maggior parte dei dipendenti essenziali si trova nella parte inferiore della distribuzione salariale. A livello globale, il 48% è nei primi due quintili, il che significa che la loro retribuzione oraria è inferiore a quella guadagnata dal 60% di tutti i dipendenti (Figura 3.10, pag. 42). In tutti i gruppi di reddito nazionali, il modello è simile e varia tra il 46 e il 50%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="307" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10.jpg" alt="" class="wp-image-8204" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La concentrazione dei dipendenti chiave nella parte inferiore della distribuzione salariale li espone al rischio di una retribuzione bassa, definita dall’ILO come retribuzione inferiore ai due terzi della retribuzione oraria mediana. In media, tra i Paesi, il 29% dei lavoratori essenziali è poco retribuito, rispetto al 20% degli altri dipendenti (Figura 3.11, pag. 43) [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="226" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11.jpg" alt="" class="wp-image-8205" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11-300x113.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.6. Protezione sociale</h4>



<p>La protezione sociale comprende politiche e programmi che mirano a mitigare e prevenire la povertà, fornendo l’accesso all’assistenza sanitaria e alla sicurezza del reddito in caso di disoccupazione, infortunio sul lavoro, disabilità, maternità, malattia, vecchiaia e perdita di un capofamiglia. Inoltre, include assistenza sociale come assegni familiari e per i figli, e altre forme di sostegno al reddito [&#8230;]</p>



<p>Eppure quasi il 53% della popolazione mondiale, ovvero 4,1 miliardi di persone, non è coperto da alcun tipo di protezione sociale, compresi i programmi contributivi e non contributivi; meno di due terzi è coperta da un regime di protezione. Le carenze sono peggiori per i lavoratori essenziali. In questo Report, la copertura previdenziale dipende dall’ammissibilità e dall’accesso a due tipi di diritti: pensioni e assenze per malattia retribuite. Come mostra la Figura 3.16 (pag. 44), in media in 54 Paesi a basso e medio reddito solo il 41% dei lavoratori chiave ha qualche forma di protezione sociale, un tasso inferiore di 10 punti percentuali rispetto alla quota di lavoratori non chiave. La copertura è associata a un livello di sviluppo tale che, nei Paesi a basso reddito, solo il 17% dei lavoratori essenziali e il 28% dei non essenziali beneficiano della protezione sociale. Nei Paesi a reddito medio-alto, la quota di lavoratori chiave e altri lavoratori che hanno diritto ad almeno un tipo di prestazione sociale aumenta rispettivamente al 56% e al 65%, ma il divario tra i due gruppi rimane significativo [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="309" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16.jpg" alt="" class="wp-image-8206" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16-300x155.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Le carenze nella protezione sociale si verificano se vi sono esenzioni nella copertura o se rigidi criteri di ammissibilità impediscono a determinati lavoratori, come quelli con contratti temporanei, di diventare ammissibili. Come accennato, molte prestazioni previdenziali quali pensioni, congedi retribuiti e assicurazione contro la disoccupazione, sono organizzate in regime contributivo. I lavoratori chiave con impieghi temporanei e part-time possono avere contributi insufficienti per diventare ammissibili o, se sono ammissibili, i loro livelli di sussidio sono spesso insufficienti. Ciò può verificarsi quando la durata di un contratto è troppo breve, l’orario di lavoro troppo ridotto o quando le interruzioni di carriera sono frequenti [&#8230;]</p>



<p>La Figura 3.17 (pag. 45) presenta la quota di dipendenti essenziali che hanno diritto a prestazioni sociali per status contrattuale. A ogni livello di sviluppo economico, i dipendenti chiave a tempo determinato hanno una copertura di protezione sociale inferiore rispetto a quelli a tempo indeterminato. Per esempio, mentre il 76% dei dipendenti essenziali con un contratto standard ha una copertura di protezione sociale nei Paesi a reddito medio-alto, solo il 45% tra coloro con contratti a tempo determinato ha diritto alla pensione o al congedo per malattia retribuito. Analogamente, ampi divari si verificano nei Paesi a basso reddito, dove il 15% dei dipendenti essenziali con contratti temporanei ha una copertura di protezione sociale, rispetto al 41% con contratti a tempo indeterminato. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="279" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17.jpg" alt="" class="wp-image-8207" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17-300x140.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-1428a342ad6436878492dedf94e095b8">4. SFIDE SPECIFICHE AFFRONTATE DAGLI OTTO PRINCIPALI GRUPPI PROFESSIONALI</h4>



<p>L’ampia valutazione globale delle condizioni di lavoro dei lavoratori essenziali fornita nel capitolo 3 ha mostrato l’esistenza di una loro sottovalutazione, sia in termini di retribuzione che rispetto ad altre condizioni: hanno tassi di sindacalizzazione in generale più bassi; una maggiore incidenza di accordi di lavoro temporaneo e multipartitico i quali, a volte, aggravano i deficit di altre condizioni di lavoro; hanno orari di lavoro lunghi e irregolari; e, in media, salari più bassi, anche dopo aver tenuto conto delle differenze nel livello di istruzione e altre caratteristiche osservabili tra dipendenti essenziali e non. I lavoratori chiave tendono anche ad avere una copertura di protezione sociale più limitata, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Inoltre, relativamente pochi dipendenti essenziali ricevono formazione, un problema che è ancora più grave nei Paesi a basso reddito. Nel complesso, l’analisi ha rivelato forti interconnessioni tra le condizioni di lavoro, con carenze in un’area che si ripercuotono su altre.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>World Employment and Social Outlook 2023: The value of essential work,</em> Geneva, International Labour Office, 2023, marzo 2023. Traduzione a cura di Paginauno. “This translation was not created by the International Labour Organization (ILO) and should not be considered an official ILO translation. The ILO is not responsible for the content or accuracy of this translation. This is an adaptation of an original work by the International Labour Organization (ILO). Respon­sibility for the views and opinions expressed in the adaptation rests solely with the author or authors of the adaptation and are not endorsed by the ILO.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/digitalguides/en-gb/story/weso2023-key-workers#home" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/digitalguides/en-gb/story/weso2023-key-workers#home</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La schiavitù moderna. Il matrimonio forzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-schiavitu-moderna-il-matrimonio-forzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6660</guid>

					<description><![CDATA[Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 22 milioni di persone e tutti i Paesi, 14,9 milioni sono donne]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 22 milioni di persone e tutti i Paesi, 14,9 milioni sono donne</p>
</blockquote>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">La schiavitù moderna, come definita ai fini delle stime globali, comprende due componenti principali: il lavoro forzato e il matrimonio forzato. Entrambi si riferiscono a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o non può abbandonare a causa di minacce, violenze, coercizione, inganno o abuso di potere.</p>



<p>Il flagello della schiavitù moderna non è stato affatto relegato alla storia. Le stime globali del 2021 indicano che ogni giorno ci sono 50 milioni di persone in questa condizione, costrette a lavorare contro la propria volontà o costrette in un matrimonio forzato. Ciò si traduce in 6,4 persone ogni mille, nel mondo: più di 12 milioni sono bambini, donne e ragazze costituiscono oltre la metà (54%); i numeri maggiori sono nella regione dell’Asia e del Pacifico, negli Stati arabi si registra l’incidenza più alta. Ma nessuna regione, ricca o povera, viene risparmiata.</p>



<p>La situazione sembra peggiorare, in parte trainata dalle onde d’urto sociali ed economiche emanate dalla pandemia mondiale di Covid-19 tuttora in corso. Un semplice confronto con le precedenti stime globali indica un aumento di 9,3 milioni di persone in schiavitù moderna nel periodo compreso tra il 2016 e il 2021: entrambe le categorie – lavoro forzato e matrimonio forzato – hanno contribuito all’incremento complessivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="622" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg" alt="" class="wp-image-7079" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1-289x300.jpg 289w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Matrimonio forzato</h4>



<p>Il matrimonio forzato si riferisce a situazioni in cui una persona è stata costretta a sposarsi senza il suo consenso. È una pratica complessa e fortemente di genere: sebbene anche uomini e ragazzi siano costretti a sposarsi, colpisce prevalentemente donne e ragazze. Si verifica in ogni regione del mondo e attraversa linee etniche, culturali e religiose. È una violazione dei diritti umani e una pratica che porta a infliggere danni o sofferenze fisiche, mentali o sessuali; ha conseguenze sia a breve che a lungo termine e un impatto negativo sulla capacità degli individui di realizzare i propri pieni diritti. Nel quadro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, tutti gli Stati membri dell’ONU si sono impegnati a eliminare i matrimoni infantili, precoci e forzati (obiettivo 5.3).</p>



<p>Come stabilito nella raccomandazione generale congiunta del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) e del Comitato per i diritti dell’infanzia (CRC), il matrimonio precoce è considerato una forma di matrimonio forzato, dato che uno e/o entrambe le parti non possono esprimere il consenso pieno, libero e informato; tuttavia, in molti Paesi gli individui di 16 e 17 anni che desiderano sposarsi sono legalmente in grado di farlo, a seguito di una sentenza giudiziaria o con il consenso dei genitori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="616" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-1.jpg" alt="" class="wp-image-7157" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-1.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-1-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Ai fini di queste stime, quindi, la misurazione del matrimonio forzato è limitata ai matrimoni, sia di adulti che di bambini, che gli intervistati hanno segnalato come forzati e senza consenso; di conseguenza, non includono tutti i casi di matrimonio precoce, poiché non è attualmente misurato adeguatamente alla scala o alla specificità richiesta per una stima globale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panoramica e tendenze</h4>



<p>Nel 2021, circa 22 milioni di persone vivono in matrimonio forzato, quasi tre individui su mille nel mondo; 14,9 milioni sono donne e ragazze.</p>



<p>A livello globale, il numero è aumentato di 6,6 milioni tra il 2016 e il 2021. Durante questo periodo, la prevalenza del matrimonio forzato è passata dal 2,1 al 2,8 per mille. Parte della raccolta dei dati per le stime globali 2021 è avvenuta prima dello scoppio della crisi Covid-19, quindi i risultati riflettono solo parzialmente gli effetti della pandemia. Sono stime considerate prudenti per diversi motivi, non ultimo il fatto che il matrimonio forzato qui presentato si basa su una definizione ristretta e non include tutti i matrimoni precoci: l’UNICEF stima che oggi circa 650 milioni di donne e ragazze si siano sposate prima dei 18 anni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="663" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-2.jpg" alt="" class="wp-image-7158" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-2.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-2-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>L’aumento dei matrimoni forzati è in parte spiegato dall’aggravarsi delle crisi, tra cui la pandemia di Covid-19, i conflitti e il cambiamento climatico. Crisi che hanno portato a un incremento senza precedenti della povertà estrema, tassi di istruzione più bassi, crescita della migrazione di emergenza e un aumento significativo delle segnalazioni di violenza di genere. Tutti questi fattori sono associati a una maggiore vulnerabilità al matrimonio forzato.</p>



<p>In alcuni Paesi colpiti da conflitti armati, donne e ragazze vengono rapite e vendute da gruppi armati e obbligate a sposare combattenti, subendo ogni tipo di abuso sessuale, fisico ed emotivo. I trafficanti traggono vantaggio dalle diffuse perdite umane, materiali, sociali ed economiche e dalle conseguenti vulnerabilità causate dalle emergenze. In contesti di conflitto e post-conflitto, il matrimonio forzato viene utilizzato anche come meccanismo di sopravvivenza: le famiglie in fuga da guerre che devono far fronte all’insicurezza fisica ed economica, possono vedere nel matrimonio un modo per alleviare la povertà e proteggere le parenti femminili da condizioni di vita difficili; allo stesso modo, possono cadere preda dei trafficanti che affermano di offrire un posto più sicuro in cui vivere e opportunità di lavoro. Inoltre, in contesti di guerra gli uomini possono sottostimare le loro esperienze di matrimonio forzato, per evitare di essere accusati di debolezza o devianza sociale, comprese le accuse di omosessualità nei Paesi in cui è vietata illegalmente o ampiamente disapprovata.</p>



<p>Nel marzo 2022, il Global Protection Cluster, una rete di ONG e organizzazioni internazionali impegnate nella protezione e nella risposta alle crisi, ha segnalato un forte aumento dei “matrimoni infantili, precoci o forzati” nelle crisi umanitarie rispetto alla situazione di sei mesi prima: il 52% delle operazioni di cluster nazionali ha segnalato la situazione come grave o estrema, rispetto al 42% di settembre 2021.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="801" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-1.jpg" alt="" class="wp-image-7159" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-1-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>I matrimoni forzati hanno luogo in ogni regione del mondo. Quasi due terzi, circa 14,2 milioni di persone, sono in Asia e nel Pacifico; segue il 14,5% in Africa (3,2 milioni) e il 10,4% in Europa e Asia centrale (2,3 milioni). Quando si tiene conto della popolazione regionale, gli Stati arabi sono la regione con la prevalenza più alta, con il 4,8 per mille, seguiti dall’Asia e dal Pacifico con il 3,3 per mille; le Americhe hanno la più bassa prevalenza, con l’1,5 per mille.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="644" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/4.jpg" alt="" class="wp-image-7160" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/4.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/4-186x300.jpg 186w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Il Covid-19 ha aumentato il rischio di matrimoni forzati in ogni regione. La raccolta di statistiche ufficiali, compresi i sistemi di registrazione civile, è stata interrotta durante la pandemia a causa di restrizioni alla mobilità, considerazioni etiche e di sicurezza, ritardi nei servizi di risposta o de-priorizzazione. Laddove i dati sono disponibili, sono stati segnalati incrementi in Afghanistan, Bangladesh, India, Indonesia, Sudan, Egitto, Yemen, Giordania, Senegal, Uganda e Repubblica Democratica del Congo.</p>



<p>In altre parti del mondo sono aumentate le chiamate alle hotline dedicate a questa pratica. Nel Regno Unito sono cresciute nei primi giorni della pandemia nel 2020, prima di tornare ai tassi pre-pandemia nel 2021. Lo stesso vale per le hotline specifiche per bambini, che hanno visto un raddoppio delle segnalazioni in alcune parti del Malawi e del Mozambico.</p>



<p>Tre persone su cinque costrette a sposarsi si trovano in Paesi a reddito medio-basso. Tuttavia, le nazioni più ricche non sono immuni, con il 25% dei matrimoni forzati nei Paesi a reddito alto o medio-alto. La prevalenza è maggiore nei Paesi a reddito medio-basso (4,8 per mille), seguiti da quelli a basso reddito (3,3 per mille) e ad alto reddito (1,5 per mille).</p>



<p>La vulnerabilità sarà esacerbata dalla ripresa irregolare dalla pandemia: si prevede che i Paesi a basso reddito degli Stati arabi, delle Americhe, dell’Africa, dell’Asia e delle regioni del Pacifico avranno una ripresa più lenta, e ciò può comportare rischi più forti di matrimoni forzati e precoci.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="477" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/5-1.jpg" alt="" class="wp-image-7162" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/5-1.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/5-1-252x300.jpg 252w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Più di due terzi di coloro che sono costretti a sposarsi sono di sesso femminile. Ciò equivale a circa 14,9 milioni di donne e ragazze. In tutte le regioni la prevalenza femminile è più alta rispetto a quella maschile, ma vale la pena sottolineare che uomini e ragazzi costituiscono il 32% del totale. Sono necessarie ulteriori ricerche per meglio comprendere come essi lo vivano.</p>



<p>Il matrimonio forzato è spesso sostenuto da norme patriarcali che emergono nella prima adolescenza ma giocano un ruolo in ogni fase della vita delle donne. In molte parti del mondo si ritiene che il valore di una ragazza risieda nel suo futuro ruolo di madre e moglie e, in quanto tale, essa abbia poco valore economico per la sua stessa famiglia. L’idea è rafforzata dalle leggi sulla successione, che spesso portano uomini e ragazzi a ereditare i beni familiari. Per le famiglie con scarse risorse, il ruolo futuro di un figlio come capofamiglia e la percezione del suo maggiore potenziale di guadagno fa sì che la sua istruzione sia prioritaria rispetto a quella di una figlia.</p>



<p>Due su cinque delle persone costrette a sposarsi erano bambini quando il matrimonio ha avuto luogo. Tra loro, il 41% aveva meno di 16 anni e le ragazze erano più numerose dei ragazzi (87% contro 13%). Sebbene si verifichino matrimoni di età inferiore ai 10 anni, sono molto rari: l’età più bassa riportata nel campione è di 9 anni e la più alta di 69.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Circostanze relative ai matrimoni forzati</h4>



<p>I matrimoni forzati si verificano in ogni regione del mondo e attraversano linee etniche, culturali e religiose. I molti fattori che li determinano sono strettamente legati ad atteggiamenti e pratiche patriarcali di vecchia data e sono altamente specifici del contesto. Ragazze e donne sono costrette a sposarsi in cambio del pagamento alle loro famiglie, della cancellazione di debiti o per risolvere controversie familiari.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="799" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/6.jpg" alt="" class="wp-image-7163" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/6-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Svolgono un ruolo anche le norme religiose e sociali fondamentaliste, che stigmatizzano il sesso pre-matrimoniale e limitano l’accesso ai diritti alla salute sessuale e riproduttiva. In Nord America sono stati segnalati matrimoni forzati tra le sette religiose conservatrici, e in alcuni Stati degli USA i giudici possono rilasciare licenze di matrimonio per ragazze di età inferiore ai 15 anni, in caso di gravidanza. In alcune società, uno stupratore può sfuggire alle sanzioni penali sposando la vittima, di solito con il consenso della sua famiglia.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="613" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/7-1.jpg" alt="" class="wp-image-7165" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/7-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/7-1-294x300.jpg 294w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Il matrimonio forzato si interseca anche con la migrazione e la tratta di esseri umani. Mentre molte persone migrano volontariamente per matrimonio, la migrazione può creare situazioni di vulnerabilità che possono essere sfruttate per sottoporre un individuo al matrimonio forzato: le persone possono essere intenzionalmente ingannate o, una volta emigrate o durante il viaggio, finire in situazioni in cui non possono scappare. Le ragazze e le giovani donne costrette a sposarsi (matrimonio precoce o infantile) possono emigrare per sfuggire ai mariti o ai genitori. Nei Paesi ad alto reddito, donne e ragazze sono costrette a sposare uomini stranieri per motivi culturali o per assicurarsi l’ingresso di un’altra persona nel Paese.</p>



<p>I membri della famiglia sono i principali responsabili dei matrimoni forzati. La maggior parte delle persone è stata costretta dai genitori (73%) o da altri parenti (16%); il 4% delle donne del campione è stato obbligato da un mediatore matrimoniale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="549" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/8.jpg" alt="" class="wp-image-7166" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/8.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/8-219x300.jpg 219w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>I modi in cui una persona è forzata vanno da azioni esplicite, come la violenza fisica o sessuale o l’essere trattenuta fisicamente, alla pressione emotiva. La metà del campione è stata costretta con minacce emotive o abusi verbali, che includono l’uso di ricatti: per esempio, i genitori minacciano autolesionismo o affermano che la reputazione della famiglia sarà rovinata, o l’allontanamento dalla famiglia. Quest’ultima è la forma più comune di coercizione usata sia con i maschi (75%) che con le femmine (46%); la violenza fisica o sessuale e le minacce di violenza sono la seconda modalità (20%). Tra le donne, un ulteriore 11% ha riferito di essere stata rapita o costretta a viaggiare all’estero a scopo di matrimonio.</p>



<p>Le femmine sono state più propense dei maschi nel dichiarare di essere state obbligate dal coniuge, o dalla famiglia del coniuge, a svolgere un lavoro. Il 32% degli intervistati ha parlato di lavori domestici, il 25% nella propria casa e il 6,5% nelle abitazioni di altri membri della famiglia o della comunità; un ulteriore 8% delle donne ha riferito di essere stata costretta a lavorare in un’azienda di proprietà del coniuge o della famiglia del coniuge. Oltre la metà (57%) ha invece affermato di non essere costretta a svolgere lavori o mansioni: è probabile che sia una errata valutazione, poiché difficilmente coloro che vivono un matrimonio costretto considerano ‘forzati’ il controllo o la coercizione a condurre determinate attività all’interno del matrimonio stesso.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>Global Estimates of Modern Slavery. Forced Labour and Forced Marriage</em>, ILO, Walk Free e IOM, 12 settembre 2022, pubblicato sotto diritti Creative Commons Attribution 4.0 International License; questa è la seconda parte del Rapporto, la prima <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-schiavitu-moderna-il-lavoro-forzato/" data-type="post" data-id="6480" target="_blank">(<em>Il lavoro forzato</em>) è stata pubblicata su Paginauno n. 79, ottobre-novembre 2022</a>. Traduzione a cura di Paginauno. “Questa traduzione non è stata creata dall’ILO, Walk Free o IOM e non deve essere considerata una traduzione ufficiale dell’ILO, Walk Free o IOM. ILO, Walk Free e IOM non sono responsabili del contenuto o dell’accuratezza di questa traduzione. Questo è un adattamento di un’opera originale dell’ILO, Walk Free e IOM. La responsabilità per i punti di vista e le opinioni espresse nell’adattamento spetta esclusivamente all’autore o agli autori dell’adattamento e non sono approvati da ILO, Walk Free o IOM.”</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La schiavitù moderna. Il lavoro forzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-schiavitu-moderna-il-lavoro-forzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6480</guid>

					<description><![CDATA[Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 28 milioni di persone e tutti i Paesi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 28 milioni di persone e tutti i Paesi</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La schiavitù moderna, come definita ai fini delle stime globali, comprende due componenti principali: il lavoro forzato e il matrimonio forzato. Entrambi si riferiscono a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o non può abbandonare a causa di minacce, violenze, coercizione, inganno o abuso di potere.</p>



<p>Il flagello della schiavitù moderna non è stato affatto relegato alla storia. Le stime globali del 2021 indicano che ogni giorno ci sono 50 milioni di persone in questa condizione, costrette a lavorare contro la propria volontà o costrette in un matrimonio forzato. Ciò si traduce in 6,4 persone ogni mille, nel mondo: più di 12 milioni sono bambini, donne e ragazze costituiscono oltre la metà (54%); i numeri maggiori sono nella regione dell’Asia e del Pacifico, negli Stati arabi si registra l’incidenza più alta. Ma nessuna regione, ricca o povera, viene risparmiata.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="622" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg" alt="" class="wp-image-7079" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1-289x300.jpg 289w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La situazione sembra peggiorare, in parte trainata dalle onde d’urto sociali ed economiche emanate dalla pandemia mondiale di Covid-19 tuttora in corso. Un semplice confronto con le precedenti stime globali indica un aumento di 9,3 milioni di persone in schiavitù moderna nel periodo compreso tra il 2016 e il 2021: entrambe le categorie – lavoro forzato e matrimonio forzato – hanno contribuito all’incremento complessivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="850" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1.jpg" alt="" class="wp-image-7080" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato</h4>



<p>Lavoro forzato, come stabilito nella Convenzione ILO sul lavoro forzato, 1930 (n. 29), si riferisce a “ogni lavoro o servizio che è preteso da qualsiasi persona sotto minaccia di qualsiasi pena e per il quale detta persona non si è offerto volontariamente”. Il lavoro forzato <em>non</em> dipende dal tipo o dal settore, ma solo dal fatto che il lavoro è stato imposto a una persona contro la sua volontà, attraverso l’uso della coercizione. Per essere considerato lavoro forzato ci devono essere entrambi; la mancanza di consenso libero e informato <em>e</em> coercizione al lavoro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panoramica e tendenze</h4>



<p>Secondo le stime globali del 2021, ci sono 27,6 milioni di individui in situazioni di lavoro forzato ogni giorno, 3,5 persone su mille. Donne e ragazze costituiscono 11,8 milioni, più di 3,3 milioni sono bambini.</p>



<p>Il lavoro forzato è cresciuto negli ultimi anni. Tra il 2016 e il 2021 si è registrato un aumento di 2,7 milioni di persone, che si traduce in un aumento dell’incidenza del lavoro forzato dal 3,4 al 3,5 per mille. Si segnala che parte della raccolta dei dati per le stime 2021 è avvenuta prima dello scoppio della pandemia di Covid-19, e pertanto i risultati riflettono solo in parte gli effetti della pandemia. Le stime quindi probabilmente sottostimano la portata dell’aumento.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="664" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1.jpg" alt="" class="wp-image-7081" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Il lavoro forzato interessa tutte le regioni. La ripartizione dettagliata chiarisce che nessuna parte del mondo è risparmiata. L’Asia e il Pacifico ospitano di gran lunga il maggior numero di persone in lavoro forzato, 15,1 milioni: corrisponde a più della metà del totale globale e a più di tre volte quello della regione con il numero più alto, Europa e Asia centrale. Ma questi numeri sono guidati dalla dimensione della popolazione, quindi le classifiche regionali cambiano considerevolmente quando il lavoro forzato è espresso come proporzione della popolazione. Con questa misura, il dato più alto è negli Stati arabi, con il 5,3 per mille, rispetto al 4,4 per mille in Europa e in Asia centrale, al 3,5 per mille nelle Americhe e nelle regioni dell’Asia e del Pacifico, e al 2,9 per mille in Africa.</p>



<p>La maggior parte del lavoro forzato si verifica nell’economia privata. Le stime globali del 2021 tracciano una distinzione tra lavoro forzato imposto da agenti privati e lavoro forzato imposto dallo Stato. Inoltre, all’interno del primo, distinguono tra lavoro forzato in settori <em>diversi </em>dallo sfruttamento sessuale a fini commerciali – di seguito denominato “sfruttamento del lavoro forzato” – e lavoro forzato nello sfruttamento sessuale a fini commerciali. L’86% è imposto da agenti privati: il 63% nello sfruttamento del lavoro forzato e il 23% nello sfruttamento sessuale forzato. Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il restante 14%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="360" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4.jpg" alt="" class="wp-image-7082" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4-300x270.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>L’aumento complessivo tra il 2016 e il 2021 è stato il risultato del settore privato. Il dato dello sfruttamento del lavoro forzato è aumentato di 1,3 milioni, e quello dello sfruttamento sessuale forzato ha avuto un incremento ancora maggiore: 1,5 milioni.</p>



<p>Il lavoro forzato è una preoccupazione nei Paesi di tutti i livelli di reddito, compresi i più ricchi. La suddivisione per gruppo di reddito nazionale chiarisce che è un problema tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli poveri. In effetti, più della metà di tutto il lavoro forzato avviene in Paesi a reddito medio-alto o alto. I risultati che mostrano una presenza significativa del lavoro forzato nei Paesi a reddito più elevato sono supportati da una serie di altri rapporti, che ne documentano la presenza in settori tra cui agricoltura, lavori domestici, costruzione, pesca e l’industria dello sfruttamento sessuale a fini commerciali, con molti casi che coinvolgono migranti in situazioni di vulnerabilità. Inoltre, i Paesi più ricchi possono essere collegati al lavoro forzato attraverso catene di approvvigionamento globali, anche se il lavoro forzato effettivo si verifica altrove. I rapporti suggeriscono che può verificarsi in particolare nella produzione di materie prime e nei livelli inferiori delle catene di approvvigionamento di beni di consumo destinati ai mercati globali del Nord del mondo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfruttamento del lavoro forzato</h4>



<p>Questa sottosezione riporta i risultati delle stime globali del 2021 sul lavoro forzato imposto privatamente in settori diversi dallo sfruttamento sessuale a fini commerciali. Le stime indicano 17,3 milioni di persone ogni giorno, di cui 1,3 milioni sono bambini. Tra gli adulti, coloro che sono rimasti intrappolati vi sono rimasti per un lungo periodo di tempo: in media 15,4 mesi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Settori economici</h4>



<p>Il lavoro forzato tocca praticamente tutte le aree dell’economia privata. Le stime globali hanno identificato un numero significativo di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato in un’ampia gamma di settori economici. Tra i casi relativi agli <em>adulti</em> di cui si conosceva il tipo di lavoro, i cinque settori che rappresentano la maggior parte del lavoro forzato totale (87%) sono servizi (escluso il lavoro domestico), manifattura, edilizia, agricoltura (esclusa la pesca) e lavoro domestico.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="706" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5.jpg" alt="" class="wp-image-7083" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5-170x300.jpg 170w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Servizi (escluso il lavoro domestico). Rappresenta la quota maggiore – quasi un terzo del totale e 5,5 milioni di persone in termini assoluti. Questa cifra esclude il lavoro domestico, che è considerato separatamente. Il settore dei servizi comprende un’ampia gamma di attività economiche, tra cui commercio, trasporti, ospitalità e servizi sociali e di altro tipo non di mercato.</p>



<p>Manifattura. Il settore manifatturiero rappresenta quasi un quinto di tutto lo sfruttamento del lavoro forzato degli adulti, circa 3 milioni di persone. La produzione implica la trasformazione di materie prime provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura, dalla pesca e dall’attività mineraria o estrattiva, nonché la trasformazione di altri prodotti manifatturieri in nuovi prodotti. La maggior parte dei casi si verifica nei livelli inferiori di produzione delle catene di approvvigionamento nazionali o globali.</p>



<p>Edilizia. Rappresenta il 16%, 2,6 milioni di persone. Molti casi riguardano lavoratori migranti, le cui situazioni di lavoro forzato derivano da tasse di assunzione estorsive e altre pratiche fraudolente di assunzione tramite intermediari senza scrupoli.</p>



<p>Agricoltura. Coinvolge 2,1 milioni di persone, il 13%. I casi di lavoro forzato agricolo variano ampiamente. Molti riguardano prodotti che costituiscono gli anelli inferiori delle filiere agroalimentari, o altre forme di agricoltura commerciale come la raccolta di frutta e verdura destinata alla vendita nei mercati nazionali o di esportazione. Particolarmente a rischio sono i lavoratori migranti stagionali, assunti tramite intermediari del lavoro informale. Altri casi coinvolgono persone nate in una vita di schiavitù, nella pastorizia di animali o nel lavoro nei campi, a causa della loro classe sociale o di debiti ereditati.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="659" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2.jpg" alt="" class="wp-image-7086" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Lavori domestici. Più di 1,4 milioni di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato, l’8% del totale, svolgono un lavoro domestico. I lavoratori domestici, la maggior parte dei quali sono donne, sono particolarmente vulnerabili a causa del loro isolamento, dei profondi squilibri di potere con i datori di lavoro e del limitato accesso ai meccanismi di denuncia e alle opportunità di organizzazione. In molti contesti non sono coperti dalle leggi sul lavoro e sulla sicurezza sociale, e questo aumenta la vulnerabilità. Anche le disposizioni restrittive in materia di visti, che spesso legano i lavoratori domestici migranti a un datore di lavoro, possono incrementare la suscettibilità agli abusi, così come lo status di immigrato irregolare, inclusa la mancanza di un visto.</p>



<p>Altri settori. Costituiscono quote minori, ma rappresentano comunque centinaia di migliaia di adulti. Ci sono quasi un quarto di milione di lavoratori costretti a scavare minerali o svolgere altri lavori minerari e di estrazione, e 128.000 pescatori intrappolati a bordo di pescherecci, spesso in acque profonde: un luogo di lavoro caratterizzato da isolamento estremo, pericolosità e lacune nel controllo normativo. Ci sono poi 208.000 adulti costretti a mendicare per strada e 32.000 costretti ad attività illecite.</p>



<p>Donne e uomini differiscono sia per la portata, che per la natura, del loro coinvolgimento nello sfruttamento del lavoro forzato. Complessivamente, il numero di uomini (11,3 milioni) è quasi doppio rispetto a quello delle donne (6 milioni), e differiscono per i settori in cui si trovano. Il lavoro domestico rappresenta il 17% dello sfruttamento del lavoro forzato delle donne, ma solo il 4% di quello degli uomini. Allo stesso tempo, i lavori edili rappresentano il 22% per gli uomini e il 6% per le donne. Gli uomini hanno anche molte più probabilità di essere nelle miniere e nelle cave, sebbene questo settore rappresenti una quota relativamente piccola del lavoro forzato totale per entrambi i sessi. Gli altri settori rappresentano quote più o meno simili.</p>



<p>La composizione dello sfruttamento del lavoro forzato differisce in diversi modi da quella della forza lavoro complessiva. In primo luogo, la quota di migranti è molto più alta. Ci sono anche relativamente più uomini rispetto alla forza lavoro generale. Vi sono ulteriori differenze in termini di suddivisione tra i settori: le persone che lavorano nel lavoro forzato hanno maggiori probabilità di essere nel manifatturiero e nel settore edile, meno probabilità che si trovino nei servizi e nell’agricoltura. Il settore minerario ed estrattivo vede la stessa quota.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato e migrazione</h4>



<p>I lavoratori migranti che non sono protetti dalla legge, o non sono in grado di esercitare i propri diritti, corrono un rischio maggiore di lavoro forzato rispetto agli altri lavoratori. Le stime globali del 2021 indicano che il 15% di tutti gli adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato sono migranti (ossia sono soggetti a lavori forzati in un Paese diverso da quello di nascita). In confronto, nel 2019 i lavoratori migranti internazionali rappresentavano circa il 5% della forza lavoro globale totale: i migranti sono quindi rappresentati in modo sproporzionato nel gruppo dei lavoratori forzati.</p>



<p>L’incidenza dello sfruttamento del lavoro forzato (espresso come quota sul totale dei lavoratori) chiarisce inoltre che è più probabile che i lavoratori migranti, rispetto ai non migranti, siano coinvolti nel lavoro forzato: quasi 14 su mille nell’economia privata, un tasso più di tre volte superiore a quello dei lavoratori non migranti (4,1 su mille).</p>



<p>Sebbene le stime globali del 2021 non mirassero a valutare la prevalenza della tratta per lavoro forzato, è probabile che per molti migranti sottoposti a lavoro forzato vi sia stato un coinvolgimento criminale dei trafficanti nelle prime fasi del loro viaggio, come al momento del reclutamento e dell’agevolazione del viaggio – con l’intento di sfruttarli una volta giunti a destinazione. […] Quando la necessità di spostarsi è sufficientemente acuta o i canali di migrazione regolare sono limitati, individui o famiglie possono ricorrere a rotte migratorie e mezzi di viaggio pericolosi, compresi i valichi di frontiera irregolari. Molti cadono nelle mani di contrabbandieri che mettono in atto pratiche abusive, o di intermediari di reclutamento senza scrupoli che pretendono da loro compensi di assunzione e relativi costi, esacerbando il ciclo del debito e il rischio di abusi. Una volta giunti a destinazione, i migranti possono rimanere vulnerabili al lavoro forzato e alla tratta di esseri umani a causa di barriere linguistiche e culturali, mancanza di informazioni affidabili e reti di supporto, sfide di integrazione economica e sociale, mancanza di accesso ai servizi di base e alla sicurezza sociale, o restrizioni sulla loro capacità di cambiare datore di lavoro o organizzarsi e contrattare collettivamente.</p>



<p>Inoltre, i lavoratori migranti sono spesso impiegati in settori come il lavoro domestico o l’agricoltura, che potrebbero non essere coperti dal codice del lavoro e dove potrebbero esserci altre restrizioni, per esempio al diritto di organizzarsi. Elevati livelli di informalità in tali settori limitano ulteriormente l’accesso alle tutele sul posto di lavoro o ai meccanismi di reclamo. Datori di lavoro, proprietari e fornitori di servizi senza scrupoli possono trarre vantaggio dalla limitata conoscenza delle condizioni locali e dal ridotto potere contrattuale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Involontarietà e coercizione</h4>



<p>Il lavoro forzato comporta situazioni lavorative caratterizzate da due condizioni chiave, tra loro interconnesse. La prima è la mancanza di un consenso libero e informato (cioè l’involontarietà) nell’accettare il lavoro o nell’accettare le condizioni di lavoro; la seconda è l’applicazione di una qualche forma di coercizione, come una sanzione o una minaccia di sanzione, per impedire a un individuo di abbandonare una situazione, o per costringere in altro modo il lavoro. L’assenza di consenso libero e informato e la presenza di coercizione possono verificarsi in qualsiasi fase del processo: al momento dell’assunzione, per costringere una persona ad accettare un lavoro contro la propria volontà, durante l’occupazione, per costringere un lavoratore a lavorare e/o vivere in condizioni che non concorda, o per costringere una persona a rimanere nel posto di lavoro quando desidera lasciarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Condizioni che portano all’assenza di un consenso libero e informato</h4>



<p>Le stime globali 2021 indicano che l’assenza di consenso libero e informato può derivare da una serie di fattori sovrapposti. È più comunemente legato al fatto che i lavoratori si trovano ad affrontare circostanze di lavoro diverse e inferiori a quelle concordate all’inizio del rapporto di lavoro. Nel 51% dei casi di adulti, i lavoratori lavorano involontariamente a causa di orari o straordinari superiori a quelli concordati, e nel 43% perché devono svolgere mansioni lavorative diverse da quelle specificate in fase di assunzione; nel 30% lavorano involontariamente perché la natura del loro lavoro è diversa da quella stabilita e nel 25% perché lavorano per qualcuno diverso dal datore di lavoro concordato.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1.jpg" alt="" class="wp-image-7087" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Altri fattori comuni che danno origine all’assenza di consenso libero e informato riguardano le condizioni di lavoro e le condizioni di vita associate al lavoro. Il 47% lavora involontariamente a causa di salari molto bassi o nulli, il 27% a causa di condizioni di lavoro pericolose e il 23% per le condizioni di vita degradanti sul luogo di lavoro, imposte dal datore di lavoro, dal reclutatore o da altre terze parti.</p>



<p>Il lavoro involontario deriva anche dalle restrizioni alla possibilità di cambiare datore di lavoro (28%) e a causa di debiti verso datori di lavoro, reclutatori o parti correlate (19%). In una quota minore di casi, la mancanza di consenso libero e informato deriva dal dover lavorare a fianco di un familiare che è in lavoro forzato (14%), o perché il lavoro è una condizione per la terra e l’abitazione (10%). Quest’ultimo riguarda in particolare i contratti di mezzadria che richiedono, per esempio, alla moglie e/o ai figli di svolgere lavori domestici affinché la famiglia abbia terra e alloggio. Infine, nell’1% dei casi, l’assenza di consenso libero e informato è legata a situazioni di schiavitù tradizionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tipi di coercizione</h4>



<p>La coercizione è ciò che costringe i lavoratori a lavorare senza il consenso libero e informato. Le stime globali indicano che può assumere molte forme. La trattenuta sistematica e deliberata dei salari è la più comune, utilizzata dai datori di lavoro abusivi per costringere i lavoratori a rimanere in un posto di lavoro per paura di perdere i guadagni maturati. Più di un terzo (36%) degli adulti è soggetto a questa forma di coercizione.</p>



<p>L’abuso di vulnerabilità colpisce circa un adulto su cinque. Questa forma di coercizione coinvolge i datori di lavoro che sfruttano la vulnerabilità dei lavoratori – per esempio, la loro mancanza di opportunità di sostentamento alternative – per costringerli, minacciati dal licenziamento, a svolgere un lavoro che altrimenti rifiuterebbero, o per costringerli a lavorare un numero eccessivo di ore per assicurarsi un salario minimo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="816" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1.jpg" alt="" class="wp-image-7089" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Una percentuale simile di adulti al lavoro forzato, circa un quinto, è costretta sotto minacce dirette. In occasioni più rare, le minacce si estendono anche ai familiari. Circa uno su dieci è costretto a rimanere dall’irrogazione di una sanzione pecuniaria nel caso lasci il posto di lavoro prima di una data di partenza concordata o imposta.</p>



<p>Altre forme di coercizione colpiscono un numero minore, ma non trascurabile, di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato. Circa il 5% è costretto attraverso la manipolazione del debito – per esempio obbligando le persone a svolgere un lavoro che altrimenti rifiuterebbero sotto minaccia di aumentare il debito che hanno nei confronti del datore di lavoro. Una quota simile è costretta attraverso l’uso dell’isolamento – per esempio, venendo tenuta in un luogo remoto o isolata dai contatti con le famiglie o dalle fonti di assistenza, con la confisca dei telefoni cellulari e l’interruzione di altri mezzi di comunicazione.</p>



<p>I lavoratori migranti che si trovano in situazioni irregolari, reclutati ingiustamente o in contesti di scarsa governance della migrazione, possono subire la coercizione sotto forma di confisca dei loro documenti di identità, che impedisce loro di lasciare un lavoro per paura di perderli. I migranti in situazione irregolare sono anche costretti dalla minaccia di essere denunciati alle autorità o di essere espulsi. Altri adulti so-no soggetti a forme più estreme di coercizione, tra cui violenza sessuale e fisica, reclusione forzata e privazione di cibo, bevande o sonno.</p>



<p>Queste forme di coercizione non si escludono a vicenda. In effetti, la maggior parte di coloro che sono nel lavoro forzato sono soggetti a più forme contemporaneamente.</p>



<p>Le stime globali indicano alcune differenze nei tipi di coercizione affrontati da donne e uomini. Considerando le quattro forme più comuni di coercizione, è più probabile che le donne siano costrette a subire il mancato pagamento del salario e l’abuso di vulnerabilità attraverso la minaccia di licenziamento, e gli uomini le minacce di violenza e le sanzioni pecuniarie. Tra le altre forme di coercizione, le donne hanno maggiori probabilità di subire violenze fisiche e sessuali e minacce contro i familiari, e gli uomini la confisca dei documenti di identità e la minaccia di espulsione e reclusione forzata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Servitù per debiti</h4>



<p>La schiavitù per debiti si verifica quando le persone sono costrette a lavorare contro la loro volontà per ripagare un debito con un datore di lavoro o un reclutatore; oppure quando il debito viene manipolato per costringerle a svolgere compiti di lavoro o ad accettare condizioni di lavoro che altrimenti rifiuterebbero. Tali debiti possono durare anni o addirittura generazioni. Possono essere manipolati in modi che rendono impossibile saldarli.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="664" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1.jpg" alt="" class="wp-image-7090" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1-271x300.jpg 271w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>I fattori che portano alla schiavitù per debiti sono diversi. Shock improvvisi, come la perdita del lavoro, possono obbligare i lavoratori senza risparmi, o senza accesso a mercati del credito formali, a rivolgersi a prestatori predatori, che offrono prestiti a condizioni equivalenti alla schiavitù del debito. Altri, già indebitati, possono essere costretti a offrire il proprio lavoro o quello di un familiare per onorare i propri debiti, quando non sono in grado di farlo con altri mezzi. Altri ancora cadono in schiavitù per debiti a causa di commissioni esorbitanti, salari trattenuti e altre pratiche coercitive di reclutatori o datori di lavoro predatori. I migranti, in particolare, sono suscettibili di dover assumere ingenti debiti per pagare costi esorbitanti relativi al reclutamento e alla migrazione, per assicurarsi lavoro nei Paesi di destinazione. Le forme tradizionali più rare ma persistenti di schiavitù per debiti includono persone nate in schiavitù, attraverso debiti presumibilmente accumulati dai loro antenati.</p>



<p>Un quinto delle persone vittime di sfruttamento del lavoro forzato si trova in situazioni di schiavitù per debiti. Sebbene le stime globali indichino il verificarsi dei casi in tutti i settori, la sua importanza relativa varia considerevolmente: è più importante nel settore minerario, agricolo e delle costruzioni, dove rappresenta rispettivamente il 43%, il 31% e il 27% sul totale di lavoro forzato; nei servizi e nel lavoro domestico è circa un caso su cinque e il 14% nel settore manifatturiero. Altri studi lo indicano in settori specifici tra cui la produzione di mattoni, il tabacco, la pesca, il disboscamento illegale e l’estrazione del legname, la tessitura di tappeti e la produzione di tessuti e indumenti. Le comunità emarginate, le minoranze etniche e religiose e le popolazioni indigene sono tra i gruppi particolarmente a rischio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato dei bambini</h4>



<p>Le stime del 2021 indicano che un totale di 3,3 milioni di bambini si trovano in situazioni di lavoro forzato ogni giorno, pari a circa il 12% di tutti coloro che sono sottoposti a lavoro forzato. E a causa dei vincoli dei dati, questi numeri, già allarmanti, potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. […] Un totale di 1,7 milioni di bambini sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali, costituendo oltre la metà di tutti i bambini nei lavori forzati. Altri 1,3 milioni, pari al 39%, sono vittime di sfruttamento del lavoro forzato. I restanti 0,32 milioni, il 10%, sono soggetti al lavoro forzato imposto dallo Stato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato imposto dallo Stato</h4>



<p>Nelle stime globali, il lavoro forzato imposto dallo Stato viene utilizzato per descrivere varie forme di lavoro forzato imposte dalle autorità statali, da agenti che agiscono per conto delle autorità statali e da organizzazioni con autorità simili allo Stato. È vietato dalla Convenzione ILO n. 29 e 105, fatte salve alcune eccezioni, e ha una serie di caratteristiche generali: 1) c’è una mobilitazione del lavoro che utilizza apparati statali tra cui l’esercito, la polizia, la magistratura e il sistema carcerario; 2) questi apparati statali agiscono in conformità con il diritto nazionale che è in contrasto con le Convenzioni ILO, o rimangono incontrastati nell’imporre il lavoro forzato in violazione del diritto nazionale e internazionale; 3) non c’è modo di uscirne perché il lavoro forzato è imposto dallo Stato stesso.</p>



<p>Si stima che nel 2021 circa 3,9 milioni di persone si trovassero in lavori forzati imposti dallo Stato. Più di tre su quattro (78%) sono maschi, l’8% sono bambini. Alla base di queste cifre aggregate, vi sono una serie di diverse categorie. Oltre la metà (56%) riguarda una qualche forma di abuso del lavoro carcerario obbligatorio: 1) quello imposto per interessi privati, svolto sia da detenuti in istituti a gestione privata che da detenuti di carceri pubbliche; 2) il lavoro forzato imposto alle persone in custodia cautelare o amministrativa; 3) i casi connessi all’imposizione del lavoro a persone incarcerate per reati politici non violenti, per disciplina del lavoro, per partecipazione non violenta a scioperi, o come mezzo di discriminazione. L’abuso di coscrizione nei servizi militari rappresenta il 27%. Il restante 17% riguarda l’obbligo di lavorare al fine di promuovere lo sviluppo economico nazionale – le persone costrette a lavorare in eccesso rispetto ai normali obblighi civici – o coloro obbligati a svolgere servizi comunali che eccedono la natura e la portata di queste attività, come consentito dalle norme ILO. I riscontri del regolare sistema di supervisione degli organi di controllo dell’ILO, dimostrano chiaramente che il lavoro forzato imposto dallo Stato persiste in tutte le regioni del mondo. […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Abuso del lavoro carcerario obbligatorio</h4>



<p>Il lavoro coatto in carcere può essere imposto solo ai detenuti che soddisfano determinate condizioni: devono essere condannati per un reato in un tribunale dopo un giusto processo, ma non per un reato politico non violento, per violazione della disciplina del lavoro, per la partecipazione non violenta agli scioperi, o come mezzo di discriminazione razziale, sociale, nazionale o religiosa. Inoltre, il lavoro stesso deve essere supervisionato da enti pubblici e non deve essere riservata a privati, aziende o associazioni, a meno che non siano soddisfatte alcune condizioni aggiuntive. […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro obbligatorio per le persone in detenzione amministrativa</h4>



<p>Il lavoro obbligatorio non può in nessun caso essere imposto alle persone in detenzione amministrativa. Una violazione comune è l’imposizione del lavoro coatto a coloro che sono detenuti dalle forze dell’ordine, ma non sono destinati a essere processati, perché hanno commesso “reati minori” – quelli non sufficientemente gravi per essere perseguiti penalmente ma qualificati per la “rieducazione”.</p>



<p>Altri casi riguardano l’imposizione del lavoro obbligatorio ai detenuti nei centri istituiti per tossicodipendenti, mendicanti, prostitute, vagabondi, bambini di strada e altri gruppi emarginati, sempre apparentemente per scopi rieducativi o riabilitativi. In Bielorussia, per esempio, le persone che soffrono di alcolismo cronico, tossicodipendenza o abuso di sostanze possono essere inviate ai centri di lavoro medico, dove hanno l’obbligo di lavorare. Altri esempi includono il Mozambico, dove persone identificate come “improduttive” o “antisociali” possono essere arrestate e inviate a centri di rieducazione, o assegnate a settori produttivi; e la Repubblica Democratica del Congo, dove le persone possono essere arrestate e giudicate da un tribunale per vagabondaggio o accattonaggio, e costrette a lavorare. Nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, l’OHCHR riferisce di persone sottoposte a lavori forzati nei “campi di addestramento” di lavoro (<em>rodong</em><em>danryondae</em>) mediante un procedimento amministrativo senza processo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro obbligatorio per le persone in custodia cautelare</h4>



<p>L’imposizione del lavoro alle persone in custodia cautelare prima della loro condanna si verifica in un certo numero di Paesi (per esempio, Repubblica Democratica Popolare di Corea). Molti Stati non specificano per legge se il lavoro obbligatorio può essere imposto durante il periodo pre-processuale, lasciando un’area d’ombra legale che consente alle amministrazioni carcerarie di sottoporre al lavoro i detenuti in attesa di processo. Altri Paesi prevedono esplicitamente per legge che il lavoro obbligatorio può essere imposto anche prima che un giudice indipendente abbia confermato la detenzione (per esempio Repubblica Democratica del Congo). Gli effetti di queste carenze legali si aggravano in contesti in cui sistemi giudiziari sovraccarichi provocano periodi prolungati di custodia cautelare.</p>



<p>In alcuni Paesi, le leggi sulla detenzione preventiva vengono utilizzate per imprigionare a tempo indeterminato attivisti e dissidenti politici, mescolarli alla popolazione carceraria e sottoporli a lavori forzati come prigionieri. I casi esaminati dal CEACR includono Cambogia, dove il lavoro carcerario obbligatorio può essere imposto a rappresentanti di ONG, membri sindacali e difensori dei diritti umani che sono tenuti in custodia cautelare per lunghi periodi di tempo; Azerbaigian, dove il lavoro carcerario obbligatorio può essere imposto a giornalisti, attivisti dei social media e attivisti politici dell’opposizione che esprimono dissenso o critiche; e Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove esiste una continua criminalizzazione dei movimenti sociali e l’imposizione del lavoro carcerario obbligatorio a oppositori politici e dissidenti.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto (tradotto, traduzione a cura di Paginauno) dal Rapporto <em>Global Estimates of Modern Slavery. Forced Labour and Forced Marriage</em>, ILO, Walk Free e IOM, 12 settembre 2022, pubblicato sotto diritti Creative Commons Attribution 4.0 International License. “Questa traduzione non è stata creata dall’ILO, Walk Free o IOM e non deve essere considerata una traduzione ufficiale dell’ILO, Walk Free o IOM. ILO, Walk Free e IOM non sono responsabili del contenuto o dell’accuratezza di questa traduzione. Questo è un adattamento di un’opera originale dell’ILO, Walk Free e IOM. La responsabilità per i punti di vista e le opinioni espresse nell’adattamento spetta esclusivamente all’autore o agli autori dell’adattamento e non sono approvati da ILO, Walk Free o IOM.”</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scioperiamo Expo: ‘gita sociale’ al cantiere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/scioperiamo-expo-gita-sociale-al-cantiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 08:57:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1514</guid>

					<description><![CDATA[L’invasione del cantiere e l’ipocrisia dei sindacati targata Esposizione Universale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-41-febbraio-marzo-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 41, febbraio &#8211; marzo 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’invasione del cantiere e l’ipocrisia dei sindacati targata Esposizione Universale</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 12 dicembre scorso, nel giorno dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil contro il Jobs Act e le politiche economiche del governo, una cinquantina di attivisti della rete <em>Attitudine No Expo</em> ha oltrepassato le recinzioni del cantiere Expo a Milano ed è sfilata all’interno al grido di: “Scioperiamo Expo: contro debito, cemento e precarietà”, rompendo il tabù dell’inviolabilità del sito e portando la protesta laddove scioperare non è possibile. Un’azione rapida e dimostrativa, un messaggio a quei sindacati che da una parte hanno convocato uno sciopero generale contro la precarietà, e dall’altra se ne sono resi complici firmando, insieme alla Cisl, lo scorso 23 luglio 2013, l’accordo che disciplina le modalità di assunzione durante i sei mesi dell’Esposizione, un accordo che avvalla proprio il ricorso al lavoro precario e non retribuito e contemporaneamente impegna le tre sigle sindacali a evitare gli scioperi.</p>



<p>L’intesa raggiunta tra la società Expo 2015 s.p.a. e le tre organizzazioni, sia come federazioni milanesi del settore terziario che come articolazioni territoriali di ciascuna confederazione, si compone di otto articoli e cinque allegati. Il primo articolo sancisce il “sistema delle relazioni sindacali”, e istituisce un Osservatorio “allo scopo di assicurare la corretta applicazione dei contenuti dei Protocolli e intese sopra richiamati nonché del presente accordo, con l’obiettivo di intervenire efficacemente e tempestivamente a fronte di problematiche e/o criticità per evitare l’assunzione di iniziative unilaterali” (1). Di questo Osservatorio fanno parte solo i soggetti firmatari dell’accordo: è stata quindi esclusa la rappresentanza del sindacalismo di base, che si è (giustamente) rifiutata di sottoscriverlo.</p>



<p>E, fatto ancora più grave, i tre sindacati confederali si sono impegnati a non dichiarare sciopero (“evitare l’assunzione di iniziative unilaterali”), sottraendo di fatto ai lavoratori un loro diritto. Un patto ancor meglio dettagliato nel “Protocollo aggiuntivo in materia di relazioni sindacali (tutela della sicurezza e salute sul lavoro e della legalità)” allegato all’accordo, dove si legge al punto 1: “L’Osservatorio permanente ha il compito […] di intervenire a fronte dell’insorgenza di problematiche e/o irregolarità in modo efficace e tempestivo, anche <em>al fine di prevenire l’insorgenza del conflitto</em>, e di concordare le opportune soluzioni” (2).</p>



<p>Altri punti focali dell’accordo sono gli articoli 4, 5 e 6.<br>Il primo fissa la nascita di nuove figure professionali (operatore grande evento, specialista grande evento e tecnico sistemi di gestione grande evento) allo scopo di aprire la strada al contratto precario di apprendistato. Viene infatti individuato “nel contratto di apprendistato la tipologia contrattuale cui fare ricorso per una rilevante quota del fabbisogno occupazionale di Expo 2015 s.p.a. nella fase di realizzazione dell’esposizione”, e viene stabilito che “è ammesso il ricorso al contratto di apprendistato per il conseguimento della qualifica” delle tre nuove figure lavorative appena create.</p>



<p>A tale fine viene anche istituito il “Programma esperienza giovani” (allegato 2), nel quale, per giustificare una durata della formazione decisamente ridotta – tra i 7 e i 12 mesi – Expo 2015 e Cgil, Cisl e Uil hanno avuto il coraggio di scrivere e sottoscrivere quella che pare una barzelletta: “Date le particolari caratteristiche organizzative dei grandi eventi – eventi con un termine temporale preciso e anelastico, organizzazioni snelle, presenza di numerosi professionalità che devono coordinarsi tra loro, grande esposizione e momento di ‘live’ più o meno esteso – il contesto di apprendimento ed esperienza può considerarsi accelerato rispetto agli altri settori di riferimento”.</p>



<p>L’articolo 5 regola lo stage, la cui durata viene portata a sette mesi, mentre è contemplata la possibilità di una “elevazione al 60% dell’organico dipendente alla data del 01/04/2015” dei rapporti di tirocinio: lavoratori ricattabili, senza diritti e sottopagati. L’articolo prevede infatti “un rimborso spese nella misura di € 516,00 mensili, oltre a un buono pasto del valore di € 5,29 per ciascun giorno di effettiva presenza”. Niente stipendio quindi, né contributi, né ferie né permessi, perché questo è, per legge, uno stage.</p>



<p>Ma la vera innovazione di questo accordo è il ricorso legale al lavoro volontario e non retribuito per ben 18.500 persone. Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio secondo il quale alla prestazione lavorativa deve corrispondere una retribuzione. Ma con questo protocollo, i sindacati hanno accettato la creazione della figura del ‘volontario’, affiancando così al lavoro sottopagato quello gratuito. L’articolo 6 recita che Expo 2015 vuole “coinvolgere la società civile garantendo la partecipazione anche tramite forme di volontariato ovvero di prestazione di attività volontaria personale e gratuita”, come occasione per vivere la cittadinanza in modo attivo e per “trovarsi ogni giorno in oltre 145 Paesi del mondo”, come recita uno degli slogan della campagna.</p>



<p>In conclusione, al netto dei conti, possiamo dire che delle migliaia di posti di lavoro promessi da Expo 2015 s.p.a. questo è il dato reale rimasto, come indicato negli allegati dell’accordo: 340 apprendisti, 300 lavoratori a tempo determinato (dai 6 ai 12 mesi), 195 stagisti e 18.500 volontari.<br>È chiaro che con questo accordo si vuole andare verso un nuovo dualismo del mercato del lavoro, non più fra garantiti e non ma tutto interno alla precarietà, di tipo generazionale: da una parte il giovane, che va a fare l’apprendista o il tirocinante, dall’altra il precario adulto, che vive di contratti a termine.</p>



<p>La “gita sociale” del 12 dicembre scorso, come è stata definita dalla rete <em>Attitudine No Expo</em> in un video rivendicativo lanciato su Youtube (3), è stata accolta nel totale silenzio dei grandi media. Non sorprende, visto gli interessi che gravitano intorno a Expo 2015. È di certo poco producente mettere in risalto la facilità con cui è stato violato un sito che dovrebbe essere inaccessibile, al punto che è stato creato un drone che lo sorvola e rende possibile “vedere quello che normalmente non si può vedere: il cantiere”, “un luogo che normalmente è chiuso al pubblico, ed è la prima volta per un Expo”, come ha affermato Roberto Arditti, direttore Institutional Affairs Expo 2015, durante il suo intervento alla presentazione di “Belvedere in città”, all’Expo Gate a Milano, nel settembre scorso (4). All’arrivo della stazione di Rho–Fiera infatti, da cui è partita l’azione, gli attivisti non hanno incontrato alcun ostacolo. Dopo aver scavalcato un piccolo muretto adiacente all’ultimo binario, si sono trovati davanti le recinzioni del cantiere, che in diverse zone risultavano tagliate o rimosse, come ci ha riferito Michele, uno degli attivisti che abbiamo incontrato alla fine del corteo.<br>Di ragioni per scioperare ce ne sono parecchie, contro Expo e contro gli stessi sindacati, Cgil, Cisl e Uil.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<em><a rel="noreferrer noopener" href="www.expo2015.org/cs/Expo/1392228541087/Protocollo+Sito+Espositivo+Expo+2015.pdf.html" target="_blank"> Protocollo sito espositivo Expo 2015</a></em>, 23 luglio 2013. Riportato in www.expo2015. org</p>



<p class="has-small-font-size">2) Corsivo dell’autore</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=ZCGlWljWRHQ" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=ZCGlWljWRHQ</a></p>



<p class="has-small-font-size">4)<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_settembre_22/expo-viaggio-il-drone-vedere-come-va-cantiere-2821453e-4251-11e4-8cfb-eb1ef2f383c6.shtml" target="_blank"> Il drone che sorvola l’Expo per vedere come va il cantiere</a></em>, milano.corriere.it, 23 settembre 2014</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Collettivo San Precario. Opposizione sociale alla precarietà</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/collettivo-san-precario-opposizione-sociale-alla-precarieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 15:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1097</guid>

					<description><![CDATA[Domenico Corrado (Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015) La cittadina di Rho si trova al centro di un grande processo di trasformazione socio-economica iniziato nel 2005, con l’inaugurazione del nuovo polo fieristico milanese, e proseguito con i cambiamenti maturati all’ombra dell’Expo 2015, che sorgerà in buona parte sul territorio rhodense. Dall’esigenza di far [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">La cittadina di Rho si trova al centro di un grande processo di trasformazione socio-economica iniziato nel 2005, con l’inaugurazione del nuovo polo fieristico milanese, e proseguito con i cambiamenti maturati all’ombra dell’Expo 2015, che sorgerà in buona parte sul territorio rhodense. Dall’esigenza di far fronte a questi cambiamenti nasce nel 2009 il Punto San Precario Rho Fiera: “l’espressione di una generazione precaria e in cerca di riscatto, un’agenzia di servizi per il conflitto libera da ogni partito e sindacato”.</p>



<p><strong>Chi è San Precario, e quando appare per la prima volta?</strong></p>



<p>San Precario è il patrono dei precari e delle precarie, l’icona irriverente e beffarda della nostra generazione. È apparso per la prima volta il 29 febbraio 2004 in una Ipercoop di Milano, ed è figlio dell’unione di diversi collettivi e associazioni di lavoratori e studenti sensibili alle tematiche del lavoro, e non rappresentati dalle classiche organizzazioni sindacali, che si occupavano della difesa dei diritti dei lavoratori nella grande distribuzione organizzata, nei call center, nella ricerca e dell’arte; collettivi e associazioni che hanno dato vita al percorso della May-Day, la manifestazione del primo maggio precario. Fra loro c’erano Reload, Chainworkers, la redazione di Infoxoa, il centro sociale Tana di Trento e l’Infolab di Bologna, che con l’assemblea Precog (precari e cognitari) tenutasi a Trento il 18 gennaio 2004, hanno dato vita all’idea del Santo. San Precario nasce quindi nel contesto di quel nuovo panorama lavorativo inaugurato all’indomani del pacchetto Treu del 1997 – e proseguito con la legge 30 del 2002 – con cui si è compiuto il primo passo verso quella trasformazione del mercato del lavoro che ci ha portato direttamente ai giorni nostri e al Jobs act renziano: ovvero l’estensione della precarietà a un concetto esistenziale e pervasivo che si insinua e caratterizza ogni aspetto della nostra vita. Dall’idea del Santo si sviluppa una rete di sportelli bio-sindacali dislocati sul territorio nazionale, con cui abbiamo costruito un progetto di opposizione sociale alla precarietà.</p>



<p><strong>Nello specifico, il Punto San Precario Rho Fiera nasce nel 2009, dall’esigenza di rispondere a quel processo di deindustrializzazione e terziarizzazione dell’economia messo in atto nel territorio rhodense, e che ha trovato la sua massima espressione nel battesimo, nel 2005, del nuovo polo fieristico milanese. Un’evoluzione a passo con i tempi, che ha visto emergere nuovi soggetti e tipologie contrattuali, e quindi nuovi scenari di conflitto tutti da costruire e immaginare. Cosa si intende per sportello bio-sindacale, e quali sono le sue peculiarità rispetto ai sindacati classici?</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1.jpg" alt="" class="wp-image-1098" width="200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1-232x300.jpg 232w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Le trasformazioni e i cambiamenti che sono intervenuti nel mondo del lavoro, oltre a erodere diritti, hanno anche modificato qualitativamente e quantitativamente il modo di lavorare. Il rapporto di lavoro è sempre più individualizzato e la separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro è sempre più sfumata. Il nuovo sistema economico si caratterizza per la compresenza di diversi modelli di organizzazione della produzione e di frammentazione del mercato del lavoro. Una frammentazione che non solo ha aggravato la crisi della rappresentanza sindacale e del suo potere contrattuale, ma soprattutto ha portato all’individualizzazione del rapporto di lavoro, al prevalere della contrattazione individuale su quella collettiva, con tutti gli effetti peggiorativi nelle condizioni di lavoro, di salario ecc. In tale situazione le tradizionali forme di rappresentanza, verticali e gerarchiche, perdono la loro efficacia, proprio perché viene a mancare un soggetto di riferimento omogeneo, facilmente e direttamente rappresentabile. Da qui l’esigenza di una nuova visione dell’azione sindacale, appunto il bio sindacalismo.</p>



<p>In una società post-fordista in cui i consumi e i bisogni sono fondati sull’etica dell’immagine e del consumo e del produttivismo, le imprese non si accontentano più di conquistare la ‘fedeltà’ del lavoratore sul posto di lavoro, ma ne pretendono un’adesione totale, di tipo ideologico e paternalistico, in cui non c’è spazio per il dissenso e il conflitto, e dove ogni lavoratore è vittima.</p>



<p>Le imprese, oltre che precarizzare, ricattare e sfruttare, sono capaci di illudere, affascinare e creare aspettative. Tra padrone (quando lo si riconosce come tale) e dipendente, tra capo e sottoposto, ci si dà del tu, come in una grande famiglia. Un’adesione di tipo totalitario che ci ha portato a sviluppare una visione dell’azione sindacale che non si limita alla rivendicazione dei diritti sul lavoro, ma che sposta il baricentro del conflitto nell’intera società, attraverso quelli che abbiamo definito i cinque assi della precarietà: il diritto al redditto a prescindere dal lavoro e tra un contratto e l’altro; il diritto alla casa come presupposto di una vita vissuta in modo autonomo e dignitoso; il diritto agli affetti, all’amore e alla sessualità libera e consapevole; il diritto all’accesso alle comunicazioni e ai saperi contro ogni barriera e recinzione; il diritto, infine, a una mobilità libera e gratuita. Una visione del conflitto che supera il concetto classico di sindacato fondato sulla delega e sulla rappresentanza, e sostenuta da nuovi metodi comunicativi ed espressivi.</p>



<p><strong>Quali sono le rivendicazioni portate avanti dal Santo dei precari?</strong></p>



<p>Innanzitutto per poter incidere nel rapporto capitale/lavoro è necessario attivare un processo di ricomposizione sociale delle diverse soggettività del lavoro, e riconoscere che la condizione di precarietà è generalizzata e investe la vita nella sua totalità. La nostra piattaforma rivendicativa abbraccia una strategia che ha il fine attivare un processo di ricomposizione sociale delle lotte di tutti i precari dei settori dell’economia, e di promuovere un’azione di tipo culturale con cui costruire nuovi immaginari collettivi d’azione: una nuova visione della politica e della società che superi l’idea di pacificazione sociale, e in cui il conflitto diventi il motore delle trasformazioni sociali e del cambiamento.</p>



<p>Il primo passo è quello di creare uno ‘strumento’ che consenta una continuità di reddito, per fuoriuscire dal sistema bisogno di vita/ricatto lavorativo, e questo significa esemplificare e diminuire le tipologie contrattuali esistenti estendendo tutele e diritti a qualunque soggetto lavorativo. È indubbio che una diversificazione estrema delle tipologie contrattuali e il sistema di ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori abbiano incrementato la divisione e lo smarrimento, diminuendo il peso delle rivendicazioni collettive.</p>



<p>Una semplificazione di tipo quantitativo, quindi, è un presupposto indispensabile per creare un contesto comune in cui coltivare le nostre rivendicazioni. Per quanto riguarda l’azione culturale e controinformativa, i punti San Precario si prefiggono di contrastare e superare l’individualizzazione della forza lavoro attraverso modalità che prevedono cooperazione, condivisione e coordinamento, sperimentando forme di conflitto innovative e utilizzando una strategia comunicativa partecipativa e ‘cospirativa’ che usa diversi strumenti – come il <em>subvertising</em>, che consiste nel ribaltare e sovvertire il messaggio pubblicitario promosso dalle imprese utilizzando i suoi stessi strumenti: immagini, slogan e stili. Subvertising sono il finto manifesto pubblicitario, il logo taroccato o la finta trasmissione radiofonica, e servono per decostruire e smascherare un brand e la sua retorica.</p>



<p>In definitiva San Precario è un vero e proprio media sociale, dove la comunicazione nasce dalla partecipazione, dalle capacità e dalle competenze dei lavoratori, e in cui a dominare sono la libertà di espressione e la creatività e non il profitto e l’omologazione.</p>



<p><strong>Il Punto San Precario Fiera Milano sorge a Rho, la cittadina del nuovo polo fieristico milanese e dell’Expo 2015. Quanto incidono le vostre lotte sul territorio?</strong></p>



<p>È noto che il polo fieristico di Rho-Fiera è un ricettacolo di lavoro nero, precario e intermittente. Per questo, fin dagli esordi, abbiamo monitorato e controllato ciò che avveniva nei padiglioni, anche alla luce degli sviluppi di Expo 2015. Nell’aprile del 2010 abbiamo inaugurato la nostra azione con “Il Salone internazionale del Mobile e del Design”, la vetrina della Milano da bere e il coacervo dello sfruttamento del lavoro: con un numero consistente di precarie e precari abbiamo organizzato un’irruzione nei padiglioni della Fiera, per denunciare le condizioni di lavoro, il mancato pagamento degli stipendi e l’abuso dei contratti precari.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2.jpg" alt="" class="wp-image-1099" width="200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>L’esito è stato positivo: il 23 aprile del 2010 circa una cinquantina di lavoratori della Best Union Company e delle sue controllate Team 2015 e Fair Service (che operano come aziende in subappalto per i servizi logistici alla Fiera di Rho) si sono visti pagare i salari arretrati, che andavano dall’ottobre al dicembre 2009. Il&nbsp;<em>battesimo</em>&nbsp;in Fiera ha dimostrato come sia possibile opporsi alla precarietà, ed è stato un’opportunità per rilanciare e allargare la vertenza a tutte le società che operavano nel polo fieristico: dalle già citate Fair Service, Team 2015, Best Union Company, all’Autogrill, a Sipro, Sanital, Laser e Fema.</p>



<p>Nel 2011, nella logica del subverting, abbiamo lanciato una campagna informativa sulle condizioni di lavoro in Fiera e su come queste si riflettessero sulla costruzione di Expo 2015: “Il disoccupato in Fiera”. All’ombra della torre dorata della Fiera di Rho abbiamo creato, insieme ad altre le realtà metropolitane, uno stand permanente, dove poter incontrare i lavoratori licenziati e parlare con i legali di San Precario, e questo ci ha permesso di consolidare un percorso solidale con il territorio.</p>



<p>Nel marzo 2012 abbiamo poi inaugurato la campagna “Fagliela pagare” chiedendo, attraverso una raccolta di firme, una riduzione delle tariffe del trasporto pubblico locale per pendolari, lavoratori, disoccupati e precari del territorio, attraverso l’introduzione di una tariffa unica integrata a livello metropolitano finanziata anche attraverso un contributo economico annuale di un milione di euro da parte di Fiera Milano, il soggetto che ha goduto dei maggiori benefici dalla costruzione delle nuove infrastrutture. Con l’apertura del polo fieristico è stata infatti costruita la nuova stazione ferroviaria di Rho Fiera, avviata nel 2009, che ha comportato il taglio di trenta treni per i pendolari dalla stazione di Rho Centro e l’arrivo dell’alta velocità, sempre in funzione dei visitatori e degli espositori e dei profitti di Fiera Milano. La vertenza si è conclusa con una parziale ripartizione dei treni a favore della stazione di Rho Centro e dei cittadini rhodensi, che hanno riconosciuto l’importanza di difendere il diritto alla mobilità, malgrado il mancato raggiungimento degli altri obiettivi della campagna.</p>



<p>Per quanto riguarda Expo 2015, invece, insieme al centro sociale Sos Fornace di Rho e ad altre realtà metropolitane siamo impegnati nella campagna di boicottaggio del lavoro volontario e non retribuito. Crediamo che un lavoro gratis non sia un vero lavoro, e che prestare gratuitamente il proprio tempo per Expo significhi subire il ricatto della necessità, e cadere nel tranello dell’aspettativa che ci porta a lavorare come volontari con la speranza di entrare in un mondo del lavoro senza prospettive. Expo 2015 aveva promesso 70.000 posti di lavoro, ma a sei mesi dall’apertura dei cancelli l’unica certezza è l’impiego dei 18.500 volontari che lavoreranno senza ricevere un compenso, vanificando potenziali posti di lavoro e alimentando il conflitto tra generazioni e tra poveri.</p>



<p><strong>A vostro avviso esistono dei legami tra i provvedimenti entrati in vigore con la prima parte del Jobs act e l’Expo 2015, e come intendete smascherare queste politiche?</strong></p>



<p>Anche se non è facile districarsi nell’individuare il rapporto tra causa ed effetto per quanto riguarda il legame tra il Jobs act ed Expo 2015, non vi è dubbio che Expo 2015 sarà uno straordinario terreno di sperimentazione delle politiche del lavoro targate Jobs act, dove vi è un ancora più pericoloso coinvolgimento dei soggetti sindacali nelle politiche di deregolamentazione e di spoliazione dei diritti dei lavoratori. Tutto questo alla luce di un processo di trasformazione che vede l’intermittenza lavorativa come nuovo paradigma del lavoro contemporaneo, e il lavoro volontario come nuova frontiera del mai sopito sogno padronale di avere lavoratori felici di essere gratuitamente sfruttati.</p>



<p>Da parte nostra stiamo cercando di esorcizzare, anche dal punto di vista comunicativo, l’idea per cui il conflitto sociale è un quid di patologico: nel passato, anche nel nostro Paese, è stato uno straordinario strumento di emancipazione delle classi subalterne. Nel nostro piccolo e tra mille difficoltà stiamo tentando, come punto San Precario di Rho, di elaborare una strategia che tenga insieme il livello politico-sindacale e quello culturale e comunicativo, nella lotta ai processi di precarizzazione di lavoro e di vita attuati dal capitale. Si tratta di una continua sperimentazione, volta a individuare le nuove alleanze e i nuovi luoghi offerti dalle pratiche quotidiane di conflitto, nella prospettiva della ricomposizione della moltitudine di precari, lavoratori, disoccupati, migranti e senza-diritti nel post-fordismo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Andrea Papoff e Gianluca Rubini (Centro sociale SOS FORNACE). Expo 2015: boicottare il lavoro gratuito</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/andrea-papoff-e-gianluca-rubini-centro-sociale-sos-fornace-expo-2015-boicottare-il-lavoro-gratuito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 15:43:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1257</guid>

					<description><![CDATA[Domenico Corrado (Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014) Andrea Papoff e Gianluca Rubini sono due militanti del centro sociale Sos Fornace di Rho, il territorio dove materialmente sorgeranno i padiglioni che ospiteranno l’Esposizione, e che ha subìto la maggior parte delle trasformazioni messe in moto da Expo 2015. Dal marzo 2008, quando Milano ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/numero-39-ottobre-novembre-2014/" target="_blank">(Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Andrea Papoff e Gianluca Rubini sono due militanti del centro sociale Sos Fornace di Rho, il territorio dove materialmente sorgeranno i padiglioni che ospiteranno l’Esposizione, e che ha subìto la maggior parte delle trasformazioni messe in moto da Expo 2015. Dal marzo 2008, quando Milano ha vinto la candidatura della ‘sfida Expo’, Sos Fornace è impegnata a denunciare la logica del grande evento e gli appetiti che si sono raccolti intorno alla città meneghina. Tangenti, turbative d’asta e mafia free, e poi: devastazione dell’ambiente e del territorio, repressione del dissenso e sfruttamento e precarietà del lavoro. Insomma, dieci anni di grandi aspettative e promesse secondo cui Milano doveva diventare la capitale mondiale dell’alimentazione con il suo orto botanico e i suoi dibattiti, e “rilanciare l’economia e l’orgoglio nazionale” di un’Italia che “ce la può fare”. E invece, tra indagini della magistratura, arresti e ritardi non rimane più nulla, tranne la retorica ormai scadente e la beffa del lavoro gratuito di 18.000 persone: l’unica reale opportunità messa in campo da Expo e di cui potranno godere i cittadini del territorio.</p>



<p><strong>“Senza reddito non si vive, gratis non si lavora”. Con questo slogan, il giugno scorso, la Fornace ha inaugurato la campagna di boicottaggio del reclutamento del lavoro gratuito per Expo 2015. Che cosa contestate?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: Expo 2015 aveva promesso 70 mila posti di lavoro, ma a meno di un anno dall’inizio dell’evento rimangono solo stime ottimistiche a cui ormai non crede più nessuno. Secondo il commissario unico di Expo 2015 Giuseppe Sala, i posti di lavoro retribuiti saranno tra i 15 e i 16 mila. Di questi, 4 mila saranno creati dai Paesi partecipanti e 9 mila dalle aziende che lavoreranno nei padiglioni, a cui vanno aggiunte 195 posizioni di stagisti. Tutti contratti precari e a tempo determinato, che difficilmente, malgrado le promesse di trasformarli in opportunità di lavoro a lungo termine, verranno prolungati. Ad oggi, al di là delle buone intenzioni, i posti creati realmente sono 650 – le posizioni che andranno a completare lo ‘Staff Expo’, ovvero coloro che ricopriranno i ruoli di supervisione e gestione nelle attività logistiche e organizzative dell’evento – mentre gli altri 16 mila che dovrebbero essere creati dagli appaltatori rimangono ancora nell’ambito delle ipotesi. Tutte cifre astratte che stridono con un Expo che non ha mai avuto un vero interesse a mettere in campo un progetto credibile di rilancio dell’occupazione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/expo-lavoro-gratuito.jpg" alt="" class="wp-image-1258" width="200"/></figure></div>



<p>Ci dicono che vogliono rilanciare l’economia, e lo intendono fare attraverso un evento che per sua natura, essendo di durata limitata, non può che offrire possibilità di lavoro precarie; vogliono rilanciare l’economia e l’unica opportunità che offrono è lavoro non retribuito che serve solo a inverdire il curriculum e ad alimentare la politica dell’aspettativa e della precarietà. Infatti buona parte dell’evento verrà sostenuto dal lavoro gratuito di 18.000 volontari, che nei sei mesi si avvicenderanno per un periodo massimo di due settimane nell’opera di assistenza e accoglienza dei visitatori, compito che normalmente viene affidato a stuart e hostess in cambio di una retribuzione.</p>



<p>È arrivato il momento di dire che le promesse di rilancio dell’occupazione con Expo sono solo menzogne, e per questo invitiamo tutte le cittadine e i cittadini e le forze politiche e di movimento a sostenere la campagna di boicottaggio contro il lavoro gratuito per Expo 2015.</p>



<p><strong>Come funziona il sistema di reclutamento dei volontari e chi ne è responsabile?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: Expo 2015 spa, CSVnet (Coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato) e Ciessevi Milano hanno siglato il “Programma Volontari per Expo”: in particolare Ciessevi accoglierà le candidature degli aspiranti ‘volontari’ occupandosi quindi dell’attività di intercettazione e orientamento dei lavoratori. La campagna di reclutamento dei 18.000 è iniziata il 16 maggio scorso con un convegno tenuto a Palazzo Reale di Milano in cui erano presenti, oltre al sindaco Pisapia, al commissario unico Giuseppe Sala e al direttore Risorse umane di Expo 2015 spa Davide Sanzi, alcuni rappresentanti del terzo settore e del mondo del volontariato: da Sergio Silvotti, in rappresentanza del Forum terzo settore e presidente della Fondazione Triulza, a Carlo Vimercati, presidente della Consulta nazionale comitati di gestione fondi speciali per il volontariato. Con questa ‘tavola rotonda’ è stata lanciata la campagna di comunicazione dedicata al “Programma di coinvolgimento dei cittadini e del terzo settore nelle attività dell’Esposizione Universale”, in cui il lavoro volontario viene presentato come un’opportunità per vivere la cittadinanza in modo attivo e per “trovarsi ogni giorno in oltre 145 Paesi del mondo”, come recita uno degli slogan.</p>



<p>Insomma, una grande fregatura mascherata da opportunità, appoggiata da una campagna mediatica e di marketing imponente che coinvolge e si insinua in tutti i meandri della società. Saranno previste diverse forme di partecipazione che possono impegnare da un giorno fino ai dodici mesi del servizio civile, anche se la maggior parte dei servizi di volontariato sono stati inquadrati in un progetto della durata di due settimane, più accessibile e meno impegnativo, in cui i volontari verranno ‘retribuiti’ con un Tablet. Per cui pensare – come ha dichiarato al convegno Stefano Tabò, presidente di CSVnet – a Expo “come un’opportunità unica per il volontariato italiano di espressione delle proprie caratteristiche di partecipazione, solidarietà e pluralismo”, oppure per “proporre nuovi modelli economici e sociali, inclusivi e solidali, che vanno al di là dei particolarismi e che richiamano tutti a una responsabilità personale e sociale di pensiero e azione”, è del tutto ipocrita e privo di fondamento. La verità è che con la scusa delle finalità filantropiche di Expo 2015 si introduce una forma di sfruttamento del lavoro, neanche a basso costo, ma addirittura gratuito!</p>



<p><strong>Quale ruolo ricoprono i grandi nomi del terzo settore nel legittimare Expo 2015?</strong></p>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Il modello Expo è fondamentalmente un’economia delle buone intenzioni, che attraverso la retorica di “Nutrire il Pianeta” giustifica il lavoro gratuito. Questo modello rinnova radicalmente il ruolo e il senso del terzo settore che si presta a queste operazioni di vero e proprio marketing in cui i progetti di rilancio dell’occupazione hanno un ruolo secondario rispetto all’appoggio mediatico che danno all’evento. Un appoggio che funge da giustificazione culturale e strategia comunicativa di Expo e alle sue politiche di precarietà. Un esempio? Quello della Società Civile, il padiglione situato all’interno della Cascina Triulza – uno dei pochi manufatti che rimarrà come lascito dopo la chiusura dei cancelli dell’Esposizione – in cui il terzo settore metterà in mostra, sotto il cappello di Fondazione Triulza, tutte le iniziative operanti in diversi ambiti della società civile con il fine di promuovere un’idea di sviluppo sostenibile, ovvero l’etica del capitalismo verde promossa da Expo. Un ossimoro in cui la ricerca di profitto da parte di un’azienda come San Pellegrino, che venderà le proprie bottigliette d’acqua a tutti i visitatori, potrà convivere con la distribuzione di acqua del rubinetto in modo gratuito, e questo perché diverse organizzazioni che hanno dato vita alla Fondazione hanno anche partecipato alla campagna referendaria del 2011 per L’Acqua bene comune, e quindi sarebbe stato quantomeno imbarazzante vendere solamente acqua della Nestlé – di cui San Pellegrino è un marchio – o di qualunque altra azienda.</p>



<p><strong>Nel maggio scorso la multinazionale Manpower Group Italia e Iberia guidata da Stefano Scabbio ha vinto l’appalto del reclutamento e della formazione del personale che verrà impiegato nei lavori di gestione della logistica e della sicurezza durante i mesi dell’Esposizione. A che punto sono le selezioni, e cosa ne pensi dell’ingresso di un colosso del genere nella gestione di una questione cosi delicata?</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/expo-lavoro-gratuito2.jpg" alt="" class="wp-image-1259" width="200"/></figure></div>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Da settembre il portale “Lavora con Noi” di Expo 2015 è andato in pensione per fare spazio al nuovo creato ad hoc: “ManpowerGroup4expo”. Una nuova veste che non cambia le carte in gioco. Tutte le candidature inviate precedentemente al sito di Expo 2015 sono state girate a Manpower, che si impegna a reclutare 650 lavoratori che saranno assunti con contratti d’apprendistato e a tempo determinato: 59 tecnici di gestione, 296 area team leader, 298 operatori grandi eventi. A questi si devono aggiungere i 195 tirocinanti dello “Youth Training Program”, che avranno diritto al rimborso spese e ai buoni pasto. La selezione dei 650 è partita lo scorso 8 settembre, e i primi colloqui dovrebbero iniziare entro fine settembre. A quanto riporta il sito di Manpower, lo stipendio degli apprendisti sarà intorno ai 1.100 euro netti, mentre i lavoratori assunti a tempo determinato guadagneranno di più a seconda del livello d’esperienza.</p>



<p>Per Expo affidarsi a un’agenzia come Manpower significa da una parte diminuire i costi, e dall’altra delegare la gestione di ogni possibile conflitto sociale che dovesse scatenarsi sul posto di lavoro. Un sodalizio che alimenta un circolo vizioso in cui Expo 2015 spa recita la parte del vitello d’oro a cui tutti potremo attingere, e la Manpower quella di un moderno ed efficiente ufficio di collocamento. Un sodalizio figlio di un meccanismo di lungo corso, che ha visto il settore pubblico affidare in modo sistematico la gestione dei servizi a terzi privati in nome dell’efficienza e della razionalità economica. Una manovra che ha cambiato il rapporto tra il pubblico e il privato, e che ha scatenato gli appetiti più eterogenei.</p>



<p><strong>Quali sono quindi le rivendicazioni della campagna di boicottaggio?</strong></p>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Nell’ottica generale vogliamo che le prestazioni non retribuite vengano pagate, eliminando nei fatti il sistema dei freejobs, e che queste 18.000 posizioni siano assegnate a chi sul nostro territorio un lavoro non ce l’ha, per porre un primo, parziale, tampone alla caduta di massa del reddito. Troppo alti sono stati i costi sociali, economici, ambientali scaricati sulla metropoli e in particolare su Rho, e come primo passo vogliamo che qualcosa torni in mano a chi questi costi li ha subiti e li sta ancora subendo. Intendiamo costruire una piattaforma di precari e disoccupati che occupi un ruolo sociale e politico forte sul territorio, puntando alla riappropriazione dal basso dei bisogni di una vita dignitosa, sempre con la prospettiva di una società il cui centro non sia il profitto ma le persone. Solo con l’organizzazione di una lotta che cresca gradualmente potremo incidere su queste novità infelici nel rapporto tra Capitale e lavoro e in generale sul corso degli eventi.</p>



<p>Abbiamo iniziato la nostra campagna nel giugno di quest’anno denunciando il ruolo di CSVnet nell’oliare la macchina del lavoro gratuito, e intendiamo attaccarne via via ogni ingranaggio affinché si costruisca una contestazione che sia in grado di trasformare il malcontento in rivendicazioni, obiettivi da conquistare gradualmente.</p>



<p><strong>In conclusione possiamo dire che delle promosse di rilancio dell’occupazione ne rimane solo la beffa, e che Expo è stato uno strumento per legittimare, e testare, i possibili futuri cambiamenti dei rapporti di forza all’interno del mondo del lavoro. Cosa ne pensi?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: La retorica dei posti di lavoro, delle opportunità per il territorio si è sciolta a contatto con la realtà. Ciononostante, a tutti i livelli istituzionali si continua a parlare di cogliere le opportunità generate da Expo. L’unica opportunità offerta è stata quella di riformare il mercato del lavoro infliggendo un duro colpo ai diritti dei lavoratori. Mi riferisco al decreto Poletti – la prima parte del Jobs act – che ha generalizzato i contenuti dell’accordo sindacale del 23 luglio 2013 tra Expo 2015 e i sindacati confederali. In questo accordo venivano già previste deroghe significative ai contratti a termine e di apprendistato. Il decreto Poletti è andato oltre, abolendo le causali ai contratti a tempo determinato che servivano a impedire il ricorso abusivo a questo tipo di assunzione, e squalificando il piano ‘formativo’ previsto dai contratti di apprendistato.</p>



<p>Expo è stato inoltre un acceleratore di grandi opere, perché nella data del primo maggio 2015 hanno trovato un’ipotetica dead line in cui essere concluse. Dico ipotetica perché diverse opere incluse nel dossier di candidatura vedranno in realtà la luce solo dopo il mega evento. In più, Expo è stata la foglia di fico con cui giustificare la messa in cantiere a Milano di un nuovo quartiere, realizzato attraverso una speculazione edilizia su un’area agricola di oltre un milione di metri quadrati. Quindi sì, in conclusione sono d’accordo con te.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Polo industriale brindisino: il pane e la morte</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/polo-industriale-brindisino-il-pane-e-la-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 07:58:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2368</guid>

					<description><![CDATA[Il ricatto salute-lavoro: inquinamento e tumori in cambio di un salario]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-39-ottobre-novembre-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il ricatto salute-lavoro: inquinamento e tumori in cambio di un salario</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>Il pane e la morte. Lo scambio salute-lavoro nel polo industriale brindisino&nbsp;</strong>a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso l’Ambulatorio medico popolare (Milano), 5 luglio 2014</em></p>



<p class="has-drop-cap">“Meglio morire di cancro che di fame”: è una frase che a Brindisi pronunciano ancora, e ci porta indietro negli anni Sessanta e Settanta, a Marghera, quando molti operai del polo chimico che provenivano da paesi dicevano: “Meglio morire con la pancia piena che con la pancia vuota”. È una specie di gergo, di razionalizzazione di una situazione di ricatto che le persone vivono e a un certo punto normalizzano. Il tema della salute in relazione al mondo del lavoro è relativamente recente: si inizia a parlarne solo negli anni Settanta, grazie a Giulio Maccacaro, medico e grande ricercatore, che comincia a interessarsi seriamente del problema a Castellanza, dove esiste una forte presenza industriale inquinante: la Montecatini. È un importante cambiamento di prospettiva, perché fino a quel momento la salute era rimasta sempre sullo sfondo, anche sul piano del conflitto sociale, a causa di una grave carenza culturale della storia del movimento operaio italiano, che in tutto il dopoguerra ha immaginato e costruito i suoi percorsi di lotta prevalentemente intorno a temi economici. </p>



<p>Eppure già in quegli anni era chiaro che nelle sue strategie produttive lo sviluppo industriale italiano, e quindi la grande industria italiana, aveva messo in conto la morte di moltissimi lavoratori; tant’è che la morte era silenziosa, non appariva sul terreno sociale. La Montecatini poi è importante perché tutti i poli industriali, che vennero costruiti intorno agli anni Sessanta, ne hanno raccolto l’eredità, ed era un lascito criminale, perché la Montecatini era un’industria chimica criminale – e uso il termine in senso tecnico, non a effetto politico. Già negli anni Venti operava a Cengio ed era contestata in maniera violentissima dalla popolazione di tutta la valle, non solamente dagli operai della fabbrica. Stiamo parlando di un’azienda che si alleò con la Farben – un’industria chimica tedesca nota agli storici perché produceva lo Zyklon B, il gas utilizzato per lo sterminio, e perché fu la prima a trasferire i suoi lavoratori dentro i campi di concentramento – la quale impose di applicare in modo rigoroso le leggi razziali del 1938; la Montecatini a quel punto, per affrontare in maniera drastica la situazione, come era d’uso fare all’epoca rispetto alle lotte operaie, formò dei reparti razziali in cui trasferì anche gli operai sindacalizzati e rivoltosi, persone che poi vennero inviate nei campi di concentramento. La Montecatini era quindi un’industria che non indietreggiava di fronte a nulla, e nel dopoguerra mantenne la stessa politica nella costruzione dei poli chimici a Marghera e poi al sud Italia.</p>



<p>L’espansione nel meridione iniziò nel 1960, quando la politica cominciò a discutere sull’industrializzazione del sud – una grande bufala, nel senso che fino a quel momento il territorio era stato spogliato di tutte le sue risorse, comprese quelle lavorative – e soprattutto quando il conflitto sociale, che a Cengio era continuato anche nel dopoguerra e aveva cominciato a manifestarsi anche a Porto Marghera, iniziò a divenire insostenibile. Si pensò quindi di trasferire nel meridione le lavorazioni nocive, e tra queste ve ne era una di straordinaria importanza per quegli anni: la lavorazione della plastica. Un processo industriale che utilizza il cloruro vinile monomero, una sostanza altamente tossica e tumorale; in altre parole, una sostanza che uccide.</p>



<p>Una nocività che nel 1960 era ampiamente nota alla comunità scientifica internazionale, poiché già nel 1949 era stato pubblicato un saggio, prima in Unione sovietica e poi riconosciuto in tutto il mondo, che trattava proprio la questione della pericolosità della lavorazione del cloruro vinile monomero per la salute delle persone. È vero che in Italia il livello culturale della comunità scientifica non era particolarmente brillante, nel senso che quei pochi che indagavano seriamente questi temi all’interno dell’università erano al servizio della grande industria ed è solo alla fine degli anni Sessanta, primi anni Settanta, che iniziano a uscire dall’accademia delle figure che si contrappongono a questo schieramento apertamente di classe; ma è anche vero che alcuni medici di base, interni alla stessa Montecatini, soprattutto nel polo di Livorno dove c’era la Solvay, e più di tutti un medico che si chiamava Cesare Maltoni, avevano iniziato a diffondere informazioni sulla nocività di questa sostanza e sulla sua pericolosità per la vita dei lavoratori. Quindi si conosceva la realtà della situazione quando vengono costruiti i poli industriali. Eppure in una città come Brindisi, che dal 1960 è stato uno dei centri più importanti per la lavorazione del cloruro vinile monomero, non è mai stata detta una parola sulla sua nocività.</p>



<p>Un cantiere sociale non è un luogo di interviste ma un luogo che parte dall’idea, ormai molto trascurata, che i migliori conoscitori di un contesto sono coloro che lo vivono e lo frequentano abitualmente; solo chi vive un problema, in questo caso una situazione tragica perché si confronta con la morte, è anche colui che ne conosce l’anima e il senso, l’esperienza. Questo cantiere è nato dall’incontro con un epidemiologo molto importante che lavora a Brindisi, Maurizio Portaluri, e con alcuni operai di quella generazione che ha iniziato la storia del polo industriale, ancora vivi ma tutti malati di cancro.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="299" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1-6.jpg" alt="" class="wp-image-5414"/></figure></div>



<p>I vecchi lavoratori sono stati molto importanti perché volevamo ricostruire la storia del polo chimico, non come storia della grande industria che si può leggere su qualche libro ma come storia di chi l’ha attraversata, fatta, costruita, e caso mai ci è anche morto; una vecchia generazione che ha vissuto la fabbrica dalla nascita, nel 1960, fino al 1974, persone che erano già organizzate nel “Comitato di difesa delle vittime del petrolchimico”, che ha costruito relazioni con 300 ex lavoratori, in parte morti e in parte ammalati di tumore. È importante anche la storia di questo comitato, perché è nato dal trauma di uno di loro, un operaio che per tantissimo tempo aveva portato avanti con assoluta tranquillità il paradigma “meglio morire di cancro che morire di fame”: quando si rompevano i tubi nei reparti del vinile e fuoriusciva una pioggia di polvere bianca che si depositava dappertutto – tanto che tra i lavoratori era nato il modo di dire “anche oggi ha nevicato” – lui si proponeva per andare a rattoppare i condotti; non è detto che venga il cancro, diceva, sono tutte storie, casomai mi date un giorno di riposo in più, ho una famiglia da mantenere ecc. Finché un giorno il cancro se l’è trovato. Quel giorno, anziché far propria la cultura cittadina, una cultura colonizzata che ha origini molto lontane nella storia europea e italiana e che vuole che la malattia debba essere nascosta, ha deciso di andare a cercare gli ex colleghi, e bussando di casa in casa si è sentito dire che erano morti; da qui è nato il comitato.</p>



<p>Abbiamo poi cercato gli operai più giovani, perché a un certo punto la Montedison ha esternalizzato il settore più pericoloso, quello dell’intervento di manutenzione sulle tubature, e li abbiamo trovati facilmente perché sono lavoratori molto precari e molto arrabbiati, per la semplice ragione che hanno dei contratti giornalieri. Loro ci hanno spiegato come funziona il sistema: una piccola impresa si propone per l’appalto della manutenzione e utilizza lavoratori interinali, assumendoli a condizione che lavorino a chiamata a qualunque ora del giorno e della notte; prima di effettuare l’intervento al polo chimico, poi, devono firmare quello che si chiama “permesso di lavoro”, vale a dire un documento in cui il lavoratore dichiara di aver fatto una verifica personale e di aver riscontrato che tutto è a norma, che non c’è alcun materiale nocivo e nulla di pericoloso; se l’operaio rifiuta di firmarlo l’azienda non lo chiama più. È chiaro che lo firma.</p>



<p>Ai lavoratori si sono uniti nel cantiere anche un gruppo di medici ricercatori, degli ambientalisti e un giovane talento italiano studioso di problemi di statistica applicata all’epidemiologia. Con tutti loro abbiamo lavorato quasi un anno, creando un gruppo complesso e articolato di figure sociali.<br>Tutti insieme, abbiamo quindi esplorato diversi territori.</p>



<p>Il primo è stato un territorio dovuto, ossia la storia dell’insediamento dell’industria in una zona come Brindisi, che originariamente non aveva un’esperienza operaia. Tutti i lavoratori che entrano in fabbrica vengono dunque dal mondo della campagna, della pesca, della pastorizia, del piccolo e povero artigianato locale, figure che davanti a una struttura come la Montecatini sono fortemente spaesate. Abbiamo quindi ricostruito la cultura operaia degli anni ‘60-70 e ‘70-80, i cicli di lotte e il loro senso, lotte durissime ma tutte incentrate sull’aspetto economico, contro le gabbie salariali.</p>



<p>Abbiamo poi ricostruito i cicli lavorativi, per cercare di capire i contesti dal punto di vista della loro reale nocività e incidenza sul problema della vita, affrontando anche l’aspetto ambientale per trovare la relazione tra la sostanza tossica che fuoriesce dal processo lavorativo e la popolazione che lavora e abita nei territori vicini.</p>



<p>Qui occorre ricordare che il polo brindisino non è solo il petrolchimico, dove un tempo operava la Montecatini/Montedison e oggi l’Eni, con la società Versalis; ci sono anche tre centrali termoelettriche: la Federico II di Cerano, in capo all’Enel, la Edipower, di proprietà della A2A, e la EniPower, di proprietà dell’Eni. Il primo elemento strepitosamente nitido è il carbone. In tutto il mondo ormai è risaputo che il carbone è un potente biocida, una sostanza la cui polvere, i cui fumi e le cui ceneri generano effetti tragici sulla vita delle persone e sull’ambiente, e la tendenza è a chiudere le centrali a carbone, eppure a Brindisi si vive ancora questa realtà. I camini della centrale di Cerano sputano una quantità immensa di anidride carbonica e di anidride solforosa, una sostanza nota e indagata perché fonte delle malformazioni neonatali; come conseguenza, Brindisi registra una media superiore del 16% rispetto a quella europea relativamente alla nascita di bambini con malformazioni.</p>



<p>Lo sguardo sui fumi ci ha portato a porre attenzione anche alle polveri, che sono radioattive e quindi producono non solo effetti sulla salute, leucemie e linfomi, ma anche una terribile espansione di danni ambientali; particelle che si depositano sui terreni e sui vegetali, entrano in circolazione e vanno a inquinare profondamente le falde acquifere.</p>



<p>Dai fumi siamo passati al ciclo delle ceneri, e qui abbiamo dovuto fare i conti con un’ideologia perfida e perversa molto diffusa in Italia, quella di attribuire alla mafia tutti i problemi e i danni causati dallo sversamento dei rifiuti. Occorre invece ragionare, perché è una narrazione diffusa dalle grandi industrie per scagionare se stesse. Le ceneri tossiche che vengono disperse sul territorio in vario modo non sono prodotte dalla mafia o dalla ‘ndrangheta ma dall’Enel, che per legge ha il dovere di monitorare il percorso delle sue ceneri dagli stabilimenti fino ai luoghi in cui vengono rielaborate; se le ceneri finiscono in un cementificio, quindi, o sottoterra dove non dovrebbero, l’Enel ne è responsabile.</p>



<p>Più persone al cantiere hanno raccontato i differenti percorsi di dispersione delle ceneri, che di fatto sono molto semplici da ricostruire, perché è l’azienda stessa che negli anni ha contattato personalmente molti contadini per acquistare o prendere in affitto a pochi soldi i loro campi, già fortemente svalorizzati dalla ricaduta della polvere di carbone, per utilizzarli per lo smistamento dei rifiuti tossici. Una situazione che ha portato le amministrazioni comunali a imporre, per decreto, l’impossibilità a qualunque tipo di uso, qualunque, non solo agricolo, per aree di chilometri quadrati intorno agli stabilimenti. Eppure non ci sono processi, persone punite per via legale, responsabilità.</p>



<p>Anche i cementifici sono stati un ricettacolo di grandissimo interesse, perché le ceneri tossiche venivano trasformate in materiale per l’edilizia; Africo ne è una tragica conseguenza, un paese dove la popolazione muore di leucemie e tumori perché le case sono state costruite con il cemento prodotto da quelle aziende che ricevevano le ceneri dall’Enel di Cerano. Così come se muoiono i delfini intorno al mare del golfo di Otranto non è per colpa di qualche mafioso che ha scaricato i rifiuti tossici del petrolchimico, ma è colpa del petrolchimico stesso, la Montedison: uno dei lavoratori più vecchi del porto di Brindisi, che conosce tutte le dinamiche storiche di ciò che un tempo entrava e usciva dal porto, ha raccontato che partivano navi per destinazioni dichiarate ignote. Un magistrato ha provato a scoprirle e ci è riuscito: il carico di rifiuti tossici veniva seminato a metà del Mediterraneo. Ha quindi inquisito l’azienda, ma quest’ultima ha presentato una lettera del ministero dell’Ambiente che la autorizzava a scaricare in una zona considerata non più a rischio per la salute della popolazione. Legalmente, quindi, non aveva commesso alcun reato.</p>



<p>Abbiamo infine indagato il ciclo di controllo del lavoro, un aspetto molto importante perché se è vero che Brindisi è una città dove da cinquant’anni non succede nulla occorre tuttavia chiedersi perché i diretti interessati, cioè gli operai, siano stati zitti. Non è stato facile approfondire questa dinamica, abbiamo incontrato una legittima e comprensibile difesa da parte delle persone, anche perché la Montedison ha messo in atto il dispositivo della disseminazione delle minacce e dei privilegi. Un meccanismo che agisce in modo molto semplice: quando accade un piccolo incidente in un reparto, una valvola perde e fuoriesce una sostanza tossica, il caporeparto chiama le persone una per una e propone di “mettersi d’accordo”, offre trasferimenti in reparti meno pericolosi e piccoli aumenti in busta paga. E questo approccio è il primo livello.</p>



<p>Poi c’è un secondo: la prospettiva di assunzione dei figli quando si verificheranno le conseguenze sulla salute e l’inabilità al lavoro. Ed ecco che il ricatto si estende alla sfera familiare. Alcune persone del cantiere hanno raccontato di essere state contattate dall’azienda per l’assunzione a condizione che non denunciassero la morte del padre come un decesso legato al lavoro, e quindi che non si prestassero a mettere in moto azioni giudiziarie.</p>



<p>Poi c’è il ricatto estremo, quello dei precari della manutenzione, a cui abbiamo già accennato: la firma su un foglio, il “permesso di lavoro”, prima ancora che il lavoratore venga investito da una situazione tossica; un meccanismo che lo chiama nello stesso sistema di responsabilità dell’azienda, pena la perdita del lavoro.</p>



<p>Il sistema di controllo passa anche attraverso i medici di fabbrica, che attuano un filtro molto importante da un punto di vista tecnico, perché è vero che le malattie tumorali legate a sostanze tossiche si manifestano una ventina d’anni dopo, ma è indubbio che ci sono ben prima dei segnali rivelatori, e i medici interni li colgono con una certa attenzione; a quel punto l’azienda si libera degli operai, pagando loro una buonuscita. Come conseguenza, abbiamo tutta una serie di persone che solo dopo anni che non lavorano più al petrolchimico denunciano al sistema medico ospedaliero il loro stato di salute. Un sistema che Casson aveva già svelato a Porto Marghera, perché è un dispositivo che la Montedison ha seguito per decenni in tutti i suoi stabilimenti.</p>



<p>Esistono però anche altri dispositivi che producono il silenzio, che molto spesso non è non tacere le cose, non è una censura – se non in una maniera molto sofisticata – ma la produzione di una narrazione sostitutiva della realtà, di un’altra storia che possa polarizzare l’attenzione; una storia costruita dagli uffici di public relation delle grandi aziende, che nega fondamento scientifico a tutti i discorsi sulla nocività delle centrali elettriche e del polo chimico e racconta che i tumori, molti, che non è possibile negare, sono causati dal fatto che gli operai fumano molto, bevono molto, mangiano molti frutti di mare e quindi l’arsenico può arrivare da lì. Un’altra storia che per anni ha costruito una letteratura anche giornalistica.</p>



<p>C’è poi il silenzio burocratico, che passa attraverso la cancellazione delle tracce. Per molti anni la Asl di Brindisi non ha tenuto un registro dei tumori. È un atto illegale, ma non c’è alcun processo aperto contro l’Asl. Noi l’abbiamo scritto nel libro, l’abbiamo denunciato pubblicamente, molti operai l’hanno denunciato, ma tutto questo non ha prodotto assolutamente nulla, perché, dicono, bisogna vedere come mai è successo, ricostruire le carriere, sono percorsi lunghi. Il punto è che senza il registro dei tumori non sono possibili indagini epidemiologiche, necessarie anche per aprire inchieste.</p>



<p>Sul piano giudiziario occorrono prassi normate, che sono costruite dai processi pilota, in questo caso quello alla Montedison di Marghera, nel quale l’azienda si è servita di un legittimatore di altissimo profilo accademico, un quasi premio nobel, il dottor Richard Doll, il quale si è ben guardato dall’affermare che non esiste una relazione tra il cloruro vinile monomero e i tumori, ma ha sostenuto che questa relazione passa per un tipo particolare di tumore, l’angiosarcoma epatico: se c’è questo tumore la probabilità che vi sia una relazione è molto alta, se c’è un altro tipo di tumore la probabilità è bassa. Un paradigma mono-causale che la magistratura ha fatto proprio fino alla Cassazione, la quale ha stabilito che solo nel caso in cui vi siano angiosarcoma epatici rilevabili da un’indagine epidemiologica ben precisa e normata in un certo modo – che a Brindisi non si può fare perché non ci sono i registri dei tumori! – si può procede per via legale ad accusare l’azienda. La magistratura deve avere la certezza del nesso di causa e non la sola probabilità, e di fatto già l’idea che l’angiosarcoma epatico riveli una relazione con il cloruro ‘altamente probabile’ e non ‘pienamente certa’ è una situazione dubbia sul piano legale; se poi addirittura il tipo di tumore è un altro la relazione diventa ancora più insostenibile, diventa una illazione, che può dar luogo a un processo contro chi la fa: contro di me, per esempio, che firmo il libro, perché potrei diffondere il panico tra la popolazione e notizie allarmanti.</p>



<p>E se esiste un parola d’ordine che tesse la cultura della burocrazia è proprio “non creare allarme”, come abbiamo purtroppo imparato con la vicenda dell’Icmesa di Seveso, quando la popolazione venne informata della tossicità della diossina solamente una settimana dopo il disastro, e per tutto il tempo del&nbsp;<em>fallout</em>&nbsp;non furono messe in atto misure di sicurezza per le persone.</p>



<p>In conclusione, dall’esperienza di questo cantiere possiamo individuare quattro territori di tipo generale su cui riflettere.</p>



<p>Innanzitutto la sottostima del problema della salute, che in questo Paese, per storia politica e culturale del movimento sindacale, è sempre stato visto come qualcosa che si presenta nel momento in cui la persona si ammala; è un’idea completamente sbagliata, perché la grande maggioranza dei problemi della salute nascono e sono da affrontare molto prima rispetto al momento in cui la malattia si presenta, soprattutto quando ci riferiamo al mondo del lavoro, dove si pone una questione di fondo che non è solo etica e politica ma di cultura generale: perché qualcuno deve lavorare se la sua salute non è totalmente garantita a priori? Nel lavoro mettiamo in gioco talenti, capacità, abilità e forza lavoro, ossia tempo; mettiamo in gioco gli ingredienti necessari per un certo tipo di lavoro, non la nostra vita, quindi perché dobbiamo invece rischiarla? La risposta è ovvia: perché viviamo in un sistema capitalistico, nel quale la vita delle persone non ha alcuna importanza. Però questa è una risposta ideologica, mentre a me interessa una risposta di cultura popolare, personale: perché io, personalmente, quando mi offro sul mondo del lavoro non pongo anzitutto la questione che non sto mettendo in gioco la mia vita ma una quantità di ore del mio lavoro, e quindi voglio che la mia salute sia garantita mentre svolgo quel lavoro per qualcun altro? Accade perché abbiamo una sottovalutazione generalizzata del problema.</p>



<p>In seconda battuta, poniamo attenzione al modo in cui ci viene presentata la questione della salute, perché esiste un dispositivo, ormai entrato nella cultura del Paese, che rovescia la percezione sociale del problema: la personalizzazione della malattia. Chi ha il tumore? Giovanni. Chi ha il linfoma? Anna. È falso. Giovanni è stato colpito da quella organizzazione del lavoro e dunque è l’esito di quel lavoro. Non devo curare Giovanni ma l’organizzazione del lavoro, perché ciò che è patologico è anzitutto quell’organizzazione del lavoro che genera quella conseguenza.</p>



<p>Come terza questione, introduco un tema che ha posto Norbert Elias riflettendo sulla morte e sulla malattia nei campi di concentramento. È un tema importante, perché su queste morti nell’ambito del lavoro ci sono responsabilità non generiche: quando esiste una catena di comando dentro un’azienda che prevede dei controlli sanitari ben precisi, è chiaro che in quella catena di comando, dai vertici fino al medico di reparto, ci sono persone che sanno perfettamente quello che sta accadendo. Elias si è posto questo problema: che cultura hanno queste persone? Come fanno ad andare a dormire tranquille? C’è un problema di fondo che riguarda questa cultura, un problema impalpabile, perché quando entriamo nell’ambito della burocrazia troviamo una immensa serie di persone che si deresponsabilizza e che è deresponsabilizzata dal dispositivo, con meccanismi piuttosto semplici: sono solo un passacarte, ho avuto un’informazione ma se dico qualcosa mi licenziano, cosa c’entro io sarà qualcun altro&#8230; e si finisce per non capire più chi è responsabile di qualcosa. Allora viene fuori il mafioso, che è la figura che lucra su un infame dispositivo di tipo culturale, ma questo è un problema della magistratura; quello su cui invece dobbiamo interrogarci noi è la cultura di questa catena di comando.</p>



<p>Infine, pongo l’attenzione su quanto sia importante rompere il silenzio, perché il silenzio ci coinvolge e ci responsabilizza: non dire ciò che si sa di quello che avviene all’interno dei propri mondi del lavoro significa diventare corresponsabili di questa cultura e di questa catena di comando. La necessità di rompere il silenzio passa attraverso la convinzione che ciascuno di noi possa rinnovare profondamente la vita sociale, perché ogni persona ha una intrinseca potenza, deve solo fare i conti con le culture che colonizzano il suo sguardo e da qui decidere di entrare in relazione con gli altri. Rompere il silenzio vuol dire aprire una interlocuzione sociale, raccontare, e tutti siamo capaci di farlo. Prendere la parola sui posti di lavoro, nei quartieri in cui viviamo, e insieme costruire dei processi che chiedano di rendere conto del loro operato e dei loro silenzi alle varie figure di responsabilità. Dobbiamo farlo noi, perché non possiamo aspettarci che qualcun altro lo faccia.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
