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	<title>lavoro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 03 Nov 2026 15:57:54 +0000</lastBuildDate>
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	<title>lavoro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>AI al lavoro. Tra realtà, distopia e utopia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ai-al-lavoro-tra-realta-distopia-e-utopia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 12:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[L’impatto dell’AI sul mercato del lavoro: i numeri dei Report e delle proiezioni fotografano una realtà ben lontana dalle narrazioni iperboliche catastrofiste o ottimiste; ma che futuro attende una società capitalistica basata sulla produzione e sul consumo di massa, quando diviene macchinica? “L’intelligenza artificiale si rivelerà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-98-novembre-dicembre-2026/" data-type="post" data-id="9907" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 98, novembre – dicembre 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’impatto dell’AI sul mercato del lavoro: i numeri dei Report e delle proiezioni fotografano una realtà ben lontana dalle narrazioni iperboliche catastrofiste o ottimiste; ma che futuro attende una società capitalistica basata sulla produzione e sul consumo di massa, quando diviene macchinica?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“L’intelligenza artificiale si rivelerà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato, o la peggiore fonte di ingiustizia. La sfida è monumentale. […] L’impatto dell’AI in alcuni settori lavorativi sarà rapido, nell’arco di un decennio anziché di poche generazioni. […] La società dovrebbe riservare fino al 40% dei posti di lavoro attuali agli esseri umani” (1). Parole di Bill Gates, lanciate a fine agosto e prontamente riprese dai media, a riempire le prime pagine. Un meccanismo ormai consolidato: i big dell’intelligenza artificiale scrivono lettere aperte, manifesti, post sui social, e la stampa riporta. Non ha il tempo di sopirsi il clamore di una dichiarazione di Sam Altman che compare Dario Amodei a pronunciarne un’altra, mentre Elon Musk si destreggia tra i due pronto a <em>twittare</em> la propria. Di iperbole in iperbole, l’estate scorsa siamo arrivati all’AI che potrebbe prendere il controllo di Internet nel giro di sei mesi e sterminare l’umanità entro un decennio, e contemporaneamente “curare la maggior parte delle principali malattie nei prossimi 5-10 anni, accelerare notevolmente la crescita economica, creare un mondo di abbondanza e opportunità e inaugurare una rinascita della democrazia e della libertà” (2). Che dire? Contiamo di calpestare ancora questa terra per i prossimi due lustri e assistere a tali eventi escatologici – d’altra parte, stiamo già invecchiando nell’attesa che almeno una delle previsioni di Musk sulla colonizzazione umana di Marte si materializzi (3).</p>



<p>In tutta evidenza, la narrazione dell’intelligenza artificiale – che risponde principalmente a interessi finanziari e mire di oligopolio (4) – non si presta a mezze misure: apocalittici catastrofismi o fiabeschi ottimismi. E la questione AI e lavoro non fa eccezione. Eppure tutti sappiamo che la realtà è sempre più complessa di qualsiasi ipotesi, astrazione o visione, e ha la cattiva abitudine di imporsi. Proviamo a immaginare come.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tra il peggiore e il migliore dei mondi&#8230;</h4>



<p>“Mi piace l’espressione ‘riserva umana’ perché mi fa pensare alle riserve naturali: luoghi in cui potremmo costruire edifici e strade, ma scegliamo di non farlo perché la perdita sarebbe troppo grande” (5). Il fondatore di Microsoft vede da qui a dieci anni il “contabile sostituito da un robot”, “il lavoratore da 20 dollari l’ora che perde l’impiego a favore di un robot da 10 dollari l’ora”, “robot intelligenti che inizieranno a competere con gli esseri umani”. Ne consegue la proposta di destinare esclusivamente a persone in carne e ossa una quota dei posti di lavoro: una “riserva umana” che evolverà nel tempo, mentre l’AI sarà introdotta gradualmente nella produzione e nei servizi.</p>



<p>Amodei e Altman ondeggiano tra opposte previsioni, sempre inseguendo il <em>mood</em> del venture capital più che l’ancoraggio alla realtà. Amodei riteneva, nel 2025, che entro il 2030 l’intelligenza artificiale avrebbe eliminato la metà dei lavori d’ufficio <em>entry-level</em> – il primo impiego del neolaureato – portando la disoccupazione statunitense al 10-20% (6); a distanza di un anno ha ritrattato (7). Altman ha più volte parlato, tra il 2022 e il 2024, di futura “apocalisse globale del lavoro” causata dall’AI, per poi cambiare idea nel maggio scorso (8)&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-98-novembre-dicembre-2026/" data-type="post" data-id="9907">numero 98</a></p>



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</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>AI SYSTEMS @ WORK. Un ambiente di lavoro psicosociale in evoluzione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ai-systems-work-un-ambiente-di-lavoro-psicosociale-in-evoluzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 12:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Tahmina Karimova (ILO) Cobot, gestione algoritmica del lavoro basata sull’AI e sorveglianza AI: una ricerca dell’ILO esplora i rischi emergenti legati all’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’ambiente di lavoro Introduzione Il mondo del lavoro e la natura del lavoro stanno subendo profonde trasformazioni a seguito della digitalizzazione, che comprende le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI). In tutti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Tahmina Karimova (ILO)</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-97-settembre-ottobre-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 97, settembre – ottobre 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cobot, gestione algoritmica del lavoro basata sull’AI e sorveglianza AI: una ricerca dell’ILO esplora i rischi emergenti legati all’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’ambiente di lavoro</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Introduzione</mark></h4>



<p>Il mondo del lavoro e la natura del lavoro stanno subendo profonde trasformazioni a seguito della digitalizzazione, che comprende le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI). In tutti i luoghi di lavoro, l’AI viene sempre più utilizzata come strumento per le mansioni svolte dai lavoratori, ma anche per l’intero ciclo del rapporto di lavoro, compresi reclutamento, formazione, inserimento, monitoraggio e sorveglianza, retribuzione, premi e sviluppo di carriera, trasferimento e licenziamento. Questa trasformazione sta cambiando profondamente la composizione della forza lavoro, l’ambiente di lavoro, le attrezzature utilizzate, nonché il modo in cui il lavoro è progettato e organizzato, con importanti ripercussioni sulla salute e sul benessere dei lavoratori.</p>



<p>[&#8230;] La ricerca sulle modalità con le quali i sistemi AI sono integrati negli aspetti fondamentali dei rapporti di lavoro, come l’orario, i salari, la sicurezza e la salute (SSL) e altri diritti, è ancora limitata. Per colmare questa lacuna, è necessario esplorare diverse questioni, tra cui il significato del lavoro e l’adeguatezza delle politiche create per garantire “condizioni di lavoro umane per tutti”. Al momento, il dibattito sulle tecnologie AI sul luogo di lavoro si concentra sulle opportunità che esse offrono e, salvo rare eccezioni, vi è scarsa conoscenza sistematica degli impatti sulla salute. Il presente documento non si occuperà, pertanto, degli sviluppi positivi nell’uso dell’AI o dei suoi benefici dal punto di vista della salute e sicurezza sul lavoro; piuttosto, si concentrerà sulle crescenti evidenze e preoccupazioni riguardanti gli effetti dei sistemi AI sulla salute e sul benessere, inclusi gli aspetti meno compresi della sicurezza e della salute, come i rischi psicosociali, definiti “qualsiasi elemento nella progettazione o nella gestione del lavoro che aumenti il ​​rischio di stress lavorativo”. Questa preoccupazione si riflette sia nel contesto più ampio dell’elaborazione di politiche attive, relative alla regolamentazione generale delle tecnologie AI, sia nella sfera dei nuovi standard specifici per l’occupazione, come il divieto di alcune forme di sorveglianza sul posto di lavoro e i diritti ‘nuovi’ o ‘aumentati’ rivendicati nel contesto della gestione algoritmica (AM) – per esempio, il diritto alla trasparenza sull’implementazione delle tecnologie AI, il diritto alla revisione umana delle decisioni prese dalla AM basata sull’AI, ecc&#8230;</p>



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</div>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del documento di lavoro <em>AI systems @ work: a changing psychosocial work environment</em> pubblicato da International Labour Organization (ILO), 30 aprile 2026, sotto diritti Creative Commons Attribution 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Profitti e povertà: l’economia del lavoro forzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/profitti-e-poverta-leconomia-del-lavoro-forzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 14:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[I dati dell’ultimo rapporto dell’ILO fotografano 236 miliardi di dollari sottratti ai lavoratori: numeri in aumento negli ultimi dieci anni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-86-aprile-maggio-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 86, aprile – maggio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I dati dell’ultimo rapporto dell’ILO fotografano 236 miliardi di dollari sottratti ai lavoratori: numeri in aumento negli ultimi dieci anni</p>
</blockquote>



<p>236 miliardi di dollari. Questo è il livello osceno del profitto annuale generato oggi dal lavoro forzato nel mondo. Una cifra che riflette i salari o i guadagni effettivamente sottratti alle tasche dei lavoratori da chi li costringe al lavoro forzato, attraverso pratiche coercitive; denaro tolto a lavoratori che spesso già faticano a soddisfare i bisogni delle proprie famiglie e, per i lavoratori migranti, denaro prelevato dalle rimesse che inviano a casa. Per i governi, questi profitti illegali rappresentano una perdita di gettito fiscale, a causa della natura illecita dei guadagni e dei posti di lavoro che li hanno generati. Più in generale, i profitti derivanti dal lavoro forzato possono incentivare ulteriore sfruttamento, rafforzare le reti criminali, incoraggiare la corruzione e minare lo stato di diritto. [&#8230;] Questa seconda edizione del Rapporto sui <em>profitti e la povertà</em> [&#8230;] si basa sull’edizione del 2014 e sulle stime globali del 2021. Ciò che rivela è allarmante: i profitti illegali totali non solo sono estremamente elevati, ma sembrano essere aumentati notevolmente negli ultimi dieci anni, come risultato sia del maggior numero di persone impiegate nel lavoro forzato, sia dei livelli più elevati di profitto generati da ciascuna vittima. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="205" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1.jpg" alt="" class="wp-image-9123" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-grafico-1-300x103.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Il ricorso al lavoro forzato dovrebbe essere considerato un reato penale e qualsiasi profitto ricavato da esso dovrebbe essere intrinsecamente illegale. Questo studio considera i profitti illegali registrati nell’economia privata, derivanti dal sotto-pagamento dei guadagni ai lavoratori. Vale la pena sottolineare che il sotto-pagamento, di per sé, non è lavoro forzato. In effetti, la maggior parte dei lavoratori sottopagati non sono sottoposti a lavoro forzato, mentre allo stesso tempo ci sono persone impiegate nel lavoro forzato che potrebbero non essere sottopagate. Tuttavia, il mancato pagamento del salario è una delle circostanze che possono dar luogo al lavoro involontario [&#8230;].</p>



<p>A causa delle limitazioni dei dati, le stime non tengono conto dei profitti aggiuntivi ottenuti dai datori di lavoro e dagli intermediari attraverso le commissioni di reclutamento illegale, e altri costi correlati che le vittime del lavoro forzato spesso devono sostenere. I profitti illegali legati al reclutamento sono, tuttavia, valutati separatamente per i migranti internazionali impiegati nel lavoro forzato, l’unico gruppo per il quale sono disponibili questi dati. Anche i profitti aggiuntivi che gli autori del reato ottengono dalle tasse e dai contributi previdenziali non pagati, vanno oltre lo scopo di questo studio.</p>



<p>Ai fini della ricerca, il sotto-pagamento dei salari viene misurato come la differenza tra i guadagni che i lavoratori riceverebbero in circostanze normali, e i guadagni che invece ricevono perché sottoposti a lavoro forzato. Questi salari più bassi potrebbero derivare, per esempio, dal pagamento di una retribuzione inferiore al livello minimo legale, dal mancato pagamento degli straordinari quando richiesto, da detrazioni salariali illegali per infrazioni fittizie sul posto di lavoro, o dalla violazione di altre norme relative ai salari. In altri casi, come in quello dello sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali, i profitti derivano dall’appropriazione, da parte degli sfruttatori, dei proventi derivanti da un’attività illegale o illecita. In alcuni casi, le persone costrette al lavoro forzato sono intrappolate in situazioni in cui viene loro negata del tutto la retribuzione, o addirittura devono affrontare ‘salari negativi’ sotto forma di debito, prodotto dai loro datori di lavoro come mezzo di controllo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cos’è il lavoro forzato?</h3>



<p>La Convenzione dell’ILO sul lavoro forzato del 1930 (n. 29), articolo 2, afferma che il lavoro forzato o obbligato è “qualsiasi lavoro o servizio richiesto a qualsiasi persona sotto minaccia di punizione e per il quale detta persona non si è offerta volontariamente”. Per lavoro involontario si intende qualsiasi lavoro svolto senza il consenso libero e informato del lavoratore; la coercizione si riferisce ai mezzi utilizzati per costringere qualcuno a lavorare senza il suo consenso libero e informato. Il lavoro involontario e la coercizione possono verificarsi in qualsiasi fase del ciclo lavorativo: al momento dell’assunzione, per costringere una persona ad accettare un lavoro contro la sua volontà; durante il rapporto di lavoro, costringendo un lavoratore a lavorare e/o vivere in condizioni che non accetta; o al momento della separazione dal lavoro, per costringere una persona a rimanere nel posto di lavoro che desidera lasciare.</p>



<p>A fini statistici, il lavoro forzato può essere suddiviso in due grandi categorie: lavoro forzato imposto dallo Stato e lavoro forzato imposto dai privati. Quest’ultimo può assumere diverse forme, compresa la tratta di persone destinate al lavoro forzato, nonché il lavoro richiesto alle vittime della schiavitù e della servitù della gleba come definito nella <em>Convenzione delle Nazioni Unite sulla schiavitù</em> (1926) e nella <em>Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, la tratta degli schiavi e istituzioni e pratiche simili alla schiavitù</em> (1956). Può sussistere in gruppi o aziende e in qualsiasi ramo dell’attività economica; può includere attività come l’accattonaggio per terzi, che va oltre l’ambito della produzione di beni e servizi compresi nel confine generale di produzione del sistema dei conti nazionali. Ai fini della misurazione, è comunemente suddiviso in due sottotipi, entrambi considerati nelle stime dei profitti illegali:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>1. Sfruttamento del lavoro forzato (FLE) [&#8230;]</li>



<li>2. Sfruttamento sessuale a scopo commerciale forzato (FCSE) [&#8230;]</li>
</ul>



<p>Il lavoro forzato imposto dallo Stato si riferisce a forme di lavoro imposte dalle autorità statali, da agenti che agiscono per conto delle autorità statali e da organizzazioni con autorità simile allo Stato, indipendentemente dal ramo di attività economica in cui si svolge. Questa categoria di lavoro forzato va oltre lo scopo del presente studio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il lavoro forzato nel mondo</h4>



<p>Quotidianamente, nel 2021, c’erano 27,6 milioni di persone costrette ai lavori forzati. Una cifra che si traduce in 3,5 persone ogni mille, nel mondo. Tra il 2016 e il 2021, il numero di individui costretti al lavoro forzato è aumentato di 2,7 milioni, con un conseguente incremento della prevalenza da 3,4 a 3,5 ogni mille persone. L’aumento complessivo si è registrato nell’ambito privato (Figura 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="307" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1.jpg" alt="" class="wp-image-9124" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-1-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Nessuna regione del mondo è risparmiata. L’Asia e il Pacifico ospitano più della metà del totale mondiale (15,1 milioni), seguiti da Europa e Asia centrale (4,1 milioni), Africa (3,8 milioni), Americhe (3,6 milioni) e Stati arabi (0,9 milioni). Ma questa classifica regionale cambia considerevolmente quando il lavoro forzato viene espresso in termini di prevalenza (cioè come percentuale della popolazione): è più alto negli Stati arabi (5,3 per mille persone), seguito da Europa e Asia centrale (4,4 per mille), Americhe e Asia e Pacifico (entrambi al 3,5 per mille) e Africa (2,9 per mille) (Figura 2).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="286" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2.jpg" alt="" class="wp-image-9125" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-2-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La maggior parte avviene nell’economia privata. Quasi nove casi su dieci (86%) sono imposti da attori privati: il 63% è sfruttamento del lavoro forzato e il 23% è sfruttamento sessuale commerciale forzato. Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il restante 14%. Le stime dei profitti illegali presentate in questo studio non includono i profitti derivanti dal lavoro forzato imposto dallo Stato (Figura 3).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3.jpg" alt="" class="wp-image-9126" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-3-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Tocca praticamente tutti i settori dell’economia privata. I quattro grandi ambiti che rappresentano la maggioranza (89%) sono l’industria, i servizi, l’agricoltura e il lavoro domestico. [&#8230;] Altri settori esprimono quote minori ma rappresentano comunque centinaia di migliaia di persone: queste includono persone costrette a mendicare per strada e ad attività illecite.</p>



<p>Le persone costrette al lavoro forzato sono sottoposte a molteplici forme di coercizione, per costringerle a lavorare contro la loro volontà. Il trattenimento sistematico e deliberato dei salari è la forma più comune (36%), utilizzata dai datori di lavoro abusivi per costringere i lavoratori a mantenere il posto di lavoro nella paura di perdere i guadagni maturati; segue l’abuso della vulnerabilità attraverso la minaccia di licenziamento, che è stato sperimentato da uno su cinque (21%) di coloro che lavorano forzati; forme più gravi di coercizione, tra cui la reclusione forzata, la violenza fisica e sessuale e la privazione dei bisogni primari, sono meno comuni ma non trascurabili.</p>



<p>Per quanto riguarda lo sfruttamento sessuale a fini commerciali, si stima che nel 2021 circa 6,3 milioni di individui si trovassero, quotidianamente, in questa condizione. Il genere è un fattore determinante: quasi quattro persone su cinque (78%) intrappolate in questa realtà sono ragazze o donne; i bambini rappresentano uno su quattro (27%) dei casi totali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profitti illeciti derivanti dal lavoro forzato</h4>



<p>Il totale dei profitti illegali generati dal lavoro forzato ammonta a circa 236 miliardi di dollari ogni anno, quasi 10.000 dollari per vittima. Nel caso dei lavoratori, questi guadagni rappresentano la differenza tra ciò che i datori di lavoro pagano effettivamente ai lavoratori e ciò che pagherebbero loro in circostanze normali e in assenza di lavoro forzato. In altre parole, sono i salari che appartengono di diritto alle tasche dei lavoratori, e che invece rimangono nelle mani dei loro sfruttatori a causa delle pratiche coercitive. Per lo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali, dove non esistono livelli standard di pagamento, i profitti illegali rappresentano tutto tranne la minima parte che va alle vittime. Va ricordato che questa stima, sebbene oscenamente elevata, non include ulteriori guadagni derivanti da commissioni di reclutamento e costi correlati, o da tasse e contributi previdenziali evasi; la stima quindi <em>sottostima</em> il totale dei profitti illegali derivanti dal lavoro forzato.</p>



<p>L’importo complessivo sembra essere drammaticamente aumentato nell’ultimo decennio. Un semplice confronto con i precedenti dati pubblicati nel 2014 (al netto dell’inflazione) indica un incremento di 64 miliardi di dollari. Uno sguardo più attento ai numeri suggerisce che questo aumento è stato determinato da un maggior numero di persone costrette al lavoro forzato, e da maggiori guadagni illegali generati da ciascuna vittima. Il profitto annuo per vittima è stato stimato a 8.269 dollari nel 2014 (al netto dell’inflazione) e a 9.995 dollari nel 2024, un aumento del 21%; allo stesso tempo, oggi ci sono molte più vittime del lavoro forzato rispetto a dieci anni fa. L’attuale stima si basa su un totale di 23,7 milioni di persone costrette nell’economia privata, mentre la stima del 2014 ne vedeva quasi 18,7 milioni: un aumento del 27% negli ultimi dieci anni (Figura 4).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="319" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4.jpg" alt="" class="wp-image-9127" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-4-300x160.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Esistono differenze importanti tra le regioni. I profitti illegali totali sono più alti in Europa e Asia centrale (84,2 miliardi di dollari), seguiti da Asia e Pacifico (62,4 miliardi), Americhe (52,1 miliardi), Africa (19,8 miliardi) e infine Stati arabi (18 miliardi). Questi modelli sono guidati da differenze interregionali sottostanti sia nel numero totale di vittime (Figura 2) che nel profitto per vittima (Figura 5). In Asia e nel Pacifico, dove i guadagni per vittima sono relativamente bassi, il totale dei profitti illegali riflette il gran numero di vittime nella regione; al contrario, in Europa, Asia centrale e nelle Americhe, dove il numero totale delle vittime è molto inferiore rispetto all’Asia e al Pacifico, l’elevato livello di profitto per vittima è un fattore più importante dei guadagni complessivi. In Africa, sia il totale delle vittime che il profitto per vittima sono bassi rispetto ad altre regioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="304" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5.jpg" alt="" class="wp-image-9128" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-5-300x152.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La quota maggiore dei guadagni illegali deriva dallo sfruttamento sessuale commerciale forzato: sebbene rappresenti solo il 27% di tutte le persone costrette al lavoro forzato imposto privatamente, rappresenta il 73% del totale dei profitti illegali derivanti dal lavoro forzato (Figura 6). Dei 236 miliardi di dollari complessivi, quasi 173 sono stati generati dallo sfruttamento sessuale. Questi numeri sono spiegati dall’enorme differenza nel profitto per vittima tra lo sfruttamento sessuale e lo sfruttamento del lavoro: 27.252 dollari per il primo contro 3.687 dollari per il secondo (Figura 6b).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="308" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6.jpg" alt="" class="wp-image-9129" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-6-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Gli elevati profitti per vittima riflettono la quota estremamente limitata di guadagni che ricade sulle vittime stesse, la stragrande maggioranza delle quali sono donne e ragazze. In effetti, il database Global Sex Trafficking Metrics 2016, su cui si basa la stima dei profitti, indica che nella maggior parte dei casi le persone vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali sono pagate molto poco, o addirittura nulla. In alcuni casi segnalati, viene loro negato il pagamento perché devono saldare un debito nei confronti del trafficante, apparentemente contratto a seguito della tratta; potrebbero contrarre nuovi debiti quando passano nelle mani di altri trafficanti; detrazioni per cibo, vestiti, affitto, alcol o per interessi esorbitanti sono tra gli altri pretesti utilizzati. Allo stesso tempo, il fatto che lo sfruttamento sessuale a fini commerciali sia illegale nella maggior parte dei Paesi, significa che le vittime hanno un ricorso limitato o nullo alla giustizia.</p>



<p>Questo tipo di profitti sono consistenti in tutte le regioni. Come riportato nella Figura 7, essi variano da 58,6 miliardi di dollari in Europa e Asia centrale, 48,4 miliardi in Asia e Pacifico, 34,9 miliardi nelle Americhe, 16,1 miliardi in Africa e 14,6 miliardi negli Stati arabi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="242" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7.jpg" alt="" class="wp-image-9130" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-7-300x121.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Nel lavoro forzato, l’industria è il settore in cui i profitti illegali totali e per vittima sono più alti: 35,4 miliardi di dollari totali annuali e 4.944 dollari per vittima. Seguono il settore dei servizi (rispettivamente 20,9 miliardi e 3.407 dollari), l’agricoltura (5,0 miliardi e 2.113 dollari) e infine il lavoro domestico (2,6 miliardi e 1.570 dollari).</p>



<p>Il sotto-pagamento dei salari può avvenire attraverso una varietà di meccanismi. [&#8230;]</p>



<p>I sistemi di pagamento a cottimo utilizzati nell’industria delle fornaci di mattoni sono collegati, in alcuni contesti, a salari ben al di sotto degli standard salariali minimi. I pagamenti a cottimo sono associati a sotto-pagamenti anche in agricoltura e in altri settori del manifatturiero, soprattutto quando i lavoratori sono tenuti a raggiungere obiettivi di produzione non realistici.</p>



<p>Nel pesca, i sistemi di pagamento della quota di cattura controllati dagli armatori, dai capitani o dai supervisori, vengono manipolati per sottopagare i pescatori. Ci sono poi il sotto-pagamento o il mancato pagamento dei bonus, la mancanza di chiarezza su come i bonus vengono calcolati o pagati, le detrazioni illegali (come per cibo e acqua) o le detrazioni eccessive per voci come le telefonate a bordo o le sigarette.</p>



<p>Nel settore edile, forme documentate di sotto-pagamento includono straordinari non pagati, salari inferiori a quanto concordato, trattenute illegali o eccessive.</p>



<p>Nel minerario, la schiavitù per debiti può verificarsi quando i minatori su piccola scala sottoscrivono un prestito dagli ‘sponsor’ per acquistare attrezzature, in cambio di una percentuale del minerale che raccolgono: spesso non guadagnano abbastanza e contraggono prestiti aggiuntivi per il cibo. Questo ciclo, alla fine, li porta a perdere la propria libertà, poiché sono costretti a continuare a lavorare per ripagare i debiti.</p>



<p>I lavoratori domestici – di cui 8 su 10 svolgono un lavoro informale – sono particolarmente vulnerabili al sotto-pagamento dei salari. Straordinari non retribuiti, mancanza di periodi di riposo e trattenuta della retribuzione sono tra le violazioni documentate.</p>



<p>Nel settore dell’ospitalità e delle attività ricreative e in altri ambiti in cui l’informalità è comune, l’assenza di contratti formali significa minore trasparenza salariale e maggiore vulnerabilità agli abusi; la trasparenza è spesso compromessa anche dall’assenza di buste paga che dettagliano salario di base, bonus e detrazioni.</p>



<p>In tutti i settori, i lavoratori classificati come stagionali e occasionali sono spesso esclusi dalla tutela del salario minimo concessa ai lavoratori regolari, lasciandoli particolarmente vulnerabili al sotto-pagamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profitti illeciti derivanti dal reclutamento: il caso dei migranti internazionali</h4>



<p>Un’altra fonte critica di profitti illegali derivanti dal lavoro forzato proviene dalle tariffe di reclutamento illegali e dai relativi costi che i lavoratori devono spesso sostenere. Queste commissioni possono essere addebitate da datori di lavoro, intermediari di reclutamento o di viaggio, o da funzionari corrotti che richiedono tangenti o bustarelle. Possono anche essere addebitate dai trafficanti, per il costo presunto della tratta. Per pagare le spese di assunzione e i relativi costi per assicurarsi un lavoro o un collocamento, molti lavoratori si indebitano pesantemente, il che può portare a situazioni di servitù per debiti. Gli studi dimostrano che l’addebito ai lavoratori di commissioni di assunzione e relativi costi è una pratica diffusa in tutti i Paesi e in tutti i settori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="276" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9.jpg" alt="" class="wp-image-9131" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/ILO-86-figura-9-300x138.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Sfortunatamente, i dati su questa ulteriore fonte di profitto illegale sono disponibili solo per i migranti internazionali vittime del lavoro forzato, pertanto non sono considerati nelle stime generali dei profitti presentate in questo studio. Tuttavia, questo sguardo offre alcune informazioni sulla loro importanza più ampia. La Figura 9 riporta i profitti illegali totali generati dai migranti internazionali, sia dalle commissioni di reclutamento e dai relativi costi, sia dai salari sottopagati: i risultati indicano quanto siano sostanziali. Hanno prodotto 5,6 miliardi di dollari annuali, ovvero il 15% del totale dei profitti illegali annui derivanti dai migranti internazionali impiegati nei lavori forzati. La loro incidenza è maggiore per lo sfruttamento del lavoro forzato (26%), rispetto allo sfruttamento sessuale a scopo commerciale forzato (11%).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>Profits and poverty: The economics of forced labour. Second edition</em>, Geneva: International Labour Office, 19 marzo 2024. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/global/topics/forced-labour/publications/WCMS_918034/lang--en/index.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/global/topics/forced-labour/publications/WCMS_918034/lang&#8211;en/index.htm</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lavoro: morti, infortuni e malattie professionali. Uno sguardo globale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lavoro-morti-infortuni-e-malattie-professionali-uno-sguardo-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo le ultime stime elaborate dall’ILO e relative all’anno 2019, oltre 395 milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno subito un infortunio non mortale sul lavoro. Inoltre, circa 2,93 milioni di lavoratori sono morti a causa di fattori legati al lavoro, un incremento di oltre il 12% rispetto al 2000.</p>



<p>Il considerevole aumento del numero assoluto di decessi legati al lavoro è influenzato da diversi fattori, che possono riguardare un aggravamento in termini di esposizioni non protette ai rischi professionali così come ai cambiamenti socio-demografici. Per esempio, la forza lavoro globale è aumentata del 26% tra il 2000 e il 2019, da 2,75 miliardi a 3,46 miliardi. Anche gli strumenti diagnostici sono migliorati in modo significativo negli ultimi due decenni, contribuendo a un aumento del numero di casi rilevati.</p>



<p>I decessi legati al lavoro sono distribuiti in modo diseguale, con il tasso di mortalità maschile (108,3 per 100.000 lavoratori) significativamente più alto di quello femminile (48,4 per 100.000). In termini di distribuzione regionale, l’Asia e il Pacifico detengono la quota più elevata, contribuendo quasi al 63% della mortalità globale correlata al lavoro. Ciò riflette il fatto che la regione possiede la più alta popolazione attiva al mondo.</p>



<p>In termini relativi, i decessi legati al lavoro rappresentano il 6,71% di tutti le morti a livello globale (1). Si stima che la frazione attribuibile dei decessi legati al lavoro sia più alta in Africa (7,39%), seguita da Asia e Pacifico (7,13%) e Oceania (6,52%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="922" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg" alt="" class="wp-image-9070" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La grande maggioranza di questi decessi, ossia 2,6 milioni, sono stati attribuiti a malattie legate al lavoro, mentre gli infortuni hanno provocato 330.000 morti. Le malattie che hanno causato la maggior parte dei decessi sono state quelle circolatorie, le neoplasie maligne e le malattie respiratorie. Insieme, queste tre categorie contribuiscono a quasi i tre quarti della mortalità totale correlata al lavoro.</p>



<p>Esaminando in dettaglio i fattori di rischio professionale più diffusi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’ILO hanno sviluppato una metodologia di stima per produrre le stime congiunte OMS/ ILO relative al carico di malattie e infortuni legati al lavoro. A oggi sono state studiate 42 coppie di fattori di rischio professionale e di esiti sanitari associati (vale a dire una malattia o un infortunio specifico). Queste stime forniscono prove sulla relazione tra l’esposizione professionale a specifici fattori di rischio e i conseguenti esiti negativi sulla salute.</p>



<p>Tra i 20 fattori di rischio professionale considerati (2), quello con il maggior numero di decessi attribuibili nel 2016 è stato l’esposizione a orari di lavoro prolungati (55 o più ore settimanali), che ha ucciso quasi 745.000 persone, seguito dall’esposizione a particolato, gas e fumi con oltre 450.000 decessi e infortuni sul lavoro con oltre 363.000 morti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="418" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg" alt="" class="wp-image-9071" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’OMS e l’ILO hanno inoltre stimato un totale di 90,22 milioni di anni di vita persi a causa di disabilità (DALY) (3), attribuibili alle 42 coppie specifiche di fattori di rischio professionale ed esito sanitario. Gli infortuni sul lavoro sono stati responsabili del maggior numero di DALY persi (26,44 milioni), seguiti dall’esposizione a orari di lavoro prolungati (23,26 milioni) e dai fattori ergonomici (12,27 milioni).</p>



<p>In linea con le stime globali dell’ILO discusse sopra, l’onere di specifici fattori di rischio professionale considerati dalle stime congiunte OMS/ILO mostra un’evoluzione variabile nel tempo. Per esempio, il tasso di tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni attribuibili all’esposizione professionale al cromo è raddoppiato tra il 2000 e il 2016; il mesotelioma attribuibile all’esposizione all’amianto è aumentato del 40%; il tasso di tumore della pelle non melanoma è cresciuto di oltre il 37% tra il 2000 e il 2020. D’altro canto, i decessi dovuti all’esposizione ad agenti asmatici e a particolato, gas e fumi sono diminuiti di oltre il 20%.</p>



<p>L’ILO ha anche collaborato con altre istituzioni per stimare il numero di lavoratori colpiti da cattive condizioni di SSL (Salute e Sicurezza sul Lavoro). Per esempio, l’ILO e l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità hanno collaborato alla produzione di un rapporto che attira l’attenzione sulla visione sana come parte integrante della sicurezza e della produttività sul lavoro. Secondo il report, oltre 13 milioni di persone in tutto il mondo convivono con problemi alla vista legati al loro lavoro, con circa 3,5 milioni di lesioni agli occhi che si verificano ogni anno sul posto di lavoro. Ciò equivale all’1% di tutti gli infortuni sul lavoro non mortali, e il luogo di lavoro costituisce il terzo fattore di rischio per i problemi alla vista.</p>



<p>Lavorare in settori pericolosi come l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, l’estrazione mineraria, l’edilizia e l’industria manifatturiera continua a rappresentare il principale rischio per la vita e il benessere dei lavoratori. Ogni anno in questi settori si verificano 200.000 infortuni mortali, che rappresentano il 60% di tutti gli infortuni letali sul lavoro: i settori minerario ed estrattivo, edile e dei servizi pubblici sono i tre più pericolosi a livello globale.</p>



<p>I gravi incidenti industriali rappresentano una minaccia significativa per i lavoratori e per le comunità più ampie. Disastri come l’esplosione di un grande deposito di nitrato di ammonio nel porto di Beirut (Libano) nel 2020 e quella in un centro di gestione dei rifiuti a Leverkusen (Germania) nel 2021 hanno causato morti, feriti, malattie, inquinamento ambientale, interruzioni delle attività commerciali e notevoli danni economici per intere comunità.</p>



<p>Le crisi e le emergenze, che vanno dai disastri naturali ai conflitti, o le emergenze sanitarie pubbliche, continuano a causare profondi disagi su dove, come e se le persone possono lavorare. Durante la pandemia COVID-19, tutti gli attori del mondo del lavoro sono stati esposti al rischio di infezione da nuovo coronavirus, ma anche a rischi inediti correlati all’emergenza e alle pratiche e procedure lavorative di nuova adozione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="419" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg" alt="" class="wp-image-9072" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>I cambiamenti demografici nella popolazione attiva, anche in relazione all’età, al genere o alla migrazione, hanno importanti implicazioni per la SSL e la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. I giovani devono affrontare sfide significative quando si tratta di assicurarsi un lavoro dignitoso e registrano tassi di infortuni più elevati rispetto ai lavoratori più anziani. D’altro canto, quasi il 43% delle malattie professionali mortali colpisce i lavoratori più anziani di età pari o superiore a 70 anni, a causa degli effetti cumulativi delle esposizioni professionali nel corso degli anni lavorativi, insieme al declino delle funzioni biologiche.</p>



<p>Nonostante sia ampiamente riconosciuto che le differenze fisiologiche e psicologiche tra uomini e donne e la distribuzione di genere nei lavori e nelle occupazioni influenzano l’esposizione ai pericoli e ai rischi professionali e il loro impatto, la prospettiva di genere viene spesso trascurata nelle pratiche di SSL, con disuguaglianze nella partecipazione delle donne ai processi decisionali relativi alla SSL stessa.</p>



<p>Al giorno d’oggi, un numero crescente di lavoratori sono coinvolti in forme di occupazione non standard, che spesso si trovano in cattive condizioni di SSL e prive di tutele. Negli ultimi anni i lavoratori delle piattaforme hanno ricevuto un’attenzione crescente. Il lavoro su piattaforma può offrire opportunità significative sia agli individui che alle imprese, facilitando la transizione dal lavoro informale a quello formale e garantendo ai lavoratori un maggiore controllo sull’orario di lavoro e sull’equilibrio tra lavoro e vita privata. Tuttavia, questo tipo di lavoro è stato associato a un’enfasi eccessiva sulla disponibilità quasi continuativa e a una mancanza di tutela in materia di SSL, con accesso nullo o scarso a congedi per malattia retribuiti, consulenza e formazione in materia di SSL, attrezzature di lavoro o servizi adeguati, dispositivi di protezione individuale.</p>



<p>Circa 2 miliardi di persone lavorano nell’economia informale (più del 60% della popolazione globale occupata), senza un reddito stabile o regolare e adeguate tutele legali o sociali. Il loro lavoro spesso esula dall’ambito della legislazione in materia di SSL e dalla competenza degli ispettorati del lavoro, rendendo tali lavoratori praticamente invisibili in termini di regolamentazione e supervisione in materia di SSL. La percentuale di lavoro informale tra i lavoratori domestici è il doppio di quella degli altri settori (81,2 contro 39,7%). Il lavoro domestico è prevalentemente femminile, con una lavoratrice su 12 che lavora come collaboratrice domestica. Sono esposte a un’ampia gamma di rischi, che vanno da quelli chimici e biologici a quelli fisici ed ergonomici. Sono diffusi anche i rischi psicosociali, come orari di lavoro prolungati, isolamento sul posto di lavoro ed esclusione sociale, nonché violenza e molestie.</p>



<p>Le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 90% delle aziende a livello mondiale e generano il 50% del prodotto interno lordo globale. La maggior parte di esse opera nell’economia informale. Comunemente precarie, tali imprese spesso si trovano ad affrontare vincoli relativi alle risorse che limitano la conoscenza e l’osservanza delle normative che tutelano i lavoratori in termini di condizioni di lavoro e di SSL.</p>



<p>Il lavoro da casa è da tempo una caratteristica importante del mondo del lavoro, con circa 260 milioni di lavoratori in tutto il mondo nel 2019. Il telelavoro ha registrato un’impennata a partire dal 2020, in risposta alla pandemia di Covid-19, ed è la forma predominante di lavoro da casa nei Paesi ad alto reddito, mentre nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Asia, i lavoratori a domicilio si trovano in fondo alla classifica delle catene di fornitura, associati a settori quali abbigliamento, elettronica e casalinghi. Spesso, l’ambiente di lavoro e le attrezzature non soddisfano adeguati standard ergonomici, ambientali e di SSL, comportando rischi significativi non solo per il lavoratore a domicilio ma anche per gli altri membri della famiglia. I rischi psicosociali, come l’isolamento e i confini labili tra lavoro e tempo personale, sono abbastanza comuni.</p>



<p>Il cambiamento climatico e il degrado ambientale rappresentano una sfida multidimensionale per la SSL. Eventi meteorologici estremi, stress da calore, radiazioni ultraviolette, incendi boschivi, malattie infettive, comprese le malattie trasmesse da vettori/zoonosi, aeroallergeni, inquinamento atmosferico e uso di pesticidi sono esempi di pericoli che possono essere causati o esacerbati dai cambiamenti climatici. Le industrie e le tecnologie verdi stanno nascendo per rispondere a questa emergenza globale. Tuttavia, le tecnologie verdi possono creare o amplificare pericoli e rischi in materia di SSL in tutte le fasi del loro ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime e dalla produzione di dispositivi tecnologici, al loro trasporto, installazione, funzionamento, smantellamento e smaltimento. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, le attività di riciclaggio sono generalmente svolte dai lavoratori dell’economia informale. Si stima che nel mondo lavorino circa 20 milioni di raccoglitori di rifiuti, che generalmente hanno poca o nessuna protezione sociale, economica o legale e spesso includono donne e bambini. Sono continuamente esposti a sostanze, materiali e agenti patogeni pericolosi, nonché a flussi di rifiuti nuovi, complessi e pericolosi, come i rifiuti elettronici.</p>



<p>Gli sviluppi tecnologici sono riusciti a sostituire molti lavori sporchi, pericolosi e umilianti precedentemente svolti dai lavoratori. Le innovazioni nel campo dell’automazione e della robotica possono prevenire rischi quali rumore, vibrazioni o contatto con macchinari in movimento e ridurre l’esposizione a sostanze pericolose. L ‘innovazione nella movimentazione manuale può supportare movimenti e posizioni ergonomici, consentendo allo stesso tempo l’inclusione di una gamma più ampia di lavoratori in determinati impieghi e compiti. D’altro canto, anche l’uso della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale crea sfide, con possibili effetti negativi sulla SSL. Nuovi rischi possono emergere da maggiori interfacce uomo-macchina, per esempio in relazione a collisioni con apparecchiature, guasti meccanici, pericoli elettrici o errori di programmazione dei robot. I rischi ergonomici possono derivare dal maggiore utilizzo di dispositivi mobili e dal lavoro sedentario. Un elevato carico cognitivo, visivo e/o sensoriale, nonché la perdita di autonomia nello svolgimento del lavoro e la ridotta interazione con i colleghi, possono aumentare lo stress e il senso di isolamento, con conseguenze sulla salute mentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>A call for safer and healthier working environments, </em>Geneva, International Labour Organization, 26 novembre 2023. Traduzione a cura di Paginauno. “This translation was not created by the International Labour Organization (ILO) and should not be considered an official ILO translation. The ILO is not responsible for the content or accuracy of this translation. This is an adaptation of an original work by the International Labour Organization (ILO). Responsibility for the views and opinions expressed in the adaptation rests solely with the author or authors of the adaptation and are not endorsed by the ILO.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang--en/index.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang&#8211;en/index.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) A titolo comparativo, nel 2019 i decessi legati al lavoro sono stati più del doppio di quelli dovuti agli incidenti stradali (1.286.446 morti)</p>



<p class="has-small-font-size">2) I 20 fattori di rischio sono: l’esposizione professionale ad amianto; arsenico; benzene; berillio; cadmio; cromo; scarichi dei motori diesel; formaldeide; nichel; idrocarburi policiclici aromatici; silice; acido solforico; tricloroetilene; agenti asmatici; particolato, gas e fumi; rumore professionale; infortuni sul lavoro; fattori ergonomici; lunghi orari di lavoro; radiazioni ultraviolette solari</p>



<p class="has-small-font-size">3) Un DALY corrisponde alla perdita dell’equivalente di un anno di piena salute: è una misura universale per calcolare gli oneri sanitari</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il valore del lavoro essenziale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-valore-del-lavoro-essenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[I lavoratori essenziali. Ritenuti indispensabili durante la pandemia Covid, il rapporto dell’ILO fotografa le loro condizioni di lavoro: salari più bassi, contratti precari, orari sfiancanti, meno protezione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I lavoratori essenziali. Ritenuti indispensabili durante la pandemia Covid, il rapporto dell’ILO fotografa le loro condizioni di lavoro: salari più bassi, contratti precari, orari sfiancanti, meno protezione sociale</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-68a3ca82bacb35cd8f9e3fe75aec876e">INTRODUZIONE</h4>



<p>I lavoratori chiave possono essere individuati in otto gruppi professionali: lavoratori dei sistemi alimentari; operatori sanitari; lavoratori al dettaglio; addetti alla sicurezza; lavoratori manuali; addetti alle pulizie e servizi igienico-sanitari; addetti ai trasporti; tecnici e impiegati dei settori. Nei 90 Paesi con dati disponibili, i lavoratori essenziali costituiscono il 52% della forza lavoro, sebbene la quota sia inferiore nei Paesi ad alto reddito (34%), dove le attività economiche sono più diversificate (Grafico ES1, pag. 31). Le donne rappresentano il 38% di tutti i lavoratori chiave a livello globale, una percentuale inferiore alla loro quota di lavoro non chiave (42%); costituiscono inoltre i due terzi degli operatori sanitari e più della metà dei lavoratori del commercio al dettaglio, ma sono ampiamente sotto-rappresentate nella sicurezza e nei trasporti. I Paesi ad alto reddito fanno molto affidamento sui migranti internazionali per svolgere servizi chiave in occupazioni come l’agricoltura, la pulizia e l’igiene. […]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="316" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES.jpg" alt="" class="wp-image-8208" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-grafico-1ES-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-c2f0fbddbeda410cafd78a0ce4b538cf">1. CHI SONO I LAVORATORI ESSENZIALI?</h4>



<h4 class="wp-block-heading">1.1. Definizione di lavoratori essenziali</h4>



<p>In questo Report, la definizione di lavoratori chiave proviene dagli elenchi pubblicati dai Paesi di tutto il mondo all’inizio della pandemia Covid-19. In totale, 126 Stati hanno pubblicato elenchi nel marzo-aprile 2020, designando quelle attività o servizi che dovevano continuare a funzionare nonostante la pandemia. Sebbene gli elenchi variassero per scopo, portata e dettaglio, vi erano importanti somiglianze riguardo a quali servizi o attività fossero considerati essenziali, sia in Paesi di diverse regioni del mondo – Africa, Americhe, Stati arabi, Asia o Europa – così come tra Paesi ad alto, medio e basso reddito. Tuttavia, vi erano anche differenze, che riflettevano la struttura delle singole economie e aree geografiche, nonché la pressione politica di alcuni settori affinché continuassero le attività, in particolare durante le successive ondate pandemiche. […]</p>



<p>La maggior parte degli Stati ha incluso ambiti economici per salvaguardare l’accesso al cibo, all’acqua, all’elettricità, ai servizi igienici e all’assistenza sanitaria e per garantire l’ordine pubblico. La fornitura di tali beni e servizi, tuttavia, implicava che altri settori restassero in funzione, dato il loro coinvolgimento nella fornitura. Così, per esempio, nessun Paese ha negato la centralità della produzione alimentare e agricola; ma, oltre ai contadini che coltivano la terra, garantire un approvvigionamento alimentare adeguato significava anche incorporare i trasporti (per consegnare il cibo al mercato), alcune attività manifatturiere (le fabbriche che preparano gli alimenti trasformati), alcuni settori del commercio al dettaglio (i negozi e i mercati che vendono cibo, sia fresco che trasformato), ristoranti che preparano cibo da asporto, nonché servizi di consegna (compresi i lavoratori su piattaforma) che consegnano il cibo ai consumatori. Reti simili di produzione e scambio si applicano, per esempio, anche all’assistenza sanitaria. Oltre a questi ambiti, la maggior parte dei governi ha esteso il proprio elenco di servizi essenziali includendo attività di informazione e comunicazione, attività finanziarie, servizi legali e pubblica amministrazione. Questi servizi erano necessari per la continuazione dell’attività economica e in effetti garantivano il soddisfacimento dei bisogni fondamentali sopra elencati. In tutto, vi erano 13 grandi settori che fornivano servizi considerati essenziali nella maggior parte dei Paesi (Tabella 1.1, pag. 32) [&#8230;]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="311" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1.jpg" alt="" class="wp-image-8195" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-tabella-1.1-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>Questo Report però si concentra su quei lavoratori che hanno dovuto lasciare la propria casa per svolgere il proprio lavoro. [&#8230;] Queste occupazioni sono classificate nei seguenti otto grandi gruppi occupazionali: lavoratori dei sistemi alimentari; operatori sanitari; lavoratori al dettaglio; addetti alla sicurezza; operai (inclusi operatori di impianti e magazzinieri); addetti alle pulizie e servizi igienico-sanitari; addetti ai trasporti; tecnici e impiegati dei settori (Figura 1.3, pag. 33).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="394" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3.jpg" alt="" class="wp-image-8196" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.3-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">1.2. Quanti sono i lavoratori essenziali e quali sono le loro caratteristiche?</h4>



<p>I lavoratori chiave rappresentano un’ampia quota della forza lavoro mondiale. Per i 90 Paesi per i quali sono disponibili dati, la percentuale varia da un massimo dell’87% in Mozambico a un minimo del 24% in Israele, con una media del 52% in tutti gli Stati. In generale, maggiore è il livello di reddito di un Paese, minore è la percentuale di lavoratori in occupazioni chiave.</p>



<p>Ciò non sorprende dato che, in molti Paesi a basso e medio reddito, l’agricoltura continua a essere una parte importante dell’attività economica e un’occupazione dominante. Tuttavia, la relazione negativa vale anche escludendo i lavoratori agricoli. Con lo sviluppo economico, la struttura delle attività si diversifica, con più persone impiegate in settori non chiave – come finanza, assicurazioni e immobiliare oppure arte, intrattenimento e ricreazione – che non rientrano nella categorizzazione del lavoro essenziale. Di conseguenza, con l’aumento del reddito, c’è un declino complessivo della quota di lavoratori chiave (Figura 1.5, pag. 34), che persiste anche quando l’agricoltura è esclusa.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="285" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5.jpg" alt="" class="wp-image-8209" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.5-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, c’è un cambiamento nei tipi di occupazione che diventano prevalenti nei lavori chiave, in particolare verso l’assistenza sanitaria, la pulizia e l’igiene, il lavoro manuale (manifattura e magazzini) e il lavoro come tecnici e impiegati. Mentre meno del 2% dei lavoratori essenziali è impegnato nel settore sanitario nei Paesi a basso reddito, la quota sale a quasi il 20% in quelli ad alto reddito (Figura 1.6, pag. 35). [&#8230;]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="334" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6.jpg" alt="" class="wp-image-8197" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.6-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>In media, il 51% dei lavoratori chiave sono salariati e dipendenti mentre il restante sono lavoratori autonomi (Figura 1.7, pag. 36). Ciononostante, esistono differenze cruciali tra i gruppi di reddito: nei Paesi ad alto reddito, la maggior parte dei lavoratori essenziali sono dipendenti (84%), mentre è vero il contrario per i Paesi a basso reddito, dove oltre l’87% sono autonomi. Negli Stati ad alto reddito, l’agricoltura e, in misura minore, i trasporti, sono le due principali attività economiche in cui è diffuso il lavoro autonomo; al contrario, nei Paesi a basso reddito, il lavoro autonomo è il tipo di occupazione dominante tra i lavoratori essenziali in tutti i gruppi occupazionali, a eccezione della salute e della sicurezza.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="237" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7.jpg" alt="" class="wp-image-8198" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.7-300x119.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La distinzione in base allo status occupazionale – lavoratori subordinati rispetto a lavoratori autonomi – è fondamentale, poiché nella maggior parte dei sistemi giuridici del mondo il rapporto di lavoro rimane la porta d’accesso alla protezione sociale. Molti dei diritti e dei benefici concessi ai lavoratori sono assenti quando il lavoratore è autonomo. Questi ultimi non sono coperti da tutele sull’orario di lavoro o sul salario minimo, e generalmente non ne beneficiano in materia di sicurezza e salute, accesso alla formazione o protezione sociale. Anche il diritto alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva, pur riconosciuto dal Committee on Freedom of Association (CFA) come appartenente a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro status, non è universalmente applicato. [&#8230;]</p>



<p>Nei Paesi in via di sviluppo, l’informalità è una caratteristica comune dei lavoratori essenziali, specialmente tra i lavoratori autonomi. L’informalità, come definita dall’ILO, include i dipendenti che svolgono lavori informali, i collaboratori familiari e i lavoratori per conto proprio, i datori di lavoro e i membri di cooperative che operano nel settore informale. In media, nei Paesi in via di sviluppo, quasi l’87% di lavoratori occupati hanno uno status informale; nei Paesi a basso reddito, il 95% è informale. Per i dipendenti essenziali, la distribuzione è meno distorta ma comunque preoccupante, poiché il 51% lavora in modo informale. Ancora una volta, i Paesi a basso reddito hanno alti tassi di informalità (64%), mentre nei Paesi a reddito medio-alto la quota scende al 40%, tuttavia ancora elevata. [&#8230;]</p>



<p>Infine, i lavoratori essenziali sono impiegati prevalentemente nel settore privato: in media, poco meno del 15% è nel settore pubblico, contro il 24% dei non essenziali (Figura 1.9, pag. 37). Tuttavia, l’occupazione pubblica dei lavoratori chiave varia notevolmente da un Paese all’altro, con appena il 3% negli Stati a basso reddito rispetto al 25% in quelli ad alto reddito. Questa situazione riflette sia le ridotte dimensioni del settore pubblico nei primi (che a sua volta riflette differenze significative nella quota delle entrate fiscali in percentuale del reddito nazionale), sia il predominio dell’agricoltura in questi Paesi (essendo produzione e distribuzione alimentare quasi interamente privata). Anche escludendo i lavoratori del settore alimentare, tuttavia, la quota di occupazione pubblica tra i lavoratori chiave nei Paesi a basso reddito sale solo all’8%, ben al di sotto della media mondiale del 19,6%: i limitati livelli di investimento pubblico nella sanità in molti Paesi a basso reddito (cfr. sezione 6.1 del Report) si traducono in minime quote di operatori sanitari essenziali; questi ultimi costituiscono infatti solo il 2% di tutti i lavoratori chiave, rispetto al 20% in quelli ad alto reddito.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="301" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9.jpg" alt="" class="wp-image-8199" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9-300x151.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-1.9-360x180.jpg 360w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">1.3 Caratteristiche socio-demografiche dei lavoratori essenziali</h4>



<p>Poiché i lavoratori chiave costituiscono una parte considerevole del mercato del lavoro, soprattutto nei Paesi a basso reddito, esistono somiglianze tra il loro profilo demografico nel suo insieme e la popolazione attiva complessiva – sebbene sussistano anche alcune distinzioni, specialmente se disaggregati per gruppo professionale o a livello di reddito del Paese.</p>



<p>Globalmente, tra i lavoratori essenziali le donne sono sotto-rappresentate: sono il 38,3%, mentre rappresentano il 42% dei lavoratori non chiave. [&#8230;]</p>



<p>La distribuzione per età riflette quella dei mercati del lavoro in tutto il mondo: in media, oltre il 71% dei lavoratori essenziali ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni. [&#8230;]</p>



<p>I titoli di studio medi sono inferiori a quelli delle loro controparti non chiave, a ogni livello di sviluppo economico. In media, il 12,5% dei lavoratori essenziali possiede almeno un’istruzione terziaria, rispetto a quasi il 28% dei lavoratori non chiave: i lavoratori meno istruiti hanno maggiori possibilità di essere un lavoratore essenziale, indipendentemente dal livello di reddito del loro Paese. [&#8230;] Tuttavia, i dati mostrano anche che in gruppi professionali come vendita al dettaglio, trasporti, pulizia e servizi igienico-sanitari e lavoro manuale – che generalmente non richiedono competenze avanzate – tra il 6 e l’11% dei lavoratori chiave ha un titolo universitario. Secondo l’ILO, 258 milioni di persone in tutto il mondo sono sovra-scolarizzate per i lavori che svolgono. [&#8230;]</p>



<p>La pandemia ha evidenziato il ruolo importante dei migranti internazionali nella fornitura di servizi essenziali: quasi un lavoratore chiave su cinque, nei Paesi ad alto reddito, era un migrante internazionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e103e4e8f292b3d8a494d282b93587cf">3. CONDIZIONI DI LAVORO DEI LAVORATORI ESSENZIALI</h4>



<p>Il presente capitolo analizza le condizioni di lavoro dei lavoratori essenziali al fine di individuare possibili carenze cui porre rimedio. Si concentra su sette principali condizioni che inquadrano la qualità del lavoro: sicurezza e salute, diritto alla libertà di associazione e contrattazione collettiva, accordi contrattuali, orario di lavoro, retribuzione, protezione sociale e formazione. Come verrà mostrato nell’analisi, queste sette dimensioni si supportano a vicenda, in modo tale che le carenze in una dimensione si traducono tipicamente in carenze in altre dimensioni. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.1. La sicurezza e la salute sul lavoro</h4>



<p>La sezione 2.1 sulla morbilità e malattia da Covid-19 ha mostrato (per il numero limitato di Paesi per i quali sono disponibili dati) che i lavoratori chiave avevano maggiori probabilità di morire a causa del virus rispetto ai lavoratori non essenziali. Ma ha anche rivelato che, mentre gli operatori sanitari avevano la maggiore esposizione al virus, il loro tasso di morbilità era inferiore a quello di altri lavoratori chiave, in particolare quelli dei trasporti. Questo risultato sconcertante è in parte spiegato dalla maggiore aderenza alle misure di Salute e Sicurezza sul Lavoro (SSL) nel settore sanitario, che, a sua volta, riflette la progettazione e la copertura degli stessi sistemi SSL nonché la loro conformità nei diversi luoghi di lavoro [&#8230;]</p>



<p>In tutto il mondo, l’eliminazione dei rischi sul posto di lavoro continua a rappresentare una sfida pressante. Prima della pandemia, 1,9 milioni di persone morivano ogni anno per infortuni e malattie professionali, sulla base del calcolo dell’esposizione dei lavoratori a 19 fattori di rischio occupazionale. Tra questi, le malattie non trasmissibili, in particolare respiratorie e cardiovascolari, erano responsabili dell’81% dei decessi, con gli infortuni sul lavoro che causano il resto. L’esposizione ricorrente a orari di lavoro superiori a 55 ore settimanali è associata al 40% dei decessi complessivi. Inoltre, ogni anno oltre 313 milioni di lavoratori sono coinvolti in incidenti che causano infortuni gravi, e vi sono altri 160 milioni di casi di malattie professionali non mortali. [&#8230;]</p>



<p>I lavoratori essenziali sono particolarmente a rischio, data la maggiore probabilità di lavorare in occupazioni pericolose e ambienti di lavoro ad alto rischio, e di trovarsi in accordi contrattuali (in particolare lavoro informale, subappaltato e temporaneo) associati a una minore formazione in materia di sicurezza e salute e senza una supervisione adeguata [&#8230;]</p>



<p>Nella letteratura sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro sono ben note le differenze settoriali rispetto ai rischi fisici, biologici e psicosociali.</p>



<p>In agricoltura, i rischi noti includono incidenti legati a macchinari e attrezzature nelle fattorie industriali, nonché il verificarsi di malattie polmonari, perdita dell’udito causata dal rumore, malattie della pelle e tumori correlati all’uso di pesticidi o all’esposizione prolungata al sole.</p>



<p>L’estrazione mineraria presenta rischi per la sicurezza e la salute che sono unici per il settore, come instabilità geologica, esplosioni, ambienti termici, radiazioni ionizzanti e problemi di salute respiratoria.</p>



<p>Nel settore sanitario, i lavoratori sono abitualmente esposti a materiale infettivo; gli operatori sanitari soffrono anche di disturbi muscolo-scheletrici dovuti a posture scomode, utilizzate soprattutto nella movimentazione dei pazienti. [&#8230;]</p>



<p>Per i conducenti di trasporti su strada, gli incidenti stradali sono la principale causa di morte e invalidità; anche i lavoratori dei trasporti trascorrono lunghe ore in spazi angusti e sono soggetti a rumore e vibrazioni costanti. Questi sono solo alcuni dei rischi e delle malattie professionali più importanti nei lavoratori e nei settori chiave. [&#8230;]</p>



<p>Oltre ai rischi fisici e biologici, quelli psicosociali sono più comuni tra i lavoratori essenziali: si verificano quando le richieste di lavoro superano le risorse a disposizione. Sono rischi che derivano da una cattiva progettazione, organizzazione e gestione del lavoro, nonché da un contesto sociale di lavoro inadeguato, e possono tradursi in condizioni psicologiche, fisiche e sociali negative, come lo stress correlato al lavoro, il burnout o la depressione. Le forme psicologiche di violenza, come le molestie, comprese quelle sessuali, il bullismo e il mobbing, sono anch’esse forme gravi di rischi psicosociali.</p>



<p>La Figura 3.1 (pag. 38) fornisce i dati europei del 2015 e del 2021 sulla quota di lavoratori che hanno subito violenze e molestie sul lavoro durante il mese precedente l’indagine; entrambe possono provenire da colleghi o dirigenti, ma anche da clienti, pazienti o altri individui con cui la persona interagisce durante il proprio lavoro. Tra i lavoratori chiave, quasi il 12,4% ha dichiarato di essere stato oggetto di abusi verbali, rispetto all’8,7% dei lavoratori non chiave.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="348" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1.jpg" alt="" class="wp-image-8200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.1-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.2. Libertà di associazione e contrattazione collettiva</h4>



<p>Molti lavoratori, inclusi molti lavoratori chiave, non sono né membri di un sindacato né coperti da un accordo di contrattazione collettiva. La Figura 3.4 (pag. 39) fornisce i dati sull’iscrizione sindacale in 19 Paesi e territori. La Figura 3.5 (pag. 40) si concentra sui tassi di sindacalizzazione negli stessi Paesi per gruppo occupazionale chiave. Combinati, i dati rivelano una scoperta importante: la sindacalizzazione varia ampiamente tra dipendenti essenziali e non, sia tra i Paesi che al loro interno. In tutti i Paesi, le percentuali vanno da quasi zero in El Salvador a circa il 42 e il 55% in Ucraina; all’interno, emergono grandi differenze tra dipendenti chiave e non chiave: mentre i tassi di sindacalizzazione di questi ultimi sono superiori a quelli dei dipendenti essenziali nella maggior parte dei Paesi, in cinque (Bolivia, Swaziland, Territorio Palestinese Occupato, Regno Unito, Stati Uniti) sono più alti. Ciò è in parte dovuto a una maggiore sindacalizzazione nel settore pubblico e tra coloro che lavorano nella sanità e nella sicurezza (compresi gli agenti di polizia). Nel Regno Unito, per esempio, il 47% dei dipendenti della sanità è iscritto a un sindacato, mentre per le altre sette categorie professionali è inferiore al 25%. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, i dipendenti essenziali della sicurezza, in particolare agenti di polizia e vigili del fuoco, sono relativamente più sindacalizzati (37%) rispetto al resto dei lavoratori chiave salariati (11%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="365" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4.jpg" alt="" class="wp-image-8201" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.4-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La Figura 3.5 illustra ulteriormente le nette differenze nel tasso di sindacalizzazione tra le principali occupazioni: quello del personale sanitario è del 35,8%, seguito da circa il 23% dei tecnici e degli impiegati e del personale di sicurezza. Al contrario, la sindacalizzazione nei settori delle pulizie e servizi igienico-sanitari, alimentari e vendita al dettaglio è inferiore alla media: appena il 6% per quest’ultimo e il 9% nell’ambito alimentare, una percentuale significativamente inferiore alla media del 17,6% registrata per tutti i dipendenti […]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5.jpg" alt="" class="wp-image-8202" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.5-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.3. Disposizione contrattuale</h4>



<p>Il fatto che l’accordo contrattuale di un individuo sia a tempo parziale, temporaneo o multilaterale (agenzia di collocamento privata o intermediario del lavoro) può avere conseguenze importanti per i benefici salariali e non salariali che una persona riceve, e quindi il grado di protezione del lavoro di cui gode. I lavoratori essenziali hanno maggiori probabilità di essere assunti con contratti part-time, temporanei o multipartitici, indipendentemente dal fatto che lavorino per il settore privato o pubblico. I lavoratori migranti, in particolare, spesso lavorano con contratti a tempo determinato, soprattutto se assunti attraverso schemi di migrazione di manodopera temporanea che sono, per definizione, temporanei [&#8230;]</p>



<p>In linea di principio, non è necessario che vi sia una differenza nelle tutele del lavoro tra questi accordi contrattuali e quelli standard, soprattutto se il regolamento impone la parità di trattamento del lavoratore. In pratica, tuttavia, gli accordi contrattuali non standard sono associati a sanzioni salariali, copertura sociale più debole, tassi di sindacalizzazione inferiori, minore accesso alla formazione, maggiori rischi per la sicurezza e la salute, nonché precarietà. Inoltre, gli studi hanno ha trovato una relazione tra occupazione non standard e condizioni di salute peggiori [&#8230;]</p>



<p>Sebbene nei Paesi a reddito medio-basso i contratti temporanei prevalgano anche tra i dipendenti non essenziali, la percentuale è più alta per i lavoratori chiave, arrivando quasi al 48%; diversamente, nei Paesi a reddito medio-alto e alto, il tasso di contratti temporanei è simile tra i dipendenti chiave e non chiave. [&#8230;]</p>



<p>Quando i lavoratori non sono assunti direttamente dall’organizzazione a cui prestano i loro servizi, la loro disposizione contrattuale è considerata multipartitica o triangolare. Le due principali forme di accordi multipartitici sono il lavoro tramite agenzia interinale e il lavoro subappaltato. [&#8230;] La pulizia e la sicurezza sono comunemente esternalizzate e altre occupazioni chiave sono abitualmente affidate a lavoratori interinali, soprattutto nei magazzini, ma sempre più spesso anche nel settore sanitario. Mentre i lavoratori interinali altamente qualificati, come gli operatori sanitari, possono richiedere un premio per i loro servizi quando assunti tramite un’agenzia, gli studi esistenti indicano che i lavoratori interinali e subappaltati in altre occupazioni hanno prospettive di carriera più limitate, minori benefici e sono soggetti a penalizzazioni salariali. Inoltre, non essendo dipendenti dell’impresa utilizzatrice, sono meno in grado di far sentire la propria voce sul posto di lavoro e non sono coperti dagli accordi collettivi di contrattazione dell’azienda in cui lavorano [&#8230;]</p>



<p>L’orario di lavoro è strettamente correlato alla qualità del lavoro, in quanto troppo poche ore, troppe ore o ore irregolari generano problemi diversi. Gli individui che lavorano meno ore di quanto vorrebbero sono esposti al rischio di non guadagnare abbastanza, specialmente nelle professioni in cui le retribuzioni orarie sono basse. All’estremo opposto, orari troppo lunghi hanno un impatto deleterio sulla sicurezza e la salute e sulla capacità di conciliare lavoro e vita personale. Nei Paesi di tutto il mondo, orari di lavoro eccessivi sono associati a una maggiore probabilità di soffrire di malattie cardiache e ictus, a causa dello stress e delle risposte biologiche e comportamentali a tale stress. Infine, orari di lavoro irregolari e imprevedibili, in particolare quando non sono decisi congiuntamente da lavoratori e datori di lavoro, portano a significativi conflitti tra lavoro e vita privata e causano insicurezza salariale. Anche questo ha ripercussioni sulla salute, provocando stress psicologico e influenzando, tra gli altri effetti, la qualità del sonno e il benessere generale. Orari di lavoro irregolari e imprevedibili possono anche ridurre le interazioni tra lavoratori e sindacati, il che rende più difficile l’organizzazione e la rappresentazione collettiva degli interessi dei lavoratori.</p>



<p>Mentre l’esatta definizione di orario di lavoro standard varia da Paese a Paese, in genere meno di 20 ore sono considerate poche e più di 48 sono ritenute eccessive. A partire dagli anni Cinquanta, l’orario di lavoro medio è diminuito in molti Paesi industrializzati, ma la tendenza è stata invertita negli anni 2000. Uno studio globale condotto su 194 Stati ha rilevato che l’esposizione a orari di lavoro prolungati, in questo caso definiti come 55 ore lavorative settimanali o più, è aumentata di quasi il 10% tra il 2000 e il 2016, raggiungendo un livello dell’8,9%; allo stesso tempo, una quota significativa della forza lavoro globale è sottoccupata e lavora meno ore di quanto vorrebbe; nel frattempo, gli accordi sull’orario di lavoro come il lavoro a chiamata, il telelavoro e i contratti a zero ore sono diventati più comuni, soprattutto con la crescita dell’economia delle piattaforme, e ciò si aggiunge all’irregolarità degli orari [&#8230;]</p>



<p>A livello globale, il 10,6% dei lavoratori essenziali lavora meno di 20 ore settimanali, rispetto all’8% dei lavoratori non essenziali. Questa differenza è maggiore nei Paesi a reddito medio-basso, dove il 12,2% dei lavoratori chiave è a orario ridotto. Tale quota è inferiore di circa 4 punti percentuali per i lavoratori non chiave. In generale, il numero di individui che lavorano meno di 20 ore settimanali aumenta con la diminuzione dei livelli di reddito dei Paesi; ciò suggerisce che questi lavoratori e le loro famiglie hanno redditi mensili relativamente bassi. Questo problema riguarda in modo sproporzionato i lavoratori essenziali, poiché tendono anche a guadagnare salari orari inferiori e quindi potrebbero non avere standard di vita dignitosi.</p>



<p>All’estremo opposto, c’è il problema delle lunghe settimane lavorative: in tutti i Paesi, il 25,3% dei lavoratori chiave e il 23,3% dei lavoratori non chiave hanno settimane lavorative superiori a 48 ore. Ancora una volta, questa percentuale tende ad aumentare quando il livello di reddito di un Paese diminuisce, suggerendo che molti lavoratori compensano l’occupazione a bassa produttività – e quindi i bassi salari orari – aumentando il numero di ore lavorate.</p>



<p>Osservando il divario tra lavoratori essenziali e non, è trascurabile nei Paesi ad alto reddito. In quelli a reddito medio, invece, i lavoratori chiave lavorano un orario eccessivo più spesso rispetto ai lavoratori non chiave, mentre è vero il contrario nei Paesi a basso reddito (Figura 3.8, pag. 41) [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="336" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8.jpg" alt="" class="wp-image-8203" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.8-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.5. Salari</h4>



<p>La maggior parte dei dipendenti essenziali si trova nella parte inferiore della distribuzione salariale. A livello globale, il 48% è nei primi due quintili, il che significa che la loro retribuzione oraria è inferiore a quella guadagnata dal 60% di tutti i dipendenti (Figura 3.10, pag. 42). In tutti i gruppi di reddito nazionali, il modello è simile e varia tra il 46 e il 50%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="307" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10.jpg" alt="" class="wp-image-8204" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.10-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La concentrazione dei dipendenti chiave nella parte inferiore della distribuzione salariale li espone al rischio di una retribuzione bassa, definita dall’ILO come retribuzione inferiore ai due terzi della retribuzione oraria mediana. In media, tra i Paesi, il 29% dei lavoratori essenziali è poco retribuito, rispetto al 20% degli altri dipendenti (Figura 3.11, pag. 43) [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="226" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11.jpg" alt="" class="wp-image-8205" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.11-300x113.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.6. Protezione sociale</h4>



<p>La protezione sociale comprende politiche e programmi che mirano a mitigare e prevenire la povertà, fornendo l’accesso all’assistenza sanitaria e alla sicurezza del reddito in caso di disoccupazione, infortunio sul lavoro, disabilità, maternità, malattia, vecchiaia e perdita di un capofamiglia. Inoltre, include assistenza sociale come assegni familiari e per i figli, e altre forme di sostegno al reddito [&#8230;]</p>



<p>Eppure quasi il 53% della popolazione mondiale, ovvero 4,1 miliardi di persone, non è coperto da alcun tipo di protezione sociale, compresi i programmi contributivi e non contributivi; meno di due terzi è coperta da un regime di protezione. Le carenze sono peggiori per i lavoratori essenziali. In questo Report, la copertura previdenziale dipende dall’ammissibilità e dall’accesso a due tipi di diritti: pensioni e assenze per malattia retribuite. Come mostra la Figura 3.16 (pag. 44), in media in 54 Paesi a basso e medio reddito solo il 41% dei lavoratori chiave ha qualche forma di protezione sociale, un tasso inferiore di 10 punti percentuali rispetto alla quota di lavoratori non chiave. La copertura è associata a un livello di sviluppo tale che, nei Paesi a basso reddito, solo il 17% dei lavoratori essenziali e il 28% dei non essenziali beneficiano della protezione sociale. Nei Paesi a reddito medio-alto, la quota di lavoratori chiave e altri lavoratori che hanno diritto ad almeno un tipo di prestazione sociale aumenta rispettivamente al 56% e al 65%, ma il divario tra i due gruppi rimane significativo [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="309" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16.jpg" alt="" class="wp-image-8206" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.16-300x155.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Le carenze nella protezione sociale si verificano se vi sono esenzioni nella copertura o se rigidi criteri di ammissibilità impediscono a determinati lavoratori, come quelli con contratti temporanei, di diventare ammissibili. Come accennato, molte prestazioni previdenziali quali pensioni, congedi retribuiti e assicurazione contro la disoccupazione, sono organizzate in regime contributivo. I lavoratori chiave con impieghi temporanei e part-time possono avere contributi insufficienti per diventare ammissibili o, se sono ammissibili, i loro livelli di sussidio sono spesso insufficienti. Ciò può verificarsi quando la durata di un contratto è troppo breve, l’orario di lavoro troppo ridotto o quando le interruzioni di carriera sono frequenti [&#8230;]</p>



<p>La Figura 3.17 (pag. 45) presenta la quota di dipendenti essenziali che hanno diritto a prestazioni sociali per status contrattuale. A ogni livello di sviluppo economico, i dipendenti chiave a tempo determinato hanno una copertura di protezione sociale inferiore rispetto a quelli a tempo indeterminato. Per esempio, mentre il 76% dei dipendenti essenziali con un contratto standard ha una copertura di protezione sociale nei Paesi a reddito medio-alto, solo il 45% tra coloro con contratti a tempo determinato ha diritto alla pensione o al congedo per malattia retribuito. Analogamente, ampi divari si verificano nei Paesi a basso reddito, dove il 15% dei dipendenti essenziali con contratti temporanei ha una copertura di protezione sociale, rispetto al 41% con contratti a tempo indeterminato. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="279" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17.jpg" alt="" class="wp-image-8207" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/report-ILO-figura-3.17-300x140.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-1428a342ad6436878492dedf94e095b8">4. SFIDE SPECIFICHE AFFRONTATE DAGLI OTTO PRINCIPALI GRUPPI PROFESSIONALI</h4>



<p>L’ampia valutazione globale delle condizioni di lavoro dei lavoratori essenziali fornita nel capitolo 3 ha mostrato l’esistenza di una loro sottovalutazione, sia in termini di retribuzione che rispetto ad altre condizioni: hanno tassi di sindacalizzazione in generale più bassi; una maggiore incidenza di accordi di lavoro temporaneo e multipartitico i quali, a volte, aggravano i deficit di altre condizioni di lavoro; hanno orari di lavoro lunghi e irregolari; e, in media, salari più bassi, anche dopo aver tenuto conto delle differenze nel livello di istruzione e altre caratteristiche osservabili tra dipendenti essenziali e non. I lavoratori chiave tendono anche ad avere una copertura di protezione sociale più limitata, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Inoltre, relativamente pochi dipendenti essenziali ricevono formazione, un problema che è ancora più grave nei Paesi a basso reddito. Nel complesso, l’analisi ha rivelato forti interconnessioni tra le condizioni di lavoro, con carenze in un’area che si ripercuotono su altre.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>World Employment and Social Outlook 2023: The value of essential work,</em> Geneva, International Labour Office, 2023, marzo 2023. Traduzione a cura di Paginauno. “This translation was not created by the International Labour Organization (ILO) and should not be considered an official ILO translation. The ILO is not responsible for the content or accuracy of this translation. This is an adaptation of an original work by the International Labour Organization (ILO). Respon­sibility for the views and opinions expressed in the adaptation rests solely with the author or authors of the adaptation and are not endorsed by the ILO.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/digitalguides/en-gb/story/weso2023-key-workers#home" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/digitalguides/en-gb/story/weso2023-key-workers#home</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Francia: una lotta straordinaria, sindacale e politica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/francia-una-lotta-straordinaria-sindacale-e-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 11:51:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>
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					<description><![CDATA[Collegamento da Parigi con Lorenzo Battisti del sindacato CGT; incontro a La Casa Rossa, Milano, 11 aprile 2023]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Collegamento da Parigi con Lorenzo Battisti del sindacato CGT, incontro organizzato dalla Casa Rossa, Milano, 11 aprile 2023</p></blockquote>



<p>Cosa sta accadendo in Francia? Qual è la realtà sociale e politica che permette l&#8217;emergere, la diffusione e la resistenza di manifestazioni, scioperi e occupazioni? Come si stanno muovendo i sindacati? Lo racconta Lorenzo Battisti del sindacato CGT.</p>



<p>Alcuni punti emersi nell&#8217;incontro:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>non solo pensioni: l&#8217;accumulo di malcontento e contestazioni precedenti</li><li>perché i “60 anni” sono un tema sensibile: base culturale e dati statistici</li><li>la novità della mobilitazione del settore del commercio</li><li>la dinamica delle occupazioni</li><li>i Robin des bois de l’énergie: i lavoratori del comparto elettrico</li><li>come si muovono i sindacati francesi</li><li>il nodo centrale dei rapporti di forza</li></ul>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>Rapporto mondiale sui salari 2022/23 – Italia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/rapporto-mondiale-sui-salari-2022-23-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dell’inflazione sta riducendo drasticamente i salari reali in Italia</h4>



<p>Per la prima volta in questo secolo, i salari reali sono diminuiti su scala mondiale (-0,9%) nella prima metà del 2022. In Italia, l’impennata inflazionistica ha eroso i salari, producendo una riduzione di quasi 6 punti percentuali, più che doppia rispetto alla media europea (Grafico 1, pag. 35). Questo ‘effetto inflazione’ segue un periodo di crescita più che modesta delle retribuzioni mensili nel periodo 2020-2021 di 0,1 punti percentuali (effetto pandemia), rispetto agli 1,7 punti della media dei Paesi dell’Unione europea (Ue-27).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="395" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg" alt="" class="wp-image-7240" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’inflazione ha iniziato a manifestarsi tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, subito dopo la riduzione delle misure adottate per mitigare l’impatto della crisi innescata dalla pandemia di Covid-19. Il Grafico 2 (pag. 36) mostra che nel secondo trimestre del 2022 le retribuzioni orarie reali in Italia sono diminuite di quasi il 6% rispetto al loro valore reale nel primo trimestre del 2019. Questo ha causato una perdita del potere d’acquisto di lavoratori e famiglie che potrebbe ulteriormente ridursi, stando alle previsioni di crescita dell’inflazione in Italia (+12,5%) e alla media per i Paesi dell’Eurozona (+10%) (1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="391" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg" alt="" class="wp-image-7241" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La crescita della produttività, e in particolare della produttività reale del lavoro, è un fattore determinante per la crescita dei salari reali (2). A livello globale, la crescita media dei salari è rimasta indietro rispetto alla crescita media della produttività del lavoro fin dai primi anni Ottanta. Per la media dei Paesi Ue, sia la produttività del lavoro che i salari reali sono cresciuta in quasi tutti gli anni – tranne che durante la crisi finanziaria globale e la recente crisi da Covid-19 (Grafico 3, pag. 37).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="487" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg" alt="" class="wp-image-7242" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Durante il periodo 1999-2022, la produttività del lavoro dei Paesi Ue-27 è cresciuta del 21,5% e quella dei salari reali del 17,6% (il 3,9% in meno della produttività del lavoro). Nello stesso periodo, sia la produttività del lavoro italiana che i salari reali sono diminuiti, in particolare durante il periodo 2011-2019. Nel 2020 sono calati sia la produttività del lavoro che i salari, per effetto del rallentamento dell’attività economica dovuto alla pandemia di Covid-19, mentre nel periodo 2021-2022 si registra un leggero recupero della perdita del 2020. Complessivamente, nel periodo 1999-2022 la produttività del lavoro e i salari sono diminuiti in Italia rispettivamente del 4,8 e del 7,3%. Tra il 2021 e il 2022 si registra una controtendenza caratterizzata da una crescita della produttività (95,2% nel 2022) e una diminuzione dei salari reali (92,7% nel 2022), con un divario salari-produttività del 2,5%.</p>



<p>Un’analisi della produttività per ora lavorata mostra che questa è rimasta superiore alla crescita dei salari per la gran parte del periodo 2005–2022, mentre i salari reali sono diminuiti del 6%. Una delle ragioni del divario della produttività del lavoro italiana rispetto alla media Ue è l’alta concentrazione di lavoro a basso valore aggiunto. Un’altra ragione è correlata alla precarietà del mercato del lavoro e agli scarsi investimenti nella formazione della forza lavoro. Un altro fattore che influenza la dinamica complessiva della produttività è il divario Nord-Sud, con il Sud meno sviluppato in termini industriali e relativamente a più bassa densità di settori e occupazioni a più alto valore aggiunto rispetto al Nord.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli impatti legati alla pandemia e all’inflazione si combinano con una tendenza di lungo periodo di riduzione dei salari reali in Italia di 12 punti percentuali nel periodo 2008-2022</h4>



<p>L’analisi dell’evoluzione degli indici dei salari reali durante il periodo 2008-2022 mostra una crescita dei salari nella maggior parte dei Paesi Ue. Il Grafico 4 (pag. 38) evidenzia che la crescita maggiore si è registrata nei Paesi Ue dell’Europa centrale. Durante il suddetto periodo, i salari sono cresciuti del 72% in Ungheria, del 36% in Polonia e del 25% in Slovacchia. Anche in Francia e in Germania i salari sono aumentati rispettivamente del 6 e del 12%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="493" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg" alt="" class="wp-image-7243" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Per quanto riguarda l’Italia, se si prendono come base i salari del periodo immediatamente precedente al manifestarsi della crisi economica e finanziaria globale, l’indice dei salari reali del 2022 indica una perdita di 12 punti percentuali, doppia rispetto alla Spagna – l’altro Paese europeo in cui i salari sono diminuiti di 6 punti percentuali.</p>



<p>Le stesse tendenze possono essere osservate sugli andamenti dei salari reali dell’Italia rispetto agli altri Paesi ad economia avanzata del G20, che hanno beneficiato di un aumento dei salari in termini reali tra il 2008 e il secondo trimestre del 2022, eccetto il Giappone, il Regno Unito e l’Italia. La contrazione dei salari italiani è sei volte maggiore rispetto a quella del Giappone e tre volte maggiore rispetto a quella del Regno Unito (Grafico 5, pag. 39).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="357" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg" alt="" class="wp-image-7244" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5-300x179.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Le crisi legate alla pandemia e all’inflazione hanno un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con bassi salari</h4>



<p>La combinazione tra perdita di lavoro e riduzione di ore lavorate durante la pandemia ha causato una crescita di quasi un punto percentuale della proporzione di lavoratori e lavoratrici a bassi salari, che in Italia è passata dal 9,6% del 2019 al 10,5% del 2020 (Grafico 6, pag. 40) (3).</p>



<p>La proporzione di lavoratrici, in genere più presenti rispetto ai lavoratori in lavori a bassa retribuzione, è aumentata di più di un punto percentuale (dal 10,7% nel 2019 a 11,8% nel 2020).</p>



<p>L’età è un’altra caratteristica personale che influisce sui livelli salariali. Durante la pandemia, l’alta percentuale di giovani già presenti tra i lavoratori con basse retribuzioni, è ulteriormente cresciuta di quasi un punto tra il 2019 e il 2020, anche se la crescita maggiore si è registrata tra i lavoratori di età compresa tra i 35 e i 50 anni (+1,2%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="437" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg" alt="" class="wp-image-7245" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Anche l’area geografica nella quale si è occupati ha un impatto sulla proporzione di lavoratori con bassa retribuzione, i quali sono più presenti nell’Italia del Sud (circa 14%), anche se gli incrementi maggiori si sono registrati nell’Italia centrale (+1,5%) e del Nord (+1,4%).</p>



<p>Sulla base della tipologia di contratto, i lavoratori a tempo indeterminato con basse retribuzioni sono aumentati (+1,2%) rispetto a quelli a tempo determinato (+0,8%), il cui numero è quasi doppio rispetto ai primi. L’incremento del numero di lavoratori a bassa retribuzione è stato invece lo stesso tra i lavoratori a tempo pieno e quelli a tempo parziale (+0,9%).</p>



<p>Anche l’inflazione ha un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con reddito medio-basso.</p>



<p>La narrativa sulla crescita dell’inflazione spesso considera che l’aumento del costo della vita colpisca le famiglie in maniera uguale. Il Rapporto mostra, tuttavia, che l’inflazione può avere un impatto maggiore sul costo della vita delle famiglie a basso reddito, a causa dell’utilizzo della maggior parte del reddito disponibile per la spesa in beni e servizi essenziali. Questi ultimi, in genere, subiscono un incremento di prezzo maggiore rispetto ai beni non essenziali.</p>



<p>Anche i dati relativi all’Italia evidenziano che i beni e servizi primari sono stati maggiormente intaccati dall’inflazione. Il Grafico 7 (pag. 41) mostra la crescita dei prezzi dei beni di prima necessità a partire dal 2021, con un’impennata nel 2022. Gli incrementi maggiori si sono registrati riguardo ai costi relativi alle spese per alloggi e trasporti, maggiori rispetto all’andamento generale dell’indice dei prezzi al consumo (IPC), mentre le spese per generi alimentari hanno seguito l’andamento a due cifre dello stesso indice.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="403" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg" alt="" class="wp-image-7246" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Il divario salariale di genere è rimasto invariato durante il periodo 2019-2022</h4>



<p>Il già ampio divario di genere relativo alla partecipazione nel mercato del lavoro si è ulteriormente acuito durante la pandemia, passando dal 17% del 2019 al 17,5% del 2021.</p>



<p>Durante lo stesso periodo, la perdita di lavoro delle lavoratrici (-2,3%) è stata maggiore rispetto ai lavoratori (-2,1%). Se misurato paragonando i salari medi di uomini e donne, il divario salariale sembrerebbe essere diminuito durante la crisi, ma ciò è dovuto alla maggiore perdita di lavoro di lavoratrici posizionate nella parte bassa della scala salariale, piuttosto che a un miglioramento dei loro salari. Una misurazione del divario sulla base del salario orario e del salario mensile indica che in Italia il divario salariale di genere è rimasto sostanzialmente immutato rispetto al periodo pre-crisi, attestandosi intorno a 11% (se misurato in base ai salari orari) o al 16,2% (se basato sui salari mensili). Questa tendenza si allinea con la media del divario salariale di genere a livello globale, che è confermata stabile al 20%.</p>



<p>È probabile che se il divario retributivo di genere fosse stato misurato alla fine del 2020, i dati avrebbero mostrato una crescita rispetto all’anno precedente la crisi della pandemia. Tuttavia, il rapporto misura il divario retributivo di genere alla fine del 2021, quando il mercato del lavoro è tornato a livelli simili a quelli pre-pandemia.</p>



<p>Considerando che l’inflazione colpisce lavoratrici e lavoratori in modo simile, il ritorno alla normalità potrebbe spiegare perché il divario retributivo di genere è rimasto abbastanza stabile rispetto al 2019.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del Rapporto <em>L’impatto dell’inflazione e del COVID-19 sui salari in Italia, messaggi principali del Rapporto mondiale sui salari 2022/23</em>, 2 dicembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">1) Fonte: Eurostat, Euroindicators n. 133/2022, 30 novembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">2) La produttività del lavoro è calcolata dividendo il prodotto interno lordo in termini costanti per il numero totale di lavoratori – salariati e non salariati</p>



<p class="has-small-font-size">3) ILO identifica i lavoratori con basse retribuzioni sulla base di un indicatore che misura il numero di dipendenti la cui retribuzione oraria, in tutti i lavori, è inferiore ai due terzi della retribuzione oraria media, calcolata in percentuale</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La schiavitù moderna. Il lavoro forzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-schiavitu-moderna-il-lavoro-forzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 28 milioni di persone e tutti i Paesi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto dell’ILO la fotografia della schiavitù moderna: tocca 28 milioni di persone e tutti i Paesi</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La schiavitù moderna, come definita ai fini delle stime globali, comprende due componenti principali: il lavoro forzato e il matrimonio forzato. Entrambi si riferiscono a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o non può abbandonare a causa di minacce, violenze, coercizione, inganno o abuso di potere.</p>



<p>Il flagello della schiavitù moderna non è stato affatto relegato alla storia. Le stime globali del 2021 indicano che ogni giorno ci sono 50 milioni di persone in questa condizione, costrette a lavorare contro la propria volontà o costrette in un matrimonio forzato. Ciò si traduce in 6,4 persone ogni mille, nel mondo: più di 12 milioni sono bambini, donne e ragazze costituiscono oltre la metà (54%); i numeri maggiori sono nella regione dell’Asia e del Pacifico, negli Stati arabi si registra l’incidenza più alta. Ma nessuna regione, ricca o povera, viene risparmiata.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="622" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg" alt="" class="wp-image-7079" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-1-289x300.jpg 289w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La situazione sembra peggiorare, in parte trainata dalle onde d’urto sociali ed economiche emanate dalla pandemia mondiale di Covid-19 tuttora in corso. Un semplice confronto con le precedenti stime globali indica un aumento di 9,3 milioni di persone in schiavitù moderna nel periodo compreso tra il 2016 e il 2021: entrambe le categorie – lavoro forzato e matrimonio forzato – hanno contribuito all’incremento complessivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="850" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1.jpg" alt="" class="wp-image-7080" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-2-1-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato</h4>



<p>Lavoro forzato, come stabilito nella Convenzione ILO sul lavoro forzato, 1930 (n. 29), si riferisce a “ogni lavoro o servizio che è preteso da qualsiasi persona sotto minaccia di qualsiasi pena e per il quale detta persona non si è offerto volontariamente”. Il lavoro forzato <em>non</em> dipende dal tipo o dal settore, ma solo dal fatto che il lavoro è stato imposto a una persona contro la sua volontà, attraverso l’uso della coercizione. Per essere considerato lavoro forzato ci devono essere entrambi; la mancanza di consenso libero e informato <em>e</em> coercizione al lavoro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panoramica e tendenze</h4>



<p>Secondo le stime globali del 2021, ci sono 27,6 milioni di individui in situazioni di lavoro forzato ogni giorno, 3,5 persone su mille. Donne e ragazze costituiscono 11,8 milioni, più di 3,3 milioni sono bambini.</p>



<p>Il lavoro forzato è cresciuto negli ultimi anni. Tra il 2016 e il 2021 si è registrato un aumento di 2,7 milioni di persone, che si traduce in un aumento dell’incidenza del lavoro forzato dal 3,4 al 3,5 per mille. Si segnala che parte della raccolta dei dati per le stime 2021 è avvenuta prima dello scoppio della pandemia di Covid-19, e pertanto i risultati riflettono solo in parte gli effetti della pandemia. Le stime quindi probabilmente sottostimano la portata dell’aumento.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="664" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1.jpg" alt="" class="wp-image-7081" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-3-1-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Il lavoro forzato interessa tutte le regioni. La ripartizione dettagliata chiarisce che nessuna parte del mondo è risparmiata. L’Asia e il Pacifico ospitano di gran lunga il maggior numero di persone in lavoro forzato, 15,1 milioni: corrisponde a più della metà del totale globale e a più di tre volte quello della regione con il numero più alto, Europa e Asia centrale. Ma questi numeri sono guidati dalla dimensione della popolazione, quindi le classifiche regionali cambiano considerevolmente quando il lavoro forzato è espresso come proporzione della popolazione. Con questa misura, il dato più alto è negli Stati arabi, con il 5,3 per mille, rispetto al 4,4 per mille in Europa e in Asia centrale, al 3,5 per mille nelle Americhe e nelle regioni dell’Asia e del Pacifico, e al 2,9 per mille in Africa.</p>



<p>La maggior parte del lavoro forzato si verifica nell’economia privata. Le stime globali del 2021 tracciano una distinzione tra lavoro forzato imposto da agenti privati e lavoro forzato imposto dallo Stato. Inoltre, all’interno del primo, distinguono tra lavoro forzato in settori <em>diversi </em>dallo sfruttamento sessuale a fini commerciali – di seguito denominato “sfruttamento del lavoro forzato” – e lavoro forzato nello sfruttamento sessuale a fini commerciali. L’86% è imposto da agenti privati: il 63% nello sfruttamento del lavoro forzato e il 23% nello sfruttamento sessuale forzato. Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il restante 14%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="360" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4.jpg" alt="" class="wp-image-7082" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-4-300x270.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>L’aumento complessivo tra il 2016 e il 2021 è stato il risultato del settore privato. Il dato dello sfruttamento del lavoro forzato è aumentato di 1,3 milioni, e quello dello sfruttamento sessuale forzato ha avuto un incremento ancora maggiore: 1,5 milioni.</p>



<p>Il lavoro forzato è una preoccupazione nei Paesi di tutti i livelli di reddito, compresi i più ricchi. La suddivisione per gruppo di reddito nazionale chiarisce che è un problema tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli poveri. In effetti, più della metà di tutto il lavoro forzato avviene in Paesi a reddito medio-alto o alto. I risultati che mostrano una presenza significativa del lavoro forzato nei Paesi a reddito più elevato sono supportati da una serie di altri rapporti, che ne documentano la presenza in settori tra cui agricoltura, lavori domestici, costruzione, pesca e l’industria dello sfruttamento sessuale a fini commerciali, con molti casi che coinvolgono migranti in situazioni di vulnerabilità. Inoltre, i Paesi più ricchi possono essere collegati al lavoro forzato attraverso catene di approvvigionamento globali, anche se il lavoro forzato effettivo si verifica altrove. I rapporti suggeriscono che può verificarsi in particolare nella produzione di materie prime e nei livelli inferiori delle catene di approvvigionamento di beni di consumo destinati ai mercati globali del Nord del mondo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfruttamento del lavoro forzato</h4>



<p>Questa sottosezione riporta i risultati delle stime globali del 2021 sul lavoro forzato imposto privatamente in settori diversi dallo sfruttamento sessuale a fini commerciali. Le stime indicano 17,3 milioni di persone ogni giorno, di cui 1,3 milioni sono bambini. Tra gli adulti, coloro che sono rimasti intrappolati vi sono rimasti per un lungo periodo di tempo: in media 15,4 mesi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Settori economici</h4>



<p>Il lavoro forzato tocca praticamente tutte le aree dell’economia privata. Le stime globali hanno identificato un numero significativo di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato in un’ampia gamma di settori economici. Tra i casi relativi agli <em>adulti</em> di cui si conosceva il tipo di lavoro, i cinque settori che rappresentano la maggior parte del lavoro forzato totale (87%) sono servizi (escluso il lavoro domestico), manifattura, edilizia, agricoltura (esclusa la pesca) e lavoro domestico.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="706" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5.jpg" alt="" class="wp-image-7083" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-5-170x300.jpg 170w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Servizi (escluso il lavoro domestico). Rappresenta la quota maggiore – quasi un terzo del totale e 5,5 milioni di persone in termini assoluti. Questa cifra esclude il lavoro domestico, che è considerato separatamente. Il settore dei servizi comprende un’ampia gamma di attività economiche, tra cui commercio, trasporti, ospitalità e servizi sociali e di altro tipo non di mercato.</p>



<p>Manifattura. Il settore manifatturiero rappresenta quasi un quinto di tutto lo sfruttamento del lavoro forzato degli adulti, circa 3 milioni di persone. La produzione implica la trasformazione di materie prime provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura, dalla pesca e dall’attività mineraria o estrattiva, nonché la trasformazione di altri prodotti manifatturieri in nuovi prodotti. La maggior parte dei casi si verifica nei livelli inferiori di produzione delle catene di approvvigionamento nazionali o globali.</p>



<p>Edilizia. Rappresenta il 16%, 2,6 milioni di persone. Molti casi riguardano lavoratori migranti, le cui situazioni di lavoro forzato derivano da tasse di assunzione estorsive e altre pratiche fraudolente di assunzione tramite intermediari senza scrupoli.</p>



<p>Agricoltura. Coinvolge 2,1 milioni di persone, il 13%. I casi di lavoro forzato agricolo variano ampiamente. Molti riguardano prodotti che costituiscono gli anelli inferiori delle filiere agroalimentari, o altre forme di agricoltura commerciale come la raccolta di frutta e verdura destinata alla vendita nei mercati nazionali o di esportazione. Particolarmente a rischio sono i lavoratori migranti stagionali, assunti tramite intermediari del lavoro informale. Altri casi coinvolgono persone nate in una vita di schiavitù, nella pastorizia di animali o nel lavoro nei campi, a causa della loro classe sociale o di debiti ereditati.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="659" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2.jpg" alt="" class="wp-image-7086" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-6-1-2-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
</div>


<p>Lavori domestici. Più di 1,4 milioni di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato, l’8% del totale, svolgono un lavoro domestico. I lavoratori domestici, la maggior parte dei quali sono donne, sono particolarmente vulnerabili a causa del loro isolamento, dei profondi squilibri di potere con i datori di lavoro e del limitato accesso ai meccanismi di denuncia e alle opportunità di organizzazione. In molti contesti non sono coperti dalle leggi sul lavoro e sulla sicurezza sociale, e questo aumenta la vulnerabilità. Anche le disposizioni restrittive in materia di visti, che spesso legano i lavoratori domestici migranti a un datore di lavoro, possono incrementare la suscettibilità agli abusi, così come lo status di immigrato irregolare, inclusa la mancanza di un visto.</p>



<p>Altri settori. Costituiscono quote minori, ma rappresentano comunque centinaia di migliaia di adulti. Ci sono quasi un quarto di milione di lavoratori costretti a scavare minerali o svolgere altri lavori minerari e di estrazione, e 128.000 pescatori intrappolati a bordo di pescherecci, spesso in acque profonde: un luogo di lavoro caratterizzato da isolamento estremo, pericolosità e lacune nel controllo normativo. Ci sono poi 208.000 adulti costretti a mendicare per strada e 32.000 costretti ad attività illecite.</p>



<p>Donne e uomini differiscono sia per la portata, che per la natura, del loro coinvolgimento nello sfruttamento del lavoro forzato. Complessivamente, il numero di uomini (11,3 milioni) è quasi doppio rispetto a quello delle donne (6 milioni), e differiscono per i settori in cui si trovano. Il lavoro domestico rappresenta il 17% dello sfruttamento del lavoro forzato delle donne, ma solo il 4% di quello degli uomini. Allo stesso tempo, i lavori edili rappresentano il 22% per gli uomini e il 6% per le donne. Gli uomini hanno anche molte più probabilità di essere nelle miniere e nelle cave, sebbene questo settore rappresenti una quota relativamente piccola del lavoro forzato totale per entrambi i sessi. Gli altri settori rappresentano quote più o meno simili.</p>



<p>La composizione dello sfruttamento del lavoro forzato differisce in diversi modi da quella della forza lavoro complessiva. In primo luogo, la quota di migranti è molto più alta. Ci sono anche relativamente più uomini rispetto alla forza lavoro generale. Vi sono ulteriori differenze in termini di suddivisione tra i settori: le persone che lavorano nel lavoro forzato hanno maggiori probabilità di essere nel manifatturiero e nel settore edile, meno probabilità che si trovino nei servizi e nell’agricoltura. Il settore minerario ed estrattivo vede la stessa quota.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato e migrazione</h4>



<p>I lavoratori migranti che non sono protetti dalla legge, o non sono in grado di esercitare i propri diritti, corrono un rischio maggiore di lavoro forzato rispetto agli altri lavoratori. Le stime globali del 2021 indicano che il 15% di tutti gli adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato sono migranti (ossia sono soggetti a lavori forzati in un Paese diverso da quello di nascita). In confronto, nel 2019 i lavoratori migranti internazionali rappresentavano circa il 5% della forza lavoro globale totale: i migranti sono quindi rappresentati in modo sproporzionato nel gruppo dei lavoratori forzati.</p>



<p>L’incidenza dello sfruttamento del lavoro forzato (espresso come quota sul totale dei lavoratori) chiarisce inoltre che è più probabile che i lavoratori migranti, rispetto ai non migranti, siano coinvolti nel lavoro forzato: quasi 14 su mille nell’economia privata, un tasso più di tre volte superiore a quello dei lavoratori non migranti (4,1 su mille).</p>



<p>Sebbene le stime globali del 2021 non mirassero a valutare la prevalenza della tratta per lavoro forzato, è probabile che per molti migranti sottoposti a lavoro forzato vi sia stato un coinvolgimento criminale dei trafficanti nelle prime fasi del loro viaggio, come al momento del reclutamento e dell’agevolazione del viaggio – con l’intento di sfruttarli una volta giunti a destinazione. […] Quando la necessità di spostarsi è sufficientemente acuta o i canali di migrazione regolare sono limitati, individui o famiglie possono ricorrere a rotte migratorie e mezzi di viaggio pericolosi, compresi i valichi di frontiera irregolari. Molti cadono nelle mani di contrabbandieri che mettono in atto pratiche abusive, o di intermediari di reclutamento senza scrupoli che pretendono da loro compensi di assunzione e relativi costi, esacerbando il ciclo del debito e il rischio di abusi. Una volta giunti a destinazione, i migranti possono rimanere vulnerabili al lavoro forzato e alla tratta di esseri umani a causa di barriere linguistiche e culturali, mancanza di informazioni affidabili e reti di supporto, sfide di integrazione economica e sociale, mancanza di accesso ai servizi di base e alla sicurezza sociale, o restrizioni sulla loro capacità di cambiare datore di lavoro o organizzarsi e contrattare collettivamente.</p>



<p>Inoltre, i lavoratori migranti sono spesso impiegati in settori come il lavoro domestico o l’agricoltura, che potrebbero non essere coperti dal codice del lavoro e dove potrebbero esserci altre restrizioni, per esempio al diritto di organizzarsi. Elevati livelli di informalità in tali settori limitano ulteriormente l’accesso alle tutele sul posto di lavoro o ai meccanismi di reclamo. Datori di lavoro, proprietari e fornitori di servizi senza scrupoli possono trarre vantaggio dalla limitata conoscenza delle condizioni locali e dal ridotto potere contrattuale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Involontarietà e coercizione</h4>



<p>Il lavoro forzato comporta situazioni lavorative caratterizzate da due condizioni chiave, tra loro interconnesse. La prima è la mancanza di un consenso libero e informato (cioè l’involontarietà) nell’accettare il lavoro o nell’accettare le condizioni di lavoro; la seconda è l’applicazione di una qualche forma di coercizione, come una sanzione o una minaccia di sanzione, per impedire a un individuo di abbandonare una situazione, o per costringere in altro modo il lavoro. L’assenza di consenso libero e informato e la presenza di coercizione possono verificarsi in qualsiasi fase del processo: al momento dell’assunzione, per costringere una persona ad accettare un lavoro contro la propria volontà, durante l’occupazione, per costringere un lavoratore a lavorare e/o vivere in condizioni che non concorda, o per costringere una persona a rimanere nel posto di lavoro quando desidera lasciarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Condizioni che portano all’assenza di un consenso libero e informato</h4>



<p>Le stime globali 2021 indicano che l’assenza di consenso libero e informato può derivare da una serie di fattori sovrapposti. È più comunemente legato al fatto che i lavoratori si trovano ad affrontare circostanze di lavoro diverse e inferiori a quelle concordate all’inizio del rapporto di lavoro. Nel 51% dei casi di adulti, i lavoratori lavorano involontariamente a causa di orari o straordinari superiori a quelli concordati, e nel 43% perché devono svolgere mansioni lavorative diverse da quelle specificate in fase di assunzione; nel 30% lavorano involontariamente perché la natura del loro lavoro è diversa da quella stabilita e nel 25% perché lavorano per qualcuno diverso dal datore di lavoro concordato.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1.jpg" alt="" class="wp-image-7087" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-7-1-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Altri fattori comuni che danno origine all’assenza di consenso libero e informato riguardano le condizioni di lavoro e le condizioni di vita associate al lavoro. Il 47% lavora involontariamente a causa di salari molto bassi o nulli, il 27% a causa di condizioni di lavoro pericolose e il 23% per le condizioni di vita degradanti sul luogo di lavoro, imposte dal datore di lavoro, dal reclutatore o da altre terze parti.</p>



<p>Il lavoro involontario deriva anche dalle restrizioni alla possibilità di cambiare datore di lavoro (28%) e a causa di debiti verso datori di lavoro, reclutatori o parti correlate (19%). In una quota minore di casi, la mancanza di consenso libero e informato deriva dal dover lavorare a fianco di un familiare che è in lavoro forzato (14%), o perché il lavoro è una condizione per la terra e l’abitazione (10%). Quest’ultimo riguarda in particolare i contratti di mezzadria che richiedono, per esempio, alla moglie e/o ai figli di svolgere lavori domestici affinché la famiglia abbia terra e alloggio. Infine, nell’1% dei casi, l’assenza di consenso libero e informato è legata a situazioni di schiavitù tradizionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tipi di coercizione</h4>



<p>La coercizione è ciò che costringe i lavoratori a lavorare senza il consenso libero e informato. Le stime globali indicano che può assumere molte forme. La trattenuta sistematica e deliberata dei salari è la più comune, utilizzata dai datori di lavoro abusivi per costringere i lavoratori a rimanere in un posto di lavoro per paura di perdere i guadagni maturati. Più di un terzo (36%) degli adulti è soggetto a questa forma di coercizione.</p>



<p>L’abuso di vulnerabilità colpisce circa un adulto su cinque. Questa forma di coercizione coinvolge i datori di lavoro che sfruttano la vulnerabilità dei lavoratori – per esempio, la loro mancanza di opportunità di sostentamento alternative – per costringerli, minacciati dal licenziamento, a svolgere un lavoro che altrimenti rifiuterebbero, o per costringerli a lavorare un numero eccessivo di ore per assicurarsi un salario minimo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="816" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1.jpg" alt="" class="wp-image-7089" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-8-1-1-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>Una percentuale simile di adulti al lavoro forzato, circa un quinto, è costretta sotto minacce dirette. In occasioni più rare, le minacce si estendono anche ai familiari. Circa uno su dieci è costretto a rimanere dall’irrogazione di una sanzione pecuniaria nel caso lasci il posto di lavoro prima di una data di partenza concordata o imposta.</p>



<p>Altre forme di coercizione colpiscono un numero minore, ma non trascurabile, di adulti vittime di sfruttamento del lavoro forzato. Circa il 5% è costretto attraverso la manipolazione del debito – per esempio obbligando le persone a svolgere un lavoro che altrimenti rifiuterebbero sotto minaccia di aumentare il debito che hanno nei confronti del datore di lavoro. Una quota simile è costretta attraverso l’uso dell’isolamento – per esempio, venendo tenuta in un luogo remoto o isolata dai contatti con le famiglie o dalle fonti di assistenza, con la confisca dei telefoni cellulari e l’interruzione di altri mezzi di comunicazione.</p>



<p>I lavoratori migranti che si trovano in situazioni irregolari, reclutati ingiustamente o in contesti di scarsa governance della migrazione, possono subire la coercizione sotto forma di confisca dei loro documenti di identità, che impedisce loro di lasciare un lavoro per paura di perderli. I migranti in situazione irregolare sono anche costretti dalla minaccia di essere denunciati alle autorità o di essere espulsi. Altri adulti so-no soggetti a forme più estreme di coercizione, tra cui violenza sessuale e fisica, reclusione forzata e privazione di cibo, bevande o sonno.</p>



<p>Queste forme di coercizione non si escludono a vicenda. In effetti, la maggior parte di coloro che sono nel lavoro forzato sono soggetti a più forme contemporaneamente.</p>



<p>Le stime globali indicano alcune differenze nei tipi di coercizione affrontati da donne e uomini. Considerando le quattro forme più comuni di coercizione, è più probabile che le donne siano costrette a subire il mancato pagamento del salario e l’abuso di vulnerabilità attraverso la minaccia di licenziamento, e gli uomini le minacce di violenza e le sanzioni pecuniarie. Tra le altre forme di coercizione, le donne hanno maggiori probabilità di subire violenze fisiche e sessuali e minacce contro i familiari, e gli uomini la confisca dei documenti di identità e la minaccia di espulsione e reclusione forzata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Servitù per debiti</h4>



<p>La schiavitù per debiti si verifica quando le persone sono costrette a lavorare contro la loro volontà per ripagare un debito con un datore di lavoro o un reclutatore; oppure quando il debito viene manipolato per costringerle a svolgere compiti di lavoro o ad accettare condizioni di lavoro che altrimenti rifiuterebbero. Tali debiti possono durare anni o addirittura generazioni. Possono essere manipolati in modi che rendono impossibile saldarli.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="664" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1.jpg" alt="" class="wp-image-7090" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/Grafico-ILO-9-1-271x300.jpg 271w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>I fattori che portano alla schiavitù per debiti sono diversi. Shock improvvisi, come la perdita del lavoro, possono obbligare i lavoratori senza risparmi, o senza accesso a mercati del credito formali, a rivolgersi a prestatori predatori, che offrono prestiti a condizioni equivalenti alla schiavitù del debito. Altri, già indebitati, possono essere costretti a offrire il proprio lavoro o quello di un familiare per onorare i propri debiti, quando non sono in grado di farlo con altri mezzi. Altri ancora cadono in schiavitù per debiti a causa di commissioni esorbitanti, salari trattenuti e altre pratiche coercitive di reclutatori o datori di lavoro predatori. I migranti, in particolare, sono suscettibili di dover assumere ingenti debiti per pagare costi esorbitanti relativi al reclutamento e alla migrazione, per assicurarsi lavoro nei Paesi di destinazione. Le forme tradizionali più rare ma persistenti di schiavitù per debiti includono persone nate in schiavitù, attraverso debiti presumibilmente accumulati dai loro antenati.</p>



<p>Un quinto delle persone vittime di sfruttamento del lavoro forzato si trova in situazioni di schiavitù per debiti. Sebbene le stime globali indichino il verificarsi dei casi in tutti i settori, la sua importanza relativa varia considerevolmente: è più importante nel settore minerario, agricolo e delle costruzioni, dove rappresenta rispettivamente il 43%, il 31% e il 27% sul totale di lavoro forzato; nei servizi e nel lavoro domestico è circa un caso su cinque e il 14% nel settore manifatturiero. Altri studi lo indicano in settori specifici tra cui la produzione di mattoni, il tabacco, la pesca, il disboscamento illegale e l’estrazione del legname, la tessitura di tappeti e la produzione di tessuti e indumenti. Le comunità emarginate, le minoranze etniche e religiose e le popolazioni indigene sono tra i gruppi particolarmente a rischio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato dei bambini</h4>



<p>Le stime del 2021 indicano che un totale di 3,3 milioni di bambini si trovano in situazioni di lavoro forzato ogni giorno, pari a circa il 12% di tutti coloro che sono sottoposti a lavoro forzato. E a causa dei vincoli dei dati, questi numeri, già allarmanti, potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. […] Un totale di 1,7 milioni di bambini sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali, costituendo oltre la metà di tutti i bambini nei lavori forzati. Altri 1,3 milioni, pari al 39%, sono vittime di sfruttamento del lavoro forzato. I restanti 0,32 milioni, il 10%, sono soggetti al lavoro forzato imposto dallo Stato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro forzato imposto dallo Stato</h4>



<p>Nelle stime globali, il lavoro forzato imposto dallo Stato viene utilizzato per descrivere varie forme di lavoro forzato imposte dalle autorità statali, da agenti che agiscono per conto delle autorità statali e da organizzazioni con autorità simili allo Stato. È vietato dalla Convenzione ILO n. 29 e 105, fatte salve alcune eccezioni, e ha una serie di caratteristiche generali: 1) c’è una mobilitazione del lavoro che utilizza apparati statali tra cui l’esercito, la polizia, la magistratura e il sistema carcerario; 2) questi apparati statali agiscono in conformità con il diritto nazionale che è in contrasto con le Convenzioni ILO, o rimangono incontrastati nell’imporre il lavoro forzato in violazione del diritto nazionale e internazionale; 3) non c’è modo di uscirne perché il lavoro forzato è imposto dallo Stato stesso.</p>



<p>Si stima che nel 2021 circa 3,9 milioni di persone si trovassero in lavori forzati imposti dallo Stato. Più di tre su quattro (78%) sono maschi, l’8% sono bambini. Alla base di queste cifre aggregate, vi sono una serie di diverse categorie. Oltre la metà (56%) riguarda una qualche forma di abuso del lavoro carcerario obbligatorio: 1) quello imposto per interessi privati, svolto sia da detenuti in istituti a gestione privata che da detenuti di carceri pubbliche; 2) il lavoro forzato imposto alle persone in custodia cautelare o amministrativa; 3) i casi connessi all’imposizione del lavoro a persone incarcerate per reati politici non violenti, per disciplina del lavoro, per partecipazione non violenta a scioperi, o come mezzo di discriminazione. L’abuso di coscrizione nei servizi militari rappresenta il 27%. Il restante 17% riguarda l’obbligo di lavorare al fine di promuovere lo sviluppo economico nazionale – le persone costrette a lavorare in eccesso rispetto ai normali obblighi civici – o coloro obbligati a svolgere servizi comunali che eccedono la natura e la portata di queste attività, come consentito dalle norme ILO. I riscontri del regolare sistema di supervisione degli organi di controllo dell’ILO, dimostrano chiaramente che il lavoro forzato imposto dallo Stato persiste in tutte le regioni del mondo. […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Abuso del lavoro carcerario obbligatorio</h4>



<p>Il lavoro coatto in carcere può essere imposto solo ai detenuti che soddisfano determinate condizioni: devono essere condannati per un reato in un tribunale dopo un giusto processo, ma non per un reato politico non violento, per violazione della disciplina del lavoro, per la partecipazione non violenta agli scioperi, o come mezzo di discriminazione razziale, sociale, nazionale o religiosa. Inoltre, il lavoro stesso deve essere supervisionato da enti pubblici e non deve essere riservata a privati, aziende o associazioni, a meno che non siano soddisfatte alcune condizioni aggiuntive. […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro obbligatorio per le persone in detenzione amministrativa</h4>



<p>Il lavoro obbligatorio non può in nessun caso essere imposto alle persone in detenzione amministrativa. Una violazione comune è l’imposizione del lavoro coatto a coloro che sono detenuti dalle forze dell’ordine, ma non sono destinati a essere processati, perché hanno commesso “reati minori” – quelli non sufficientemente gravi per essere perseguiti penalmente ma qualificati per la “rieducazione”.</p>



<p>Altri casi riguardano l’imposizione del lavoro obbligatorio ai detenuti nei centri istituiti per tossicodipendenti, mendicanti, prostitute, vagabondi, bambini di strada e altri gruppi emarginati, sempre apparentemente per scopi rieducativi o riabilitativi. In Bielorussia, per esempio, le persone che soffrono di alcolismo cronico, tossicodipendenza o abuso di sostanze possono essere inviate ai centri di lavoro medico, dove hanno l’obbligo di lavorare. Altri esempi includono il Mozambico, dove persone identificate come “improduttive” o “antisociali” possono essere arrestate e inviate a centri di rieducazione, o assegnate a settori produttivi; e la Repubblica Democratica del Congo, dove le persone possono essere arrestate e giudicate da un tribunale per vagabondaggio o accattonaggio, e costrette a lavorare. Nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, l’OHCHR riferisce di persone sottoposte a lavori forzati nei “campi di addestramento” di lavoro (<em>rodong</em><em>danryondae</em>) mediante un procedimento amministrativo senza processo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro obbligatorio per le persone in custodia cautelare</h4>



<p>L’imposizione del lavoro alle persone in custodia cautelare prima della loro condanna si verifica in un certo numero di Paesi (per esempio, Repubblica Democratica Popolare di Corea). Molti Stati non specificano per legge se il lavoro obbligatorio può essere imposto durante il periodo pre-processuale, lasciando un’area d’ombra legale che consente alle amministrazioni carcerarie di sottoporre al lavoro i detenuti in attesa di processo. Altri Paesi prevedono esplicitamente per legge che il lavoro obbligatorio può essere imposto anche prima che un giudice indipendente abbia confermato la detenzione (per esempio Repubblica Democratica del Congo). Gli effetti di queste carenze legali si aggravano in contesti in cui sistemi giudiziari sovraccarichi provocano periodi prolungati di custodia cautelare.</p>



<p>In alcuni Paesi, le leggi sulla detenzione preventiva vengono utilizzate per imprigionare a tempo indeterminato attivisti e dissidenti politici, mescolarli alla popolazione carceraria e sottoporli a lavori forzati come prigionieri. I casi esaminati dal CEACR includono Cambogia, dove il lavoro carcerario obbligatorio può essere imposto a rappresentanti di ONG, membri sindacali e difensori dei diritti umani che sono tenuti in custodia cautelare per lunghi periodi di tempo; Azerbaigian, dove il lavoro carcerario obbligatorio può essere imposto a giornalisti, attivisti dei social media e attivisti politici dell’opposizione che esprimono dissenso o critiche; e Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove esiste una continua criminalizzazione dei movimenti sociali e l’imposizione del lavoro carcerario obbligatorio a oppositori politici e dissidenti.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto (tradotto, traduzione a cura di Paginauno) dal Rapporto <em>Global Estimates of Modern Slavery. Forced Labour and Forced Marriage</em>, ILO, Walk Free e IOM, 12 settembre 2022, pubblicato sotto diritti Creative Commons Attribution 4.0 International License. “Questa traduzione non è stata creata dall’ILO, Walk Free o IOM e non deve essere considerata una traduzione ufficiale dell’ILO, Walk Free o IOM. ILO, Walk Free e IOM non sono responsabili del contenuto o dell’accuratezza di questa traduzione. Questo è un adattamento di un’opera originale dell’ILO, Walk Free e IOM. La responsabilità per i punti di vista e le opinioni espresse nell’adattamento spetta esclusivamente all’autore o agli autori dell’adattamento e non sono approvati da ILO, Walk Free o IOM.”</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>18 settembre, Firenze, GKN: la potenza di un Collettivo di fabbrica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/18-settembre-firenze-gkn-la-potenza-di-un-collettivo-di-fabbrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[GKN]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5510</guid>

					<description><![CDATA[Una chiamata a “insorgere”: un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni è riuscito, in appena due mesi, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li><li><em>(pubblicato online il 26 settembre 2021)</em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>U<a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"></a>na chiamata a “insorgere”: un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni è riuscito, in appena due mesi, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo</p></blockquote>



<p>“La nostra famiglia non è solo la nostra fabbrica, la nostra famiglia è tutto il territorio, sono tutti gli ex licenziati che sono venuti a darci solidarietà, sono le precarie e i precari di questo Paese, le partite IVA, le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo&#8230;”</p>



<p>Dario Salvetti è un delegato RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) dello stabilimento italiano della multinazionale britannica GKN. Insieme ai suoi compagni di lavoro, la mattina del 9 luglio riceve via email la comunicazione dello smantellamento del sito produttivo e dell’avvio di una procedura di licenziamento collettivo. Ma l’azienda ha fatto male i calcoli. Gli operai reagiscono, entrano in fabbrica e iniziano una lotta che li vede raccogliere giorno per giorno un sostegno e una solidarietà sempre più allargate. Organizzati sul modello dei consigli di fabbrica degli anni ‘70, arrivano a convocare per il 18 settembre una manifestazione nazionale per le vie di Firenze. Il grido che li accompagna è “Insorgiamo”, il motto della Resistenza fiorentina. All’appello rispondono migliaia di persone, più di 20.000.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fortezza</h4>



<p>Fortezza da Basso, Firenze. È all’incirca l’ora di pranzo quando gli operai della GKN cominciano a radunarsi nei giardini della Fortezza, e mancano ormai poco più di due ore alla partenza della manifestazione. Arrivano in piccoli gruppi e subito iniziano a organizzarsi, a ripetersi passo passo i dettagli di quello che hanno preparato. Maglietta blu per tutti i lavoratori, pettorina viola per il servizio d’ordine e arancione per gli addetti alla sicurezza. Non è la prima manifestazione che organizzano da quando hanno ricevuto l&#8217;email che annunciava il licenziamento: nell’ultima, il 24 luglio, erano circa 7.000 davanti allo stabilimento di Campi Bisenzio. Ma sanno che questa volta i numeri saranno diversi, che la mobilitazione sarà nazionale, perché da giorni stanno ricevendo adesioni da diverse parti d’Italia. </p>



<p>“La nostra famiglia non è solo la nostra fabbrica&#8230;” afferma Dario Salvetti al Ri-Make di Milano il 6 settembre, durante una delle assemblee in giro per l’Italia in cui hanno raccontato la loro storia e chiamato alla manifestazione del 18, e pezzi di quella famiglia si presentano alla fortezza, puntuali. Ci sono i lavoratori Texprint di Prato, quelli della Piaggio di Pontedera, dell&#8217;Alitalia, gli operai della Sanac di Massa Carrara, della Whirlpool di Napoli, della Embraco di Torino e immancabile la &#8216;Rimaflow fabbrica recuperata&#8217; di Milano, Trezzano; ci sono i gruppi politici e sindacali del territorio, la Fiom e i sindacati di base, gli studenti delle scuole di Firenze e gruppi organizzati provenienti da tutta Italia, con macchine e pullman partiti – tra gli altri – da Milano, Venezia, Torino, Genova, Roma, Ancona, Taranto.</p>



<p>Camminando tra la folla che si raggruppa al concentramento ci si fa un’idea piuttosto chiara: la partecipazione è sicuramente ampia, ma è anche piuttosto settoriale, ha mosso per lo più realtà già politicizzate, per lo meno tra chi viene da fuori. Un fatto di cui i lavoratori hanno piena consapevolezza: “Attorno a GKN c’è un’attenzione nazionale” continua Salvetti al Ri-Make, “ma è un’attenzione nazionale che ha risvegliato solo il ceto politico e sindacale della sinistra radicale. Ancora siamo lontani dal fatto che GKN sia un caso che interessa le masse di questo Paese”. Solo localmente, per ora, la vertenza GKN è riuscita ad arrivare a un buon numero di persone senza bandiera, che sono pronte a scendere in piazza al fianco dei lavoratori perché si riconoscono nella loro lotta. “A livello locale è un movimento di massa, nell’accezione classica del termine: abbiamo con noi le lavoratrici e i lavoratori del commercio, i vigili del fuoco, l’ANPAS, settori della chiesa e delle parrocchie, i circoli tennistici, i circoli scacchistici&#8230; Abbiamo con noi un intero territorio insorto in nostra difesa”.</p>



<p>Sono le tre. Il ritmo dei tamburi sembra scandire il conto alla rovescia, mentre i cori intonati nei megafoni rimbalzano da una parte all’altra del concentramento. Monta l’attesa, mancano pochi minuti alla partenza del corteo. Nel cuore della fortezza, <em>questa</em> massa è pronta a partire. Un gruppo di donne, in cerchio, canta e batte le mani. Indossano una maglietta arancione con scritto <em>Insorgiamo con i lavoratori GKN</em>. “Siamo le mogli!” dice una. Cantano un coro che fino a sera fluirà per il corteo in movimento, crescendo nelle voci a migliaia, come un’onda che prende forza man mano che avanza e si mangia il mare: “&#8230;e non c’è resa, non c’è rassegnazione, ma solo tanta rabbia che cresce dentro me. Occupiamola, fino a che ce ne sarà…”.</p>



<p>Sì, perché gli operai della GKN quel 9 luglio la fabbrica l’hanno occupata, e sono in presidio permanente da allora.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collettivo di fabbrica</h4>



<p>GKN è una multinazionale britannica leader nei settori aerospaziale e automobilistico. Il compartimento automotive dell’azienda impiega 27.500 lavoratori in 51 sedi distribuite in 20 Paesi, tra cui l’Italia, poco fuori Firenze, a Campi Bisenzio. Qui vengono prodotti i semiassi destinati alle automobili fabbricate in Italia da Stellantis, il gruppo nato dalla fusione tra Fiat Chrysler e PSA, che costituiscono circa l’85% delle commesse. Un prodotto che continua a essere necessario anche in questa fase di transizione <em>green</em> del capitalismo che, nel settore automobilistico, punta sempre di più sui veicoli ibridi ed elettrici.</p>



<p>Nel 2018 GKN attraversa un periodo di flessione economica ed entra nel mirino del fondo d’investimento Melrose Industries, società che imposta il proprio business sull’acquisizione di aziende in difficoltà da rendere nuovamente appetibili sul mercato ai fini di una futura rivendita. È esattamente quello che ha intenzione di fare con GKN: fiuta l’affare e con un’offerta da 8 miliardi di dollari prende il controllo dell’azienda.</p>



<p>Sul sito di Melrose campeggia il motto “Buy, Improve, Sell”, compra, risana, vendi. “Sostanzialmente vuol dire licenziamenti, taglio del personale e chiusura degli stabilimenti”, sottolinea Matteo Moretti, altro delegato RSU di GKN presente al Ri-Make il 6 settembre. “Hanno iniziato in Germania, poi hanno annunciato la chiusura dello stabilimento inglese e poi sono arrivati a Firenze”. Nonostante tutto il settore produttivo automotive legato a Stellantis in Italia non attraversi un periodo particolarmente florido – anche a causa della &#8216;rivoluzione verde&#8217; e al rallentamento della fornitura di componenti dalla Cina, come spiegano i lavoratori – la fabbrica di Campi Bisenzio non è un’azienda in crisi, anzi. “Non abbiamo fatto un solo giorno di cassa integrazione e nell’ultimo anno e mezzo circa” continua Moretti, “l’azienda ha fatto investimenti considerevoli nel reparto di assemblaggio semiassi, aumentando l’automazione con la tecnologia 4.0. Eravamo in una fase di rilancio dello stabilimento, o almeno questo era quello che l’azienda ci faceva credere”.</p>



<p>È venerdì 9 luglio quando GKN concorda con i lavoratori un giorno di ferie e la chiusura anticipata della fabbrica, proprio in ragione del rallentamento produttivo generale degli stabilimenti. Si riapre lunedì, li aspetta un fine settimana più lungo del solito. Nessuno di loro immagina che quel lunedì non arriverà. Poco dopo le 10 di mattina, via email l’azienda comunica la chiusura definitiva dello stabilimento e il licenziamento collettivo. Circa 500 lavoratori si trovano senza più nulla, da un giorno all’altro. Doveva essere un giorno di mare, sarà invece il primo giorno di lotta. Si danno immediatamente appuntamento davanti ai cancelli e, in non molto, riescono a entrare. Da quel momento prendono fisicamente il controllo della fabbrica. “Abbiamo una squadra di lavoratori che sorveglia tutto il perimetro dello stabilimento” prosegue Moretti al Ri-Make, “7 giorni su 7, 24 ore su 24. Da allora siamo in assemblea permanente, abbiamo votato un regolamento e tutte le decisioni vengono prese insieme. Ce la siamo ripresa, ora la <em>bambina </em>la stiamo curando noi”.</p>



<p>Probabilmente questa storia non sarebbe mai stata possibile se gli operai non avessero alle spalle un percorso maturato negli anni. Anni di confronti, di unità, di lotte. Una reazione così rapida e organizzata arriva per forza da più lontano. “Nei nostri primi anni in fabbrica assistevamo a divisioni sindacali interne basate sulla tessera che si aveva in tasca, una divisione che dal vertice delle organizzazioni si rifletteva poi anche tra i lavoratori. Durante le assemblee si arrivava a uno scontro vero e proprio. Quando noi siamo diventati RSU ci siamo detti che quello scontro non doveva essere nostro, che non avrebbe fatto parte della nostra azione sindacale. Per vincere quelle divisioni abbiamo fatto un patto: decidere sempre e comunque con la nostra testa e portare avanti una linea comune. Quel modo di lavorare è stato l’embrione del Collettivo di fabbrica, che oggi porta avanti la nostra lotta.” </p>



<p>La struttura sindacale interna in GKN vede al suo vertice l’assemblea generale dei lavoratori e una RSU composta da 7 delegati e un RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza). Annualmente la RSU nomina, su approvazione dell’assemblea generale, 12 delegati di raccordo distribuiti nei vari reparti di produzione, sul modello dei consigli di fabbrica degli anni ‘70. In aggiunta, gli operai della GKN hanno costituito un gruppo aperto a tutti i lavoratori che consente alla RSU e ai delegati di raccordo di approfondire, fuori dall’orario di lavoro, le questioni discusse in assemblea: è questo il Collettivo di fabbrica, un luogo di confronto che di norma conta intorno alle 40-50 presenze.</p>



<p>Questo modo di operare ha permesso al Collettivo di conquistare una grande credibilità tra i lavoratori e una forza contrattuale considerevole nella discussione sindacale: “Dal 2008 abbiamo cominciato a prendere la fabbrica in mano: attraverso la lotta e l’organizzazione interna, per esempio, abbiamo fatto in modo che da noi, e in tutte le ditte in appalto, la modifica dell’articolo 18 non valga: il riferimento è ancora l’articolo 18 degli anni ‘70. Ci ispiriamo proprio alle forme rappresentative di quegli anni. Quando Melrose è arrivata qui ha trovato questo tipo di organizzazione, cosa che non è accaduta negli altri stabilimenti GKN”.</p>



<p>Da qui è partita la chiamata a “insorgere” del 18 luglio: da un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni che è riuscito, appena due mesi dopo, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Unire le lotte</h4>



<p>“Tutti gli operai devono stare davanti!” Il corteo parte quando sono passate da poco le tre e mezza. Alcuni lavoratori in maglietta blu si sono attardati tra la folla festante e vengono richiamati dai loro compagni. Immediatamente, come piccole gocce di mercurio che si ritrovano, ricompongono il blocco di testa. È uno scandire incessante di tamburi e di canti. Davanti a tutti, protetto da due cordoni del servizio d’ordine, il Collettivo di fabbrica. Cantano, urlano, battono le mani, trascinano quella marea ordinata che avanza dietro di loro. A separarli dal resto del corteo è il gruppo di donne in maglia arancione: si tengono per mano, quasi a voler saldare l’unione tra il gruppo di testa e la folla al seguito. Man mano che avanza, il corteo si aspetta. Divora l’asfalto, poi si ferma, riparte. Canta e si ascolta cantare. Sembra riprendere fiato. Procede compatto sotto gli occhi dei passanti che si affacciano ai lati, che applaudono, che incitano, che vogliono testimoniare il loro sostegno.</p>



<p>Appena uscito dai giardini della Fortezza, il corteo si dirige verso viale Strozzi, uno dei viali di Circonvallazione che attraverserà nel percorso: un tributo dichiarato, simbolico, alla manifestazione no-global tenutasi in occasione del Social Forum di Firenze del 2002, quando più di mezzo milione di persone da tutto il mondo si riversarono nelle strade della città. Poco più avanti, superata la via adiacente al binario 16 della stazione di Santa Maria Novella, il percorso imbocca un sottopasso. Le pause si fanno più lunghe, quasi fosse quel luogo a richiederlo. Nel tunnel illuminato dal rosso dei fumogeni, un coro si prende la scena, lo stesso che si cantava al ritrovo, quello che fin dal primo giorno accompagna la lotta del Collettivo di fabbrica. Isolati tra le pareti del tunnel lo cantano tutti, e lo cantano insieme: “Occupiamola, fino a che ce ne sarà…” Le voci prendono sempre più forza, tra i lavoratori qualcuno piange e si abbraccia: in quella frazione di spazio in cui il tempo sembra sospeso, la famiglia la sentono addosso.</p>



<p>La manifestazione avanza, tra canti, fumogeni, ancora altri cori. A metà percorso si ferma, alcuni lavoratori prendono la parola e tutti osservano un minuto di silenzio per l’ennesimo operaio morto in fabbrica, la sera prima in un&#8217;azienda di Campi Bisenzio. Il corteo prosegue fino ad arrivare a piazzale Michelangelo, capolinea della manifestazione, intorno alle 20. Il numero esatto di partecipanti è impossibile da stabilire: il Collettivo comunica 40.000 persone, mentre la cronaca del giorno dopo parlerà di 20.000. Sia come sia, la manifestazione arriverà a dispiegarsi lungo un intero chilometro.</p>



<p>Nel piazzale, il corteo si raggruppa ai piedi di un piccolo palco. A chiudere la giornata un messaggio che arriva forte e chiaro: è ora di unire le lotte, di lavorare insieme per creare una contrapposizione reale, un movimento di massa che combatta per i propri diritti di lavoratori. “Noi non siamo una lotta minoritaria, non ci interessa far polemica di bottega, non ci interessa segnare il punto nel dibatto politico. Per noi questa visibilità è un onere, non è un onore”, scandisce Salvetti del Collettivo di fabbrica. “Però alla fine è semplice: se ci sono delle vertenze in crisi le si uniscono, se ci sono delle lotte le si coordinano, le si convoca nella stessa piazza. È semplice. Se hai una manifestazione come questa ti chiedi anche se non sia arrivato il momento di convocare lo sciopero generale, prima regionale e poi nazionale e di unire le vertenze. È questa la domanda che rimane sospesa a ogni organizzazione politica e sindacale di questo Paese: lo sciopero generale, se non ora quando?”</p>



<p>Intanto, a due giorni dalla manifestazione, il Tribunale del Lavoro di Firenze ha accolto il ricorso presentato dalla Fiom contro i licenziamenti collettivi che sarebbero scattati il 22 settembre, stabilendo che l’azienda ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori (condotta antisindacale) non avendo posto in essere “le procedure di consultazione e confronto” con il sindacato come invece previsto anche da un accordo aziendale del luglio 2020. Per ora le lettere di licenziamento sono state bloccate, quindi. Se questo si rivelerà solamente un modo per far calmare le acque e giungere comunque al licenziamento e alla chiusura, oppure se sia il primo passo verso un finale ancora da scrivere, lo capiremo presto.</p>



<p>“La mobilitazione continua perché non c&#8217;è salvezza fuori dalla mobilitazione” è stata la risposta del Collettivo di fabbrica alla sentenza, “e perché ci sono trent&#8217;anni di attacchi al mondo del lavoro da cancellare. Stiamo imparando tante cose in questa lotta. Iniziamo anche a masticare qualcosa di finanza. E quindi, fossimo un azionista PLC Melrose inizieremmo a pensare che forse i nostri soldi non sono proprio in buone mani. Inizieremmo a diversificare il portafoglio. È una semplice opinione, sia chiaro. Noi non siamo azionisti del resto. Siamo gli operai GKN. E questo è quanto. Noi non giochiamo in Borsa. Facciamo semiassi. E insieme a tutti voi, noi insorgiamo.”</p>



<p>E due giorni dopo, il 24 settembre, i lavoratori GKN erano a Roma a manifestare accanto ai lavoratori Alitalia.</p>
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		<item>
		<title>24/7. Il capitalismo all&#8217;assalto del sonno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/24-7-il-capitalismo-allassalto-del-sonno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:25:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[24/7: economia digitale, produttività e bisogni biologici: costruire un’umanità sub specie delle macchine utile a un inarrestabile processo operativo]]></description>
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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Virginia Benenati</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>24/7: economia digitale, produttività e bisogni biologici: costruire un’umanità <em>sub specie </em>delle macchine utile a un inarrestabile processo operativo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Non pare senza ragioni avvalerci, per questo contributo, del titolo del libro di Jonathan Crary, pubblicato per la prima volta nel 2013, in lingua originale, <em>24/7. Late Capitalism and the Ends</em> <em>of Sleep</em>. Invero, il professore di <em>Modern Art and Theory </em>alla Columbia University di New York s’incarica di trattare, in maniera diffusa, i danni – lascito sempre più oneroso dell’odierno capitalismo – perpetrati a detrimento dei nostri bisogni primari, uno su tutti, quello fisiologico di dormire. Il suo lavoro è pertanto ben rappresentativo della nostra epoca, e si può considerare una delle più oculate analisi degli ultimi anni: ci si dispiega davanti ai nostri occhi una molteplicità di implicazioni di fronte a una routine sempre più stringente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Produttività continua e ininterrotta</h4>



<p>Se Internet ci avesse reso più stupidi se lo domandava Nicholas Carr nell’ormai lontano 2010. Che Internet ci stia trasmutando, in maniera tanto capillare quanto inesorabile, in esseri i cui organismi mal conciliano i loro bisogni naturali e afferenti alla biosfera (sonno, protezione, calore, ecc.) con le esigenze di mercato, in senso lato, ce lo disvelano, senza mezzi termini, autori eterogenei tra loro, il cui background spazia dalla sociologia, alla storia dell’arte, alla filosofia, al giornalismo. Günther Anders, nel 1956 (in <em>L’uomo è antiquato volume I, </em>Bollati Boringhieri), osservando la proliferazione incontrollata di radio, televisori ecc., notava sapientemente come “i nostri bisogni non sono ormai altro che le impronte e le riproduzioni dei bisogni delle merci stesse”. L’autore tedesco è abile, già negli anni Cinquanta, a sottolineare l’estensione e la coappartenenza tra la sfera dei consumatori e quella dei produttori. Esse sembrano sempre più inestricabilmente interconnesse, tanto che ciascuno di noi indossa i panni ora degli uni ora degli altri, senza soluzione di continuità. Non senza una vena ironicamente contestatrice, egli tratteggia la figura, allora sempre più in voga, del “lavoratore a domicilio”. Si tratta del lavoratore-consumatore che, non soltanto non viene retribuito per il tempo diligentemente trascorso davanti agli schermi della televisione e del cinema e con l’orecchio sempre teso all’ascolto di qualche <em>réclame </em>(che, letteralmente, reclama la sua attenzione), ma che, anzi, paga egli stesso con l’acquisto di apparecchi e prodotti. Anders si spinge oltre, in <em>L’uomo è antiquato volume II </em>(Bollati Boringhieri), arrivando a prefigurare un futuro per così dire 24/7, in cui ognuno di noi oscilla senza tregua tra il ruolo di lavoratore e quello di consumatore, interpretandoli in alternanza.</p>



<p>La notte, in particolare, diviene indicativa ed emblematica del potere d’un capitalismo incapace d’arrestarsi. Le prime tattiche di invasione del sonno vengono immaginate dall’autore portate a effetto per il tramite di segnali acustici subliminali, capaci di penetrare nel sonno e di rifornire l’uomo con offerte (<em>Angebote</em>), durante i suoi momenti di abbandono.</p>



<p>Quello che Anders non poteva prevedere è la realtà dell’oggi, in cui siamo sì lavoratori virtualmente attivi, ma non solo in relazione alla consumazione, bensì anche alla produzione. Crary pare recuperare, riaggiornandolo, il medesimo filone argomentativo. Giacché l’ambito professionale (come tutti gli altri, del resto) è dominato dall’avanzare tecnologico, i nostri impulsi si rivelano essere quasi una sorta di escrescenza delle macchine. Crary, nel suo <em>24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno</em> (Einaudi) – questo il titolo in italiano – s’addentra in una critica al capitalismo sfrenato e scriteriato, i cui effetti maggiormente deleteri sono ravvisabili in una sfida – piuttosto impari – tra una soffocante bulimia di prodotti, da una parte, e l’indifeso baluardo di certi nostri bisogni viscerali, dall’altra. “Dietro la vacuità del facile slogan, il 24/7 rappresenta una forma di sovrabbondanza statica che rinnega ogni legame con il tessuto di ritmi e scansioni periodiche dell’esistenza umana. È basato su uno schema rigido e arbitrario”, non si perita di asseverare l’autore. Il libro si presta anche a considerazioni di carattere più squisitamente filosofico, dal momento che le questioni investono la sfera dei nostri desideri, della loro abile manipolazione, e altresì delle ricadute sul piano sociologico. Necessari, certo, almeno per ora, ma in funzione delle macchine stesse, non nostra. </p>



<p>Finanche sul bisogno di dormire – che è quanto di più fisiologico e vitale possiamo concepire (non a caso, come ci ricorda lo stesso Crary, la privazione del sonno è un antico strumento di tortura, così efficace da essere praticata fino ad anni recenti) – la ricerca scientifica sta attuando prove e indagini. Nell’incipit del testo troviamo, a tal proposito, l’esempio del passero dalla corona bianca. Questo volatile ha una peculiare capacità: rimane in stato di veglia per un’intera settimana durante la migrazione. Avvalendosi di questa facoltà, il passero non rimane mai inoperoso. Di notte è in grado di volare seguendo la rotta, mentre di giorno può dedicarsi alla ricerca del cibo, senza essere afflitto dal bisogno di riposare. Fin dalle le prime, avvincenti pagine, veniamo informati riguardo agli studi, sovvenzionati dal dipartimento della Difesa americano, riguardanti tali uccelli. Lo scopo della ricerca, lungi dall’avere a che fare con interessi meramente etologici, è interamente teso ad altro. Il segreto che ci s’ingegna di carpire verte sul modo in cui può risultare possibile “un’astensione completa dal sonno e al contempo un funzionamento produttivo ed efficiente”. Ecco il principio – che si sta avvicinando a un comandamento – del 24/7, di una produzione incessante e senza tregua, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Come possiamo rendere le persone utili a un tale, inarrestabile, processo operativo? Quali caratteristiche esse debbono modificare? Senza alcun riguardo all’eco di bisogni primordiali, come il riposo e il sonno (e mille altri, che è facile pensare compromessi), ciò che viene richiesto a gran voce è un’umanità <em>sub specie </em>delle macchine. Ciò che prima era riconosciuto palesemente come un evidente supplizio (la privazione del sonno), oggi diviene un merito o un vanto, e presto potrebbe assurgere a dovere.</p>



<p>La tesi è facilmente suffragata dalle evidenze empiriche provenienti dal mondo del lavoro, come si premura di osservare, tra gli altri, il documentario <em>Take your pills</em> di Alison Klayman, del 2018. Raccogliendo svariate e diverse testimonianze – tra studenti del college, professionisti dello sport, della finanza, dell’informatica, e così via – ivi si giunge ad asserire che “esiste una cultura che dice: devi lavorare sedici ore al giorno, sette giorni su sette”. Ciascuno, s’insiste a più riprese, ambisce a essere <em>quella </em>persona; in grado di non stancarsi mai, di procedere indefessamente nel proprio lavoro. Il caso del sonno è, a un tempo, fattuale e paradigmatico. In atto, difatti, pare esserci un’abdicazione di massa alla premura verso bisogni e urgenze reali, eminentemente umani. Ciò su cui invece si fa leva sono le apparecchiature e i servizi digitali, nella loro veste sia di oggetto del desiderio, sia di germinatori di pseudobisogni ed esigenze per cui essi vengono visti come l’unica soluzione possibile. Non è incidentale notare, insieme a Günther Anders, Jonathan Crary, a Nicholas Carr (non solo in <em>Internet ci rende stupidi?</em> ma anche in <em>La gabbia di vetro. Prigionieri dell’automazione, </em>Edizioni Cortina), Nicola Zamperini (<em>Manuale di disobbedienza digitale, </em>Castelvecchi) e ad altri, come vi sia in atto una omogeneizzazione sempre crescente di quelle che, una volta, erano aree dell’esperienza nettamente distinte e separate. Rimanendo in Italia, il giornalista Davide Mazzocco nel suo <em>Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo </em>(D Editore) denuncia, senza ambagi, l’asservimento più o meno volontario a cui ci sottoponiamo inconsapevoli, in quanto utenti assidui dei social network, nei confronti di aziende come Facebook.</p>
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