John Q. di Nick Cassavetes, il sistema sanitario statunitense e l’omicidio a dicembre dell’amministratore delegato di UnitedHealthcare
New York, 4 dicembre 2024. L’omicidio di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, succursale di UnitedHealth Group – colosso statunitense nel settore delle assicurazioni, con un valore di mercato di 519 miliardi di dollari, quasi il doppio di Coca-Cola – da parte di Luigi Mangione, riporta il dibattito pubblico sul tema della sanità, con particolare riferimento agli USA, unica nazione nel mondo sviluppato a non prevedere una copertura universale; un modello, tuttavia, che tende a imporsi anche ad altri Paesi occidentali, secondo la logica neoliberista delle privatizzazioni, col risultato che ricevere delle cure adeguate cessa di essere un diritto di tutti per diventare privilegio di pochi.
I dati parlano chiaro. Secondo un articolo del 2023, pubblicato su Salute Internazionale, nel 2021 il 58% dei debiti negli Stati Uniti era causato da spese sanitarie (1). Cifre ribadite da Il Post che, in aggiunta, cita un’analisi condotta nel 2022 dalla radio NPR e dal sito di notizie indipendente KFF Health News, secondo cui a essere afflitti da tali debiti sarebbero cento milioni di americani – quasi un terzo della popolazione – il 20% dei quali certi di non riuscire mai a saldarli del tutto (2). Proprio la prospettiva di trovarsi indebitati spinge buona parte della popolazione a evitare i controlli di routine, rischiando così di aggravare, se presenti, i propri problemi di salute. Risultato: a fronte di una spesa sanitaria enorme, corrispondente al 17,3% del Pil e destinata a salire al 19,7% entro il 2032 (3) – di gran lunga la più alta a livello globale, quasi il triplo della media dei Paesi OCSE – gli Stati Uniti restano la nazione “con i peggiori risultati in termini di mortalità e morbosità generali e specifiche, con un’attesa di vita significativamente più bassa […] e con una qualità generale di vita analogamente inferiore, confermandosi come un preoccupante paradosso nel panorama sanitario globale” (4). Un paradosso che diventa comprensibile, se si considera l’enorme costo del sistema assicurativo privato, in aggiunta a quello dei farmaci, non calmierato dallo Stato. Gli unici programmi pubblici sono Medicare e Medicaid, dedicati, tuttavia, solo a specifiche categorie di beneficiari: il primo agli anziani con più di sessantacinque anni di età, il secondo alle fasce della popolazione considerate più fragili (famiglie sotto la soglia di povertà, donne incinte, disabili ecc.). I cittadini statunitensi sono dunque costretti ad affidarsi alle compagnie private di assicurazione per sperare di coprire i costi spesso esorbitanti delle cure – compagnie il cui scopo principale non è certo la tutela della salute, bensì il profitto. Com’è facile intuire, si tratta di un modello che esaspera all’estremo la dinamica del ricatto sociale, a prescindere dal fatto che sia il singolo individuo a farsi direttamente carico degli oneri assicurativi oppure l’azienda per cui lavora. In questo contesto, la riforma proposta da Obama nel 2010 e, dopo la prima parentesi trumpiana, rilanciata da Biden – riforma divenuta celebre con il nome di Obamacare – ha certamente svolto una funzione mitigante, pur non mettendo in discussione i princìpi alla base del sistema: essa prevedeva, tra le altre cose, che le compagnie assicurative non potessero più negare i loro programmi a persone con particolari patologie; un incentivo fiscale per comprare le polizze sanitarie; l’obbligo per le aziende con più di cinquanta assunti di contribuire alle spese mediche dei loro salariati. Oggi è probabile che nemmeno queste timide manovre sopravvivano al nuovo mandato di Trump, il quale ha addirittura dichiarato la volontà di procedere a tagli sui programmi Medicare e Medicaid (5).
D’altra parte, sul fronte della ricerca gli USA rappresentano un’eccellenza: è qui che si raggiungono le maggiori innovazioni in campo medico-sanitario; è qui che si trovano le strutture ospedaliere più all’avanguardia in termini di attrezzature e preparazione del personale. Eppure, per come è organizzato il sistema a stelle e strisce, il frutto di tale lavoro e sapere collettivi resta una merce, appannaggio solo di chi ha la possibilità economica di permettersene l’acquisto; e questo in un Paese in cui la sperequazione è sempre stata particolarmente forte, con un indice di Gini – il coefficiente che calcola le disuguaglianze sociali in una scala compresa tra 0 e 100, dove il primo numero indica una perfetta ripartizione della ricchezza tra tutti i membri di uno Stato e il secondo l’intero ammontare delle sostanze nelle mani di un singolo individuo – che nel 2022 si attestava al 41,3% (6). Intendiamoci: fuori dai pronto soccorso non si lascia morire nessuno – nemmeno negli Usa. Tuttavia, salvo i casi tutelati dall’Emergency Medical Treatment and Labor Act, una volta curato, al paziente sarà presentato il conto; e, se per una qualsiasi ragione, la sua assicurazione sanitaria non dovesse coprire l’infortunio – o il degente ne fosse addirittura sprovvisto – sarà lui, privato cittadino, a doversi fare carico delle spese ospedaliere; le quali ammontano spesso e volentieri a cifre inarrivabili per i più, se si considera che solo un viaggio in ambulanza può arrivare a costare mille dollari – motivo per cui chi non ha subìto traumi troppo violenti sceglie solitamente di recarsi in taxi al pronto soccorso (7). Come spiega il personaggio di Steve (Kevin Connolly) – un infermiere – nel film John Q (2002) di Nick Cassavetes nel contesto di una digressione sul giuramento di Ippocrate, secondo cui i medici sono deontologicamente obbligati a intervenire per curare i malati a prescindere dalla condizione economica e sociale di questi ultimi: “Simili porcate succedono continuamente: le ambulanze portano la vittima di un incidente, e quando in amministrazione si accorgono che non può pagare, la rimandano al mittente. […] Certo, ci sono le leggi, ma c’è anche il modo di aggirarle. Noi dobbiamo solo stabilizzare i pazienti. Dopodiché siamo a posto”.

Il lavoro di Cassavetes presenta tanti punti di contatto con il caso di Mangione quante differenze, a partire dalla diversa estrazione sociale di John Quincy Archibald (Denzel Washington) – l’operaio protagonista del film, oppresso dai debiti – e dell’uccisore di Brian Thompson. Quest’ultimo, infatti, appartiene all’alta borghesia, ha frequentato scuole prestigiose e la sua radicalizzazione politica prende ideologicamente le mosse da Ted Kaczynski – meglio conosciuto come Unabomber, l’attentatore che tra il 1978 e il 1996 inviò diversi pacchi bomba che causarono la morte di tre persone e ne ferirono oltre venti – il cui libro-manifesto La società industriale e il suo futuro era stato definito ‘preveggente’ da Mangione in un commento su Goodreads; inoltre, la particolare avversione verso le assicurazioni sanitarie parrebbe dovuta all’esperienza diretta avuta con queste ultime a causa di gravi problemi alla schiena, per quanto, ribadiamo, Mangione non appartenga certo alla classe più colpita dall’organizzazione made in Usa del settore medico-ospedaliero (8). Eppure il suo gesto ha avuto una fortissima eco proprio tra i ceti meno abbienti – un appoggio popolare che già di per sé denuncia la violenza sistemica alla base di tutti i rapporti sociali negli Stati Uniti, rispetto alla quale non sembra restare altra strada che opporre altra violenza, secondo il principio newtoniano per cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Ed è appunto ciò che dimostra anche il film di Cassavetes.
Quando a Micheal (Daniel E. Smith) – figlio di John e Denise Quincy Archibald (Kimberly Elise) – viene diagnosticata un’insufficienza cardiaca per cui l’unica soluzione per evitarne la morte sarebbe un trapianto di cuore, vengono immediatamente alla luce tutte le storture del sistema sanitario a stelle e strisce. Innanzitutto Rebecca Payne (Anne Heche) – amministratrice dell’ospedale dal nome particolarmente evocativo, dal momento che paine in inglese significa dolore – informa i genitori del bambino che il costo dell’operazione è di 250.000 dollari, cifra che dovrebbe essere coperta interamente dall’assicurazione di John. Senonché la direzione della fabbrica per cui egli lavora ha cambiato compagnia assicurativa all’insaputa dei suoi dipendenti: ora ne hanno una più economica, la nuova formula non prevede più una copertura totale, ma è basata sulle ore lavorative effettuate. Solo venti settimanali nel caso di John – e non certo per sua scelta. A causa della recessione di cui sentiamo George W. Bush blaterale in televisione già all’inizio del film e della sempre più spiccata tendenza a delocalizzare il lavoro industriale in Messico – del resto, siamo nel 2002, e la globalizzazione sta già iniziando a mietere le sue vittime – gli operai sono costretti a un part-time forzato, col risultato che adesso l’assicurazione sanitaria copre le spese per un tetto massimo di 20.000 dollari, nemmeno un decimo dei soldi che occorrerebbero a John e Denise per salvare la vita al proprio figlio. In precedenza, John aveva anche provato a cercare un altro impiego: inutilmente. A prescindere dalla violenza intrinseca del sistema sanitario statunitense, per cui se non hai un lavoro e/o un patrimonio all’altezza ti viene negata la possibilità di ricevere delle cure adeguate – e vale la pena sottolineare che, in base a un’indagine statistica del 2023, l’8,3% della popolazione statunitense, più di ventisette milioni di persone, non disponeva ancora di un’assicurazione medica a fronte di un tasso di disoccupazione di appena il 3,4% (9) – a prescindere da tutto ciò, dicevamo, Cassavetes ci tiene a sottolineare fin dall’inizio che il protagonista del suo film non è certo uno a cui piace restare con le mani in mano e neppure un radicale, come potrebbe essere definito Mangione. Egli, al contrario, è la classica brava persona, se per ‘brava persona’ si intende uno che è sempre stato ligio alle regole e la cui priorità è la pace e il benessere della propria famiglia. Ma in un Paese come gli Stati Uniti non bastano l’impegno e la buona volontà, checché ne dicano tutti gli ottusi e/o ipocriti sostenitori dell’american dream. Il campo dei possibili (Sartre) per chi nasce in una situazione di povertà ed emarginazione resta sempre drammaticamente circoscritto. Ed è degno di nota, da questo punto di vista, il fatto che gli Archibald siano afroamericani, una delle categorie più colpite dall’organizzazione sanitaria e sociale degli USA, con un’aspettativa di vita che nel 2020 si attestava a settant’anni – sette in meno rispetto alla popolazione bianca (10). Del resto: “Nel 2018 Deaton aveva stimato che la percentuale degli americani in condizione di povertà assoluta non era diversa da quella di Paesi arretrati come il Nepal e la Sierra Leone” (11).
Nel lavoro di Cassavetes, il cinismo alla base di un simile sistema è reso con particolare evidenza nel personaggio di Rebecca Payne, al quale abbiamo già accennato, per quanto alla fine si assista nel suo caso a una vera e propria redenzione (a dire il vero, poco credibile sul piano narrativo). Se, come accade negli Stati Uniti – e come tende ormai a imporsi anche al resto del mondo occidentale – un ospedale viene considerato alla stregua di un’azienda, la prima preoccupazione di chi amministra quell’ospedale non può che essere il profitto. Il concetto di paziente cede il posto a quello di cliente. E i clienti possono essere ‘buoni’, come la coppia evidentemente danarosa con cui vediamo il primario Raymond Turner (James Woods) interagire scherzosamente in una scena emblematica in rapporto al tema della sperequazione e delle differenze di trattamento che questa comporta; oppure ‘pessimi’, addirittura insolventi, come gli Archibald. Ecco perché Rebecca Payne considera il loro caso un conto cash. Non potendo offrire nessuna garanzia, poiché anche Denise, avendo appena iniziato a lavorare come commessa, è sprovvista di assicurazione sanitaria, per inserire il nome del figlio su una lista di potenziali riceventi per una donazione di organi, la coppia dovrebbe pagare un anticipo di 75.000 dollari in contanti. Non solo: anche tenere Michael in ospedale comporta delle spese da saldare sempre in contanti. Come si vede, il fatto che sia in gioco una vita umana – peraltro quella di un bambino – sembra essere l’ultimo dei problemi per Rebecca Payne, la quale arriva addirittura a parlare di ‘altre soluzioni’ in riferimento all’eventuale dimissione di Michael dalla struttura in attesa che la patologia faccia il suo corso: una vera e propria condanna a morte.
John fa di tutto per ottenere i soldi necessari: vende praticamente tutti i suoi averi, chiede prestiti agli amici, organizza una colletta in chiesa. Ma quel che riesce a ottenere sono solo briciole in confronto all’enormità della cifra che gli occorrerebbe. A questo punto, quando la minaccia di dimettere il figlio dall’ospedale si fa sempre più pressante, messo con le spalle al muro, non gli resta che una strada da percorrere: quella della violenza. Egli, fino a quel momento una persona gentile e sensibile, il classico individuo apparentemente incapace di fare male a una mosca, dovrà attingere a quell’energia psichica e morale che corrisponde all’archetipo del Guerriero negli studi dell’antropologo junghiano Joseph Campbell, inerenti alla teoria del monomito, secondo cui tutti i miti di tutti i popoli in qualsiasi epoca presentano dei tratti fondamentali in comune; teoria che tanta fortuna ha avuto negli studi hollywoodiani, alla base di praticamente tutto il cinema statunitense (12). Il che viene sottolineato a livello simbolico dalla scena in cui, poco prima di irrompere nell’ospedale armato di pistola, John siede nella camera del figlio con le pareti tappezzate di poster a tema body building – disciplina di cui Michael è appassionato. Il piano è prendere in ostaggio parte del personale e dei pazienti del pronto soccorso – a cominciare dal primario Raymond Turner – in modo da costringere Rebecca Payne a inserire il nome di Michael sulla lista per la donazione di organi. La situazione che si crea assume così una connotazione quasi teatrale, nel senso che vediamo vari personaggi, estremamente diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale, chiusi in un unico ambiente, mentre all’esterno la polizia, i giornalisti e una folla di curiosi si assiepano attorno all’ospedale. Prima che l’assedio abbia inizio, tuttavia, giunge un’ambulanza con un ferito grave da arma da fuoco, vittima di una rapina, che John accetta di accogliere, costringendo Raymond Turner a operarlo gratuitamente. Evidente il riferimento al personaggio di Robin Hood: per quanto le motivazioni di John siano prettamente personali, egli non è cieco di fronte alle necessità degli altri pazienti, tanto che arriverà addirittura a liberare una coppia per permettere alla donna incinta di ricevere un’assistenza adeguata in relazione a quello che si prospetta un parto complesso. Motivo per cui, al netto della paura iniziale suscitata dalla sua irruzione nell’ospedale, John si attrae presto le simpatie di quasi tutti i suoi ostaggi. Unica eccezione, il personaggio di Mitch (Shawn Hatosy), un individuo squallido, il quale aveva accompagnato la propria compagna in pronto soccorso in quanto vittima di un’incidente stradale – questa almeno la versione ufficiale. In realtà, risulta presto chiaro che egli l’aveva picchiata – e nemmeno era stata la prima volta. Sarà proprio Mitch a cercare di sopraffare John armato di un bisturi, piano che fallirà, tuttavia, proprio per l’intervento della ragazza. Ma anche un orologio rotto segna l’ora giusta almeno due volte al giorno. Ammanettato a un calorifero, dopo il tentativo non riuscito di eliminare John, egli si esibirà in uno sfogo che, a prescindere dal punto di vista meschinamente borghese e qualunquista – nonché ipocrita, considerata la sua spiccata inclinazione alla violenza nei confronti delle donne – ha comunque il merito di evidenziare, seppur sul piano orizzontale, una delle principali problematiche della società statunitense: “Che Paese, porca miseria! Non puoi mettere piede in un posto, senza che ti rapinino o ti ammazzino o ti accoltellino. Ragazzini che sparano ai compagni di scuola, scippatori… Io non entro più nemmeno all’ufficio postale ormai”. Verticalizziamo l’analisi: naturalmente la violenza negli Stati Uniti è diffusa a ogni livello della società, non ultimo quello della ‘strada’, ma si tratta di una questione strutturale, legata cioè un’economia basata sul privilegio e la competizione; una guerra di tutti contro tutti, dove, per citare le parole di James Palumbo (David Thornton), un amico di John, non esistono i valori, ma solo il Valore, quello del denaro.
Riportando di nuovo questo tema all’ambito sanitario, risulta illuminante la spiegazione data dall’infermiere Steven sul perché a Michael non sia stata diagnosticata in precedenza la sua patologia, nonostante i genitori gli abbiano sempre fatto svolgere tutti i controlli di routine: “Tu hai un’HMO, giusto? Le HMO pagano i medici per non fare gli esami, è il loro modo di tenere bassi i costi. Mettiamo che Michael avesse bisogno di un esame in più e l’assicurazione abbia detto che non lo copriva: il dottore tiene la bocca chiusa, e a Natale l’HMO manda al dottore un bell’assegno premio coi fiocchi”. Precisiamo: HMO è un acronimo che sta per Health Maintenance Organization, Organizzazione per il Mantenimento della Salute. Si tratta di un piano assicurativo che dovrebbe garantire al cliente una copertura di base, ma comprende allo stesso tempo diverse limitazioni, prima tra tutte il fatto di avere come unico punto di riferimento l’ambulatorio prescelto. Tale modello richiede generalmente che i pazienti si affidino a un medico di base all’interno della rete di fornitori dell’HMO e ricevano cure esclusivamente da quei fornitori, a meno che non vi sia una situazione di emergenza. Trattamenti successivi da parte di ospedali o specialisti richiedono il consenso della struttura HMO.
Torniamo al film: ovviamente anche quanto accade fuori dall’ospedale ha fondamentale importanza in relazione alla trama e ai contenuti. Il rapporto conflittuale tra il tenente Frank Grimes (Robert Duvall) e il capo della polizia Gus Monroe (Ray Liotta), in particolare, evidenzia ulteriori vizi congeniti dell’american way of life – prima tra tutte la vuotezza della retorica legata alla meritocrazia. Infatti, per quanto Grimes sia un poliziotto decisamente più bravo e preparato di Monroe – seppur contraddistinto da un certo cinismo – egli, ormai vecchio, non ha fatto carriera, almeno non ai livelli del collega, ancora relativamente giovane, forse perché meno incline a sorridere davanti alle telecamere. È, ancora una volta, la società dello spettacolo di Guy Debord a fare capolino nell’ossessione di Monroe per i media – e nei media stessi. Per il giornalista Tuck Lampley (Paul Johannson), in particolare, l’atto disperato di John si traduce semplicemente nell’occasione di realizzare uno scoop e godere della fama che ne deriva. Quell’atto disperato, ma assolutamente autentico – umano – subisce così un processo di alienazione particolarmente significativo, venendo ridotto al rango di semplice notizia, ovvero una merce. Il che la dice lunga sulla capacità del Capitale di sussumere qualsiasi cosa, persino tutto ciò che potrebbe costituire una critica o un attacco diretto allo status quo (13).
Ne è un fulgente esempio il caso di Mangione, non solo per la risonanza che ha avuto sui media – inevitabile – ma anche per tutto il merchandising che è stato prodotto a riguardo: magliette, cappellini, felpe col cappuccio per celebrare l’attentatore di Brian Thompson, riassorbito dal sistema a livello di icona pop. A prescindere dalla scarsa credibilità del personaggio – ribadiamo, Mangione viene dall’alta borghesia e, oltre a ciò, il suo posizionamento politico è abbastanza confuso – invece di ragionare seriamente sulle questioni strutturali alla base di un simile gesto, si preferisce esaltare l’eroe o condannare il folle, a seconda dei punti di vista. E questo accade a ogni livello della società in quanto la forma mentis capitalistica nella sua fase consumista tende a plasmare gli individui in una maniera realmente totalitaria, come mai aveva fatto qualsiasi altro totalitarismo nel corso della Storia. Nel film di Cassavetes, questo tema emerge in maniera lampante nel discorso di Frank Grimes a proposito della folla di sostenitori che John si è attratto fuori dall’ospedale – scena che rimanda, tra l’altro, alla situazione pressoché identica, seppur sviluppatasi nel contesto di una rapina in banca, raccontata dal film Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet, ispirato a una storia vera: “A questa gente pensi gliene importi di te? Se ne fregano! Tu sei solo il caso del momento”.
A questo punto sono già successe molte cose: il piano di Monroe di far introdurre un poliziotto nell’ospedale attraverso un condotto di areazione in modo da eliminare John è fallito, e l’agente è stato rispedito al mittente, legato mani e piedi, alla condizione che Michael – ormai incosciente – sia trasportato sul suo letto dal reparto di cardiologia al pronto soccorso in cui si trova barricato il padre. Il piano di John adesso prevede di suicidarsi per donare il proprio cuore al figlio: entrambi condividono, infatti, lo stesso gruppo sanguigno. A condurre l’operazione dovrebbe essere il dottor Raymond Turner – anch’egli protagonista di una vera e propria redenzione, ma più plausibile di quella di Rebecca Payne in quanto dovuta al fatto di essere stato molto tempo a contatto con John e averlo conosciuto meglio sul piano umano. Per l’amministratrice dell’ospedale, invece, sembrerebbe essere bastato un breve incontro con Denise – e poi il colpo di grazia morale, ovvero assistere alla diretta ottenuta da Lampley e la sua troupe, hackerando le apparecchiature della polizia, collegate a una telecamera all’interno del pronto soccorso; diretta in cui si vede John parlare in lacrime al telefono con la moglie. Quella che all’inizio doveva essere solo una mossa strategica, assicurare a John che il nome del figlio sarebbe stato inserito nella lista – senza, tuttavia, farlo davvero – si traduce in una promessa effettivamente mantenuta. Ma nemmeno questo basta di per sé. Per salvare la vita a Michael, occorrerebbe l’apporto immediato di un donatore.
Torniamo così alle scene iniziali del film: un’immagine panoramica descrive il percorso di un’automobile lungo una strada immersa in un paesaggio collinare, una chiara citazione all’apertura di Shining (1980) di Kubrick, altro film che riflette, sul piano allegorico, sulla violenza sistemica degli Stati Uniti. Alla guida c’è una ragazza dal viso significativamente angelico, la quale, a causa di un sorpasso avventato, si trova coinvolta in un incidente mortale. È già evidente dove Cassavetes vuole arrivare: ovviamente il gruppo sanguigno della vittima è lo stesso di Michael. Inizia così una corsa contro il tempo per portare il suo cuore al bambino in modo da praticare il trapianto – un vero e proprio conto alla rovescia già sottolineato a livello simbolico dalle ripetute inquadrature sul monitor dell’apparecchio che misura la pressione sanguigna di Michael, sempre più bassa, mano a mano che il film procede. Alla fine, tutto si risolve nel migliore dei modi. Non solo il cuore della ragazza arriva in tempo, permettendo così a John di abbandonare il proposito di sacrificarsi per il figlio: al processo per il crimine commesso cadono gran parte delle accuse, complice il fatto che, in realtà, la pistola di John era sempre stata scarica. Egli dovrà scontare al massimo tra i due e i cinque anni di carcere per rapimento e sequestro di persona. Un finale quantomeno stucchevole, come stucchevoli risultano i ripetuti accenni – espliciti o meno – all’intervento di una Provvidenza divina. Al netto di ciò e dell’improbabile redenzione di Rebecca Payne, il lavoro di Cassavetes – un vero e proprio thriller sociale – presenta l’indubbio merito di aver denunciato il disgustoso cinismo alla base del sistema sanitario made in Usa. Senonché, come abbiamo accennato più volte nel corso dell’articolo, si tratta di un modello che tende sempre più a travalicare i confini degli Stati Uniti.
Naturalmente in Europa non siamo ancora in balìa delle compagnie assicurative: almeno sulla carta, la sanità resta un diritto alla portata di tutti. Eppure oltre trent’anni di politiche economiche neoliberiste hanno ridotto il settore pubblico ai minimi storici, come, del resto, la pandemia da Covid-19 aveva già ampiamente dimostrato in maniera drammatica. Carenza di posti letto e materiale medico, personale estenuato dalla logica della competitività e della produttività e perciò esposto a un vero e proprio ‘danno morale’, sono alcune delle conseguenze di una generale capitolazione ai diktat del mercato, da cui il nostro Paese, in particolare, non risulta certo immune. Secondo Primo Buscemi, autore del già citato articolo su Salute Internazionale: “Anche il sistema sanitario italiano, pur molto differente sotto certi aspetti [da quello statunitense, n.d.a.], non è risparmiato dai problemi causati dal cieco perseguimento del profitto. Nel settore delle specializzazioni mediche, ad esempio, si osserva una competizione sfrenata per accedere alle specializzazioni più redditizie e un alto tasso di abbandono del corso di specializzazione per specialità che, pur essendo centrali per il funzionamento del servizio sanitario pubblico, risultano meno remunerative. Da un’analisi condotta nel 2022 sui contratti ‘abbandonati’, ovvero quei contratti per i quali il medico assegnatario ha riprovato il concorso di specializzazione l’anno successivo per cambiare corso, risulta che ben il 61% delle borse di specializzazione in Medicina d’Emergenza sono state abbandonate. Ancora più scandalosa la questione dei ‘gettonisti’, cioè quei medici a cui le aziende sanitarie pubbliche ricorrono attraverso convenzioni con cooperative per garantire alcuni servizi essenziali, fra cui quelli del pronto soccorso, che offrono poco o nulla in termini di supporto ai servizi in cambio di costi elevatissimi. In un recente articolo di Quotidianosanità, Claudio Maria Maffei ha persino parlato di una ‘mutazione antropologica’ che sta interessando una parte della classe medica, usando un termine pasoliniano per descrivere la disaffezione nei confronti del lavoro pubblico e il rischio di adesione a una medicina orientata al guadagno personale e governata dalle logiche di mercato. I fenomeni a cui stiamo assistendo in Italia non sono solo il prodotto di scelte soggettive, ma sono il risultato di politiche che favoriscono scelte di vita individualiste e orientate al profitto e non difendono la dignità del lavoro e della persona nei settori più a rischio, come accade quotidianamente nei nostri Pronto Soccorso” (14). Del resto, con una spesa sanitaria pubblica del 6,2% – percentuale inferiore sia rispetto alla media OCSE del 6,9%, sia rispetto a quella europea del 6,8% – nel 2023 l’Italia si collocava solo al sedicesimo posto tra gli Stati membri dell’Ue e all’ultimo tra i Paesi del G7 (15). Risultato: i tempi di attesa per esami e operazioni chirurgiche – anche urgenti – si allungano sempre più. Chi vuole ricevere cure adeguate e tempestive, avendo la possibilità economica di farlo, si affida al privato. Dimodoché anche in Italia, come negli Stati Uniti, risulta lampante la suddivisione su base classista tra una sanità di serie A e una sanità di serie B.
La questione è enorme e si pone all’interno di un’irriducibile dicotomia tra la vita e la merce, laddove quest’ultima dimostra in maniera eclatante la sua coincidenza sostanziale con la sfera del Thanatos. Non per niente, nel mito di Asclepio, figlio di Apollo e Arsinoe, oppure Apollo e Coronide, a seconda delle versioni, divinità greca della medicina – mito che presenta molti punti di contatto con quello di Prometeo – si narra che, quando ancora egli era mortale, fu fulminato da Zeus, preoccupato dal fatto che il sapere condiviso dal semidio con gli esseri umani avrebbe minacciato la fede di questi ultimi nei numi dell’Olimpo. Oggi il potere di Zeus – la classe dominante che ha fondato il proprio privilegio sullo sfruttamento e la sopraffazione dei più – sembra quantomai inattaccabile. Eppure ci si domanda come, a simili livelli di sperequazione, un sistema del genere possa reggere sul lungo periodo. A prescindere dal suo essere stato finora un caso isolato e dalle contraddizioni che lo caratterizzano su diversi piani, il gesto di Mangione può essere benissimo interpretato nei termini di una nemesi: è la morte stessa che si ritorce contro coloro che ne sono i principali ‘produttori’ – peraltro consapevoli, come dimostrano le linee guida condivise da tutte le società di assicurazione, sintetizzate nel motto Deny, Delay, Depose (Negare, Ritardare, Deporre), riportato sui bossoli dei proiettili sparati dall’attentatore, che si tradurrebbe nella consuetudine di negare risarcimenti agli ammalati, ritardarli il più possibile e difendersi in tribunale per evitare i pagamenti. Pratica in cui la UnitedHealthcare è sempre stata particolarmente ‘efficiente’, con un tasso di rifiuti del 32%, il più alto tra le principali compagnie assicuratrici (16).
Mala tempora currunt, è il caso di dirlo. Eppure, se leggiamo il mito di Asclepio in chiave metaforica, esso contiene un barlume di speranza. Infatti, per placare l’ira di Apollo per il trattamento riservato al figlio, Zeus, alla fine, è costretto a ‘resuscitare’ Asclepio e divinizzarlo nella forma di una costellazione. Quell’archetipo corrispondente a una pulsione di vita, che è la vita stessa contrapposta al dominio della merce in ogni settore dell’esistenza – un dominio necrofilo – è ancora presente negli esseri umani, potenzialmente in grado di tradursi in un’azione politica, economica, sociale. Anche se oggi è difficile pensarlo; anche se oggi tutto pare muoversi nella direzione opposta e sembra impossibile arrestare il processo; anche se oggi è mezzanotte nel secolo (17).
1) https://www.saluteinternazionale.info/2023/05/medicina-e-profitto-negli-usa/
2) https://www.ilpost.it/2024/12/13/come-funziona-sanita-stati-uniti/
4) https://www.saluteinternazionale.info/2013/01/la-cattiva-salute-degli-americani/
5) https://www.vanityfair.it/article/donald-trump-politica-sanitaria-preoccupa-medici-americani
6) https://data.worldbank.org/indicator/SI.POV.GINI?name_desc=false&year_high_desc=false
7) https://www.ilpost.it/2024/12/13/come-funziona-sanita-stati-uniti/
8) https://www.ilpost.it/2024/12/10/luigi-mangione-omicidio-brian-thompson-new-york/
9) https://www.ilpost.it/2024/12/13/come-funziona-sanita-stati-uniti/
11) Ibidem
12) Vedi Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, e Christopher Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino Editore
13) Cfr. Iacopo Adami, Spector ergo sum, Paginauno n. 88, ottobre 2024
14) https://www.saluteinternazionale.info/2023/05/medicina-e-profitto-negli-usa/
16) https://www.ilpost.it/2024/12/13/come-funziona-sanita-stati-uniti/
17) Cit. da Victor Serge, Se è mezzanotte nel secolo, Fazi editore

