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	<title>Economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 02 Nov 2025 18:27:22 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>L’influenza di Big Crypto nelle elezioni statunitensi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici]]></description>
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</blockquote>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici</em></p>
</blockquote>



<p><em>I</em><em>l 23 gennaio Trump firma l’ordine esecutivo</em><em> Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology (1), con cui apre la strada </em><em>alle criptovalute. Premettendo che “il settore delle risorse digitali svolge un ruolo cruciale</em><em> nell’innovazione e nello sviluppo economico negli Stati Uniti, nonché nella leadership interna</em><em>zionale della nostra nazione”, l’atto intende</em><em> “proteggere e promuovere la capacità dei singoli cittadini e delle entità del settore privato di </em><em>accedere e utilizzare per scopi legittimi reti</em><em> blockchain pubbliche e aperte senza persecuzioni, inclusa la capacità di sviluppare e distribui</em><em>re software, di partecipare all’estrazione e alla convalida, di effettuare transazioni con altre</em><em> persone senza censura illegittima e di mantene</em><em>re l’autocustodia delle risorse digitali”. Contemporaneamente, l’ordine presidenziale è la</em><em> pietra tombale sul progetto di dollaro digitale emesso dalla FED e, in generale, sull’utilizzo all’interno degli Stati Uniti di qualsiasi valuta digitale nazionale: si legge infatti esplicitamente l’intenzione di “adottare misure per proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti, anche vietando l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di una CBDC all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti”. Ciò non significa che gli USA, come Stato, si auto-escludono dalle monete digitali, anzi. L’executive order specifica infatti la volontà di “promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di stablecoin legali e legittime basate sul dollaro in tutto il mondo”. In soldoni – è il caso di dirlo – cosa sta mettendo in piedi Trump?</em></p>



<p><em>Sintetizzando, si può affermare che il neoeletto Presidente statunitense chiuda la porta del mercato delle criptovalute alle banche centrali – </em><em>e dunque alle istituzioni pubbliche – e lasci</em><em> campo libero ai soli privati</em><em>. Mettendo una pietra al collo, di fatto, anche all’idea di un euro digitale, da tempo accarezzata dalla BCE. Una delle peculiarità delle valute a controllo centrale, ma digitali, sarebbe infatti la interoperatività a livello internazionale (euro digitale con </em><em>dollaro digitale con yuan digitale ecc.), che</em><em> l’amministrazione Biden aveva promosso; ma se ora il dollaro, valuta di riferimento mondiale per le transazioni finanziarie e commerciali, viene a mancare, è chiaro che l’interno sistema perde di senso. Trump dunque sceglie </em><em>stablecoin ancorate al dollaro, emesse da società private, per inserire gli Stati Uniti nel mondo delle valute digitali e così preservare, a suo avviso, il dominio dollarocentrico. Non è, come è evi</em><em>dente, una decisione di poco conto. Significa iniziare a intaccare il monopolio statale della moneta.</em><em> Difficile non intravedervi il pensiero</em><em> anarco-capitalista (2), così diffuso nell’ambiente Tech che ha sostenuto Trump nella corsa elettorale.</em></p>



<p><em>Il 6 marzo, con un altro ordine esecutivo (3), il Presidente USA istituisce una “riserva strategica di bitcoin”, nella previsione di ampliarla ad altre criptovalute al fine di “stabilire una riserva di asset digitali degli Stati Uniti”. Al momento nel conto andranno “tutti i bitcoin detenuti dal Dipartimento del Tesoro che sono stati definitivamente confiscati come parte di procedimenti penali o civili [&#8230;] o in soddisfazione di qualsiasi sanzione pecuniaria civile imposta da qualsiasi Dipartimento esecutivo o agenzia”; ciò non toglie che “il Segretario del Tesoro e il Segretario del Commercio svilupperanno strategie per acquisire ulteriori bitcoin governativi, a condizione che tali strategie siano neutrali per il bilancio e non impongano costi incrementali ai contribuenti degli Stati Uniti”. La società di dati blockchain Arkham Intelligence, che tiene traccia dei grandi portafogli di criptovalute, stima che le attuali disponibilità del governo USA sommino oltre 198.000 Bitcoin (4): al valore di metà marzo, parliamo di circa 17 miliardi di dollari. In sé non è una cifra importante, ma anche in questo caso è la decisione a essere peculiare: una criptovaluta emessa da privati entra tra le riserve di uno Stato. E tra gli addetti ai lavori – pur registrando addirittura delusione perché Trump ha, per ora, negato la possibilità che gli Stati Uniti acquistino bitcoin sul mercato, limitandosi a quelli già confiscati in procedimenti giudiziari – già si immaginano altri Paesi istituire riserve di bitcoin, con ciò che può comportare in termini di crescita per il settore privato delle cripto: “Con l’espansione delle riserve, l’infrastruttura</em> <em>per i servizi finanziari Bitcoin dovrà seguire, tra cui soluzioni di portafoglio, framework di regolamento on-chain e binari più forti tra Bitcoin e sistemi fiat. La riserva segna un cambiamento nel ruolo di Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale, da attività speculativa a strumento di riserva macroeconomica legittimo e riconosciuto” (5).</em></p>



<p><em>Il punto da focalizzare, tuttavia, è che</em><em> Trump non è solo. Sempre più figure politiche in corsa alle ultime elezioni statunitensi, trasversalmente tra Repubblicani e Democratici, hanno espresso valutazioni positive sulle criptovalute, spesso modificando la posizione criti</em><em>ca precedentemente assunta. Secondo un Re</em><em>port di </em><em>Public Citizen uscito ad agosto scorso, </em>Big Crypto, Big Spending<em>, le società di cripto hanno fortemente influenzato la tornata elettorale per il Congresso, spendendo milioni di dollari per sostenere o attaccare i candidati a favore o contrari. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati rilevanti, da noi aggiornati a marzo 2025, con tabelle a cura di Paginauno. Il nodo centrale da non perdere di vista, continuando a osser</em><em>vare ciò che accade nell’incrocio tra Stato e mercato, è quanto il settore tech stia conqui</em><em>stando a grandi falcate territori un tempo ontologicamente monopolio di Stato (6), con il potere che ne deriva.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alle ultime elezioni statunitensi le società di criptovalute hanno investito molto denaro per far sì che la regolamentazione del settore diventi una questione prioritaria per i candidati. Il maggior beneficiario dei versamenti aziendali è stato Fairshake PAC, un super PAC che a giugno 2024 ha raccolto 202,9 milioni – diventati 260 a dicembre 2024 – la maggior parte dei quali proviene da imprese del settore&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Lobby nell’Unione europea. L’industria chimica e la proposta che vuole vietare i PFAS</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lobby-nellunione-europea-lindustria-chimica-e-la-proposta-che-vuole-vietare-i-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[salute umana]]></category>
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					<description><![CDATA[Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue</p>
</blockquote>



<p><em>23.000 siti contaminati da PFAS solo in Europa, con 20 stabilimenti di produzione e oltre 2.100 siti considerati “hotspot PFAS”. Ma ciò che ormai sappiamo è che i PFAS sono ovunque. P</em><em>erfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) sono una classe di sostanze chimiche </em><em>utilizzate fin dagli anni Quaranta per realizzare rivestimenti e prodotti resistenti al calore, all’olio, alle macchie, al grasso e all’acqua. Oggi si trovano in migliaia di prodotti o semilavorati, dagli impermeabili alle pentole, dai cosmetici ai frigoriferi, dagli schermi degli smartphone alla vernice murale, dai mobili ai condizionatori d’aria. P</em><em>ersistono nell’ambiente e si bioaccumulano negli esseri umani e negli animali. L</em><em>a Health and Environment Alliance ha collegato l’esposizione ai PFAS al cancro ai reni e ai testicoli, all’ipertensione e alla preeclampsia, alle malattie della tiroide, ai danni al fegato, al ridotto peso e dimensioni del neonato alla nascita, a effetti sul sistema immunitario e all’alterazione ormonale. Dodici società dominano il mercato: 3M, AGC Inc., Ar</em><em>chroma, Arkema, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, Honeywell, Merck Group, Shandong Dongyue Chemical e Solvay (1). “Le</em><em> aziende sapevano che i PFAS erano «altamente tossici se inalati e moderatamente tossici se ingeriti» già nel 1970, quarant’anni prima della comunità di sanità pubblica” documenta una ricerca uscita su PubMed a giugno 2023 (2), “e hanno utilizzato diverse strategie per influenzare la scienza e la regolamentazione, in particolare sopprimendo la ricerca sfavorevole e distorcendo il discorso pubblico; strategie che si sono dimostrate comuni al settore del tabacco e dei prodotti farmaceutici”.</em></p>



<p><em>Il 14 gennaio scorso Corporate Europe Observatory esce con </em>Chemical reaction. Inside the corporate fight against the EU’s PFAS restriction<em>, di cui pubblichiamo qui uno stralcio con traduzione a cura di Paginauno (3). Il documento denuncia dettagliatamente le azioni delle lobby legate al settore dei PFAS, mirate a non fare approvare la normativa Ue che propone la totale abolizione della produzione, della vendita e dell’utilizzo dei PFAS in Europa; contemporaneamente, mostra quanto questa pressione stia avendo successo, in particolare sulla Commissione europea, la quale è passata dal promuovere “un ambiente privo di inquinamento da PFAS” al chiedere una maggiore “chiarezza” sulla tossicità dei PFAS (!) – sulla stessa linea anche il Rapporto Draghi “Il futuro della competitività europea”, presentato a settembre 2024.</em></p>



<p><em>In realtà, l’analisi di Corporate Europe Observatory rivela molto di più. Mette in luce una pratica sistemica di lobbying, che possiamo trasferire anche ad altri attori. Nel 2024 (4), Big Tech ha dichiarato un budget relativo alle attività di lobby in Unione europea pari a 67 milioni di euro, il più alto per settore economico; a seguire Banche&amp;Finanza, con quasi 54 milioni, Energia e Chimica&amp;Agroalimentare entrambi con 45 milioni, e le Associazioni Industriali Intersettoriali BusinessEurope e Bundesverband der Deutschen Industrie con più di 26 milioni (Grafico pag. 65, a cura di Paginauno). Fino a quando non ragioneremo tenendo sempre a mente i dati e l’influenza delle lobby, non avremo il quadro generale delle decisioni prese dalla classe politica.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-4be7f9a442655822201bd616ea65d14d">SOMMARIO</h4>



<p>La proposta dell’Unione europea di limitare i PFAS, soprannominati <em>forever chemicals</em>, “sostanze chimiche eterne”, rischia seriamente di essere dirottata dalle lobby aziendali, europee e mondiali, che stanno prendendo di mira la Commissione Ue per proteggere le loro sostanze PFAS, i loro prodotti, le loro attrezzature e i loro profitti; e questo nonostante le prove schiaccianti delle disastrose conseguenze dell’inquinamento causato dai PFAS per la salute umana e l’ambiente. Ci sono, oltretutto, indicazioni molto preoccupanti sul fatto che la Commissione stia pianificando di realizzare ciò che l’industria desidera&#8230;</p>



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		<item>
		<title>La corsa allo Spazio è una corsa al profitto (seconda parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8577</guid>

					<description><![CDATA[Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" data-type="post" data-id="8569" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Noi (e la nostra progenie qui sulla Terra) dovremmo fare il tifo per i coraggiosi avventurieri spaziali, perché avranno un ruolo fondamentale nel guidare il futuro postumano e nel determinare cosa accadrà nel ventiduesimo secolo e oltre.”<br>Martin Rees, <em>On the Future: Prospects for Humanity</em>, 2021</pre>



<p class="has-drop-cap">“Nei prossimi cinque o dieci anni, il generale di brigata della Space Force John M.Olson prevede molto più di una semplice missione della NASA per riportare l’umanità sulla Luna: prevede un ‘vibrante focus commerciale’ guidato da aziende spaziali in rapida espansione. Componente chiave di tutto questo sarà un’architettura spaziale ibrida, resiliente e robusta, con una visione che arriva fino alla Luna e forse oltre […]. Tale architettura, a volte definita ‘space highway’ (autostrada spaziale, <em>n.d.a.</em>), dovrà realizzarsi con uno sforzo collettivo tra l’industria privata, le agenzie civili e l’esercito” (1). È il 2021 quando la <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" data-type="post" data-id="8462" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Space Force statunitense</a> (2) inizia a parlare di space highway, e il 2022 quando il concetto di “infrastruttura spaziale” viene sviluppato da un gruppo di lavoro coordinato da diverse agenzie governative: “[La] Space Superhighway potrebbe supportare le attività spaziali civili, commerciali e di sicurezza nazionale […] un’infrastruttura spaziale di tipo commercial-first che contempla tre componenti primarie: hub regionali, una rete di trasporto sostenibile e la logistica Terra-orbita. I settori spaziali civile, commerciale e di sicurezza nazionale potrebbero utilizzare questa infrastruttura comune per supportare l’assistenza ai satelliti e lo studio scientifico della Terra e per sviluppare la consapevolezza del dominio spaziale. […] La Space Superhighway è l’infrastruttura spaziale necessaria per il 21° secolo (3). Economia e guerra sono sempre andate di pari passo – per accaparramento di risorse, difesa di rotte commerciali strategiche, protezione o espansione di mercati di acquisto o di vendita&#8230; – e dunque non sorprende che lo Spazio sia stato da subito concepito come un ambiente <em>dual use</em>, militare e commerciale. “Mentre osserviamo questa competizione globale per le risorse, per le opportunità, per l’esplorazione e per i benefici che ne possono derivare, penso che gli Stati Uniti debbano essere i primi” continua il generale Olson; “non si può permettere alla Cina di raggiungere la Luna e costruire la propria architettura prima degli Stati Uniti”. Il<strong> </strong>primato economico va dunque conquistato e, se necessario, difeso, con le armi. Il concetto di ‘sicurezza nazionale’ implica la sfera economica. Ancor più in un territorio limitato.</p>



<p>Quando guardiamo allo Spazio pensiamo alla vastità infinita, ma non è così se l’obiettivo è andare dalla Terra alla Luna, o Marte. “Ciò che a prima vista appare un vuoto senza ostacoli è invece ricco di montagne e valli gravitazionali, di oceani e fiumi di energia variamente concentrata, di zone pericolose irte di radiazioni mortali e di peculiarità in posizioni precise”, scrive Everett Dolman, docente di Strategia allo Air Force Air Command and Staff College statunitense (4). Le rotte che consentono uno “sfruttamento efficiente e profittevole dello Spazio” (!) sono poche e fanno i conti con i pozzi gravitazionali e la meccanica orbitale (5); mentre gli “hub regionali”, ossia stazioni spaziali in grado di supportare centri manifatturieri, stoccaggio di risorse, impianti di lancio intermedi e basi militari, devono tenere in considerazione i Punti di Lagrange (6), che sono appena cinque. La Cina ne ha già conquistato uno, il punto L2, nel giugno 2018, collocandovi un satellite in orbita che, per la prima volta, permette di mantenere comunicazioni attive e stabili tra la Terra e il versante nascosto della Luna. Ma di <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" data-type="post" data-id="8777" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina parleremo nel prossimo articolo</a>, oggi parliamo della space economy statunitense. Perché la corsa allo sfruttamento dello Spazio è già iniziata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio della Luna</h4>



<p>Se la space highway Terra-Luna è la base per lo profittabilità economica statunitense dello Spazio, e in quanto infrastruttura centrale deve essere protetta militarmente, parallelamente il futuro dominio militare ha bisogno dei capitali privati per sostenere gli enormi costi della corsa spaziale contro la Cina. Rispetto ai tempi della guerra fredda, la dinamica è infatti mutata. Le commesse statali di un tempo, appaltate alle storiche grandi industrie legate alla difesa e all’aeronautica, come Boeing e Lockheed Martin, rimborsavano pienamente i costi aggiuntivi non contemplati nel contratto, spesso legati a imprevisti, e comprendevano un margine di profitto per l’impresa; oggi il finanziamento pubblico è ancorato al raggiungimento dell’obiettivo fissato, e ogni onere extra non calcolato è a carico dell’azienda privata la quale, detenendo la proprietà di ciò che costruisce – lanciatore, navetta, satellite ecc. – potrà rientrare dei costi e registrare profitti con i successivi contratti commerciali di utilizzo, in “un ambiente di mercato in cui i servizi di trasporto spaziale commerciale siano disponibili per il governo come per il settore privato” (7).</p>



<p>Dietro l’entusiasmo di Obama del 2010 per il razzo Falcon 9 di SpaceX (8), troviamo dunque la partnership pubblico-privato che nasce nel 2006 con il Commercial Orbital Transportation Services (COTS) della NASA (9), strutturata in due fasi: nella prima l’agenzia federale aiutava le imprese a sviluppare lanciatori e navette per il trasporto di beni e astronauti in orbita terrestre bassa – l’obiettivo era il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – nella seconda stipulava contratti standard, i Commercial Resupply Services (CRS), per comprare questi servizi dalle relative aziende (10). Il contributo pubblico è stato di 821 milioni di dollari per il COTS (vedi Grafico 1, pag. 9), 3,5 miliardi per i contratti CRS-1 (11) e 14 miliardi per i contratti CRS-2, ancora in essere (12)&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Il ‘Modello Milano’: la messa a valore di una città</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6959</guid>

					<description><![CDATA[La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche. Con uno sguardo a Milano]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-83-luglio-settembre-2023/" data-type="post" data-id="6950" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 83, luglio &#8211; settembre 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana e la turistificazione, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche</p>



<p></p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La Bloomberg Way è un concetto di governance in cui la città è gestita come un’azienda: il sindaco è l’amministratore delegato, le imprese sono clienti, i cittadini sono consumatori e la città stessa è un prodotto brandizzato e commercializzato.” (1)
Jeremiah Moss, autore di <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>

“[…] L’urbanismo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi conseguentemente in dominio assoluto, può e deve ora rifare la totalità dello spazio come <em>suo proprio scenario</em>.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>
</pre>



<p class="has-drop-cap">Città. La sociologia urbana non ne dà una definizione univoca, trattandosi di una realtà molteplice e in continuo mutamento e dunque non cristallizzabile in un concetto astorico. Tuttavia una base da cui partire si può trovare nella formula di Max Weber del 1921, che la identifica come un insediamento circoscritto in cui sono localizzati edifici e abitanti. A questo ritratto puramente geografico, nel corso del Novecento differenti studi e teorie si sono concentrati sulle caratteristiche e le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali, individuando la città come una forma specifica di organizzazione socio-spaziale: un insieme di edifici e strade e un insieme di relazioni fra esseri umani, un luogo fisico ma soprattutto un luogo sociale; un’organizzazione materiale all’interno della quale si dispiegano le relazioni sociali, favorendo o frustrando la loro ricchezza e la loro significatività collettiva, secondo il noto urbanista Lewis Mumford.</p>



<p>Nel 1999 la rivista internazionale <em>Urban Studies</em> segna una cesura: dedica un numero monografico a quelle che definisce le “città competitive”, dando risalto alla lettura puramente economicistica della sociologia urbana e ufficializzando l’entrata del pensiero neoliberista nelle politiche cittadine. Il pubblico – il welfare delle case popolari e dell’assistenza ai cittadini più poveri così come la gestione del patrimonio culturale e architettonico – cede il passo alla privatizzazione e alle partnership pubblico/ privato, e la città diviene un “moltiplicatore della crescita economica” e un “centro di innovazione” che deve competere sul mercato delle città globali per attirare capitali e investimenti.</p>



<p>Appena tre anni dopo, nel 2002, lo studioso di sviluppo economico e urbano Richard Florida pubblica <em>The Rise of the Creative Class</em>: il libro è immediatamente acclamato e per qualche anno il suo autore si ritrova impegnato in un giro di conferenze da tutto esaurito, chiamato da amministrazioni locali, istituzioni varie e fondazioni, a portare la teoria delle “tre T”: Tecnologia, Talento, Tolleranza. Florida afferma che la crescita delle città – le città competitive, ovviamente – dipende dalla loro capacità di attrarre la “classe creativa”, che individua, a grandi linee – e senza fare distinzione tra precari e professionisti ben pagati – nei lavoratori digitali come nei designer, negli architetti, ingegneri, artisti, editori, docenti universitari&#8230; in tutti i “creativi di professione” insomma, nei più diversi ambiti: sono loro i portatori delle tre T – e contemporaneamente le cercano – e la loro presenza in un territorio produce forza attrattiva nei confronti di capitali, aziende innovative, investimenti e, in un benefico circolo vizioso, altre persone creative. </p>



<p>La Tecnologia è fondamentale per lo sviluppo economico del futuro, il Talento è il ‘capitale umano’ dei creativi e la Tolleranza è la loro apertura alla <em>diversity</em>, registrata da Florida attraverso indici che analizzano la popolazione residente in una città, come il Melting Pot Index (percentuale di persone nate all’estero), il Gay Index (percentuale di omosessuali) e il Bohemian Index (percentuale di scrittori, pittori, scultori, attori ecc.). Come attrarre questi <em>re Mida</em>? Florida sostiene che la classe creativa, nella scelta del luogo in cui vivere, non è particolarmente vincolata dal lavoro: è più lo stile di vita anticonformista, multiculturale, dinamico e cosmopolita a pesare sulla decisione; una “Street Level Culture” che può includere una “miscela brulicante di caffè, musicisti da marciapiede e piccole gallerie e bistrot, dove è difficile tracciare il confine tra partecipante e osservatore, o tra creatività e i suoi creatori”.</p>



<p>La ‘città competitiva’ del terziario avanzato trova così i suoi abitanti ideali nella ‘classe creativa’, e si avvia la trasformazione concettuale della città post industriale e post welfare state: da comunità sociale aperta a tutti, essa diviene un’organizzazione da mettere a valore secondo la logica d’impresa, e a tal fine è prettamente rivolta a – e strutturata per – una particolare tipologia di persone. Ma quale valore dà la misura di una città, ed è dunque da incrementare, per attirare gli investitori finanziari internazionali? Quello della rendita immobiliare.</p>



<p>“Quel che ho cercato di fare, e penso di avere fatto, è stato creare valore per gli investitori, ogni singolo giorno di lavoro”, dichiara al termine del suo mandato Michael Bloomberg, sindaco di New York dal 2002 al 2012, come riportato da Jeremiah Moss nel suo libro <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>; Bloomberg ha riorganizzato il 40% della città e demolito quasi 25.000 edifici in un’ottica di ‘riqualificazione’ orientata alla ricchezza (2). E New York, come Londra, Barcellona, Madrid, Parigi, Berlino, San Francisco&#8230; sono le città di riferimento – e le concorrenti da battere – per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli&#8230;</p>



<p>Gentrificazione e turistificazione sono le ricadute pratiche della teoria della città competitiva, e i processi grazie ai quali cresce la rendita immobiliare. Due dinamiche tutt’altro che lineari. Concentriche, piuttosto, per tutti gli elementi che mettono in campo in una interazione circolare, riuscendo persino a inglobare le stesse forze sociali critiche, che si ritrovano così depotenziate o del tutto annullate.</p>



<p>Ciò che va sottolineato, è che nell’esplosione del caro-affitti – denunciato recentemente anche dagli studenti universitari con le tende piantate davanti agli atenei – non gioca affatto il libero mercato e la semplice logica della domanda e dell’offerta; sono meccanismi che certamente si innescano, ma in seguito a precise scelte operate dalla politica locale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3da37a7455edfb70d66fe4369eba33cb">La rendita immobiliare</h4>



<p>Nel 1979 il geografo Neil Smith sviluppa la teoria del divario della rendita immobiliare, analizzando in quattro fasi il ciclo di vita di un edificio residenziale: </p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una fase iniziale di costruzione e primo utilizzo, durante la quale un lieve deprezzamento può verificarsi per un normale logoramento da uso quotidiano o un successivo miglioramento delle tecnologie costruttive;</li>



<li>la seconda fase si avvia quando i proprietari degli alloggi, non intenzionati a investire per contrastare la svalutazione dell’immobile, decidono di vendere o affittare: la mancata manutenzione porta lentamente al degrado dell’edificio, in una logica circolare che da singola diviene di quartiere – poiché la rendita di un immobile è influenzata dalla condizione degli edifici circostanti, che determina i prezzi di mercato dell’intera zona;</li>



<li>si apre così la terza fase, dove deterioramento e disinvestimenti si accumulano portando alla fuga degli abitanti verso aree migliori, insediamento di una popolazione più povera, nascita di microcriminalità e problematiche sociali, vuoto parziale di alloggi e crollo della rendita immobiliare;</li>



<li>per giungere alla quarta fase, dove la situazione dell’intero quartiere arriva all’orlo del collasso, fino a produrre l’abbandono degli edifici ed eventuali occupazioni abusive.</li>
</ul>



<p>La terza e ancor più la quarta fase rappresentano la situazione ottimale per l’avvio della gentrificazione, poiché il divario tra rendita attuale e rendita potenziale è altissimo: acquisto oggi a due soldi, ristrutturo, affitto/vendo domani a prezzi moltiplicati. A patto, tuttavia, che si verifichi una condizione: che il quartiere sia oggetto di ‘rigenerazione’.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-ee9428d8f4e49fb35548d6fd24153602">La rigenerazione urbana</h4>



<p>Il Comune accende i riflettori su un’area degradata e dichiara il progetto di rigenerazione urbana. Iniziano a muoversi i ‘grandi attrattori’ – che vedremo con Milano – e gli speculatori di ogni risma. Dal nulla compaiono frotte di imberbi agenti immobiliari, che iniziano a bussare alle porte degli alloggi a tutte le ore, lasciando biglietti da visita sullo zerbino e nella cassetta della posta, insieme a volantini con “Cerchiamo appartamenti in zona da acquistare” o “Cerchiamo appartamenti in questo stabile da acquistare”. Arrivano in sciame come le locuste e come le locuste, a un certo punto, spariscono: hanno divorato tutto quello che potevano. Hanno acquistato a miseri prezzi di mercato o poco più da proprietari che, vista la situazione dell’edificio e del quartiere, disperavano ormai di riuscire a ‘liberarsi’ di quelle case.</p>



<p>Contemporaneamente alcuni spazi a pianoterra, ex negozi chiusi da tempo o piccoli magazzini vuoti, vengono ristrutturati e iniziano a vedersi cartelli “affittasi”. Non passa molto tempo e si trasformano in sedi di attività culturali, librerie con bistrò, studi di artisti, architetti e design, ciclofficine, spazi per mostre d’arte, laboratori di artigianato falegnameria e riuso&#8230; si è messa in moto la macchina dei bandi.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-134fc60fc4bc85c47d6e28977e5dd2ab">I bandi socio-culturali</h4>



<p>In collaborazione con fondi nazionali, regionali, comunali, europei e/o privati – su tutti le fondazioni bancarie: a Milano la Fondazione Cariplo domina la città – vengono rivolti bandi a oggetto culturale e sociale a enti del terzo settore, associazioni e cooperative sociali. Obiettivo dichiarato: “facilitare processi di rigenerazione urbana a base culturale”, promuovere l’inclusività nel quartiere, la partecipazione, l’attivazione dei cittadini, l’aggregazione sociale, la <em>diversity</em> e la <em>mixité, </em>concetto secondo il quale l’introduzione in un’area socialmente disagiata di abitanti di più alto censo e cultura produce un miglioramento nella qualità di vita degli abitanti già presenti (!). Ovviamente si tratta solo di propaganda. L’obiettivo è creare una zona attrattiva per la classe creativa. Ed è ciò che avviene.</p>



<p>I bandi vincolano i progetti alla sostenibilità economica. Una condizione che impone alle associazioni di creare una struttura a ‘spazio ibrido’, ossia un luogo che mescoli funzioni definite ‘socio-culturali’ (3): la libreria con il bar, il laboratorio creativo con il coworking, la ciclofficina con il ristorante&#8230; “Quello che doveva essere uno spazio culturale,” afferma a maggio, nel corso di un dibattito pubblico, un responsabile di una realtà che ha visto la luce nell’ambito di un bando promosso dal Comune di Milano e dalla Fondazione Cariplo, “è in questo momento completamente dedicato a trovare i soldi per pagare un affitto, e quindi siamo concentrati sul portare avanti bar e ristorante e non è stato possibile fare alcun tipo di attività”. Un progetto nato dunque, ufficialmente, per gli abitanti del quartiere e sotto le insegne della pratica sociale, diviene uno spazio a misura di <em>creativi</em>. Che oltre al <em>food&amp;drink</em> propone mostre, festival, week e qualsivoglia cosa possa essere contenuta in una sala e definita un ‘evento’: l’affitto degli spazi diviene infatti un’altra tipologia di entrata finanziaria necessaria al pareggio dei conti, promossa dai bandi anche nell’ottica ‘attrattiva’ della turistificazione della città, come vedremo.</p>



<p>Richiamata in zona, la classe creativa comincia a stabilirsi nel quartiere, nelle case via via ristrutturate, pagando affitti che rapidamente si alzano. Quanto il processo abbia nulla a che fare con la propagandata della<em> mixitè</em> è palese a chiunque frequenti appena quei luoghi: se sono strutturati con spazi dove poter restare senza consumare – come panchine – questi si riempiono degli abitanti originari del quartiere – quelli che sarebbero da ‘attivare’ – mentre dal lato opposto <em>hipster, creativi e radical chic</em> entusiasti dell’associazionismo, dell’ibridazione, degli apericena e dei mercatini <em>vintage,</em> si affollano al buffet dell’inaugurazione dell’ultima mostra fotografica. Due mondi che non si incontrano, non dialogano, non interagiscono.</p>



<p>La ‘rigenerazione’ non è un’integrazione ma una occupazione-con-sostituzione del quartiere. Nella città competitiva si insedia così sempre più numerosa la classe creativa, la rendita immobiliare aumenta e i vecchi abitanti a basso reddito vengono spinti ancor più ai margini periferici, o direttamente espulsi. L’associazionismo culturale e sociale finisce dunque per essere – consapevole o meno – il cavallo di Troia della gentrificazione. Non solo. Muta radicalmente la propria visione.</p>



<p>Da un lato, il vincolo della sostenibilità economica introduce la logica imprenditoriale in un ambito prima votato alla cooperazione sociale, e mette le diverse realtà associative in competizione fra loro per la sopravvivenza; dall’altro, ne depotenzia la forza critica. Legato a doppio filo con il Comune, le fondazioni, la finanza a impatto sociale e le politiche urbane, l’universo culturale e sociale si ritrova cooptato all’interno del potere e delle logiche neoliberiste che prima contestava. Nell’illusione di poter fare concretamente qualcosa per fare uscire persone e quartieri dal degrado e dall’abbandono, finisce per farsi complice della loro ulteriore marginalizzazione, trasformandosi nell’avamposto della gentrificazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f7904b8fc7fa3cb3c0c68ae3221aae90">Il welfare</h4>



<p>Ovviamente, nella città competitiva anche tutto ciò che è pubblico deve diventare terreno per la rendita del capitale privato. Nell’edilizia la logica è la stessa: lascio degradare le case popolari affermando che l’amministrazione comunale non ha il denaro per provvedere alla loro manutenzione, fino al momento in cui cadono talmente a pezzi che il costo della ristrutturazione diviene particolarmente gravoso. A quel punto affermo che la soluzione è venderne una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare ciò che resta. Ciò che resta puntualmente non viene toccato, e la giostra riparte: vendo una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare&#8230; E così man mano la disponibilità delle case popolari diminuisce, di pari passo con la ‘rigenerazione’ dei quartieri. Accanto, dichiaro che la soluzione del problema non si trova più nell’edilizia pubblica ma nell’housing sociale, e apro ai privati un nuovo mercato per la rendita immobiliare.</p>



<p>Sul piano del sostegno alla popolazione, l’approccio di matrice socialdemocratica viene abbandonato con l’accusa di creare assistenzialismo passivo, e sostituito con la visione neo-ordoliberista: il welfare deve stimolare il self-empowerment, l’auto-imprenditorialità, il ‘capitale umano’, la dinamicità. Lo stesso ingannevole concetto della <em>mixitè</em> si inserisce in questa visione, come se l’uscita dalla povertà potesse avvenire per osmosi. La politica locale inizia dunque a spostare denaro dall’assistenza ai bandi socio-culturali, rovesciando sul terzo settore privato l’onere di integrare e ‘attivare’ le persone più povere – cosa che le associazioni non riescono nemmeno a fare, impegnate, come abbiamo visto, nella morsa della sostenibilità economica – e mentre costruiscono una città a misura di classe creativa per attirare investimenti e far esplodere la rendita immobiliare, dichiarano di operare per ridurre la marginalizzazione delle fasce deboli della popolazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-be453c69bf1e51f48e26092d49b06556">La turistificazione</h4>



<p>Elencare tutti gli ‘eventi’ presenti contemporaneamente in una qualsiasi settimana a Milano, occuperebbe righe e righe; c’è regolarmente una <em>week</em> (Fashion Week, Design Week, Ocean Week&#8230;), accanto a festival (Polinesyan &amp; Pacific Festival, Festival della fuga e dei viaggi, Festival della fine e della malinconia, WeWorld Festival, BAM Circus, Skate and Surf Film Festival, Festival del ciclo mestruale&#8230;), mostre di ogni genere – dalla Queer Pandemia a Caravaggio –, e dibattiti, convegni, incontri e spettacoli legati al Food&amp;Drink, al Green, a Sport&amp;Benessere, a viaggi, arte, musica, libri, architettura, animali domestici&#8230; (4). L’attrattiva ‘culturale’, presente negli spazi ibridi attivati dai bandi comunali così come nei luoghi più tradizionali – aree fieristiche ma anche musei, gallerie, teatri&#8230; luoghi dai quali il pubblico si è ritirato a favore della visione neoliberista delle partnership con il privato – e in nome della quale qualunque cosa, anche la più futile, ludica e smodatamente commerciale, è divenuta ‘cultura’, è un aspetto fondamentale per la città competitiva: da un lato collabora con la gentrificazione catturando la classe creativa – che vive di eventi tanto quanto di biologico – dall’altro innesca il processo di turistificazione che richiama gli <em>abitanti short-term</em>. Questi ultimi favoriscono il mercato dell’affitto breve e dell’airbnb, che genera anch’esso un incremento della rendita immobiliare. Perché funzioni l’appeal <em>culturale</em> occorre tuttavia una martellante campagna comunicativa, e a questa ben si prestano quotidiani e riviste varie e, indirettamente, la stessa classe creativa, costantemente collegata ai social e intenta a postare selfie.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-068e29f086ed4ed35ab63641b5fa211f">Gli abitanti short-term</h4>



<p>Turisti, soggiornanti temporanei e studenti fuori sede sono, a grandi linee, gli abitanti short-term di una città, e gli abitanti ambiti dalla città competitiva (5). Vi trascorrono un periodo determinato – da una notte fino a qualche mese o qualche anno – per lavoro, studio, turismo o per scelta, per poi spostarsi altrove. La stessa classe creativa vi rientra, cosmopolita per impostazione, incline a trasferirsi da una città globale a un’altra. Sono i ‘consumatori di città’. Non ne portano memoria né radici, aspetti generalmente associati all’attenzione per il territorio, i suoi cambiamenti, la sua rete sociale e politica. Non <em>abitano</em> la città bensì la <em>usano</em>, disinteressandosi della sua realtà comunitaria. Più che attori sono comparse nel processo di valorizzazione immobiliare, tuttavia fondamentali, e così la città competitiva si struttura sulle loro necessità: diviene una ‘città vetrina’, un “parco giochi di plastilina” (Jeremiah Moss in merito a New York), “il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” per citare Debord, dove lo spettacolo, l’artefatto e il simulacro invadono sempre più ogni spazio. Gli stessi studenti, che poi ne pagano il prezzo, fanno parte del gioco: oltre gli affitti brevi, la loro categoria chiede vita notturna e locali, che aumentano la <em>vivacità</em> attrattiva della città.</p>



<p>“Le città di successo hanno una capacità impressionante di <em>rigenerare</em> continuamente i propri cittadini” scrive Pierfrancesco Maran, Assessore alla Casa e Piano Quartieri di Milano e autore del libro <em>Le città visibili. Dove inizia il cambiamento del Paese</em>; tra il 2008 e il 2018 Milano ha perso 400.000 persone, trasferite altrove (su un totale di 1,3 milioni, quasi il 25%), sottolinea Maran, ma ne ha guadagnate 500.000: un “fermento”, una “non sedentarietà”, un “continuo rimescolamento” che riempono di entusiasmo l’assessore.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-345be1039264fb8e3d85ef3ea6a0b6bb">Il modello Milano</h4>



<h4 class="wp-block-heading">I ‘grandi attrattori’</h4>



<p>In tutte le città competitive, a un livello superiore di rigenerazione urbana, inaccessibile ai cittadini, opera il capitale dei forti investimenti, quello legato ai grandi progetti e ai grandi eventi – che le città globali si contendono proprio perché attrattori di capitali. Da una parte è la vetrina più luccicante, il lusso esibito orgogliosamente perché emblema di una città <em>desiderabile</em>, l’urbanistica che genera lo <em>skyline</em> del luogo, che si propone attraverso i nomi degli <em>archistar</em> e si rivolge smaccatamente ai ricchi; dall’altra sono i progetti di housing sociale, di edilizia green e di ‘riqualificazione’ sull’onda dei grandi eventi.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="433" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg" alt="" class="wp-image-8251" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-300x217.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>13,1 sono i miliardi di investimento attesi a Milano nel segmento immobiliare tra il 2019 e il 2029, un dato che “porta il capoluogo lombardo ai vertici della classifica delle città più attrattive a livello europeo” secondo un elettrizzato Sole 24 ore: “Nella classifica Monaco è seconda (con 10,8 miliardi di investimenti attesi), seguita da Amsterdam (10,2 miliardi), Stoccolma (9,5), Dublino (9,1) e Madrid (8,7). Ma le stime stanno già crescendo visto che il traino delle Olimpiadi porterà ancora più fermento in città” (6). È questa la logica, e a Milano la si può identificare, tra progetti già conclusi, in corso e futuri, con CityLife, Garibaldi-Porta Nuova (il complesso iper pubblicizzato di piazza Gae Aulenti e l’aggregato di torri tra cui Bosco Verticale), Mind-Milano Innovation District e Cascina Merlata (sul terreno che ha visto Expo 2015), e poi San Siro e l’ex Scalo ferroviario di Porta Romana – il primo di sette scali che saranno ‘riqualificati’ – destinatario del futuro Villaggio Olimpico per i Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, progetto che si trascina dietro Rogoredo-Santa Giulia e la ‘rigenerazione’ dell’area ex-Macello (vedi Mappa 1, pag. 9).</p>



<p>Protagonisti indiscussi il fondo statunitense Hines, una delle maggiori società immobiliari mondiali (7), Coima, il fondo immobiliare della famiglia Catella (8), e Redo, gestore di fondi immobiliari di proprietà di Fondazione Cariplo, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo e InvestiRE (9).</p>



<p>Su questo piano, la competizione tra città per conquistare gli investimenti si gioca anche sugli oneri di urbanizzazione, e Milano registra numeri da discount: nell’accordo sugli scali ferroviari, per esempio – più di un milione di mq di aree un tempo pubbliche e ora in vendita a privati, una delle ‘riqualificazioni’ urbane più appetibili per i profitti che genererà – si sono attestati tra il 3 e il 5%, quando a Berlino sono attorno al 30% e in Francia, sui grandi progetti, sono il 15% (10). Una tassazione ridicola che spesso viene anche azzerata ‘a scomputo’: invece di pagare gli oneri, il privato si impegna a realizzare opere di urbanizzazione, come ciclabili, marciapiedi, zone alberate e spesso un parco; in teoria, uno spazio pubblico, in realtà, ciò che diviene un<em> plus</em> che aumenta la rendita immobiliare stessa – come il BAM, il parco inserito tra piazza Gae Aulenti e il Bosco Verticale, a Porta Nuova, dove gli interventi a scomputo continuano (11).</p>



<p>È un approccio a respiro internazionale, che vive anche di progetti come <em>Reinventing Cities</em>, “una <em>competizione</em> globale promossa da C40 […] un network di circa 100 città influenti a livello globale impegnate a combattere il cambiamento climatico […] un programma internazionale [che] vede il coinvolgimento delle città nell’individuare siti di proprietà pubblica abbandonati o sottoutilizzati, pronti per essere valorizzati [ossia venduti, <em>n.d.a.</em>], e di soggetti privati, organizzati in Team multidisciplinari, nel presentare proposte per la riqualificazione dei siti” (12). Un altro modo per implementare il ritiro del pubblico a favore della rendita immobiliare dei privati. Nato nel 2017, negli anni si sono susseguite diverse edizioni, nelle quali Milano ha messo a bando per la vendita 18 siti, vincendo la gara – e dunque avviando i progetti – per 15 siti.</p>



<p>Ma Milano sta liquidando tutto. Il 5 dicembre scorso la Giunta comunale ha deliberato di vendere in blocco le quote residuali di due fondi immobiliari creati nel 2007 e nel 2009: contenevano “140 proprietà, fra aree e fabbricati, […] i beni di maggior pregio sono stati venduti e quelli ancora in portafoglio hanno valore residuale”, afferma l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte; ora saranno messi all’asta in un’unica soluzione. Ma nessun timore: “Per gli immobili residenziali non ancora alienati e ancora parzialmente occupati, il bando di vendita delle quote prevede […] la conferma di una clausola di salvaguardia che garantisce la permanenza degli inquilini per almeno due anni a un canone di locazione moderato” (13). Due anni. Gli inquilini possono dormire sonni tranquilli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I bandi della gentrificazione</h4>



<p>A un livello inferiore si muovono i bandi socio-culturali, che abbiamo visto. A Milano nascono nel 2012 con la giunta Pisapia (14) e proseguono con Sala, in stretta collaborazione con la Fondazione Cariplo, la Regione e attori nazionali. Dall’avvio con la messa a disposizione di 1.200 spazi comunali inutilizzati, l’approccio si è allargato, per citarne giusto alcuni, ai progetti <em>Crowdfounding civico</em> (2015) (15), <em>Lacittàintorno</em> (2017) dedicato ai quartieri (16) – perché non esiste più la dicotomia centro/periferia, che evoca disuguaglianza e marginalità, ma la ‘città intorno’ (!) formata dai <em>quartieri</em> – <em>Nuove Luci a San Siro</em><em> </em>(2019, a cura della Regione Lombardia) (17), il bando <em>Cascine</em> (2021) (18), <em>Culturability </em>(progetto avviato nel 2013 e tuttora attivo, è un esempio di dinamica di rigenerazione urbana a sguardo nazionale) (19). Sono nate realtà piccole e grandi, come Rob de Matt e Mosso – sui relativi siti o pagine Facebook è possibile farsi un’idea di cosa sono e come si muovono.</p>



<p>Una nota si merita anche OrMe-Ortica memoria (20), un’associazione nata nel 2017 e patrocinata dal Comune di Milano, che “promuove la rigenerazione urbana attraverso la realizzazione di attività culturali, artistiche, ricreative e formative”, in particolare la creazione di murales “sui temi della memoria e sulla storia della città di Milano” (21), muovendosi anche nel mondo dei bandi pubblici e privati (22): un progetto che si inscrive sia nella dinamica della gentrificazione che in quella della turistificazione, considerati gli <em>Street Art</em><em> Tour</em> che sono seguiti. Comitive di turisti a far fotografie.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della disuguaglianza</h4>



<p>A maggio 2023, sull’onda delle prime pagine guadagnate da Milano per il caro-affitti, la Giunta approva il documento <em>Una nuova strategia per la casa</em> (23), stilato dall’assessorato di Maran. Contiene qualche dato interessante.</p>



<p>Al 2020, Milano conta circa 800.000 unità abitative: un po’ meno dell’80% è in mano a persone fisiche, il restante a persone giuridiche: società e fondi immobiliari, assicurazioni, banche ecc.</p>



<p>Ai primi di giugno, 16.444 appartamenti e 3.641 camere sono disponibili su Airbnb: il 47,1% fa capo a una multiproprietà e, tra questi, il 43,4% (4.160 unità) appartiene a una multiproprietà che conta più di 10 alloggi in offerta su Airbnb (24). Stando ai numeri dichiarati dal Comune, 16.444 appartamenti equivalgono a più del doppio degli alloggi di housing sociale previsti a Milano nel prossimo quinquennio.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="800" height="179" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg" alt="" class="wp-image-8257" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg 800w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-300x67.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-768x172.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-600x134.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-750x168.jpg 750w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Qualche dato sui prezzi (vedi Tabella 1, pag. 10): la quotazione media per la vendita è di 5.185 €/mq (25) e il 40% degli acquisti è fatto per investimento. Sul lato degli affitti, a gennaio 2023 si registrano 21,3 €/mq – significa 530 euro per un monolocale di 25 mq, spese condominiali escluse, ma essendo una media il reale prezzo di mercato è ben diverso; per dati più precisi e soprattutto suddivisi per zone è utile il Borsino Immobiliare, che mostra come in aree centrali si possa arrivare fino a 57 €/mq per l’affitto e 16.600 €/mq per la vendita (26).</p>


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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img decoding="async" width="600" height="815" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg" alt="" class="wp-image-8253" style="width:300px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 2. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>A fronte di questi numeri, l’assessorato alla Casa di Milano, autore del documento, scrive che “non si tratta, secondo molti studi, di una bolla immobiliare, in quanto effettivamente la città attrae cittadini e investitori in grado di affrontare i nuovi costi. Si tratta quindi di un problema di natura sociale e di equilibrio di una città che, per funzionare, deve avere al suo interno tutte le classi sociali”. Difficile dargli torto, nella politica della città competitiva: classe creativa e capitali accorrono a Milano e i cittadini short-term si ‘rigenerano’. Resta il problema del “funzionamento” (!) della città, basato su lavori a basso reddito (ristorazione, logistica, pulizia&#8230;). Ma già l’assessore Maran ha trovato la soluzione: allargare lo sguardo. Ragionare all’interno dei confini comunali è riduttivo, sottolinea, quando davanti a noi si estende l’intera città metropolitana, ossia la provincia, dove potranno essere espulsi – <em>pardon!</em>, andare a vivere – coloro che fanno “funzionare” Milano, working poor e ceto medio in via di pauperizzazione. Un flusso in uscita che non potrà che aumentare, se diamo uno sguardo ai redditi.</p>



<p>“Il 35,5% dei contribuenti milanesi dichiara un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro, con una media di 6.897 euro per contribuente”, mentre “oltre il 40% del reddito complessivo è generato da un 8,2% di contribuenti che dichiara oltre 75.000 euro annui”. Al punto che l’Assessorato è costretto ad ammettere che “tra il 2012 e il 2022 cresce il reddito medio su tutto il territorio metropolitano, ma diminuisce il valore complessivo di quello delle fasce più fragili e cresce quello delle fasce più agiate […] la variazione evidenzia sia una progressiva polarizzazione tra ‘ricchi e poveri’ che un assottigliamento della cosiddetta ‘classe media’”. Una dinamica che ha tracciati geografici che seguono la gentrificazione (vedi Mappa 2, pag. 13).</p>



<p>In tutto questo, il welfare?</p>



<p>Nel territorio milanese, il Comune è proprietario di 28.000 unità abitative (solo 22.113 sono assegnate, le restanti sono sfitte e da ristrutturare) e alla Regione fanno capo 34.000 case popolari (vedi Grafico 1, pag. 16): rappresentano il “10% delle unità abitative cittadine”, un dato che si attesta “intorno alla metà della media europea che è pari a circa il 20%” (27).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="314" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg" alt="" class="wp-image-8255" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Patrimonio immobiliare pubblico presente nella città di Milano. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Per ristrutturare le case degradate, il Comune “dovrebbe stanziare circa 200 milioni [e] nella condizione attuale di bilancio sono stanziamenti infattibili ed è per questo necessario individuare percorsi differenti”. Il pubblico “è un sistema che a oggi non ha prospettive” scrive l’assessore Maran; “alla domanda del perché non si fanno nuove case popolari la risposta è piuttosto semplice: abitate o sfitte sono una <em>perdita economica</em> per chi le gestisce senza alcun supporto da parte dello Stato”. Viene da chiedersi da quando il welfare debba rappresentare un <em>guadagno</em>. La logica imprenditoriale assunta a piedistallo epistemologico ha rimosso i fondamenti del concetto di ‘pubblico’, e anche i numeri dell’edilizia popolare sono lì a mostrarlo: 1.531 nuovi fabbricati costruiti negli ultimi vent’anni, a fronte di 24.000 realizzati tra il 1946 e il 2000 (vedi Tabella 2, pag. 20).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="277" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-6.jpg" alt="" class="wp-image-8256"/><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Costruzione del patrimonio abitativo del Comune di Milano, suddiviso per anni. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>Continua il documento: “Il modello di investimento completamente pubblico non è il più adatto al contesto contemporaneo” – come se il ‘contesto’ fosse un ostile ambiente naturale nel quale ci si trova di colpo catapultati a vivere, e non il risultato delle politiche intraprese da decenni –, “i problemi dei quartieri popolari pubblici sono da una parte certamente infrastrutturali, ma non si limitano a quello. Una strategia possibile è quella di migliorare le condizioni che possano garantire un incremento in termini di servizi, qualità dei luoghi, opportunità sociali, anche attraverso il coinvolgimento di operatori dell’housing sociale e del terzo settore, che consentano una rigenerazione dei quartieri efficace e radicata. Questi quartieri vanno difesi da effetti di gentrificazione legati al libero mercato” – ovviamente! – “ma possono aprirsi a un mix sociale più ampio e diversificato, positivo anche per gli attuali abitanti”. Ed eccoci tornare ai grandi attrattori, ai bandi per il terzo settore, alla rigenerazione e alla <em>mixité</em>, che già conosciamo.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-a0d58dc6c301af1757aa8eaebf67c572">Ricomposizione</h4>



<p>“Mi sento alienato nel mio stesso quartiere. È come una confraternita”, dichiara Jeremiah Moss al <em>New Yorker</em>, in merito all’East Village ‘riqualificato’ (28). Poche parole che danno l’idea della realtà sociale prodotta dalla gentrificazione: la percezione dei vecchi abitanti di subire un’invasione a opera di ‘corpi estranei’, e il conseguente disagio verso la trasformazione <em>spettacolare</em> del quartiere; la creazione di un ‘noi’ – gli abitanti storici – e di un ‘loro’ – la classe creativa che si è insediata –; un nuovo gruppo che sta per conto proprio, senza mescolarsi, smontando la narrazione tanto sbandierata dell’integrazione. Sono sensazioni che conosce chiunque abbia avuto a che fare con la gentrificazione del proprio quartiere. Ma è un <em>noi</em> e un<em> loro</em> che va smontato e superato.</p>



<p>La gentrificazione è un processo di classe: produce una trasformazione sociale che trasferisce ricchezza dal basso verso l’alto e dal pubblico verso il privato. Ma è un processo di classe che utilizza la classe creativa in logica interclassista. Molti creativi – la maggior parte dei più giovani – sono infatti precari sottopagati e sfruttati, che inseguono un sogno grazie al welfare famigliare che li aiuta a saldare l’affitto e a vivere nella ‘grande città’; parecchi di loro sono respinti indietro nel giro di poco tempo, espulsi dalla competizione feroce, che ‘rigenera’ continuamente gli stessi creativi da mettere a profitto. È questa logica interclassista che va smontata, in una ricomposizione ‘di classe’. Sono tuttavia gli stessi creativi i primi a doversene rendere conto, a liberare il proprio immaginario colonizzato dalla società dello spettacolo, così come le associazioni che partecipano ai bandi. Perché il conflitto si trasformi in verticale – contro il capitale della rendita immobiliare e la politica che se ne fa complice – devono innanzitutto comprendere di quale processo sono diventati strumento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) “Tali esperienze di rigenerazione urbana a base socio-culturale – convenzionalmente definite ‘Spazi Ibridi’ e diffuse anche in molti altri centri urbani in Italia e all’estero – hanno la capacità di combinare imprenditorialità, innovazione, inclusione sociale e radicamento nelle comunità locali, attraverso forme originali di organizzazione, gestione e produzione di prodotti e servizi”, dal sito del Comune di Milano, <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) Un’idea della quantità di eventi può darla, in qualsiasi momento, il sito <a href="https://www.mymi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mymi.it/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. B. Brollo,F. Celata, <em>Temporary populations and sociospatial polarisation in the short-term city</em>, Sage Journals, 20 dicembre 2022, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/00420980221136957">https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177 /00420980221136957</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU">https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Per un’idea dei progetti italiani in cui è implicato vedi <a href="https://modulo.net/it/operatori/hines-italy">https://modulo.net/it/operatori/hines-italy</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Per un’idea dei progetti in cui è implicato vedi qui <a href="https://modulo.net/it/operatori/coima" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://modulo.net/it/operatori/coima</a> e qui <a href="https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale">https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Per i progetti Redo <a href="https://redosgr.it/affordable-housing/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/affordable-housing/</a>, per l’azionariato di REDO qui <a href="https://redosgr.it/governance/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/governance/</a>, per l’azionariato di InvestiRE qui <a href="https://www.investiresgr.it/it/azionariato">https://www.investiresgr.it/it/azionariato</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Per dettagli qui <a href="http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Per dettagli delle varie edizioni cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities</a> </p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. <a href="https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro">https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://culturability.org/bandi">https://culturability.org/bandi</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://orticamemoria.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://orticamemoria.com/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. <a href="https://segnaliditalia.it/orme/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://segnaliditalia.it/orme/</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023; tutti i dati indicati in questo capitolo, salvo diversamente indicato, sono presi da questo documento</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="http://insideairbnb.com/milan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://insideairbnb.com/milan/</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) Nel documento del Comune c’è disparità sul dato indicato in tabella – qui riportata a pag. 10 – e quello nel testo; riportiamo il testo, più vicino alla realtà stando al Borsino Immobiliare</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. <a href="https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">27) Il calcolo tuttavia non è chiaro, perché lo stesso documento indica in 800.000 il totale degli alloggi nella città di Milano, come sopra riportato nell’articolo: stando a questi numeri, le case popolari sarebbero circa il 7,6% </p>



<p class="has-small-font-size">28) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Semiconduttori sotto protezione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/semiconduttori-sotto-protezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Bruno Ferroglio*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’innalzamento delle tensioni interimperialistiche spinge le singole potenze ad aumentare il controllo sulle forniture e sulla produzione di materiali ritenuti indispensabili. Di più: produzione e controllo dell’export sono trasformati in armi della contesa. I semiconduttori sono largamente utilizzati nei più svariati prodotti e sono il frutto di una divisione del lavoro fortemente internazionalizzata, ma vista la loro importanza strategica ora ricadono nella categoria di ciò che è da proteggere. Nelle principali capitali mondiali le idee del liberismo vengono corrette dal pragmatismo per la resilienza e riemergono i programmi di politica industriale.</p>



<p>Una responsabile di L3 Harris Technologies (sesto fornitore del Pentagono) ha confessato a un convegno che il suo gruppo, a corto di forniture, ha cannibalizzato vecchie radio militari per recuperare componenti elettronici da inserire in apparecchi di nuova generazione. Commenta un analista dell’Hudson Institute: sul mercato le quantità ordinate determinano le gerarchie, per questo i produttori bellici “possono finire in fondo alla coda, in attesa che vengano soddisfatte prima le esigenze di altre aziende”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovo acciaio</h4>



<p>“Se i dati sono il nuovo petrolio, possiamo dire che i chip sono il nuovo acciaio”, scrive James A. Lewis del CSIS (Center for Strategic and International Studies). “Gli obiettivi specifici della politica americana sui semiconduttori debbono alzare l’affidabilità dei fornitori; alzare la capacità di produrli e ridurre il ruolo della Cina”, nei confronti della quale “va ridotto il transfert tecnologico avanzato”.</p>



<p>“La politica industriale – conclude Lewis – era considerata un tabù, ma la geopolitica la rende ora necessaria. […] La politica industriale richiede che il governo investa nell’industria e nella ricerca, costruisca istanze di cooperazione con il settore privato e gli altri governi e nutra la volontà di costruire campioni nazionali” (1).</p>



<p>Washington marcia spedita sul doppio binario indicato dal CSIS. In agosto il <em>Chips and Scienc</em><em>e Act </em>è stato votato dal Congresso e firmato dal presidente Biden: ci saranno nel prossimo quinquennio 280 miliardi di dollari per lo sviluppo tecnologico, 52,7 dei quali dedicati ai semiconduttori. Nel frattempo il dipartimento del Commercio ha sistematizzato una serie di provvedimenti di embargo tecnologico nei confronti di Pechino, sui quali torneremo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corsa al nazionalismo</h4>



<p>Il <em>Chips and Science Act </em>stabilisce finanziamenti per 28,7 miliardi di dollari per chi costruisca nuove fabbriche di chip in USA. Si tratta di aiuti che andranno anche ad aziende straniere, alla condizione che chi li riceve si astenga per un decennio da un allargamento delle proprie attività avanzate in Cina. Altri 10 miliardi vanno alla modernizzazione di stabilimenti già presenti in territorio americano e 14 miliardi alla R&amp;D. Agli aiuti federali si aggiungono quelli devoluti dai singoli Stati americani. Il dipartimento del Commercio gestirà i finanziamenti ed è anche responsabile dei permessi e degli scambi con la Cina, in quella che dovrebbe essere una politica coordinata.</p>



<p>Nella tabella (pag. 23) riportiamo le principali iniziative di investimenti in nuove fabbriche a livello mondiale. Per gli USA alcune, come i siti di Intel in Ohio e di Micron nello Stato di New York, sono state ufficializzate dopo la firma dell’Act. Micron con due nuove fabbriche porterebbe dal 10 al 40% la sua produzione all’interno dei confini nazionali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="695" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg" alt="" class="wp-image-8165" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip-259x300.jpg 259w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Alle prime mosse della Commissione europea a favore di una legge per finanziare la microelettronica con 43 miliardi di dollari, un editoriale del Financial Times paventava il “rischio di una corsa al nazionalismo nei chip”. Sono seguite una legge giapponese, una indiana, una in preparazione in Sud Corea, oltre ai finanziamenti da tempo in atto in Cina (per almeno 78 miliardi di dollari). In totale la cifra globale arriva a 190 miliardi di dollari.</p>



<p>Una pioggia di capitali che potrebbe portare a sovracapacità produttive. Complice il rallentamento mondiale, cala il consumo di prodotti elettronici; nel 2023 continueranno a esserci carenze di alcuni semiconduttori, ma la richiesta di memorie Dram e Nand (un quarto di tutto il mercato) è destinata a crescere solo dello 0,6%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Concorrenza per Europa e Asia</h4>



<p>Secondo i calcoli fatti dalla SEMI, l’associazione internazionale del settore, nel mondo sono entrati in attività 34 poli produttivi di chip nel periodo 2020-21, mentre nel periodo 2022-24 sono in costruzione altre 58 nuove fabbriche. Nell’insieme, tutti questi nuovi impianti alzeranno la produzione globale del 40%.</p>



<p>Delle fabbriche in costruzione 31 sono in Cina, dove per la gran parte si dedicheranno alla produzione di chip con definizione di nodo tecnologico di 28 nanometri (nm). Non si tratta di chip di ultima generazione, ovvero quelli inferiori ai 7 nm (2), ma di semiconduttori diffusi in auto, elettrodomestici e macchine industriali. Secondo il Wall Street Journal la produzione di chip da 28 nm è destinata a triplicarsi entro la fine del decennio e la quota cinese a passare dal 15% del 2021 al 40% già nel 2025. Le Figaro scrive che l’aumento della produzione cinese sarà all’inizio rivolto al mercato interno, “ma negli anni a venire questi nuovi entranti potrebbero direttamente concorrere con gli europei sul loro terreno, con chip più a buon mercato”.</p>



<p>Crescono anche i timori asiatici. L’industria di Sud Corea, Giappone e Taiwan, che ha tratto maggiori vantaggi negli ultimi decenni, non vorrebbe dover scegliere fra USA e Cina, mentre Washington al contrario propone ai loro governi di costituire un’alleanza “Chip 4” contro Pechino.</p>



<p>Nessun gruppo nipponico ha per ora deciso d’investire negli USA, nonostante le esortazioni fatte di persona dalla vicepresidente americana Kamala Harris. La coreana SK Hynix, secondo produttore di chip di memoria al mondo, può continuare a gestire le sue fabbriche cinesi a Wuxi e Dalian, ma i suoi dirigenti osservano che, senza poterle attrezzare con i macchinari fotolitografici più moderni della ASML, diventeranno presto obsolete. Morris Chang, fondatore della TSMC, primo produttore di microprocessori per conto terzi al mondo, parlando del reshoring occidentale lo ha definito “un orologio della storia che gira all’indietro […] nessuno raggiungerà l’autosufficienza e i costi cresceranno per tutta la catena produttiva”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ostracismo e tartarughe di mare</h4>



<p>Washington adotta una serie di regole che intendono frenare lo sviluppo cinese, impedendo il paventato sorpasso nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nello sviluppo dei super-computer e delle tecnologie belliche che possono derivarne. Le regole si applicano all’industria americana, ma anche a quella internazionale che ne utilizzi la tecnologia. Non si potranno vendere in Cina microprocessori più avanzati (inferiori ai 16 nm), non si potranno fornire le imprese cinesi di macchinari e software in grado di produrre questi chip e i cittadini americani non potranno più collaborare con le aziende cinesi del settore. Queste regole possono essere superate se il dipartimento del Commercio permette una licenza, che andrà discussa caso per caso. Sono già state rilasciate licenze a TSMC, Samsung e SK Hynix, ma hanno la durata relativa di un anno. Sono possibili licenze anche per le imprese americane toccate: Nvidia e AMD per i chip, KLA Corp, Lam Research e Applied Materials per gli equipaggiamenti produttivi.</p>



<p>Il divieto ai cittadini americani tocca in particolare gli <em>haigui </em>(ovvero le tartarughe di mare): cinesi che hanno studiato e lavorato per anni negli States e poi sono tornati in patria, dove hanno fondato e dirigono start-up soprattutto negli equipaggiamenti per produrre semiconduttori (AMEC, ACM Research, Piotech, Skyverse, Anji). Queste aziende contano solo per un 5% della produzione mondiale, ma sono dinamiche. Washington vuole incidere sui loro legami stabiliti in USA.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un decennio decisivo</h3>



<p>La politica verso la Cina deve attrezzarsi con una cornice ideologica che riprenda il concetto della <em>missione </em>americana nel mondo. Un gruppo di esperti guidato da Eric Schmidt (ex CEO di Google) ha proseguito un’analisi a suo tempo partita da uno studio voluto dal Congresso sul tema dell’intelligenza artificiale. Ne è scaturito un rapporto sulle scadenze urgenti, nel quale la tecnologia dei semiconduttori ha un ruolo centrale. L’incipit è: “Si sta svolgendo una gara per il futuro. Alla fine di questo decennio sapremo se vivremo in un mondo di libera espressione e tolleranza […] oppure diretto dalla censura e dalla coercizione, […] se le innovazioni saranno usate per migliorare la società oppure controllarla. Il modello di questo futuro sarà dettato dalla competizione fra gli Stati Uniti e la Cina” (3).</p>



<p>Una lettera di Henry Kissinger presenta il Report e richiama alla memoria lo <em>Special studies project</em>, finanziato dalla Fondazione Rockefeller, da lui diretto nel 1956-60 e prodigo di consigli per il governo americano. Erano gli anni dello Sputnik, della guerra fredda e della corsa allo spazio. Oggi, scrive Kissinger, la competizione strategica è con la Cina, mentre nuove tecnologie dal “tremendo impatto” trainano la competizione militare. “Esiste – scrive l’anziano statista – nei paesi democratici un certo senso di sfiducia nel nostro sistema di governo” e per “riprendere la leadership democratica nel mondo” agli USA serve un “percorso creativo”. Partita aperta e dubbi che restano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato su Lotta comunista, n. 626, ottobre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">1) James A. Lewis, <em>Strengthening a transnational semiconductor industry</em>, Center for Strategic and International Studies, giugno 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Lotta Comunista, dicembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">3) Special Competitive Studies Project, <em>Mid-decade challenges to national competitiveness</em>, 12 settembre 2022 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La prosperità della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-prosperita-della-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 11:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Un sistema economico che mette a valore la morte: ben oltre l’industria delle armi, le società di contractor e il dual use di Big Tech e dell’intelligenza artificiale che noi stessi addestriamo, ora siamo tutti chiamati a far soldi in Ucraina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" data-type="post" data-id="6430" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 79, ottobre &#8211; novembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un sistema economico che mette a valore la morte: ben oltre l’industria delle armi, le società di contractor e il <em>dual use</em> di Big Tech e dell’intelligenza artificiale che noi stessi addestriamo, ora siamo tutti chiamati a far soldi in Ucraina</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause […] si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno – l’Ovest minacciato dall’Est, l’Est minacciato dall’Ovest. Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull’orlo della guerra, di far fronte alla sfida. Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione […]. Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata e organizza i suoi membri, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore a mano a mano che perpetua il pericolo.” (1)</p>



<p>Fino a qualche mese fa, alcuni passaggi de <em>L’uomo a una dimensione</em> di Marcuse apparivano datati: scritto negli Stati Uniti della Guerra Fredda, vi si respira l’oppressione costituita da una minaccia costante, quello “Stato belligerante” che l’intellettuale francofortese affianca allo “Stato del benessere”. Ripresi ora, quegli stessi passaggi riacquistano contemporaneità: non siamo più nello Stato del benessere dei ‘trenta gloriosi’ – è subentrato il neoliberismo – ma siamo ripiombati nello Stato belligerante.</p>



<p>Quel che qui preme riprendere del testo di Marcuse, tra le numerose chiavi di lettura che non hanno mai perso di attualità, è l’aspetto <em>ir</em><em>razionale</em> della società industriale/tecnologica avanzata. Una società che progredisce più “perpetua il pericolo”, scrive Marcuse; il cui sistema mass mediatico dell’industria culturale divulga una narrazione che trasforma interessi particolari – affari, benessere, produzione e consumo di massa – in “bene comune, […] come fossero [i valori] di tutti gli uomini ragionevoli”. <em>Ragionevoli</em> inteso come <em>logos</em>, <em>ratio</em>, Ragione, Razionale, nel quadro dell’affermazione hegeliana: “Il razionale è reale, il reale è razionale”. Affermazione che Marcuse, rivendicando la dialettica negativa di Adorno, contesta: il reale è irrazionale. Quel “è” rappresenta dunque una tensione, una trasformazione che solo il pensiero critico, negativo, può attuare; rappresenta un “dover essere”. Perché vi è nulla di razionale – se poniamo al centro dell’agire l’emancipazione umana – in una società che ha fatto dell’assassinio di esseri umani una fonte di profitto e di <em>prosperità</em> economica.</p>



<p>Non si tratta solo dell’industria degli armamenti, e indubbiamente la guerra è sempre stata fonte di profitti. Ma il capitalismo la connota a sua immagine.</p>



<p>Da una parte, la trasforma in uno dei meccanismi che, davanti a una crisi, permette l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione, distruggendo per ricostruire, aprendo nuovi mercati ed eliminando concorrenza: l’intera economia dunque, e non solo i settori legati strettamente alla spesa militare, trae così vantaggio dalla guerra. È quel che sta accadendo in Ucraina, come vedremo.</p>



<p>Dall’altra, con lo sviluppo tecnologico, la fase capitalistica che già si era contraddistinta per la messa a valore dell’intero spazio sociale, fa un passo ulteriore, e la sussunzione finisce per inscriversi <em>totalmente</em> in una ‘economia di guerra’: ogni volta che utilizziamo un assistente vocale, che ci rivolgiamo ad Alexa chiedendo un brano musicale, che carichiamo una foto su un social, stiamo addestrando un algoritmo di intelligenza artificiale, e quest’ultima, come vedremo, è la base dell’attuale tecnologia militare. Adorno e Horkheimer – scrivendo a conflitto mondiale in corso – già avevano evidenziato l’“aspetto distruttivo del progresso”, quella dialettica dell’illuminismo in sé auto-distruttiva: in un primo momento scienza e tecnica, figlie del pensiero razionale, liberano l’uomo dalla soggezione alle potenze oscure della natura; in un secondo momento portano alla moderna società industriale, che domina non solo la natura ma l’uomo stesso. “Nato da istanze di emancipazione dell’uomo, [l’illuminismo] finisce per trasformarlo in un oggetto calcolabile e funzionale e quindi totalmente regolato e amministrato dalla società capitalistica.” (2) Alienato, reificato, dominato, colonizzato nel suo immaginario, l’uomo diviene <em>a</em><em> una dimensione</em>, incapace di riconoscere l’irrazionale e, di conseguenza, capace di accettare come <em>normale</em> lo sviluppo di un’economia di morte.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="490" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4.jpg" alt="" class="wp-image-7065" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4-300x245.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 1. Fonte: Rapporto Sipri 2022</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Armi</h4>



<p>Il Rapporto Sipri 2022 fotografa una spesa militare globale arrivata a 2.113 miliardi di dollari nel 2021, pari al 2,2% del Pil mondiale (Grafico 1, pag. 8). Sono 60 i principali Stati esportatori di armi, ma la maggior parte rappresenta quote minori: i primi 25 Paesi coprono infatti il 99% del volume totale delle vendite e i cinque maggiori – Stati Uniti, Russia, Francia, Cina e Germania – si accaparrano il 78% del commercio (Tabella 2, pag. 9). Il Rapporto precedente (Sipri 2021) sottolineava che nel 2020 “l’onere militare era aumentato nella maggioranza degli Stati”, anche se alcuni avevano deviato parte della spesa militare verso quella sanitaria per rispondere alla crisi Covid-19; uno, tuttavia (l’Ungheria), aveva fatto l’opposto, incrementandola “come parte di un pacchetto di stimoli finan­ziari in risposta alla pandemia”. “L’idea che all’aumento della spesa militare si possa associare una ripresa economica prenderà probabilmente spazio in altri Paesi”, scriveva il Sipri: la guerra come rilancio per un’economia in crisi. E ancora non era scoppiato il conflitto in Ucraina, che nei Paesi Nato ha agito da giustificazione per l’incremento della spesa pubblica in armamenti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="345" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4.jpg" alt="" class="wp-image-7066" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4-261x300.jpg 261w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption>Tabella 2.<em> </em>Fonte: Rapporto Sipri 2022</figcaption></figure>
</div>


<p>Se dagli Stati passiamo alle aziende, la Top 100 Sipri 2021 – che legge solo le prime 100 società del settore – vede 531 miliardi di vendite di armi nel 2020 (ultimi dati disponibili), in aumento: mentre l’economia globale registrava una contrazione del 3,1% a causa della recessione da Covid-19, il commercio di armamenti segnava un +1,3% rispetto al 2019.</p>



<p>Di queste 100 società, 41 sono statunitensi – e rappresentano il 54% delle vendite totali – cinque sono cinesi (13%), a seguire britanniche, russe ecc. (Grafico 3, pag. 10). Uno sguardo alle prime 25 posizioni dà l’idea delle aziende che controllano il comparto (Tabella 4, pag. 11): Lockheed Martin domina la classifica dal 2009 e Raytheon Technologies nasce dalla fusione, nel 2020, di Raytheon Company e United Technologies Corporation: una delle più grandi fusioni nella storia del settore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Contractor</h4>



<p>Meno note delle industrie degli armamenti – solo il russo Gruppo Wagner occupa le pagine dei quotidiani dallo scoppio della guerra in Ucraina – le <em>Private Military and Security Companies</em> (PMSC) nascono negli anni ‘90. Sono imprese private che fanno profitti fornendo servizi militari (PMC) e/o di sicurezza (PSC), aggiudicandosi gare d’appalto e sottoscrivendo contratti commerciali – da qui il termine <em>contractor</em>. Offrono pianificazione strategica, addestramento, intelligence, investigazione, comunicazioni; ricognizione terrestre, marittima o aerea; operazioni di volo di ogni tipo, con o senza equipaggio (droni); supporto logistico, materiale e tecnico; sorveglianza satellitare, qualsiasi genere di trasferimento di conoscenze con applicazioni militari o di polizia; sorveglianza armata o protezione di edifici, installazioni, proprietà e persone; combattimento e sicurezza nelle zone di guerra.</p>



<p>L’acronimo generalmente usato le tiene insieme (PMSC) perché la distinzione è inconsistente e fuorviante: quasi tutte le società – sicuramente le più grandi e quotate – forniscono entrambi i servizi, e molti di quelli classificati come ‘sicurezza’ si svolgono in situazioni di conflitti, apertamente dichiarati o meno. Ben poco vale anche la separazione tra ‘funzioni passive’ di difesa/protezione e ‘funzioni attive’ di combattimento offensivo sul campo: perché le prime possono trasformarsi nelle seconde al rapido mutare della situazione sul terreno (la protezione di un sito o un convoglio diventa azione offensiva non appena viene attaccato), ma soprattutto perché attività come consulenza e addestramento dei soldati influiscono sostanzialmente sulle loro capacità in battaglia; così come intelligence, sorveglianza, operazioni di volo – sempre più con droni – intervengono attivamente negli scontri armati, modificandoli; e non si può definire estraneo al combattimento nemmeno il supporto logistico. Ogni funzione insomma, in una situazione di conflitto, sostiene e concorre alla guerra, anche se non preme il grilletto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="450" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3.jpg" alt="" class="wp-image-7067" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 3. <em>Quota per Paese della vendita totale di armi da parte delle aziende Top 100 Sipri 2021. Fonte</em>: Top 100 Sipri 2021, su anno 2020</figcaption></figure>
</div>


<p>La PMSC attingono a un bacino di reclutamento tramite database di professionisti (generalmente ex militari) disponibili a chiamata e offrono contratti individuali di breve o lunga durata e ben pagati – i numeri sono riservati, ma pare che le retribuzioni superino da due a dieci volte quelle delle forze armate. Attualmente sul sito silentprofessional.org, un servizio di “estrazione/protezione” in Ucraina vale un contratto da 1.000 a 2.000 dollari al giorno, più bonus; “Il datore di lavoro è una società con sede negli Stati Uniti che cerca team e agenti di estrazione/protezione, per condurre operazioni part-time, segrete, di estrazione/evacuazione di individui e famiglie nelle campagne e nelle principali città dell’Ucraina” (3).</p>



<p>Le Private Military and Security Companies vanno ben oltre la figura dei ‘vecchi’ mercenari e degli attuali <em>foreign fighter</em>. Sono il risultato di tre cambiamenti storico/politici:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>la fine della Guerra Fredda, che ‘libera’ militari e armi, ponendoli sul mercato: globalmente il numero di soldati effettivi passa da 28,7 milioni nel 1988 a 22,3 milioni nel 1997, con una riduzione del 22% (4) (i dati del 2019 riportano 20,4 milioni di militari effettivi (5): la diminuzione dunque continua, per quanto non viviamo certo in un pianeta pacificato, favorendo i contratti e i profitti delle PMSC);</li><li>l’imporsi dagli USA della <em>Revolution in Military Affairs</em> (RMA), la teoria secondo cui, in seguito agli sviluppi tecnologici, un numero relativamente piccolo di persone ben addestrate e dotate di armi a tecnologia avanzata può facilmente vincere su una forza militare più numerosa ma scarsamente addestrata e dotata di attrezzature meno sofisticate – sulla RMA torneremo;</li><li>l’avvio di politiche neoliberiste, con privatizzazioni ed esternalizzazioni che toccano anche la visione della Difesa. Lo Stato arretra a favore dei profitti dei privati. La capacità di fare la guerra diviene una <em>merce</em> acquistabile sul mercato sotto forma di <em>servizio</em>: quando serve, come serve, a prezzi ritenuti vantaggiosi grazie alla concorrenza tra le aziende che la offrono.</li></ul>



<p>Nel 2021 il mercato mondiale dei servizi militari e di sicurezza ha fatturato 241,7 miliardi di dollari e si prevede un tasso di crescita annuo del 7,2% (6). Le società statunitensi e britanniche, che hanno inaugurato il settore, continuano a dominarlo – Constellis, di cui fa parte Academi (ex Blackwater, divenuta nota nella guerra in Iraq del 2003), G4S, DynCorp, Military Professional Resources, Erinys International, Allied Universal, Aegis Defense Services – ma le PMSC si vanno diffondendo in tutti i Paesi. Diversi Stati – su tutti USA e Gran Bretagna – hanno smantellato intere funzioni all’interno delle forze armate: ormai non potrebbero più combattere una guerra senza le aziende private (7).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="465" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2.jpg" alt="" class="wp-image-7068" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2-300x233.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 4. <em>Prime 25 aziende della Top 100 Sipri 2021. Fonte</em>: Top 100 Sipri 2021, su anno 2020 </figcaption></figure>
</div>


<p>Oggi non esiste conflitto – a qualunque gradazione di intensità – che non veda la presenza delle PMSC. E, paradossalmente, nemmeno una missione di peacekeeping. Gli Stati non sono infatti gli unici attori a utilizzare i contractor: istituzioni e organizzazioni di vario tipo, pubbliche o private, come ONU, Unione europea, Ong o associazioni umanitarie, nonché imprese – spesso minerarie ed estrattive, ma non solo – sono altrettanti ‘clienti’ delle PMSC, mentre il <em>Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the right of peoples to self-determination</em> dell’ONU segue costantemente gli sviluppi del settore, denunciandone l’utilizzo da parte della stessa ONU, la mancata regolamentazione e i numerosi abusi dei diritti umani.</p>



<p>Il tema ha diversi e importanti risvolti che toccano aspetti politici (il monopolio statale della forza), normativi (l’inquadramento nella catena di comando delle forze armate e la mancanza di regolamentazione nel diritto internazionale), economici (la presunta convenienza per i bilanci pubblici rispetto al mantenimento di una forza militare statale) e umanitari (la sistematica violazione dei diritti umani); aspetti che ci porterebbero fuori focus e per approfondire i quali rimandiamo al 20° Rapporto sui Diritti Globali curato da Associazione Società Informazione, in uscita a dicembre 2022 (8).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tecnologia digitale</h4>



<p>Se con le armi e le PMSC siamo davanti a due settori strettamente collegati alla guerra, con la tecnologia digitale la situazione muta. Analizziamo gli Stati Uniti, in quanto potenza dominante, statale ed economica, in campo militare, e realtà esemplificativa di strategie e modalità che percorrono tutti i Paesi a economia avanzata, ricordando che anche la Cina sta attualmente adottando il medesimo approccio (9). La Difesa statunitense evolve in base alle <em>Offset Strategy</em>: la logica fondante è quella di <em>compensare</em> (<em>offset</em>) uno squilibrio esistente, per cercare di mantenere la supremazia bellica.</p>



<p>In sintesi, il primo offset nasce negli anni ‘50 della Guerra Fredda: l’URSS è superiore per forze militari convenzionali, così gli USA si concentrano a sviluppare e produrre armi nucleari tattiche e missili balistici internazionali.</p>



<p>Raggiunti tecnologicamente dagli avversari, negli anni ‘70 e ‘80 prende avvio il secondo offset, basato soprattutto su reti digitali (satelliti e apparecchiature di comunicazione) e armi ‘intelligenti’ e di precisione (è l’operazione <em>Desert Storm</em> nella guerra del Golfo nel 1991). Di questo offset fa parte la <em>Revolution in Military Af</em><em>fairs</em>, la teoria che, abbiamo visto, concorre a smantellare le forze armate e a esternalizzare la Difesa, facendo nascere le PMSC private – da qui anche l’abolizione, in molti Paesi, della leva obbligatoria: in Italia nel 2005.</p>



<p>A metà degli anni ‘10, intorno al 2015, si impone il terzo e attuale offset, focalizzato su una combinazione di intelligenza artificiale, guerra informatica e robot.</p>



<p>È evidente che ognuna di queste strategie poggia su una specifica tecnologia: la miniaturizzazione dei componenti nucleari; lo sviluppo del digitale, delle tecnologie informatiche, di nuovi sensori e dello stealth; l’intelligenza artificiale. Tra i precedenti offset e quello attuale, vi è tuttavia una differenza significativa: se prima la Difesa USA aveva una ben chiara visione dei sistemi d’arma e delle tecnologie a cui mirava, oggi l’obiettivo è un generico “sfruttamento di tutti i progressi dell’intelligenza artificiale e dell’autonomia IA” (10). Ne consegue che la tradizionale industria degli armamenti non è più stata in grado di restare al passo, come aveva fatto nei primi due offset, subappaltando parti di commesse governative – Lockheed Martin “è stato il più grande datore di lavoro della Silicon Valley fino agli anni ‘80” secondo Margart O’Mara (11) – e/o acquisendo piccole società tecnologiche: in breve tempo il comparto digitale diviene l’oligarchia delle Big Tech, vale a dire <em>too big to buy</em>: troppo grandi per essere comprate. È così che la Silicon Valley, che nasce con radici ben piantate, ma celate, nel complesso militare-industriale statunitense, vi entra dalla porta principale, stipulando direttamente appalti con il Dipartimento della Difesa (DoD); pur cercando ancora di nascondere, quando possibile, il proprio coinvolgimento, attraverso una rete di subappalti (12). Nasce il concetto del <em>dual use</em>, tecnologia civile e commerciale che può avere utilizzi anche militari: significa che, potenzialmente, nessun settore economico è escluso dal <em>business</em> della guerra.</p>



<p>Nel 2015 il DoD apre il quartier generale del Defense Innovation Unit Experimental (DIUx) a Mountain View, nel cuore delle Big Tech. L’anno successivo nasce il Defense Innovation Board, con l’obiettivo, si legge sul sito ufficiale, di “fornire raccomandazioni indipendenti al Segretario della Difesa e ad altri alti dirigenti del DoD sulle tecnologie emergenti, e sugli approcci innovativi, che il DoD dovrebbe adottare per garantire il dominio tecnologico e militare degli Stati Uniti”. Il Board vede la luce con Eric Schmidt nel ruolo di presidente (all’epoca presidente esecutivo di Alphabet, la casa madre di Google), e la partecipazione di Facebook (con Marne Levine), LinkedIn (Reid Hoffman), Microsoft (Kurt Delbene) e altri (13). Nel 2018 viene istituito il Joint Artificial Intelligence Center (JAIC), un’altra unità del DoD, volto a “sfruttare il potenziale di trasformazione della tecnologia di intelligenza artificiale a beneficio della sicurezza nazionale americana” (14).</p>



<p>Big Tech riesce ancora a evitare la luce dei riflettori perché molti dei servizi e delle tecnologie che vende al comparto della Difesa – non solo statunitense – non vengono classificati come ‘armamenti’, e il relativo giro d’affari risulta per ora troppo piccolo per comparire nelle classifiche dei colossi dell’industria delle armi. Ma anche il Sipri inizia a focalizzarlo. Nella Top 100 sottolinea come “Microsoft fornirà all’esercito degli Stati Uniti dispositivi integrati per la ‘vista aumentata’, nell’ambito di un contratto di dieci anni assegnato nel 2021 del valore di 22 miliardi di dollari. Nel 2020 la CIA ha stipulato un contratto di cloud computing con un consorzio composto da Amazon, Google, IBM, Microsoft e Oracle: secondo quanto riferito, vale decine di miliardi di dollari per un periodo di quindici anni. Nel 2021 Amazon ha stretto anche un accordo per ospitare materiale classificato appartenente a tre agenzie di intelligence britanniche sulla sua piattaforma Amazon Web Services”.</p>



<p>Al momento l’area del cloud è quella più riconoscibile, con l’ex progetto Jedi (Joint Enterprise Defense Infrastructure) in prima fila: un sistema per archiviare, elaborare e collegare i dati di tutte le attività del DoD, del valore di 10 miliardi di dollari in dieci anni. Microsoft e Amazon si sono date battaglia per vincere l’appalto finendo in tribunale, con il Pentagono che ha rescisso il contratto (vinto da Microsoft) per togliere le castagne dal fuoco e ripartire con un altro progetto: Joint Warfighting Cloud Capability. Il nuovo appalto sarà assegnato a dicembre 2022 e questa volta coinvolgerà probabilmente una cordata – Google, Oracle, Microsoft e Amazon. Valore ancora maggiore: 9 miliardi in cinque anni.</p>



<p>I servizi cloud hanno implicazioni dirette nei conflitti del terzo offset: “Dovrebbero avere un impatto significativo sulle operazioni belliche delle forze armate e sulle loro operazioni sul campo di battaglia. In linea di principio, sistemi cloud come JEDI potrebbero consentire ai militari di accedere in tempo reale a dati, informazioni e strumenti analitici completi, anche in aree isolate e in zone di conflitto; una volta online, i soldati avrebbero accesso alle strutture del cloud che aiuterebbero a eliminare la ‘nebbia di guerra’, rendendo più facile l’utilizzo con successo dei sistemi d’arma avanzati” (15).</p>



<p>In una rapida panoramica, e uscendo dagli stretti confini statunitensi, intelligenza artificiale, riconoscimento facciale e big data sono la base anche della tecnologia dei droni autonomi, i <em>killer robots</em> o <em>lethal autonomous weapons</em> (armi autonome letali, LAW). Secondo autonomousweapons.org, che promuove una campagna di sensibilizzazione per la messa al bando, sono già una realtà: li producono Turchia, Israele, Cina, Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna.</p>



<p>Algoritmi IA, in grado di processare e interpretare grandi volumi di dati, sono attualmente inseriti nella linea di comando dei droni semi-autonomi, accanto all’operatore umano che pilota da remoto e ‘preme il grilletto’, allo scopo dichiarato di rendere le decisioni più rapide, precise ed efficaci.</p>



<p>Mentre l’intelligenza artificiale gioca un ruolo fondamentale nel potenziamento del soldato, nell’addestramento e tramite lo sviluppo di protesi tecnologiche e/o esoscheletri (16).</p>



<p>Il conflitto in Ucraina ha poi portato alla luce altri ‘servizi’ venduti dalle aziende tecnologiche ai Paesi in guerra – e sta indubbiamente testando nuove potenzialità e modalità di cooperazione pubblico/privato. Si va dagli ormai noti satelliti Starlink di Elon Musk alla Maxar Technologies, che soddisfa più di duecento richieste quotidiane di copertura dell’Ucraina tramite quattro satelliti ad alta risoluzione, ottici e radar; da HawkEye 360, che per coprire meglio la zona ha lanciato sette satelliti – aggiungendoli ai suoi precedenti 15 già in orbita – ed effettua uno scanning elettromagnetico del territorio per geolocalizzare le emissioni sul terreno (per esempio, individuare le telefonate dei cellulari dei generali russi), fino alla Palantir di Peter Thiel (17) – società che collabora da tempo con DoD, CIA, NSA e FBI ed esperta in data-mining, sorveglianza e riconoscimento facciale – che sta ufficialmente lavorando per organizzare la distribuzione di beni di prima necessità ai rifugiati ucraini (cos’altro stia facendo, non è dato saperlo con certezza) (18).</p>



<p>C’è poi lo Spazio, con la corsa alla Luna, la sfera satellitare e le stazioni spaziali, ed è forse il caso di parlare di quarto offset – Cina e Russia, infatti, inseguono velocemente gli Stati Uniti in questa nuova frontiera. Al momento primeggia Elon Musk con la sua SpaceX – già titolare di appalti miliardari con la Nasa, è sua la navicella che ha portato sei astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale a maggio e novembre 2021 – tallonato dalla Blue Origin di Jeff Bezos, proprietario di Amazon. Il tema è vasto e per un approfondimento tecnico e geopolitico rimandiamo al numero di Limes di dicembre 2021, intitolato “Lo spazio serve a farci la guerra”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fai soldi in Ucraina</h4>



<p>Ai primi di ottobre, nella metropolitana milanese compare una pubblicità: “Al momento, il più grosso rischio finanziario in Ucraina è non investire. #AdvantageUkraine” (Fotografie pag. 12 e 15). Il sito (advantageukraine.com) è stato registrato il 17 agosto e fa capo al governo ucraino. La campagna – obiettivo fissato: 400 miliardi di dollari – è stata lanciata il 6 settembre scorso dallo stesso Zelensky, comparso in video all’apertura di Wall Street. L’elenco dei settori economici nei quali il presidente dell’Ucraina chiama a entrare investitori e società – proponendo vantaggi fiscali, partnership pubblico-privato e privatizzazioni di aziende statali – vede al terzo posto quello degli armamenti, con 43 miliardi potenziali, dopo energia (177 miliardi) e logistica e infrastrutture (123 miliardi); seguono agro-industria, metallurgia, farmaceutica, manifattura, nuove tecnologie, industria estrattiva e del legno. In home page svetta quello che è ormai il <em>brand</em> dello <em>spettacolo della guerra</em> (19) – Zelensky tra pettorali e bicipiti in maglietta verde militare – e le sue parole virgolettate: “La più grossa opportunità in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="359" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1.jpg" alt="" class="wp-image-7069" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Milano, metropolitana, ottobre 2022. Photo by Beatrice Fossati</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="354" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1.jpg" alt="" class="wp-image-7070" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Milano, metropolitana, ottobre 2022. Photo by Beatrice Fossati</figcaption></figure>
</div>


<p>Due sono le considerazioni.</p>



<p>La prima: ben oltre i settori direttamente coinvolti in un conflitto (armi e PMSC) e ben oltre anche il <em>dual use </em>tecnologico, guadagnare con la guerra diviene una possibilità per qualunque comparto economico. E per chiunque, vista la dinamica finanziaria soggiacente: ogni persona può investire nei fondi o nei titoli delle società coinvolte nell’operazione – e infatti la pubblicità illumina la metropolitana milanese, non le ristrette pareti di un consesso riservato a pochi.</p>



<p>La seconda: “opportunità” e “guerra” sono due parole il cui accostamento dovrebbe suonare <em>irrazionale</em>. Così come il richiamo al “rischio” declinato in senso finanziario, riferito a un Paese nel quale una guerra è in corso e il rischio concreto che corrono quotidianamente i suoi cittadini è quello di morire. Eppure queste parole accolgono i visitatori del sito e i pendolari milanesi.</p>



<p>“La riduzione d’ogni cosa a fatto commerciale” scrive Marcuse, “unisce sfere di vita un tempo antagonistiche […] annunci pubblicitari come <em>Rifugio di lusso contro la caduta di residui radioattivi</em> possono ancora evocare una reazione ingenua, per cui si avverte che […] nessuna logica e nessun linguaggio dovrebbero essere capaci di unire correttamente <em>lusso</em> e <em>caduta</em><em> di residui radioattivi</em>. Tuttavia, la logica e il linguaggio diventano perfettamente razionali quando apprendiamo che […] ‘tappeti, scaletta e TV’ sono compresi nel prezzo se si sceglie il modello di rifugio da 1.000 dollari. La convalida non sta principalmente nel fatto che questo linguaggio promuove le vendite […] ma piuttosto nel fatto di promuovere l’immediata identificazione dell’interesse particolare con quello generale, del Mondo degli Affari con la Potenza Nazionale, della prosperità con il potenziale disponibile per l’annientamento”.</p>



<p>Affari e guerra, prosperità e guerra, divengono binomi <em>razionali</em>, normali, accettati. Nella società industriale/tecnologica avanzata l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione, scrive Marcuse: “L’apparato produttivo, i beni e i servizi che esso produce, ‘vendono’ o impongono il sistema sociale come un tutto”. “I prodotti indottrinano e manipolano”, e più sono resi disponibili a “un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, [più] l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere”. L’uomo a una dimensione vive così una “mimesi” con la società industriale avanzata, che reclama “l’individuo intero”: la dimensione della mente dove può nascere opposizione, un pensiero critico, è dissolta.</p>



<p>Dobbiamo assolutamente ricostruirla. La guerra non l’ha inventata il capitalismo. Ma a differenza delle precedenti, in quest’epoca ci riempiamo la bocca con i ‘diritti umani’. Strumentalmente, certo, ma qualche passo fuori dalle caverne lo abbiamo fatto. Abbiamo conquistato un Sapere – spesso a prezzo di distruzione e sangue – che disattendiamo ogni giorno. Se non lo utilizziamo per andare alla radice del problema – oggi, un capitalismo che prospera su un’economia di morte – finisce per essere niente più di una masturbazione mentale. “L’illuminismo deve prendere coscienza di sé” scrivevano Adorno e Horkheimer, “se non si vuole che gli uomini siano completamente traditi. Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Herbert Marcuse, <em>L’uomo a una dimensione</em>, 1964, edizione Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">2) Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, <em>Dialettica dell’illuminismo</em>, 1944, edizione Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://silentprofessionals.org/jobs/extraction-protective-agents-ukraine/">https://silentprofessionals.org/jobs/extraction-protective-agents-ukraine/</a> sito consultato l’ultima volta il 4 ottobre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 1998 (WMEAT)</em>, aprile 2000, <a href="https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf">https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 2021 (WMEAT)</em>, 30 dicembre 2021 <a href="https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/">https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Vantage Market Reasearch, <em>Private Military Security Services Market</em>, maggio 2022 <a href="https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578">https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Fabio Mini, <em>An Analysis of Private Military and Security Companies</em>, in Eurepean University Institute, luglio 2010 </p>



<p class="has-small-font-size">8) In particolare all’approfondimento di Giovanna Cracco,<em> Contractor e diritti umani. Dalla guerra alla pace, la privatizzazione della violenza</em>, in 20° Rapporto sui Diritti Globali, Associazione Società Informazione, in uscita a dicembre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">9) Antagonista USA del prossimo futuro, grazie alla logica <em>dual use </em>la Cina sta rapidamente raggiungendo gli Stati Uniti nell’ambito delle nuove tecnologie. Cfr. Giovanna Baer, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/china-tech-inc-dual-use-civile-e-militare/" target="_blank"><em>China</em></a> <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/china-tech-inc-dual-use-civile-e-militare/" target="_blank"><em>Tech Inc. dual use: civile e militare</em></a>, Paginauno n. 64, ottobre 2019</p>



<p class="has-small-font-size">10) Robert Work, vice segretario alla Difesa nel 2014, citato in Kate Crawford, <em>Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro della IA</em>, Il Mulino</p>



<p class="has-small-font-size">11) Margart O’Mara, professoressa all’Università di Washington e storica nel campo dell’industria tecnologica, intervistata da A. Glaser, <em>Thousands of contracts highlight quiet ties between Big Tech and U.S. Military</em>, NBC News, 8 luglio 2020, <a href="https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171">https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Un’inchiesta di Tech Inquiry del luglio 2020 ha rivelato che Google, Amazon, Microsoft, Facebook, Apple, Dell, IBM, HP, Cisco, Palantir, Oracle, NVIDIA e Anduril hanno concluso migliaia di accordi con la Difesa, per milioni di dollari; eppure i loro nomi non compaiono nei dati rilasciati dal DoD, perché i contratti sono stipulati con altre società, che a loro volta subappaltano il progetto ai colossi della Silicon Valley. Jack Poulson, che firma l’inchiesta, è un ex ricercatore di Google che ha lasciato l’azienda nel 2018, in opposizione alle collaborazioni con l’ambito militare, e ha setacciato più di 30 milioni di contratti governativi firmati o modificati tra gennaio 2016 e giugno 2020. In sintesi – ma rimandiamo alla lettura integrale dell’inchiesta – Microsoft utilizza “una rete di subappaltatori di cui la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare, o almeno non penserebbe di includere in un elenco di fornitori di tecnologia militare, tra cui ben note aziende come Dell ma anche imprese molto meno conosciute come CDW Corporation, Insight Enterprises e Minburn Technology Group”; Amazon si muove “quasi interamente attraverso intermediari, come Four Points Technology , JHC Technology e ECS Federal (che era anche il primo appaltatore per Maven dei contratti di Google)”;”Google collabora con ECS Federal e con altre aziende meno note come The Daston Corporation, DLT Solutions, Eyak Technology e Dnutch Associates”. J. Poulson, <em>Reports of a Silicon Valley/Military Divide Have Been Greatly Exaggerated</em>, Tech Inquiry, luglio 2020. <a href="https://techinquiry.org/SiliconValley-Military/">https://techinquiry.org/SiliconValley-Military/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://innovation.defense.gov/Members/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://innovation.defense.gov/Members/</a> consultato tramite Wayback Machine (<a href="https://archive.org/web/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.org/web/</a>) per risalire agli anni precedenti – attualmente la pagina indica solo Michael Bloomberg come presidente</p>



<p class="has-small-font-size">14) Sito ufficiale del Chief Digital and Artificial Intelligence Office (CDAO) del Dipartimento della Difesa USA, che da febbraio 2022 integra e coordina le unità del DoD incentrate sulla IA, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ai.mil/about.html" target="_blank">https://www.ai.mil/about.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">15) DoD, <em>I funzionari del Dipartimento della Difesa sottolineano il ruolo dell’infrastruttura cloud nel supporto ai combattenti,</em> 14 marzo 2018, citato in <em>New Technology and the Changing Military Industrial Complex</em>, J Paul Dunne e Elisabeth Sköns, Prims Working Paper Series, numero 2-2021</p>



<p class="has-small-font-size">16) Su questi ultimi tre aspetti, per approfondire il tema: Giovanna Cracco, <em>Le guerre del futuro. Intelligenza artificiale, big data e industria bellica</em>, in 19° Rapporto sui Diritti Globali, Associazione Società Informazione, novembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">17) Creatore di Paypal, tra i primi investitori di Facebook – è uscito dal consiglio di amministrazione a febbraio di quest’anno – Peter Thiel ha fondato Palantir nel 2003; nell’agosto 2019 ha dichiarato al New York Times che l’intelligenza artificiale è prima di tutto una tecnologia militare, cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html">https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Per maggiori dettagli: Marcello Spagnulo, <em>L’invisibile battaglia spaziale nella guerra d’Ucraina</em>, Limes n. 7/2022, “La guerra grande”, luglio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/" target="_blank"><em>Lo spettacolo della guerra</em></a>, Paginauno n. 77, aprile 2022 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>La crisi alimentare rafforza la presa su 19 hunger hotspots mentre la carestia incombe nel Corno d’Africa</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-crisi-alimentare-rafforza-la-presa-su-19-hunger-hotspots-mentre-la-carestia-incombe-nel-corno-dafrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Crisi alimentare, l’allarme FAO. Condizioni climatiche estreme, guerre, aumento dei prezzi di cibo, carburante e fertilizzanti: 19 hunger hotspots sull’orlo di carestia e morte]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">FAO-PAM*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Crisi alimentare, l’allarme FAO. Condizioni climatiche estreme, guerre, aumento dei prezzi di cibo, carburante e fertilizzanti: 19 <em>hunger hotspots</em> sull’orlo di carestia e morte</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Un rapporto congiunto delle Nazioni Unite prevede che il numero di persone nel mondo che affrontano un’insicurezza alimentare acuta continuerà a crescere vertiginosamente, poiché la crisi alimentare rafforza la sua presa su 19 “hunger hotspots” (punti caldi della fame) – spinta da conflitti crescenti, condizioni meteorologiche estreme e instabilità economica aggravata dalla pandemia e dagli effetti a catena della crisi in Ucraina.</p>



<p>Il rapporto “Hunger Hotspots. FAO- WFP early warnings on acute food insecurity”, pubblicato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), chiede un’azione umanitaria urgente per salvare vite e mezzi di sussistenza, e prevenire la carestia nei Paesi hotspots in cui si prevede un peggioramento dell’insicurezza alimentare acuta da ottobre 2022 a gennaio 2023. Il rapporto presenta raccomandazioni specifiche per Paese sulle priorità per un’azione preventiva: misure di protezione a breve termine da mettere in atto prima che si concretizzino nuove esigenze umanitarie, e risposta alle emergenze: azioni per affrontare i bisogni umanitari esistenti.</p>



<p>“La grave siccità nel Corno d’Africa ha spinto le persone sull’orlo della fame, distruggendo i raccolti e uccidendo il bestiame da cui dipende la loro sopravvivenza. L’insicurezza alimentare acuta sta aumentando rapidamente e si sta diffondendo in tutto il mondo. Le persone nei Paesi più poveri, in particolare, che devono ancora riprendersi dall’impatto della pandemia di Covid-19, stanno soffrendo gli effetti a catena dei conflitti in corso, in termini di prezzi, forniture di cibo e fertilizzanti, nonché dell’emergenza climatica. Senza una risposta umanitaria su vasta scala che abbia al centro un’assistenza agricola urgente e salvavita, nei prossimi mesi la situazione probabilmente peggiorerà in molti Paesi”, ha affermato il Direttore Generale della FAO, QU Dongyu.</p>



<p>“Questa è la terza volta in dieci anni che la Somalia è minacciata da una carestia devastante. Quella del 2011 è stata causata da due stagioni piovose consecutive fallite e da conflitti. Oggi stiamo assistendo a una tempesta perfetta: una probabile quinta stagione consecutiva delle piogge fallita, che vedrà la siccità protrarsi fino al 2023. Ma le persone stanno anche affrontando l’impennata dei prezzi dei generi alimentari, e opportunità gravemente limitate di guadagnarsi da vivere dopo la pandemia. Abbiamo urgente bisogno di aiutare coloro che sono in grave pericolo di soffrire la fame in Somalia e negli altri hunger hotspots nel mondo”, ha affermato David Beasley, Direttore Esecutivo del PAM.</p>



<p>Il rapporto mette in luce la crisi della fame nel Corno d’Africa, dove si prevede che la siccità più lunga in oltre quarant’anni continuerà – con la quinta stagione delle piogge fallita all’orizzonte – aggiungendosi agli effetti cumulativi e devastanti che dal 2020 hanno colpito le famiglie vulnerabili: deficit continuo di precipitazioni, crisi economiche e conflitti. La scarsità d’acqua ha portato a raccolti inferiori alla media, alla morte del bestiame, e ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare la propria terra in cerca di sostentamento, aumentando al contempo il rischio di conflitti intercomunali e basati sulle risorse.</p>



<p>Si prevede che fino a 26 milioni di persone dovranno affrontare livelli di insicurezza alimentare di crisi o peggio (fase 3 IPC e superiori) in Somalia, Etiopia meridionale e orientale e Kenya settentrionale e orientale. Con l’assistenza umanitaria a rischio di essere tagliata a causa della mancanza di fondi, lo spettro di decessi su larga scala per fame incombe in Somalia, con una carestia che potrebbe prendere piede in ottobre nei distretti di Baidoa e Burhakaba, nella regione di Bay. Senza un’adeguata risposta umanitaria, gli analisti prevedono che entro dicembre moriranno ogni giorno fino a quattro bambini o due adulti ogni 10.000 persone. Oggi centinaia di migliaia di esseri umani stanno già affrontando la fame, con livelli sbalorditivi di malnutrizione previsti tra i bambini sotto i 5 anni.</p>



<p>A livello globale, se non viene intrapresa alcuna azione, si prevede che un massimo storico di 970.000 persone affronteranno una fame catastrofica (fase 5 IPC) e ne moriranno, o rischieranno di soffrirne per condizioni catastrofiche. Afghanistan, Etiopia, Nigeria, Sud Sudan, Somalia e Yemen rimangono in “massima allerta”, poiché i punti caldi, da soli, rappresentano quasi un milione di persone che affrontano livelli catastrofici di fame (fase 5 IPC “Catastrofe”), con denutrizione e morte all’ordine del giorno; senza un’azione immediata, possono manifestarsi livelli estremi di mortalità e malnutrizione.</p>



<p>Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Kenya, Sahel, Sudan e Siria restano “altamente preoccupanti” per il deterioramento delle condizioni – come nell’edizione di giugno del rapporto trimestrale – ma l’allerta è estesa a Repubblica Centrafricana e Pakistan. Nel frattempo, Guatemala, Honduras e Malawi sono stati aggiunti all’elenco dei Paesi che rimangono hunger hotspots, unendosi a Madagascar, Sri Lanka e Zimbabwe.</p>



<p>Il conflitto violento resta il principale motore della fame acuta e l’analisi indica che nel 2022 la tendenza continua; con particolare preoccupazione per l’Etiopia, dove si prevede, in diverse regioni, un’ulteriore intensificazione del conflitto e della violenza interetnica, portando all’incremento i bisogni umanitari.</p>



<p>Condizioni meteorologiche estreme come inondazioni, tempeste tropicali e siccità rimangono fattori critici in molte parti del globo, e una “nuova normalità” di eventi meteorologici consecutivi ed estremi sta diventando chiara, in particolare negli hotspots. Quest’anno inondazioni devastanti hanno colpito 33 milioni di persone nel solo Pakistan e il Sud Sudan deve affrontare il quarto anno consecutivo di inondazioni estreme. Nel frattempo, in Siria è prevista una terza stagione consecutiva di precipitazioni al di sotto della media, e per la prima volta in vent’anni l’evento climatico <em>La Niña</em> è continuato per tre anni consecutivi, colpendo l’agricoltura e provocando perdite di raccolti e bestiame in molte parti del mondo, tra cui Afghanistan, Africa occidentale e orientale e Siria.</p>



<p>Sul fronte economico, i prezzi globali costantemente elevati di cibo, carburante e fertilizzanti continuano a guidare gli alti prezzi interni e l’instabilità economica. L’aumento dei tassi di inflazione ha costretto i governi delle economie avanzate ad adottare misure di inasprimento monetario che hanno aumentato il costo del credito dei Paesi a basso reddito. Ciò sta limitando la capacità degli Stati fortemente indebitati – il cui numero è aumentato in modo significativo negli ultimi anni – di finanziare l’importazione di beni essenziali.&nbsp;</p>



<p>Di fronte a queste sfide macroeconomiche, molti governi sono costretti a introdurre misure di austerità che incidono sui redditi e sul potere d’acquisto, in particolare tra le famiglie più vulnerabili. Si prevede che queste tendenze aumenteranno nei prossimi mesi, osserva il rapporto, con un ulteriore aumento della povertà e dell’insicurezza alimentare acuta, nonché i rischi di disordini civili causati da crescenti rimostranze socioeconomiche.</p>



<p>L’assistenza umanitaria è fondamentale per salvare vite umane e prevenire la fame, la morte e il totale collasso dei mezzi di sussistenza. Il rapporto evidenzia che l’insicurezza, gli impedimenti amministrativi e burocratici, le restrizioni ai movimenti e le barriere fisiche limitano gravemente l’accesso degli operatori umanitari alle persone che soffrono la fame acuta in undici dei Paesi hotspots, compresi i sei Stati in cui le popolazioni stanno affrontando o sono destinate ad affrontare la fame (fase 5 IPC) o sono a rischio di deterioramento verso condizioni catastrofiche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’azione umanitaria è fondamentale per prevenire la fame e la morte</h4>



<p>Il rapporto chiede un’azione umanitaria mirata per salvare vite e mezzi di sussistenza nei 19 hotspot della fame, rilevando che in Afghanistan, Etiopia, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen, l’azione umanitaria sarà fondamentale per prevenire ulteriore denutrizione e morte.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Comunicato stampa congiunto FAO-PAM (tradotto) del 21 settembre 2022 relativo all’uscita del Rapporto <em>Hunger Hotspots. FAO-WFP early warnings on acute food insecurity. October 2022 to January 2023 Outlook</em>, scaricabile qui in lingua inglese <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.fao.org/3/cc2134en/cc2134en.pdf" target="_blank">https://www.fao.org/3/cc2134en/cc2134en.pdf</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6012</guid>

					<description><![CDATA[Dall’estrazione delle materie prime al riciclaggio finale, le omissioni nella narrazione green: distruzione ambientale, spreco d’acqua, inquinamento, sfruttamento, consumo energetico di Big Tech. L’ultima rivoluzione tecnologica capitalistica che nulla ha a che fare con l’ambientalismo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" data-type="post" data-id="6004" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dall’estrazione delle materie prime al riciclaggio finale, le omissioni nella narrazione green: distruzione ambientale, spreco d’acqua, inquinamento, sfruttamento, consumo energetico di Big Tech. L’ultima rivoluzione tecnologica capitalistica che nulla ha a che fare con l’ambientalismo</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Prendiamo il caso delle pale eoliche: la crescita di questo mercato esigerà, da qui al 2050, 3.200 milioni di tonnellate di acciaio, 310 milioni di tonnellate di alluminio e 40 milioni di tonnellate di rame, poiché le pale eoliche inghiottiranno più materie prime rispetto alle precedenti tecnologie. A pari capacita [di produzione elettrica], le infrastrutture eoliche avranno bisogno fino a quindici volte in più di cemento, novanta volte in più di alluminio e cinquanta volte in più di ferro, rame e vetro rispetto alle istallazioni che utilizzano combustibili tradizionali.”
O. Vidal, B. Goffe e N. Arndt, <em>Metals for a Low-Carbon Society</em>, Nature Geoscience, vol. 6, novembre 2013</pre>



<pre class="wp-block-verse">“Il rapporto mostra chiaramente che le tecnologie che si presume popoleranno il cambiamento all’energia pulita – eolico, solare, idrogeno ed elettrico – richiedono significativamente più risorse materiali per la loro composizione rispetto agli attuali sistemi tradizionali di approvvigionamento energetico basati sui combustibili fossili.”
World Bank,<em> The Growing Role of Minerals and Metals for a Low Carbon Future</em>, giugno 2017</pre>



<pre class="wp-block-verse">“Vanno purificate 8,5 tonnellate di roccia per produrre un chilo di vanadio, 16 tonnellate per un chilo di cerio, 50 tonnellate per l’equivalente di gallio, e la cifra sbalorditiva di 200 tonnellate per un misero chilo di un metallo ancora più raro, il lutezio.”
Guillaume Pitron, <em>La guerra dei metalli rari</em>, Luiss Press, 2019</pre>



<p class="has-drop-cap">Transizione ecologica e digitale: una locuzione che è divenuta un imperativo, una parola d’ordine che nessuno più mette in discussione. Rare volte si è assistito a un cambio di paradigma con tale velocità: dall’essere argomento appannaggio di gruppi minoritari, pensiero carsico che riusciva ad affiorare solo legato a eventi contingenti per poi tornare a sotterrarsi, in pochi mesi l’ambientalismo si è trasformato in pensiero dominante. Com’è noto, il punto di svolta è stato il 2018 e Greta Thunberg. </p>



<p>Non occorre scomodare teorie del complotto, la semplice logica è sufficiente: ognuno di noi sa che può sedersi fuori dal Parlamento del proprio Paese per mesi interi senza ottenere alcuna visibilità sui media, né invito a parlare all’assemblea dell’ONU e al Forum annuale di Davos, se il tema di cui si fa portatore non si incrocia con gli interessi di un settore economico già egemone o che sta lottando per divenire tale all’interno del campo di potere capitalistico. Come insegna Gramsci, l’egemonia è fondata sul consenso: è “direzione morale e intellettuale”, è un rapporto pedagogico che si basa sul riconoscimento di legittimità da parte delle masse, ed è stata la creazione di questo consenso il compito che l’industria emergente del green, sostenuta dal comparto digitale, ha demandato alla ragazzina con le treccine. </p>



<p>Una figura e un’immagine innocente, pulita, appassionata, con ogni probabilità in buonafede, perfetta per trasformarsi in simbolo all’interno di una narrazione costruita per trarre potenza dalla propria caratteristica generazionale: adolescenti che chiedono il conto agli adulti del mondo che lasceranno loro. Molti Paesi erano sulla strada di disattendere gli accordi di Parigi del 2015, nell’indifferenza generale. Greta Thunberg e quella che la Scuola di Francoforte definiva “industria culturale” hanno creato i Fridays for Future, con migliaia di ragazzini in piazza “per un mondo migliore” e, in pochi mesi, l’egemonia si è affermata: il tema del cambiamento climatico e della transizione energetica si è imposto sui tavoli mondiali e a dicembre 2019 anche la Commissione Ue inizia a parlare di “Green Deal europeo”.</p>



<p>Il problema del cambiamento climatico, e in generale della distruzione ambientale del pianeta, esiste, quindi è positiva l’attenzione che l’ecologia ha finalmente ottenuto. Tuttavia la narrazione divulgata è colpevolmente parziale, e non poteva essere altrimenti poiché risente degli interessi capitalistici che l’hanno manovrata. Le energie cosiddette ‘pulite’ implicano infatti il ricorso a minerali ‘sporchi’ il cui sfruttamento è tutto tranne che pulito; le energie cosiddette ‘rinnovabili’ si basano sullo sfruttamento di materie prime che rinnovabili non sono; infine, la transizione verde e digitale era ormai divenuta, per il capitalismo, un passaggio sia inevitabile che necessario – per quanto dolorosa per alcuni settori industriali – e porterà con sé cambiamenti geopolitici.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Non pulito e non rinnovabile</h4>



<p>Il punto di partenza da non dimenticare è che la transizione ecologica non può fare a meno di quella digitale. Sono le cosiddette ‘reti smart’, strutturate con software di intelligenza artificiale, che potranno calibrare il flusso di energia elettrica nelle case e nelle industrie in base al bisogno effettivo; saranno algoritmi di previsione meteorologici che miglioreranno le prestazioni dei pannelli fotovoltaici; sono sensori digitali che potranno modulare l’intensità di illuminazione nelle strade in base alla loro frequentazione; mentre i ‘magneti di terre rare’ sono il componente indispensabile delle auto elettriche, delle pale eoliche, dei pannelli fotovoltaici e di <em>tutte</em> le tecnologie digitali. Magneti che hanno permesso di ridurre notevolmente peso e dimensione degli oggetti rispetto a quelli di ferrite: a pari potenza, i primi sono cento volte più piccoli dei secondi. Sono questi magneti ad aver consentito ai motori elettrici di entrare in competizione con quelli termici, mentre le terre rare, con le loro proprietà catalitiche e ottiche oltre che magnetiche, si inseriscono come elementi insostituibili in smartphone, computer, schermi di ogni tipo, robotica (anche militare), marmitte catalitiche, lampadine a basso consumo, semiconduttori, materiali industriali (per renderli più leggeri e robusti) e pannelli solari, pale eoliche, batterie delle auto elettriche ecc. L’elettromagnetismo è l’energia di alimentazione della transizione verde e le terre rare sono la materia prima del futuro ecologico e digitale. Ed è qui la prima enorme omissione della narrazione green.</p>



<p>Il libro di Guillaume Pitron, <em>La guerra dei metalli rari (</em>Luiss Press, 2019), ricco di fonti, note, bibliografia e appendici, è il testo giusto per iniziare a muoversi in questo mondo. I metalli rari sono una trentina (1), mentre le terre rare sono 17 elementi (2). A dispetto del nome, sono relativamente abbondanti nella crosta terrestre, ma non altrettanto la concentrazione estraibile. La loro caratteristica è infatti di trovarsi associati in proporzione minima ai metalli abbondanti. Il processo di estrazione e purificazione è dunque lungo ed estremamente inquinante, e utilizza enormi quantità d’acqua – nel tempo in cui si inizia a parlare di razionarla. Si parte con la frantumazione dei sassi, per poi passare all’utilizzo di reagenti chimici come acidi solforici e nitrici, passaggi ripetuti decine di volte. Alla fine della raffinazione, rimangono centinaia di metri cubi d’acqua carichi di acidi e metalli pesanti che inquinano suolo e falde acquifere. L’estrazione non è nemmeno esente da radioattività. Non a causa delle terre rare in sé, ma per alcuni minerali (come il torio o l’uranio) a cui sono associate e per il processo di separazione che ne consegue: il tasso di radioattività è debole secondo le tabelle dell’Aiea, ma sono rifiuti che devono essere messi in sicurezza per centinaia di anni (3).</p>



<p>Non è infatti un caso che le principali miniere si trovino nei Paesi del Terzo mondo o in via di sviluppo. La transizione energetica e digitale, per come è stata strutturata, è una “transizione per le classi più agiate”, sottolinea giustamente Pitron. Francia e Stati Uniti, per esempio, contavano importanti giacimenti e industrie. La miniera di Mountain Pass, negli USA, ha dominato il mercato delle terre rare fino al 1985, per essere poi chiusa nel 2002 a causa dei continui danni ambientali e delle relative cause giudiziarie che si susseguivano; ha riaperto nel 2012 ma nel 2014 ha dichiarato fallimento, incapace di essere competitiva con il mercato cinese, nato nel frattempo. Dal 2018 ci sta riprovando: l’obiettivo statunitense di ridurre la propria dipendenza dalla Cina di una risorsa oggi strategica ha vinto sui problemi di inquinamento. Negli anni Ottanta il gruppo francese Rhône-Poulenc raffinava il 50% del mercato mondiale delle terre rare: la radioattività era una presenza costante. Posta sotto pressione da ong e comitati locali, a metà anni Novanta ha rinunciato alla parte del processo di lavorazione più inquinante, comprando dalla Cina minerali già parzialmente purificati. L’Occidente ha quindi delocalizzato la distruzione ambientale e l’inquinamento, e oggi la Cina fornisce il 95% del fabbisogno mondiale di terre rare.</p>



<p>Paradossalmente, lo sfruttamento di una miniera – e vale non solo per le terre rare ma per tutti i metalli necessari alle infrastrutture green – è anche un’attività pesantemente energivora o, per utilizzare il linguaggio della transizione ecologica, a forte emissione di gas serra. E lo sarà sempre di più. Perché a domanda crescente si risponderà sfruttando anche i giacimenti meno redditizi – come è stato per il petrolio. “Alcuni esperti affermano che le riserve di minerali rari accertate sono minori di quelle realmente esistenti, poiché restano giacimenti da scoprire” riporta Pitron, citando il chimico Ugo Bardi, “e che non ci sarebbe quindi motivo di preoccuparsi di un rischio di penuria. Eppure la produzione di questi metalli mobilita tra il 7 e l’8% dell’energia mondiale. Cosa accadrebbe se il rapporto crescesse fino a raggiungere il 20-30% o oltre? Secondo Bardi in Cile l’energia necessaria per estrarre il rame è aumentata del 50% tra il 2001 e il 2010, mentre la produzione totale di rame è cresciuta solamente del 14%”. I limiti dell’estrazione mineraria dunque rischiano di essere energetici e non quantitativi.</p>



<p>Indubbiamente sono però anche risorse finite, e si inizia già a parlare di penuria: all’attuale ritmo di produzione, le riserve redditizie di una quindicina di metalli di base e metalli rari si esauriranno in meno di cinquant’anni. Ancora prima nel caso la domanda dovesse crescere (vedi Grafico 1, pag. 9). E la domanda crescerà.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="659" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-1.jpg" alt="" class="wp-image-7021" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-1-273x300.jpg 273w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 1<em>. </em>Fonte: <em>De surprenantes matieres critiques</em>, L’Usine nouvelle, 10 luglio 2017, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.usinenouvelle.com/article/infographie-de-surprenantes-matieres-critiques.N563822" target="_blank">https://www.usinenouvelle.com/article/infographie-de-surprenantes-matieres-critiques.N563822</a></figcaption></figure>
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<p>Limitando lo sguardo alla sola realtà europea, scrive a settembre 2020 la Commissione Ue nel report a cadenza triennale <em>Resilienza delle ma</em><em>terie prime critiche</em>: “Per le batterie dei veicoli elettrici e lo stoccaggio dell’energia l’Ue avrebbe bisogno, rispetto all’attuale approvvigionamento della sua intera economia, di una quantità di litio fino a 18 volte superiore e di una quantità di cobalto fino a 5 volte superiore nel 2030, e di una quantità di litio 60 volte superiore e di una quantità di cobalto 15 volte superiore nel 2050. Se non affrontato, questo aumento della domanda potrebbe causare problemi di approvvigionamento. […] La domanda di terre rare utilizzate nei magneti permanenti, ad esempio per i veicoli elettrici, le tecnologie digitali o i generatori eolici, potrebbe decuplicare entro il 2050” (4).</p>



<p>Da escludere, a oggi, anche il riciclaggio. Sono state trovate tecniche per effettuarlo, ma è un processo lento, complesso – le terre rare non entrano allo stato puro nella fabbricazione dei dispositivi tecnologi ma sotto forma di leghe – economicamente svantaggioso e, a sua volta, utilizza prodotti chimici. Lo evidenzia anche la Commissione europea nel report sopra indicato: “L’Ue è all’avanguardia nel settore dell’economia circolare e ha già incrementato l’uso delle materie prime secondarie. Ad esempio, oltre il 50% di alcuni metalli come il ferro, lo zinco o il platino viene riciclato e copre oltre il 25% del consumo dell’Ue. Tuttavia nel caso di altre materie prime, soprattutto quelle impiegate nelle tecnologie per le energie rinnovabili o in applicazioni altamente tecnologiche, come le terre rare, il gallio o l’indio, la produzione secondaria rappresenta soltanto un contributo marginale” (5) (vedi Grafico 2, pag. 10)</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="560" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-7022" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-1-300x280.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 2. Fonte: Commissione Ue, <em>Resilienza delle materie prime critiche</em>, 3 settembre 2020, <a rel="noreferrer noopener" href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN" target="_blank">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN</a></figcaption></figure>
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<p>Non ultimo, l’aspetto dello sfruttamento umano e dei danni alla salute. Ogni tanto affiorano, per scomparire il giorno dopo – perfino sui media mainstream paladini della transizione ecologica e digitale – fotografie di bambini al lavoro, con paghe da fame, immersi fino al busto nell’acqua inquinata di miniere o nei rifiuti tossici. Già nel 2016 il report annuale di Pure Earth e Green Cross Switzerland ha aggiornato la classifica delle prime dieci industrie inquinanti in base al danno alla salute prodotto sulle persone: la prima è quella del riciclaggio delle batterie piombo-acido esauste (utilizzate nei veicoli), la seconda è l’estrazione e la lavorazione mineraria (6).</p>



<p>Perfino per le auto elettriche, bandiera della transizione verde, il saldo ecologico dell’intero ciclo di vita del veicolo è ancora incerto. Tra studi positivi e altri negativi, ciò su cui tutti concordano è che la produzione – dalla fase estrattiva dei minerali, alla costruzione industriale, fino allo smaltimento finale – ha un impatto ambientale <em>peggiore</em> rispetto all’auto a motore termico, soprattutto a causa delle batterie al litio (e generalmente vengono conteggiate solo le emissioni di CO<sup>2 </sup>: non lo spreco d’acqua, l’inquinamento di suolo e falde, la deforestazione delle miniere, la radioattività, la distruzione di biodiversità ed ecosistemi, ecc.); quando l’analisi passa all’utilizzo del veicolo, gli scenari sono i più diversi, perché ciò che incide fortemente è il mix energetico per la ricarica, tra rinnovabili e fonti fossili.</p>



<p>“In poche parole,” conclude lo studio della Banca Mondiale citato ad apertura dell’articolo (7), “un futuro di tecnologie verdi [eolico, solare, idrogeno ed elettrico] è materialmente intensivo [sotto il profilo minerario] e, se non gestito correttamente, potrebbe compromettere gli sforzi e le politiche dei Paesi fornitori per raggiungere gli obiettivi sul clima e quelli di sviluppo sostenibile correlati. Inoltre, comporta impatti potenzialmente significativi per gli ecosistemi locali, i sistemi idrici e le comunità”.</p>



<p>Alle tecnologie verdi si aggiunge il fabbisogno materiale ed energetico del <em>mondo</em> digitale. <em>Cloud</em>, realtà virtuale, internet&#8230; le aziende del Big Tech fanno di tutto per vendere un’immagine fluttuante e incorporea (la <em>nuvola</em>&#8230;) intrinsecamente ambientalista, quando le terre rare sono una materia prima essenziale e insostituibile per la sua tecnologia e l’intera infrastruttura è radicalmente ‘fisica’: satelliti, razzi per lanciarli, computer che ne regolano l’orbita e la trasmissione di informazioni, cavi sottomarini, reti elettriche aeree e sotterranee, immensi e numerosi data center, per finire ai tablet, ai computer, agli smartphone che tutti abbiamo in mano e che dobbiamo continuamente ricaricare. Una ‘megamacchina’ che divora energia – e acqua, necessaria ai sistemi di raffreddamento dei data center.</p>



<p>Secondo uno studio del 2018, <em>As</em><em>sessing ICT global emissions foot</em><em>print: Trends to 2040 &amp; recommen</em><em>dations</em> (8), “il consumo energetico di computer, data center, apparecchiature di rete e altri dispositivi ICT (esclusi gli smartphone) ha raggiunto l’8% del consumo totale mondiale, e si prevede che raggiungerà il 14% entro il 2020 […] Ciò che sorprende ancora di più è che questi numeri e proiezioni non includono la fase produttiva, soprattutto alla luce del fatto che i dispositivi ICT hanno una vita utile molto più breve (2–5 anni) rispetto a qualsiasi altro componente hardware”. L’obsolescenza programmata infatti alimenta il processo produttivo, dall’estrazione mineraria al prodotto finito. L’analisi prevede che entro il 2040 il settore tecnologico segnerà il 14% delle emissioni globali di gas serra, pari a “più della metà dell’attuale contributo dell’intero settore dei trasporti”.</p>



<p>Per un report del 2019, <em>Lean ICT: Towards Digital Sobriety</em> (9), “il consumo energetico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione aumenta del 9% ogni anno. […] La transizione digitale così com’è attualmente attuata <em>partecipa al riscaldamento globale più di quanto non aiutia prevenirlo</em>”. E ancora: “La quota delle ICT nelle emissioni globali di gas serra è aumentata della metà dal 2013, passando dal 2,5% al ​​3,7% […] L’appropriazione di una quota via via sproporzionata dell’energia elettrica disponibile aumenta la tensione sulla produzione della stessa, che già si fatica a decarbonizzare”.</p>



<p>In conclusione, ciò che omette la narrazione della transizione ecologica e digitale per potersi presentare come migliorativa dal punto di vista ambientale, è lo sguardo d’insieme sul ciclo industriale, dall’estrazione delle materie prime al riciclaggio finale, passando per la fabbricazione delle tecnologie e il fabbisogno energetico complessivo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><em>È</em> semplicemente<em> il capitalismo,</em> <em>bellezza!</em></h4>



<p>Dal carbone con la macchina a vapore, al petrolio con il motore termico, alle terre rare e il digitale, il capitalismo sta percorrendo la sua strada. Da sempre è stata la tecnologia di avanguardia a guidare e segnare le fasi di rivoluzione. Non è una scelta, è una dinamica intrinseca al sistema: il progresso scientifico – che il capitale privato finanzia per poterlo indirizzare verso i propri interessi – crea nuovi mercati e nuove occasioni di profitti (abbondanti profitti, perché inizialmente oligopolistici); crea rinnovamento della produzione e delle merci – nuovi impianti e nuovi oggetti –; crea nuovi desideri indotti per la società dei consumi e nuove ideologie dominanti da trasformare in consenso dei dominati, per alimentare la società dello spettacolo. Senza rinnovamento tecnico il capitalismo non sopravviverebbe. La tecnologia digitale è la nuova ‘macchina’ e le terre rare sono la sua fonte energetica. E come nelle transizioni precedenti, ci sono settori penalizzati che scompariranno – e che ora stanno lottando per resistere il più a lungo possibile – e aziende che chiuderanno se non faranno in tempo ad aggiornarsi, ma è la regola del gioco. All’interno del campo di potere capitalistico c’è sempre il settore che domina: è il perno della rivoluzione industriale che segna la fase, dunque è storicamente determinato, e in quanto vertice ha il rapporto più stretto con il potere politico e militare. Oggi a dominare è il comparto digitale, che non solo ha pervaso tutti gli ambiti produttivi, dall’industria ai servizi, ma vincolandosi a doppio filo con le tecnologie verdi ha promosso l’ascesa del settore, grazie anche all’aiuto di denaro pubblico – PNRR, Green Deal europeo, finanziamenti legati alla transizione ecc. – messo a disposizione dalla complicità con la politica.</p>



<p>L’icona con le treccine, dunque, non poteva che promuovere una narrazione parziale della transizione green e digitale, nella quale gli aspetti non-puliti e non-rinnovabili sono omessi. Pecca come minimo di ingenuità, infatti, credere che multinazionali regine per capitalizzazione in Borsa, sfruttamento del lavoro, messa a valore della vita e dei dati (10), si siano improvvisamente prese a cuore le sorti ambientali del pianeta e di conseguenza della popolazione mondiale; <em>è</em> semplicemente<em> il capitalismo, bellezza!</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Incompatibilità</h4>



<p>Senza voler aprire all’analisi geopolitica – che meriterebbe ben altro approfondimento – alcuni aspetti sono sotto gli occhi di tutti. A ogni rivoluzione tecnologica corrisponde una nuova fonte di energia, a cui equivale un nuovo ciclo di egemonia globale: la Gran Bretagna con il carbone, gli Stati Uniti con il petrolio, la Cina con le terre rare. Per i Paesi occidentali l’industria digitale, motore dell’attuale rivoluzione capitalistica, ha il comando negli USA, ma il suo fuoco prometeico è nel celeste impero, che ha quasi raggiunto la potenza e la capacità per ambire a sottrarre l’egemonia mondiale agli Stati Uniti. Ci vorrà ancora tempo – soprattutto per scalzare il dollaro come valuta di riferimento mondiale, aspetto cruciale del primato statunitense – ma si sta avviando un’epoca multipolare e la globalizzazione economica è destinata a entrare in una fase di declino – a riprova che non vale la massima “dove passano le merci non passano gli eserciti” quando è in gioco il ruolo di <em>domĭnus</em> del pianeta. USA e Unione europea hanno ben presente la criticità. I primi monitorano con attenzione produzioni e riserve mondiali delle terre rare, in un report annuale governativo del <em>National Minerals Information Center</em> (11) (nel Grafico 3, pag. 13, i dati di gennaio 2022); la seconda tiene d’occhio la propria dipendenza dalle “materie prime critiche” (12), definite come “le più importanti dal punto di vista economico e che presentano un elevato rischio di approvvigionamento”: il loro accesso costituisce infatti “una questione di sicurezza strategica per l’ambizione dell’Europa di realizzare il Green Deal” (vedi Grafico 4, pag. 14).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="293" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-1.jpg" alt="" class="wp-image-7023" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-1-300x147.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 3. Fonte: Governo degli Stati Uniti, <em>R</em>eport annuale del <em>National Minerals Information Center</em>, Terre rare, gennaio 2022</figcaption></figure>
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<p>I minerali e le terre rare sono risorse finite. Il rischio di penuria è già conteggiato nelle analisi a medio/lungo termine. A breve, la storia insegna, ‘penuria’ significa stoccaggio delle scorte – ossia limitazioni all’export: la Cina le ha già minacciate e parzialmente messe in atto – speculazione sui prezzi e guerre per il controllo delle risorse. Abbiamo davanti una fase di conflitti, tensioni geopolitiche crescenti – di cui la guerra in Ucraina ha strumentalmente segnato l’innesco –, diseguaglianza e povertà in aumento.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="372" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-1.jpg" alt="" class="wp-image-7024" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-1-300x186.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 4. Fonte: Commissione Ue, <em>Resilienza delle materie prime critiche</em>, 3 settembre 2020, <a rel="noreferrer noopener" href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN" target="_blank">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN</a></figcaption></figure>
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<p>Il cambiamento climatico sta segnando il pianeta e le nostre vite. La transizione ecologica e digitale, con l’obiettivo della riduzione dell’inquinamento atmosferico, è allo stato attuale il male minore? Se è così, dovremmo come minimo avere la consapevolezza che porta con sé un alto tipo di distruzione ambientale. E capire, soprattutto, che un sistema economico che persegue l’accumulazione illimitata di profitto, dunque la produzione infinita di merci e bisogni indotti, di un consumismo basato sul valore di scambio e di una società che ha dimenticato il valore d’uso, è incompatibile con la nostra esistenza su un pianeta finito. Possiamo anche lanciarci in una nuova corsa allo Spazio, ed è ciò che stanno facendo Elon Musk, Jeff Bezos, Larry Page e in generale Big Tech, a caccia di nuovi sfruttamenti minerari e progettando colonie spaziali – nella futura disponibilità di pochi privilegiati, ovviamente. Ma non sta certo lì la soluzione – a meno di voler sacrificare migliaia o milioni di vite umane e rinunciare a combattere povertà e disuguaglianza – bensì andare alla radice del problema: il capitalismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) La Commissione europea ne ha stilato una lista, definendole “materie prime essenziali”. Sono: antimonio, barite, berillio, bismuto, borato, cobalto, carbone da coke, fluorite, gallio, germanio afnio, elio, indio, magnesio, grafite naturale, gomma naturale, niobio, fosforite, fosforo, silicio metallico, tantalio, tungsteno, vanadio, platino idi, metalli del gruppo del platino, terre rare pesanti e terre rare leggere</p>



<p class="has-small-font-size">2) Terre rare: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio, scandio, ittrio</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Lee Bell BA MA (ESD) Senior Researcher National Toxics Network, <em>Rare Earth and Radioactive Waste</em>, aprile 2012, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.academia.edu/6327381/Rare_Earth_and_Radioactive_Waste_A_Preliminary_Waste_Stream_Assessment_of_the_Lynas_Advanced_Materials_Plant_Gebeng_Malaysia_National_Toxics_Network_Author_Lee_Bell_BA_MA_ESD_Senior_Researcher_National_Toxics_Network" target="_blank">https://www.academia.edu/6327381/Rare_Earth_and_Radioactive_Waste_A_Preliminary_Waste_Stream_Assessment_of_the_Lynas_Advanced_Materials_Plant_Gebeng_Malaysia_National_Toxics_Network_Author_Lee_Bell_BA_MA_ESD_Senior_Researcher_National_Toxics_Network</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) Commissione Ue, <em>Resilienza delle materie prime critiche</em>, 3 settembre 2020, <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020DC0474&amp;from=EN</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Green Cross Switzerland e Pure Earth, <em>The World’s Worst Pollution Problems 2016: The Toxics Beneath Our Feet,</em> 2016, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.worstpolluted.org/docs/WorldsWorst2016Spreads.pdf" target="_blank">http://www.worstpolluted.org/docs/WorldsWorst2016Spreads.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) World Bank, <em>The Growing Role of Minerals and Metals for a Low Carbon Future</em>, giugno 2017</p>



<p class="has-small-font-size">8) L.Belkhir, A. Elmeligi, <em>Assessing ICT global emissions footprint: Trends to 2040 &amp; recommendations</em>, in Journal of Cleaner Production, n. 177, 10 marzo 2018,<em> </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S095965261733233X" target="_blank">https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S095965261733233X</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) The Shift Project, <em>Lean ICT: Towards Digital Sobriety, </em>6 marzo 2019, <a href="https://theshiftproject.org/en/article/lean-ict-our-new-report/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://theshiftproject.org/en/article/lean-ict-our-new-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Kate Crawford, <em>Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA</em>, Il Mulino; segnalazione a pag. 91</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.usgs.gov/centers/national-minerals-information-center/rare-earths-statistics-and-information">https://www.usgs.gov/centers/national-minerals-information-center/rare-earths-statistics-and-information</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Commissione Ue, documento cit. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Implicazioni del conflitto in Ucraina per la sicurezza alimentare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/implicazioni-conflitto-ucraina-sicurezza-alimentare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">World Food Program*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale</p></blockquote>



<p>Il conflitto si svolge in uno dei panieri del mondo. Inoltre, la Russia è tra i più importanti esportatori mondiali di energia. I mercati globali del grano e dell’energia sono in subbuglio, e il riflesso sono i forti aumenti dei prezzi; per ora si registrano nei mercati internazionali, è probabile che si ripercuotano sui mercati nazionali, specialmente nei Paesi che dipendono dalle importazioni, con implicazioni per l’accesso al cibo per i più vulnerabili. Allo stesso tempo, gli incrementi dei prezzi del grano e del petrolio aumentano il costo delle operazioni del World Food Program (WFP), riducendo la capacità di servire chi ne ha bisogno proprio quando è più necessario.</p>



<p>Ad aggiungersi alle sfide, il conflitto in Ucraina non avviene nel vuoto. Nuove varianti di Covid-19 e problemi nella catena di approvvigionamento hanno interrotto la ripresa economica globale, mentre l’aumento dell’inflazione e il debito record limitano la capacità dei Paesi di affrontare nuove sfide. Dopo la perdita di ore lavorative equivalenti a 258 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2020 e a 125 milioni nel 2021, i mercati del lavoro faticano a riprendersi, con le ore lavorative perse che si stima raggiungeranno, nel 2022, l’equivalente di 52 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.</p>



<p>I Paesi più poveri stanno lottando maggiormente per riprendersi dalle conseguenze economiche della pandemia, lasciati indietro dalla mancanza di accesso ai vaccini e dalla minore capacità di finanziare misure di stimolo. Circa il 60% dei Paesi a basso reddito sono attualmente in difficoltà o ad alto rischio di debito, rispetto al 30% nel 2015.</p>



<p>Nonostante la crescita economica lenta, l’inflazione è in aumento, alimentando il timore di stagflazione. Un totale di 27 Paesi affronta attualmente un’inflazione alimentare annuale del 15% o più, compresi cinque Paesi – Libano, Venezuela, Sudan, Yemen (Internationally Recognized Government ) e Cuba – con tassi a tre cifre. Altri 20 Paesi hanno sperimentato aumenti dei prezzi alimentari tra il 10 e il 15% nell’ultimo anno, e 45 Paesi tra il 5 e il 10%. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Turbolenza nei mercati globali del grano</mark></h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia e l’Ucraina sono giocatori chiave nei mercati globali dei prodotti alimentari di base</h4>



<p>Sia l’Ucraina che la Russia sono grandi esportatori di grano e mais, figurando tra i primi cinque esportatori a livello globale per entrambi i prodotti di base (Grafici 1 e 2, pag. 40 e 41). Per il grano, si prevede che le esportazioni ucraine raggiungano 24 milioni di tonnellate nel 2021/22, pari a circa il 12% dei 193 milioni di tonnellate previste. L’Ucraina e la Russia insieme procurano ai mercati globali del grano il 30% delle forniture. Per il mais, l’Ucraina dovrebbe esportare 33 milioni di tonnellate nella campagna 2021/22, pari al 18% dei 186 milioni di tonnellate scambiati a livello globale. Aggiungendo i 4,5 milioni di tonnellate di esportazioni della Russia, la quota congiunta di Ucraina e Russia nel mercato globale del mais arriva al 20%.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1024x439.png" alt="" class="wp-image-6194" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1024x439.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-300x128.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-768x329.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1536x658.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-600x257.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-750x321.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1140x488.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 1. Esportazioni di grano in milioni di tonnellate nel 2021/2022 e variazione rispetto all&#8217;anno precedente</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png" alt="" class="wp-image-6195" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-300x129.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-768x331.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1536x662.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-600x258.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-750x323.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1140x491.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 2. Esportazioni di mais in milioni di tonnellate nel 2021/2022 e variazione rispetto all&#8217;anno precedente</figcaption></figure>
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<p>Anche se rimangono dei punti interrogativi, è probabile che l’impatto del conflitto ucraino sui mercati globali sia più contenuto per il mais che per il grano; ciò è dovuto alle migliori forniture di altri Paesi esportatori di mais, che possono tamponare potenziali carenze.</p>



<p>Il grano e il mais non sono gli unici prodotti agricoli per i quali la Russia e l’Ucraina sono attori chiave sui mercati globali. Insieme, i due Paesi esportano anche circa tre quarti dell’olio di girasole e un terzo delle forniture di orzo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il conflitto interrompe le esportazioni ucraine e russe</h4>



<p>Le operazioni militari possono rendere difficile lo spostamento dei raccolti, sia all’interno che all’esterno del Paese. Dopo l’invasione, l’esercito ucraino ha sospeso la navigazione commerciale nei suoi porti. Allo stesso tempo, l’incertezza sulle sanzioni – che non limitano ancora il commercio marittimo – ha portato molte compagnie di navigazione a sospendere i rapporti con entità russe, e alcune banche a rifiutare l’emissione di lettere commerciali per coprire le spedizioni russe dai porti del Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.</p>



<p>Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Le compagnie di navigazione pagano sia l’assicurazione contro i rischi di guerra che un premio aggiuntivo per entrare in aree ad alto rischio, con tariffe che dipendono dalla destinazione, dal valore della nave e dalle merci. Il tasso di premio del rischio di guerra per sette giorni, stimato, il lunedì prima dell’invasione della Russia, allo 0,025% dei costi di assicurazione, è aumentato sostanzialmente, con gli assicuratori navali che ora quotano tra l’1 e il 2% e fino al 5%. Questo si traduce in centinaia di migliaia di dollari USA, se gli assicuratori sono disposti a fornire una copertura in primo luogo a navi che vengono colpite da missili. I premi per il rischio di guerra hanno raggiunto i 300.000 dollari per alcuni viaggi. Poiché porti del Mar d’Azov e del Mar Nero settentrionale, compresi tutti i porti ucraini, sono stati designati come “aree di operazioni belliche”, i sindacati dei marittimi e i loro datori di lavoro hanno concordato salari extra, benefici e la concessione del diritto di rifiutarsi di navigare – spingendo ulteriormente i costi di spedizione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prezzi degli alimenti a livelli record</h4>



<p>Il sottoindice del grano dell’International Grains Council’s Grains and Oilseeds Index, una misura delle variazioni delle principali quotazioni di esportazione del grano nel mondo, è aumentato del 28% in due settimane (dal 21 febbraio al 7 marzo). Le singole quotazioni sono salite ancora di più: il grano invernale Soft Red n. 2 degli Stati Uniti ha guadagnato un sorprendente 52% nello stesso periodo (Grafico 3, pag. 42). Il sottoindice del mais ha seguito da vicino, guadagnando il 17% dal lunedì prima dell’invasione (21 febbraio) al 7 marzo (Grafico 4, pag. 43).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="481" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png" alt="" class="wp-image-6196" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-300x141.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-768x360.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1536x721.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-600x282.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-750x352.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1140x535.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 3. Prezzi del grano (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="533" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png" alt="" class="wp-image-6197" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-300x156.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-768x400.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1536x800.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-600x312.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-750x390.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1140x593.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 4. Prezzi del mais (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
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<p>Questi aumenti di prezzo avvengono in un momento in cui le quotazioni dei prodotti alimentari sono già a livelli record; hanno spinto l’Indice dei prezzi alimentari della FAO, una misura del cambiamento mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, a un nuovo massimo storico nel febbraio 2022.</p>



<p>Guardando indietro nella storia – vale a dire il periodo tra l’ottobre 1914 e il febbraio 1915, quando l’Impero Ottomano bloccò lo stretto dei Dardanelli, tagliando così fuori dai mercati internazionali le esportazioni di grano del Mar Nero che valevano il 22% delle forniture totali – sembra probabile che i prezzi di oggi possano continuare a salire. La perdita dell’accesso al Mar Nero nel 1914 provocò un aumento del 45% dei prezzi del grano al Chicago Board of Trade. Tuttavia, data la situazione in evoluzione, qualsiasi stima delle ramificazioni del mercato dei cereali è a questo punto accompagnata da un grado di incertezza molto elevato. Implicazioni per le forniture globali alimentari dipenderanno dalla durata dell’invasione, come questo impatterà sulla produzione di Black Grano marino – da raccogliere tra luglio e settembre – e per quanto tempo i canali di esportazione saranno bloccati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I Paesi che dipendono dalle importazioni sono i primi a sentire le conseguenze sulla sicurezza alimentare del conflitto</h4>



<p>Diversi Paesi del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e subsahariana e dell’Asia meridionale dipendono dalle importazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina (Tabella 1, pag. 44). Quest’anno in Egitto, il più grande importatore di grano russo e ucraino, le previsioni del rialzo dei prezzi dovrebbero aggiungere 763 milioni di dollari al già pesante conto delle sovvenzioni per il pane, pari a 3,2 miliardi di dollari. Una situazione che ha portato il primo ministro Madbouly ad annunciare piani per il primo aumento, dal 1988, del prezzo di una pagnotta di pane.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1024x906.png" alt="" class="wp-image-6198" width="800" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1024x906.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-300x266.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-768x680.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1536x1359.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-600x531.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-750x664.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1140x1009.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 1</figcaption></figure>
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<p>L’Ucraina ha finora completato solo metà delle esportazioni di grano di questa stagione verso la Libia. Una perdita delle rimanenti esportazioni lascerebbe la Libia con il 30% di grano in meno del necessario per coprire il consumo interno.</p>



<p>Oltre ai Paesi che si riforniscono dalla regione del Mar Nero, quelli che, più in generale, dipendono dalle importazioni di grano, sperimenteranno probabilmente rialzi di prezzi dei prodotti alimentari nazionali, in seguito all’aumento delle quotazioni sui mercati mondiali del grano. Fatture di importazione più alte possono tradursi in prezzi più alti per il cibo locale. Questo a sua volta limita l’accesso al cibo, specialmente per le popolazioni già povere. In più di 40 Paesi in cui opera il Programma alimentare mondiale (PAM), i cereali importati, come il grano e il mais, rappresentano il 30% o più dell’energia alimentare.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Sconvolgimento nei mercati globali dell’energia</h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è un giocatore chiave nel mercato globale del petrolio</h4>



<p>Dopo gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, la Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio greggio. Esportando 4,62 milioni di barili al giorno, era il secondo più grande esportatore nel 2020 (Grafico 5, pag. 45). Nel 2019, la Russia ha esportato petrolio greggio e petrolio raffinato per un valore di 189 miliardi di dollari, che rappresentavano circa il 47% delle sue esportazioni totali. Il 60% del petrolio russo viene esportato in Europa, la maggior parte attraverso il sistema di oleodotti Druzhba; un altro 20% viene spedito in Cina attraverso oleodotti e rotte marittime. Nel 2019, altri grandi importatori sono stati Corea del Sud, Turchia, Giappone, Bielorussia e Stati Uniti (in ordine di quantità importata).</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1024x586.png" alt="" class="wp-image-6199" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1024x586.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-300x172.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-768x440.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1536x879.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-600x343.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-750x429.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1140x652.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 5. I maggiori esportatori di petrolio greggio nel 2020 (milioni di barili al giorno)</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Ulteriore pressione sui prezzi già elevati del petrolio</h4>



<p>Prima dell’invasione russa i prezzi globali del greggio erano a un livello molto alto, dopo essere aumentati del 50% nel 2021 a causa della forte domanda, combinata con un’offerta limitata, nella ripresa post pandemia Covid-19. Nonostante l’OPEC+ abbia gradualmente allentato i tagli alla produzione a partire dal 2020, l’offerta totale è rimasta al di sotto degli obiettivi. Le ragioni principali per cui i Paesi non hanno raggiunto i loro target sono state le continue incertezze nel mercato (per esempio le nuove varianti di Covid-19), nonché la mancanza di capacità e le interruzioni accidentali nei Paesi africani produttori di petrolio come Libia, Nigeria, Angola, Congo e Guinea Equatoriale.</p>



<p>Successivamente, a causa delle aspettative di interruzioni delle forniture russe dopo l’invasione, i prezzi sono saliti ai massimi da 14 anni. La quotazione del paniere OPEC, un indice per i Paesi produttori di petrolio, è aumentata del 20% (4 marzo) rispetto al lunedì precedente il conflitto (Grafico 6, pag. 46). In una prima risposta all’impennata dei prezzi, gli Stati membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno deciso di liberare 60 milioni di barili delle loro riserve strategiche.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png" alt="" class="wp-image-6200" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-300x182.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-768x467.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1536x933.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-600x365.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-750x456.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1140x693.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 6. Prezzo del paniere OPEC (dollari USA per barile)</figcaption></figure>
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<p>Anche se non ci sono sanzioni dirette sulle esportazioni di petrolio russo, la fornitura è gravemente interrotta. Le compagnie coinvolte nel commercio del greggio dal Mar Nero hanno sospeso la maggior parte delle loro attività a causa delle incertezze sulle potenziali sanzioni future. Inoltre, molti assicuratori hanno smesso di offrire copertura per le navi che entrano nel Mar Nero o, se disponibili, le assicurazioni vengono vendute con premi estremamente elevati. Due dei cinque principali terminal petroliferi russi, Novorossiysk e Tuapse, si trovano nel Mar Nero. I costi di trasporto sono saliti alle stelle anche per le navi che partono dai porti del Mar Baltico. A causa della ridotta disponibilità dei commercianti ad acquistare il greggio russo degli Urali, esso è stato venduto con uno sconto record – 11,60 dollari al barile (3 marzo) – rispetto al greggio Brent, il più importante in Europa.</p>



<p>Con l’offerta globale di petrolio al suo limite, un’ulteriore interruzione della fornitura di greggio russo potrebbe avere un forte effetto sui prezzi. I grandi produttori mediorientali avrebbero la capacità di fornire più petrolio nel breve periodo, tuttavia, in una riunione del 2 marzo, i Paesi OPEC+ hanno concordato di mantenere i loro obiettivi in graduale aumento e di non espandere significativamente l’offerta in risposta al conflitto.</p>



<p>Le sanzioni dovrebbero ridurre la produzione di petrolio della Russia nel lungo periodo. Le maggiori compagnie petrolifere occidentali hanno ridotto i loro investimenti in joint venture o hanno annunciato la vendita delle loro operazioni in Russia. A causa delle dimensioni delle sanzioni e del grande impatto sul rublo, la Russia potrebbe rispondere mettendo un divieto di esportazione delle sue materie prime – causando un forte impatto economico sul mondo e sull’Europa in particolare. Tuttavia, questo infliggerebbe un danno enorme anche alla Russia, poiché taglierebbe una delle ultime linee finanziarie aperte per il Paese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è il più grande esportatore di gas naturale del mondo</h4>



<p>Avendo le maggiori riserve di gas, la Russia è il più grande fornitore dei mercati mondiali (Grafico 7, pag. 47). Nel 2019 ha esportato gas naturale per 26 miliardi di dollari, circa il 6,5% del totale delle sue esportazioni: il 78% viene spedito in Europa attraverso i gasdotti. Nel 2021, i Paesi europei hanno importato il 32% del loro gas dalla Russia.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png" alt="" class="wp-image-6201" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-300x183.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-768x469.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1536x937.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-600x366.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-750x458.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1140x696.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 7. Le maggiori esportazioni di gas naturale nel 2019 (miliardi di metri cubi)</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Picchi di prezzo nel già volatile mercato europeo del gas</h4>



<p>A differenza del mercato globale del petrolio, i mercati del gas sono meno integrati, e i prezzi non hanno necessariamente le stesse dinamiche in ciascuno degli hub globali. Poiché la gran parte del gas russo viene esportato in Europa, il maggiore impatto sui prezzi è atteso sul mercato europeo. Tuttavia, per diventare meno dipendente dal gas russo, l’Europa si sta già rifornendo da altri fornitori, il che influenzerà altri hub di mercato e, in ultima analisi, farà salire anche i loro prezzi.</p>



<p>La volatilità dei prezzi in Europa è stata elevata da settembre 2021, quando le quotazioni sono salite a causa di una forte ripresa della domanda e di un’offerta più limitata del previsto. Inoltre, la Russia ha ridotto le forniture al mercato europeo nel quarto trimestre del 2021 e nel primo trimestre del 2022. I siti di stoccaggio europei non sono stati quindi riempiti a livelli adeguati. Per compensare la riduzione delle consegne durante la stagione invernale, l’Algeria, l’Azerbaigian e la Norvegia hanno aumentato le loro forniture nei gasdotti e gli Stati Uniti hanno fornito all’Europa gas naturale liquefatto (GNL) supplementare.</p>



<p>L’invasione dell’Ucraina ha causato forti picchi di prezzo. La mattina del 3 marzo, il prezzo del gas dell’hub europeo (Dutch TTF) è salito a un nuovo massimo storico di 199 euro per megawattora. In confronto, il prezzo dei <em>futures </em>del gas naturale negli Stati Uniti ha risposto in modo meno forte (Grafico 8, pag. 48).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png" alt="" class="wp-image-6202" width="800" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-300x152.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-768x388.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1536x776.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-600x303.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-750x379.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1140x576.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 8. Prezzi del gas naturale nella Ue e negli USA (euro per megawattora e dollaro USA per milione di unità termiche britanniche)</figcaption></figure>
</div>


<p>Secondo l’agenzia di stampa russa Interfax, dopo l’invasione la fornitura di gas per l’Europa attraverso i gasdotti che attraversano l’Ucraina è continuata come al solito. Secondo i dati della rete, il gas è stato inviato. Gazprombank, che gestisce i pagamenti per le esportazioni di gas dalla Russia, non è attualmente inclusa nelle sanzioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I mercati energetici turbolenti hanno ripercussioni sulla sicurezza alimentare</h4>



<p>Le dinamiche dei prezzi dell’energia influenzano i prezzi degli alimenti attraverso vari canali. Il carburante è un input importante per la produzione agricola: l’aumento dei costi del carburante ha quindi un impatto sui prezzi alla produzione. Allo stesso modo, dato che l’energia è necessaria per la lavorazione degli alimenti, i prezzi elevati aumentano ulteriormente il costo della dieta delle famiglie. L’aumento del carburante implica anche l’aumento dei costi di trasporto, che possono spingere ulteriormente la pressione al rialzo del costo delle importazioni di cibo; può aumentare anche il costo del trasporto degli alimenti locali ai mercati dei consumatori.</p>



<p>L’energia è anche un input per la maggior parte degli altri beni e servizi di consumo. Nel 2021, quando l’economia mondiale si è ripresa dal rallentamento causato dalla pandemia Covid-19, le aziende e le famiglie hanno aumentato la loro domanda di petrolio, causando un’impennata dei prezzi del gas e dell’energia. Circa la metà dei tassi d’inflazione record registrati a fine 2021/inizio 2022 sono stati attribuiti all’impennata dei prezzi dell’energia. Quando i redditi rimangono costanti, l’aumento del livello generale dei prezzi esaurisce il potere d’acquisto delle famiglie. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le quote di spesa alimentare sono elevate, l’inflazione può ridurre significativamente l’accesso al cibo, aumentando così l’insicurezza alimentare.</p>



<p>Inoltre, il gas naturale è un input importante nella produzione di fertilizzanti a base di azoto. L’aumento dei prezzi del gas può quindi far salire i prezzi già elevati dei fertilizzanti. Inoltre, la Russia è uno dei più importanti esportatori mondiali dei tre principali gruppi di fertilizzanti – azoto, fosforo e potassio – e un’interruzione delle sue forniture ai mercati globali potrebbe causare un ulteriore aumento delle quotazioni. L’incremento dei costi dei fattori produttivi, a sua volta, influisce sul raccolto della prossima stagione, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari nel lungo periodo.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Ripercussioni per le Operazioni del PAM</h4>



<h4 class="has-black-color has-text-color wp-block-heading">Il conflitto in Ucraina ha impatti a breve e a medio termine</h4>



<p>Attraverso il suo impatto sulle esportazioni di grano, il conflitto ucraino influisce, sia a breve che a medio termine, sull’approvvigionamento del Programma alimentare mondiale. Le ripercussioni a breve sugli oleodotti includono la prevista cancellazione o il ritardo delle spedizioni di piselli e orzo dal porto di Odessa. Questo probabilmente influenzerà principalmente le operazioni dell’Africa occidentale, dove il carico è necessario per le distribuzioni di maggio e oltre. Gli effetti a medio termine derivano: dall’aumento dei costi delle operazioni, a causa dell’incremento dei prezzi dei prodotti di base sui mercati internazionali; dalle spese aggiuntive derivanti dalla diversificazione degli approvvigionamenti fuori dalla regione del Mar Nero; e dai tempi di consegna più lunghi quando ci si approvvigiona da destinazioni più lontane.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un aumento stimato di 23 milioni di dollari nei costi mensili per l’approvvigionamento alimentare</h4>



<p>L’Ucraina e la vasta area del Mar Nero sono state la fonte di oltre la metà del grano per le operazioni del World Food Program nel 2021. Mentre per il WFP l’Ucraina non è una fonte significativa di farina di grano, i principali fornitori – Turchia, Egitto e Giordania – dipendono dalle importazioni del Mar Nero per produrre farina. Di conseguenza, le operazioni del WFP più colpite saranno probabilmente quelle più dipendenti dal grano e dalla farina di grano – Afghanistan, Etiopia, Siria e Yemen. Dato il forte aumento dei prezzi di mercato dopo il conflitto in Ucraina, il costo aggiuntivo totale per queste operazioni combinate potrebbe essere di oltre 20 milioni di dollari al mese, supponendo che i prezzi del grano rimangano ai loro attuali livelli elevati.</p>



<p>Anche l’approvvigionamento di legumi dipende fortemente dalle esportazioni ucraine. Nel 2021, un terzo della fornitura del WFP di piselli proveniva dal Mar Nero, destinata a una vasta gamma di operazioni in tutte le regioni, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Diversificare l’approvvigionamento in caso di indisponibilità dall’Ucraina incrementerà probabilmente i costi logistici complessivi di circa 3 milioni di dollari al mese, oltre a comportare tempi di consegna più lunghi.</p>



<p>Questi aumenti si aggiungono all’impatto già causato dalla pandemia, che ha visto i prezzi alimentari globali crescere del 36% dal 2019.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP</h4>



<p>L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP, attraverso i prezzi degli alimenti e i costi del carburante legati alla catena di approvvigionamento, compresi quelli per il trasporto marittimo, terrestre, aereo e per le strutture del WFP. Una prima stima prudente dell’impatto sui costi di trasporto, con tutta l’incertezza dei futuri sviluppi del prezzo del petrolio, pone l’aumento a 6 milioni di dollari al mese.</p>



<p>Insieme ai costi aggiuntivi dovuti alla diversificazione degli approvvigionamenti di legumi, e ai prezzi più alti del grano a livello mondiale, si stima che le operazioni del WFP diventeranno più costose di 29 milioni di dollari al mese nel breve termine. Mentre i cambiamenti stimati dei costi possono fornire una guida, le implicazioni di ciò che questo comporta diventeranno più chiare una volta che il WFP avrà identificato le migliori opzioni alternative per l’approvvigionamento dei prodotti di base, il che include potenziali cambiamenti nel mix generale dei prodotti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>L’invasione russa del 24 febbraio 2022 non ha solo implicazioni importanti per la sicurezza alimentare in Ucraina; con entrambi i Paesi che sono attori chiave nei mercati alimentari mondiali e il ruolo della Russia nei mercati energetici globali, la guerra rischia di aumentare l’insicurezza alimentare in molti luoghi del mondo. Oltre al conflitto stesso, che colpisce soprattutto le importazioni e le esportazioni dell’Ucraina, le sanzioni internazionali sulla Russia e le relative incertezze interromperanno fortemente le attività commerciali. Questo ha messo in subbuglio i mercati globali degli alimenti e dell’energia, spingendo i prezzi già elevati ancora più in alto.</p>



<p>Questi aumenti, una volta trasferiti sui mercati nazionali, limiteranno l’accesso al cibo. Contemporaneamente aumenteranno i costi operativi per il WFP, limitando la sua risposta in un momento in cui è più necessaria.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto (tradotto) del Report <em>Food security implications of the Ukraine conflict</em>, World Food Program, 11 marzo 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dove si pone il limite? Un sistema economico inaccettabile</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dove-si-pone-il-limite-un-sistema-economico-inaccettabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[bolla finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<category><![CDATA[quantitative easing]]></category>
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					<description><![CDATA[Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Mettiamo insieme alcuni dati.</p>



<p>Il 26 gennaio il Fondo monetario internazionale aggiorna il World Economic Outlook sull’economia globale del 2020: nell’anno della pandemia da Covid-19, il Pil mondiale registra un calo del 3,5%. Un numero senza precedenti, evidenzia il documento. Con l’eccezione della Cina (e altre economie asiatiche, come il Vietnam), in territorio positivo, i dati sono negativi (vedi Grafico 1, pag. 7): si va dal -11,1% della Spagna al -7,2% dell’Eurozona al -3,4% degli Stati Uniti, e via a seguire. Per tornare ai livelli pre-pandemia, sottolinea il report, non basteranno né il 2021 né il 2022, e i numeri previsionali sono aleatori perché molto dipende dalle campagne di vaccinazione, da eventuali nuove ondate, dalle varianti del virus che si affacceranno. Una sola cosa è certa: la crisi economica lascerà povertà e diseguaglianza, e spingerà 90 milioni di persone in una indigenza estrema tra il 2020 e il 2021.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="437" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg" alt="" class="wp-image-4806" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 25 gennaio l’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) pubblica la settima edizione della “Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro”. Lo studio (vedi Grafico 2, pag. 9) stima al 8,8% la perdita delle ore lavorate a livello globale nel 2020, pari a 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno (calcolati su una settimana lavorativa di 48 ore); è una perdita quattro volte superiore a quella registrata nella crisi del 2009. Parallelamente il reddito da lavoro mondiale è diminuito del 8,3%, per un importo di 3.700 miliardi di dollari, corrispondenti al 4,4% del Pil globale (dato che però non prende in considerazione le misure di sostegno al reddito messe in atto nei diversi Paesi, che hanno momentaneamente mitigato l’impatto della recessione). Le previsioni per i prossimi 12 mesi vanno da uno scenario ottimista a uno pessimista, in entrambi i casi non basterà il 2021 per uscire dalla crisi.</p>



<p>Questo per quanto riguarda l’economia reale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="313" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg" alt="" class="wp-image-4807" style="width:600px;height:313px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Fonte: Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL), Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro, 25 gennaio 2021</figcaption></figure>
</div>


<p>Se ci spostiamo su quella finanziaria, prima di tirare le somme dell’anno del Covid è significativo andare al 7 dicembre scorso, quando al Chicago Mercantile Exchange (il principale mercato di titoli derivati sulle commodity) viene per la prima volta quotato un <em>future</em> sull’acqua. Senza entrare in tecnicismi, per quanto l’operazione in sé sia circoscritta – il sottostante del <em>future</em> è il Nasdaq Veles California Water Index, l’indice che rappresenta il prezzo di riferimento dei diritti sull’acqua in California – essa rappresenta il passo iniziale verso la speculazione finanziaria su una risorsa unica e indispensabile alla vita. Nessuno nel mondo finanziario aveva osato tanto, fino a oggi. E non sono secondari due aspetti. L’operazione è stata fatta in piena pandemia, quindi con l’attenzione dell’opinione pubblica rivolta ad altro, e in una fase di crisi mai conosciuta finora, per tipologia, complessità e ampiezza – economica, sociale, politica, sanitaria ecc. Seconda questione: il primo titolo potenzialmente speculativo sull’acqua guarda alla California, terra contraddistinta negli ultimi anni da siccità e incendi, e quindi scarsità d’acqua.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="323" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg" alt="" class="wp-image-4808" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3-279x300.jpg 279w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 31 dicembre arrivano infine i dati 2020 dei mercati finanziari: l’Msci World, l’indice globale che sintetizza l’andamento delle Borse azionarie dei Paesi avanzati, segna +11,5% – con i dovuti distinguo da Paese a Paese (vedi Grafico 3, pag. 10), che non dipendono da quanto duramente abbia colpito il virus (basta guardare gli indici statunitensi) ma dalla tipologia delle aziende quotate, ossia quanto sul listino complessivo pesino i titoli tecnologici, farmaceutici ecc., la cosiddetta “lockdown economy” (1). In aggiunta, nei primi giorni del 2021 arrivano nuovi record, con la capitalizzazione mondiale delle Borse che raggiunge 103 mila miliardi di dollari – superiore al Pil del pianeta, fermo intorno a 88 mila miliardi. Questo per quanto riguarda le azioni. Si affianca poi un mercato globale delle obbligazioni di 60 mila miliardi fra titoli di Stato e corporate (ossia emessi da imprese). Da questi numeri è infine escluso il mercato dei derivati finanziari pari, in valore nominale, a circa 33 volte il Pil mondiale.</p>



<p>Nell’anno della pandemia quindi, globalmente, la finanza ha manovrato miliardi di dollari e registrato guadagni, mentre altrettanto globalmente il mondo reale andava (e continua ad andare) in pezzi, dal punto di vista economico, politico, sociale, umanitario.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un mare di liquidità</h4>



<p>Nessun analista finanziario ha più il coraggio di negare la bolla, anzi, ormai tutti ne parlano esplicitamente. Ma questa presa d’atto non crea di per sé criticità. Wall Street è in fase rialzista da dodici anni, non è storicamente mai accaduto; la bolla era già evidente negli ultimi mesi del 2019 (2) e la pandemia l’ha ulteriormente gonfiata. Ma tutto prosegue come nulla fosse. I fondamentali economici delle imprese (investimenti, fatturato, produttività, utili ecc.) non hanno più alcuna relazione con le loro quotazioni azionarie: semplificando, tutti comprano, e il prezzo delle azioni sa-le per la sola legge della domanda e dell’offerta. Anche nel mercato obbligazionario tutti comprano, e per la stessa dinamica 18 mila miliardi di bond, quasi un terzo del mercato, registra attualmente tassi di interessi negativi, mentre i rendimenti medi positivi sono sotto lo 0,5%; accanto, i tassi USA dei junk bond, le obbligazioni con rating ‘spazzatura’, sono scesi al 3,96%, il dato storicamente più basso (vedi Grafico 4, pag. 13).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="476" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg" alt="" class="wp-image-4809" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4-300x238.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Ma tutti comprano con quali soldi, nel momento in cui l’economia mondiale è in recessione, la disoccupazione aumenta, la povertà cresce? Questo è il punto.</p>



<p>9.000 miliardi di dollari, più del 10% del Pil mondiale, è la cifra che fino a oggi le banche centrali hanno iniettato nel mercato finanziario, tramite le operazioni di Quantitative easing, per rispondere alla pandemia. 9.000 miliardi di liquidità, 9.000 miliardi di nuova moneta <em>stampata</em> per comprare titoli di Stato, obbligazioni aziendali, titoli cartolarizzati dal sistema bancario. Tuttora la sola Fed immette 120 miliardi al mese nei circuiti finanziari e fino a dicembre 2020 la Bce ne ha iniettati 140, prevedendo ora di continuare, con un approccio flessibile per quantità mensile, fino a marzo 2022. Per dare un’idea delle proporzioni, nel solo 2020 la crescita monetaria della Banca centrale statunitense è stata del 22,2%, contro una media negli ultimi dieci anni sotto il 5%. C’è talmente tanto denaro che circola nella finanza e che non si riversa in una economia reale bloccata, che fondi d’investimento, banche, broker, trader&#8230; non sanno più dove collocarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La follia Bitcoin</h4>



<p>Diversificazione’ è la parola chiave di qualsiasi portafoglio d’investimento, sia esso speculativo o di risparmio. Lasciando da parte i derivati – per quanto anche sui quei mercati ci si muova nella logica di rischio e copertura – azioni e obbligazioni hanno sempre avuto la funzione di compensarsi: l’azione è un rischio, l’obbligazione con un buon rating è una certezza. Con la prima posso guadagnare tanto o perdere parecchio, potenzialmente anche tutto il capitale investito, con la seconda l’utile è risicato perché il tasso di interesse sulla cedola è basso, ma il capitale è come fosse in cassaforte.</p>



<p>Più le banche centrali hanno iniziato a inondare di liquidità il sistema, più gli investitori hanno comprato, sentendosi ‘coperti’ dall’approvvigionamento di denaro del Quantitative easing che garantisce il sostegno al mercato; più gli acquisti crescevano, più le quotazioni delle azioni so-no salite per il solo effetto della domanda, gonfiando la bolla e perdendo i legami con i fondamentali economici delle imprese; come conseguenza, la parte azionaria del portafoglio è divenuta sempre più rischiosa. A quel punto, gli investitori hanno iniziato ad acquistare in massa anche obbligazioni, a compensare il rischio; e più c’è stata domanda di obbligazioni – spinta dallo stesso Qe, in quanto anche le banche centrali comprano obbligazioni – più i rendimenti delle cedole sono calati, fino a entrare in territorio negativo. Arrivando al paradosso che l’investitore oggi <em>pa-ga</em> per mettere il proprio denaro in una obbligazione sicura anziché riceverne una rendita, per quanto minima. È quindi scattata la caccia al ‘be-ne rifugio’, alla ‘riserva di valore’, ossia titoli, asset, investimenti in grado di garantire, perlomeno, il capitale – ancora meglio vederlo accrescere – e quindi trasferire potere di acquisto dal presente al futuro; titoli capaci di compensare i rendimenti sotto zero delle obbligazioni e tutelare gli investimenti in caso di esplosione della bolla finanziaria e conseguente tracollo dei mercati.</p>



<p>Tra le valute, il dollaro è storicamente un bene rifugio, ma oggi può esserlo solo in parte a causa dell’enorme liquidità presente sul mercato e dell’attuale instabilità geopolitica tra USA, Europa e Cina; c’è anche chi paventa un futuro rischio inflazione, nel momento in cui il virus sarà messo sotto controllo e l’economia statunitense ripartirà a ritmo veloce. L’oro è un bene rifugio da sempre, e infatti ha visto impennare le quotazioni. Ma non basta. C’è troppo denaro, serve qualcos’altro per bilanciare il portafoglio. E così le banche d’affari hanno deciso, da un giorno all’altro, che anche il Bitcoin è un investimento sicuro, un bene rifugio.</p>



<p>Di Bitcoin abbiamo già scritto: caratteristiche tecniche e politiche, quando nasce, che cos’è, come funziona e come circola (3). Quando appare oltre i circuiti degli acquisti illegali del dark web, la finanza ne prende le distanze: la tecnologia è nuova e la ‘creazione’ della criptovaluta si sottrae al controllo di qualsiasi autorità centrale istituzionale. “Bitcoin è una truffa, non è una cosa reale, alla fine verrà chiuso. È una bolla finanziaria peggiore di quella dei tulipani, non finirà bene, qualcuno ci resterà secco. Le valute hanno un supporto legale, Bitcoin esploderà.” Parole di Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, a settembre 2017. Dimon aveva ragione, sul piano tecnico e logico, e il Bitcoin del 2017 è lo stesso di oggi. Eppure tutte le banche d’affari, JPMorgan compresa, oggi ci investono miliardi di dollari.</p>



<p>Tutto inizia a muoversi a metà ottobre 2020: improvvisamente la narrazione sul Bitcoin, cambia. Sempre più analisti finanziari iniziano a dichiarare che quelli nella criptovaluta sono investimenti a lungo termine, per tenere, non speculativi; che Bitcoin è un bene rifugio al pari dell’oro; che è un investimento sicuro, anche se contempla ancora rischi, perché le posizioni lunghe degli investitori istituzionali ne mitigano l’alta volatilità di prezzo che l’ha sempre caratterizzato (rapide impennate e vorticose cadute); dichiarano infine che in futuro diventerà una moneta tra le più diffuse, una ‘valuta di scambio’ – ossia per uso commerciale, che utilizzo per acquistare e vendere beni e servizi. E così la quotazione, che tra maggio e ottobre oscillava semi-addormentata tra 9.000 e 10.000 dollari, inizia a salire, arrivando a gennaio 2021 a toccare 40.000 dollari. “Il Bitcoin è qui per restare” afferma ora Rick Rieder, Cio di BlackRock, mentre Citibank prevede che il prezzo possa raggiungere 300 mila dollari entro dicembre 2021 e Raoul Pal, ex di Goldman Sachs, parla di una quotazione pari a 1 milione di dollari fra cinque anni. Nel giro di tre mesi Bitcoin è passato dall’essere considerato qualcosa di sconosciuto e speculativo, caratterizzato da pericolose bolle, a bene rifugio al pari dell’oro, e ora nessun analista finanziario si esprime più in termini negativi sulla criptovaluta.</p>



<p>Siamo davanti a una disarmante follia. Non tanto perché basata, in sé, su una narrazione – molta finanza lo è, ogni bolla – ma perché la narrazione non si preoccupa nemmeno di avere una minima coerenza logica, divenendo emblematica della soglia culturale, politica, economica su cui oggi stiamo affacciati.</p>



<p>Bene rifugio e valuta di scambio. Mettendo per un attimo da parte che si ‘venda’ come bene rifugio qualcosa che fisicamente non esiste (4) – d’altronde siamo entrati in un’epoca virtuale – certamente il Bitcoin è strutturalmente deflattivo: gli corrisponde infatti una quantità finita (5), come l’oro, e quindi il suo prezzo risponde alla legge economica della scarsità – a una domanda crescente risponde un’offerta limitata, quindi la quotazione sale. Potrebbe dunque teoricamente essere un bene rifugio. Ma ciò che rende tale l’oro non è solo la scarsità: il metallo <em>prezioso</em> è considerato universalmente <em>prezioso</em> da centinaia di anni, per questo è una riserva di valore e per questo tuttora riempie i caveau delle banche centrali, anche se non gli corrisponde più l’emissione di moneta. Possiamo giocare al virtuale finché vogliamo, stabilendo culturalmente che sia reale e decidendo, da un certo momento in poi e del tutto arbitrariamente, che abbia un determinato valore: resta il fatto che attualmente il Bitcoin non è altro che una stringa alfanumerica scritta nella memoria di un computer.</p>



<p>Occorre poi mettersi d’accordo: se è deflattivo la sua quotazione è volatile, e quindi non può essere valuta di scambio ma ne rappresenta l’opposto. Una valuta di scambio vuole infatti stabilità: se avessi acquistato (o venduto) a ottobre una merce al prezzo di 1 Bitcoin avrei pagato (o incassato) 9.000 dollari: a gennaio, per la stessa merce, allo stesso prezzo di 1 Bitcoin, avrei pagato (o incassato) 40.000 dollari. Il Bitcoin non sa-rà mai una valuta di scambio, in una economia come quella attuale, data la sua quantità finita. Poter oggi pagare qualcosa in Bitcoin anziché in dollari, perché conviene in base alla quotazione del Bitcoin in questo preciso momento rispetto a quando è stato acquistato sul mercato, non lo rende una valuta di scambio. Ma è questa la narrazione che la classe dirigente finanziaria sta alimentando, nell’ottica di diffondere la criptovaluta tra i piccoli risparmiatori. Da novembre Paypal accetta Bitcoin in pagamento per i conti registrati negli Stati Uniti, e allargherà la possibilità ad altri Paesi entro la metà di quest’anno; altre realtà similari si stanno muovendo in tal senso; mentre il mercato dei derivati si ingegna per far arrivare la criptovaluta anche al pubblico retail, creando i primi ETN (Exchange Trade Note), titoli derivati che, senza entrare in tecnicismi, consentono quote minime di investimento. E la febbre del Bitcoin sale.</p>



<p>Se prima la truffa era il Bitcoin in sé, circoscritta alla consapevolezza del rischio, ora la truffa ha superato lo steccato della speculazione, coinvolgendo anche il singolo piccolo investitore. Un salto di livello, agito dalle banche d’affari, per un’unica ragione: la necessità di inventare un nuovo ‘bene rifugio’, dove poter collocare parte della liquidità immessa dalle banche centrali nei mercati finanziari. Fino al momento in cui, le stesse banche d’affari, decideranno di realizzare i guadagni fin qui solo teorici, vendendo in massa la criptovaluta, facendone crollare la quotazione. Con buona pace del piccolo investitore che pensa di utilizzarla su Paypal.</p>



<p>Si chiama speculazione. Mentre l’economia reale, bloccata dal virus, resta in recessione. Mentre disoccupazione, povertà e diseguaglianza aumentano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La speculazione dei “piccoli”</h4>



<p>Siamo al punto che finisce nella finanza anche il denaro destinato all’economia reale: perfino i sussidi erogati direttamente nel conto corrente dei cittadini statunitensi dal governo USA vanno in Borsa. Nel 2020, in corrispondenza con la loro elargizione, si è impennato il volume di scambi nel mercato delle <em>penny stocks </em>(vedi Grafico 5, pag. 14), azioni che hanno un valore nominale anche inferiore a un dollaro e quindi accessibili ai <em>trader retail</em>, i piccoli investitori che grazie al trading online e a broker come Robinhood agiscono direttamente sul mercato senza passare da fondi, banche ecc. che pongono quote minime di investimento per accedere.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="688" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg" alt="" class="wp-image-4810" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 5. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
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<p>I trader retail si sono mossi sia acquistando direttamente azioni sia comprando <em>opzioni</em>, quindi entrando nel mercato dei derivati finanziari. Il caso GameStop si inserisce in questa logica. Non ci interessa qui affrontarne le dinamiche tecniche, bensì la narrazione positiva che ne è stata data da più parti, riassumibile in: “Il popolo di Reddit all’assalto dei fondi speculativi di Wall Street”. Di certo qui nessuno piange se gli hedge fund perdono un po’ di dollari nei loro giochi finanziari, ma non si tratta di alcuna “rivolta dei piccoli” bensì di lucrare soldi con la finanza: come è speculazione da una parte – al ribasso per gli hedge fund – lo è dall’altra – al rialzo per i trader retail. C’è ben poco di ideologico e molto di utilitaristico in una mossa finanziaria che porta guadagno: magari si potrà parlare di ideali quando la stessa mossa porterà perdite e verrà comunque attuata. O vogliamo raccontarci che il sistema della grande finanza, che muove migliaia di miliardi di dollari, può essere combattuto, modificato, messo all’angolo, dall’interno, attraverso le sue stesse regole, sotto il mantello di un nome suggestivo come Robinhood?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove si pone il limite?</h4>



<p>Il punto è che c’è qualcosa che non va, profondamente, nella radice culturale, politica ed economica, se nel momento in cui stiamo globalmente vivendo la crisi totale di una sindemia (6) i sussidi pubblici vengono utilizzati per speculare in Borsa. E davanti a questo, come possano andare a finire i giochi azionari del “popolo di Reddit” che gonfiano la bolla, o gli investimenti in Bitcoin del piccolo risparmiatore che crede alla nuova narrazione sulla criptvaluta, e se e quando saranno i trader retail a ritrovarsi con il cerino in mano, perdendo tutto, finisce per divenire una questione secondaria.</p>



<p>Il rapporto Oxfam di gennaio, intitolato “Il virus della disuguaglianza”, di cui riportiamo uno stralcio a pag. 48 e a cui abbiamo dedicato la copertina di questo numero, calcola che “i patrimoni dei 1.000 miliardari più ricchi sono tornati ai livelli pre-pandemici in soli nove mesi mentre per le persone più povere del mondo la ripresa potrebbe richiedere oltre un decennio”; e che “l’aumento della ricchezza dei miliardari dall’inizio della crisi è più che sufficiente a scongiurare che tutti gli abitanti della Terra cadano in povertà a causa del virus e a pagare il vaccino anti Covid-19 per tutti”. I “piccoli” di Robinhood e i “piccoli” che acquistano Bitcoin, mettendo il proprio denaro nella finanza, alimentano questo sistema.</p>



<p>Dove si pone il limite oltre il quale non siamo disposti ad andare? La soglia che ci fa definire inaccettabile questa realtà e questo sistema economico? Comportandoci di conseguenza, nelle nostre scelte? Perché si tratta di scelte, che prima di essere collettive sono sempre personali. Utilizzare il denaro per giocare nella finanza è una scelta, e mai come nell’ultimo anno, prima che etica e politica, è una scelta morale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Salvo diversamente indicato, i dati finanziari contenuti nell’articolo provengono da Il Sole 24 ore</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">4) Il Bitcoin è una stringa digitale alfanumerica prodotta da un software ed è contenuto in un portafoglio virtuale a chiave crittografata: se si perde il codice, si perdono i bitcoin. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018</p>



<p class="has-small-font-size">5) La formula matematica alla base del software è strutturata in modo che la creazione di Bitcoin sia finito, a termine; si è calcolato – tralasciando i dettagli tecnici – che in totale verranno creati 21 milioni di Bitcoin nel giro di 130 anni circa. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Baer, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/" data-type="post" data-id="4134" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il virus dei poveri</em></a>, Paginauno n. 70/2020 </p>
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