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	<title>Politica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 15:44:44 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Politica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-vs-sottomissione-desiderio-di-autoritarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere “Ma [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”<br>Erich Fromm,<em> Fuga dalla libertà</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.</p>



<p>Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).</p>



<p>Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.</p>



<p>Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante <em>scivolone</em>, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Il parlamentare. Un’autobiografia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamentare-unautobiografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne Il parlamentare John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale Il parlamentare (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne <em>Il parlamentare</em> John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale</p>
</blockquote>



<p><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il parlamentare</a><em> (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale. Il protagonista è uno scozzese che, appena tornato dall’India, acquista un seggio in un quartiere ‘marcio’. La sua vicenda trasforma il romanzo in un insuperabile studio sulla corruzione del Parlamento inglese pre-riforma (1832), e sorprende per la sua attualità. Il lettore non faticherà infatti a riconoscere tra le righe gli stessi mali che, a partire dal 1861, affliggono la politica italiana. John Galt ha la capacità di mostrare quale sia la vera funzione di un Parlamento, al di là delle dichiarazioni di facciata sulla retorica democratica.</em></p>



<p><em>Pubblichiamo la Postfazione al romanzo a firma di Carmine Mezzacappa</em><em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">John Galt e il suo tempo</h4>



<p class="has-small-font-size">Carmine Mezzacappa</p>



<p>Quando si affronta la lettura di un qualsiasi romanzo, è buona pratica collocarlo nel contesto storico, politico, sociale e culturale del periodo in cui l’autore lo ha scritto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel=" noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="452" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg" alt="" class="wp-image-9171" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></figure>
</div>


<p>Sarebbe interessante adottare lo stesso approccio nel caso in cui si volesse spiegare il perché viene tradotto un determinato romanzo straniero, soprattutto quando quel testo contiene temi che sono pertinenti al dibattito in corso nel Paese della lingua di arrivo e offre un confronto dialetticamente costruttivo tra le due culture in questione.</p>



<p><em>Il parlamentare</em>, sebbene ambientato nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, invita a fare alcune riflessioni utili anche riguardo al nostro tempo. È ciò che emerge dalla rappresentazione fatta da Galt del sistema parlamentare che, già alla sua nascita, evidenziava anomalie in contraddizione con i nobili principi su cui si fondava.</p>



<p>Il protagonista, Archibald Jobbry, ex funzionario imperiale in India, torna in Inghilterra con un discreto patrimonio. Oltre ad acquistare una tenuta nella sua amata Scozia, si domanda quali altri investimenti potrebbe fare e non gli dispiace la proposta che gli viene rivolta di comprare il seggio di un deputato stanco di vivacchiare in Parlamento. Ed ecco subito la prima anomalia: la politica concepita come ‘affare’, non come vocazione.</p>



<p>Oggi si levano cori indignati contro il basso livello etico e morale dei politici e attribuiamo questo scadimento al degrado della società contemporanea. In realtà, dal quadro che fa l’autore scozzese si potrebbe dire che ne soffriva anche quel sistema parlamentare britannico che avrebbe posto le fondamenta della democrazia moderna&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>I would prefer not to. Conflitto non è solo scontro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-would-prefer-not-to-conflitto-non-e-solo-scontro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Siamo in un periodo di grande trasformazione sociale e di maggiore incertezza rispetto al passato. Gli strascichi della pandemia, i conflitti armati, la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la stagnazione dell’economia […] sono tutti elementi che modificano in modo netto lo scenario. Siamo passati dalle certezze a un’incertezza continua. In questo scenario le aziende devono adeguare i loro posizionamenti” (1); perché “le persone oggi non comprano solo scarpe: cercano significato e visione. Il marketing non è più uno slogan, ma un dialogo continuo. Si passa dal comando netto e quasi autoritario a una domanda che riconosce le paure di insuccesso e l’ansia generazionale” (2). La prima citazione è di Sandro Castaldo, professore ordinario del Dipartimento di marketing dell’università Bocconi; la seconda è della giornalista Brittaney Kiefer, sulla rivista di marketing Adweek. Entrambe si riferiscono alla nuova campagna pubblicitaria della Nike lanciata a metà settembre, che ha visto lo slogan <em>Just</em><em> Do It</em>, coniato nel 1988, trasformarsi nel <em>Why Do It? “</em>Una preoccupazione forte degli italiani in passato era l’ambiente” continua Castaldo, “molti hanno constatato scarsi impatti nella pratica delle politiche ambientali e oggi le preoccupazioni sono altre […] Nell’attuale situazione di incertezza le nuove generazioni hanno bisogno di sapere il perché, ovvero il motivo profondo che dovrebbe spingere all’azione. […] Pertanto le aziende si adeguano cercando di cogliere questa esigenza di pragmatismo e riscontro empirico”.</p>



<p>In poche parole, la frustrazione, l’incertezza per il futuro, l’ansia da prestazione, la delusione, la sensazione di impotenza che le giovani generazioni vivono nell’attuale società capitalistica – sempre più competitiva e passata dal Green New Deal alla propaganda di guerra – vengono incorporate negli slogan pubblicitari e sfruttate, dallo stesso capitalismo che le crea, per alimentare i consumi e la profittabilità del capitale. Un circolo vizioso che intrappola la generazione Z, senza che essa riesca a opporre resistenza. I cosiddetti <em>nativi digitali </em>connessi h24, infatti, si ritrovano, nella gran parte, privi del bagaglio culturale che permetterebbe loro di elaborare un pensiero critico capace di disinnescare la dinamica capitalismo-consumismo, cogliendone i tratti sistemici e le perverse correlazioni. Una mancanza che non è unicamente causata dalla virtualizzazione del mondo prodotta dallo sviluppo digitale, ma di certo smartphone, chat e social hanno reso strutturale un approccio veloce e superficiale là dove prima regnava la lentezza dell’approfondimento, del ragionamento e della trasmissione del sapere. Se questa è la realtà per chi è nato tra la metà degli anni Novanta e il 2010, quella che attende la generazione Alpha rischia seriamente di essere peggiore. Definita la <em>generazione schermo, </em>i cosiddetti <em>screenager</em> sono venuti al mondo tra il 2010 e il 2024, e sono i primi umani che con tablet, smartphone e computer hanno intrattenuto uno stretto e costante rapporto fin dai primi vagiti. Che società stiamo costruendo per loro? Cosa gli consegniamo per difendersi da un futuro di frustrazione, ansia da prestazione, delusione, sensazione di impotenza?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro della generazione Alpha</h4>



<p>“Bambini che sempre più vengono letteralmente calmati, addormentati, svezzati attraverso lo smartphone […] padri che cullano l’infante tenendo sempre lo smarphone in mano. Poi madri che lo allattano mentre guardano lo smartphone. Infine genitori che lo guardano attraverso lo smartphone per fare un filmino dei suoi primi passi. Che cosa cambia in questi sguardi?” si chiede Simone Lanza ne <em>L’attenzione contesa. Come il tempo</em><em> schermo modifica l’infanzia</em> (Armando Editore, 2025)&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Il ‘Modello Milano’: la messa a valore di una città</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6959</guid>

					<description><![CDATA[La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche. Con uno sguardo a Milano]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-83-luglio-settembre-2023/" data-type="post" data-id="6950" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 83, luglio &#8211; settembre 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana e la turistificazione, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche</p>



<p></p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La Bloomberg Way è un concetto di governance in cui la città è gestita come un’azienda: il sindaco è l’amministratore delegato, le imprese sono clienti, i cittadini sono consumatori e la città stessa è un prodotto brandizzato e commercializzato.” (1)
Jeremiah Moss, autore di <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>

“[…] L’urbanismo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi conseguentemente in dominio assoluto, può e deve ora rifare la totalità dello spazio come <em>suo proprio scenario</em>.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>
</pre>



<p class="has-drop-cap">Città. La sociologia urbana non ne dà una definizione univoca, trattandosi di una realtà molteplice e in continuo mutamento e dunque non cristallizzabile in un concetto astorico. Tuttavia una base da cui partire si può trovare nella formula di Max Weber del 1921, che la identifica come un insediamento circoscritto in cui sono localizzati edifici e abitanti. A questo ritratto puramente geografico, nel corso del Novecento differenti studi e teorie si sono concentrati sulle caratteristiche e le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali, individuando la città come una forma specifica di organizzazione socio-spaziale: un insieme di edifici e strade e un insieme di relazioni fra esseri umani, un luogo fisico ma soprattutto un luogo sociale; un’organizzazione materiale all’interno della quale si dispiegano le relazioni sociali, favorendo o frustrando la loro ricchezza e la loro significatività collettiva, secondo il noto urbanista Lewis Mumford.</p>



<p>Nel 1999 la rivista internazionale <em>Urban Studies</em> segna una cesura: dedica un numero monografico a quelle che definisce le “città competitive”, dando risalto alla lettura puramente economicistica della sociologia urbana e ufficializzando l’entrata del pensiero neoliberista nelle politiche cittadine. Il pubblico – il welfare delle case popolari e dell’assistenza ai cittadini più poveri così come la gestione del patrimonio culturale e architettonico – cede il passo alla privatizzazione e alle partnership pubblico/ privato, e la città diviene un “moltiplicatore della crescita economica” e un “centro di innovazione” che deve competere sul mercato delle città globali per attirare capitali e investimenti.</p>



<p>Appena tre anni dopo, nel 2002, lo studioso di sviluppo economico e urbano Richard Florida pubblica <em>The Rise of the Creative Class</em>: il libro è immediatamente acclamato e per qualche anno il suo autore si ritrova impegnato in un giro di conferenze da tutto esaurito, chiamato da amministrazioni locali, istituzioni varie e fondazioni, a portare la teoria delle “tre T”: Tecnologia, Talento, Tolleranza. Florida afferma che la crescita delle città – le città competitive, ovviamente – dipende dalla loro capacità di attrarre la “classe creativa”, che individua, a grandi linee – e senza fare distinzione tra precari e professionisti ben pagati – nei lavoratori digitali come nei designer, negli architetti, ingegneri, artisti, editori, docenti universitari&#8230; in tutti i “creativi di professione” insomma, nei più diversi ambiti: sono loro i portatori delle tre T – e contemporaneamente le cercano – e la loro presenza in un territorio produce forza attrattiva nei confronti di capitali, aziende innovative, investimenti e, in un benefico circolo vizioso, altre persone creative. </p>



<p>La Tecnologia è fondamentale per lo sviluppo economico del futuro, il Talento è il ‘capitale umano’ dei creativi e la Tolleranza è la loro apertura alla <em>diversity</em>, registrata da Florida attraverso indici che analizzano la popolazione residente in una città, come il Melting Pot Index (percentuale di persone nate all’estero), il Gay Index (percentuale di omosessuali) e il Bohemian Index (percentuale di scrittori, pittori, scultori, attori ecc.). Come attrarre questi <em>re Mida</em>? Florida sostiene che la classe creativa, nella scelta del luogo in cui vivere, non è particolarmente vincolata dal lavoro: è più lo stile di vita anticonformista, multiculturale, dinamico e cosmopolita a pesare sulla decisione; una “Street Level Culture” che può includere una “miscela brulicante di caffè, musicisti da marciapiede e piccole gallerie e bistrot, dove è difficile tracciare il confine tra partecipante e osservatore, o tra creatività e i suoi creatori”.</p>



<p>La ‘città competitiva’ del terziario avanzato trova così i suoi abitanti ideali nella ‘classe creativa’, e si avvia la trasformazione concettuale della città post industriale e post welfare state: da comunità sociale aperta a tutti, essa diviene un’organizzazione da mettere a valore secondo la logica d’impresa, e a tal fine è prettamente rivolta a – e strutturata per – una particolare tipologia di persone. Ma quale valore dà la misura di una città, ed è dunque da incrementare, per attirare gli investitori finanziari internazionali? Quello della rendita immobiliare.</p>



<p>“Quel che ho cercato di fare, e penso di avere fatto, è stato creare valore per gli investitori, ogni singolo giorno di lavoro”, dichiara al termine del suo mandato Michael Bloomberg, sindaco di New York dal 2002 al 2012, come riportato da Jeremiah Moss nel suo libro <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>; Bloomberg ha riorganizzato il 40% della città e demolito quasi 25.000 edifici in un’ottica di ‘riqualificazione’ orientata alla ricchezza (2). E New York, come Londra, Barcellona, Madrid, Parigi, Berlino, San Francisco&#8230; sono le città di riferimento – e le concorrenti da battere – per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli&#8230;</p>



<p>Gentrificazione e turistificazione sono le ricadute pratiche della teoria della città competitiva, e i processi grazie ai quali cresce la rendita immobiliare. Due dinamiche tutt’altro che lineari. Concentriche, piuttosto, per tutti gli elementi che mettono in campo in una interazione circolare, riuscendo persino a inglobare le stesse forze sociali critiche, che si ritrovano così depotenziate o del tutto annullate.</p>



<p>Ciò che va sottolineato, è che nell’esplosione del caro-affitti – denunciato recentemente anche dagli studenti universitari con le tende piantate davanti agli atenei – non gioca affatto il libero mercato e la semplice logica della domanda e dell’offerta; sono meccanismi che certamente si innescano, ma in seguito a precise scelte operate dalla politica locale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3da37a7455edfb70d66fe4369eba33cb">La rendita immobiliare</h4>



<p>Nel 1979 il geografo Neil Smith sviluppa la teoria del divario della rendita immobiliare, analizzando in quattro fasi il ciclo di vita di un edificio residenziale: </p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una fase iniziale di costruzione e primo utilizzo, durante la quale un lieve deprezzamento può verificarsi per un normale logoramento da uso quotidiano o un successivo miglioramento delle tecnologie costruttive;</li>



<li>la seconda fase si avvia quando i proprietari degli alloggi, non intenzionati a investire per contrastare la svalutazione dell’immobile, decidono di vendere o affittare: la mancata manutenzione porta lentamente al degrado dell’edificio, in una logica circolare che da singola diviene di quartiere – poiché la rendita di un immobile è influenzata dalla condizione degli edifici circostanti, che determina i prezzi di mercato dell’intera zona;</li>



<li>si apre così la terza fase, dove deterioramento e disinvestimenti si accumulano portando alla fuga degli abitanti verso aree migliori, insediamento di una popolazione più povera, nascita di microcriminalità e problematiche sociali, vuoto parziale di alloggi e crollo della rendita immobiliare;</li>



<li>per giungere alla quarta fase, dove la situazione dell’intero quartiere arriva all’orlo del collasso, fino a produrre l’abbandono degli edifici ed eventuali occupazioni abusive.</li>
</ul>



<p>La terza e ancor più la quarta fase rappresentano la situazione ottimale per l’avvio della gentrificazione, poiché il divario tra rendita attuale e rendita potenziale è altissimo: acquisto oggi a due soldi, ristrutturo, affitto/vendo domani a prezzi moltiplicati. A patto, tuttavia, che si verifichi una condizione: che il quartiere sia oggetto di ‘rigenerazione’.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-ee9428d8f4e49fb35548d6fd24153602">La rigenerazione urbana</h4>



<p>Il Comune accende i riflettori su un’area degradata e dichiara il progetto di rigenerazione urbana. Iniziano a muoversi i ‘grandi attrattori’ – che vedremo con Milano – e gli speculatori di ogni risma. Dal nulla compaiono frotte di imberbi agenti immobiliari, che iniziano a bussare alle porte degli alloggi a tutte le ore, lasciando biglietti da visita sullo zerbino e nella cassetta della posta, insieme a volantini con “Cerchiamo appartamenti in zona da acquistare” o “Cerchiamo appartamenti in questo stabile da acquistare”. Arrivano in sciame come le locuste e come le locuste, a un certo punto, spariscono: hanno divorato tutto quello che potevano. Hanno acquistato a miseri prezzi di mercato o poco più da proprietari che, vista la situazione dell’edificio e del quartiere, disperavano ormai di riuscire a ‘liberarsi’ di quelle case.</p>



<p>Contemporaneamente alcuni spazi a pianoterra, ex negozi chiusi da tempo o piccoli magazzini vuoti, vengono ristrutturati e iniziano a vedersi cartelli “affittasi”. Non passa molto tempo e si trasformano in sedi di attività culturali, librerie con bistrò, studi di artisti, architetti e design, ciclofficine, spazi per mostre d’arte, laboratori di artigianato falegnameria e riuso&#8230; si è messa in moto la macchina dei bandi.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-134fc60fc4bc85c47d6e28977e5dd2ab">I bandi socio-culturali</h4>



<p>In collaborazione con fondi nazionali, regionali, comunali, europei e/o privati – su tutti le fondazioni bancarie: a Milano la Fondazione Cariplo domina la città – vengono rivolti bandi a oggetto culturale e sociale a enti del terzo settore, associazioni e cooperative sociali. Obiettivo dichiarato: “facilitare processi di rigenerazione urbana a base culturale”, promuovere l’inclusività nel quartiere, la partecipazione, l’attivazione dei cittadini, l’aggregazione sociale, la <em>diversity</em> e la <em>mixité, </em>concetto secondo il quale l’introduzione in un’area socialmente disagiata di abitanti di più alto censo e cultura produce un miglioramento nella qualità di vita degli abitanti già presenti (!). Ovviamente si tratta solo di propaganda. L’obiettivo è creare una zona attrattiva per la classe creativa. Ed è ciò che avviene.</p>



<p>I bandi vincolano i progetti alla sostenibilità economica. Una condizione che impone alle associazioni di creare una struttura a ‘spazio ibrido’, ossia un luogo che mescoli funzioni definite ‘socio-culturali’ (3): la libreria con il bar, il laboratorio creativo con il coworking, la ciclofficina con il ristorante&#8230; “Quello che doveva essere uno spazio culturale,” afferma a maggio, nel corso di un dibattito pubblico, un responsabile di una realtà che ha visto la luce nell’ambito di un bando promosso dal Comune di Milano e dalla Fondazione Cariplo, “è in questo momento completamente dedicato a trovare i soldi per pagare un affitto, e quindi siamo concentrati sul portare avanti bar e ristorante e non è stato possibile fare alcun tipo di attività”. Un progetto nato dunque, ufficialmente, per gli abitanti del quartiere e sotto le insegne della pratica sociale, diviene uno spazio a misura di <em>creativi</em>. Che oltre al <em>food&amp;drink</em> propone mostre, festival, week e qualsivoglia cosa possa essere contenuta in una sala e definita un ‘evento’: l’affitto degli spazi diviene infatti un’altra tipologia di entrata finanziaria necessaria al pareggio dei conti, promossa dai bandi anche nell’ottica ‘attrattiva’ della turistificazione della città, come vedremo.</p>



<p>Richiamata in zona, la classe creativa comincia a stabilirsi nel quartiere, nelle case via via ristrutturate, pagando affitti che rapidamente si alzano. Quanto il processo abbia nulla a che fare con la propagandata della<em> mixitè</em> è palese a chiunque frequenti appena quei luoghi: se sono strutturati con spazi dove poter restare senza consumare – come panchine – questi si riempiono degli abitanti originari del quartiere – quelli che sarebbero da ‘attivare’ – mentre dal lato opposto <em>hipster, creativi e radical chic</em> entusiasti dell’associazionismo, dell’ibridazione, degli apericena e dei mercatini <em>vintage,</em> si affollano al buffet dell’inaugurazione dell’ultima mostra fotografica. Due mondi che non si incontrano, non dialogano, non interagiscono.</p>



<p>La ‘rigenerazione’ non è un’integrazione ma una occupazione-con-sostituzione del quartiere. Nella città competitiva si insedia così sempre più numerosa la classe creativa, la rendita immobiliare aumenta e i vecchi abitanti a basso reddito vengono spinti ancor più ai margini periferici, o direttamente espulsi. L’associazionismo culturale e sociale finisce dunque per essere – consapevole o meno – il cavallo di Troia della gentrificazione. Non solo. Muta radicalmente la propria visione.</p>



<p>Da un lato, il vincolo della sostenibilità economica introduce la logica imprenditoriale in un ambito prima votato alla cooperazione sociale, e mette le diverse realtà associative in competizione fra loro per la sopravvivenza; dall’altro, ne depotenzia la forza critica. Legato a doppio filo con il Comune, le fondazioni, la finanza a impatto sociale e le politiche urbane, l’universo culturale e sociale si ritrova cooptato all’interno del potere e delle logiche neoliberiste che prima contestava. Nell’illusione di poter fare concretamente qualcosa per fare uscire persone e quartieri dal degrado e dall’abbandono, finisce per farsi complice della loro ulteriore marginalizzazione, trasformandosi nell’avamposto della gentrificazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f7904b8fc7fa3cb3c0c68ae3221aae90">Il welfare</h4>



<p>Ovviamente, nella città competitiva anche tutto ciò che è pubblico deve diventare terreno per la rendita del capitale privato. Nell’edilizia la logica è la stessa: lascio degradare le case popolari affermando che l’amministrazione comunale non ha il denaro per provvedere alla loro manutenzione, fino al momento in cui cadono talmente a pezzi che il costo della ristrutturazione diviene particolarmente gravoso. A quel punto affermo che la soluzione è venderne una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare ciò che resta. Ciò che resta puntualmente non viene toccato, e la giostra riparte: vendo una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare&#8230; E così man mano la disponibilità delle case popolari diminuisce, di pari passo con la ‘rigenerazione’ dei quartieri. Accanto, dichiaro che la soluzione del problema non si trova più nell’edilizia pubblica ma nell’housing sociale, e apro ai privati un nuovo mercato per la rendita immobiliare.</p>



<p>Sul piano del sostegno alla popolazione, l’approccio di matrice socialdemocratica viene abbandonato con l’accusa di creare assistenzialismo passivo, e sostituito con la visione neo-ordoliberista: il welfare deve stimolare il self-empowerment, l’auto-imprenditorialità, il ‘capitale umano’, la dinamicità. Lo stesso ingannevole concetto della <em>mixitè</em> si inserisce in questa visione, come se l’uscita dalla povertà potesse avvenire per osmosi. La politica locale inizia dunque a spostare denaro dall’assistenza ai bandi socio-culturali, rovesciando sul terzo settore privato l’onere di integrare e ‘attivare’ le persone più povere – cosa che le associazioni non riescono nemmeno a fare, impegnate, come abbiamo visto, nella morsa della sostenibilità economica – e mentre costruiscono una città a misura di classe creativa per attirare investimenti e far esplodere la rendita immobiliare, dichiarano di operare per ridurre la marginalizzazione delle fasce deboli della popolazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-be453c69bf1e51f48e26092d49b06556">La turistificazione</h4>



<p>Elencare tutti gli ‘eventi’ presenti contemporaneamente in una qualsiasi settimana a Milano, occuperebbe righe e righe; c’è regolarmente una <em>week</em> (Fashion Week, Design Week, Ocean Week&#8230;), accanto a festival (Polinesyan &amp; Pacific Festival, Festival della fuga e dei viaggi, Festival della fine e della malinconia, WeWorld Festival, BAM Circus, Skate and Surf Film Festival, Festival del ciclo mestruale&#8230;), mostre di ogni genere – dalla Queer Pandemia a Caravaggio –, e dibattiti, convegni, incontri e spettacoli legati al Food&amp;Drink, al Green, a Sport&amp;Benessere, a viaggi, arte, musica, libri, architettura, animali domestici&#8230; (4). L’attrattiva ‘culturale’, presente negli spazi ibridi attivati dai bandi comunali così come nei luoghi più tradizionali – aree fieristiche ma anche musei, gallerie, teatri&#8230; luoghi dai quali il pubblico si è ritirato a favore della visione neoliberista delle partnership con il privato – e in nome della quale qualunque cosa, anche la più futile, ludica e smodatamente commerciale, è divenuta ‘cultura’, è un aspetto fondamentale per la città competitiva: da un lato collabora con la gentrificazione catturando la classe creativa – che vive di eventi tanto quanto di biologico – dall’altro innesca il processo di turistificazione che richiama gli <em>abitanti short-term</em>. Questi ultimi favoriscono il mercato dell’affitto breve e dell’airbnb, che genera anch’esso un incremento della rendita immobiliare. Perché funzioni l’appeal <em>culturale</em> occorre tuttavia una martellante campagna comunicativa, e a questa ben si prestano quotidiani e riviste varie e, indirettamente, la stessa classe creativa, costantemente collegata ai social e intenta a postare selfie.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-068e29f086ed4ed35ab63641b5fa211f">Gli abitanti short-term</h4>



<p>Turisti, soggiornanti temporanei e studenti fuori sede sono, a grandi linee, gli abitanti short-term di una città, e gli abitanti ambiti dalla città competitiva (5). Vi trascorrono un periodo determinato – da una notte fino a qualche mese o qualche anno – per lavoro, studio, turismo o per scelta, per poi spostarsi altrove. La stessa classe creativa vi rientra, cosmopolita per impostazione, incline a trasferirsi da una città globale a un’altra. Sono i ‘consumatori di città’. Non ne portano memoria né radici, aspetti generalmente associati all’attenzione per il territorio, i suoi cambiamenti, la sua rete sociale e politica. Non <em>abitano</em> la città bensì la <em>usano</em>, disinteressandosi della sua realtà comunitaria. Più che attori sono comparse nel processo di valorizzazione immobiliare, tuttavia fondamentali, e così la città competitiva si struttura sulle loro necessità: diviene una ‘città vetrina’, un “parco giochi di plastilina” (Jeremiah Moss in merito a New York), “il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” per citare Debord, dove lo spettacolo, l’artefatto e il simulacro invadono sempre più ogni spazio. Gli stessi studenti, che poi ne pagano il prezzo, fanno parte del gioco: oltre gli affitti brevi, la loro categoria chiede vita notturna e locali, che aumentano la <em>vivacità</em> attrattiva della città.</p>



<p>“Le città di successo hanno una capacità impressionante di <em>rigenerare</em> continuamente i propri cittadini” scrive Pierfrancesco Maran, Assessore alla Casa e Piano Quartieri di Milano e autore del libro <em>Le città visibili. Dove inizia il cambiamento del Paese</em>; tra il 2008 e il 2018 Milano ha perso 400.000 persone, trasferite altrove (su un totale di 1,3 milioni, quasi il 25%), sottolinea Maran, ma ne ha guadagnate 500.000: un “fermento”, una “non sedentarietà”, un “continuo rimescolamento” che riempono di entusiasmo l’assessore.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-345be1039264fb8e3d85ef3ea6a0b6bb">Il modello Milano</h4>



<h4 class="wp-block-heading">I ‘grandi attrattori’</h4>



<p>In tutte le città competitive, a un livello superiore di rigenerazione urbana, inaccessibile ai cittadini, opera il capitale dei forti investimenti, quello legato ai grandi progetti e ai grandi eventi – che le città globali si contendono proprio perché attrattori di capitali. Da una parte è la vetrina più luccicante, il lusso esibito orgogliosamente perché emblema di una città <em>desiderabile</em>, l’urbanistica che genera lo <em>skyline</em> del luogo, che si propone attraverso i nomi degli <em>archistar</em> e si rivolge smaccatamente ai ricchi; dall’altra sono i progetti di housing sociale, di edilizia green e di ‘riqualificazione’ sull’onda dei grandi eventi.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="433" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg" alt="" class="wp-image-8251" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-300x217.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>13,1 sono i miliardi di investimento attesi a Milano nel segmento immobiliare tra il 2019 e il 2029, un dato che “porta il capoluogo lombardo ai vertici della classifica delle città più attrattive a livello europeo” secondo un elettrizzato Sole 24 ore: “Nella classifica Monaco è seconda (con 10,8 miliardi di investimenti attesi), seguita da Amsterdam (10,2 miliardi), Stoccolma (9,5), Dublino (9,1) e Madrid (8,7). Ma le stime stanno già crescendo visto che il traino delle Olimpiadi porterà ancora più fermento in città” (6). È questa la logica, e a Milano la si può identificare, tra progetti già conclusi, in corso e futuri, con CityLife, Garibaldi-Porta Nuova (il complesso iper pubblicizzato di piazza Gae Aulenti e l’aggregato di torri tra cui Bosco Verticale), Mind-Milano Innovation District e Cascina Merlata (sul terreno che ha visto Expo 2015), e poi San Siro e l’ex Scalo ferroviario di Porta Romana – il primo di sette scali che saranno ‘riqualificati’ – destinatario del futuro Villaggio Olimpico per i Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, progetto che si trascina dietro Rogoredo-Santa Giulia e la ‘rigenerazione’ dell’area ex-Macello (vedi Mappa 1, pag. 9).</p>



<p>Protagonisti indiscussi il fondo statunitense Hines, una delle maggiori società immobiliari mondiali (7), Coima, il fondo immobiliare della famiglia Catella (8), e Redo, gestore di fondi immobiliari di proprietà di Fondazione Cariplo, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo e InvestiRE (9).</p>



<p>Su questo piano, la competizione tra città per conquistare gli investimenti si gioca anche sugli oneri di urbanizzazione, e Milano registra numeri da discount: nell’accordo sugli scali ferroviari, per esempio – più di un milione di mq di aree un tempo pubbliche e ora in vendita a privati, una delle ‘riqualificazioni’ urbane più appetibili per i profitti che genererà – si sono attestati tra il 3 e il 5%, quando a Berlino sono attorno al 30% e in Francia, sui grandi progetti, sono il 15% (10). Una tassazione ridicola che spesso viene anche azzerata ‘a scomputo’: invece di pagare gli oneri, il privato si impegna a realizzare opere di urbanizzazione, come ciclabili, marciapiedi, zone alberate e spesso un parco; in teoria, uno spazio pubblico, in realtà, ciò che diviene un<em> plus</em> che aumenta la rendita immobiliare stessa – come il BAM, il parco inserito tra piazza Gae Aulenti e il Bosco Verticale, a Porta Nuova, dove gli interventi a scomputo continuano (11).</p>



<p>È un approccio a respiro internazionale, che vive anche di progetti come <em>Reinventing Cities</em>, “una <em>competizione</em> globale promossa da C40 […] un network di circa 100 città influenti a livello globale impegnate a combattere il cambiamento climatico […] un programma internazionale [che] vede il coinvolgimento delle città nell’individuare siti di proprietà pubblica abbandonati o sottoutilizzati, pronti per essere valorizzati [ossia venduti, <em>n.d.a.</em>], e di soggetti privati, organizzati in Team multidisciplinari, nel presentare proposte per la riqualificazione dei siti” (12). Un altro modo per implementare il ritiro del pubblico a favore della rendita immobiliare dei privati. Nato nel 2017, negli anni si sono susseguite diverse edizioni, nelle quali Milano ha messo a bando per la vendita 18 siti, vincendo la gara – e dunque avviando i progetti – per 15 siti.</p>



<p>Ma Milano sta liquidando tutto. Il 5 dicembre scorso la Giunta comunale ha deliberato di vendere in blocco le quote residuali di due fondi immobiliari creati nel 2007 e nel 2009: contenevano “140 proprietà, fra aree e fabbricati, […] i beni di maggior pregio sono stati venduti e quelli ancora in portafoglio hanno valore residuale”, afferma l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte; ora saranno messi all’asta in un’unica soluzione. Ma nessun timore: “Per gli immobili residenziali non ancora alienati e ancora parzialmente occupati, il bando di vendita delle quote prevede […] la conferma di una clausola di salvaguardia che garantisce la permanenza degli inquilini per almeno due anni a un canone di locazione moderato” (13). Due anni. Gli inquilini possono dormire sonni tranquilli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I bandi della gentrificazione</h4>



<p>A un livello inferiore si muovono i bandi socio-culturali, che abbiamo visto. A Milano nascono nel 2012 con la giunta Pisapia (14) e proseguono con Sala, in stretta collaborazione con la Fondazione Cariplo, la Regione e attori nazionali. Dall’avvio con la messa a disposizione di 1.200 spazi comunali inutilizzati, l’approccio si è allargato, per citarne giusto alcuni, ai progetti <em>Crowdfounding civico</em> (2015) (15), <em>Lacittàintorno</em> (2017) dedicato ai quartieri (16) – perché non esiste più la dicotomia centro/periferia, che evoca disuguaglianza e marginalità, ma la ‘città intorno’ (!) formata dai <em>quartieri</em> – <em>Nuove Luci a San Siro</em><em> </em>(2019, a cura della Regione Lombardia) (17), il bando <em>Cascine</em> (2021) (18), <em>Culturability </em>(progetto avviato nel 2013 e tuttora attivo, è un esempio di dinamica di rigenerazione urbana a sguardo nazionale) (19). Sono nate realtà piccole e grandi, come Rob de Matt e Mosso – sui relativi siti o pagine Facebook è possibile farsi un’idea di cosa sono e come si muovono.</p>



<p>Una nota si merita anche OrMe-Ortica memoria (20), un’associazione nata nel 2017 e patrocinata dal Comune di Milano, che “promuove la rigenerazione urbana attraverso la realizzazione di attività culturali, artistiche, ricreative e formative”, in particolare la creazione di murales “sui temi della memoria e sulla storia della città di Milano” (21), muovendosi anche nel mondo dei bandi pubblici e privati (22): un progetto che si inscrive sia nella dinamica della gentrificazione che in quella della turistificazione, considerati gli <em>Street Art</em><em> Tour</em> che sono seguiti. Comitive di turisti a far fotografie.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della disuguaglianza</h4>



<p>A maggio 2023, sull’onda delle prime pagine guadagnate da Milano per il caro-affitti, la Giunta approva il documento <em>Una nuova strategia per la casa</em> (23), stilato dall’assessorato di Maran. Contiene qualche dato interessante.</p>



<p>Al 2020, Milano conta circa 800.000 unità abitative: un po’ meno dell’80% è in mano a persone fisiche, il restante a persone giuridiche: società e fondi immobiliari, assicurazioni, banche ecc.</p>



<p>Ai primi di giugno, 16.444 appartamenti e 3.641 camere sono disponibili su Airbnb: il 47,1% fa capo a una multiproprietà e, tra questi, il 43,4% (4.160 unità) appartiene a una multiproprietà che conta più di 10 alloggi in offerta su Airbnb (24). Stando ai numeri dichiarati dal Comune, 16.444 appartamenti equivalgono a più del doppio degli alloggi di housing sociale previsti a Milano nel prossimo quinquennio.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="800" height="179" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg" alt="" class="wp-image-8257" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg 800w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-300x67.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-768x172.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-600x134.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-750x168.jpg 750w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Qualche dato sui prezzi (vedi Tabella 1, pag. 10): la quotazione media per la vendita è di 5.185 €/mq (25) e il 40% degli acquisti è fatto per investimento. Sul lato degli affitti, a gennaio 2023 si registrano 21,3 €/mq – significa 530 euro per un monolocale di 25 mq, spese condominiali escluse, ma essendo una media il reale prezzo di mercato è ben diverso; per dati più precisi e soprattutto suddivisi per zone è utile il Borsino Immobiliare, che mostra come in aree centrali si possa arrivare fino a 57 €/mq per l’affitto e 16.600 €/mq per la vendita (26).</p>


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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="815" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg" alt="" class="wp-image-8253" style="width:300px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 2. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>A fronte di questi numeri, l’assessorato alla Casa di Milano, autore del documento, scrive che “non si tratta, secondo molti studi, di una bolla immobiliare, in quanto effettivamente la città attrae cittadini e investitori in grado di affrontare i nuovi costi. Si tratta quindi di un problema di natura sociale e di equilibrio di una città che, per funzionare, deve avere al suo interno tutte le classi sociali”. Difficile dargli torto, nella politica della città competitiva: classe creativa e capitali accorrono a Milano e i cittadini short-term si ‘rigenerano’. Resta il problema del “funzionamento” (!) della città, basato su lavori a basso reddito (ristorazione, logistica, pulizia&#8230;). Ma già l’assessore Maran ha trovato la soluzione: allargare lo sguardo. Ragionare all’interno dei confini comunali è riduttivo, sottolinea, quando davanti a noi si estende l’intera città metropolitana, ossia la provincia, dove potranno essere espulsi – <em>pardon!</em>, andare a vivere – coloro che fanno “funzionare” Milano, working poor e ceto medio in via di pauperizzazione. Un flusso in uscita che non potrà che aumentare, se diamo uno sguardo ai redditi.</p>



<p>“Il 35,5% dei contribuenti milanesi dichiara un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro, con una media di 6.897 euro per contribuente”, mentre “oltre il 40% del reddito complessivo è generato da un 8,2% di contribuenti che dichiara oltre 75.000 euro annui”. Al punto che l’Assessorato è costretto ad ammettere che “tra il 2012 e il 2022 cresce il reddito medio su tutto il territorio metropolitano, ma diminuisce il valore complessivo di quello delle fasce più fragili e cresce quello delle fasce più agiate […] la variazione evidenzia sia una progressiva polarizzazione tra ‘ricchi e poveri’ che un assottigliamento della cosiddetta ‘classe media’”. Una dinamica che ha tracciati geografici che seguono la gentrificazione (vedi Mappa 2, pag. 13).</p>



<p>In tutto questo, il welfare?</p>



<p>Nel territorio milanese, il Comune è proprietario di 28.000 unità abitative (solo 22.113 sono assegnate, le restanti sono sfitte e da ristrutturare) e alla Regione fanno capo 34.000 case popolari (vedi Grafico 1, pag. 16): rappresentano il “10% delle unità abitative cittadine”, un dato che si attesta “intorno alla metà della media europea che è pari a circa il 20%” (27).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="314" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg" alt="" class="wp-image-8255" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Patrimonio immobiliare pubblico presente nella città di Milano. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Per ristrutturare le case degradate, il Comune “dovrebbe stanziare circa 200 milioni [e] nella condizione attuale di bilancio sono stanziamenti infattibili ed è per questo necessario individuare percorsi differenti”. Il pubblico “è un sistema che a oggi non ha prospettive” scrive l’assessore Maran; “alla domanda del perché non si fanno nuove case popolari la risposta è piuttosto semplice: abitate o sfitte sono una <em>perdita economica</em> per chi le gestisce senza alcun supporto da parte dello Stato”. Viene da chiedersi da quando il welfare debba rappresentare un <em>guadagno</em>. La logica imprenditoriale assunta a piedistallo epistemologico ha rimosso i fondamenti del concetto di ‘pubblico’, e anche i numeri dell’edilizia popolare sono lì a mostrarlo: 1.531 nuovi fabbricati costruiti negli ultimi vent’anni, a fronte di 24.000 realizzati tra il 1946 e il 2000 (vedi Tabella 2, pag. 20).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="277" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-6.jpg" alt="" class="wp-image-8256"/><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Costruzione del patrimonio abitativo del Comune di Milano, suddiviso per anni. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>Continua il documento: “Il modello di investimento completamente pubblico non è il più adatto al contesto contemporaneo” – come se il ‘contesto’ fosse un ostile ambiente naturale nel quale ci si trova di colpo catapultati a vivere, e non il risultato delle politiche intraprese da decenni –, “i problemi dei quartieri popolari pubblici sono da una parte certamente infrastrutturali, ma non si limitano a quello. Una strategia possibile è quella di migliorare le condizioni che possano garantire un incremento in termini di servizi, qualità dei luoghi, opportunità sociali, anche attraverso il coinvolgimento di operatori dell’housing sociale e del terzo settore, che consentano una rigenerazione dei quartieri efficace e radicata. Questi quartieri vanno difesi da effetti di gentrificazione legati al libero mercato” – ovviamente! – “ma possono aprirsi a un mix sociale più ampio e diversificato, positivo anche per gli attuali abitanti”. Ed eccoci tornare ai grandi attrattori, ai bandi per il terzo settore, alla rigenerazione e alla <em>mixité</em>, che già conosciamo.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-a0d58dc6c301af1757aa8eaebf67c572">Ricomposizione</h4>



<p>“Mi sento alienato nel mio stesso quartiere. È come una confraternita”, dichiara Jeremiah Moss al <em>New Yorker</em>, in merito all’East Village ‘riqualificato’ (28). Poche parole che danno l’idea della realtà sociale prodotta dalla gentrificazione: la percezione dei vecchi abitanti di subire un’invasione a opera di ‘corpi estranei’, e il conseguente disagio verso la trasformazione <em>spettacolare</em> del quartiere; la creazione di un ‘noi’ – gli abitanti storici – e di un ‘loro’ – la classe creativa che si è insediata –; un nuovo gruppo che sta per conto proprio, senza mescolarsi, smontando la narrazione tanto sbandierata dell’integrazione. Sono sensazioni che conosce chiunque abbia avuto a che fare con la gentrificazione del proprio quartiere. Ma è un <em>noi</em> e un<em> loro</em> che va smontato e superato.</p>



<p>La gentrificazione è un processo di classe: produce una trasformazione sociale che trasferisce ricchezza dal basso verso l’alto e dal pubblico verso il privato. Ma è un processo di classe che utilizza la classe creativa in logica interclassista. Molti creativi – la maggior parte dei più giovani – sono infatti precari sottopagati e sfruttati, che inseguono un sogno grazie al welfare famigliare che li aiuta a saldare l’affitto e a vivere nella ‘grande città’; parecchi di loro sono respinti indietro nel giro di poco tempo, espulsi dalla competizione feroce, che ‘rigenera’ continuamente gli stessi creativi da mettere a profitto. È questa logica interclassista che va smontata, in una ricomposizione ‘di classe’. Sono tuttavia gli stessi creativi i primi a doversene rendere conto, a liberare il proprio immaginario colonizzato dalla società dello spettacolo, così come le associazioni che partecipano ai bandi. Perché il conflitto si trasformi in verticale – contro il capitale della rendita immobiliare e la politica che se ne fa complice – devono innanzitutto comprendere di quale processo sono diventati strumento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) “Tali esperienze di rigenerazione urbana a base socio-culturale – convenzionalmente definite ‘Spazi Ibridi’ e diffuse anche in molti altri centri urbani in Italia e all’estero – hanno la capacità di combinare imprenditorialità, innovazione, inclusione sociale e radicamento nelle comunità locali, attraverso forme originali di organizzazione, gestione e produzione di prodotti e servizi”, dal sito del Comune di Milano, <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) Un’idea della quantità di eventi può darla, in qualsiasi momento, il sito <a href="https://www.mymi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mymi.it/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. B. Brollo,F. Celata, <em>Temporary populations and sociospatial polarisation in the short-term city</em>, Sage Journals, 20 dicembre 2022, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/00420980221136957">https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177 /00420980221136957</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU">https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Per un’idea dei progetti italiani in cui è implicato vedi <a href="https://modulo.net/it/operatori/hines-italy">https://modulo.net/it/operatori/hines-italy</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Per un’idea dei progetti in cui è implicato vedi qui <a href="https://modulo.net/it/operatori/coima" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://modulo.net/it/operatori/coima</a> e qui <a href="https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale">https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Per i progetti Redo <a href="https://redosgr.it/affordable-housing/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/affordable-housing/</a>, per l’azionariato di REDO qui <a href="https://redosgr.it/governance/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/governance/</a>, per l’azionariato di InvestiRE qui <a href="https://www.investiresgr.it/it/azionariato">https://www.investiresgr.it/it/azionariato</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Per dettagli qui <a href="http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Per dettagli delle varie edizioni cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities</a> </p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. <a href="https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro">https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://culturability.org/bandi">https://culturability.org/bandi</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://orticamemoria.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://orticamemoria.com/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. <a href="https://segnaliditalia.it/orme/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://segnaliditalia.it/orme/</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023; tutti i dati indicati in questo capitolo, salvo diversamente indicato, sono presi da questo documento</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="http://insideairbnb.com/milan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://insideairbnb.com/milan/</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) Nel documento del Comune c’è disparità sul dato indicato in tabella – qui riportata a pag. 10 – e quello nel testo; riportiamo il testo, più vicino alla realtà stando al Borsino Immobiliare</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. <a href="https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">27) Il calcolo tuttavia non è chiaro, perché lo stesso documento indica in 800.000 il totale degli alloggi nella città di Milano, come sopra riportato nell’articolo: stando a questi numeri, le case popolari sarebbero circa il 7,6% </p>



<p class="has-small-font-size">28) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da grande voglio fare lo Stato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/da-grande-voglio-fare-lo-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[blockchain]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra anarco-capitalismo e blockchain, i miliardari della Silicon Valley stanno progettando le loro smart city con sovranità politica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" data-type="post" data-id="6639" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 &#8211; gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tra anarco-capitalismo e blockchain, i miliardari della Silicon Valley stanno progettando le loro smart city con sovranità politica</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel 2018 Jeffrey Berns ha messo sul tavolo 170 milioni di dollari e ha comprato 67.000 acri (270 km²) di <em>nulla</em>, in Nevada: terra arida, non edificata, disabitata. Berns, comunemente definito “il miliardario delle criptovalute”, fondatore e amministratore delegato di Blockchains – azienda specializzata nei sistemi crittografici impiegati nelle criptovalute – ha dichiarato nel 2020 che in quell’area sarebbe sorta Painted Rock, una smart city a base blockchain: 36.000 residenti programmati, case, scuole, spazi commerciali e aziende, una criptovaluta interna e servizi cittadini erogati su struttura blockchain. Perché funzioni, ha affermato Berns alla BBC, “è necessario un nuovo modello di governo locale”: istituzioni politiche autonome da quelle del Nevada (1). </p>



<p>Nel febbraio 2021 il governatore Democratico dello Stato, Steve Sisolak, ha annunciato la proposta di legge <em>Innovation Zones</em>, destinata alle aziende dei settori Internet of Things, robotica, intelligenza artificiale, blockchain, tecnologia wireless e green: le società in possesso di almeno 50.000 acri di terreno non edificato e disabitato – all’interno di un’unica contea e al di fuori da città o paesi – con una disponibilità finanziaria di 250 milioni di dollari e un piano di investimento per un miliardo in dieci anni, avrebbero potuto costruire città e governarle autonomamente. “Le zone inizialmente opererebbero all’interno della contea locale in cui si trovano”, ha dichiarato Sisolak, “ma alla fine sarebbero in grado di assumerne le funzioni e diventare un <em>ente governativo</em> indipendente”: avrebbero un consiglio di sorveglianza di tre membri, scelti dall’azienda, con gli stessi poteri di un consiglio di commissari di contea, e il governo autonomo avrebbe l’autorità, “per esempio, di imporre tasse, formare distretti scolastici e tribunali di giustizia, e fornire servizi governativi” (2). Il piano non è andato in porto: la proposta di legge si è insabbiata nel Parlamento del Nevada e il 30 settembre 2021 Berns ha ritirato il programma, lamentandosi del mancato supporto politico (3). Ma Painted Rock non è l’unico progetto in piedi.</p>



<p>Nel 2017 Bill Gates, tramite la Cascade Investment, ha pagato 80 milioni di dollari per quasi 25.000 acri (100 km²) di deserto disabitato, in Arizona. Obiettivo: costruire Belmont, una smart city pianificata per 200.000 abitanti, destinata a “una comunità lungimirante, con una spina dorsale di comunicazione e infrastruttura che abbraccia la tecnologia all’avanguardia, progettata attorno a reti digitali ad alta velocità (5G), data center, nuove tecnologie di produzione e modelli di distribuzione, veicoli autonomi e hub logistici autonomi”, interamente digitale, dai servizi governativi, ai trasporti urbani alla produzione alimentare; un funzionamento automatico complessivo che solo la blockchain può garantire (4). A ottobre 2020 sono stati comprati altri 2.800 acri (5). Del progetto non si sa altro, perché dopo la fuoriuscita della notizia sull’acquisto del terreno le informazioni sono state tenute riservate. Lo stesso coinvolgimento di Gates è stato inizialmente taciuto, finché una ricerca giornalistica su dati societari e registri delle proprietà non l’ha svelato.</p>



<p>Peter Thiel – creatore di Paypal, tra i primi investitori di Facebook e fondatore nel 2003 di Palantir, importante azienda di big data attiva nell’ambito militare e di sicurezza, appaltatrice di Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato USA – ha invece investito quasi 9 milioni di dollari in Pronomos Capital, una società di venture capital che si concentra esclusivamente su startup come Bluebook Cities (6): fondata nel 2019, sta lavorando al progetto “Praxis”. Il sito (<a href="https://www.praxissociety.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.praxissociety.com/</a>) dà l’idea della visione generale: con una narrazione epica si definisce un movimento di moderni pionieri che vogliono costruire una smart city, all’interno della quale una comunità di membri facoltosi – 10.000 nella prima fase, poi a crescere: “10.000 residenti con un tenore medio di vita di oltre 2 milioni di dollari rappresentano collettivamente oltre 20 miliardi di dollari di valore della città” – vivrà in uno Stato con <em>sovranità politica</em>, con una criptovaluta e una criptoeconomia a base blockchain. L’ubicazione è ancora da scegliere, potrebbe essere “da qualche parte nel Mediterraneo” (7): “collaboreremo con un governo ospitante” si legge sul sito, “per creare una giurisdizione speciale”.</p>



<p>Anche Elon Musk, a marzo 2021, ha dichiarato di voler costruire Starbase, una smart city che vuole inglobare e riprogettare il villaggio di Boca Chica, nel Texas, dove attualmente ha sede la base spaziale Space X. La stampa statunitense la definisce una “città privata con leggi proprie”, ma dalle informazioni a oggi disponibili sembra più un allargamento della struttura aziendale di Space X e meno una città vera e propria, aperta a residenti.</p>



<p>Infine c’è Telosa. Uscita nel 2021 dall’immaginazione di Marc Eric Lore, il miliardario “mago dell’e-commerce” che ha portato Walmart a diventare il secondo sito di shopping online dopo Amazon, questa città del futuro dovrebbe essere costruita in una zona desertica degli Stati Uniti ancora da definire: “La prima fase di costruzione, che ospiterà 50.000 residenti su 1.500 acri, ha un costo stimato di 25 miliardi di dollari; l’intero progetto dovrebbe superare i 400 miliardi, con la città che raggiungerà 150.000 acri (600 km², <em>n.d.a.</em>) e la popolazione target di 5 milioni entro quarant’anni”, si legge sul sito (<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cityoftelosa.com/" target="_blank">www. cityoftelosa.com/</a>). Interamente ecosostenibile e con una produzione alimentare autosufficiente, non è del tutto chiara la governance. Lore parla di “equitismo, una nuova e più giusta fase del capitalismo”: rispolverando una teoria economica del 1879 proposta da Henry George, propone “la creazione di una fondazione privata fondiaria, proprietaria del terreno, che utilizzerà il reddito generato dalla rivalutazione della terra stessa (grazie alla costruzione e vendita di case, infrastrutture, edifici ecc., <em>n.d.a.</em>) per finanziare i servizi sociali della città”. Una sorta di nuovo contratto sociale, la cui cittadinanza dipende quindi dalla capacità economica dell’individuo di acquistare una casa. Questa condivisione della ricchezza generata dalla fondazione, afferma Lore, “ricalca il modello delle startup digitali, dove i dipendenti vengono pagati con <em>stock option”</em>. L’organo di governo della città sarà una sorta di “consiglio di amministrazione” eletto direttamente dai residenti tramite voto elettronico e blockchain. “Non stiamo solo costruendo una città, stiamo creando un nuovo modello per la società”, ha dichiarato Lore.</p>



<p>Folli visionari del Big Tech? Non proprio. È più una tendenza, che prova a muovere i primi passi su base locale. Anarco-capitalismo e nuove tecnologie, privatizzazioni ed esternalizzazioni di funzioni statali e cambiamento nella percezione collettiva dell’immagine e del ruolo delle imprese, sono il terreno su cui l’idea ha messo radici e la visione ha iniziato a concretizzarsi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Anarco-capitalismo</h4>



<p>Come tutti i pensieri politici, anche l’anarco-capitalismo ha correnti al proprio interno, che vanno dall’idea di uno Stato minimo fino a visioni più radicali. Se prendiamo queste ultime, e tralasciando il quadro economico e filosofico sui quali poggia storicamente e culturalmente, l’anarco-capitalismo è la dottrina secondo la quale una società capitalistica del tutto <em>priva di Stato</em> è economicamente efficiente e moralmente desiderabile. La società così strutturata non ha governo, parlamento, magistratura, polizia, forze armate né qualsivoglia istituzione pubblica: interamente basata sulla proprietà privata, vede le imprese competere sul libero mercato per offrire <em>tutte</em> le merci e <em>tutti</em> i servizi che la società stessa richiede.</p>



<p>Qualche dettaglio pratico.</p>



<p>Ciò che individuiamo come welfare pubblico (sanità, previdenza, disoccupazione, istruzione&#8230;) è venduto al singolo cittadino da aziende private, sotto forma di servizio o assicurazione; non esiste suolo pubblico, sia esso un terreno, un fiume, un lago&#8230; le infrastrutture (strade, piazze, ponti, acquedotti, aeroporti, rete digitale&#8230;) sono costruite da imprese private, che ne affittano alle singole persone il diritto di utilizzo, passaggio o sosta, oppure ne vendono la proprietà (anche in regime di comproprietà, come la strada che porta a un complesso abitativo acquistata dai proprietari degli appartamenti); polizia, tribunali e carceri sono gestiti da società private di sicurezza: fermo restando il diritto riconosciuto a ciascuno a difendere <em>da solo</em> la propria persona e la propria proprietà <em>con ogni mezzo</em>, il singolo individuo acquista servizi da una compagnia di sicurezza privata per prevenire o reprimere azioni a suo danno (funzione di polizia), e accetta di rimettersi alla stessa compagnia nel caso in cui si rendesse lui stesso colpevole di violenza contro persone o proprietà (funzioni di tribunale e carcere); queste stesse compagnie lo difenderanno anche in caso di attacchi da parte di entità straniere, svolgendo la funzione delle forze armate. Alla base di tutto, un ordine sociale strutturato su un <em>diritto naturale oggettivo</em> che postula nulla più del diritto alla proprietà privata e alla libertà individuale, propria e altrui; su tale diritto viene a costruirsi <em>spontaneamente</em> un corpus di leggi, date dal diritto consuetudinario e dalla giurisprudenza dei tribunali privati.</p>



<p>È evidente che nel pensiero anarco-capitalista l’unità di base è il singolo individuo e tutto si compra e si vende, nella convinzione che il comportamento interessato di soggetti egoisti produca una cooperazione spontanea, efficace e auto-regolatrice. È stabilita l’uguaglianza formale degli esseri umani sul piano giuridico, ma è altrettanto postulato il darwinismo sociale: non esistono reti a supporto, chi è privo di denaro, perisce. Al punto che pur ammettendo mecenatismo e beneficenza come meccanismi privati volontari di produzione di beni pubblici, si afferma l’illegittimità di ogni politica distributiva – le imposte statali sono considerate un furto – in base al diritto alla libertà individuale: l’obbligo di aiutare gli altri è coercitivo rispetto alla libertà individuale, dunque non può esistere.</p>



<p>Jeffrey Berns di Painted Rock, “il miliardario delle criptovalute” sopra citato, colui che apparentemente si è maggiormente avvicinato alla realizzazione in Nevada della sua smart city con sovranità politica e a base blockchain, ha dichiarato alla BBC: “Non sono antigovernativo, ma penso che il governo abbia ficcato troppo il naso nei nostri affari”. Aggiungendo che la struttura decentralizzata della blockchain può finalmente creare “un posto” dove lo Stato non possa avere il potere di “interferire” nella vita delle singole persone.</p>



<p>La blockchain è infatti stata il punto di svolta: ha segnato il passaggio dell’anarco-capitalismo dall’utopia (!) alla possibilità concreta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Blockchain</h4>



<p>L’anarco-capitalismo scorre nelle vene della Silicon Valley fin dall’insediamento della prima azienda tecnologica. Non è un caso che il progetto della rete blockchain e del bitcoin nasca nel 2008 all’interno della comunità hacker californiana, con il manifesto<em> Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System</em> a firma Satoshi Nakamoto – uno pseudonimo di cui tuttora non si sa con certezza a chi corrisponda, nemmeno se si tratti di un singolo o un collettivo –; il documento contiene i principi e il codice di un software open source in grado di creare la prima criptovaluta digitale decentralizzata, che si sottrae al potere delle banche e al concetto politico di sovranità monetaria come monopolio statale (8).</p>



<p>Il punto debole dell’anarco-capitalismo è sempre stato il presupposto di uno stato di natura più vicino a Locke che a Hobbes: non il <em>b</em><em>ellum omnium contra omnes</em> ma uomini predisposti alla giustizia e alla pace, dotati di una <em>Ragione</em> che insegna loro uguaglianza, indipendenza e rispetto dell’altrui libertà e proprietà. Certo l’innesto, nella visione politica, dell’egoismo economico di Adam Smith, ha dato maggiore solidità alla convinzione di un ordine sociale spontaneo pacificato – più di quanto potesse fare una lettura idilliaca della natura umana – ma non ha risolto il problema della fiducia/garanzia a tutela, su cui si basano le relazioni sociali: lo ha fatto la tecnologia digitale.</p>



<p>La blockchain va ben oltre la capacità di creare una criptovaluta: è in grado di eliminare la necessità di qualsivoglia istituzione o organizzazione, ufficialmente riconosciuta, che si ponga come garante di legittimità e legalità nelle più diverse attività sociali, si tratti di una banca centrale per la moneta a corso legale, di un ministero per la certificazione di una votazione, di una università per l’autenticazione di titoli accademici, di un pass digitale per accedere a luoghi, esercitare diritti ecc. Grazie alla crittografia, alla rete decentralizzata e alla struttura a blocchi, la blockchain elimina la possibilità di truffe, frodi, manomissioni varie: la fiducia creata da <em>bit</em>.</p>



<p>Da Painted Rock a Belmont a Praxis a Telosa, tutte le smart city progettate dai miliardari del Big Tech citano la blockchain come struttura portante, a ragion veduta: è l’innovazione tecnologica che consente loro di implementare un nuovo tipo di <em>governance</em>, orizzontale e non verticale. Una società che possa fare a meno di autorità centrali a garanzia, gerarchiche, sia politiche che finanziarie ed economiche.</p>



<p>Klaus Schwab, fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum di Davos, pubblica nel 2016 <em>La quarta rivoluzione industriale.</em> Nel prevedere “una fusione di tecnologie attraverso il mondo fisico, digitale e biologico”, una “trasformazione dell’umanità” grazie a blockchain, intelligenza artificiale, stampa 3D, robotica, computer quantistici e ingegneria genetica (“Non si tratta solo di cambiare ‘cosa’ e ‘come’ facciamo le cose, ma anche ‘chi’ siamo”), Schwab non tralascia l’aspetto politico: “I governi (<em>governments</em>, le amministrazioni pubbliche in senso ampio, <em>n.d.a.)</em>, nella loro forma attuale, saranno costretti a cambiare, poiché il loro ruolo centrale nella conduzione della politica diminuirà sempre più, a causa dei crescenti livelli di concorrenza e della redistribuzione e decentralizzazione del potere che le nuove tecnologie rendono possibile”; sopravviveranno solo se saranno in grado di farlo, afferma Schwab, abbracciando il cambiamento, ma in ogni caso “saranno completamente trasformati in una <em>cellula</em> di potere, molto più snella ed efficiente, all’interno di un ambiente di strutture di potere nuove e concorrenti”.</p>



<p>In questa visione, lo Stato è dunque avviato a perdere centralità. Tuttavia non si può dire che non abbia collaborato alla propria graduale marginalizzazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Meno Stato più mercato</h4>



<p>Il pensiero neoliberista ha dominato per trent’anni e ha ridisegnato la società e il rapporto pubblico-privato. Privatizzazioni ed esternalizzazioni hanno progressivamente svuotato lo Stato del proprio ruolo – soprattutto in Europa, dove avevamo conosciuto i ‘trenta gloriosi’. Oggi il welfare è principalmente di natura privata (in regime di accreditamento o meno) e sta prendendo piede quello aziendale; le guerre e le ‘missioni di pace’ le combattono i contractor delle Società Militari e di Sicurezza Private (<em>P</em><em>ri</em><em>vate Military and Security Compa</em><em>nies</em>, PMSC), chiamate sempre più a occuparsi anche di sicurezza interna (9); la corsa alla Luna e allo Spazio, le comunicazioni satellitari e le stazioni spaziali – ambiti sia commerciali che militari, come ci ha recentemente mostrato la guerra in Ucraina – sono sempre più dominate dai privati, da Elon Musk a Jeff Bezos (10); la tecnologia sta sgretolato monopoli statali – quello della moneta, reso obsoleto da blockchain e criptovalute – o ne sta sottraendo il reale controllo: algoritmi proprietari, di cui solo l’azienda privata fornitrice conosce il funzionamento (big data elaborati e logica di calcolo), sono già entrati nei tribunali, ‘dettano’ le sentenze e affiancano i giudici nelle decisioni dibattimentali (11), mentre intelligenza artificiale, algoritmi predittivi e telecamere a riconoscimento facciale disseminate in ogni angolo delle città stanno trasformando il modus operandi delle forze dell’ordine: non più la gestione di un evento criminale ma la prevenzione del crimine, attraverso l’identificazione di modelli, luoghi, attività e individui sospetti (12) – il pensiero va inevitabilmente a <em>Mi</em><em>nority Report</em> di Philip Dick.</p>



<p>Lo Stato ha ceduto al capitalismo parte della propria sovranità e storica legittimità – il contratto sociale e il monopolio delle forza – ben prima che i visionari anarco-capitalisti della Silicon Valley iniziassero a progettare le proprie smart city.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’impresa <em>responsabile</em></h4>



<p>Nell’accettazione di un cambiamento sociale, il passaggio simbolico è fondamentale: ai cittadini deve essere consegnata una nuova narrazione, che per essere introiettata e divenire dominate deve essere pervasiva e totalizzante, occupare ogni spazio pubblico.</p>



<p>Fino a non molto tempo fa, un’azienda era un’azienda, nulla più, e così era percepita: <em>gli affari sono affari</em>. Le persone vi si relazionavano nella consapevolezza che l’unico obiettivo di un’impresa è il conseguimento di profitti economici; le pubblicità rivendicavano la qualità dei prodotti e vendevano promesse di letizia o uno status sociale, entrambi indirizzati al <em>singolo individuo</em>; il patto sottaciuto tra il consumatore e l’azienda era: tu acquisti e sei felice, io faccio soldi aumentando fatturato e utili.</p>



<p>Da qualche anno, slogan, dichiarazioni e marketing pubblicitario hanno al centro questioni etiche e sociali, <em>collettive</em>: il cambiamento climatico, l’ambientalismo, il bene comune, le diseguaglianze di genere e/o razziali ecc. Producono documenti nei quali affermano che l’azienda deve creare benefici non solo per gli azionisti ma per tutti gli <em>stakeholder</em>: dipendenti, fornitori, clienti e soprattutto la comunità circostante. Promuovono fondazioni filantropiche che finanziano strutture e servizi sociali, escludendo i circuiti statali – come, abbiamo visto, contempla il pensiero anarco-capitalista. Una rivendicata efficienza delle imprese private contro la lenta ed elefantiaca macchina pubblica, antagonismo già utilizzato per sostenere le privatizzazioni neoliberiste, viene ora messa al servizio di una comunicazione aziendale a favore di politiche sociali e ambientali. Si tratta certamente, <em>anche</em>, di banale marketing volto ad aumentare l’apprezzamento del <em>brand</em> e dunque vendite e profitti; ciò non toglie che la nuova narrazione sia riuscita a mutare l’immagine pubblica dell’impresa e la percezione del cittadino del suo ruolo: non solo un’entità produttiva e finanziaria, squisitamente economica, anche una realtà <em>portatrice di valori</em>. In una parola, una realtà politica. Al patto sottaciuto individuale si è dunque affiancato quello collettivo, che consegna all’immaginario la visione di un mondo futuro, un modello politico di società: più giusto, più equo, più responsabile. L’azienda si fa <em>tutto</em>.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Confini</h4>



<p>La fabbrica, la società, la vita: il Capitale non può avere confini, il suo ciclo vitale è segnato dall’espansione. Deve alimentare costantemente l’accumulazione, fagocitare ogni spazio disponibile, mettere a valore ogni cosa. Sussumerà anche lo Stato? Forse non avrà, in realtà, la convenienza a farlo: svuotare progressivamente il potere politico fino a lasciarne solo un vuoto involucro utile a rappresentazioni di proscenio, può risultare economicamente e socialmente più proficuo; senza per questo rinunciare alla creazione di smart city private, riservate a facoltosi residenti. Per ora, lo Stato – <em>borghese</em>, direbbe Marx – conserva un’importante funzione: salvare il capitalismo dalle sue ontologiche crisi. Iniezioni di denaro pubblico e architettura legislativa su misura sono gli atti politici che consentono al sistema capitalistico di sopravvivere alle sue curve discendenti, e permettono il rinnovo tecnologico necessario alla continuità dei profitti: la crisi pandemica e quella energetica, la transizione ecologica e digitale, sono solo gli esempi più recenti (13). Tuttavia la visione marxiana struttura/sovrastruttura inizia a veder sfumare il confine. Non è un cambiamento di poco conto.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.bbc.com/news/world-us-canada-56409924">https://www.bbc.com/news/world-us-canada-56409924</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.reviewjournal.com/news/politics-and-government/2021-legislature/bill-would-allow-tech-companies-to-create-local-governments-2272887/">https://www.reviewjournal.com/news/politics-and-government/2021-legislature/bill-would-allow-tech-companies-to-create-local-governments-2272887/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://thenevadaindependent.com/article/blockchains-withdraws-plan-for-innovation-zone-legislation-citing-lack-of-support-from-state-governor" target="_blank">https://thenevadaindependent.com/article/blockchains-withdraws-plan-for-innovation-zone-legislation-citing-lack-of-support-from-state-governor</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.dezeen.com/2017/11/13/bill-gates-plans-smart-city-arizona-desert-belmont-partners/">https://www.dezeen.com/2017/11/13/bill-gates-plans-smart-city-arizona-desert-belmont-partners/#</a> e <a href="https://hwy.co/bill-gates-smart-city-in-arizona/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://hwy.co/bill-gates-smart-city-in-arizona/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://www.globest.com/2020/03/05/an-update-on-bill-gates-new-smart-city-in-arizona/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.globest.com/2020/03/05/an-update-on-bill-gates-new-smart-city-in-arizona/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr.<a href="https://nypost.com/2021/05/10/tech-bros-next-move-private-cities-without-government-control/">https://nypost.com/2021/05/10/tech-bros-next-move-private-cities-without-government-control/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.curbed.com/article/inside-the-peter-thielbacked-praxis.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.curbed.com/article/inside-the-peter-thielbacked-praxis.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Il fatto che il bitcoin sia stato strutturato come una criptovaluta speculativa nulla toglie alla potenzialità della blockchain di creare una moneta mezzo di scambio. Per la storia del bitcoin e il funzionamento della blockchain, cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56, febbraio-marzo 2018 </p>



<p class="has-small-font-size">9) Per un approfondimento sul tema cfr. Giovanna Cracco, <em>Contractor e diritti umani. Dalla guerra alla pace, la privatizzazione della violenza, </em>20° Rapporto sui Diritti Globali curato da Associazione Società Informazione, Milieu Edizioni, dicembre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">10) Per maggiori dettagli: Marcello Spagnulo, <em>L’invisibile battaglia spaziale nella guerra d’Ucraina</em>, Limes n. 7/2022, volume “La guerra grande”, luglio 2022; e volume “Lo spazio serve a farci la guerra”, Limes, dicembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Giovanna Baer, <a href="https://rivistapaginauno.it/usa-giustizia-artificiale-big-data-ia-e-algoritmi-predittivi-nei-tribunali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>USA: giustizia artificiale. Big data, IA e algoritmi predittivi nei tribunali</em></a>, Paginauno n. 65, dicembre 2019/gennaio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Kate Crawford, <em>Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro delle IA</em>, Il Mulino, 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, giugno/settembre 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La guerra che fingiamo non ci sia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-guerra-che-fingiamo-non-ci-sia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crimini guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Il punto di svolta del 1991: produzione di un conflitto permanente e non dichiarato, tecnologia militare e stato di propaganda: siamo in guerra da trent’anni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Maria Rita Prette*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il punto di svolta del 1991: <em>produzione</em> di un conflitto permanente e non dichiarato, tecnologia militare e stato di propaganda: siamo in guerra da trent’anni</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Credo sia molto importante parlare della guerra, una parola diventata un po’ tabù: nel senso che come Paese sono una trentina d’anni che facciamo guerre, anche se non le dichiariamo più e le chiamiamo con altri nomi. A ben vedere, quando ho fatto questo lavoro, anch’io ho faticato a chiamare ‘guerra’ le cose che ho incontrato, perché hanno un carattere sleale e feroce che va ben oltre il modo in cui i conflitti sono stati concepiti dall’umanità fino al 1991. Dobbiamo quindi guardare queste nuove forme delle guerre per come si esprimono, per come vengono fatte, per i dispositivi che attuano, a partire dal momento in cui hanno cominciato a essere realizzate in queste modalità, ossia: non più due eserciti che si confrontano.</p>



<p>Forse la seconda guerra mondiale è stato il conflitto ‘di passaggio’ verso questo nuovo modo, caratterizzato soprattutto dall’utilizzo dell’aviazione; ormai ci siamo abituati al fatto che si bombardino delle città, dei quartieri, dei Paesi, che li si rada anche al suolo. Penso che dovremo rifletterci, perché bombardare una città e raderla al suolo – come hanno fatto gli americani a Dresda nel 1945 e come abbiamo fatto noi in tutti Paesi in cui siamo stati, dalla Somalia all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria – vuol dire colpire dei civili. Questo è il primo tabù che viene rotto dalle nuove forme della guerra: a morire sono principalmente i civili, molto meno i soldati.</p>



<p>Chiarisco subito che quando parlo dell’Italia, citando quello che i nostri eserciti hanno fatto nel mondo in questi trent’anni, mi riferisco allo stesso modo alla Nato e agli Stati Uniti, perché noi non siamo un’entità militare, uno Stato con un esercito dotato di sovranità: ospitiamo sul nostro suolo sette basi Nato, fondamentali per gli USA rispetto all’Europa dell’Est e all’Africa; queste sette basi sono accompagnate da altre 54 esclusivamente americane, e da un certo numero di basi miste, un po’ italiane, un po’ americane e un po’ Nato. Quindi siamo a tutti gli effetti una colonia statunitense. Dal 1945 a oggi, ciò che abbiamo fatto a livello militare dipende principalmente da questo punto. O per meglio dire, ci sono due binari attraverso i quali il nostro Stato, in nostro nome, fa delle guerre.</p>



<p>Il primo è la sudditanza che abbiamo appena visto. Ha origine nel 1949 con il Trattato della Nato e nel 1954 con il Trattato bilaterale Italia-Stati Uniti, che ha consentito di mantenere qui le basi militari.</p>



<p>Il secondo binario è quello esplicitamente definito nel 1991 in un Rapporto dal nostro Ministero della Difesa: la guerra fredda è finita, spiega il Ministero, e quindi la nostra funzione anticomunista rispetto all’Europa dell’Est; ora dobbiamo garantirci l’approvvigionamento delle materie prime e delle fonti energetiche, garantire militarmente le vie attraverso le quali queste fonti ci arrivano, e garantire anche le imprese italiane che operano nei Paesi dove sono situate le risorse – quei territori che loro definiscono ‘contesi’ e che noi abbiamo invece visto essere territori massacrati dalle guerre, e dalle seguenti ricostruzioni che sono la fortuna di tanti industriali italiani.</p>



<p>I due binari camminano intrecciati, e questo spiega perché tante volte dimentichiamo. Ora si dice che quella in Ucraina è la prima guerra in cui l’Europa si trova coinvolta dopo settant’anni di pace: non è chiaramente così. Nel 1999 i militari italiani sono andati a bombardare Belgrado, che è nel cuore dell’Europa, e l’hanno fatto senza minimamente concepirsi come se stessero facendo una guerra. Eppure siamo andati lì e abbiamo bombardato, e con le nostre armi potenziate con l’uranio impoverito abbiamo reso inaccessibili per i prossimi 4 miliardi e mezzo di anni intere zone della Serbia, come abbiamo fatto poi in Iraq, Libia, Afghanistan e in tutti i posti dove siamo andati – l’uranio impoverito meriterebbe una serata a parte e su questo non mi dilungo.</p>



<p>Io credo che il punto centrale di questa situazione sia che non vogliamo parlare di guerra perché, in realtà, con le nostre armate militari commettiamo una serie di crimini che sono veri e propri crimini contro l’umanità. Ne abbiamo commessi, del tutto impunemente, in Somalia – qualcuno di voi ricorderà che alcuni militari italiani finirono in tribunale per tortura contro dei cittadini somali, durante la ‘missione di pace’ del 1997 – in Iraq, quando durante la prima Guerra del Golfo del 1991, in quaranta giorni abbiamo buttato l’equivalente di sei bombe atomiche come quella che è stata lanciata su Hiroshima, procurando 200.000 morti tra i civili iracheni e mezzo milione di orfani. In Iraq siamo tornati nel 2003 e abbiamo bruciato Falluja con il fosforo bianco, utilizzando quel tipo di armi vietate e criminalizzate quando sono gli altri a usarle. </p>



<p>Secondo Jim Brown, un veterano americano, il 27 febbraio 1991 abbiamo persino sganciato una bomba atomica di cinque chilotoni al confine con l’Iran, presso Bassora (1). Su YouTube c’è un’inchiesta molto bella di Maurizio Torrealta che vi invito ad andare a vedere, con un’intervista a Jim Brown che racconta come i suoi commilitoni gli abbiano riferito di aver lanciato questa bomba; e c’è una corrispondenza dei sismografi internazionali, che riconoscono che il tipo di terremoto che hanno registrato in quel luogo e momento potrebbe corrispondere a una bomba esattamente di quella grandezza. È stata fatta anche un’inchiesta sulle conseguenze di questo ordigno atomico, in un ospedale di Bassora, dove il 500% in più di bambini sono risultati malati di cancro e leucemia; un medico dell’ospedale ha chiesto formalmente all’Italia di mettere in piedi un’inchiesta epidemiologica, e l’allora Ministro degli Affari Internazionali, Gianni Mattioli, dice a Torrealta: io ero disposto a farla, ma l’Alleanza Atlantica me l’ha proibito.</p>



<p>In questi trent’anni, quindi, abbiamo commesso tante e tali cose che non abbiamo oggi motivo di dire, se non per raccontarci delle menzogne, che quella in Ucraina sia la prima guerra che stiamo vivendo da decenni – peraltro ancora distante, perché non mi pare che stiano cadendo delle bombe sulle nostre teste.</p>



<p>Questa visione è un’idea centrale delle nuove forme dei conflitti: la guerra deve essere permanente, perché è diventata l’unica forma ancora efficiente del sistema produttivo capitalistico. Non facciamo più lavatrici, automobili, frigoriferi&#8230; e produciamo invece armi e guerre. Sottolineo che <em>produciamo</em> delle guerre, nel senso che c’è un processo istituzionale della guerra, in mano a imprese private, che <em>produce</em> dei teatri di guerra, <em>produce</em> dei luoghi di lavoro – imprese che ovviamente fanno profitti su questa realtà. Alcuni esempi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="523" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-7143" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1-172x300.jpg 172w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p>All’inizio del 1991, nella ex Jugoslavia, il governo croato ingaggia un’agenzia di marketing per promuovere l’immagine dei croati a discapito di quella dei serbi. Alla fine dello stesso anno questa società, la Ruder Finn, viene incaricata dal governo bosniaco di fare altrettanto per quel che riguarda la Bosnia, e nel 1992 lavora per i capi albanesi del Kosovo. Non è un fatto occasionale. Possiamo vedere quel che è successo negli ultimi mesi rispetto alla guerra che stiamo facendo in Ucraina contro la Russia: costruiamo un amico con i tratti migliori – chiamiamo ‘resistenti’ gli ucraini, il nostro Presidente della Repubblica ha addirittura fatto riferimento alla Resistenza italiana – e costruiamo soprattutto l’immagine del nemico. Negli ultimi trent’anni abbiamo progressivamente visto rappresentare come un novello Hitler, Saddam Hussein per l’Iraq, Assad per la Siria, di recente Putin, e quando non è possibile identificare una singola figura si costruisce l’immagine del nemico collettivo – i talebani, i miliziani dell’Isis ecc. Costruendo queste figure, si sottrae all’intelligenza sociale collettiva il diritto di discutere su questi ‘amici’ e questi ‘nemici’, perché se lo si fa, se si intende approfondire la realtà, si viene indicati come dei ‘collaboratori’ di quel nemico.</p>



<p>Abbiamo quindi un processo di censura, come di fatto sempre avviene nelle guerre. Lo sottolineo perché facciamo finta di non essere in guerra, ma lo siamo da trent’anni, e quindi sono trent’anni che abbiamo perso il diritto di interrogarci se erano davvero amici o nemici, chi erano gli amici e chi i nemici. Questa costruzione avviene attraverso delle vere e proprie campagne pubblicitarie, ed è alimentata e legittimata da quel processo di mass mediazione di cui si servono i nostri governi (2). Se dobbiamo credere che in tempo di guerra, com’è logico che sia, non c’è informazione ma c’è propaganda, vuol dire che da trent’anni viviamo in Paesi europei nei quali <em>verità l’è morta</em>, non esiste più, ed esiste invece la propaganda; di cui siamo vittime, perché nessuno ci dà le informazioni per farci un’idea di quello che effettivamente sta accadendo.</p>



<p>In Iraq, e in altre guerre, abbiamo avuto dei giornalisti che sono andati a seguire il conflitto. Consideriamo però che nel 1991 gli Stati Uniti hanno deciso che la presenza della stampa nei teatri di guerra dovesse essere regolata. Inizialmente si è lasciata al Dipartimento di Stato americano la scelta di un pool di giornalisti, riferiti a un certo numero di testate, che potessero andare nelle zone di conflitto come se fossero ‘arruolati’, a fianco dei soldati – non andavano in giro per conto loro a vedere quel che accadeva. Questa modalità piacque poco – ci dice Fausto Biloslavo, un giornalista embedded, in un interessante Rapporto che ha scritto per il governo italiano (quindi una documentazione di parte) – perché gli Stati Uniti si rendono conto che questa modalità li espone a critiche e accuse di censura; il Dipartimento di Stato cambia dunque approccio. Inaugura l’“informazione per inondazione”: permette a tutti i giornalisti di andare ai suoi briefing, e li inonda di notizie: vere, false, più o meno verificabili e date in continuazione, talmente tante da rendere inutile ai cronisti l’andare sul campo a vedere che cosa succede. Sono quindi trent’anni che noi non sappiamo quel che accade nei teatri di guerra.</p>



<p>Abbiamo poi le aziende produttrici di armi e le compagnie militari private (3). Rispetto alle guerre del Novecento, mandiamo pochissimi e specializzati soldati al fronte, e anche questa è una direttiva statunitense. Dopo il conflitto del Vietnam, gli USA dissero: mai più una guerra che riporti a casa tutte quelle bare, perché pone l’opinione pubblica contro di noi. Quindi da una parte mettiamo i nostri soldati nelle condizioni di rischiare il meno possibile, dall’altra, poiché nelle guerre ancora conta chi mette gli stivali sul terreno, come dicono i vecchi generali, allora inviamo i contractor. Sono una novità dei conflitti del nostro tempo, perché sono dei mercenari a tutti gli effetti ma non si può dire, altrimenti gli Stati non potrebbero appaltarli nel rispetto delle norme del diritto internazionale che lo vietano. C’è allora una direttiva per stabilire che il contractor è una persona che va sul teatro di guerra non per guadagno personale, ma perché guadagni la compagnia militare che lo invia; non va per partecipare al conflitto, ma per proteggere delle persone che lì si trovano, e se per caso viene coinvolto, se spara a qualcuno, lo fa per difendere quelle persone. Diviene quindi lecito che uno Stato appalti contractor per una guerra. </p>



<p>In Afghanistan c’erano 9.000 soldati americani e 29.000 contractor appaltati al solo Dipartimento di Stato; ce n’erano altrettanti ingaggiati dall’esercito italiano, dalla Gran Bretagna, dai vari Paesi che hanno partecipato a quel conflitto. Che cosa significa questo? Di nuovo, che le vittime designate dalle nuove guerre sono i civili. Abbiamo avuto 7.400 morti tra i militari, in tutta la coalizione e in vent’anni di conflitto: un morto è sempre di troppo, ma analizzando il dato in termini numerici, è un numero bassissimo. Abbiamo però avuto più di 178.000 persone morte.</p>



<p>Le guerre si fanno addirittura contro i singoli individui. Sto parlando dei droni, questi strumenti figli della tecnologia di ultima generazione, che coinvolgono la base Nato di Sigonella in Sicilia, e comportano di fatto un cambiamento antropologico: per la prima volta nella storia dell’umanità, rappresentano infatti la possibilità di uccidere una persona dall’altra parte del pianeta, stando seduti in una stanza, davanti a un computer. Sono utilizzati in due modi.</p>



<p>Il primo: all’interno dei teatri di guerra. Nel 2017, per esempio, in Libia – quindi in un Paese con il quale eravamo in una situazione di belligeranza nascosta, perché non abbiamo mai dichiarato guerra alla Libia – un singolo attacco ha comportato la morte di 900 persone, che ci hanno detto essere miliziani dell’Isis. Chiunque fossero, 900 persone sono morte perché dei militari americani seduti in Nevada hanno fatto alzare dei droni a Sigonella, quindi a casa nostra, li hanno portati sul terreno di guerra, hanno individuato dei bersagli e hanno lanciato dei missili. Quindi noi abbiamo permesso che quei droni – che sono in Europa perché hanno bisogno di essere sul territorio, non possono partire dal Nevada – si alzassero in volo, vedessero e bombardassero. C’è un’organizzazione britannica, di nome Reprieve – mi risulta sia l’unica al mondo ad aver fatto una ricerca su questi attacchi – che afferma che una lista che comprendeva 24 persone da uccidere ha portato alla morte di 847 persone; rileva che solo con gli attacchi sulle liste sono morte tra 3.000 e 4.000 persone in Yemen e in Pakistan, Paesi con cui non siamo mai stati in guerra.</p>



<p>La seconda modalità di utilizzo dei droni è quello che viene chiamato ‘attacco alla firma’: quando con un comportamento <em>firmi</em> la tua condanna a morte. E non esiste nemmeno una regola su quali siano i comportamenti che fanno presupporre che tu sia un terrorista. In Pakistan c’è un paesino, Datta Khel, a 2.000 metri: il 17 marzo 2011 gli anziani si riuniscono in una jirga, un’assemblea pubblica, per decidere su una contesa tra due famiglie in merito a una miniera di cromite. Si siedono all’aperto, in cerchio, nella piazza, com’è loro abitudine. In quel momento, un drone sorvola la zona, e rimanda a un soldato seduto nella sua stanza in Nevada l’immagine di un gruppo di persone che stanno discutendo qualcosa; forse un algoritmo, forse un generale, non lo sappiamo, comunica al militare che quella è una riunione di terroristi, viene dunque armato un drone e polverizzate 42 persone. Questo villaggio, tra l’altro, era filo americano, quindi aveva informato l’esercito pakistano dell’assemblea.</p>



<p>Qui vediamo la stretta connessione tra tecnologia e capitalismo di guerra. Lo stesso legame riguarda i soldati, e trovo anche questo antropologicamente significativo. I soldati sono da sempre <em>trattati</em> in qualche modo – gli si danno droghe e ansiolitici per sopportare lo stress di un teatro di guerra, per inibire il senso etico ecc. – ma quel che viene fatto oggi è molto diverso. Il Dipartimento di Stato americano ha operato su 1.000 avieri e 2.300 soldati per portare la loro vista a 15 decimi; la Darpa, un’agenzia statunitense, studia le modalità per portare le capacità del corpo del soldato a resistere meglio al freddo, al caldo, al dolore (4); abbiamo infine l’ibridazione dei soldati con gli strumenti tecnologici, per esempio il casco del caccia F-35. Tutti abbiamo sentito parlare di questo aereo di ultima generazione, che viene venduto trattenendo il codice sorgente: vuol dire che il velivolo può alzarsi in volo solo se gli Stati Uniti lo permettono. I soldati italiani che si sono addestrati a diventare piloti di F-35 raccontano, in termini entusiastici, l’ibridazione con questo casco: permette loro di vedere con gli occhi dell’F-35, ossia con le telecamere montate a 360° sul caccia, e trasmette delle stimolazioni cognitive al pilota. Siamo quindi in presenza di una manipolazione della persona, ridotta a essere una parte della macchina.</p>



<p>Aggiungo un’ultima cosa: considero molto preoccupante la cultura della guerra in cui siamo stati infilati senza che nessuno lo dichiarasse apertamente. Sono stati fatti dei passi all’interno della nostra società, dentro le nostre istituzioni, per produrla, innanzitutto partendo dalle scuole. Già dal 2014 sono stati stipulati degli accordi tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Difesa perché nelle aule andassero generali e militari a insegnare la Costituzione, e si è incentivato il portare i bambini delle elementari in visita alle basi militari – nell’anno scolastico 2015-2016, nella base navale di Augusta (dove ci sono i reattori nucleari sui sottomarini), il comando della Marina militare ha addirittura organizzato una giornata di attività motorie, ludiche e musicali destinata alle scuole primarie, durante la quale i bambini sono stati portati a visitare i sottomarini stessi. Anche nell’alternanza scuola-lavoro i ragazzi delle superiori vengono portati nelle basi militari, e da anni le università italiane hanno significativi finanziamenti da parte della Nato e degli Stati Uniti per progetti che hanno a che fare con le strategie militari. È una cultura che, in sordina, prende sempre più piede.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Emilio Del Giudice, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/piccole-bombe-nucleari-crescono-la-fusione-fredda-e-le-nuove-mini-armi-atomiche/" target="_blank"><em>Piccole bombe nucleari crescono. La fusione fredda e le nuove mini-armi atomiche</em></a>, Paginauno n. 20, dicembre 2010. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/" target="_blank"><em>Lo spettacolo della guerra</em></a>, Paginauno n. 77, aprile 2022. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-prosperita-della-guerra/" target="_blank"><em>La prosperità della guerra</em></a>, Paginauno n. 79, ottobre 2022. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Giovanna Baer, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/dna-e-campo-militare-la-nascita-di-capitain-america/" target="_blank"><em>DNA e campo militare. La nascita di Capitain America</em></a>, Paginauno n. 67, aprile 2020. Nota di redazione </p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Incontro-dibattito sul libro <em>La guerra che fingiamo non ci sia</em> di Maria Rita Prette (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, Milano, 6 novembre 2022</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lo spettacolo della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo consumare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" data-type="post" data-id="5879" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em></p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“‘Seppellite il mio cuore a Wounded Knee’, che vuol dire? / Wounded Knee è dove morì il generale Custer con tutti i suoi. / Sì, ma che aveva combinato per finire così? / Beh, esattamente io... / Aveva trucidato migliaia di indiani. Quindi lei conosce il personaggio ma non ha una visione globale della vicenda. E sa perché? / Perché? / Per i film che ha visto. Ecco perché siamo qui. / Capisco. / Le faccio altri esempi: la bambina vietnamita; la V di vittoria; i cinque marines che innalzano la bandiera sul monte Suribachi. Fra cinquant’anni anni avrà scordato quelle guerre ma non quelle immagini. / Vero. / Guerra del Golfo: un missile intelligente si infila in un camino. 2.500 missioni al giorno per oltre 100 giorni: sono bastate le immagini di una sola bomba e gli americani hanno accettato quella guerra. La guerra è spettacolo. Ecco perché siamo qui.”
<em>Wag the dog</em>, regia di Barry Levinson, 1997</pre>



<pre class="wp-block-verse">“Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini divengono degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Il medium è il messaggio perché è il medium che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana.”
Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Raccontata dai principali media italiani (carta stampata, televisione e radio), la guerra in Ucraina è – fin dai primi giorni – massacri, pioggia incessante di bombe e stragi di civili; a margine, andando a cercare soprattutto in rete, si riescono a trovare analisi differenti. Il 22 marzo Newsweek – una testata che non può certo essere accusata di ‘simpatie putiniane’ – pubblica un articolo dai toni molto diversi (1).</p>



<p>“Dallo scorso fine settimana, in 24 giorni di conflitto, la Russia ha fatto circa 1.400 missioni di volo e lanciato quasi 1.000 missili (per contrasto, gli Stati Uniti hanno fatto più missioni e bombardato di più nel primo giorno della guerra in Iraq del 2003)” scrive William M.Arkin intervistando – sotto garanzia di anonimato – analisti della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense. “Una parte di questi attacchi ha danneggiato e distrutto strutture civili e ucciso e ferito civili innocenti, ma il livello di morte e distruzione è basso rispetto alla capacità della Russia” continua l’articolo. E ancora: “Il cuore di Kiev è stato appena toccato. E quasi tutti gli attacchi a lungo raggio sono stati mirati a obiettivi militari” afferma una fonte della Difesa USA, “le autorità cittadine di Kiev dicono che circa 55 edifici sono stati danneggiati e che 222 persone sono morte dal 24 febbraio. È una città di 2,8 milioni di persone”. “Se ci limitiamo a convincerci che la Russia sta bombardando indiscriminatamente, o che non riesce a infliggere più danni perché il suo personale non è all’altezza del compito o perché è tecnicamente inetto, allora non stiamo vedendo il vero conflitto”, conclude l’analista della DIA.</p>



<p>A novembre scorso l’Onu stima a 377 mila le vittime della guerra in Yemen, in sette anni: il 60% a causa di effetti indiretti del conflitto, come scarsità di acqua, cibo e cure. Sempre l’Onu, il 4 aprile, riporta 1.417 vittime civili in Ucraina in 40 giorni e 2.038 feriti (2). La guerra di invasione dell’Iraq del 2003, lanciata da Stati Uniti e Gran Bretagna sulla base di quella che la storia ci ha consegnato come una deliberata menzogna – la presenza di armi chimiche di distruzione di massa – ha prodotto 209 mila morti tra i civili (marzo 2003-febbraio 2017) secondo Iraq Body Count (3), e non rappresenta la stima più pessimistica. In occasione della “lotta al terrorismo”, dell’“esportazione della democrazia” e delle “missioni di pace”, le nostre coalizioni occidentali, nei loro vertici politici e militari, ci hanno redarguito sul fatto che un civile armato è un “insorto” ed equivale a un soldato e come tale i militari occidentali lo trattano, e che i cittadini che non rispettano il coprifuoco in una zona di guerra lo fanno a proprio rischio e pericolo. L’<em>esperienza</em> ci ha inoltre insegnato che un civile si può armare solo là dove c’è abbondanza di armi distribuite tra la popolazione: come è avvenuto in Ucraina fin dai primi giorni del conflitto.</p>



<p>La guerra è morte e distruzione. Non è un concetto complicato da recepire. E non si tratta di voler fare una ben macabra conta, di voler ‘pesare’ i morti; ma è proprio ciò che sta facendo l’informazione italiana dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nessun conflitto ha monopolizzato le prime pagine, i telegiornali e i programmi televisivi per settimane, prima di oggi; nessuna guerra è stata raccontata, gestita politicamente e mediaticamente in questo modo. Probabile che non tutti i cittadini italiani sappiano dove sia lo Yemen, ma <em>ora</em> tutti sanno esattamente dov’è l’Ucraina. Cosa sta accadendo?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La società dello spettacolo</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>La realtà sorge nello spettacolo, e</em><em> lo spettacolo è reale.”</em></pre>



<p>Il 24 febbraio, poco dopo le 6 di mattina, Zelensky appare alla televisione ucraina: giacca e camicia bianca, dichiara che le forze militari russe sono entrate nel Paese. Alle 8:30 la CNN rilancia un nuovo video-messaggio nel quale il presidente ucraino, in giacca, camicia bianca e cravatta, chiama Mosca al dialogo: “Prima o poi la Russia dovrà parlare con noi per porre fine a questa operazione militare, a questa invasione, e prima inizia questo colloquio e minori saranno le perdite per la Russia stessa”. Nel giro di poche ore seguono diverse dichiarazioni di apertura all’avvio di un negoziato con Mosca e di disponibilità ucraina verso lo status neutrale del Paese, e la Russia risponde di essere pronta a inviare a Minsk una delegazione per trattare. Per due giorni il negoziato è sul tavolo. Nel frattempo Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi europei si scatenano: l’invasione è inaccettabile, Putin è un pazzo criminale da fermare, si devono avviare sanzioni economiche contro la Russia e l’Ucraina è da sostenere inviando armamenti. Inizia il giro di telefonate: Zelensky parla con Biden, con Boris Johnson e con esponenti politici europei. Nel tardo pomeriggio del 25 febbraio, pubblica sui social un video di appena 30 secondi: per strada, luce notturna, circondato da esponenti del governo, dichiara: “Siamo qui. Siamo a Kiev. Difendiamo l’Ucraina”. Indossa maglietta e felpa, entrambe verde militare. Il video diventa virale. L’indomani, alle 7 del mattino, l’Associated Press riporta che fonti dell’intelligence statunitense riferiscono che Zelensky ha rifiutato l’offerta americana di lasciare Kiev: “La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio”. Una frase a effetto che diventa anch’essa virale. Nasce l’immagine del presidente-resistente, eroico e coraggioso. La trattativa viene relegata ai margini, si combatte. Zelensky non lascerà più quella maglietta verde militare, diventerà il suo ‘costume di scena’: da quel momento, inizia lo ‘spettacolo’ della guerra.</p>



<p>Il testo di Guy Debord del 1967 è complesso e articolato: agganciandosi ad alcuni dei punti centrali del pensiero di Marx, tocca diversi aspetti, che qui tralasciamo perché fuori focus. Ciò che ci interessa è il concetto espresso nel titolo del saggio: <em>La società dello spettacolo</em> (4)<em>.</em> Semplificando, possiamo dire che riprendendo i temi ‘valore d’uso/valore di scambio’, ‘alienazione’ e ‘carattere di feticcio della merce’, Debord amplia la riflessione marxiana slittando dalla sfera della produzione a quella del consumo. Nell’attuale società a capitalismo avanzato della produzione di massa, scrive il pensatore francese, i beni (e i servizi) vengono acquistati e consumati non per l’utilità del loro uso ma per il loro valore simbolico, astratto, feticistico: un valore che sta, di fatto, in un’immagine, la quale ci viene consegnata da uno ‘spettacolo’. Non si tratta solo dei media, ma dell’intera società: Debord non parla di una ‘società dell’apparire’ in cui lo spettacolo diventa merce, e nemmeno della ‘spettacolarizzazione’ di ogni cosa: va ben oltre. Parla di una società in cui la merce <em>è</em> uno spettacolo. L’altra faccia della produzione capitalistica è infatti il consumo, e dunque l’intera società diviene spettacolo, perché senza spettacolo la merce non acquisirebbe quel valore simbolico e feticistico per il quale viene acquistata: lo spettacolo rappresenta la struttura della società dei consumi. “Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” e “lo spettacolo è la principale produzione della società attuale” scrive Debord.</p>



<p>In tale realtà, l’alienazione si duplica: non è più solo nell’ambito della produzione ma anche in quello del consumo. L’Uomo è alienato, perduto a se stesso, estraniato dalla propria <em>essenza</em>, non solo in quanto lavoratore in un sistema capitalistico ma anche in quanto consumatore di merce: ossia di spettacolo. Vero/falso, bisogni (valore d’uso)/falsi bisogni (valore di scambio), coscienza vera/falsa coscienza: uno spettacolo totalizzante che si spaccia per realtà, o meglio: <em>diviene</em> la realtà. Scrive Debord nei successivi <em>Commentari sulla società dello spettacolo</em> del 1988: “[&#8230;] in definitiva il senso dello spettacolo integrato è che si è integrato nella realtà stessa man mano che ne parlava; e che la ricostruiva come ne parlava. Così adesso questa realtà non gli sta più di fronte come qualcosa di estraneo. […] Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. […] il divenir-mondo della falsificazione era anche un divenir-falsificazione del mondo”. Da rappresentazione, lo spettacolo è divenuto reale; e in quanto reale, è vero. Lì, sta la Verità.</p>



<p>Potremmo derubricare a propaganda – più o meno ben fatta – il racconto di guerra che la classe dirigente – politica, economica e culturale – ci sta consegnando sul conflitto in Ucraina, ma sarebbe riduttivo. È molto di più. È la costruzione di un mondo, di un immaginario e di nuovi valori, di un’ideologia, di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em>.</p>



<p>Conosciamo ormai tutti i trascorsi di Zelensky: produttore e attore della serie televisiva <em>Servant of the people</em> – andata in onda in Ucraina dal 2015 al 2019 – fonda nel 2018 un partito che prende il nome dalla fiction tv e nel 2019 diventa presidente del Paese, replicando nella realtà ciò che <em>già </em>era avvenuto nello spettacolo televisivo. Porta con sé, in politica, gran parte della squadra che ha così ben funzionato nella fiction: Yuriy Kostyuk su tutti, sceneggiatore della serie che oggi scrive i discorsi che Zelensky-presidente pronuncia nei video-messaggi in maglietta verde militare. Video-messaggi che rappresentano indubbiamente la novità comunicativa di questa guerra: si pongono infatti al centro dei media, che diffondendoli li contrassegnano con il bollino ‘Verità’, ma contemporaneamente li travalicano, occupando direttamente spazi politici – i Parlamenti dei diversi Paesi – e culturali – i Grammy, per esempio. Ogni discorso è un piccolo capolavoro di spettacolo emozionale: al Congresso USA richiama l’11 settembre, alla Camera britannica cita Churchill, al Bundestag il Muro di Berlino, alla Knesset l’olocausto – e qui fa il suo primo e per ora unico scivolone: gli ebrei, giustamente, trovano fuori luogo il parallelismo – ai Grammy tira fuori “i musicisti [ucraini che] mettono il giubbotto antiproiettile invece dello smoking, cantano per i feriti, negli ospedali&#8230;” per concludere: “Sulla nostra terra combattiamo la Russia che ha portato un orribile silenzio con le sue bombe, riempite il silenzio con la vostra musica”. E, puntuale, al video-messaggio segue lo spettacolo musicale, con artiste ucraine vestite con i colori della bandiera nazionale.</p>



<p>Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera e dell’emittente La7, acquista i diritti della fiction di Zelesky e la manda in onda, in esclusiva per l’Italia, a partire dal 4 aprile: le prime tre puntate, a seguire <em>Zelensky the story</em>, un docufilm che la rete televisiva presenta, sul proprio sito, con queste parole: “Dai suoi inizi come attore di programmi tv alla sua campagna spettacolare, alla sua elezione e alla sua rivalità con il presidente della Russia&#8230; Ecco la storia di un viaggio incredibile e di un eroe indiscusso”. Mentre il Corsera, il 24 marzo, allega in omaggio al quotidiano la “spilla giallo-blu” della bandiera ucraina: la guerra diventa gadget per una ipotetica tifoseria, neanche fosse una partita di calcio. (5).</p>



<p>Lo spettacolo è in grado di costruire un mondo solo se è pervasivo e totalizzante: deve occupare l’intera società, non solo l’ambito dei media. Ed è ciò che sta accadendo. Con la fiction <em>Servant of the people</em>, i Grammy, il minuto di silenzio agli Oscar, ma anche con università che sospendono corsi sulla letteratura russa, social media che autorizzano post che incitano alla violenza nei confronti di Putin e dei russi, servizi finanziari che lanciano campagne di raccolta fondi “Dona per le attività di soccorso all’Ucraina”, catene di supermercati che stampano sullo scontrino “Sosteniamo la pace. Aggiungi un euro alla spesa per dare il tuo contributo alla Croce rossa italiana” (6); con il Parlamento che approva all’unanimità un emendamento a favore dell’acquisto di materiali di autodifesa per i giornalisti inviati sul campo in Ucraina – gli inviati nelle altre guerre, si arrangino un po’ come possono –; con il Consiglio di sicurezza nazionale statunitense e l’addetto stampa della Casa Bianca che chiamano a sé, in un incontro su Zoom, i trenta maggiori <em>influencer</em> di TikTok, per fornire loro informazioni sulla guerra e sugli obiettivi strategici degli Stati Uniti, di modo che possano diffonderli nel social e contrastare le fake news (!). Quest’ultima, fino a poco tempo fa, si sarebbe semplicemente chiamata ‘propaganda’. Il fatto che non sia percepita né denunciata come tale, mostra quanto il “divenir-falsificazione del mondo” si sia già compiuto. I <em>TikToker</em>, infatti, <em>seguono</em> allo spettacolo della guerra già prodotto dai governi e dai principali media: non percepiscono la propaganda perché per loro lo spettacolo è già divenuto realtà, e lì si situa la Verità. Perché per quanto sempre più pervasivi, la capacità di convertire lo spettacolo da prodotto mediatico a prodotto sociale non appartiene ai social, ma è ancora appannaggio dei media tradizionali: stampa, televisione, radio.</p>


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<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="286" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/1.jpg" alt="" class="wp-image-5894"/></figure>
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<p>Dal 24 febbraio, le prime pagine dei quotidiani sono state monopolizzate dalla guerra in Ucraina. Fotografie cariche di pathos, nelle quali si alternano volti umani, cadaveri ed edifici distrutti (spesso la fotografia è la medesima su diverse testate occidentali, italiane e straniere); immagini dai colori elaborati grazie a un’abile post produzione (il francese Liberation ha una chiara predilezione per lo sfondo nero caravaggesco); titoli assertivi e drammatici, enfasi – Maruiopol è una “città martire” –, racconti epici che si susseguono a dipingere una resistenza eroica, iniziata con donne e bambini che preparano molotov e Lolite con leccalecca in bocca e fucile imbracciato (vedi box <em>Titoli di prima pagina, quotidiani italiani</em>, pag. 13). La televisione ha prodotto febbricitanti maratone h24, censurato le voci critiche, creato un telegiornale quotidiano “in lingua ucraina per i profughi ucraini” (RaiNews 24). La radio ha seguito a ruota. È l’informazione della paura, della lacrima, dei buoni e dei cattivi e una netta linea di demarcazione tracciata tra le due ‘categorie’. Scioccare, indignare e radicalizzare le parole d’ordine. Una ‘macchina da guerra’ – è il caso di dirlo – che non si è fatta rallentare nemmeno dalle fake news in cui è palesemente incappata, come la dichiarazione di Enrico Mentana sul battaglione Azov l’11 marzo, durante la sua quotidiana ‘maratona’ su La7 (7) o la fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo (8).</p>



<p>Tuttavia, non sono tanto le specifiche false notizie a segnare il passo, quanto l’aria che si respira: univoca, compatta, schierata. Al punto che un insieme di “Organizzazioni mediatiche ucraine, reporter, fotografi, manager dei media e professionisti della comunicazione”&nbsp;ritiene di poter consegnare all’informazione straniera una “lettera aperta” nella quale sono suggerite le parole da utilizzare e quelle da evitare nella narrazione della guerra (9).</p>



<p>Nella società dello spettacolo le immagini divengono degli esseri reali e <em>le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico</em>, scrive Debord: dall’apparire della maglietta verde di Zelensky il 25 febbraio, lo spettacolo della guerra è andato in scena e, invadendo ogni spazio sociale, ha manipolato coscienze e indotto reazioni collettive. “L’intenzione originaria del dominio spettacolare” scrive Debord nei <em>Commentari</em>, “era far sparire la conoscenza storica in generale; e in primo luogo quasi tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul passato più recente. […] Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il medium è il messaggio</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Gli effetti della tecnologia non si verificano al livello delle opinioni o dei concetti ma alterano costantemente, e senza incontrare resistenza, le reazioni sensoriali o le forme di percezione.”</em></pre>



<p>Secondo Marshall McLuhan, tutti i media amplificano i nostri corpi e i nostri sensi: sono “semplici estensioni dei sensi umani” (10). Partendo da questo presupposto, “per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio”, perché ciò che McLuhan intende esaminare sono le “conseguenze psichiche e sociali”: ogni media “non soltanto porta, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio”, ossia modifica la realtà individuale e collettiva, “la forma dell’associazione e dell’azione umana”. In questo senso <em>il medium è il messaggio</em>, perché “il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani […] indipendentemente dal carico, cioè dal contenuto, del medium”.</p>



<p>Anche in questo caso, il testo del 1964 di McLuhan è ben più articolato di quanto ne utilizziamo qui e tocca i media più svariati, dalla parola all’automobile. Agganciandosi al mito di Narciso, che associa all’etimo <em>narcosis</em>, che traduce con <em>torpore</em>, McLuhan afferma che gli esseri umani sono soggetti al fascino di ogni estensione di loro stessi, riprodotta in un materiale diverso da quello in cui sono fatti: dunque, nella sua analisi, sono soggetti al fascino dei media. Tuttavia, la sempre maggiore estensione, dovuta a nuove tecnologie, porta a uno “stress dell’accelerazione del ritmo o dell’aumento del carico”, che produce una reazione difensiva: “il sistema nervoso riesce a sopportarlo solo nel torpore o bloccando la percezione”. Lo stimolo dei media che accogliamo, insomma, perché ne siamo attratti, ci intorpidisce. “Per contemplare, utilizzare o percepire qualsiasi estensione di noi stessi in forma tecnologica è necessario riceverla. Ascoltare la radio o leggere la pagina stampata significa accogliere nel nostro sistema queste estensioni di noi stessi e subire quella ‘chiusura’ o spostamento della percezione che automaticamente ne consegue. È l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore.”</p>


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<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="275" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/2.jpg" alt="" class="wp-image-5895"/></figure>
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<p>Dal 24 febbraio, lo spettacolo della guerra in Ucraina ci invade da ogni media d’informazione: carta stampata, radio, televisione, social, podcast, internet. Lo <em>consumiamo</em> h24 grazie allo smartphone, estensione del nostro corpo e dei nostri sensi come nessun altro media fino a oggi. Il martellamento è incessante, registra “accelerazione del ritmo” nell’uso del medium e “aumento del carico” nel messaggio, sempre il medesimo: guerra, Putin, criminale, Ucraina, resistenza, eroi, armi. Innesca shock iniziale per poi lasciar spazio al terapeutico torpore. “Dobbiamo intorpidire il nostro sistema nervoso centrale ogni volta che viene esteso e scoperto; altrimenti moriremmo” scrive McLuhan. E nel nostro torpore, ci ritroviamo passivi: spossati, apatici, distratti, privi dell’energia di formulare un pensiero critico, assimiliamo; anche se annusiamo la propaganda, lo spettacolo entra in noi come sensazione e percezione, lo facciamo nostro. Perché non spegniamo lo smartphone, o la televisione, o non evitiamo la rassegna stampa alla radio? “La necessità di usare i sensi disponibili è persistente quanto il respiro,” riflette McLuhan (che non ha visto l’epoca dello smartphone) “ed è questo fatto che ci induce a tenere quasi continuamente in funzione radio e tv. Questo impulso a un uso continuo è abbastanza indipendente dal ‘contenuto’ dei programmi o dalla vita sensoriale dell’individuo, essendo piuttosto una testimonianza del fatto che la tecnologia è parte dei nostri corpi. […] Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Verso dove?</h4>



<p>“Sono frustrato dalla narrativa attuale” conclude una fonte dell’aviazione americana citata nell’articolo di Newsweek, “secondo la quale la Russia sta intenzionalmente prendendo di mira i civili, sta demolendo le città, e a Putin non importa. Una visione così distorta impedisce di trovare una fine prima che il vero disastro colpisca o che la guerra si estenda al resto d’Europa”.</p>



<p>Non occorre certo appoggiarsi a un analista della DIA per riconoscere la mancanza di volontà di far cessare questo conflitto: è evidente nell’accoppiata Biden-Zelensky – a cui Draghi fa da spalla entusiasta, battendo in zelo molti altri politici europei – che alza i toni appena la possibilità di un negoziato si palesa, lanciando accuse di utilizzo di armi chimiche e di stragi da parte dell’esercito russo prima che un’indagine un minimo indipendente possa accertare i fatti. Tuttavia la citazione mostra quanto all’interno dell’Amministrazione USA questa consapevolezza sia ben presente, accanto a ciò che comporta (11).</p>



<p>È evidente che Stati Uniti ed Europa stiano utilizzando il conflitto per cercare di disegnare un nuovo ordine globale, ripristinando la spaccatura occidente/oriente e rilanciando la corsa agli armamenti con l’aumento delle spese militari. Altrettanto chiaro quanto l’industria statunitense ed europea del settore Difesa festeggi – il titolo dell’italiana Leonardo ha per ora battuto il record: +43,9% ad azione dal 23 febbraio al 6 aprile – accanto a quella del gas liquefatto made in USA – che i Paesi europei pagheranno più del gas russo.</p>



<p>Siamo all’alba di un nuovo mondo. Politici e giornalisti da salotto sembrano pervasi da un febbricitante entusiasmo, come avessero finalmente trovato una <em>missione</em> in grado di assegnare loro un’identità. Non era stato così con il Covid, se non parzialmente, perché l’aleatorietà della situazione si prestava a troppe e continue contraddizioni da cercare faticosamente di sanare; la guerra, al contrario, può diventare un monolite, davanti al quale ergersi impettiti battendosi il petto e rivendicando la battaglia della democrazia contro la dittatura, dei valori occidentali contro la barbarie&#8230; e retoriche similari.</p>



<p>La società civile è esausta, ma nel complesso ancora tiene: non mancano le voci critiche, ma non riesce a crearsi un’opposizione significativa. Siamo transitati da un’emergenza (pandemia) all’altra (guerra) senza passare dal via, come si direbbe a Monopoli: nel giro di una notte. Dalla merce-pandemia alla merce-guerra, lo spettacolo sta chiaramente funzionando: onnipresenza, martellamento, delegittimazione delle voci critiche, creazione del ‘nemico’ e di capri espiatori, perno sulle emozioni, radicalizzazione. Sull’onda del nuovo mondo così creato, abbiamo modificato il nostro modo di vivere – distanziamento sociale, Green Pass, obbligo vaccinale, discriminazioni – e lo modificheremo nuovamente a breve – razionamento energetico, e vedremo cos’altro. Dobbiamo abbassare il riscaldamento “un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità, o esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus” ha dichiarato il 9 marzo Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri: “Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Deve essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica”. <em>Mobilitazione</em><em> degli spiriti</em>: a questo serve lo spettacolo. A creare quella che Marcuse chiama “falsa coscienza”, quel processo di <em>mimesi</em> che va ben oltre l’adattamento e porta l’individuo a una identificazione immediata con la <em>sua</em> società, che è quella del capitalismo avanzato e della produzione/consumo di massa. E tra convinzione o passività e apatia, a seconda che abbia preso il sopravvento la capacità di coinvolgimento dello spettacolo o il torpore causato dall’accelerazione del medium e del messaggio, la gran parte dei cittadini ha accolto il nuovo mondo.</p>



<p>McLuhan sottolinea come, in quest’epoca storica, “la massima parte dei <em>trasporti</em> consista nello spostamento di informazioni”, e Debord ci ricorda che alla base dello spettacolo c’è l’economia: c’è il sistema produttivo capitalistico. Con le sue crisi e le sue necessità, gli sviluppi tecnologici e i mercati delle materie prime fondamentali. È lì che dobbiamo andare a indagare per capire davvero cosa sta accadendo e quale realtà stanno progettando.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-preformatted"><strong><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Titoli di prima pagina, quotidiani italiani </span></strong>

La guerra nel cuore d’Europa (Il Messaggero, 25 febbraio) Putin sfodera l’atomica (Repubblica, 28 febbraio) Diluvio di fuoco sulle città (Repubblica, 1° marzo) Pioggia di missili sulle città (Corriere della sera, 2 marzo) Martirio ucraino (Repubblica, 2 marzo) Il massacro di Putin (Il Giorno, 2 marzo) La resistenza di un popolo (Repubblica, 3 marzo – fotografia di tre uomini che lanciano molotov, immagine pag. 14) Putin fa a pezzi la civiltà (La Stampa, 3 marzo) Guerra ai civili (il Manifesto, 3 marzo) Strage senza fine (La Stampa, 7 marzo) Bombe sui bambini (La Stampa, 10 marzo) La resistenza di Kiev (La Stampa, 13 marzo – fotografia di una adolescente con in bocca un leccalecca e in braccio un fucile, immagine pag. 16) La carneficina (La Stampa, 16 marzo) Armi contro il criminale di guerra (Il Foglio, 17 marzo) Orrore nel teatro di Mariupol (Corriere della sera, 17 marzo), Teatro di sangue (La Stampa, 17 marzo) Missili sui civili (Il Messaggero, 17 marzo) Le trattative con il criminale (Il Foglio, 18 marzo) Stallo di sangue (Repubblica, 18 marzo) Massacro continuo (La Stampa, 18 marzo) Il grande dittatore (La Stampa, 19 marzo) I missili della morte (La Stampa, 20 marzo) Occupazione spietata (la Repubblica, 21 marzo) L’Ucraina stuprata (Il Mattino, 21 marzo) 10 milioni di profughi (Repubblica, 22 marzo) Zelensky all’Italia: aiutateci (Corriere della sera, 23 marzo) Deportati duemila bambini (La Stampa, 23 marzo) Lo spettro delle armi chimiche (Corriere della sera, 24 marzo) Biden e la Ue: più armi a Kiev (Corriere della sera, 25 marzo) Uniti contro Putin (Repubblica, 25 marzo) “In gioco la democrazia” (La Stampa, 26 marzo) “Russi, cacciate il tiranno” (Repubblica, 27 marzo) Biden: “Putin macellaio” (La Stampa, 27 marzo) Fratelli d’Europa (Repubblica, 28 marzo) L’offensiva contro il macellaio (Il Foglio, 29 marzo) “Sostegno dall’Italia” (Il Messaggero, 29 marzo) Con Putin si parla con le armi (Il Foglio, 31 marzo) I dannati della terra (La Stampa, 1 aprile) Il terrore delle mine (Repubblica, 3 aprile) “Il peggio deve ancora venire” (Corriere della sera, 3 aprile) La grande resistenza al dittatore (Il Foglio, 3 aprile) Civili uccisi, orrore e condanna (Corriere della sera, 4 aprile) Fermiamo questo orrore (La Stampa, 4 aprile) Macelleria russa (Il Tempo, 4 aprile) Non possiamo restare indifferenti al genocidio (Domani, 4 aprile) Mattatoio Putin (Repubblica, 5 aprile) I martiri di Bucha (La Stampa, 5 aprile) Se questo è un uomo (Il Resto del carlino, 5 aprile) Stragi, torture: orrore senza fine (Corriere della sera, 6 aprile) “Bambini torturati” (La Stampa, 6 aprile).</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) William M.Arkin, <em>Putin’s Bombers Could Devastate Ukraine But He’s Holding Back. Here’s Why</em>, Newsweek, 22 marzo 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494" target="_blank">https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.iraqbodycount.org/database/" target="_blank">https://www.iraqbodycount.org/database/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) I virgolettati contenuti nell’articolo sono tratti da Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini Castoldi Dalai Editore</p>



<p class="has-small-font-size">5) D’altra parte, ricordiamoci che Cairo è quell’uomo che a marzo 2020, a pandemia appena esplosa, lockdown e ospedali in emergenza, sprigionava elettricità da ogni cellula spronando i venditori del suo gruppo editoriale: in un video-messaggio, in piedi – che solo i perditempo siedono, immaginiamo – snocciolava gli aumenti di centinaia di migliaia di euro di investimenti pubblicitari appena strappati agli inserzionisti, concludendo: “Abbiamo una grande opportunità: se tutti noi operiamo con questa energia vedrete che quest’anno faremo meglio dello scorso anno”. Il video qui <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Rispettivamente: l’Università Milano-Biccoca (poco importa se poi, sommersa da critiche, abbia fatto un passo indietro), Facebook e Instagram, Paypal, Conad</p>



<p class="has-small-font-size">7) Mentana ha dichiarato: “Il battaglione Azov non è un battaglione neonazista, è una parte delle forze armate dell’Ucraina”. Due dati che non si escludono a vicenda: Azov è infatti parte dell’esercito ucraino, ed è dichiaratamente neonazista</p>



<p class="has-small-font-size">8) La fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo rappresenta un uomo in strada che si copre il volto circondato da cadaveri, nessuna didascalia, titolo “La carneficina”, due articoli a lato su Leopoli e Kiev che richiamano un’inevitabile associazione con l’immagine, attribuendo dunque la strage all’esercito russo; la foto era invece stata scatta a Donetsk, nel Donbass. Espressione indignata, “i soliti miserabili del web che amplificano e lo considerano un caso di disinformazione: dov’è la disinformazione?” replicherà il direttore Massimo Giannini a Otto e mezzo, su La7, il giorno dopo (!). A margine, ricordiamo gli interessi degli Elkann, editori de La Stampa e del gruppo Gedi (Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital e altre testate) nel settore degli armamenti, tramite la partecipazione in Iveco Defence Vehicle, Iveco Oto Melara (in collaborazione con Leonardo) e in Rolls-Royce</p>



<p class="has-small-font-size">9) AdnKronos, 25 marzo 2022, qui <a href="https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Le citazioni contenute nell’articolo sono tratte da Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em>, Il Saggiatore</p>



<p class="has-small-font-size">11) È fuori focus rispetto a questo articolo l’analisi delle motivazioni del conflitto, ma è chiaro che non si può ragionare escludendo il contesto nel quale è esploso, ossia l’allargamento della Nato nell’Est Europa e gli investimenti USA per armare l’Ucraina. Il 3 marzo il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato i dati aggiornati: dal 2014 gli Stati Uniti hanno inviato 5,6 miliardi di dollari per armi, assistenza e attività di training, di cui 3 miliardi per equipaggiamenti e per rendere le forze armate ucraine interoperabili con la Nato. Secondo i dati Sipri, l’Ucraina ha progressivamente incrementato le spese militari, portandole dal 2,2% del Pil nel 2014 al 4,1% nel 2020. Volente o nolente, la geopolitica esiste così come gli equilibri mondiali: non viviamo nell’iperuranio di Platone</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pólemos è padre di tutte le cose</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
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					<description><![CDATA[Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" data-type="post" data-id="5779" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 76, febbraio &#8211; marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente</p></blockquote>



<p><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Aggiornamento 22 marzo 2022.<em> </em></span><span class="has-inline-color has-black-color"><em>L&#8217;obbligo vaccinale per il personale sanitario va davanti alla Corte costituzionale: il CGA siciliano lo ritiene in contrasto con la Costituzione perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato</em></span> (<a href="https://rivistapaginauno.it/covid-obbligo-vaccinale-corte-costituzionale/" data-type="post" data-id="5851" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggi i dettagli&#8230;</a>)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-verse">“La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa.”</pre>



<p class="has-drop-cap">Il 6 gennaio scorso il governo Draghi decreta l’obbligo vaccinale Covid 19 per i cittadini di età superiore a cinquant’anni: riguarda non solo le due dosi della “vaccinazione primaria” ma anche il cosiddetto <em>booster</em>, e si traduce in sospensione dall’impiego senza retribuzione per i lavoratori non in regola con la vaccinazione e privi del Green Pass da guarigione. Il provvedimento è chiaramente spinoso dal punto di vista costituzionale – lo vedremo – e sociale – per la fase pandemica nel quale si colloca, al di là della questione no vax – ma il presidente del Consiglio non ritiene di dover argomentare la decisione; lo farà solo quattro giorni dopo, aggiungendo le scuse per aver “sottovalutato le attese per una conferenza stampa”. <em>Noblesse oblige</em> titolano i principali media italiani (“Draghi si scusa”), incapaci (o servili al punto da diventarlo) di riconoscere l’arroganza del potere quando sorride e ha modi garbati; quell’arroganza che ritiene di poter decidere senza dover dare alcuna spiegazione. A sua discolpa, dobbiamo tuttavia riconoscere che Draghi non è abituato a vestire l’abito del politico: nulla gli è più alieno del concetto di ‘rappresentanza del popolo’. E probabilmente considera la Costituzione un vetusto fardello inadeguato alle attuali esigenze dei mercati globali e del <em>sacro</em> Pil.</p>



<p>Iniziamo a entrare nelle questioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">C’è un giudice a Palermo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>È innegabile che quei crimini furono </em><em>commessi nell’ambito di un ordine ‘legale’, e che anzi fu questa la loro principale</em><em> caratteristica.”</em></pre>



<p>Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGA) equivale, nell’autonomia riconosciuta alla regione, al Consiglio di Stato italiano: ha dunque il compito di esprimere pareri sugli atti normativi del governo, a partire dalle questioni sollevate nei TAR siciliani. Una sua ordinanza del 12 gennaio 2022 (1) si rivela particolarmente interessante: ritrovandosi a dover decidere in merito all’obbligo vaccinale, i cinque giudici siciliani affrontano i diversi temi che da mesi ruotano intorno ai vaccini Covid e alla loro gestione, e ritrovandosi privi dei dati per deliberare, li richiedono al governo (2): danno tempo fino al 28 febbraio per produrli, convocano l’udienza il 16 marzo per il confronto, e solo a quel punto decideranno se “sollevare l’incidente di costituzionalità” presso la Consulta. L’obbligatorietà vaccinale potrebbe quindi arrivare (finalmente) davanti alla Corte costituzionale.</p>



<p>Tutto nasce dal ricorso di uno studente di infermieristica: non essendosi vaccinato, l’Università degli Studi di Palermo gli nega la partecipazione al tirocinio – necessario a completare gli studi – all’interno di una struttura sanitaria. L’obbligo che tocca lo studente è quindi quello relativo al personale sanitario, ma ciò che solleva il CGA sulla legittimità costituzionale è – ancor più – applicabile all’obbligo imposto a una parte di popolazione unicamente in base all’età anagrafica.</p>



<p>Vediamo l’ordinanza nei punti chiave.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Art. 32: autodeterminazione vs interesse collettivo</h4>



<p>Punto di partenza è il noto articolo 32 della Costituzione: “La giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di vaccinazioni obbligatorie”, scrivono i magistrati siciliani, “è salda nell’affermare che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l’interesse della collettività”; “è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”, prosegue l’ordinanza, tuttavia “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività <em>non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria</em>. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico [per quelle sole conseguenze che appaiano <em>normali e, pertanto, tollerabili</em>], <em>ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panta rei</h4>



<p>Messi i punti fermi sull’articolo 32, i magistrati evidenziano che “la situazione sanitaria appare in costante divenire e già in parte diversa rispetto quella oggetto di valutazione della citata decisione della III sezione [del Consiglio di Stato, n. 7045/2021, che ha ritenuto legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario], con specifico riferimento alla diffusione di nuove varianti quale la Omicron, rispetto alle quali i vaccini non sono ancora ‘aggiornati’, di guisa che sulla relativa e attuale efficacia protettiva la comunità scientifica non pare aver raggiunto una conclusione unanime (sebbene l’orientamento prevalente sia favorevole), mentre si profila una reiterazione di somministrazioni in tempi ravvicinati (sei mesi o addirittura quattro), sulla cui opportunità non si ravvisa, parimenti, una posizione unanime, per cui”, continuano i giudici siciliani, “l’<em>attuale obbligo vaccinale pone un (nuovo) problema di proporzionalità</em>, dato che si profila una imposizione di ripetute somministrazioni nell’anno per periodi di tempo indeterminati”; stante l’attuale situazione occorre dunque verificare, concludono i magistrati, “se l’obbligo vaccinale per il Covid 19 soddisfi le condizioni dettate dalla Corte in tema di compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria dei cittadini [&#8230;] ossia <em>non nocività dell’inoculazione per il singolo paziente e beneficio per la salute pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ma i dati?</h4>



<p>È a questo punto, dopo aver stabilito l’equilibrio che deve sussistere tra autodeterminazione e interesse collettivo e aver rilevato il mutamento di una situazione in continuo divenire, che i cinque magistrati siciliani si ritrovano impossibilitati a pronunciarsi perché privi dei dati per farlo, e li richiedono al governo.</p>



<p>In particolare, ritengono di dover accertare: “1) le modalità di <em>valutazione di rischi e benefici</em> operata, <em>a livello generale, nel piano vaccinale</em> e, <em>a livello individuale</em>, da parte del medico vaccinatore, anche sulla basa dell’anamnesi pre-vaccinale; se vengano consigliati all’utenza test pre-vaccinali, anche di carattere genetico (considerato che il corredo genetico individuale può influire sulla risposta immunitaria indotta dalla somministrazione del vaccino); chiarimenti sugli studi ed evidenze scientifiche (anche eventualmente emerse nel corso della campagna vaccinale) sulla base dei quali venga disposta la vaccinazione a soggetti <em>già contagiati dal virus</em>; 2) le modalità di raccolta del <em>consenso informato</em>; 3) l’articolazione del sistema di monitoraggio, che dovrebbe consentire alle istituzioni sanitarie nazionali, in casi di pericolo per la salute pubblica a causa di effetti avversi, la sospensione dell’applicazione dell’obbligo vaccinale; chiarimenti sui dati relativi ai rischi ed eventi avversi raccolti nel corso dell’attuale campagna di somministrazione e sulla elaborazione statistica degli stessi […] e sui dati relativi alla <em>efficacia dei vaccini</em> in relazione alle nuove varianti del virus; 4) articolazione della <em>sorveglianza post-vaccinale e sulle reazioni avverse ai vaccini</em>, avuto riguardo alle due forme di sorveglianza <em>attiva</em> (con somministrazione di appositi questionari per valutare il risultato della vaccinazione) e <em>passiva</em> (segnalazioni spontanee, ossia effettuate autonomamente dal medico che sospetti reazioni avverse)” (corsivo mio).</p>



<p>Evidenziano infine i magistrati che i dati del governo dovranno dare “chiarimenti circa il perdurante obbligo di sottoscrizione del consenso informato anche in situazione di obbligatorietà vaccinale” e fornire i “dati attualmente raccolti dall’amministrazione in ordine all’efficacia dei vaccini, con specifico riferimento al numero dei vaccinati che risultino essere stati egualmente contagiati dal virus (ceppo originario e/o varianti), sia il totale sia i numeri parziali di vaccinati con una, due e tre dosi; i dati sul numero di ricovero e decessi dei vaccinati contagiati; i dati di cui sopra comparati con quelli dei non vaccinati”.</p>



<p>Ricapitolando, le questioni che l’ordinanza dei magistrati siciliani pone, riguardano: la valutazione rischi/benefici dei vaccini Covid, a livello generale (campagna vaccinale) e individuale; l’inoculazione a soggetti già contagiati dal virus; l’efficacia dei vaccini rispetto alla trasmissibilità del virus e alla malattia Covid, e in merito alle nuove varianti; il consenso informato; il sistema di farmacovigilanza sulle eventuali reazioni avverse. Per tutti gli aspetti sollevati i giudici richiedono i dati e le evidenze scientifiche che hanno supportato le decisioni politiche prese dall’avvio della campagna vaccinale, per poter “accertare se [l’obbligo imposto] sia costituzionalmente legittimo”. Come già rilevato, il governo ha tempo fino al 28 febbraio per ottemperare alla richiesta, il 16 marzo ci sarà l’udienza e poi sapremo se l’obbligo vaccinale andrà davanti la Corte costituzionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">(Apparente) stato dissociativo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato ‘normale’, e uno </em><em>di questi, si dice, aveva esclamato addirittura:</em><em> «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho </em><em>visitato.»“</em></pre>



<p>Se ripercorriamo i tre temi focalizzati dall’ordinanza – art. 32 della Costituzione, mutamento della situazione pandemica e dati relativi – ci ritroviamo davanti esattamente i punti critici già sollevati da più parti – anche su queste pagine (3) – contro la campagna di vaccinazione di massa e il collegato Green Pass.</p>



<p>Innanzitutto quell’“interesse della collettività” citato <em>ad libitum</em>, secondo il quale la vaccinazione protegge dalla trasmissione del contagio e dunque protegge gli altri. Una condizione che è ufficialmente alla base del Green Pass, con le relative discriminazioni e i ricatti lavorativi: “La carta verde dà la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” ha affermato Draghi il 22 luglio scorso, segnando l’avvio dell’imposizione del Pass. Tempo pochi mesi, all’arrivo dell’inverno, e la falsità della dichiarazione si è fatta ‘materia’, con l’esplosione dei positivi sintomatici e contagiosi tra i soggetti vaccinati con due e anche tre dosi. Ma fin dall’estate del 2021 diversi studi scientifici iniziavano ad analizzare questa caratteristica dei vaccini, negandola – la protezione dal contagio è parziale e sussiste per un tempo breve, non oltre i 120 giorni – inserendo dunque i vaccini Covid nella categoria dei “vaccini imperfetti”: agiscono sulla malattia, mitigandola, ma non sulla trasmissione del virus. </p>



<p>Abbiamo riportato uno di questi studi, tra i tanti, nell’analisi pubblicata a ottobre (4), ne citiamo ora un altro più recente uscito su Lancet, a gennaio, ancora più critico, viste le variazioni subite dal virus e la mole di dati che sempre più il tempo assomma: “Questo studio ha mostrato che l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione comunitaria delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non sembra essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate. Il razionale scientifico per la vaccinazione obbligatoria negli Stati Uniti si basa sulla premessa che la vaccinazione impedisce la trasmissione ad altri, con conseguente ‘pandemia dei non vaccinati’. Tuttavia, la dimostrazione di infezioni virali da Covid-19 tra gli operatori sanitari completamente vaccinati (HCW) in Israele, che a loro volta possono trasmettere questa infezione ai loro pazienti, richiede una rivalutazione delle politiche di vaccinazione obbligatoria che portano al licenziamento del personale sanitario non vaccinato negli Stati Uniti. Infatti, c’è una crescente evidenza che i titoli virali di picco nelle vie aeree superiori dei polmoni e il virus coltivabile sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati” (5).</p>



<p>Eppure, anche l’obbligo della vaccinazione over 50 è stato imposto sulla base di questa condizione: ai fini della “<em>prevenzione dell’infezione</em> da SARS-CoV-2”, si legge nel decreto legge varato dal governo Draghi. (Ma non dimentichiamo mai la responsabilità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che hanno approvato questo e ogni singolo precedente provvedimento governativo: nel conteggio di Openpolis, sono stati 892 (!) gli atti, di varia natura, emessi dalle istituzioni da gennaio 2020 a gennaio 2022.)</p>



<p>L’ordinanza dei giudici siciliani evidenzia poi la questione del divenire, che è tanto fondamentale quanto banale, ma anche questa pare sfuggire al governo Draghi. Il 6 gennaio, quando l’obbligo vaccinale viene votato in Consiglio dei ministri, si ha già evidenza che la nuova variante Omicron prenderà il sopravvento in breve tempo ed è caratterizzata da una maggiore contagiosità ma da una minore gravità (la stessa ordinanza del GCA infatti, del 12 gennaio, la pone al centro della riflessione): la gran parte dei governi stranieri inizia a dichiarare che si intravede la fine del tunnel, Draghi decreta come se nel tunnel fosse appena entrato. Un obbligo che inevitabilmente deve fare i conti con la pragmatica tempistica della vaccinazione, e infatti diventa esecutivo da lì a tre settimane (1° febbraio, e 15 febbraio per la sospensione dal lavoro senza stipendio), quando probabilmente la curva pandemica di Omicron sarà addirittura in calo – ed è infatti ciò che è avvenuto. Un obbligo legiferato per restare in vigore fino al 15 giugno: governo e Parlamento riusciranno a riconciliarsi con la realtà, facendolo decadere ben prima?</p>



<p>La richiesta dei dati, infine, è l’aspetto più sorprendente dell’ordinanza del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, perché rivela che la mancanza di trasparenza sui numeri della pandemia vige anche tra organismi istituzionali e non solo tra governo e cittadini. La denunciano da due anni sempre più ricercatori scientifici, ripetutamente chiedendo che siano resi pubblici i dati grezzi e non solo quelli già elaborati e aggregati, a sua insindacabile valutazione, dall’Istituto Superiore di Sanità. Fino a ora nessun <em>open data</em> è stato messo a disposizione. È chiaramente un punto centrale, poiché è sui dati che il governo afferma di prendere le proprie decisioni. Ed è lì a ricordarcelo, indelebile, la scenetta del ministro della Salute, Roberto Speranza, alla conferenza stampa del 10 gennaio: orgoglioso, afferma che “il decreto fa fare un passo avanti molto importante per il Paese” mentre sventola un grafico, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, con omini colorati grandi e piccini – la bambina di cinque anni che è in me, ringrazia, ricordando anche il libro del ministro, ritirato al suo esordio a ottobre 2020, per <em>pietas</em> (nostra) e vergogna (sua).</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Criminali e buffoni</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Chiunque poteva ve</em><em>d</em><em>ere che quest’uomo non era un ‘mostro’ ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.”</em></pre>



<p>100 euro di multa una tantum per gli over 50 che non rispettano l’obbligo di vaccinazione. “100 euro sono pochi per i ‘furbi’ no vax”, “La nostra salute vale così poco?” titolano i media mainstream l’8 gennaio, lasciando poi decadere l’indignazione già il giorno successivo: aizzare la massa al ‘linciaggio’ dei no vax è un conto, scagliarla verso un provvedimento del governo, è un altro. Un fondo di verità, eppure, è ravvisabile: se la vaccinazione fosse davvero salvifica nei confronti dell’interesse collettivo, come le leggi approvate ancora ribadiscono nell’impostazione, fissare una sanzione di appena 100 euro è ridicolo. È da buffoni.</p>



<p>La Corte costituzionale ha affermato (sentenza n. 5/2018) che spetta al Legislatore decidere tra ‘raccomandazione’ vaccinale e ‘obbligo’ vaccinale, “nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo” (6). Chiaramente 100 euro non garantiscono affatto “l’effettività dell’obbligo”. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di imporre la vaccinazione agli over 50, sarebbe stato sufficiente fissare una sanzione più gravosa. Quali necessità ha quindi dovuto/voluto “calibrare” con 100 euro il governo Draghi? Difficile dare una risposta. Si può provare a mettere insieme una serie di elementi.</p>



<p>Primo. Innanzitutto, la questione ‘risarcimenti’ in caso di effetti collaterali avversi a causa della vaccinazione, non è una questione sul tavolo: la Corte costituzionale ha infatti già decretato in passato che “sul piano del diritto all’indennizzo le vaccinazioni raccomandate e quelle obbligatorie non subiscono differenze” (7). Quindi nulla cambia tra l’obbligo vaccinale e la ‘raccomandazione’ istituita con l’introduzione del Green Pass. Resta aperto l’aspetto della sottoscrizione del consenso informato, e infatti ne chiedono lumi anche i magistrati siciliani.</p>



<p>Secondo. La pressione reale legata all’obbligo è esercitata sulla parte di popolazione over 50 che ha un’occupazione, che vive il ricatto di restare senza stipendio per mesi non avendo più la precedente alternativa (seppur economicamente costosa) del tampone ogni 48 ore. Se restiamo ai dati della variante Delta, ancora dominante nel momento in cui è stato legiferato l’obbligo, l’assenza dal lavoro per malattia dovuta al Covid era pari ad almeno una settimana, più spesso ne servivano due per negativizzarsi. Mentre l’economia è in ripresa dopo il -9% di Pil registrato nel 2020 e Confindustria è sulle barricate da mesi, affermando che tutto deve restare aperto e le ‘maestranze’ devono lavorare, pena la perdita delle posizioni acquisite nei mercati internazionali.</p>



<p>Terzo. Il sistema sanitario pubblico è privo di risorse e mezzi (esattamente come due anni fa) per affrontare un’altra eventuale ondata pandemica, mentre le terapie domiciliari precoci sono sempre al palo perché osteggiate a favore dei vaccini.</p>



<p>Se teniamo insieme tutti gli elementi di realtà – compreso il precedente dato sulla fattispecie di “vaccini imperfetti” – risulta difficoltoso affermare che l’obbligo vaccinale imposto corrisponda a una misura di salute pubblica, di interesse per la collettività: si configura come un trattamento sanitario imposto alla persona, contro il suo diritto all’autodeterminazione. In nome del <em>sacro</em> Pil, possiamo dire, e della competizione economica internazionale. E infatti disoccupati e pensionati (dunque anziani, una categoria a rischio!) possono anche non vaccinarsi: pagheranno appena 100 euro per evitarlo.</p>



<p>Se inseriamo nel ragionamento il tema dell’occupazione dei posti letto ospedalieri, e dunque della sottrazione della possibilità di cure ad altre patologie, la questione si fa spinosa. Se la <em>ratio</em> è imporre all’individuo un trattamento sanitario preventivo per evitare che, nel caso contragga una malattia, finisca ricoverato in ospedale, indubbiamente sto cercando di prevenire l’occupazione di un posto letto e ciò incide sulla disponibilità di sanità pubblica; ma è un operare da Stato etico. Siamo certi di volerlo? Che facciamo allora con fumo, alcol e obesità? Con comportamenti che incidono sulla salute degli individui, portandoli a un eventuale ricovero ospedaliero? E che tipo di sanità pubblica vogliamo? Finanziata e organizzata per rispondere alle esigenze di una popolazione consapevole e libera di scegliere i propri comportamenti, o ridotta all’osso, che tanto ci pensa lo Stato etico a impedire che i cittadini ne abbiano bisogno, imponendo ‘vita sana’ e farmaci preventivi sotto forma di vaccini?</p>



<p>I 100 euro di sanzione sono dunque lì, a ridicolizzare una classe dirigente buffona. Ciò non significa che non sia anche pericolosa. Criminale lo è di certo.</p>



<p>L’articolo 32 della Costituzione “non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”, ricordano i giudici siciliani. Ed è per questo che chiedono dati dettagliati sulla valutazione rischi/benefici, collettiva e individuale, e sulla metodologia di farmacovigilanza – rimandiamo su questo tema all’articolo del <a href="https://rivistapaginauno.it/vaccini-e-tamponi-chi-rischia-cosa/" data-type="post" data-id="5807" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Marco Cosentino a pag. 52</a> e ai diversi interventi che si sono susseguiti al Convegno “Pandemia: invito al confronto” organizzato a gennaio dal Coordinamento 15 ottobre. A quale beneficio collettivo contribuisce un cinquantenne – così come un trentenne e un settantenne, per non parlare di un bambino o un adolescente – iniettandosi un vaccino imperfetto? E quale beneficio individuale ne trae un cinquantenne – così come un trentenne, diversamente da un settantenne – in buona salute? E a quali rischi si sottopongono i nostri tre ipotetici soggetti? Infine, la domanda più importante: qual è il rapporto rischi/benefici per ciascuno di loro? A breve, medio e lungo termine? A breve, abbiamo un enorme problema di raccolta dati legati al sistema di farmacovigilanza passiva, a medio e lungo è impossibile saperlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">L’èra della libertà concessa</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare.</em>Così<em> stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripeté di aver fatto </em><em>il </em><em>suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge.”</em></pre>



<p> Il 2 febbraio il Consiglio dei ministri decreta il Green Pass senza scadenza per chi ha ricevuto tre dosi di vaccino oppure due dosi+guarigione. Al Green Pass – base o super – è ormai collegata l’intera vita quotidiana: lavorare, prendere un autobus o un caffè al bar (anche all’aperto, dove non è più obbligatoria la mascherina&#8230;!), andare in banca o in posta (a ritirare la pensione), entrare in un negozio che non sia un alimentari o una farmacia, godersi un film al cinema o un dibattito o la presentazione di un libro, persino andare alla scuola elementare se scatta la Dad – ci vuole, come si suol dire, uno stomaco di ferro per decretare una discriminazione tra bambini, ma d’altra parte il governo Draghi lo stomaco l’aveva già esibito aprendo alla vaccinazione dai 5 anni.</p>



<p>L’inasprimento generalizzato del Green Pass – con la creazione della versione super – che colpisce anche chi è sotto i cinquant’anni, ha evidentemente l’obiettivo primario di imporre la terza dose a chi ha già fatto le prime due: gli under 50 che non si sono finora vaccinati, infatti, difficilmente lo faranno per andare al bar, resteranno sulla loro posizione. Terza dose significa Green Pass senza scadenza. È possibile che sarà decretata la fine del suo utilizzo prima del 15 giugno – o almeno ce lo auguriamo: finirà l’(apparente) stato dissociativo del governo Draghi? – ma ciò non significa la sua eliminazione: ‘senza scadenza’ significa infatti mantenerlo e poterlo riattivare in qualsiasi momento. In chiave sanitaria, come è stato fino a ora, o per altri utilizzi, grazie alle sue caratteristiche dinamiche: permette di collegare i dati di un cittadino a condizionalità, che siano condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti…) o status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale… qualsiasi cosa), e tramite una app in mano a chiunque può essere consentito o negato l’accesso dell’individuo a qualcosa (un luogo, un servizio, un diritto&#8230;). “Il Green Pass è qui per restare” scrivevamo a ottobre, perché le sue particolarità tecniche lo rendono un futuro strumento di controllo estremamente potente e funzionale – rimandiamo all’articolo per i dettagli sulla piattaforma implementata (8). Se così sarà lo vedremo, di certo a breve potrà restare collegato alla vaccinazione Covid, se dal prossimo autunno scatterà il meccanismo della quarta dose o del richiamo annuale e la connessa ‘riattivazione’ del Pass: torneranno i ricatti e le discriminazioni sospesi, forse, nella stagione estiva?</p>



<p>Dopo “Il Green Pass è libertà” dei mesi precedenti, a inizio febbraio i quotidiani celebrano “Draghi riapre l’Italia”, nuove regole verso quella che sarà la “libertà ritrovata”: una ‘libertà’ che si connota dal venire meno dell’utilizzo delle mascherine all’aperto (!) e da una nuova discriminazione nella scuola primaria tra bambini vaccinati e bambini non vaccinati. Quando 3,8 milioni di cittadini over 12 non può nemmeno salire su un treno e da lì a pochi giorni migliaia di lavoratori over 50 saranno sospesi senza retribuzione (si stima 500.000). Sono cittadini che non esistono, per l’informazione di regime: cancellati dalla visuale pubblica. La gran parte della popolazione – indottrinata e manipolata dalla propaganda o semplicemente indifferente alla violazione dei diritti e alla discriminazione subita da altri cittadini, incapace perfino di rinunciare al ristorante come atto di protesta – vive una ‘liberazione’, senza nemmeno riflettere che la libertà non è qualcosa che ci viene concesso dall’alto: liberi si nasce. A meno di essere sudditi e non cittadini, o di vivere in un regime autoritario anziché in uno Stato di diritto. “Perché da sempre”, ricorda il <a href="https://rivistapaginauno.it/si-caelum-digito-tetigeris-osservazioni-sulla-legittimita-costituzionale-degli-obblighi-vaccinali/" data-type="post" data-id="5810" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Alessandro Mangia nella sua analisi a pag. 64</a>, “il vero problema dello stato d’eccezione non è mai stato quello della sua ammissibilità o della sua ‘apertura’, visto che lo stato d’eccezione si impone da sé. Il problema dello stato d’eccezione è sempre stato quello della sua chiusura, e di tutto quel che, in genere, tende a lasciarsi dietro”.</p>



<p>“Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” diceva Eraclito. Il conflitto rivela l’uomo: chi sei? Da che parte stai? Che cosa fai? Per cosa combatti?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza n. 38/2022 del 12 gennaio 2022, pubblicata il 17 gennaio 2022 <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Nel dettaglio l’ordinanza richiede i dati a un “collegio composto dal Segretario generale del Ministero della Salute, dal Presidente del Consiglio superiore della sanità operante presso il Ministero della salute e dal Direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria”</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) Carlos Franco-Paredes, <em>Transmissibility of SARS-CoV-2 among fully vaccinated individuals</em>, gennaio 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext" target="_blank">https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza cit. </p>



<p class="has-small-font-size">7) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mondo malato e quelli di sotto*</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-mondo-malato-e-quelli-di-sotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5795</guid>

					<description><![CDATA[tato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">1. Il pianeta che brucia. 2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro. 3. L’estrattivismo assassino e suicida. 4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica. 5. Senza giustizia ambientale non c’è pace. 6. Alle radici del Covid-19. 7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze. 8. Lobby e think-tank contro il clima. 9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano. 10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano. 11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano. 12. Il vaccino diseguale. 13. L’economia pandemica. Grandi ricchezze crescono. 14. Pandemia, guerre e pericoli per la democrazia. 15. L’orologio dell’apocalisse al tempo del Covid-19. 16. Afghanistan: vent’anni di morte e distruzione, nessun risultato. 17. Il ritorno dell’Isis e la spirale della rappresaglia. 18. Biden e la polpetta afghana, avvelenata da Trump. 19. I veri conti e costi della guerra in Afghanistan. 20. Afghani senza asilo, l’Europa rimane fortezza. 21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex. 22. Partire è sempre più morire.</pre>



<h4 class="wp-block-heading">4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica</h4>



<p>Di record in record, da un crimine ambientale all’altro, da un presidente negazionista come Donald Trump a uno come Jair Bolsonaro, alle decine e decine di altri Paesi che hanno comunque sottovalutato il problema e accuratamente evitato di contrastare gli interessi delle lobby delle energie fossili, si è arrivati quasi senza resistenze – che non fossero quelle dei movimenti e delle ONG – alla situazione documentata nell’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), diffuso ad agosto 2021, che costituisce la prima parte del Sesto Rapporto di Valutazione previsto per l’anno seguente. In mezzo ci sarà la nuova sessione della Conferenza della Parti (COP26) dell’1-12 novembre 2021 a Glasgow. In pratica, dalle evidenze ribadite ora dall’IPCC, è quella l’ultima scadenza utile per prendere, pur in extremis, le decisioni politiche e operative per implementare le misure necessarie non a impedire – per quello il tempo è stato irresponsabilmente fatto scadere – ma almeno a limitare l’irreversibilità della catastrofe climatica comunque in atto e i suoi effetti globali, compresi quelli sugli oceani, sulle regioni ghiacciate, sulle risorse alimentari e idriche mondiali, e a investire nell’adattamento, dato che il riscaldamento del clima continuerà per i prossimi decenni, indipendentemente dal successo nella sua mitigazione.</p>



<p>Gli effetti negativi presenti e futuri sono diseguali a seconda della posizione geografica e anche del censo. Il che potrebbe rassicurare i cinici e gli stolti, ma a loro va l’ammonimento di Mohamed Nasheed, l’ex presidente delle Maldive, una nazione insulare ad alto rischio per l’innalzamento del livello del mare. Nell’esprimere solidarietà – a nome di un gruppo di Paesi che si definiscono Climate Vulnerable Forum – alla Germania e al Belgio colpiti dalle inondazioni che nel luglio 2021 hanno provocato quasi 200 vittime, ha rimarcato che, sebbene non tutti siano colpiti allo stesso modo, questi eventi estremi dimostrano che nell’emergenza climatica nessuno è al sicuro (Sengupta, 2021).</p>



<p>È da sperare che qualche governo, compresi quelli di Belgio e Germania, si decida a dargli maggiormente retta. Lo stesso Nasheed già nel 2009 decise un atto simbolico forte: convocò un Consiglio dei ministri sottomarino, con lui e il suo vicepresidente altri undici ministri con scafandri e maschere si erano tuffati e seduti a un tavolo a 3,8 metri sott’acqua. L’intento era di comunicare un grido di aiuto per l’innalzamento del livello del mare che minaccia l’esistenza dell’arcipelago tropicale e, in forme anche diverse, il mondo intero. Nella dichiarazione conclusiva venne ribadito: “Il cambiamento climatico sta avvenendo e minaccia i diritti e la sicurezza di tutti sulla Terra” (Omidi, 2009).</p>



<p>Sono passati già dodici anni da quell’appello rimasto inascoltato, mentre i continui disastri ambientali e l’innalzamento delle temperature ci ricordano quanto esso fosse e sia drammaticamente fondato.</p>



<p>I dati sono inequivocabili e dovrebbero atterrire, se la classe politica globale non mostrasse di essere, in larga maggioranza, affetta da una sorte di fatale <em>cupio dissolvi</em>. La temperatura media globale della Terra è cresciuta di 1,2 °C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, nei prossimi 20 anni dovrebbe raggiungere o superare 1,5 °C; gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi dal 1850 a oggi. L’attuale concentrazione dei principali gas serra è la più elevata degli ultimi 800.000 anni; attualmente vengono prodotti circa 2,6 milioni di libbre di anidride carbonica al secondo. Negli ultimi 120 anni, dall’inizio del Novecento, il livello dell’innalzamento del livello del mare è stato in media di 20 centimetri, con una rapidità mai osservata in tremila anni; eventi estremi relativi al livello del mare che prima si verificavano una volta ogni cento anni, entro la fine di questo secolo potrebbero verificarsi annualmente. Anche il ritrarsi dei ghiacciai non ha precedenti negli ultimi duemila anni. Ancor più eloquente e preoccupante è la conseguente previsione secondo cui le temperature continueranno ad aumentare fino alla metà del secolo, indipendentemente dalla riduzione delle emissioni. Si potrà evitare di raggiungere l’aumento di 2 °C alla fine del secolo solo se le emissioni nette saranno azzerate entro il 2050 (IPCC, 2021).</p>



<p>Uno scenario catastrofico sia per ciò che descrive (in ben 3.949 pagine di dati, simulazioni e proiezioni, che a loro volta si basano su migliaia di ricerche, con oltre 14.000 citazioni e quasi 80.000 commenti), che è già visibilmente e drammaticamente in atto con il susseguirsi di eventi estremi, sia per ciò che prevede e ipotizza. Tenuto conto di quanto poco si è fatto da quando, ben trentuno anni addietro, quell’organismo che riunisce i massimi esperti mondiali e migliaia di scienziati, aveva lanciato l’allarme con il primo Rapporto del 1990. Ci sono voluti venticinque anni per arrivare al fondamentale Patto di Parigi nel 2015, un evento nel quale 196 Paesi avevano faticosamente e lungamente discusso per due settimane sino a pervenire a un accordo, ancorché limitato negli impegni fissati (contenimento del riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C e auspicabilmente a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali). Entrato in vigore l’anno seguente, già nel 2017 l’Accordo aveva visto – dopo la sciagurata elezione di Donald Trump – la defezione degli Stati Uniti e il boicottaggio del presidente brasiliano, il primo piegato (come non pochi dei suoi predecessori) agli interessi dei petrolieri, il secondo a quelli dell’agribusiness, della deforestazione selvaggia e dell’industria estrattiva.</p>



<p>La guerra all’ambiente e alla natura, di cui il cambiamento climatico è uno dei capitoli principali – che rischia anche di essere quello tragicamente conclusivo –, è in realtà un epocale suicidio di massa. Non fosse che, evidentemente, una parte dei decisori globali e la classe dei potenti della Terra hanno qualche fondata aspettativa di riuscire a far pagare i prezzi più alti della catastrofe prossima ventura a ‘quelli che stanno in basso’. Di affidarsi cioè, anche in questo caso, a quei meccanismi produttivi di diseguaglianze che così efficacemente hanno funzionato negli ultimi quarant’anni nel drenaggio di ricchezza sociale verso l’alto e, nell’ultimo quarto di secolo, nello scaricare sui più deboli i costi della crisi economica e finanziaria così come, più di recente, della crisi pandemica.</p>



<p>Si tratta anche di una guerra delle generazioni precedenti contro quelle cui viene sottratto il futuro, ma pure, prima e assieme, una guerra di una classe contro un’altra e di una parte del pianeta rispetto all’altra.</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze</h4>



<p>L’Earth Overshoot Day, vale a dire la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un dato anno supera ciò che la Terra è un grado di rigenerare in quell’anno, nel 2021 è caduto il 29 luglio. Nel 1970 era stato il 29 dicembre: e questo ci dice l’incredibile e irresponsabile velocità e intensità con la quale vengono dilapidate le risorse naturali. In solo mezzo secolo l’umanità è arrivata ad aver bisogno di 1,7 pianeti per soddisfare annualmente le proprie attuali necessità. A evidente discapito delle generazioni future, cui vengono sottratti diritti e possibilità, ma anche di chi, vivendo in questo tempo, subisce gli effetti dannosi e letali di questo modello di sviluppo, di cui il Covid-19 è solo l’ultimo, ancorché più grave e generalizzato e, al solito, inegualmente distribuito, giacché terapie e vaccini sono accessibili da una piccola minoranza della popolazione mondiale.</p>



<p>Diseguale è anche l’incidenza nella cosiddetta impronta ecologica, in quanto 1,7 è la media, ma i Paesi con maggior deficit ecologico sono gli Stati Uniti, che consumano le risorse corrispondenti a quelle di 5 pianeti, l’Australia di 4,6, la Russia di 3,4, Francia, Germania e Giappone di 2,9, Italia, Portogallo e Svizzera di 2,8, il Regno Unito di 2,6, la Spagna di 2,5, la Cina di 2,3, il Brasile di 1,8, l’India di 0,7 (Global Footprint Network, 2021; Earth Overshoot Day, 2021).</p>



<p>Così come diseguale e assai differenziato è il contributo che le diverse aree mondiali danno al riscaldamento globale. Tra il 1990 e il 2015 il 10% più ricco della popolazione mondiale (circa 630 milioni di persone) è stato responsabile del 52% delle emissioni cumulative di carbonio. L’1% più ricco, da solo, è responsabile del 15% delle emissioni, più di quante non ne abbia prodotte l’intera Unione europea. Il 50% più povero (circa 3,1 miliardi di persone) è stato responsabile solo del 7% delle emissioni e ha usato appena il 4% del bilancio di carbonio disponibile (Oxfam, Stockholm Environment Institute, 2020).</p>



<p>Anche riguardo al clima, insomma, vige la più classica e indiscutibile regola del capitalismo: i profitti sono privatizzati e concentrati, mentre i costi sono distribuiti e convogliati verso i ceti – o, in questo caso, le aree geografiche – più deboli. E i più forti tra i forti dettano la legge assoluta. Come apertamente ebbe a dire il presidente americano George H.W. Bush al Summit della Terra a Rio de Janeiro del 1992: “Lo stile di vita americano non è negoziabile”. Tutto il resto ne consegue.</p>



<h4 class="wp-block-heading">8. Lobby e think-tank contro il clima</h4>



<p>Anche sulle cause della pandemia, proprio come sui cambiamenti climatici, la ricerca più qualificata e gli allarmi degli scienziati più autorevoli nulla o poco sembrano potere di fronte alla potenza e ai condizionamenti degli interessi economici più strutturati, in particolare di quelli delle imprese multinazionali. Il negazionismo climatico, che ha avuto nel passato presidente degli Stati Uniti uno dei massimi interpreti e rappresentanti, è una delle espressioni di quel potere e della sua capacità – o comunque della pervicace volontà – di modificare non solo le decisioni politiche, volgendole a proprio favore, ma anche la percezione diffusa della realtà. Significativa al riguardo una ricerca che documenta come l’industria petrolifera e del gas stia utilizzando massicciamente i social media per pubblicare annunci che promuovono l’uso di combustibili fossili, diffondono disinformazione sui cambiamenti climatici minimizzandone gli effetti, accreditano i consumi di gas fossile come ‘verdi’, alimentano campagne fraudolente di <em>greenwashing</em>.</p>



<p>I ricercatori hanno rintracciato su Facebook ben 25.147 annunci pubblicati nel 2020 da appena 25 organizzazioni del settore Oil &amp; Gas, che sono stati visti oltre 431 milioni di volte. La tecnica utilizzata, differentemente dal passato, non è più la negazione totale, dato un crescente controllo da parte di investitori, autorità di regolamentazione e pubblico. Ora, riferisce il report, quelle compagnie hanno sviluppato tecniche di messaggistica più subdole e fuorvianti, quali la promozione del gas come soluzione climatica a basse emissioni di carbonio, tentando di accreditare la compatibilità climatica di petrolio e gas, il cui utilizzo è indicato come necessario per mantenere un’alta qualità della vita.</p>



<p>A remare contro le politiche sul clima attuative dell’Accordo di Parigi non sono solo le industrie petrolifere e i gruppi di pressione statunitensi conservatori e negazionisti. In Europa sono anche le associazioni di settore che rappresentano i trasporti e l’industria pesante a essere maggiormente disallineate con i tentativi della Commissione europea di attuare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale e, in particolare, con l’accelerazione contenuta nel pacchetto “Fit for 55”, adottato il 14 luglio 2021, con il quale gli Stati membri si sono impegnati a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (InfluenceMap, 2021 a; 2021 b).</p>



<p>I giganti del capitalismo digitale, dunque, guadagnano anche diffondendo disinformazione sul clima. Ma è vero e dimostrato pure l’inverso, vale a dire il finanziamento ricevuto da decine di organizzazioni non profit conservatrici e think-tank negazionisti da parte di piattaforme come Google, come rivelato già negli anni scorsi. Tra i beneficiati, il Competitive Enterprise Institute, un gruppo politico conservatore, che ha ricevuto sponsorizzazioni anche da Amazon, considerato determinante nel convincere l’Amministrazione Trump a uscire dall’Accordo di Parigi sul clima e a smantellare le precedenti normative ambientali di Barack Obama (Kirchgaessner, 2019). La scelta opposta, immediatamente dichiarata, di Joe Biden di rientrare nell’Accordo ha subito innescato le contromisure dei giganti petroliferi.</p>



<p>Nell’estate 2021 un’inchiesta di Greenpeace UK ha rivelato le strategie di ExxonMobil tese a ostacolare l’azione a favore del clima attraverso il lobbying a livello governativo. Una strategia non nuova, dato che già nel corso degli anni Novanta e, successivamente, all’inizio degli anni Duemila, la compagnia statunitense aveva organizzato e finanziato una campagna di disinformazione per alimentare dubbi sul legame tra il riscaldamento globale e i combustibili fossili. Exxon ha anche contribuito a fondare e guidare un potente gruppo intersettoriale, la Global Climate Coalition (GCC), che ha speso decine di milioni di dollari per contrastare un accordo globale vincolante sul clima già a ridosso del Vertice delle Nazioni Unite sul clima del 1997 a Kyoto. Soldi investiti con successo, dato che gli Stati Uniti non ratificarono il Protocollo. Ancora tra il 1998 e il 2014 la compagnia ha versato almeno 30 milioni di dollari per finanziare gruppi di negazione degli effetti delle fonti fossili sul clima, come l’Heartland Institute, il Competitive Enterprise Institute e la Heritage Foundation.</p>



<p><a></a> C’è, insomma, una fitta rete di centri studi che campa falsificando i dati e le risultanze scientifiche e promuovendo disinformazione sul clima. Lo stesso fanno gruppi di pressione che operano su governi e partiti, facilitati dal sistema di porte girevoli tra società petrolifere e politica. Uno degli esempi più macroscopici riguarda l’allora amministratore delegato di Exxon, Rex Tillerson, divenuto Segretario di Stato con Donald Trump.</p>



<p>L’intendimento di Biden di stanziare miliardi di dollari in energie rinnovabili per affrontare il cambiamento climatico ha rinvigorito l’azione di pressione di Exxon, che pare aver di nuovo conseguito risultati, dato il ridimensionamento della proposta del presidente, che inizialmente includeva oltre cento miliardi di dollari di sussidi per i soli veicoli elettrici, da finanziarsi anche attraverso una maggiore tassazione delle aziende del fossile (Greenpeace-Unearthed, 2021).</p>



<p>Quello che ormai è emerso con evidenza inoppugnabile è che le compagnie petrolifere sono a conoscenza degli effetti dei combustibili fossili sul riscaldamento globale da oltre mezzo secolo, ben prima che la questione arrivasse alla consapevolezza pubblica e cominciasse a preoccupare i decisori politici. C’è quindi un dolo che dovrebbe far parlare di crimini ambientali consapevoli di enorme portata e che in effetti stanno moltiplicando le cause legali contro l’industria fossile (Pattee, 2021).</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano</h4>



<p>I due presidenti che più hanno rappresentato e sostenuto il negazionismo climatico e avversato le misure contro il riscaldamento globale, Donald Trump e Jair Bolsonaro, si sono anche contraddistinti per la negazione e sottovalutazione della pandemia da coronavirus. Secondo gli ex presidenti del Brasile Dilma Rousseff e Luiz Inácio Lula da Silva, Bolsonaro va considerato responsabile quanto meno di una parte dei morti di Covid-19 nel loro Paese, che è stato particolarmente colpito. Proprio per questo entrambi lo definiscono senza remore “un genocida”. La stessa accusa gli rivolgono le comunità indigene, che lo hanno denunciato alla Corte Penale Internazionale per le politiche di deforestazione.</p>



<p>Al 18 agosto 2021 Stati Uniti e Brasile erano il primo e terzo Paese a livello globale con 37.023.466 casi di contagio e 623.338 morti il primo e 20.416.183 casi e 570.598 vittime il secondo (Johns Hopkins University, 2021).</p>



<p>Le cifre ufficiali sulla mortalità da Covid-19, peraltro, vengono sempre più spesso considerate significativamente sottostimate. Sia riguardo gli Stati Uniti (Lewis, Montañez, 2021), sia in generale. Da ultimo, secondo gli analisti di <em>The Economist</em>, il bilancio reale potrebbe essere addirittura più di tre volte superiore ai 4,6 milioni ufficialmente censiti a inizio settembre 2021, arrivando a un conteggio di 15 milioni di morti. Ma già l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, a fronte dei 1.813.188 ufficialmente deceduti al 31 dicembre 2020, riteneva che il vero bilancio delle morti attribuibili direttamente e indirettamente al Covid-19 a quella data arrivasse almeno a tre milioni (The Economist, 2021; WHO, 2021).</p>



<p>A differenza di Donald Trump, Jair Bolsonaro continua a essere in carica e ad attuare politiche di grandissimo danno – attuale e futuro – per il suo popolo e per il suo Paese, che nel 2021 ha visto approfondita la crisi istituzionale, con continui cambi di ministri, richieste di impeachment, esplicite tentazioni di golpe, conflitti tra poteri, con il presidente messo sotto inchiesta su disposizione della Corte Suprema dell’aprile 2021 per la gestione disastrosa della pandemia, con generali che minacciano la stessa Corte apertamente e senza conseguenze o freni. Con lo stesso Bolsonaro che convoca manifestazioni dei propri sostenitori davanti alle sedi istituzionali e attacca personalmente il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes nonché il presidente del Tribunale superiore elettorale Luis Roberto Barroso, accusandolo di aver ostacolato la sua offensiva per l’introduzione del voto cartaceo in vista delle presidenziali del 2022, escamotage per ovviare al vistoso calo dei consensi.</p>



<p>Il governo di Bolsonaro, capitano dell’esercito in pensione e nostalgico della dittatura, vede un record mondiale quanto a presenza di ministri militari: sette su ventitré. Un fatto poco rassicurante, specie in un Paese che ha vissuto per vent’anni sotto un sanguinoso regime militare, dopo il colpo di Stato del 1964. Dai ministeri oggi presieduti da ufficiali delle forze armate dipendono sedici delle quarantasei imprese statali, compresa quella principale, la società di idrocarburi Petrobras. 6.157 militari, di cui più della metà in servizio attivo, occupavano nel 2020 posizioni normalmente riservate ai civili. Due dei fronti più importanti e delicati, come quello del contrasto alle deforestazioni amazzoniche e della pandemia da Covid-19, sono affidati a militari: il primo al vicepresidente e generale della riserva Hamilton Mourão e il secondo al generale Eduardo Pazuello, sino a marzo 2021 ministro della Salute. In entrambi i casi i risultati sono disastrosi (Vigna, 2021; Vandenberghe, Pereira, 2021).</p>



<p>Mentre la popolarità di Bolsonaro è in picchiata, con il crollo dei consensi inversamente proporzionale alla crescita dei morti per Covid-19, ogni suo sforzo è mirato alle elezioni presidenziali del 2022 e, anche a tal fine, alla manomissione della Costituzione. Pure in questo somigliante a Donald Trump, il presidente brasiliano non si rassegna davanti allo sfacelo politico e sociale del Paese e alla volontà popolare. Così, il 10 agosto 2021, mentre al Congresso era in discussione un emendamento costituzionale per revisionare il sistema elettorale, davanti al palazzo venivano fatti sfilare i carri armati.</p>



<p>Dieci giorni dopo Bolsonaro rilanciava su Whatsapp un messaggio più che esplicito, nel quale si parlava di un “contro-golpe abbastanza probabile e necessario” contro la Corte Suprema e il Congresso e “una Costituzione comunista che ha in gran parte sottratto i poteri al presidente della Repubblica”, invitando poi i suoi sostenitori a scendere in piazza il 7 settembre, festa dell’Indipendenza, e già paventando – di nuovo imitando l’ex presidente degli Stati Uniti – brogli alle future elezioni, dove i sondaggi danno per più che favorito l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Esattamente come nel voto del 2018, dal quale Lula era stato però escluso poiché arrestato in quello che è, infine, risultato un vero e proprio complotto. Liberato nel novembre 2019, dopo 580 giorni di ingiusta carcerazione, la Corte Suprema ha riconosciuto a Lula la candidabilità, un fatto che ha vieppiù accresciuto i timori di Bolsonaro di perdere il potere e ha alimentato minacciosi ‘tintinnar di sciabole’. Con il generale in pensione Augusto Heleno, ora membro del governo e a capo della sicurezza istituzionale, che il 16 agosto 2021 ha dichiarato: “Attualmente non ci sono motivi per l’intervento delle forze armate in Brasile, ma questa possibilità è prevista dalla Costituzione e può essere utilizzata”.</p>



<p>Nonostante questi segnali espliciti da parte dei militari, alcuni osservatori ritengono però che la minaccia maggiore alla democrazia potrebbe venire piuttosto dalle forze di polizia brasiliane, un’istituzione particolarmente violenta, che uccide quasi 6.000 persone all’anno e gode di sostanziale impunità, che Bolsonaro ha spesso favorito (Waldron, 2021).</p>



<p>Il quadro politico e istituzionale del Brasile è, dunque, in rapido deterioramento e desta grande preoccupazione a livello internazionale e notevoli tensioni nel Paese, seriamente ferito dalla crisi economica e dalla povertà, oltre che dai morti per il Covid-19.</p>



<h4 class="wp-block-heading">11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano</h4>



<p>Nel luglio 2021 la Commissione europea ha adottato il Green Deal, una serie di misure e politiche riguardo clima, energia, trasporti e fiscalità finalizzate a ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Un obiettivo ambizioso – rispetto ai ritardi accumulati – e un passaggio necessario per arrivare a un impatto climatico zero entro il 2050. A disposizione vi sono un terzo delle risorse del Recovery Fund e il bilancio settennale dell’Ue (European Commission, 2021 a).</p>



<p>Nel luglio 2020 il Consiglio europeo aveva invece approvato il Next Generation EU, chiamato anche Recovery Fund o Recovery Plan, per sostenere i Paesi dell’Unione nella difficile uscita dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia, anche in direzione della transizione ecologica. A disposizione del piano 806,9 miliardi di euro (importo espresso a prezzi correnti, equivalente a 750 miliardi di euro a prezzi del 2018).</p>



<p>Nel complesso, per costruire il dopo pandemia, l’Europa ha così messo a disposizione il bilancio a lungo termine dell’Ue, unito a Next Generation EU, costituendo il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato, per un totale di 2.018 miliardi di euro a prezzi correnti (European Commission, 2021 b).</p>



<p>Un fiume di denaro per ricostruire, sopra e dopo le macerie, un’Europa “più verde, digitale, resiliente”. Naturalmente non potevano mancare appetiti e manovre da parte delle lobby, dei poteri e delle imprese che si sentono minacciate da una transizione e una svolta davvero ‘verdi’, cioè ecologicamente compatibili.</p>



<p>Significativo il caso dell’Italia, destinataria di una parte consistente del Recovery Fund, essendo tra i Paesi più feriti dagli effetti della pandemia. A partire dall’estate 2021, destinataria di oltre 200 miliardi per investimenti da completare entro il 2026, dei quali circa 70 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Più di un terzo dovrà essere destinato alla cosiddetta transizione ecologica. Per accedere ai fondi il governo italiano ha predisposto un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), articolato in sei missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. L’Italia è il Paese che in Europa ha avuto il maggior numero di vittime per il Covid-19, come ricorda la premessa a firma del premier Mario Draghi del documento approvato; eppure, paradossalmente, nella ripartizione delle risorse l’ultima voce è la cenerentola della situazione con soli 15,63 miliardi, di cui 7 destinati a reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e i rimanenti 8,63 a innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale (Governo italiano, 2021). Una somma dunque complessivamente esigua, peraltro in parte a forte rischio – tanto per cambiare – di finire a finanziare la sanità privata.</p>



<p>La gestazione e messa a punto del PNRR ha attraversato due esecutivi: il secondo governo Conte e quello che lo ha poi seguito, retto da Mario Draghi e in carica dal 13 febbraio 2021. Tre le versioni in corso d’opera, per arrivare alla quarta, quella definitiva, dopo che a giugno 2021 la Commissione europea ne ha cassate alcune parti ambientalmente discutibili relative a investimenti per l’idrogeno prodotto da gas fossile, fortemente sostenuti da Eni.</p>



<p>L’associazione ReCommon ha dedicato un dettagliato report all’arrembaggio delle compagnie fossili ai fondi concessi all’Italia: “Multinazionali come Eni e Snam hanno letteralmente invaso i centri decisionali dello Stato, riuscendo, complice anche una mancanza di visione e politica industriale, ad abbindolare i governi con chimere e false soluzioni come l’idrogeno, la cattura dell’anidride carbonica e il biogas. Specchietti per le allodole dietro cui si cela il tentativo di prolungare la vita al gas e alle infrastrutture fossili”.</p>



<p>Tra il luglio 2020, data in cui il Recovery Plan è stato varato, e l’aprile 2021, in cui il PNRR italiano è stato trasmesso alla Commissione europea, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano. Eni è riuscita a far sì che le successive versioni del PNRR “collimassero sempre più con il suo piano industriale”. La pressione lobbistica, che “ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi”, ha avuto come obiettivo “non solo un consistente accesso alle risorse del Piano, ma anche lo smantellamento capillare di quei pochi strumenti legislativi a cui le comunità potevano ricorrere per opporsi ai progetti imposti sui loro territori” (ReCommon, 2021). Obiettivi sostanzialmente raggiunti, pur in parte ridimensionati dall’intervento correttivo della Commissione europea.</p>



<p>Il PNRR italiano, insomma, rimane interno alle logiche di politica economica basate sulla centralità delle misure di stimolo e sulla crescita, e al modello di sviluppo precedenti la pandemia, rimuovendo il fatto che quei modelli sono, anche, alla radice della stessa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dall’introduzione del 19° Rapporto sui Diritti Globali, “Stato dell’impunità nel mondo. Un altro mondo è possibile”, Ediesse Edizioni, novembre 2021. Studio Promosso da Association Against Impunity and for Transitional Justice, Curato da Associazione Società INformazione Onlus, con la partecipazione di Cgil. Sergio Segio è il curatore del Rapporto. Qui i dettagli <a href="https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/</a>. Per i riferimenti bibliografici contenuti in questo estratto, vedi l’introduzione completa pubblicata nel Rapporto</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L’egemonia pandemica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/legemonia-pandemica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 14:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" data-type="post" data-id="5623" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
Antonio Gramsci, <em>L’Ordine Nuovo</em>, 1919-1920</pre>



<p class="has-drop-cap">Due domande ricorrono nella mente.</p>



<p>La prima: com’è possibile che milioni di persone abbiano cessato di utilizzare la logica per leggere la realtà, abbiano abdicato alla razionalità che collega fra loro dati, numeri e fonti, e continuino a prestare fede a una classe dirigente che sta gestendo una pandemia con contraddizioni continue, incongruenze, illogicità e affermazioni che la stessa realtà si occupa di smentire dopo pochi giorni (1). È un fatto che non si può spiegare con la semplice capacità di persuasione di una propaganda martellante: c’è altro.</p>



<p>La seconda: com’è possibile che, per la maggior parte, l’informazione e la cultura italiana (anche la scienza è cultura), si prestino da due anni a essere strumento di propaganda senza opporre alcun ragionamento, critica, contestualizzazione agli atti del potere politico; rinunciando non solo alla propria deontologia – i mestieri di giornalista e di medico implicano una responsabilità legata all’etica – ma non temendo nemmeno di apparire stolte marionette; certi dunque che nessun cittadino, un giorno, chiederà loro conto di ciò che stanno facendo.</p>



<p>Sono due domande che scomodano Gramsci e i suoi concetti di ‘egemonia’ e di ‘intellettuale organico’; e un fatto, su tutti, ha rivelato oltre quale limite questa situazione si è spinta. Il 27 novembre scorso il senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, è ospite alla trasmissione <em>In onda</em> su La7: le sue affermazioni hanno fatto il giro della Rete, quindi sono ormai note. Ma partiamo comunque dalle parole (i corsivi sono miei).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le parole</h4>



<p>“Da due anni,” afferma Monti, “con lo scoppio della pandemia, di colpo, abbiamo visto che il modo in cui abbiamo organizzato il nostro mondo <em>è desueto, non serve più</em>. Due cose sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo, dal punto di vista della sanità. Comunicazione: subito abbiamo iniziato a usare il termine ‘guerra’ perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla guerra […] Io credo che bisognerà, andando avanti questa pandemia, e comunque <em>per futuri disastri globali della salute</em>, trovare un sistema che concili certamente la libertà di espressione, ma <em>che dosi dall’alto l’informazione</em>”. E ancora: “Comunicazione di guerra significa che c’è un <em>dosaggio dell’informazione</em>, che nel caso di guerre tradizionali è odioso perché <em>vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente</em>, ma nel caso di una pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato ma contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo, io credo che bisogna trovare delle modalità <em>meno democratiche</em> secondo per secondo&#8230;” E continua, Monti: “Abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? E bene che siano venute da parte dei governi. Quindi in una <em>situazione di guerra</em>, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico, pena il disastro del Paese e di ciascuno, <em>si accettano delle limitazioni alla libertà</em>. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi profonda sciocchezza, su qualsiasi media, come un diritto inalienabile garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: signori, in caso di guerra&#8230;” E conclude: “[In un regime democratico il dosaggio dell’informazione dovrebbe farlo] il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già in questo, perché subiamo delle limitazioni molto più gravi che non la <em>limitazione nel conoscere</em> o la limitazione nell’ascoltare opinioni, perché subiamo delle limitazioni nel nostro modo di vita”.</p>



<p>I concetti espressi sono talmente chiari da non aver bisogno di essere spiegati. Giusto qualche considerazione sui corsivi applicati:</p>



<p>1. Monti parla del presente ma ha lo sguardo rivolto al futuro, e dà per scontato l’avvento di ulteriori “disastri globali della salute”: dunque in qualche modo non ritiene temporaneo lo stato di emergenza nel quale viviamo da due anni, al punto da definire “desueta” l’organizzazione che ci siamo dati finora come società;</p>



<p>2. Monti considera la pandemia una “situazione di guerra” che legittima “limitazioni alla libertà”, e valuta quella ulteriore che propone, ossia una informazione “dosata dall’alto”, “meno democratica” e controllata dal governo, meno grave rispetto ad altre a cui abbiamo acconsentito; “la limitazione del conoscere” o “nell’ascoltare opinioni”, insomma, dovrebbero essere più accettabili della limitazione al movimento personale che abbiamo – e stiamo – subendo; come se il diritto del cittadino a essere informato fosse qualcosa che non inerisce al “nostro modo di vita”, che riguarda invece viaggiare, fare shopping, andare al ristorante&#8230; e naturalmente lavorare. Produci-consuma-(crepa), sembrerebbe. E <em>non</em> pensare.</p>



<p>Sono parole gravi, è evidente. Tuttavia il problema non è tanto che Monti le abbia pronunciate – perché sappiamo chi è Monti, politicamente ed economicamente, quindi non sorprende che gli siano uscite di bocca. La gravità sta in altri due aspetti.</p>



<p>Il primo. I tre giornalisti in studio (Concita de Gregorio, David Parenzo e Marco Damilano) non sobbalzano sulla sedia né respingono seduta stante come ‘inaccettabili’ quelle dichiarazioni da parte di un senatore a vita; anzi. In un imbarazzo visibile – indice del fatto che si rendono conto di ciò che Monti sta affermando – balbettano un ripetitivo “è interessante quel che dice, spieghi bene il concetto” (!). Damilano tenta perfino una difesa (non richiesta) dello stesso senatore: “Io non credo che Monti stia attaccando la libertà di parola nostra, dei cittadini e di chi fa il nostro mestiere, credo che stia segnalando un problema […] cioè che tutti dicono la qualunque su qualunque cosa, spesso senza averne la competenza”. Abbiamo dunque una complicità tra Monti – che lancia la palla – e i giornalisti – che la tengono in campo. Al punto che il giorno successivo, quando il clamore suscitato dall’affermazione impone al senatore un chiarimento, Monti si appoggia proprio sui giornalisti per confermarla: “Al di là del termine infelice,” dichiara, “il tema esiste, al punto di essere stato argomento di dibattito con i tre autorevoli giornalisti in studio, per svariati minuti”.</p>



<p>Secondo punto. Se Monti pronuncia queste parole, e con la calma di chi le sta ben soppesando, significa che ritiene di <em>poterle</em> pronunciare: in televisione, in prima serata, in una trasmissione che ha un pubblico diffuso. Significa che ritiene che i cittadini italiani sono pronti a sentirle.</p>



<p>Vediamo Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’egemonia</h4>



<p>Già Marx, nella <em>Ideologia tedesca</em> (1846), scrive che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”; Gramsci approfondisce, aggiorna l’analisi alle società moderne e va oltre. Il concetto di ‘egemonia’ che sviluppa nei <em>Quaderni del carcere</em> (2), collegato alla riflessione sullo Stato e sulla società civile, è ampio e sfaccettato: qui ne utilizzeremo solo alcuni aspetti. Chiaramente la riflessione nasce storicamente nell’ambito del pensiero comunista e intende analizzare come la sovrastruttura di una società capitalistica riesca, utilizzando molteplici mezzi, a creare una visione del mondo che legittima il capitalismo, e a far sì che tale visione venga assimilata anche dalla classe antagonista al Capitale, ossia dai lavoratori; che in tal modo danno, paradossalmente, il proprio consenso a una sistema economico che li sfrutta e li impoverisce, anziché opporvisi. Nel tempo l’uso del concetto è uscito dall’alveo del pensiero di sinistra per essere utilizzato trasversalmente negli ambiti più diversi, dall’economia alla geopolitica; ma il nucleo del significato è rimasto.</p>



<p>Semplificandone la complessità, possiamo dire che Gramsci introduce l’‘egemonia’ opponendola al ‘dominio’: entrambi rappresentano l’esercizio di un potere, ma se il dominio è ‘forza’ e ‘costrizione’, l’egemonia è “direzione <em>intellettuale</em> e <em>morale</em>” – da qui la locuzione ‘classe dirigente’, che è altra cosa da ‘classe dominante’: è attraverso l’egemonia, dice Gramsci, che la classe dominante si accredita come classe dirigente.</p>



<p>L’egemonia infatti crea, in estrema sintesi, la nostra concezione del mondo: idee, ideologie, valori, principi, simboli, sensibilità, abitudini, modi di vivere&#8230; per dirla con Gramsci: “La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza […] quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre anche tale concezione”.</p>



<p>Caratteristica peculiare dell’egemonia è quella di generare <em>consenso</em>: è una relazione di autorità che si basa sul consenso dei soggetti subordinati. Un consenso che nasce grazie al “prestigio” e alla “fiducia” che i cittadini riconoscono al “fondamentale gruppo dominante”. Ne consegue che quello egemonico è un potere <em>riconosciuto</em> – poiché si basa sul consenso – e quindi ritenuto <em>legittimo</em>, a differenza del ‘dominio’ il quale, basandosi sulla forza e la costrizione, è un potere ‘di fatto’, ossia si può esercitare anche quando il soggetto subordinato non lo riconosce.</p>



<p>Inoltre, appoggiandosi a prestigio e fiducia, il rapporto di egemonia non può che essere “pedagogico”. Scrive Gramsci: “Il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente ‘scolastici’ […]. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di ‘egemonia’ è necessariamente un rapporto pedagogico”.</p>



<p>E non è affatto un potere mite. Perché se anche non utilizza la forza, il consenso è ottenuto tramite strategie manipolative, indottrinamento, costruzione di falsi miti e narrazioni funzionali al consolidamento del potere dominante: agisce nella sfera psicologica/emotiva/ideologica anziché in quella fisica, e l’assenso che produce non è quindi libero né attivo ma eterodiretto e passivo.</p>



<p>Infine, l’egemonia è “ovunque” e “sempre”, e questo significa che pervade la nostra vita in un modo totalizzante. La società civile la esercita attraverso realtà private di ogni tipo, dagli organi di informazione alla letteratura, al cinema, alla pubblicità, alla stessa produzione capitalistica (la merce come feticcio, da Marx, che replica alienazione e contemporaneamente colonizza l’immaginario); lo Stato la esercita mediante le sue istituzioni – scuola, università, radio e televisione pubblica ecc. – e attraverso “tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio”.</p>



<p>Nelle società moderne, quindi, non esiste potere senza egemonia, non c’è Stato senza egemonia, afferma Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli intellettuali organici</h4>



<p>Anche nel caso della categoria degli ‘intellettuali’ la riflessione di Gramsci è ampia e articolata, e ne utilizzeremo solo una parte; Gramsci arriva a dire che “tutti gli uomini sono intellettuali” – perché a tutte le funzioni sociali attengono relazioni intellettuali, ossia capacità di <em>dirigere</em> e generare <em>consenso</em> – “ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali […]. Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti”. Chiaramente, i giornalisti rientrano nella categoria degli intellettuali; ma anche gli scienziati – virologi, medici ecc. – i sociologi, i sondaggisti così come gli artisti nel senso più ampio (attori, scrittori, cantanti, <em>influencer</em> vari&#8230;).</p>



<p>“Gli intellettuali sono i ‘commessi’ del gruppo dominante” scrive Gramsci (3): hanno la funzione di rappresentare e veicolare le idee e la visione del mondo della classe dominante. Organizzano sia il “consenso ‘spontaneo’ dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante”, sia la legittimazione “dell’apparato di coercizione statale che assicura ‘legalmente’ la disciplina di quei gruppi che non ‘consentono’ né attivamente né passivamente”. In altre parole: gli intellettuali si fanno strumento di potere sia per produrre egemonia (consenso) sia per legittimare il dominio (la repressione dell’apparato coercitivo dello Stato) su quella parte di cittadini che all’egemonia, ossia al pensiero dominante, si oppongono.</p>



<p>Gli intellettuali organici sono una categoria fondamentale perché creano l’opinione pubblica, e “ciò che si chiama ‘opinione pubblica’ è strettamente connesso con l’egemonia politica” scrive Gramsci. E: “Lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata, cioè organizza e centralizza certi elementi della società civile”. La combinazione della forza (dominio) e del consenso (egemonia) è l’esercizio del potere come si esercita nel regime parlamentare, afferma Gramsci (4), in un equilibrio mobile a seconda delle circostanze, “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi <em>cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<p>Com’è strutturato al suo interno il campo degli intellettuali? “Nel più alto gradino troviamo i ‘creatori’ delle varie scienze, della filosofia, della poesia ecc.; nel più basso i più umili ‘amministratori e divulgatori’ della ricchezza intellettuale tradizionale, ma nell’insieme tutte le parti si sentono solidali. Avviene anzi che gli strati più bassi sentano di più questa solidarietà di corpo e ne traggano una certa ‘boria’”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La pandemia</h4>



<p>Veniamo a oggi.</p>



<p>L’egemonia che la classe dirigente è riuscita a esercitare sui cittadini italiani in questi ultimi due anni è senza precedenti: perché arrogandosi la patente di ‘Verità’ scientifica e di ‘Progresso’ tecnologico e creando lo stigma del no-vax/no-pass anti-scienza, irrazionale e complottista, ha fatto uso di una campagna delegittimatoria totalizzante nei confronti di ogni tipo di opposizione, e storicamente è difficile che accada in una democrazia. La narrazione pandemica – vaccini, rischi/benefici, effetti collaterali, cure alternative, emergenza, Green Pass, contagi, morti, immunità, mascherine, distanziamento, lockdown&#8230; – è stata pervasiva (h24), terrorizzante (lo è tuttora) e assoluta. È stata “sempre” e “ovunque”, ha determinato “una riforma delle coscienze” e creato una “nuova concezione del mondo”, ci ha “diretto intellettualmente e moralmente” con il nostro consenso perché, ignoranti e spaventati, abbiamo riconosciuto “fiducia” e “prestigio” allo Stato (la classe politica dominante/dirigente, che fosse personificata da Conte, Draghi, Mattarella, Figliuolo ecc.) e ai ‘virologi di Stato’, e ci siamo accomodati nel ruolo di bambini all’interno del rapporto pedagogico così impostato.</p>



<p>“Commessi” della classe dominante sono stati – e sono – i giornalisti, gli influencer, i personaggi dello spettacolo e gli scienziati a vario titolo: ossia gli “intellettuali organici” ligi al compito a loro riservato di creare consenso, indirizzare l’opinione pubblica o, se questa volta vogliamo utilizzare le parole di Mario Monti anziché quelle di Gramsci, “far virare la coscienza e la consapevolezza della gente”. Difficile riuscire a capire in quale percentuale in loro si mescolino incapacità, stupidità, pigrizia, vigliaccheria, malafede, buonafede, convenienza – e se tutti gli ingredienti siano presenti: quel che è accaduto il 27 novembre alla trasmissione <em>In</em><em> onda</em> ne fa dubitare. Perché ammesso e non concesso che un “commesso” assolva al proprio ruolo in buonafede nel caso della narrazione pandemica, quella buonafede non la si può altrettanto concedere quando quel “commesso” offre la sponda a un senatore a vita che invoca la censura governativa sulla stampa.</p>



<p>Di certo, oggi Monti ritiene che l’egemonia sia salda al punto da poter fare un ulteriore passo avanti: limitare la libertà d’informazione con il consenso dei cittadini. Non avrebbe pronunciato – e successivamente confermato – quelle parole in televisione se non fosse convinto che i tempi siano maturi. E purtroppo, vista la velocità con la quale la strada intrapresa viene percorsa – ne sono cartina tornasole il Green Pass sempre più discriminatorio e l’accettazione remissiva di continue dosi di vaccino – il senatore ha probabilmente ragione. Eppure, parallelamente, significa anche che la classe dirigente inizia a temere l’impatto sulla società del pensiero critico; nelle parole di Gramsci, significa che il potere egemonico paventa una “una crisi di autorità”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crisi di autorità</h4>



<p>Il potere è saldo finché è egemone, ci dice Gramsci. Il consenso è la sua forza, ma anche il suo punto debole, perché si basa su un processo che coinvolge la soggettività; e lì si può generare subordinazione acritica così come un pensiero antagonista.</p>



<p>La “crisi di egemonia della classe dirigente avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse, […] o perché vaste masse […] sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” Quando avviene, scrive Gramsci, vediamo agire la “doppia natura del Centauro machiavellico, della forza e del consenso, del dominio e dell’egemonia, della violenza e della civiltà […], dell’agitazione e della propaganda, della tattica e della strategia”. Ossia: la classe dominante/dirigente esercita contemporaneamente entrambi i poteri: a un maggiore utilizzo dell’apparato repressivo dello Stato corrisponde una maggiore pressione nell’ambito dell’egemonia. È ciò che stiamo vivendo.</p>



<p>Per quanto ancora egemone, la narrazione pandemica prodotta dallo Stato e dai suoi “commessi” mostra nuove crepe ogni giorno che passa: l’immunità vaccinale dura sempre meno, non blocca la trasmissione del virus, la nuova variante Omicron, stando ai primi riscontri, sembra essere meno preoccupante, eppure devono vaccinarsi anche i bambini – a fronte di una totale assenza di conoscenza sugli effetti a lungo a termine del vaccino. Siamo davanti a un fallimento sempre più visibile. Sei milioni di italiani (così titolano i quotidiani, ossia grossomodo il 10%) non si sono vaccinati e sono sempre più rumorosi nelle piazze no-vax/no-pass del sabato pomeriggio, mentre una informazione critica e argomentata, basata su fonti autorevoli, sta crescendo in Rete. Se questa informazione dovesse diffondersi maggiormente tra i cittadini si rischierebbe la “crisi di autorità”. È per questo che Monti chiama alla censura, con la condiscendenza dei tre giornalisti in studio. Occorre evitare che il dubbio si diffonda; che milioni di italiani si mettano in fila per la terza dose meno fiduciosi ed entusiasti della prima volta e chiedendosi se ci sarà anche la quarta e che senso abbia tutto questo; che altri milioni accettino il <em>booster </em>solo perché costretti dal Green Pass in scadenza, e dunque con animo bellicoso perché, a differenza delle vaccinazioni precedenti, questa volta si sentono <em>costretti</em> a farlo.</p>



<p>“Doppia natura del Centauro machiavellico”, scrive Gramsci.</p>



<p>Sul piano dell’egemonia, il potere strepita in modo sempre più forsennato al terrore e all’emergenza (indipendentemente dai numeri reali) accusando i no-vax dell’aumento dei casi positivi – nonostante l’ormai riconosciuta deficienza dei vaccini nel proteggere dalla trasmissione del virus. Utile capro espiatorio da sbattere in prima pagina, i no-vax sono perfetti per compattare una popolazione che <em>non deve</em> avere dubbi e aizzarla contro un ‘nemico’, e per nascondere il fallimento della classe dirigente nella gestione della pandemia.</p>



<p>Sul piano del dominio, al disciplinamento del Green Pass ‘base’ (5) si è accompagnata la repressione del ‘super’ Green Pass: a cittadini che non hanno commesso alcun reato, amministrativo o penale, bensì nel rifiutare un trattamento sanitario stanno esercitando un diritto che (ancora) la Costituzione gli riconosce, è vietato per legge accedere ad alcuni luoghi.</p>



<p>Da sinistra, c’è chi afferma che quella del Green Pass – e in generale la gestione della pandemia – non è la battaglia da combattere; i problemi sono altri, dicono: il lavoro, i licenziamenti, la povertà in aumento&#8230; Certamente. Ma al di là del fatto che la sinistra dovrebbe lottare contro ogni discriminazione e il Green Pass ne crea una, forse ciò che sfugge è che l’emergenza e la pandemia sono gli strumenti che la classe dominante/dirigente sta usando per disegnare una nuova società e su di essi è riuscita a produrre una nuova egemonia: se non li denunciamo come tali, non può esserci opposizione. “Le ideologie sono per i governati delle mere illusioni, un inganno subito,” scrive Gramsci, “mentre sono per i governanti un inganno voluto e consapevole. Per la filosofia della <em>praxis</em> le ideologie sono tutt’altro che arbitrarie; esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti, per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della <em>praxis</em>”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) In merito all’illogicità della gestione pandemica Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>



<p class="has-small-font-size">2) I virgolettati di Gramsci sono tratti da: Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, Einaudi, 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Gramsci riflette anche sul fatto che ogni ogni classe sociale ha i propri intellettuali e quindi una classe può, anzi deve cercare di, essere ‘dirigente’ prima di divenire ‘dominante’, ossia deve creare egemonia nella società: è l’egemonia culturale che un tempo in Italia – ormai non più – apparteneva alla sinistra. Ma è un altro discorso rispetto all’analisi di questo articolo</p>



<p class="has-small-font-size">4) Gramsci analizza l’utilizzo del dominio e dell’egemonia anche in un regime dittatoriale come quello fascista, ma è un’analisi che ci porterebbe fuori focus rispetto a questo articolo </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>
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