Dal testo di Aldous Huxley al film di Ken Russell, I diavoli di Loudon tra desiderio, fede, storia e politica
Può un libro essere, al contempo, un romanzo, un saggio storico, una pungente satira, una sottilissima indagine psicologica e un testo mistico? Se parliamo di un autore come Aldous Huxley, sì. Perché è appunto questa la complessa natura de I diavoli di Loudon, opera che, attraverso varie lenti argomentative, tratta della presunta possessione demoniaca che avrebbe interessato un intero convento di suore orsoline negli anni Trenta del XVII secolo nella cittadina di Loudun, Francia, pubblicata per la prima volta nel 1952. Da questo lavoro John Withing, nel 1960, avrebbe tratto una pièce teatrale; nel 1969, il compositore polacco Krzysztof Penderecki vi si sarebbe ispirato per un’opera lirica in tre atti, con libretto in tedesco; e, infine, nel 1971, il regista britannico Ken Russell avrebbe portato la storia sul grande schermo con il suo film più bello, discusso, controverso: I diavoli, per l’appunto.
La narrazione prende presumibilmente le mosse dall’anno 1631. Urbain Grandier, interpretato da un magistrale Oliver Reed, parroco della chiesa di San Pietro nella cittadina di Loudun, mentre celebra il funerale del vecchio governatore – figura generica in cui Ken Russell sembra riunire diversi personaggi storici, appartenenti al ramo dei Sainte-Marthe – introduce già lo spettatore al clima dell’epoca, caratterizzato, tra le altre cose, da feroci guerre di religione…
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