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Home Politica Internazionale

Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo

Giovanna Cracco by Giovanna Cracco
4 Marzo 2026
in Internazionale, Politica, Ultimo Numero
0
Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo

New York, 23 gennaio 2026. Photo by Christian Caurla

  • (Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)

Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere

“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”
Erich Fromm, Fuga dalla libertà

Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.

Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).

Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.

Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante scivolone, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine…

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Tags: autoritarismocapitalismodemocraziaStati Uniti
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