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	<title>guerra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sat, 09 May 2026 10:21:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>guerra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Tecnologia e guerra: dal nemico interno a quello esterno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/tecnologia-e-guerra-dal-nemico-interno-a-quello-esterno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:25:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme “Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno scienziato dedito a una sorte di scienza malvagia e folle. Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare la scienza.”
Peter Thiel (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">In un articolo pubblicato su The Washington Post nel giugno 2024 (2), Alex Karp – cofondatore e CEO di Palantir Technologies – e Nicholas W. Zamiska – responsabile degli affari istituzionali e consulente legale dell’ufficio dell’amministrazione di Palantir – paragonano l’era atomica a quella attuale dominata dall’intelligenza artificiale. Quando il 16 luglio 1945 un gruppo di scienziati e di governatori si riunì in una desolata distesa di sabbia nel deserto del New Mexico per assistere al primo test nucleare della storia dell’umanità, “J. Robert Oppenheimer rifletté sulla possibilità che questo potere distruttivo potesse in qualche modo contribuire a una pace duratura”. La speranza di Oppenheimer richiama quella di Alfred Nobel che, dopo aver visto l’utilizzo della dinamite nella fabbricazione delle bombe, dichiara: “L’unica cosa che impedirà alle nazioni di iniziare una guerra è il terrore”. Karp e Zamiska ricordano però che “l’era atomica potrebbe presto volgere al termine. Questo è il secolo del software; le guerre del futuro saranno dominate dall’intelligenza artificiale, il cui sviluppo procede a un ritmo molto più rapido rispetto a quello delle armi convenzionali”. L’accostamento tra le potenzialità dell’atomica e quelle dell’AI permette di immaginare un nuovo Progetto Manhattan volto non più a costruire una bomba ma a sviluppare un’intelligenza artificiale funzionale alla difesa&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 96</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/aumento-della-spesa-militare-e-delle-emissioni-di-gas-serra-cosa-dice-la-ricerca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
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					<description><![CDATA[Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2 Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2</p>
</blockquote>



<p><em>Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma escluso l’impatto delle guerre all’epoca in atto, è stata stimata nel 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Per dare un ordine di grandezza, se l’ambito militare mondiale fosse un Paese, nel 2019 avrebbe avuto la quarta più grande impronta di carbonio del pianeta, superiore a quella della Russia. Eppure, nel dibattito sul cambiamento climatico così come nelle misure orientate a contenerlo, promosse da istituzioni internazionali, sovranazionali – su tutte, l’Unione europea – e nazionali, l’inquinamento prodotto dalla sfera militare viene completamente ignorato. Il report di cui pubblichiamo qui un estratto*, cerca di quantificare </em>l’ulteriore <em>aumento delle emissioni di gas serra che produrrà l’attuale incremento della spesa militare, considerando anche l’orientamento dei Paesi NATO di portarla al 3,5% del Pil – all’interno di un più ampio obiettivo pari al 5%. Incremento in parte già avvenuto. “Tra il 2019 e il 2024 la spesa militare della NATO è cresciuta di circa 200 miliardi di dollari, che si traducono in una stima di circa 64 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), simile alle emissioni territoriali del Bahrein; ulteriori aumenti pianificati porteranno probabilmente a una aggiunta di altri 132 milioni di tCO2e, superiori alle emissioni territoriali del Cile”. Numeri che si sommano a quelli registrati nel 2019 e sicuramente sottostimati, vista la difficoltà a reperire i dati da un ambito, quello militare, che non li rende disponibili – e quando lo fa, sempre parzialmente – e la volontà degli stessi Stati a nasconderli, mentre spingono l’opinione pubblica all’accettazione delle politiche green. Da una parte, dunque, abbiamo la società civile che si impegna a ridurre le emissioni di CO2, dall’altra la politica che lancia una corsa al riarmo che incrementa le medesime emissioni di CO2&#8230;</em></p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal report <em>Military spending rises and greenhouse gas emissions. What does the research say?</em>, Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), settembre 2025. Creative Commons Licence, Attribution-ShareAlike 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno.</p>
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		<item>
		<title>Mining for War. Valutazione delle scorte minerarie del Pentagono</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/mining-for-war-valutazione-delle-scorte-minerarie-del-pentagono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Lorah Steichen, Transition Security Project La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Lorah Steichen, Transition Security Project</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale</p>
</blockquote>



<p><em>Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. Da decenni il Pentagono si procura direttamente alcune materie prime essenziali per gli armamenti, attraverso acquisti e meccanismi di stoccaggio, ma l’approvvigionamento era andato diminuendo dopo la fine della guerra fredda; nel 2025, con il Big Beautiful Bill, Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per la gestione di ‘minerali critici’, di cui due milioni specificamente destinati alla National Defense Stockpile del Ministero della Difesa. Lo studio di Lorah Steichen (Transition Security Project), di cui pubblichiamo qui un estratto*, esamina il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, e come la relativa incidenza metta a rischio la transizione energetica globale.</em></p>



<p><em>Che la guerra sia sinonimo di devastazione ambientale, è ovvio. Meno palese è la devastazione indiret</em><em>ta del comparto militare in sé: insieme al report della Scientists for Global Responsibility sulle emissioni di gas serra del settore militare (1), il dato aggiunto da questo studio permette di iniziare a tracciarne le coordinate.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Spinto dalle preoccupazioni relative alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, nel contesto della crescente competizione tra grandi potenze con la Cina, il Pentagono sta accelerando gli sforzi per garantire l’accesso ai cosiddetti minerali critici, essenziali per le industrie militari. Al centro di questa spinta c’è un rafforzato impegno ad accumulare questi materiali all’interno della National Defense Stockpile (NDS) della Defense Logistics Agency (DLA); un aumento di domanda che rischia di distogliere risorse vitali dalle iniziative di decarbonizzazione civile, e di accelerare la competizione militarizzata [&#8230;]. Questo briefing esamina come il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, in particolare attraverso l’accumulo di scorte, metta in discussione la transizione energetica globale. [&#8230;] Una transizione che dipende dall’accesso ai minerali, componenti essenziali delle tecnologie rinnovabili. Le stime suggeriscono che almeno trenta minerali e metalli per la transizione energetica (ETM), come litio, cobalto, grafite e terre rare (REE), costituiscano la base materiale della transizione energetica. Molti di questi stessi materiali vengono utilizzati anche per produrre tecnologie militari: dalle armi a guida di precisione ai sistemi di comunicazione avanzati, fino a un arsenale emergente di tecnologie militari come le piattaforme di guerra autonome basate sull’intelligenza artificiale. Praticamente ogni sistema d’arma moderno si basa su componenti minerali. Il governo degli Stati Uniti si riferisce a questi materiali come “minerali critici”, dove la ‘criticità’ è definita dall’importanza economica o per la sicurezza nazionale, e dalla suscettibilità alle interruzioni dell’approvvigionamento. Tali designazioni autorizzano nuove modalità di intervento statale per garantire l’accesso e la produzione, come il sostegno finanziario, l’accelerazione normativa e altri sforzi di marketcrafting. [&#8230;]</p>



<p>Dati i significativi danni sociali e ambientali associati all’attività estrattiva su larga scala, le risorse minerarie dovrebbero essere indirizzate verso settori socialmente utili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Catene di approvvigionamento minerario militarizzate</h4>



<p>Il Pentagono è un attore importante nell’acquisizione e nella pianificazione mineraria, poiché esercita un’influenza smisurata sulle catene di approvvigionamento nazionali e nella corsa globale alle risorse. Questa influenza deriva in parte dall’enorme portata delle forze armate statunitensi. Sostenuti da un bilancio annuale di mille miliardi di dollari, gli USA rappresentano quasi il 40% delle spese militari dei Paesi di tutto il mondo, e spendono per la guerra più dei seguenti nove Stati messi insieme. Anche all’interno, la spesa militare assorbe una quota sproporzionata di risorse pubbliche: il Pentagono gestisce oltre la metà della spesa discrezionale federale e quasi due terzi di tutti gli appalti federali, con contratti a imprese private che rappresentano oltre la metà della spesa militare annuale. Nel 2022, il 36% degli appalti del Pentagono è andato a sole cinque aziende private, grandi affaristi della guerra: Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon. Oltre a questi colossi industriali, il Pentagono acquista una vasta gamma di altri beni e servizi, che vanno dal cibo, al carburante, alle uniformi, alle alte tecnologie di sorveglianza, ai servizi contabili e alle materie prime. Questo vasto sistema di approvvigionamento collega la pianificazione militare statunitense alle frontiere estrattive globali, intensificando la pressione della domanda e influenzando le modalità e le fonti di approvvigionamento.</p>



<p>Oltre alle dimensioni e al budget sproporzionati, il Pentagono esercita autorità uniche rispetto ad altre agenzie, che gli consentono non solo di influenzare le catene di approvvigionamento ma anche di plasmare interi mercati: assorbendo i rischi, indirizzando gli investimenti e creando segnali di domanda che costruiscono una capacità industriale strategica per fini militari. Attraverso meccanismi come lo stoccaggio DLA e il Defense Production Act (DPA), il Pentagono si procura direttamente le materie prime e indirizza gli investimenti verso progetti selezionati di estrazione e lavorazione. Questi poteri conferiscono ai militari la libertà di orientare lo sviluppo industriale, spesso a scapito della supervisione ambientale. Per esempio, l’Ordine Esecutivo del Presidente Trump del 2025 intitolato “Misure immediate per aumentare la produzione mineraria americana”, che invoca il DPA per accelerare lo sviluppo minerario nazionale, prevede la sospensione delle normali verifiche ambientali come richiesto dal National Environmental Policy Act (NEPA).</p>



<p>Secondo una recente analisi dei finanziamenti pubblici statunitensi per progetti minerari, attraverso le autorità di spesa della Defense Logistics Agency il Pentagono ha finanziato o segnalato interesse nel sostenere almeno venti iniziative minerarie negli Stati Uniti e in Canada, per un totale, dal 2023, di quasi un miliardo di dollari. In un esempio lampante di questo ruolo di mercato in espansione, il governo USA si è mosso per acquisire partecipazioni azionarie dirette in società di “minerali critici”, un passo senza precedenti nella moderna politica industriale statunitense. A luglio il Pentagono è diventato il maggiore azionista dell’unica miniera di terre rare degli USA, acquistando 400 milioni di dollari in azioni della società MP Materials e negoziando un accordo di prelievo decennale: un contratto per l’acquisto di una quota fissa della produzione futura, sostenuto da misure di supporto dei prezzi volte a stabilizzare il mercato e garantire i rendimenti. Questo strumento, il primo di una serie di partecipazioni in diverse aziende, non solo plasma le catene di approvvigionamento dei minerali, ma consolida anche il controllo del Pentagono su di esse.</p>



<p>Un’altra espressione del ruolo crescente del Pentagono nelle catene di approvvigionamento minerario è la ripresa, attraverso la DLA, delle pratiche di stoccaggio risalenti alla guerra fredda. [&#8230;] Istituita nel 1961, la Defense Logistics Agency fu creata per centralizzare e semplificare le operazioni di approvvigionamento militare [&#8230;]. Una delle sue funzioni chiave divenne la gestione della National Defense Stockpile (NDS): nata nel 1939, la NDS è una riserva di materie prime non combustibili ritenute essenziali per la sicurezza nazionale. Fin dall’inizio, l’accumulo di scorte è stato dunque esplicitamente legato all’ambito militare: la nozione stessa di ‘criticità’ è emersa in questo contesto, definita dalla funzione strategica di un materiale e dalla sua vulnerabilità agli shock di approvvigionamento; criteri e associazioni bellicose che rimangono fondamentali per le attuali designazioni dei minerali critici.</p>



<p>Sebbene il suo ruolo sia andato diminuendo dopo la guerra fredda, la funzione di stoccaggio della DLA è riemersa, con il Pentagono che cerca di assicurarsi minerali essenziali e di ridurre la dipendenza da fonti straniere, in particolare cinesi. L’agenzia ha iniziato a rivalutare le vulnerabilità dell’approvvigionamento di terre rare già nel 2014, e più recentemente, nel contesto dei flussi di finanziamenti provenienti dal Big Beautiful Bill di Trump, ha annunciato piani per l’acquisto e l’accumulo di una serie di minerali essenziali. In precedenza, nel 2022, i Dipartimenti dell’Energia, dello Stato e della Difesa avevano firmato un accordo interagenzia per iniziare a immagazzinare materiali per “sostenere la transizione degli Stati Uniti verso l’energia pulita e per le esigenze di sicurezza nazionale”, una mossa giustificata dalla volontà di miglioramento “della sicurezza energetica americana e della competitività del XXI secolo”. Tuttavia, [&#8230;] gli esborsi tramite NDS rimangono strutturalmente orientati alle priorità militari [&#8230;].</p>



<p>La ripresa delle pratiche di stoccaggio si è sviluppata parallelamente a un più ampio cambiamento nel modo in cui gli ETM vengono inquadrati nelle informazioni, nelle politiche e nelle comunicazioni di settore. Con una crescente enfasi sull’urgenza, sulla scarsità e sulle incombenti minacce militari, la sicurezza delle catene di approvvigionamento viene sempre più presentata come essenziale per la sicurezza geopolitica e come percorso verso la stabilità economica. Questa impostazione, guidata dalle politiche e dall’industria, promuove una mentalità di “crescita a tutti i costi” che mina la regolamentazione, la definizione di standard, la cooperazione multilaterale, le prospettive a lungo termine e le ampie nozioni di diritti e responsabilità – tutti principi chiave di una giusta transizione energetica. Questa narrazione è in linea con gli interessi materiali delle multinazionali minerarie, dei produttori di armi e di altri stakeholder finanziari, che trarranno profitto dall’estrazione incontrollata sia sotto la bandiera della sicurezza nazionale, sia sotto quella della transizione energetica. Sebbene non vi sia una carenza immediata della maggior parte degli ETM, la domanda militare rischia di distogliere i materiali dalle esigenze civili di decarbonizzazione e di gonfiare le proiezioni di domanda a lungo termine; una dinamica che rischia di accelerare l’espansione mineraria, anche in assenza di scarsità a breve termine.</p>



<p>Inoltre, l’estrazione ha costi ambientali e sociali profondi. In assenza di solidi sistemi di riciclo, la crescente domanda stimola nuove iniziative minerarie in un settore globale noto per le disastrose violazioni dei diritti ambientali, umani, dei lavoratori e delle popolazioni indigene. Le attività minerarie spesso radono al suolo interi ecosistemi, generando enormi volumi di rifiuti tossici e contaminando il suolo e l’acqua: un inquinamento che può persistere a lungo dopo la chiusura della miniera, con implicazioni disastrose per la salute umana e ambientale. I danni inflitti nei siti in cui vengono estratte le materie prime per le armi, prefigurano modelli di devastazione ecologica e crisi di salute pubblica simili a quelli che si verificano in ogni fase del ciclo di vita di un’arma, dalla produzione e collaudo fino all’impiego e allo smaltimento. In altre parole, la devastazione ecologica e le eredità tossiche causate dalle tecnologie militari iniziano con l’estrazione delle materie prime, e persistono in ogni fase del loro ciclo di vita distruttivo.</p>



<p>La fusione di minacce geopolitiche e interessi commerciali, utilizzata per giustificare la crescente domanda da parte dell’esercito di minerali cosiddetti critici e dual use, riflette anche un problema più ampio: dirottare i materiali da usi civili essenziali, come le infrastrutture per le energie rinnovabili, rischia di rallentare gli sforzi di decarbonizzazione, in un momento in cui un’azione rapida è fondamentale. Inoltre, l’accumulo di scorte alimenta una pericolosa dinamica di competizione militare, nella quale l’accesso ai materiali diventa una corsa geopolitica decisa con la forza piuttosto che una risorsa condivisa per la transizione energetica globale. Accaparrandosi questi materiali per alimentare la macchina da guerra, il Pentagono non solo prosciuga le risorse necessarie per soluzioni climatiche urgenti, ma perpetua anche un ciclo distruttivo di militarismo che mina la pace e la sostenibilità globali, escludendo al contempo le funzioni civili del governo federale. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crescente riserva mineraria militare</h4>



<p>I materiali descritti in questo briefing riflettono le priorità e le tendenze emergenti in materia di stoccaggio, nonché la loro rilevanza sia per le catene di approvvigionamento militari che per le tecnologie civili per l’energia pulita. Questa analisi esamina le recenti attività di approvvigionamento della DLA, con particolare attenzione alle aggiudicazioni di contratti e alle richieste di appalto relative ai minerali critici, come elencati dal Sistema di Gestione degli Appalti del governo federale.</p>



<p>[&#8230;] Una parte significativa dei materiali utilizzati per produrre armamenti e altre infrastrutture militari passa attraverso produttori di armi privati, le cui attività sono in gran parte tenute nascoste al controllo pubblico. Questo flusso di materiali verso le infrastrutture militari – compresi sistemi di sorveglianza, piattaforme d’arma e macchine da guerra alimentate a combustibili fossili – rimane in gran parte non documentato. Non esiste una contabilità pubblica della domanda militare di minerali chiave essenziali per la transizione energetica. Questa mancanza di trasparenza costituisce una grave lacuna di rendicontazione [&#8230;].</p>



<p>Nonostante queste limitazioni, l’analisi delle recenti attività della Defense Logistics Agency dimostra l’emergere di priorità nello stoccaggio di minerali dual use, evidenziando il ruolo dell’esercito statunitense nelle catene di approvvigionamento vitali per le tecnologie militari e di transizione energetica. La DLA immagazzina circa 48 minerali e leghe in sei depositi negli Stati Uniti. Il Big Beautiful Bill di Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per minerali essenziali, di cui due milioni di dollari specificamente per la National Defense Stockpile. La tabella 1 (pag. 69) descrive i contratti e le richieste di stoccaggio DLA a partire dall’approvazione del disegno di legge.</p>



<p>Come indicato nella tabella 1, molti dei materiali inclusi nelle recenti attività di stoccaggio della Defense Logistics Agency non sono materiali tipicamente considerati essenziali per la transizione energetica. [&#8230;] Tuttavia, potrebbero essere utilizzati per supportare la rapida implementazione di tecnologie per le energie rinnovabili, e così promuovere obiettivi di decarbonizzazione più ampi. Il cobalto e la grafite, per esempio, sono ETM chiave, ampiamente utilizzati nelle tecnologie delle batterie che alimentano i veicoli elettrici e consentono l’accumulo di energia su larga scala. La quantità di cobalto e grafite che la DLA ha recentemente richiesto per la riserva di difesa nazionale potrebbe essere destinata a produrre oltre 100.000 autobus elettrici, una quota sostanziale della flotta necessaria per riordinare il sistema di trasporto statunitense e dare priorità al trasporto pubblico elettrificato, contro la dipendenza dalle automobili. Oggi sono meno di 6.500 gli autobus elettrici in circolazione in tutto il Paese.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="1003" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg" alt="" class="wp-image-9341" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, l’accumulo di energia a batteria su scala di rete, che svolge un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della rete elettrica immagazzinando e distribuendo l’energia in eccesso proveniente da fonti rinnovabili variabili come l’eolico e il solare, dovrà crescere in modo significativo per supportare la transizione energetica. Allo stesso tempo, i sistemi di accumulo a batteria richiedono un elevato consumo di minerali. Rispetto alle 1.015,23 tonnellate di cobalto destinate allo stoccaggio delle batterie nel 2024, le quasi 7.500 tonnellate destinate alla riserva della Defense Logistics Agency potrebbero essere utilizzate per produrre 80,2 gigawattora di capacità delle batterie, ovvero più del doppio dell’attuale capacità di stoccaggio energetico. [&#8230;]</p>



<p>La domanda militare di minerali di transizione potrebbe anche innescare nuove forme di distruzione ecologica, accelerando pratiche estrattive dannose. L’estrazione mineraria in acque profonde, un metodo relativamente poco testato per estrarre metalli dai fondali oceanici, sta guadagnando terreno a livello globale, nonostante le diffuse preoccupazioni sui rischi ambientali e sui benefici non dimostrati. Nel marzo 2025, il governo statunitense ha intensificato la ricerca di estrazione mineraria in acque profonde, stringendo una partnership con The Metals Company (TMC) per esplorare commercialmente l’attività mineraria nei fondali marini internazionali. Gli USA hanno giustificato la mossa definendola necessaria per garantire le catene di approvvigionamento per le tecnologie militari e l’autonomia strategica, aggirando al contempo i negoziati multilaterali in corso. La partnership è stata seguita da un ordine esecutivo che segnalava l’intenzione di “ripristinare il predominio americano sui minerali e sulle risorse critiche offshore”.</p>



<p>La spinta multimiliardaria verso l’estrazione mineraria in acque profonde si basa su affermazioni esagerate in merito alla scarsità di materiali, ai benefici sociali e ai guadagni economici. Ma lungi dal rispondere a un bisogno reale, l’ultima spinta all’estrazione mineraria in acque profonde è invischiata nei tentativi opportunistici dell’industria di capitalizzare sulla volatilità geopolitica, e di presentarla come un imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; una mossa che potrebbe aumentare l’insicurezza globale e provocare nuovi conflitti. L’aggiramento del diritto internazionale indebolisce la governance multilaterale e rischia di intensificare la competizione sulle acque contese, intensificando il conflitto nel Pacifico e trasformando i fondali marini internazionali in un’arena per l’estrazione di risorse e la competizione strategica. [&#8230;]</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dallo Studio <em>Mining for War: Assessing the Pentagon’s Mineral Stockpile</em>, Lorah Steichen, 4 dicembre 2025, Transition Security Project. Traduzione a cura di Paginauno. Per l’articolo originale, integrale e completo di note <a href="https://transitionsecurity.org/mining-for-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transitionsecurity.org/mining-for-war/</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), <em>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</em>, pag. 52. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La guerra. Esperimento Terra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7369</guid>

					<description><![CDATA[L’impatto ambientale degli esperimenti nucleari. Documenti desecretati rivelano che tra il 1945 e il 1992 gli Stati Uniti hanno effettuato 1.051 test atomici esplodendo in totale 180 megatoni, pari a 11.250 bombe di Hiroshima; 12 test hanno contemplato il lancio di razzi fino a 700 km di quota, nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma. Quali sono state le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio terrestre e sul clima?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/" data-type="post" data-id="7332">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 &#8211; gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’impatto ambientale degli esperimenti nucleari. Documenti desecretati rivelano che tra il 1945 e il 1992 gli Stati Uniti hanno effettuato 1.051 test atomici esplodendo in totale 180 megatoni, pari a 11.250 bombe di Hiroshima; 12 test hanno contemplato il lancio di razzi fino a 700 km di quota, nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma. Quali sono state le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio terrestre e sul clima?</p>
</blockquote>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Quando si imputa alle attività umane la responsabilità del cambiamento climatico, una di esse gode di un unanime e trasversale occultamento: l’attività militare. L’economia, la politica, i principali think tank, le grandi agenzie sovranazionali&#8230; nessuno ne fa citazione nei dettagliati e accalorati documenti che auspicano, o impongono, innovazioni green e transizioni ecologiche. L’industria della guerra, dalla produzione alle esercitazioni ai conflitti in giro per il pianeta, è esclusa sia dall’elenco delle cause che da quello delle soluzioni. La sua incidenza sull’ambiente è innegabile, ma la difficile quantificazione per mancanza di dati, come mostra il Report di Scientists for Global Responsibility e Conflict and Environment Observatory qui pubblicato a pag. 34, la porta, per restare nel campo semantico, ‘fuori dai radar’ della discussione.</p>



<p>D’altra parte, la guerra è morte e distruzione della biosfera e della vita; è bombardamenti e agenti chimici; è aviazione, carri armati, proiettili, gas&#8230; come si potrebbe discutere di rendere <em>ecologicamente sostenibile</em> una simile attività umana? Siamo davanti a un <em>nonsense</em>.</p>



<p>Non è l’unico. Se i danni da gas serra sono almeno conosciuti e riconosciuti, ve ne sono altri tuttora ignoti. Cosa accade se si modifica artificialmente la fascia di Van Allen inferiore, nella magnetosfera? Quali conseguenze porta un’esplosione atomica nella ionosfera? Quali sono gli equilibri esistenti tra alta atmosfera, superficie e nucleo della Terra e quale la relazione tra Sole, magnetosfera, ionosfera e clima terrestre? Sono domande a cui oggi possiamo dare solo parziali risposte, e sessant’anni fa, quando sono stati fatti detonare ordigni nucleari nello Spazio, quasi nessuna. Alla cieca, i governi di Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina si sono messi a giocare d’azzardo con il pianeta, ponendo come prioritario l’obiettivo di testare la potenza distruttiva dell’arma atomica e, soprattutto, di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I test nucleari</h4>



<p>Tra il 1945 e il 1992 si contano più di 2.000 test atomici effettuati da Stati Uniti, URSS, Francia, Gran Bretagna e Cina (vedi Grafico 1, pag. 8) – impossibile avere il numero esatto, a causa della segretezza che ancora copre alcune operazioni. Gli USA hanno declassificato gran parte del loro archivio nucleare e questo rende possibile avere dati, se non esaustivi, almeno ufficiali. Ci focalizziamo quindi sui test statunitensi, non dimenticando tuttavia che rappresentano solo la metà delle esplosioni atomiche che investono il pianeta a partire dall’immediato dopoguerra; quelle sovietiche, in particolare, sono state simili per obiettivi e portata distruttiva.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="464" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84.jpg" alt="" class="wp-image-8491" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: <em>The Nuclear Testing Tally</em>, Arms Control Association, agosto 2023, <em><a href="https://www.armscontrol.org/factsheets/nucleartesttally" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.armscontrol.org/factsheets/nucleartesttally</a></em></figcaption></figure>
</div>


<p>Tra il luglio 1945 e il dicembre 1992 gli Stati Uniti conducono 1.051 test nucleari (1): 106 nel Pacifico (isole Marshall e atollo Johnston), tre nell’Atlantico meridionale (1.100 miglia a sud-ovest di Città del Capo in Sudafrica), 925 nel Nevada e 17 tra Colorado, Nuovo Messico e isole Aleutine al largo dell’Alaska. 204 sono tenuti segreti fino al 7 dicembre 1993, quando l’allora Segretario dell’Energia Hazel O’Leary li rende pubblici. La gran parte è sotterranea (836), ma ci sono anche esplosioni in superficie e sottomarine, e 210 sono test atmosferici; tra questi ultimi, 12 contemplano il lancio di razzi, ad altitudini fino a 700 km nella magnetosfera. In totale, vengono esplosi 180 megatoni, di cui 141 nell’atmosfera. Per dare un ordine di grandezza, la bomba sganciata su Hiroshima è di circa 16 chilotoni: ciò significa che i soli test degli Stati Uniti hanno rilasciato una potenza nucleare pari a 11.250 bombe di Hiroshima.</p>



<p>Il primo razzo è lanciato in Nevada, all’interno dell’operazione Plumbob nel luglio 1957: John, di 1,7 chilotoni, esplode a 18.000 piedi, circa 6 km nella troposfera.</p>



<p>Nell’agosto 1958, alle isole Johnston, vengono condotti due test per studiare l’utilità di bombe nucleari per i missili antibalistici: Teak esplode a 77 km di altezza, nella mesosfera, e Orange a 43 km, nella stratosfera. Sono entrambe testate di 3,8 megatoni (237 bombe di Hiroshima). È durante questi lanci, all’interno dell’operazione Hardtack 1, che viene scoperto l’effetto EMP – l’impulso elettromagnetico generato dalle esplosioni nucleari ad alta quota che interferisce con i componenti elettronici, danneggiandoli – che diviene la base per lo studio e lo sviluppo delle bombe elettromagnetiche.</p>



<p>Quasi contemporaneamente, tra agosto e settembre, si attiva l’operazione Argus (2). L’obiettivo è osservare l’interazione tra le esplosioni nucleari e il campo magnetico terrestre, le fasce di Van Allen conosciute da pochi mesi (a gennaio 1958 diviene nota quella inferiore, solo a dicembre 1958 sarà scoperta la superiore); l’ipotesi prevede che le particelle cariche e gli isotopi radioattivi rilasciati dall’esplosione nucleare produrranno delle cinture di Van Allen <em>artificiali</em>: “Si teorizza”, si legge nel documento desecretato, “che questa cintura di radiazioni avrà implicazioni militari, tra cui la degradazione delle trasmissioni radio e radar, il danneggiamento o la distruzione dei meccanismi di armamento e spoletta delle testate [balistiche] ICBM, e la messa in pericolo degli equipaggi dei veicoli spaziali in orbita che potrebbero entrare nella cintura” (3). È scelto l’Atlantico meridionale, 1.100 miglia a sud-ovest di Città del Capo in Sudafrica, perché in quella zona le fasce di Van Allen registrano una delle due anomalie: quella inferiore si abbassa fino a 200-400 km dalla superficie terrestre. Vengono lanciati tre razzi con tre testate da 1,7 chilotoni ciascuna, che esplodono a 160, 290 e 750 km di altezza, nella ionosfera i primi due e nella magnetosfera l’ultimo. L’ipotesi del test viene confermata: si creano cinture artificiali di radiazioni magnetiche che perdurano per alcune settimane.</p>



<p>Una testata ben più potente è fatta detonare quattro anni dopo, nel luglio 1962, nell’ambito dell’ampia operazione Dominic/Fishbowl nell’atollo Johnston: Starfish Prime, una bomba nucleare di 1,45 megatoni – 90 volte superiore a quella lanciata a Hiroshima – esplode a 400 km di quota, nella ionosfera. Lo scopo è “studiare gli effetti delle detonazioni nucleari come armi difensive contro i missili balistici” (4). L’esplosione distrugge temporaneamente la fascia interna di Van Allen e provoca manifestazioni aurorali artificiali dalle Hawaii alla Nuova Zelanda; l’onda elettromagnetica della detonazione nella ionosfera produce una tempesta magnetica sulle isole Hawaii (a 860 miglia di distanza), che danneggia tutti i sistemi elettrici ed elettronici; unita alle polveri radioattive ad alta quota, l’onda manda fuori uso sette satelliti in orbita intorno alla Terra; gli aerosol radioattivi viaggeranno per anni nella stratosfera e nella mesosfera, trasportati dalle correnti ad alta quota, prima di ricadere al suolo; elettroni ad alta energia rimarranno intrappolati nel campo magnetico terrestre, alterandone forma e intensità: non è noto il tempo della loro attività, l’unico dato pubblico afferma che sono ancora osservabili cinque anni dopo.</p>



<p>L’operazione prevede il lancio di ben cinque testate nucleari ad alta quota, ma quattro test falliscono: tre hanno un malfunzionamento in volo e le testate vengono distrutte (Bluegill, 2 giugno; Starfish, 19 giugno; Bluegill Double Prime, 15 ottobre), mentre un quarto razzo esplode sulla rampa di lancio, causandone la contaminazione (Bluefish Prime, 25 luglio). All’interno della stessa operazione vengono effettuati altri cinque test nucleari, con ordigni di minore (!) potenza: Frigate Bird, 600 chilotoni (37 bombe di Hiroshima) lanciati da un sottomarino il 5 giugno, esplodono a 2,5 chilometri nella troposfera; Checkmate, 60 chilotoni fatti detonare a 147 km nella ionosfera, il 20 ottobre; Bluegill Triple Prime, 300 chilotoni esplodono a 50 km nella mesosfera il 26 ottobre; Kingfish, 1° novembre, altri 300 chilotoni a 97 km di altezza, nella ionosfera – l’interruzione delle comunicazioni radio sul Pacifico dura “almeno tre ore” –; Tightrope, 4 novembre, 40 chilotoni esplosi nella stratosfera, a 21 km di quota.</p>



<p>Nell’agosto 1963 Stati Uniti, URSS e Gran Bretagna – ne restano fuori Francia e Cina – firmano il “Trattato per il bando degli esperimenti di armi nucleari nell’atmosfera, nello spazio cosmico e negli spazi subacquei”, e i test continuano solo nel sottosuolo; fino al settembre 1996, quando il “Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari” entra in vigore in forma cosiddetta ‘provvisoria’, poiché tuttora non ancora firmato e/o ratificato da Stati Uniti, Cina, Iran, Israele, Egitto, Corea del Nord, India e Pakistan.</p>



<p>Le possibili conseguenze sull’equilibrio climatico del pianeta dei 2.000 test atomici non fu mai un tema all’ordine del giorno: nessuno si preoccupò di analizzare cambiamenti, o redigere relazioni, o indagare l’accaduto.</p>



<p>Una certezza tuttavia esiste: gli esperimenti effettuati nella ionosfera e magnetosfera e quelli di modifica intenzionale del clima nella troposfera – per esempio la statunitense Operazione Popeye in Vietnam tra il 1966 e il 1972 (5) – allarmano a tal punto lo stesso Senato statunitense che la Risoluzione n. 71 del luglio 1973 chiede al governo di cercare un accordo internazionale “sulla completa cessazione della ricerca, della sperimentazione e dell’uso di attività di modificazione ambientale e geofisica come armi da guerra […] consapevoli del grande pericolo per il sistema ecologico mondiale derivante dall’uso incontrollato e indiscriminato delle attività di modificazione ambientale e geofisica” (6). Nel 1976 si arriva alla “Convenzione sul divieto dell’uso di tecniche di modifica dell’ambiente a fini militari o a ogni altro scopo ostile” (ENMOD). Apparentemente un passo avanti, in realtà un nulla di fatto. Il trattato Onu definisce “modifica dell’ambiente” “ogni tecnica che abbia per oggetto la modifica – grazie a una deliberata manipolazione di processi naturali – della dinamica, della composizione, o della struttura della Terra ivi compresi i propri complessi biotici, la propria litosfera, idrosfera e atmosfera o lo spazio extra atmosferico”; non proibisce tuttavia gli esperimenti e i progetti classificati a fini pacifici e di ricerca, lasciando dunque campo aperto a qualunque test – è sufficiente etichettarlo come ‘ricerca’. In un elenco di esempi di tecniche di modifiche del clima, dichiarato non esaustivo, sono indicati: “Terremoti; tsunami; sconvolgimenti dell’equilibrio ecologico di una regione; alterazione delle condizioni atmosferiche (nubi, precipitazioni, cicloni di diversi tipi, tornado); alterazione delle condizioni climatiche, delle correnti oceaniche, dello strato ozonico o della ionosfera”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La stratosfera e il buco dell’ozono</h4>



<p>Il primo (tuttora l’unico?) accenno all’influenza dei test nucleari sul sistema climatico si ebbe in un documento del 1975. L’anno precedente l’Agenzia statunitense per il Controllo delle Armi e il Disarmo commissiona uno studio al National Research Council: oggetto della ricerca è “stimare gli effetti a lungo termine, a livello mondiale, di uno scambio nucleare [che] nel caso peggiore considerato [coinvolga l’esplosione di] circa la metà delle armi nucleari presenti negli arsenali strategici, vale a dire da 500 a 1.000 testate con una resa da 10 a 20 megatoni ciascuna e da 4.000 a 5.000 ordigni da 1 o 2 megatoni ognuno”; gli effetti da studiare coinvolgono non solo gli esseri umani ma anche “atmosfera e clima, ecosistemi terrestri, agricoltura e allevamento, ambiente acquatico” (7). Ciò che si intende indagare sono quindi le conseguenze di una ipotetica e futura guerra nucleare: cosa resterà del pianeta e dell’homo sapiens?, si chiede.</p>



<p>Nel 1975 i risultati della ricerca vengono pubblicati, con il titolo <em>Lon</em><em>g-Term Worldwide Effects of Multiple</em><em> </em><em>Nuclear-Weapons Detonations</em> (“Effetti mondiali a lungo termine di detonazioni multiple di armi nucleari”). Quel che qui interessa è una piccola parte del capitolo relativo agli effetti sull’atmosfera, focalizzato sullo strato di ozono. La premessa già apre a uno sguardo nuovo: “Gli studi passati sugli effetti atmosferici delle armi nucleari”, afferma, “si sono occupati praticamente solo del trasporto del fallout radioattivo e dei prodotti gassosi attraverso l’atmosfera e la [loro] deposizione sulla superficie terrestre”, non ipotizzando “effetti a lungo termine sull’atmosfera e sulla sua circolazione, o sul clima”. Ai primi anni Settanta, al contrario, si è sviluppata “una notevole preoccupazione sugli effetti che gli ossidi di azoto delle emissioni di scarico dei motori degli aerei supersonici che volano nella stratosfera avrebbero sulle concentrazioni di ozono”, e alcuni ricercatori hanno “osservato che i test sulle armi nucleari del passato avevano creato risultati significativi di quantità di ossido nitrico”.</p>



<p>In una ipotetica futura guerra nucleare, dunque, “i principali effetti attesi sono una temporanea diminuzione dell’abbondanza di ozono, con concomitante aumento dell’intensità della radiazione UV nella troposfera e sulla superficie della terra, e conseguente ulteriore riscaldamento superficiale. Una tale catena di effetti potrebbe provocare un’alterazione climatica”.</p>



<p>Per quanto riguarda gli esperimenti nucleari del passato, invece, quindi il danno già causato allo strato di ozono, il documento riporta che due studi “hanno previsto una riduzione massima del 5% e del 4% dell’ozono totale dovuta ai [soli] test nucleari del 1961-1962”; altri ricercatori, diversamente, “non hanno trovato prove convincenti per una correlazione dell’ozono globale con le esplosioni nucleari, anche se”, riconosce il documento, “i dati al suolo disponibili all’epoca (1961-1962) sono così limitati che una diminuzione del 4-5% dell’ozono potrebbe non essere rilevabile con certezza”. E conclude: “È opinione condivisa che, principalmente a causa dell’esistenza di un’oscillazione quasi biennale dell’ozono totale, le osservazioni dell’ozono non sono sufficienti per confermare o confutare i calcoli del modello che mostra una diminuzione di pochi punti percentuali dell’ozono dovuta alle esplosioni nucleari del 1961 e 1962”.</p>



<p>Una decina di anni dopo, tuttavia, si comprende che un 4-5% non è un dato da poco, ma qualcosa da tenere sott’occhio. Nel 1985 è scoperto il cosiddetto ‘buco dell’ozono’ – l’assottigliamento dello strato di ozono sopra le regioni polari – e nel 1987 viene firmato il Protocollo di Montréal. Nella relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente del 2008, <em>L’ambiente in Europa. Seconda valutazione, Capitolo 3. Distruzione dell’ozono stratosferico</em>, si legge: “Fra il 1975 e il 1995 lo strato di ozono nell’atmosfera che sovrasta l’Europa è diminuito del 5%, determinando un aumento delle radiazioni UV-B che penetrano negli strati inferiori dell’atmosfera e raggiungono la superficie terrestre […] Alle medie latitudini nell’emisfero settentrionale, la media annuale dell’ozono totale è scesa di quasi il 5% per decennio dal 1979, con un calo del 7% per decennio, in primavera, nello stesso periodo” (8). Nessun documento correlato al ‘buco dell’ozono’, tuttavia, cita i test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta come possibile concausa, pur riconoscendo che una volta danneggiato “la ricostituzione dello strato di ozono richiede molti decenni” (9); a essere imputate sono “le emissioni dei clorofluorocarburi (CFC), usati come raffreddanti in frigoriferi e condizionatori d’aria, come propellenti negli aerosol, nella produzione di schiume espanse e di detergenti, nonché dei bromofluorocarburi (halon), presenti negli estintori antincendio” (10). Questi gas sono stati messi al bando, seguendo un programma che li vedrà totalmente aboliti nel 2030, la guerra (ovviamente) no.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Paradossi</h4>



<p>Oggi: “Se il settore militare globale fosse uno Stato,” conclude a novembre 2022 il Report di Scientists for Global Responsibility e Conflict and Environment Observatory pubblicato a pag. 34, analizzando i pochi numeri disponibili, “avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo […]. E va ricordato che le nostre stime sono conservative: non includono le emissioni di gas serra dovute ai combattimenti bellici”.</p>



<p>Ieri: “All’epoca dei test nucleari del 1962,” si legge sull’Earth Island Journal nel 1988, “astronomi di primo piano protestarono duramente contro l’irresponsabilità di questi esperimenti. In Inghilterra, Sir Bernard Lovell e il prof. Martin Ryle, due tra i principali astronomi del tempo, sottolinearono il punto cruciale, affermando che era pura follia modificare la dinamica del pianeta Terra prima di averla compresa […] Al tempo, scienziati statunitensi stimarono che ci sarebbero voluti cent’anni affinché le fasce di Van Allen potessero ristabilire i loro livelli normali. Rimangono le domande: quali sono stati gli effetti, sia a breve che a lungo termine, della massiva distruzione delle fasce di Van Allen e dell’iniezione nell’alta atmosfera di una tale quantità di particelle energetiche e di materiale prodotto dalla fissione [nucleare]? In particolare, come hanno colpito la radiochimica dell’alta atmosfera, la fascia di ozono nella stratosfera, e in generale la dinamica atmosferica/energetica/elettromagnetica/geomagnetica del pianeta?” (11).</p>



<p>In definitiva, ci ritroviamo che quell’attività umana (la guerra con tutto il suo corollario) esclusa dal discorso e dalle azioni contro il cambiamento climatico, è oggi una delle maggiori responsabili del cambiamento climatico stesso, mentre gli effetti a lungo termine degli esperimenti nucleari del passato, sul clima e non solo, non li sapremo mai. Nel frattempo il capitalismo si rinnova dietro la targhetta <em>green</em> (12) e noi cittadini ci diamo da fare con il riciclo, l’auto elettrica, il risparmio energetico, le case ecologiche&#8230;</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="300" height="394" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-1-84.jpg" alt="" class="wp-image-8492" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-1-84.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-1-84-228x300.jpg 228w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
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<pre class="wp-block-preformatted has-small-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Troposfera.</mark></strong> Primo strato dell’atmosfera terrestre, qui si trova concentrato quasi tutto il vapore acqueo dell’atmosfera e si sviluppano i fenomeni meteorologici.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Stratosfera.</mark></strong> Contiene lo strato di ozono.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Mesosfera.</mark></strong> È la porzione di atmosfera meno conosciuta e tuttora oggetto di studio scientifico. È certo che milioni di meteore entrano annualmente nell’atmosfera terrestre ed è nel contatto con i gas della mesosfera che la maggior parte si scioglie o si vaporizza.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Ionosfera.</mark></strong> Filtra la radiazione solare e cosmica, divenendo elettricamente carica e permettendo la riflessione di onde radio a frequenza diversa.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Magnetosfera.</mark></strong> Ultimo strato atmosferico terrestre, contiene le due fasce di Van Allen. Protegge il pianeta dal vento solare, catturando le particelle cariche ad alta energia emesse dal Sole: quando il campo magnetico viene fortemente disturbato, come durante le tempeste solari, alcune particelle sfuggono alla cattura e nel contatto con i gas dell’atmosfera si ‘illuminano’, dando origine alle aurore boreali nell’emisfero Nord e australi nell’emisfero Sud. Nel caso in cui la magnetosfera venga disturbata/danneggiata da esplosioni nucleari, si possono verificare manifestazioni aurorali artificiali a basse latitudini, come quelle causate nel 1962 dall’operazione Dominic/Fishbowl.</pre>
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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Salvo diversamente indicato, tutti i dati sui test nucleari statunitensi sono tratti dal documento a cui rimandiamo per maggiori dettagli: Natural Resources Defense Council, NWD 94-1, <em>United States Nuclear Tests July 1945 to 31 December 1992</em>, 1° febbraio 1994</p>



<p class="has-small-font-size">2) Per il dettaglio di questa particolare operazione, cfr. Defense Nuclear Agency, <em>Operation Argus 1958</em>, United States Atmosph Nuclear Weapons Tests, Nuclear Test Personnel Review, 30 aprile 1982 Unclassified</p>



<p class="has-small-font-size">3) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Defense Threat Reduction Agency, <em>Operation Dominic I</em>, Settembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">5)<em> </em>Cfr. Scuola del Dipartimento della Difesa USA, <em>Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025</em> (<em>La meteorologia come moltiplicatore di forze: possedere il meteo nel 2025</em>), 17 giugno 1996. Il documento è “concepito in ottemperanza alla direttiva del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica di<em> </em>esaminare i concetti, le capacità e le tecnologie di cui gli Stati Uniti avranno bisogno per rimanere la forza aerea e spaziale dominante in futuro”, nel campo della modifica meteorologica: “Possedere il meteo capitalizzando le tecnologie emergenti e concentrando lo sviluppo di tali tecnologie sulle applicazioni belliche”. Nella fattispecie: precipitazioni, nebbia, tempeste e controllo delle comunicazioni tramite modifica della ionosfera. Lo studio è una dichiarazione di intenti, nulla più, ma è significativa la sua stessa esistenza, poiché gli Stati Uniti vent’anni prima, nel 1976, avevano firmato il Trattato ENMOD. In merito all’Operazione Popeye, alla nota 1 del capitolo 4, si legge: “Un programma pilota noto come Progetto Popeye, condotto nel 1966, tentò di estendere la stagione dei monsoni per aumentare la quantità di fango sulla pista di Ho Chi Minh, riducendo così i movimenti del nemico. Un agente a base di nuclei di ioduro d’argento fu disperso nelle nuvole da aerei WC-130, F4 e A-1E, su porzioni della pista che si snodava dal Vietnam del Nord attraverso il Laos e la Cambogia fino al Vietnam del Sud. I risultati positivi di questo programma iniziale hanno portato al proseguimento delle operazioni dal 1967 al 1972. Anche se gli effetti di questo programma rimangono controversi, alcuni scienziati ritengono che abbia portato a una significativa riduzione della capacità del nemico di portare rifornimenti nel Vietnam del Sud lungo la pista.”</p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.congress.gov/bill/93rd-congress/senate-resolution/71?s=3&amp;r=39&amp;q=%7B" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.congress.gov/bill/93rd-congress/senate-resolution/71?s=3&amp;r=39&amp;q=%7B%22search%22%3A%22sres71%22%7D</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7)<em> </em>Committee to Study the Long-Term Worldwide Effects of Multiple Nuclear-Weapons Detonations, Assembly of Mathematical and Physical Sciences, National Research Council, <em>Long-Term Worldwide Effects of Multiple Nuclear-Weapons Detonations</em>, agosto 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.eea.europa.eu/it/publications/92-828-3351-8/3it.pdf/view" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eea.europa.eu/it/publications/92-828-3351-8/3it.pdf/view</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">10) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">11) Nigel Harle, <em>Vandalizing the Van Allen Belts</em>, Earth Island Journal, Vol. 4, No. 1, Winter 1988-89</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, giugno 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
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					<description><![CDATA[Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Riepilogo</h4>



<p>Stimare le emissioni totali di gas serra delle forze armate globali è reso intrinsecamente difficile dalla mancanza di rapporti e dalle significative lacune nei dati a disposizione. In questo studio, descriviamo una metodologia innovativa per fornire stime aggiornate a livello mondiale e regionale. In particolare, abbiamo scoperto che l’impronta di carbonio totale del comparto militare è pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Se le forze armate del mondo fossero un Paese, avrebbero la quarta più grande impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. Ciò sottolinea l’urgente necessità di intraprendere un’azione concertata sia per misurare con precisione le emissioni militari, sia per ridurre la relativa impronta di carbonio; soprattutto perché è molto probabile che esse aumenteranno a causa della guerra in Ucraina [e a Gaza, <em>n.d.r.</em>].</p>



<h4 class="wp-block-heading">1. Perché è importante stimare le emissioni militari globali?</h4>



<p>Affrontare la crisi climatica richiede l’azione di tutti i settori industriali ed economici, al fine di ridurre notevolmente il loro impatto sul nostro pianeta. Il settore militare globale, compresa la sua catena di approvvigionamento, è un elemento importante della spesa pubblica e un enorme consumatore di combustibili fossili. Pertanto è essenziale che le emissioni militari di gas a effetto serra (GHG) siano riportate in modo affidabile, e soggette a obiettivi di riduzione; ma non è ciò che avviene attualmente.</p>



<p>In tutto il mondo, i dati sulle emissioni militari GHG sono spesso di bassa qualità – incompleti, nascosti all’interno di categorie civili, o non raccolti affatto. La causa principale di questa situazione viene dalla preoccupazione dei governi di potenziali restrizioni alle attività militari. Attualmente, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), i Paesi sono obbligati a fornire un inventario delle loro emissioni di gas serra, e tale obbligo varia a seconda del contributo storico del Paese alla crisi climatica (1). Le linee guida del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) affermano che gli inventari presentati all’UNFCCC devono includere le emissioni di alcune attività militari; nel 2015, invece, l’Accordo di Parigi (2) ha reso volontario il reporting delle emissioni militari. Ciò significa che ci sono lacune significative nei set di dati presentati all’UNFCCC, e nessun dato accurato sulla reale portata del problema. Senza un minimo obbligo di rendicontazione, la maggior parte dei Paesi, compresi quelli con ingenti spese e personale militare, non richiede alle proprie forze armate di fornire alcun rapporto significativo sulle emissioni GHG.</p>



<p>La comunità scientifica sul clima ha ampiamente trascurato questi aspetti: per esempio, l’ultimo (il sesto) rapporto di valutazione dell’IPCC (3) parla a malapena del settore militare. Questo approccio, a sua volta, ha portato i governi a trascurare il comparto quando negoziano obiettivi di riduzione delle emissioni nell’ambito dell’UNFCCC.</p>



<p>Nel tentativo di illustrare la portata del problema, sia a livello nazionale che globale, in questo studio utilizziamo i dati disponibili sulle emissioni militari di un piccolo numero di nazioni, per stimare i totali mondiali e le principali regioni geopolitiche. Ci auguriamo che ciò stimolerà più ricerca – e soprattutto azione – focalizzata sulla riduzione di queste emissioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">2. Dati di alto livello sulle emissioni nazionali di gas serra e le forze armate</h4>



<p>Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi (4). Si tratta di Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Tutti, a eccezione dell’Indonesia, sono tra i primi venti Stati in termini di spesa militare – si veda l’Appendice 1 (tavola A1a e A1b). In effetti, anche le successive dieci nazioni con le maggiori emissioni di GHG si collocano tra le nazioni con grandi budget militari e/o un gran numero di personale militare attivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="849" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg" alt="" class="wp-image-8661" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="410" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2.jpg" alt="" class="wp-image-8662" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3. Cenni di metodologia</h4>



<p>Sebbene i dati sulle emissioni militari siano generalmente molto limitati, alcuni sono stati raccolti per gli Stati Uniti, il Regno Unito e qualche Paese dell’Ue. A volte le informazioni vengono riportate direttamente da un’agenzia militare e talvolta le emissioni sono state calcolate da ricercatori indipendenti, sulla base dei dati sull’utilizzo di energia/carburante pubblicati dalle agenzie militari. In questo studio, estrapoliamo da questi set di dati per fornire stime globali, un’azione che ha i suoi limiti poiché esistono molte variazioni tra i Paesi, tra cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>differenze nella struttura militare, compreso il tipo e la quantità di equipaggiamento e il numero del personale;</li>



<li>tassi di mobilitazione, attività operative e di formazione;</li>



<li>accuratezza e divulgazione delle spese militari;</li>



<li>intensità di carbonio delle economie nazionali (5).</li>
</ul>



<p>Abbiamo preso in considerazione diversi punti di partenza per la stima delle emissioni militari globali: le due che sembravano più promettenti erano le emissioni per unità di valuta – basate sulle spese militari nazionali – e le emissioni pro capite – basate sul numero di personale in servizio attivo all’interno delle forze armate nazionali. A causa delle fluttuazioni significative dei dati finanziari (ad es. tassi di cambio delle valute, tassi di inflazione e tassi di crescita del Pil) e della limitata disponibilità di informazioni in alcuni Paesi chiave (ad es. Cina, Arabia Saudita, Corea del Nord e Vietnam), l’opzione basata sulla valuta è stata respinta a favore di quella del personale.</p>



<p>Questo approccio utilizza i seguenti quattro set di dati chiave:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2 [6]) per persona attiva nelle basi militari, note anche come “emissioni stazionarie” (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>);</li>



<li>numero di militari attivi (<em>p</em>);</li>



<li>rapporto delle emissioni operative di gas serra tra attività militari mobili (uso di aeromobili, navi, veicoli terrestri e veicoli spaziali) e attività stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>);</li>



<li>moltiplicatore della catena di approvvigionamento, il rapporto tra l’impronta di carbonio (la somma delle emissioni degli ambiti 1, 2 e della componente a monte dell’ambito 3) e la somma delle emissioni degli ambiti 1 e 2 (<em>s</em>).</li>
</ul>



<p>L’impronta di carbonio militare per una data nazione o regione (<em>F</em><sub><em>n</em></sub>) viene quindi stimata moltiplicando questi dati insieme [&#8230;]. E l’impronta di carbonio militare globale (<em>F</em><sub><em>g</em></sub>) è la somma di tutte le impronte nazionali (o regionali).</p>



<h4 class="wp-block-heading"> 3.1 Dataset 1. Emissioni stazionarie pro capite (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>)</h4>



<p>Per Regno Unito, Stati Uniti e Germania sono stati trovati dati annuali credibili relativi alle emissioni militari stazionarie; per fornire le cifre pro capite, il dato è stato diviso per il numero di personale militare attivo nei rispettivi Paesi (Tabella 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="276" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-1.jpg" alt="" class="wp-image-8663"/></figure>
</div>


<p>I dati del Regno Unito erano disponibili per oltre dieci anni, e hanno mostrato livelli di consumo energetico pro capite molto consistenti nell’intero periodo, con una riduzione delle emissioni derivante quasi interamente da una riduzione dell’intensità di carbonio nella fornitura nazionale di energia elettrica. Poiché quest’ultima è diminuita notevolmente nel corso del periodo, per la tabella 1 abbiamo utilizzato solo i dati degli anni più recenti.</p>



<p>Confrontando i numeri tra i Paesi, vediamo che il Regno Unito e la Germania hanno livelli di emissioni unitarie simili, mentre il dato per gli Stati Uniti è nettamente più alto. Ci sono una serie di potenziali ragioni per somiglianze e differenze. Per esempio, densità di popolazione più elevate nelle nazioni europee tendono a ridurre gli spazi lavorativi e abitativi, diminuendo significativamente il consumo di energia pro capite; anche l’intensità delle emissioni di gas serra della produzione di energia elettrica è un fattore significativo, con il Regno Unito che registra dati inferiori alla Germania e agli Stati Uniti. Questi ultimi hanno anche gran parte delle loro basi militari all’estero, il che probabilmente comporta l’applicazione di standard ambientali e di efficienza energetica meno severi. È probabile che anche l’intensità dell’attività militare sia un fattore, con i livelli degli Stati Uniti che tendono a essere più alti di quelli del Regno Unito, a loro volta superiori a quelli della Germania. Infine, è significativo anche il livello di sviluppo industriale di un Paese, e se le basi operano in condizioni climatiche estreme.</p>



<p>Sebbene queste cifre coprano solo tre nazioni, collettivamente rappresentano il 45% della spesa militare globale, il 14% delle emissioni mondiali di gas serra e il 9% di tutto il personale militare attivo. Quindi, li consideriamo un ragionevole punto di partenza.</p>



<p>Nell’applicare questi numeri ad altri Stati, assumiamo che i dati statunitensi siano tipici per un esercito con un settore stazionario ad alta intensità di emissioni, e quelli del Regno Unito e della Germania per un esercito all’estremità inferiore della scala. La Tabella 2 mostra i numeri estrapolati per le regioni geopolitiche del mondo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg" alt="" class="wp-image-8664" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>In primo luogo, assumiamo che gli Stati Uniti siano tipici del Nord America e che il Regno Unito e la Germania rappresentino l’Europa; consideriamo Russia e Eurasia paragonabili al Nord America, poiché le loro economie tendono a essere industrializzate e ad alta intensità di carbonio, e perché un’ampia percentuale di basi militari si trova in aree soggette a condizioni climatiche estreme; la regione Asia e Oceania la stimiamo a metà strada tra i dati nordamericani ed europei, in quanto i Paesi più militarizzati della zona hanno un livello di sviluppo economico medio-alto, o un’economia ad alta intensità di carbonio, o entrambe le cose, e contemporaneamente riteniamo improbabile che raggiungano il livello degli Stati Uniti, data la rete globale di basi militari statunitensi, comprese molte in climi estremi; seguiamo una linea di ragionamento simile per il Medio Oriente e il Nord Africa, anche se le principali nazioni militari in questa regione tendono a essere a un livello di sviluppo economico inferiore, ma hanno un’economia a più alta intensità di carbonio; consideriamo l’America Latina ampiamente paragonabile all’Europa; per l’Africa subsahariana, riteniamo che i bassi livelli di sviluppo economico indichino basse emissioni pro capite, quindi ipotizziamo che siano la metà del livello europeo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.2 Dataset 2. Numeri del personale militare (<em>p</em>)</h4>



<p>La distribuzione stimata del personale militare nelle principali regioni geopolitiche del mondo è riportata nella Tabella 3. Questi dati sono compilati annualmente dall’International Institute for Strategic Studies (IISS) a partire dai dati nazionali (7).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="260" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-8665" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.3 Datase 3. Rapporto tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>)</h4>



<p>Le emissioni di gas serra operative derivanti dalle attività militari mobili dipendono da una serie di fattori: principalmente la quantità, le specifiche (in particolare l’efficienza del carburante e l’autonomia), l’età e la frequenza di utilizzo dei veicoli militari. Questi fattori sono influenzati anche dal ‘dominio’ in cui operano i veicoli militari – terra, mare, aria o spazio – e dalle strutture di forza adottate da un determinato esercito. Le complessità rendono difficile l’estrapolazione dai dati; riuscire a calcolare, per esempio, il rapporto tra il numero di veicoli utilizzati in un dato ramo dell’esercito e il totale delle emissioni mobili di gas serra. Dai dati disponibili, è chiaro che le forze armate con una grande forza aerea o una marina “blue water”, per esempio, tendono ad avere emissioni più elevate, ma oltre a ciò le estrapolazioni diventano difficili.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="278" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-4.jpg" alt="" class="wp-image-8666"/></figure>
</div>


<p>Quel che abbiamo notato è che il livello delle emissioni stazionarie può essere un utile punto di partenza per stimare le emissioni mobili, quindi è un modello che abbiamo adottato. La Tabella 4 fornisce alcuni dati sui rapporti tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie per Germania, Unione europea, Stati Uniti e Regno Unito. Queste cifre sono state calcolate utilizzando i dati delle agenzie militari.</p>



<p>Il rapporto più basso per la Germania è dovuto al possedere forze aeree e navali più piccole rispetto a quelle terrestri, e al livello inferiore di operazioni militari all’estero; il Regno Unito si colloca all’estremità superiore a causa della grandezza della forza aerea e della marina e all’elevato livello di operazioni militari all’estero, soprattutto se confrontato con il numero relativamente ridotto di personale militare attivo; l’Ue – in media – si trova all’estremità inferiore della scala tedesca, mentre gli Stati Uniti sono all’estremità superiore, ma non così in alto come il Regno Unito a causa dell’elevato livello di emissioni stazionarie pro capite.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.4 Dataset 4. Moltiplicatore della catena di approvvigionamento (<em>s</em>)</h4>



<p>I dati finali si riferiscono alle emissioni di gas serra delle supply-chain militari, e consentono di stimare le emissioni durante il ciclo di vita o l’impronta di carbonio delle attività militari.</p>



<p>Le forze armate hanno catene di approvvigionamento estese e complesse, che comprendono gran parte dell’impronta di carbonio di un esercito; generalmente le loro emissioni superano di gran lunga le emissioni operative della stessa organizzazione (ambito 1 e 2), con stime che variano a seconda del settore. Anche qui i dati sono scarsi, sebbene alcuni, in particolare sull’impronta di carbonio, siano stati pubblicati dalle società di tecnologia militare Thales (8) e Fincantieri (9).</p>



<p>Un’analisi del 2020 della supply-chain per la spesa militare del Regno Unito ha stimato in 3,6 il rapporto tra l’impronta di carbonio e le emissioni operative totali, utilizzando i dati di un modello economico input-output ambientale (10). Tuttavia, ulteriori indagini hanno rilevato che la stima si basava solo sul 62% delle emissioni operative, a causa della sottostima delle emissioni militari nell’inventario nazionale dei gas serra (11); la correzione dell’errore ha portato il dato a 5,8.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="221" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-5.jpg" alt="" class="wp-image-8667"/></figure>
</div>


<p>Un ulteriore modo per stimare questo rapporto è utilizzare i dati aziendali sulle emissioni di gas serra delle catene di approvvigionamento globali. Queste statistiche sono raccolte in indagini periodiche dal Carbon Disclosure Project (CDP); nella Tabella 5 sono riportati alcuni numeri tipici per i settori che hanno punti in comune con quello militare, e come si può vedere, la nostra stima di 5,8 sembra credibile se confrontata con questi dati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">4. Stime per le emissioni militari globali di gas serra</h4>



<p>Utilizzando questi quattro set di dati combinati secondo i calcoli indicati al punto 3., siamo in grado di calcolare le stime per le emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2) e l’impronta di carbonio del settore militare.</p>



<p>La Tabella 6 fornisce le stime superiori e inferiori dei due tipi di emissioni, per ciascuna delle sette regioni geopolitiche e per il mondo nel suo complesso. La stima superiore utilizza un rapporto tra emissioni mobili e stazionarie di 2,6 (dato del Regno Unito), mentre quella inferiore utilizza 0,7 (dato della Germania). Riteniamo che questo intervallo comprenda la probabile incertezza tra le quattro variabili utilizzate per calcolare le emissioni militari. La stima più alta si basa quindi su una situazione in cui un dato esercito enfatizza lo sviluppo e il dispiegamento di sistemi d’arma ad alta intensità energetica, magari a scapito del numero delle truppe; la stima più bassa si basa su situazioni in cui le forze armate sono più concentrate sul piano del personale, oppure hanno livelli relativamente bassi di dispiegamento a lunga distanza o coinvolgimento in zone di conflitto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="382" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg" alt="" class="wp-image-8668" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’intervallo globale per le emissioni militari operative di gas serra è compreso tra circa 300 e 600 milioni di tonnellate (Mt) di CO<sub>2</sub>, ovvero tra lo 0,6% e l’1,2% delle emissioni globali totali di gas serra (12).</p>



<p>La stima dell’impronta di carbonio militare globale è approssimativamente compresa tra 1.600 e 3.500 MtCO<sub>2 </sub>, ovvero tra il 3,3% e il 7% delle emissioni globali totali di gas serra. Si tratta di ampie gamme di stime, che sottolineano la scarsità di dati disponibili per questo settore.</p>



<p>Riteniamo non credibili i dati inferiore di questi intervalli, perché presuppongono che tutte le forze armate del mondo si avvicinino all’estremità della scala a più alta intensità di personale, e non è plausibile data la generale attenzione rivolta alla tecnologia militare ad alta intensità energetica. Quindi la nostra migliore stima per le emissioni operative di gas serra delle forze armate è di 500 MtCO<sub>2</sub> – equivalente all’1% delle emissioni di gas serra globali – e di 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% del totale mondiale.</p>



<p>Deve essere chiaro che per produrre questi dati abbiamo fatto una serie di ipotesi, e inoltre non abbiamo incluso alcune fonti chiave di emissioni di gas serra: il che significa che le nostre cifre sono prudenti. Tali fattori includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>partiamo dal presupposto che i dati rilasciati dalle forze armate per le loro emissioni di gas serra operative e/o per il consumo di energia siano affidabili e includano tutte le principali fonti;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>non abbiamo inserito le emissioni di gas serra derivanti dagli impatti della guerra, come incendi, danni alle infrastrutture e agli ecosistemi, ricostruzione postbellica e assistenza sanitaria per i sopravvissuti; stime parziali per alcune di queste fonti – che potenzialmente potrebbero essere molto grandi – sono fornite in un recente rapporto di Perspectives Climate Group (13);</li>



<li>non abbiamo incluso un fattore di forzatura radiativa per le emissioni di gas serra dell’aviazione, per tenere conto degli effetti di riscaldamento aggiuntivi causati dai gas di scarico non CO<sub>2</sub> nella stratosfera; attualmente, alle emissioni di gas serra dell’aviazione viene applicato un fattore di 1,9 per tenere conto di questi effetti (14);</li>



<li>sospettiamo che tenere conto di tutti questi altri effetti, in particolare quelli direttamente correlati ai combattimenti di guerra, potrebbe aumentare la cifra totale significativamente oltre il 5,5%; chiamiamo questo livello totale e generale “l’impronta di carbonio militare globale”.</li>
</ul>



<p>Tuttavia, questi fattori aggiuntivi sono ancora meno conosciuti rispetto alle principali categorie di emissioni discusse in questo documento. Per cercare di migliorare i dati, è stato recentemente sviluppato “Un quadro di riferimento per la rendicontazione delle emissioni di gas serra in ambito militare” (15), che militari e ricercatori possono applicare sul campo. Tuttavia, le difficoltà pratiche nel raccogliere alcuni dei dati relativi alla guerra, e la mancanza di strumenti di misurazione concordati, faranno sì che rimarranno probabilmente lacune significative per un certo periodo di tempo.</p>



<p>Si ricorda infine che i dati utilizzati per tutte le nostre stime sono anteriori al 2020, e quindi non risentono dei cambiamenti indotti dalla pandemia Covid-19, né di eventuali incrementi di spese militari, di personale o di materiale dovuti alla guerra in Ucraina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">5. Ulteriori analisi</h4>



<p>Per comprenderne meglio la portata e il significato più ampio, è utile un rapido confronto delle nostre stime sulle emissioni militari globali di gas serra con altri settori, con i dati a livello nazionale e con i dati militari ufficialmente comunicati all’UNFCCC. Quindi, in questa sezione esaminiamo diversi esempi.</p>



<p>Sebbene gli Stati Parte dell’accordo di Parigi siano tenuti a preparare, comunicare e mantenere i successivi Contributi Nazionali Determinati (NDC) all’UNFCCC, e a stabilire le azioni da intraprendere per ridurre le loro emissioni di gas serra in tutte le categorie principali, la rendicontazione delle emissioni non è semplice o del tutto completa. Poiché i requisiti di comunicazione delle emissioni di gas serra differiscono per le nazioni nelle diverse fasi del loro sviluppo economico (16), l’UNFCCC non fornisce una stima accurata delle emissioni globali totali in un dato anno (17), complicando così qualsiasi confronto che potrebbe essere esplorato.</p>



<p>Le emissioni comunicate all’UNFCCC rientrano in cinque categorie principali: energia; processi industriali e uso dei prodotti; agricoltura; utilizzo di suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura; rifiuti. A causa dell’incertezza e della mancanza di trasparenza nella rendicontazione internazionale di tutte le emissioni di gas serra, si incontrano limitazioni nel confrontare le emissioni tra settori e Stati.</p>



<p>Tuttavia, una ripartizione delle emissioni globali per settore per il 2016 è stata prodotta da Climate Watch (18). Queste cifre possono essere confrontate con i nostri dati sulle emissioni <em>operative</em> delle forze armate, pari all’1%: i settori che hanno una portata simile includono l’aviazione (1,9%), il trasporto marittimo (1,7%), l’industria alimentare e l’industria del tabacco (1%). Occorre tenere presente però che, per esempio, alcune delle emissioni militari sono attualmente classificate negli ambiti dell’aviazione e del trasporto marittimo, il che significa che se si utilizzano le classificazioni dell’aviazione <em>civile</em> e del trasporto marittimo <em>civile</em>, questi settori sarebbero più vicini per dimensioni a quello militare.</p>



<p>Il confronto della nostra stima dell’impronta di carbonio militare – 2.750 MtCO<sub>2</sub>, ovvero il 5,5% del totale globale – con altri settori di attività, è più complicato. Un approccio alternativo consiste semplicemente nel fare confronti con altre statistiche facilmente comprensibili: per esempio, nel 2019, le autovetture del mondo hanno emesso complessivamente circa 3.200 MtCO<sub>2</sub> durante l’uso (19), quindi la nostra stima per l’ambito militare equivale a circa l’85% delle emissioni globali causate dalle autovetture. Un altro confronto può essere effettuato con i dati a livello nazionale: utilizzando le statistiche sulle impronte di carbonio per Paese del Global Carbon Budget (20), vediamo che se le forze armate globali fossero uno Stato, avrebbero la quarta impronta più grande del mondo, superiore a quella della Russia; solo Cina, Stati Uniti e India avrebbero impronte di carbonio maggiori.</p>



<p>Questi confronti mostrano quanto le emissioni militari di gas serra siano significative. Se poi consideriamo la questione in termini di emissioni che possono <em>direttamente</em> essere influenzate dalla politica o dalle decisioni di spesa del governo centrale, diventa ancora più chiaro che il settore militare, un ambito finora trascurato per la riduzione delle emissioni, merita di diventare un obiettivo prioritario.</p>



<p><a></a> Infine, è importante confrontare le nostre stime con i numeri ufficialmente comunicati all’UNFCCC nelle categorie militari. Questi dati sono stati raccolti e presentati in forma accessibile sul sito The Military Emissions Gap (21). Tuttavia, le pratiche di rendicontazioni nazionali seguite sono, in generale, di qualità talmente bassa – con numerose lacune nei dati e, laddove i dati sono riportati, alcuni sono mescolati con fonti civili – che è molto difficile trarre conclusioni utili, oltre a quella ovvia che gli standard di rendicontazione devono urgentemente migliorare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">6. Azione necessaria</h4>



<p>La nuova metodologia presentata in questo documento ha prodotto stime aggiornate per le emissioni operative di gas serra del settore militare, misurandole a circa 500 MtCO<sub>2</sub> annuali pari all’1% delle emissioni mondiali di gas serra, e a 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% dell’impronta globale. Se il settore militare globale fosse una nazione, avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. E va ricordato che le nostre stime sono conservative: non includono le emissioni di gas serra dovute ai combattimenti bellici. Queste cifre indicano chiaramente l’entità del contributo del settore militare alle emissioni totali di gas serra a livello globale.</p>



<p>La metodologia si basa su dati limitati e dimostra l’urgente necessità per tutte le forze armate di comunicare le emissioni utilizzando solide metodologie di raccolta dati che devono essere anche coerenti, non ambigui, trasparenti; e di agire per ridurle. Mostra inoltre la necessità che scienziati del clima e analisti politici conducano una ricerca con maggiori dettagli al fine di comprendere l’entità delle emissioni militari a livello nazionale e internazionale, e per esaminare gli sforzi per ridurle. Ciò dovrebbe includere la considerazione delle emissioni della guerra stessa, così come le grandi e complesse catene di approvvigionamento delle forze armate. Il “Framework for military GHG emission reporting” pubblicato di recente, potrebbe essere un utile punto di partenza (22).</p>



<p>In assenza di dati affidabili sulla stragrande maggioranza delle emissioni militari nazionali di gas serra, l’uso dei numeri del personale militare e gli altri fattori ricavati in questo studio sarebbero un utile punto di partenza per colmare le lacune nei dati. Anche dove le emissioni militari vengono comunicate, all’interno del Paese o attraverso la rendicontazione volontaria all’UNFCCC, potrebbe essere utilizzata la metodologia qui applicata per fornire stime di massima e per aiutare a verificare la completezza e la pertinenza dei dati pubblicamente disponibili. Tale analisi sarà oggetto di un futuro documento di ricerca.</p>



<p>Il controllo esterno dovrebbe contribuire a spingere i governi ad agire per ridurre le emissioni di gas serra dei loro settori militari. Nel 2021, un invito congiunto è stato approvato da 225 organizzazioni e ha stabilito un elenco di impegni (23) necessari ai governi per affrontare le emissioni delle loro forze armate. Con la continua escalation delle spese militari, soprattutto a seguito della guerra in Ucraina, è urgentemente necessario che i governi si impegnino ad affrontare la questione del contributo militare alle emissioni globali di gas serra<sub>, </sub>un contributo oggi ampiamente ignorato.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Report <em>Estimating the Military’s Global Greenhouse Gas Emissions</em> pubblicato da Scientists for Global Responsibility (SGR) e Conflict and Environment Observatory (CEOBS) nel novembre 2022, sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; traduzione a cura di Paginauno</p>



<p class="has-small-font-size">1) I Paesi elencati nell’Appendice 1 (industrializzati ed economie in transizione) sono tenuti a presentare annualmente il National Inventory Reports (NIR), quelli non inclusi nell’Appendice 1 devono presentare un inventario nazionale delle emissioni antropogeniche come parte delle loro comunicazioni nazionali e dei rapporti biennali di aggiornamento</p>



<p class="has-small-font-size">2)  UNFCCC (2015) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement">https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) IPCC (2022) <a href="https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/">https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Osservatorio sul clima (2022). Dati per il 2019 <a href="https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Per esempio, Paesi come il Regno Unito e la Francia hanno minori emissioni di gas serra per unità di elettricità (a causa di livelli più elevati di rinnovabili e nucleare) rispetto a Stati Uniti, Cina, India o Arabia Saudita, che hanno una maggiore dipendenza dai combustibili fossili, in particolare dal carbone e petrolio. Vedi <em>Our World in Data</em> (2022a) <a href="https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Per una definizione degli ambiti 1, 2 e 3, si veda il Capitolo 4 di: GHG Protocol (2015) <a href="https://ghgprotocol.org/corporate-standard" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ghgprotocol.org/corporate-standard</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) IISS (2020). Il bilancio militare 2020 <a href="https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive">https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive</a> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Talete (2019). Documento di Registrazione Universale (compresa la Relazione Finanziaria Annuale) 2019 <a href="https://www.thalesgroup.com/en/investors">https://www.thalesgroup.com/en/investors</a> </p>



<p class="has-small-font-size">9) Fincantieri (2020). Aspetti ambientali: emissioni di gas serra, 2019<br><a href="https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/">https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10)  P.16–17 di: SGR (2020) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector">https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector</a>. Questo studio è stato condotto da uno degli autori di questo documento, Stuart Parkinson</p>



<p class="has-small-font-size">11) Comunicazione personale con Mike Berners-Lee, Lancaster University, 13 luglio 2022. Per ulteriori discussioni sulla sottostima delle emissioni militari di gas serra all’interno delle statistiche ufficiali del Regno Unito, vedere: SGR (2022) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Sulla base di un totale di emissioni globali di gas serra per il 2019 pari a 49,8 GtCO<sub>2</sub>. Si veda Our World in Data (2022b) <a href="https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Prospettive Climate Group (2022) <a href="https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissionsreport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissions-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Si veda, per esempio, la guida del Regno Unito per la rendicontazione aziendale sulle emissioni di gas serra: BEIS (2022) <a href="https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) CEOBS (2022) <a href="https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/">https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">17) Tali stime sono invece regolarmente compilate da altre organizzazioni, vedi: UNFCCC (2022) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) I dati di Climate Watch sono stati riassunti in Our World in Data (2022c) <a href="https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector">https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Statista (2022) <a href="https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) L’impronta di carbonio nazionale della Russia nel 2019 (basata solo sulle emissioni di CO<sub>2</sub>) è stata di 1.430 MtCO<sub>2</sub>. Poiché la CO<sub>2</sub> rappresenta il 74% delle emissioni globali di gas serra, questo dato può essere confrontato con l’equivalente impronta militare globale pari a 2.050 MtCO<sub>2</sub>. Dati da Global Carbon Project (2021) <a href="https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Il divario delle emissioni militari (2021) <a href="https://militaryemissions.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://militaryemissions.org/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) CEOBS (2022), op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">23) CEOBS (2021) <a href="https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ukraine Support Traker. Quali Paesi aiutano l’Ucraina e come?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ukraine-support-traker-quali-paesi-aiutano-lucraina-e-come-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6878</guid>

					<description><![CDATA[Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Kiel Institute for the World Economy *</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il Giappone e i Paesi scandinavi, in particolare, si sono impegnati a fornire ulteriore sostegno all’Ucraina all’inizio del 2023. È questo è il risultato dell’ultima analisi dei dati dell’Ukraine Support Tracker, che ora copre i primi dodici mesi dall’avvio del conflitto. Nel complesso, i nuovi impegni all’inizio dell’anno sono stati relativamente modesti.</p>



<p>Rispetto al dicembre 2022, si registra un calo degli importi dei nuovi aiuti promessi all’Ucraina. Nel nuovo periodo di riferimento, dal 16 gennaio al 24 febbraio 2023, sono stati impegnati 12,96 miliardi di euro, in gran parte provenienti da pochi donatori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg" alt="" class="wp-image-8187" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<p>I più importanti sono i Paesi scandinavi, con Norvegia (1,11 miliardi di euro, con un aumento del 90%), Svezia (0,33 miliardi di euro, +41%), Danimarca (0,24 miliardi di euro, +33%) e Finlandia (0,56 miliardi di euro, +165%) particolarmente generosi. Tra gli altri Paesi spiccano il Giappone, che si è impegnato a fornire nuovi e significativi aiuti finanziari per 5,1 miliardi di euro sotto forma di prestiti, e i Paesi Bassi con 2,5 miliardi di euro, destinati tra l’altro a un nuovo sistema Patriot.</p>



<p>Una nuova tendenza è l’adozione di orizzonti di pianificazione più lunghi. In precedenza, gli impegni di aiuto erano a breve termine e difficili da prevedere; solo gli Stati Uniti si vincolavano per un intero esercizio finanziario. Ora, altri Stati come il Regno Unito e i Paesi Bassi stanno seguendo questo modello, promettendo di fornire nel 2023 lo stesso ammontare di aiuti del 2022. La Norvegia ha persino annunciato un programma pluriennale di sostegno all’Ucraina con aiuti finanziari e militari per un valore di circa 7 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg" alt="" class="wp-image-8188" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Informazioni sull’Ukraine Support Tracker</h4>



<p>L’Ukraine Support Tracker elenca e quantifica gli aiuti militari, finanziari e umanitari promessi all’Ucraina dal 24 gennaio 2022 (attualmente fino al 24 febbraio 2023). Copre 40 Paesi, in particolare gli Stati membri dell’Ue, altri membri del G7, nonché Australia, Corea del Sud, Turchia, Norvegia, Nuova Zelanda, Svizzera, Cina, Taiwan e India. Inoltre, le istituzioni dell’Ue sono incluse come donatore separato. Il tracker elenca gli impegni tra governi; le donazioni private o quelle di organizzazioni internazionali come FMI non sono incluse nel database principale. I flussi diretti verso altri Paesi, come per esempio la Moldavia, non sono inclusi.</p>



<p>Per quanto riguarda le fonti, il database combina fonti governative ufficiali con informazioni provenienti dai media internazionali. Gli aiuti in natura, come forniture mediche, cibo o attrezzature militari, sono quantificati sulla base dei prezzi di mercato o di informazioni relative a crisi precedenti che hanno comportato aiuti governativi. In caso di dubbio, vengono utilizzati i limiti superiori dei prezzi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto (tradotto) del comunicato stampa del 4 aprile 2023, sull’aggiornamento dei dati dell’Ukraine Support Tracker, Kiel Institute for the World Economy</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dai mercenari ai contractor. Il diritto internazionale e l’ipocrisia dell’ONU</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dai-mercenari-ai-contractor-il-diritto-internazionale-e-lipocrisia-dellonu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6748</guid>

					<description><![CDATA[Il neoliberismo trasforma la sicurezza in merce, lo Stato perde il monopolio della forza e l’ONU privatizza le missioni di pace: storia di un’ascesa favorita dal diritto internazionale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" data-type="post" data-id="6737" target="_blank">(Paginauno n. 81, febbraio &#8211; marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il neoliberismo trasforma la sicurezza in merce, lo Stato perde il monopolio della forza e l’ONU privatizza le missioni di pace: storia di un’ascesa favorita dal diritto internazionale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Esprimiamo serie preoccupazioni per il reclutamento, il finanziamento, l’uso e il trasferimento di mercenari e attori legati ai mercenari dentro e fuori le diverse situazioni di conflitto in tutto il mondo. In molti casi, la presenza di questi attori privati ​​prolunga il conflitto, agisce come fattore destabilizzante e mina gli sforzi di pace. Gli esperti sono anche preoccupati dal fatto che il reclutamento e l’invio di mercenari e attori legati ai mercenari nelle zone di conflitto esacerba il rischio che i conflitti si diffondano in altre regioni. […] Il Gruppo di Lavoro ha ampiamente evidenziato i modelli di gravi abusi e violazioni commessi impunemente da questi attori, come esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, stupri, violenze sessuali e di genere, detenzioni arbitrarie e torture.”</p>



<p>Sono parole del Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the right of peoples to self-determination (“Gruppo di Lavoro sull’uso dei mercenari come mezzo per violare i diritti umani e impedire il diritto dei popoli all’autodeterminazione”, indicato d’ora in poi con ‘Gruppo di Lavoro’), istituito nel 2005 dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU; parole espresse nella dichiarazione rilasciata il 4 marzo 2022 (1), che si conclude ribadendo, per l’ennesima volta: “Tutti dovrebbero astenersi, in ogni circostanza, dall’utilizzare, reclutare, finanziare o addestrare mercenari o attori legati ai mercenari. […] gli Stati dovrebbero attuare un’efficace regolamentazione internazionale e nazionale. Gli abusi dei diritti umani e le violazioni del diritto umanitario da parte dei mercenari non devono restare impuniti”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Gruppo di Lavoro dell’ONU</h4>



<p>Nel 1987 la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (oggi Consiglio per i Diritti Umani) nomina un “Relatore speciale sull’uso dei mercenari come mezzo per impedire l’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Precedentemente il Consiglio di sicurezza ONU aveva emesso Risoluzioni sull’utilizzo di mercenari per rovesciare i governi della Repubblica Democratica del Congo (1967), della Repubblica popolare del Benin (1977) e della Repubblica delle Seychelles (1981), e per tutti gli anni ‘60 l’Assemblea Generale aveva adottato diverse Risoluzioni che chiedevano l’attuazione del diritto all’autodeterminazione nel contesto coloniale africano; la delibera che istituisce il Relatore speciale riconosce che il mercenarismo è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali.</p>



<p>Nel 2005 al Relatore speciale subentra il Gruppo di Lavoro, incaricato di studiare – attraverso missioni conoscitive, studi tematici e singole denunce – le violazioni dei diritti umani commesse da mercenari<em> </em>e dalle Società Militari e di Sicurezza Private (<em>P</em><em>rivate Military and Security Com</em><em>panies</em>, PMSC); sono infatti queste ultime, come vedremo, e non il tradizionale mercenarismo, ad avere mutato la dinamica dei conflitti a partire dagli anni ‘90. Il mandato evolve dunque, riconoscendo e focalizzando due attori e non più uno, e pone tra gli obiettivi la creazione di una regolamentazione internazionale vincolante per le PMSC e il miglioramento di quella già esistente sul mercenarismo (2).</p>



<p>Oggi possiamo dire che qualche risultato è stato raggiunto, soprattutto sul piano della consapevolezza e della denuncia, ma praticamente nulla su quello fattuale. Se i mercenari sono ora ridotti a essere una figura marginale, infatti, è solo perché, in linea con i cambiamenti politici ed economici degli ultimi trent’anni, sono stati sostituiti da efficienti aziende private che li ‘regolarizzano’, assumendoli a contratto e vendendoli a ‘clienti’ sotto forma di ‘servizi’. Si sono trasformati nei <em>contractor</em>, nell’alveo di un diritto internazionale umanitario che permette loro di agire tra le righe di normative lasciate intenzionalmente inadeguate rispetto ai mutamenti avvenuti. È in atto un tentativo di regolamentazione da parte delle Nazioni Unite, ma mostra a sua volta forti limiti. D’altra parte la stessa ONU utilizza le PMSC nelle operazioni di peacekeeping, e tutto assume il profilo del paradossale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dai mercenari alle PMSC</h4>



<p>Su 28 guerre civili scoppiate in Africa tra il 1950 e il 2002, tredici hanno visto la partecipazione conclamata di mercenari: Katanga (ora Repubblica democratica del Congo) e Biafra (Nigeria) tra le più documentate sotto questo aspetto, con Francia, Belgio e Gran Bretagna impegnate nell’ingaggio ufficioso di bande di <em>cani sciolti</em> di ogni nazionalità e di esperti ex militari passati al mercenarismo. L’obiettivo è sempre stato economico: mantenere il controllo sulle risorse naturali anche dopo la fase di decolonizzazione (3). Governi occidentali, governi dei neo-Stati africani, oppositori interni, compagnie minerarie, gruppi di interesse privati&#8230; tutti hanno utilizzato mercenari negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, soprattutto nel continente africano ma anche in Asia e in America Latina. Parliamo di figure individuali, generalmente veterani della seconda guerra mondiale o dei conflitti regionali successivi, non organizzati fra loro e spesso reclutati per passaparola; in cambio di denaro offrivano, soprattutto, ciò che nessun esercito regolare poteva dare: difendere interessi illegittimi nascondendo i mandanti. Fare insomma il lavoro sporco.</p>



<p>A partire dagli anni ‘90 la realtà muta: nascono le <em>Private </em><em>Military and</em><em> Security Companies</em>, la cui principale funzione non è celare l’identità di chi le ingaggia – che comunque resta un <em>plus</em> e una possibilità ancora utilizzata – ma affiancare gli eserciti regolari alla luce del sole. Fare direttamente la guerra, semplicemente. Nei soli anni ‘90 le PMSC addestrano i soldati di 42 Stati e partecipano a più di 700 conflitti (4). Tre sono gli elementi che nel decennio si compenetrano rendendone possibile la configurazione e l’ascesa.</p>



<p>Primo: la fine della guerra fredda. Il crollo del Muro porta al progressivo globale ridimensionamento delle forze militari nazionali: il numero di soldati effettivi passa da 28,7 milioni nel 1988 a 22,3 milioni nel 1997, con una riduzione del 22%. Il calo avviene soprattutto negli Stati Uniti, in Europa e nei Paesi dell’ex blocco sovietico (5). Accanto, si registra un surplus di armamenti che vengono resi disponibili alla vendita.</p>



<p>Secondo: l’attuazione di politiche neoliberiste. Dagli Stati Uniti (Reagan) e dalla Gran Bretagna (Thatcher) soffia il vento del “meno Stato, più mercato”, che diviene pensiero dominante nelle società capitalistiche. I Paesi avviano privatizzazioni ed esternalizzazioni: welfare, industria, settore bancario, energia, trasporti&#8230; il pubblico arretra a favore dei privati.</p>



<p>Terzo: l’imporsi dagli USA della cosiddetta <em>Revolution in Military Affairs</em> (RMA). Gli sviluppi tecnologici richiedono maggiore competenza tecnica, e prende piede la teoria che un numero relativamente piccolo di persone ben addestrate e dotate di armi a tecnologia avanzata possa facilmente avere la meglio su una forza militare più numerosa ma scarsamente addestrata e dotata di attrezzature meno sofisticate.</p>



<p>Muta la visione complessiva. Dall’essere considerata ‘bene pubblico’, la sicurezza diviene una <em>merce</em> acquistabile sul mercato sotto forma di <em>servizio</em>: quando serve, come serve, a prezzi ritenuti vantaggiosi grazie alla concorrenza. Nasce un settore commerciale aperto a una nuova tipologia di azienda privata, che va a prendere possesso di un terreno fino a quel momento indisponibile perché monopolio esclusivo dello Stato: l’uso della forza. Con tutto ciò che ne consegue, come vedremo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le PMSC</h4>



<p>Non esiste una definizione univoca e ufficiale delle PMSC. Sulla carta, sono due diverse tipologie di società: le <em>Private </em><em>Military Companies</em> (PMC) forniscono servizi militari, le <em>Private </em><em>Security Companies</em> (PSC)<em> </em>di sicurezza. Le prime quindi dovrebbero muoversi in teatri di guerra, le seconde nello spazio delle pratiche di polizia. Il fatto stesso che l’acronimo generalmente usato le tenga insieme (PMSC), mostra quanto la distinzione sia inconsistente e fuorviante, perché quasi tutte le imprese – sicuramente le più grandi e quotate – forniscono entrambi i servizi, e perché molti di quelli classificati come ‘sicurezza’ si svolgono in situazioni conflittuali, anche quando non apertamente dichiarate. Il Gruppo di Lavoro dell’ONU definisce dunque “una società militare e/o di sicurezza privata come un’entità aziendale che fornisce, a scopo di lucro, a realtà pubbliche o private, servizi militari e/o di sicurezza” (6).</p>



<p>Il ventaglio è estremamente ampio: pianificazione strategica, addestramento, intelligence, investigazione, comunicazioni; ricognizione terrestre, marittima o aerea; operazioni di volo di ogni tipo, con o senza equipaggio (droni); supporto logistico, materiale e tecnico; sorveglianza satellitare, qualsiasi genere di trasferimento di conoscenze con applicazioni militari o di polizia; sorveglianza armata o protezione di edifici, installazioni, proprietà e persone; combattimento e sicurezza nelle zone di conflitto.</p>



<p>Sempre più, nelle analisi critiche, viene a cadere anche la distinzione tra ‘funzioni passive’ di difesa/protezione e ‘funzioni attive’ di combattimento offensivo sul campo: perché le prime possono trasformarsi nelle seconde al rapido mutare della situazione sul terreno (la protezione di un sito o un convoglio diventa azione offensiva non appena viene attaccato), ma soprattutto perché attività come consulenza e addestramento dei soldati influiscono sostanzialmente sulle loro capacità in battaglia; così come intelligence, sorveglianza, operazioni di volo – sempre più con droni – intervengono attivamente negli scontri armati, modificandoli; e non si può definire estraneo al combattimento nemmeno il supporto logistico. Ogni funzione insomma, in una situazione di conflitto, sostiene e concorre alla guerra, anche se non preme il grilletto.</p>



<p>Le PMSC sono società commerciali private come ogni altra: sono regolarmente inscritte nel Registro delle Imprese dei Paesi dove hanno le sede legale e/o operativa, sono quotate in Borsa, hanno una struttura organizzativa tipicamente aziendale, sono finalizzate al profitto e competono apertamente fra loro sul mercato internazionale per aggiudicarsi le gare d’appalto indette da Stati, istituzioni e organizzazioni di vario tipo, pubbliche o private, come ONU, Unione europea, Ong o associazioni umanitarie, nonché imprese – spesso minerarie ed estrattive, ma non solo. Possono essere multinazionali – e avere la sede in paradisi fiscali – e, a loro volta, subappaltare servizi ad altre società. Attingono a un bacino di reclutamento tramite database di professionisti (generalmente ex militari) disponibili a chiamata e offrono contratti individuali di breve o lunga durata e ben pagati – i numeri sono riservati, ma pare che le retribuzioni superino da due a dieci volte quelle delle forze armate: un dato che spesso provoca la fuoriuscita di soldati e ufficiali dal pubblico a favore del privato. Muovendosi in tal modo, sono in grado di mettere insieme squadre operative in breve tempo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">È il business, bellezza!</h4>



<p>Nel 2021 il mercato mondiale dei servizi militari e di sicurezza ha raggiunto 241,7 miliardi di dollari; si prevede che arriverà a quota 366,8 miliardi entro il 2028, a un tasso di crescita annuo del 7,2%. Gli analisti individuano nella lotta al terrorismo sia interno che esterno, nelle tensioni geopolitiche tra USA, Europa, Cina e Russia e negli appalti già pianificati per l’ammodernamento delle forze armate, un grande potenziale di crescita (7). Dall’altra parte, il pubblico continua a retrocedere. Non si può certo affermare che viviamo in un’epoca pacificata, eppure il numero globale di militari effettivi persiste nella diminuzione. L’ultimo report USA del 2021 riporta i dati del 2019: sono 20,4 milioni (8) (erano 28,7 milioni nel 1988 e 22,3 nel 1997, come abbiamo visto).</p>



<p>Non ha alcun senso dare la caccia ai più cattivi, sia in termini di aziende che di Stati: tutte le principali aziende si equivalgono, offrendo i medesimi servizi, e tutti gli Stati le utilizzano. Con poco timore di essere smentiti, si può dichiarare che non c’è oggi terreno – che si tratti di guerra aperta, di conflitto a bassa intensità o di situazione di rischio – che non veda qualche PMSC in azione. Di fatto impossibile avere i numeri che possano tracciare un quadro complessivo: i contratti di appalto sono confidenziali, in nome della sicurezza. Sappiamo dalle cronache locali che i privati sono presenti in Yemen, Libia, Siria, Bielorussia, Afghanistan e Ucraina e sono stati determinanti nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Sono attivi anche nelle guerre dei cartelli in Messico e nel Golfo di Aden contro la pirateria. Il gruppo Wagner, collegato agli interessi russi, è in Ucraina, Africa, Medio Oriente e America Latina e il settore è in crescita anche in Cina. Ci sono poi aziende che lavorano per gruppi considerati terroristi, come Malharma Tactical, una PMSC con sede in Uzbekistan che si rivolge esclusivamente agli estremisti jihadisti (9).</p>



<p>I gruppi societari maggiori restano quelli statunitensi e britannici, che hanno inaugurato il settore – Constellis, di cui fa parte Academi (ex Blackwater, nota per il massacro di Nisour Square in Iraq, nel 2007: 17 morti e 20 feriti, tutti civili), G4S, DynCorp, Military Professional Resources (MPRI), Erinys International, Allied Universal, Aegis Defense Services – ma aumentano le società in Israele, Sudafrica e Colombia – terra di mercenari addestrati dagli Stati Uniti ai tempi della guerra al narcotraffico: oggi i colombiani sono ritenuti professionalmente preparati ed economicamente convenienti rispetto alle PMSC nordamericane, e hanno il pregio di essere numerosi: la maggior parte di loro proviene dalla fascia più povera della popolazione, con ben poche prospettive sociali ed economiche (10).</p>



<p>Se vogliamo qualche numero dobbiamo andare indietro nel tempo: a distanza di anni, sappiamo qualcosa sulle guerre in Iraq e Afghanistan relativamente agli Stati Uniti. Nel primo conflitto il picco è stato nel 2008: 160.000 contractor ingaggiati, in un rapporto di 1 a 1 con le forze armate. Nel secondo il livello massimo si è toccato nel 2012: c’erano più privati che truppe regolari: quasi 114.000 contractor contro 85.600 soldati, il 57% (11). Tra il 2003 e il 2016 il Dipartimento di Stato USA ha speso 196 miliardi di dollari in appalti a PMSC per la guerra in Iraq (12), e 108 miliardi per quella in Afghanistan tra il 2007 e il 2016 (13). Denaro pubblico con cui le <em>P</em><em>rivate Military and Security Companies</em> hanno fatto profitti, facendo la guerra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Forze armate vs contractor</h4>



<p>I sostenitori delle PMSC elencano una serie di caratteristiche che le renderebbero la scelta migliore da parte degli Stati. Il generale Fabio Mini ha lo sguardo pragmatico di chi la guerra la conosce per esperienza diretta, e dunque ci offre un’analisi particolarmente utile sui singoli punti (14).</p>



<p>Flessibilità. È indubbia. Le aziende private tendono ad assumere qualsiasi tipo di incarico e spesso firmano i contratti senza avere a portata di mano ciò che è necessario. “La regola generale è: tu chiedi e noi forniamo. Qualunque cosa possa essere”.</p>



<p>Competenza. Le società rivendicano maggiore qualità operativa rispetto alle forze armate e affermano di avere <em>ereditato</em> dal settore pubblico un immenso patrimonio di conoscenze, tecnologie e formazione. “Se è vero, oltre ad aver perso quel patrimonio ora lo Stato deve pagare per averlo” afferma Mini; “se non è vero, le PMSC guadagnano un sacco di soldi per niente o per qualcosa già disponibile a livello pubblico”.</p>



<p>Convenienza economica. La presunta economicità del settore privato è controversa e deve ancora essere dimostrata. Il servizio di per sé può essere più vantaggioso, se non si conta che lo Stato ha già sostenuto le spese per la formazione dei militari, e l’evasione e l’elusione fiscale che la maggior parte delle PMSC realizza insediandosi nei paradisi fiscali.</p>



<p>Professionalità. Le PMSC attirano anche personale inesperto con grave instabilità psicologica. “Il processo di selezione è normalmente molto rigoroso, tuttavia per le competenze relative a compiti violenti o altamente tecnici nonché a lavori banali, gli standard non sono stabiliti secondo requisiti etici” scrive Mini. E continua: “Il fatto è che soldati normali e ben addestrati, che mantengono il loro equilibrio psicologico dentro e fuori dal servizio, sono difficili da ottenere, e quelli che lo hanno perso rappresentano un grande rischio. Quando le società private offrono davvero personale di alta qualità è perché hanno assunto professionisti militari, di sicurezza o d’élite di alta qualità. Questi individui vengono sottratti al circuito istituzionale e quindi per la collettività non sono un guadagno, ma una perdita”.</p>



<p>Esiste tuttavia una caratteristica su cui tutti concordano, annoverandola tra i punti che più fanno pendere l’ago della bilancia a favore dei privati: le PMSC limitano – o addirittura eliminano – i costi politici della guerra: del dispiegamento di soldati all’estero, dei morti e dei feriti e dei funerali di Stato in televisione, delle eventuali accuse di abusi, irregolarità e violazione dei diritti umani. Consentono dunque anche di aumentare il numero di missioni militari e di alzare l’asticella del grado di rischio che un Paese è disposto ad affrontare. Lo stesso Mini riconosce che la “nebbia legale” nella quale le PMSC si muovono – e che vedremo – è stata accolta con favore da chi affida loro gli appalti, siano governi o organizzazioni internazionali, e “da molti comandanti militari che preferirebbero trattare con società private non regolamentate piuttosto che confrontarsi con la varietà di vincoli legali e operativi sull’uso dei propri soldati. In un ciclo perverso, la mancanza di regolamentazione promuove un’ulteriore espansione delle operazioni non regolamentate”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il monopolio della forza</h4>



<p>Sappiamo che nel pensiero liberale, da Hobbes in poi, il contrattualismo ha affidato allo Stato il monopolio della forza. Che lo stato di natura dal quale gli uomini dovevano uscire fosse considerato violento o pacifico, a seconda dei diversi pensatori, lo Stato moderno nasce come istituzione astratta, creata dall’Uomo e basata sul consenso. Nello Stato di diritto, la forza diviene legittima – discostandosi quindi dalla violenza, per quanto di violenza continui a trattarsi – perché autorizzata da una norma: tutti i poteri – anche quello deputato all’uso della forza – sono sottoposti al rispetto della legge. La <em>violenza privata</em> cede quindi il passo alla <em>forza pubblica</em>. Lo Stato costituzionale vede poi l’unione della forza e della giustizia: l’esercizio della prima deve essere finalizzato esclusivamente all’affermazione della seconda, scritta nei diritti e nelle libertà della Carta fondativa dello Stato.</p>



<p>Via via stratificandosi, il concetto di Stato moderno è dunque giunto fino a noi, ponendo alcune fondamenta indiscutibili: la forza è <em>esclusivamente</em> pubblica, la violenza privata è sempre <em>unicamente</em> violenza.</p>



<p>Non è un cavillo in punta di diritto, come può sembrare. Perché se ci muoviamo all’interno dei confini tracciati dal contrattualismo, quella che le <em>Private </em><em>Military and Security Companies</em> esercitano è una forma privata di violenza organizzata, agita al fine di trarre un profitto economico: in uno Stato di diritto non è consentita, è un reato. Oltretutto, se la sicurezza di un cittadino non è più garantita da istituzioni pubbliche – forze armate e polizia – ma da aziende private, non si configura più come un diritto: divenendo merce, come abbiamo visto, si trasforma concettualmente in qualcosa disponibile <em>solo</em> a chi abbia denaro per acquistarla. O a <em>chiunque</em> abbia denaro per acquistarla – come le società minerarie ed estrattive. Le basi teoriche utilizzate fino a oggi ne escono stravolte e svuotate.</p>



<p>Certo, se usciamo dal pensiero liberale e adottiamo lo sguardo di Marx, l’aporia si sana. Per Marx lo Stato è <em>borghese.</em> Non è affatto quell’istituzione neutrale legittimata a esercitare la forza in quanto affermazione della giustizia, ma la sovrastruttura che favorisce e protegge gli interessi della borghesia, ossia del Capitale; ed esercita violenza, che è violenza <em>di classe</em>. Davanti alle PMSC, questa lettura mantiene logica e coerenza: il neoliberismo inaugurato negli anni ‘90 ha smantellato il monopolio della violenza dello Stato aprendo il ‘settore’ al libero mercato, di modo che il capitalismo ne potesse trarre profitti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il diritto internazionale umanitario</h4>



<p>La prima definizione di ‘mercenario’ è del 1977 ed è contenuta nell’art. 47 del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949, considerate la base del diritto internazionale umanitario (15). Mercenario è colui che: a) sia appositamente reclutato, localmente o all’estero, per combattere in un conflitto armato; b) di fatto prenda parte diretta alle ostilità; c) prenda parte alle ostilità spinto dal desiderio di ottenere un profitto perso­nale, e al quale sia stato effettivamente promesso, da una Parte in con­flitto o a suo nome, una remunerazione materiale nettamente superiore a quella promessa o corrisposta ai combattenti aventi rango e funzioni similari nelle forze armate di detta Parte; d) non sia cittadino di una Parte in conflitto, né residente di un territorio controllato da una Parte in conflitto; e) non sia membro delle forze armate di una Parte in conflitto; f) non sia stato inviato da uno Stato non Parte nel conflitto in missione uffi­ciale quale membro delle forze armate di detto Stato. Queste sei caratteristiche sono <em>cumulative</em>: tutte devono essere soddisfatte.</p>



<p>È immediatamente evidente che la definizione non può essere applicata al personale di una PMSC, il quale può non avere direttamente un ruolo attivo nel combattimento ma funzioni di logistica, addestramento, intelligence ecc.; oppure può essere di nazionalità di una parte in conflitto (come i contractor statunitensi nella guerra USA in Afghanistan e Iraq); dimostrare poi che la retribuzione sia “nettamente superiore” è praticamente impossibile, vista la riservatezza dei contratti; infine, è sufficiente incorporare i contractor nelle forze armate, limitatamente al tempo del conflitto, per escluderli dalla categoria del mercenario. Oltretutto, il Protocollo si applica ai soli conflitti<em> ar</em><em>mati internazionali</em> e non vieta il mercenarismo: il suo obiettivo è negare alla figura del mercenario lo status di combattente e di prigioniero di guerra – che certo non è un dettaglio da poco: traccia la separazione tra militare e civile, con tutto ciò che ne consegue in termini di diritto internazionale umanitario e di giurisdizione.</p>



<p>Per la criminalizzazione occorre aspettare la “Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento dei mercenari”, adottata dall’ONU nel 1989 (16). Come esplicitato nel titolo stesso, considera reato non solo il mercenarismo in sé ma tutte le attività collegate (reclutamento, uso, finanziamento e addestramento); si applica inoltre non solo a un conflitto armato internazionale ma “in ogni altra situazione”, e obbliga gli Stati firmatari a perseguire o estradare i presunti autori dei reati. È indubbiamente un passo avanti – anche se non è stato creato alcun organismo internazionale con il compito di monitorare, controllare e guidare l’attuazione della Convenzione – ma di contro la definizione di mercenario sostanzialmente ricalca quella del Protocollo del 1977: l’attività delle PMSC e dei contractor non può quindi essere qualificata come reato.</p>



<p>A livello regionale, nel 1977 vede la luce la “Convenzione per l’eliminazione del mercenarismo in Africa” redatta dall’Organizzazione per l’Unità Africana (oggi Unione Africana) (17). Segnati fortemente dall’uso dei mercenari sul proprio territorio nella fase di decolonizzazione, come abbiamo visto, i Paesi del continente africano pongono particolare attenzione al mercenarismo e lo criminalizzano nello stesso anno in cui il I Protocollo delle Convenzioni di Ginevra si limita a connotarlo. Tuttavia ne incorporano la definizione – con solo una modifica al punto c): deve esserci compenso materiale ma non necessariamente “nettamente superiore” a quello delle forze armate. Anche questo trattato internazionale quindi non può essere applicato al personale delle PMSC.</p>



<p>Nulla più. Qui termina il diritto internazionale umanitario relativo al mercenarismo. I suoi limiti sono evidenti, dovuti principalmente all’epoca in cui è stato scritto: gli anni ‘70 e ‘80. È chiaro che i <em>contractor</em> delle PMSC nate negli anni ‘90 sono mercenari, ma sfuggono a una regolamentazione che risulta datata. Anche se, di fatto, nemmeno i mercenari tradizionali sono stati messi al bando, perché la Convenzione del 1989 che li criminalizza è stata ratificata da appena 36 Paesi su 193 – e da nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU – e quella regionale dell’Organizzazione per l’Unità Africana da 30 Stati su 55.</p>



<p>In un blando quanto inconsistente tentativo di legittimarsi, PMSC, Stati e organizzazioni varie hanno stilato linee guida, codici di condotta e standard globali che richiamano il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani – <em>Voluntary </em><em>Principles on Security and Human Rights</em> (2000), <em>Montreux Document</em> (2008), <em>International Code of Conduct for Security Service </em><em>Providers</em> (ICOC, 2010) – ma si tratta di <em>soft law</em>, di auto-regolamentazione non vincolante.</p>



<p>La mancanza di un diritto internazionale pone le PMSC sotto la giurisdizione delle sole leggi nazionali, con quel che ne consegue: data la struttura sovrastatale, le aziende hanno gioco facile a impiantare le proprie sedi in Paesi che hanno vincoli legali meno stringenti, o disposti a non volerle perseguire in caso di violazioni. La Relazione del 2021 del Gruppo di Lavoro dell’ONU (18) denuncia la “carenza di informazioni pubbliche sui dettagli operativi e sui contratti di queste società con i loro clienti, che rimangono riservati”; la “mancanza di chiarezza in merito alle gerarchie contrattuali, alle strutture aziendali e ai rapporti tra società madri, filiali e subappaltatori”; il fatto che “queste società vengono spesso costituite, sciolte, fuse e trasferite o operano attraverso più filiali: ciò è associato a molteplici livelli contrattuali e assicurativi in tutte le giurisdizioni, il che complica ulteriormente l’accertamento a quale livello dovrebbe ricadere la responsabilità quando si verificano violazioni dei diritti umani”. È la stessa natura aziendale delle PMSC a rendere difficoltosa la ricostruzione della responsabilità: “L’opacità che circonda le condizioni in cui il personale è schierato, compresi i meccanismi di comando e controllo applicabili, oscura l’attribuzione di responsabilità e ha consentito a tali attori di operare con apparente impunità”.</p>



<p>L’approfondimento del Gruppo di Lavoro del 2020 (19) ha stabilito che “sebbene la maggior parte degli Stati disponga di sistemi per il monitoraggio delle PMSC che operano nel loro territorio, questi sistemi spesso non si estendono alle attività all’estero; mentre i processi di monitoraggio interno non riguardano generalmente il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale ma tendono piuttosto a concentrarsi sulle violazioni di ‘attività consentite, licenze, autorizzazioni, assunzioni e altri processi amministrativi’, con conseguenti possibili sanzioni amministrative”. Oltretutto, “il perseguimento del personale PMSC dinanzi ai tribunali nazionali è impegnativo, a causa di fattori quali la giurisdizione, la raccolta e la conservazione delle prove, lo svolgimento di indagini nei territori d’oltremare, la volontà degli Stati di perseguire tali casi e il trasferimento del personale”.</p>



<p>Senza contare che la riservatezza dei contratti può servire intenzionalmente a nascondere il coinvolgimento di un Paese in un conflitto, permettendogli di eludere le sue responsabilità in caso di violazione del diritto internazionale: “I rapporti condivisi suggeriscono che, in alcuni casi, ciò viene fatto proprio con l’obiettivo infausto di fornire una ‘negabilità plausibile’”. Mentre “il Gruppo di Lavoro continua a ricevere informazioni sul personale militare e di sicurezza privato che sarebbe stato coinvolto in violazioni dei diritti umani, comprese sparizioni forzate, esecuzioni sommarie, uccisioni indiscriminate, sfruttamento e abuso sessuale” (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’ONU e la privatizzazione della pace</h4>



<p>La relazione del Gruppo di Lavoro all’Assemblea Generale del 2014 (21) è focalizzata sull’utilizzo da parte dell’ONU delle PMSC, nelle operazioni di peacekeeping. I contractor assolvono principalmente a compiti di protezione delle sedi, dei convogli e del personale dell’organizzazione; a training, consulenza e analisi del rischio; forniscono equipaggiamento militare e relativa manutenzione (elicotteri, veicoli ecc. comprensivi di autisti), attività di sminamento, comunicazioni e logistica. Tra le prime e più note missioni quella in Bosnia nel 1992, dove l’ONU ha ingaggiato quattro aziende con contratti che hanno coinvolto circa 2.000 contractor per quattro anni.</p>



<p>Anche per le Nazioni Unite tutto comincia negli anni ‘90, e ricalca il percorso degli Stati. Sempre più spesso il Paese ospitante la missione non è in grado di garantire la sicurezza al personale dell’ONU; in seconda battuta, gli Stati vengono meno all’obbligo di mettere a disposizione militari delle proprie forze armate per consentire l’operatività delle missioni; infine, la mancanza di capacità interna dell’organizzazione stessa: da una parte i Paesi si oppongono all’aumento del personale, principalmente per ragioni finanziarie, dall’altra quello esistente non è adeguatamente formato, difficile da ridistribuire tra le varie sedi, privo di una ‘unità di comando’ unica interna e, non ultimo, economicamente costoso.</p>



<p>Di nuovo, conoscere i dati per avere un quadro non è facile. Tra l’altro, i contractor si possono trovare anche tra le fila del contingente messo a disposizione dagli Stati, che in missione inviano i privati anziché le proprie forze armate. Lo stesso Gruppo di Lavoro denuncia la mancanza di pubblicità e trasparenza dei contratti, lamentando il fatto che ottenere qualche numero dal Dipartimento ONU per la Sicurezza e la Protezione è stato un “compito impegnativo”. Sappiamo così che nel maggio 2014 le Nazioni Unite utilizzavano circa 30 aziende private, tra operazioni di peacekeeping e missioni politiche; ipotizziamo che i numeri non possano essere che aumentati.</p>



<p>Ovviamente, il tema del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani si pone ancor più prepotentemente quando le PMSC si muovono in missioni di peacekeeping sotto la bandiera delle Nazioni Unite; e registra enormi deficit. La Relazione denuncia la mancanza di controllo da parte dell’ONU di ciò che avviene sul campo: spesso le PMSC ingaggiano personale locale, e si verificano casi come quello in Somalia nel 2012: “Il Gruppo di Lavoro è stato informato che diversi fornitori di servizi di sicurezza locali erano milizie basate su clan, che operavano dietro una facciata corporativa al fine di nascondere il coinvolgimento di singoli signori della guerra. […] quando si stipulano accordi per la fornitura di sicurezza privata questo modello è stato riscontrato in altri Paesi, incluso, implicitamente, il rischio di essere visti come parziali – ostacolando la percezione dell’indipendenza e dell’imparzialità delle Nazioni Unite agli occhi delle popolazioni locali”.</p>



<p>Priva di una regolamentazione internazionale, anche l’ONU ha fissato policy e linee guida per l’utilizzo delle PMSC, nel 2012; ma siamo al punto che “è opinione del Gruppo di Lavoro che le linee guida non affrontino la questione della responsabilità in caso di violazioni dei diritti umani commesse da società militari e di sicurezza private”, non prevedendo “indagini penali, cause civili e/o interdizioni” nei confronti delle aziende né la “pubblicazione di queste informazioni, ove possibile”. Senza tenere conto che “un’ulteriore preoccupazione per l’uso di società militari e di sicurezza private nelle operazioni di pace è che sono entità guidate dal mercato e la continua instabilità sostiene il settore. Ciò lascia aperte domande sugli interessi di queste società private nei risultati del processo di pace” (22).</p>



<p>Esiste infine un altro aspetto, più nascosto ma tutt’altro che secondario. La crescente dipendenza dalla sicurezza privata porta a un ruolo significativo delle PMSC nel plasmare sia la ‘politica di protezione’ delle missioni umanitarie – comprese quelle di Ong e organizzazioni varie – che le ‘politiche di sicurezza’ dell’ONU: lo spazio umanitario è trattato come carico di minacce, e la concettualizzazione dei problemi di sicurezza influenza e ridefinisce direttamente l’ambiente in cui le missioni intervengono.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La resa</h4>



<p>Nel 2010 il Gruppo di Lavoro ha presentato una proposta di regolamentazione delle PMSC, sulla quale il Consiglio per i Diritti Umani tuttora discute (23)<em>.</em> Tra gli aspetti più rilevanti la rivendicazione del monopolio della forza dello Stato: “Ci sono funzioni coerenti con il principio del monopolio statale dell’uso legittimo della forza che uno Stato non può esternalizzare o delegare alle PMSC, in nessun caso. Tra queste vi sono: la diretta partecipazione alle ostilità, allo svolgimento di operazioni di guerra e/o di combattimento; alla cattura di prigionieri, all’elaborazione di leggi, allo spionaggio, all’intelligence, al trasferimento di conoscenze con applicazioni militari, di sicurezza e di polizia; l’uso e attività correlate alle armi di distruzione di massa; l’uso e attività correlate ai poteri di polizia, in particolare i poteri di arresto o di detenzione, compreso l’interrogatorio dei prigionieri”. Include poi prescrizioni che obbligano i Paesi a uno stretto controllo sulle PMSC (registro, licenze, monitoraggio dell’import/export di servizi militari e di sicurezza, training sul diritto internazionale umanitario e norme sull’uso della forza e delle armi da fuoco), e l’adozione di una legislazione che garantisca la punibilità del personale delle società per le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.</p>



<p>È facilmente ipotizzabile che la proposta non diverrà diritto internazionale, o se accadrà, sarà ratificata da ancora meno Paesi della Convenzione del 1989, che vietava l’uso del mercenarismo. Le ragioni sono evidenti: diversi Stati – su tutti USA e Gran Bretagna – hanno smantellato intere funzioni all’interno delle forze armate, e si ritiene che ormai non potrebbero combattere una guerra senza le aziende private (24). Nessuno può dunque permettersi di criminalizzare l’attività delle PMSC.</p>



<p>Proprio per questo, a ben vedere, la regolamentazione avanzata delude. Persa per persa, il Gruppo di Lavoro dell’ONU poteva permettersi maggiore coerenza e onestà intellettuale. Perché se la proposta è positiva – in ottica liberale – nel rimettere al centro la questione del monopolio statale della forza, tuttavia si inserisce nell’aleatoria distinzione tra funzioni attive (combattimento offensivo) e funzioni passive (difesa/protezione), vietando l’esternalizzazione delle prime e consentendo quella delle seconde – quando abbiamo visto come ogni attività contribuisca alla guerra, dall’addestramento alla logistica, dalla comunicazione al pilotaggio dei droni da ricognizione. Non solo. C’è un aspetto forse ancora più fondamentale. Se regolamentare le PMSC è preferibile al vuoto legale nel quale operano da trent’anni, è anche vero che significa legittimarle. Significa legalizzare un settore che ha tutta la convenienza ad alimentare i conflitti e l’insicurezza; in grado di moltiplicarli offrendo i propri servizi a chi ha denaro per comprarli. Significa accettare la trasformazione in merce di un ‘bene pubblico’, accettare l’entrata della guerra e delle missioni di peacekeeping nel libero mercato dei profitti. È una resa all’esistente invece di una caparbia resistenza contro ogni conflitto.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 20° Rapporto sui diritti globali 2022, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</p>



<p class="has-small-font-size">1) UN Working Group, <em>Statement by the UN Working Group on the use of mercenaries warns about the dangers of the growing use of mercenaries around the globe</em>, <a href="https://www.ohchr.org/en/statements/2022/03/statement-un-working-group-use-mercenaries-warns-about-dangers-growing-use">https://www.ohchr.org/en/statements/2022/03/statement-un-working-group-use-mercenaries-warns-about-dangers-growing-use</a>, 4 marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. UN Working Group, <em>Mercenarism and Private Military and Security Companies</em>, aprile 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Nihal El Mquirmi, <em>Private Military and Security Companies: A New Form of Mercenarism? / Presence of Foreign Fighters: Concessions for Security?</em>, in Policy Center for the New South, febbraio/marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Fabio Mini, <em>An Analysis of Private Military and Security Companie</em><em>s</em>, in European University Institute, luglio 2010</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Ex</em><em>penditures and Arms Transfers 1998 (WMEAT)</em>, <a href="https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf</a>, aprile 2000</p>



<p class="has-small-font-size">6) UN Working Group, <em>Report of the Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 5 luglio 2010 </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Vantage Market Reasearch, <em>Private Military Security Services Market,</em> <a href="https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578</a>, maggio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 2021 (WMEAT)</em>, <a href="https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/</a>, 30 dicembre 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Matthew Sutherland, <em>Market for Force: The Emerging Role of Private Military and Security Companies</em>, in Security Distillery, 17 marzo 2021</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Pietro Orizio, <em>L’assassinio di Jovenel Moïse ed il “business” dei golpe improvvisati in America Latina</em>, in Analisi Difesa, <a href="https://www.analisidifesa.it/2021/09/lassassinio-di-jovenel-moise-ed-il-business-dei-golpe-improvvisati-in-america-latina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.analisidifesa.it/2021/09/lassassinio-di-jovenel-moise-ed-il-business-dei-golpe-improvvisati-in-america-latina/</a>, 21 settembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. US Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. US Congressional Budget Office, <em>Contractors’ Support of US Operations in Iraq</em>, agosto 2008 e USA Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. US Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">14) Fabio Mini, op. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Convenzioni di Ginevra, <em>Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, </em>1977 </p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. ONU, <em>Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento dei mercenari, </em>1989</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Organizzazione per l’Unità Africana, <em>Convenzione per l’eliminazione del mercenarismo in Africa, </em>1977 </p>



<p class="has-small-font-size">18) UN Working Group, <em>Impact of the use of private military and security services in humanitarian action</em>, 2 luglio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">19) UN Working Group, <em>Use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 28 luglio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">20) UN Working Group 2021, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. UN Working Group, <em>Use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 21 agosto 2014 </p>



<p class="has-small-font-size">22) UN Working Group 2021, op. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. UN Working Group 2010, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Fabio Mini, op. cit. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La guerra che fingiamo non ci sia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-guerra-che-fingiamo-non-ci-sia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crimini guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Il punto di svolta del 1991: produzione di un conflitto permanente e non dichiarato, tecnologia militare e stato di propaganda: siamo in guerra da trent’anni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Maria Rita Prette*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il punto di svolta del 1991: <em>produzione</em> di un conflitto permanente e non dichiarato, tecnologia militare e stato di propaganda: siamo in guerra da trent’anni</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Credo sia molto importante parlare della guerra, una parola diventata un po’ tabù: nel senso che come Paese sono una trentina d’anni che facciamo guerre, anche se non le dichiariamo più e le chiamiamo con altri nomi. A ben vedere, quando ho fatto questo lavoro, anch’io ho faticato a chiamare ‘guerra’ le cose che ho incontrato, perché hanno un carattere sleale e feroce che va ben oltre il modo in cui i conflitti sono stati concepiti dall’umanità fino al 1991. Dobbiamo quindi guardare queste nuove forme delle guerre per come si esprimono, per come vengono fatte, per i dispositivi che attuano, a partire dal momento in cui hanno cominciato a essere realizzate in queste modalità, ossia: non più due eserciti che si confrontano.</p>



<p>Forse la seconda guerra mondiale è stato il conflitto ‘di passaggio’ verso questo nuovo modo, caratterizzato soprattutto dall’utilizzo dell’aviazione; ormai ci siamo abituati al fatto che si bombardino delle città, dei quartieri, dei Paesi, che li si rada anche al suolo. Penso che dovremo rifletterci, perché bombardare una città e raderla al suolo – come hanno fatto gli americani a Dresda nel 1945 e come abbiamo fatto noi in tutti Paesi in cui siamo stati, dalla Somalia all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria – vuol dire colpire dei civili. Questo è il primo tabù che viene rotto dalle nuove forme della guerra: a morire sono principalmente i civili, molto meno i soldati.</p>



<p>Chiarisco subito che quando parlo dell’Italia, citando quello che i nostri eserciti hanno fatto nel mondo in questi trent’anni, mi riferisco allo stesso modo alla Nato e agli Stati Uniti, perché noi non siamo un’entità militare, uno Stato con un esercito dotato di sovranità: ospitiamo sul nostro suolo sette basi Nato, fondamentali per gli USA rispetto all’Europa dell’Est e all’Africa; queste sette basi sono accompagnate da altre 54 esclusivamente americane, e da un certo numero di basi miste, un po’ italiane, un po’ americane e un po’ Nato. Quindi siamo a tutti gli effetti una colonia statunitense. Dal 1945 a oggi, ciò che abbiamo fatto a livello militare dipende principalmente da questo punto. O per meglio dire, ci sono due binari attraverso i quali il nostro Stato, in nostro nome, fa delle guerre.</p>



<p>Il primo è la sudditanza che abbiamo appena visto. Ha origine nel 1949 con il Trattato della Nato e nel 1954 con il Trattato bilaterale Italia-Stati Uniti, che ha consentito di mantenere qui le basi militari.</p>



<p>Il secondo binario è quello esplicitamente definito nel 1991 in un Rapporto dal nostro Ministero della Difesa: la guerra fredda è finita, spiega il Ministero, e quindi la nostra funzione anticomunista rispetto all’Europa dell’Est; ora dobbiamo garantirci l’approvvigionamento delle materie prime e delle fonti energetiche, garantire militarmente le vie attraverso le quali queste fonti ci arrivano, e garantire anche le imprese italiane che operano nei Paesi dove sono situate le risorse – quei territori che loro definiscono ‘contesi’ e che noi abbiamo invece visto essere territori massacrati dalle guerre, e dalle seguenti ricostruzioni che sono la fortuna di tanti industriali italiani.</p>



<p>I due binari camminano intrecciati, e questo spiega perché tante volte dimentichiamo. Ora si dice che quella in Ucraina è la prima guerra in cui l’Europa si trova coinvolta dopo settant’anni di pace: non è chiaramente così. Nel 1999 i militari italiani sono andati a bombardare Belgrado, che è nel cuore dell’Europa, e l’hanno fatto senza minimamente concepirsi come se stessero facendo una guerra. Eppure siamo andati lì e abbiamo bombardato, e con le nostre armi potenziate con l’uranio impoverito abbiamo reso inaccessibili per i prossimi 4 miliardi e mezzo di anni intere zone della Serbia, come abbiamo fatto poi in Iraq, Libia, Afghanistan e in tutti i posti dove siamo andati – l’uranio impoverito meriterebbe una serata a parte e su questo non mi dilungo.</p>



<p>Io credo che il punto centrale di questa situazione sia che non vogliamo parlare di guerra perché, in realtà, con le nostre armate militari commettiamo una serie di crimini che sono veri e propri crimini contro l’umanità. Ne abbiamo commessi, del tutto impunemente, in Somalia – qualcuno di voi ricorderà che alcuni militari italiani finirono in tribunale per tortura contro dei cittadini somali, durante la ‘missione di pace’ del 1997 – in Iraq, quando durante la prima Guerra del Golfo del 1991, in quaranta giorni abbiamo buttato l’equivalente di sei bombe atomiche come quella che è stata lanciata su Hiroshima, procurando 200.000 morti tra i civili iracheni e mezzo milione di orfani. In Iraq siamo tornati nel 2003 e abbiamo bruciato Falluja con il fosforo bianco, utilizzando quel tipo di armi vietate e criminalizzate quando sono gli altri a usarle. </p>



<p>Secondo Jim Brown, un veterano americano, il 27 febbraio 1991 abbiamo persino sganciato una bomba atomica di cinque chilotoni al confine con l’Iran, presso Bassora (1). Su YouTube c’è un’inchiesta molto bella di Maurizio Torrealta che vi invito ad andare a vedere, con un’intervista a Jim Brown che racconta come i suoi commilitoni gli abbiano riferito di aver lanciato questa bomba; e c’è una corrispondenza dei sismografi internazionali, che riconoscono che il tipo di terremoto che hanno registrato in quel luogo e momento potrebbe corrispondere a una bomba esattamente di quella grandezza. È stata fatta anche un’inchiesta sulle conseguenze di questo ordigno atomico, in un ospedale di Bassora, dove il 500% in più di bambini sono risultati malati di cancro e leucemia; un medico dell’ospedale ha chiesto formalmente all’Italia di mettere in piedi un’inchiesta epidemiologica, e l’allora Ministro degli Affari Internazionali, Gianni Mattioli, dice a Torrealta: io ero disposto a farla, ma l’Alleanza Atlantica me l’ha proibito.</p>



<p>In questi trent’anni, quindi, abbiamo commesso tante e tali cose che non abbiamo oggi motivo di dire, se non per raccontarci delle menzogne, che quella in Ucraina sia la prima guerra che stiamo vivendo da decenni – peraltro ancora distante, perché non mi pare che stiano cadendo delle bombe sulle nostre teste.</p>



<p>Questa visione è un’idea centrale delle nuove forme dei conflitti: la guerra deve essere permanente, perché è diventata l’unica forma ancora efficiente del sistema produttivo capitalistico. Non facciamo più lavatrici, automobili, frigoriferi&#8230; e produciamo invece armi e guerre. Sottolineo che <em>produciamo</em> delle guerre, nel senso che c’è un processo istituzionale della guerra, in mano a imprese private, che <em>produce</em> dei teatri di guerra, <em>produce</em> dei luoghi di lavoro – imprese che ovviamente fanno profitti su questa realtà. Alcuni esempi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="523" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-7143" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-1-172x300.jpg 172w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p>All’inizio del 1991, nella ex Jugoslavia, il governo croato ingaggia un’agenzia di marketing per promuovere l’immagine dei croati a discapito di quella dei serbi. Alla fine dello stesso anno questa società, la Ruder Finn, viene incaricata dal governo bosniaco di fare altrettanto per quel che riguarda la Bosnia, e nel 1992 lavora per i capi albanesi del Kosovo. Non è un fatto occasionale. Possiamo vedere quel che è successo negli ultimi mesi rispetto alla guerra che stiamo facendo in Ucraina contro la Russia: costruiamo un amico con i tratti migliori – chiamiamo ‘resistenti’ gli ucraini, il nostro Presidente della Repubblica ha addirittura fatto riferimento alla Resistenza italiana – e costruiamo soprattutto l’immagine del nemico. Negli ultimi trent’anni abbiamo progressivamente visto rappresentare come un novello Hitler, Saddam Hussein per l’Iraq, Assad per la Siria, di recente Putin, e quando non è possibile identificare una singola figura si costruisce l’immagine del nemico collettivo – i talebani, i miliziani dell’Isis ecc. Costruendo queste figure, si sottrae all’intelligenza sociale collettiva il diritto di discutere su questi ‘amici’ e questi ‘nemici’, perché se lo si fa, se si intende approfondire la realtà, si viene indicati come dei ‘collaboratori’ di quel nemico.</p>



<p>Abbiamo quindi un processo di censura, come di fatto sempre avviene nelle guerre. Lo sottolineo perché facciamo finta di non essere in guerra, ma lo siamo da trent’anni, e quindi sono trent’anni che abbiamo perso il diritto di interrogarci se erano davvero amici o nemici, chi erano gli amici e chi i nemici. Questa costruzione avviene attraverso delle vere e proprie campagne pubblicitarie, ed è alimentata e legittimata da quel processo di mass mediazione di cui si servono i nostri governi (2). Se dobbiamo credere che in tempo di guerra, com’è logico che sia, non c’è informazione ma c’è propaganda, vuol dire che da trent’anni viviamo in Paesi europei nei quali <em>verità l’è morta</em>, non esiste più, ed esiste invece la propaganda; di cui siamo vittime, perché nessuno ci dà le informazioni per farci un’idea di quello che effettivamente sta accadendo.</p>



<p>In Iraq, e in altre guerre, abbiamo avuto dei giornalisti che sono andati a seguire il conflitto. Consideriamo però che nel 1991 gli Stati Uniti hanno deciso che la presenza della stampa nei teatri di guerra dovesse essere regolata. Inizialmente si è lasciata al Dipartimento di Stato americano la scelta di un pool di giornalisti, riferiti a un certo numero di testate, che potessero andare nelle zone di conflitto come se fossero ‘arruolati’, a fianco dei soldati – non andavano in giro per conto loro a vedere quel che accadeva. Questa modalità piacque poco – ci dice Fausto Biloslavo, un giornalista embedded, in un interessante Rapporto che ha scritto per il governo italiano (quindi una documentazione di parte) – perché gli Stati Uniti si rendono conto che questa modalità li espone a critiche e accuse di censura; il Dipartimento di Stato cambia dunque approccio. Inaugura l’“informazione per inondazione”: permette a tutti i giornalisti di andare ai suoi briefing, e li inonda di notizie: vere, false, più o meno verificabili e date in continuazione, talmente tante da rendere inutile ai cronisti l’andare sul campo a vedere che cosa succede. Sono quindi trent’anni che noi non sappiamo quel che accade nei teatri di guerra.</p>



<p>Abbiamo poi le aziende produttrici di armi e le compagnie militari private (3). Rispetto alle guerre del Novecento, mandiamo pochissimi e specializzati soldati al fronte, e anche questa è una direttiva statunitense. Dopo il conflitto del Vietnam, gli USA dissero: mai più una guerra che riporti a casa tutte quelle bare, perché pone l’opinione pubblica contro di noi. Quindi da una parte mettiamo i nostri soldati nelle condizioni di rischiare il meno possibile, dall’altra, poiché nelle guerre ancora conta chi mette gli stivali sul terreno, come dicono i vecchi generali, allora inviamo i contractor. Sono una novità dei conflitti del nostro tempo, perché sono dei mercenari a tutti gli effetti ma non si può dire, altrimenti gli Stati non potrebbero appaltarli nel rispetto delle norme del diritto internazionale che lo vietano. C’è allora una direttiva per stabilire che il contractor è una persona che va sul teatro di guerra non per guadagno personale, ma perché guadagni la compagnia militare che lo invia; non va per partecipare al conflitto, ma per proteggere delle persone che lì si trovano, e se per caso viene coinvolto, se spara a qualcuno, lo fa per difendere quelle persone. Diviene quindi lecito che uno Stato appalti contractor per una guerra. </p>



<p>In Afghanistan c’erano 9.000 soldati americani e 29.000 contractor appaltati al solo Dipartimento di Stato; ce n’erano altrettanti ingaggiati dall’esercito italiano, dalla Gran Bretagna, dai vari Paesi che hanno partecipato a quel conflitto. Che cosa significa questo? Di nuovo, che le vittime designate dalle nuove guerre sono i civili. Abbiamo avuto 7.400 morti tra i militari, in tutta la coalizione e in vent’anni di conflitto: un morto è sempre di troppo, ma analizzando il dato in termini numerici, è un numero bassissimo. Abbiamo però avuto più di 178.000 persone morte.</p>



<p>Le guerre si fanno addirittura contro i singoli individui. Sto parlando dei droni, questi strumenti figli della tecnologia di ultima generazione, che coinvolgono la base Nato di Sigonella in Sicilia, e comportano di fatto un cambiamento antropologico: per la prima volta nella storia dell’umanità, rappresentano infatti la possibilità di uccidere una persona dall’altra parte del pianeta, stando seduti in una stanza, davanti a un computer. Sono utilizzati in due modi.</p>



<p>Il primo: all’interno dei teatri di guerra. Nel 2017, per esempio, in Libia – quindi in un Paese con il quale eravamo in una situazione di belligeranza nascosta, perché non abbiamo mai dichiarato guerra alla Libia – un singolo attacco ha comportato la morte di 900 persone, che ci hanno detto essere miliziani dell’Isis. Chiunque fossero, 900 persone sono morte perché dei militari americani seduti in Nevada hanno fatto alzare dei droni a Sigonella, quindi a casa nostra, li hanno portati sul terreno di guerra, hanno individuato dei bersagli e hanno lanciato dei missili. Quindi noi abbiamo permesso che quei droni – che sono in Europa perché hanno bisogno di essere sul territorio, non possono partire dal Nevada – si alzassero in volo, vedessero e bombardassero. C’è un’organizzazione britannica, di nome Reprieve – mi risulta sia l’unica al mondo ad aver fatto una ricerca su questi attacchi – che afferma che una lista che comprendeva 24 persone da uccidere ha portato alla morte di 847 persone; rileva che solo con gli attacchi sulle liste sono morte tra 3.000 e 4.000 persone in Yemen e in Pakistan, Paesi con cui non siamo mai stati in guerra.</p>



<p>La seconda modalità di utilizzo dei droni è quello che viene chiamato ‘attacco alla firma’: quando con un comportamento <em>firmi</em> la tua condanna a morte. E non esiste nemmeno una regola su quali siano i comportamenti che fanno presupporre che tu sia un terrorista. In Pakistan c’è un paesino, Datta Khel, a 2.000 metri: il 17 marzo 2011 gli anziani si riuniscono in una jirga, un’assemblea pubblica, per decidere su una contesa tra due famiglie in merito a una miniera di cromite. Si siedono all’aperto, in cerchio, nella piazza, com’è loro abitudine. In quel momento, un drone sorvola la zona, e rimanda a un soldato seduto nella sua stanza in Nevada l’immagine di un gruppo di persone che stanno discutendo qualcosa; forse un algoritmo, forse un generale, non lo sappiamo, comunica al militare che quella è una riunione di terroristi, viene dunque armato un drone e polverizzate 42 persone. Questo villaggio, tra l’altro, era filo americano, quindi aveva informato l’esercito pakistano dell’assemblea.</p>



<p>Qui vediamo la stretta connessione tra tecnologia e capitalismo di guerra. Lo stesso legame riguarda i soldati, e trovo anche questo antropologicamente significativo. I soldati sono da sempre <em>trattati</em> in qualche modo – gli si danno droghe e ansiolitici per sopportare lo stress di un teatro di guerra, per inibire il senso etico ecc. – ma quel che viene fatto oggi è molto diverso. Il Dipartimento di Stato americano ha operato su 1.000 avieri e 2.300 soldati per portare la loro vista a 15 decimi; la Darpa, un’agenzia statunitense, studia le modalità per portare le capacità del corpo del soldato a resistere meglio al freddo, al caldo, al dolore (4); abbiamo infine l’ibridazione dei soldati con gli strumenti tecnologici, per esempio il casco del caccia F-35. Tutti abbiamo sentito parlare di questo aereo di ultima generazione, che viene venduto trattenendo il codice sorgente: vuol dire che il velivolo può alzarsi in volo solo se gli Stati Uniti lo permettono. I soldati italiani che si sono addestrati a diventare piloti di F-35 raccontano, in termini entusiastici, l’ibridazione con questo casco: permette loro di vedere con gli occhi dell’F-35, ossia con le telecamere montate a 360° sul caccia, e trasmette delle stimolazioni cognitive al pilota. Siamo quindi in presenza di una manipolazione della persona, ridotta a essere una parte della macchina.</p>



<p>Aggiungo un’ultima cosa: considero molto preoccupante la cultura della guerra in cui siamo stati infilati senza che nessuno lo dichiarasse apertamente. Sono stati fatti dei passi all’interno della nostra società, dentro le nostre istituzioni, per produrla, innanzitutto partendo dalle scuole. Già dal 2014 sono stati stipulati degli accordi tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Difesa perché nelle aule andassero generali e militari a insegnare la Costituzione, e si è incentivato il portare i bambini delle elementari in visita alle basi militari – nell’anno scolastico 2015-2016, nella base navale di Augusta (dove ci sono i reattori nucleari sui sottomarini), il comando della Marina militare ha addirittura organizzato una giornata di attività motorie, ludiche e musicali destinata alle scuole primarie, durante la quale i bambini sono stati portati a visitare i sottomarini stessi. Anche nell’alternanza scuola-lavoro i ragazzi delle superiori vengono portati nelle basi militari, e da anni le università italiane hanno significativi finanziamenti da parte della Nato e degli Stati Uniti per progetti che hanno a che fare con le strategie militari. È una cultura che, in sordina, prende sempre più piede.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Emilio Del Giudice, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/piccole-bombe-nucleari-crescono-la-fusione-fredda-e-le-nuove-mini-armi-atomiche/" target="_blank"><em>Piccole bombe nucleari crescono. La fusione fredda e le nuove mini-armi atomiche</em></a>, Paginauno n. 20, dicembre 2010. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/" target="_blank"><em>Lo spettacolo della guerra</em></a>, Paginauno n. 77, aprile 2022. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-prosperita-della-guerra/" target="_blank"><em>La prosperità della guerra</em></a>, Paginauno n. 79, ottobre 2022. Nota di redazione </p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Giovanna Baer, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/dna-e-campo-militare-la-nascita-di-capitain-america/" target="_blank"><em>DNA e campo militare. La nascita di Capitain America</em></a>, Paginauno n. 67, aprile 2020. Nota di redazione </p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Incontro-dibattito sul libro <em>La guerra che fingiamo non ci sia</em> di Maria Rita Prette (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, Milano, 6 novembre 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La prosperità della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-prosperita-della-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 11:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Un sistema economico che mette a valore la morte: ben oltre l’industria delle armi, le società di contractor e il dual use di Big Tech e dell’intelligenza artificiale che noi stessi addestriamo, ora siamo tutti chiamati a far soldi in Ucraina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" data-type="post" data-id="6430" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 79, ottobre &#8211; novembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un sistema economico che mette a valore la morte: ben oltre l’industria delle armi, le società di contractor e il <em>dual use</em> di Big Tech e dell’intelligenza artificiale che noi stessi addestriamo, ora siamo tutti chiamati a far soldi in Ucraina</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause […] si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno – l’Ovest minacciato dall’Est, l’Est minacciato dall’Ovest. Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull’orlo della guerra, di far fronte alla sfida. Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione […]. Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata e organizza i suoi membri, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore a mano a mano che perpetua il pericolo.” (1)</p>



<p>Fino a qualche mese fa, alcuni passaggi de <em>L’uomo a una dimensione</em> di Marcuse apparivano datati: scritto negli Stati Uniti della Guerra Fredda, vi si respira l’oppressione costituita da una minaccia costante, quello “Stato belligerante” che l’intellettuale francofortese affianca allo “Stato del benessere”. Ripresi ora, quegli stessi passaggi riacquistano contemporaneità: non siamo più nello Stato del benessere dei ‘trenta gloriosi’ – è subentrato il neoliberismo – ma siamo ripiombati nello Stato belligerante.</p>



<p>Quel che qui preme riprendere del testo di Marcuse, tra le numerose chiavi di lettura che non hanno mai perso di attualità, è l’aspetto <em>ir</em><em>razionale</em> della società industriale/tecnologica avanzata. Una società che progredisce più “perpetua il pericolo”, scrive Marcuse; il cui sistema mass mediatico dell’industria culturale divulga una narrazione che trasforma interessi particolari – affari, benessere, produzione e consumo di massa – in “bene comune, […] come fossero [i valori] di tutti gli uomini ragionevoli”. <em>Ragionevoli</em> inteso come <em>logos</em>, <em>ratio</em>, Ragione, Razionale, nel quadro dell’affermazione hegeliana: “Il razionale è reale, il reale è razionale”. Affermazione che Marcuse, rivendicando la dialettica negativa di Adorno, contesta: il reale è irrazionale. Quel “è” rappresenta dunque una tensione, una trasformazione che solo il pensiero critico, negativo, può attuare; rappresenta un “dover essere”. Perché vi è nulla di razionale – se poniamo al centro dell’agire l’emancipazione umana – in una società che ha fatto dell’assassinio di esseri umani una fonte di profitto e di <em>prosperità</em> economica.</p>



<p>Non si tratta solo dell’industria degli armamenti, e indubbiamente la guerra è sempre stata fonte di profitti. Ma il capitalismo la connota a sua immagine.</p>



<p>Da una parte, la trasforma in uno dei meccanismi che, davanti a una crisi, permette l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione, distruggendo per ricostruire, aprendo nuovi mercati ed eliminando concorrenza: l’intera economia dunque, e non solo i settori legati strettamente alla spesa militare, trae così vantaggio dalla guerra. È quel che sta accadendo in Ucraina, come vedremo.</p>



<p>Dall’altra, con lo sviluppo tecnologico, la fase capitalistica che già si era contraddistinta per la messa a valore dell’intero spazio sociale, fa un passo ulteriore, e la sussunzione finisce per inscriversi <em>totalmente</em> in una ‘economia di guerra’: ogni volta che utilizziamo un assistente vocale, che ci rivolgiamo ad Alexa chiedendo un brano musicale, che carichiamo una foto su un social, stiamo addestrando un algoritmo di intelligenza artificiale, e quest’ultima, come vedremo, è la base dell’attuale tecnologia militare. Adorno e Horkheimer – scrivendo a conflitto mondiale in corso – già avevano evidenziato l’“aspetto distruttivo del progresso”, quella dialettica dell’illuminismo in sé auto-distruttiva: in un primo momento scienza e tecnica, figlie del pensiero razionale, liberano l’uomo dalla soggezione alle potenze oscure della natura; in un secondo momento portano alla moderna società industriale, che domina non solo la natura ma l’uomo stesso. “Nato da istanze di emancipazione dell’uomo, [l’illuminismo] finisce per trasformarlo in un oggetto calcolabile e funzionale e quindi totalmente regolato e amministrato dalla società capitalistica.” (2) Alienato, reificato, dominato, colonizzato nel suo immaginario, l’uomo diviene <em>a</em><em> una dimensione</em>, incapace di riconoscere l’irrazionale e, di conseguenza, capace di accettare come <em>normale</em> lo sviluppo di un’economia di morte.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="490" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4.jpg" alt="" class="wp-image-7065" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-4-300x245.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 1. Fonte: Rapporto Sipri 2022</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Armi</h4>



<p>Il Rapporto Sipri 2022 fotografa una spesa militare globale arrivata a 2.113 miliardi di dollari nel 2021, pari al 2,2% del Pil mondiale (Grafico 1, pag. 8). Sono 60 i principali Stati esportatori di armi, ma la maggior parte rappresenta quote minori: i primi 25 Paesi coprono infatti il 99% del volume totale delle vendite e i cinque maggiori – Stati Uniti, Russia, Francia, Cina e Germania – si accaparrano il 78% del commercio (Tabella 2, pag. 9). Il Rapporto precedente (Sipri 2021) sottolineava che nel 2020 “l’onere militare era aumentato nella maggioranza degli Stati”, anche se alcuni avevano deviato parte della spesa militare verso quella sanitaria per rispondere alla crisi Covid-19; uno, tuttavia (l’Ungheria), aveva fatto l’opposto, incrementandola “come parte di un pacchetto di stimoli finan­ziari in risposta alla pandemia”. “L’idea che all’aumento della spesa militare si possa associare una ripresa economica prenderà probabilmente spazio in altri Paesi”, scriveva il Sipri: la guerra come rilancio per un’economia in crisi. E ancora non era scoppiato il conflitto in Ucraina, che nei Paesi Nato ha agito da giustificazione per l’incremento della spesa pubblica in armamenti.</p>


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<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="345" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4.jpg" alt="" class="wp-image-7066" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-4-261x300.jpg 261w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption>Tabella 2.<em> </em>Fonte: Rapporto Sipri 2022</figcaption></figure>
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<p>Se dagli Stati passiamo alle aziende, la Top 100 Sipri 2021 – che legge solo le prime 100 società del settore – vede 531 miliardi di vendite di armi nel 2020 (ultimi dati disponibili), in aumento: mentre l’economia globale registrava una contrazione del 3,1% a causa della recessione da Covid-19, il commercio di armamenti segnava un +1,3% rispetto al 2019.</p>



<p>Di queste 100 società, 41 sono statunitensi – e rappresentano il 54% delle vendite totali – cinque sono cinesi (13%), a seguire britanniche, russe ecc. (Grafico 3, pag. 10). Uno sguardo alle prime 25 posizioni dà l’idea delle aziende che controllano il comparto (Tabella 4, pag. 11): Lockheed Martin domina la classifica dal 2009 e Raytheon Technologies nasce dalla fusione, nel 2020, di Raytheon Company e United Technologies Corporation: una delle più grandi fusioni nella storia del settore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Contractor</h4>



<p>Meno note delle industrie degli armamenti – solo il russo Gruppo Wagner occupa le pagine dei quotidiani dallo scoppio della guerra in Ucraina – le <em>Private Military and Security Companies</em> (PMSC) nascono negli anni ‘90. Sono imprese private che fanno profitti fornendo servizi militari (PMC) e/o di sicurezza (PSC), aggiudicandosi gare d’appalto e sottoscrivendo contratti commerciali – da qui il termine <em>contractor</em>. Offrono pianificazione strategica, addestramento, intelligence, investigazione, comunicazioni; ricognizione terrestre, marittima o aerea; operazioni di volo di ogni tipo, con o senza equipaggio (droni); supporto logistico, materiale e tecnico; sorveglianza satellitare, qualsiasi genere di trasferimento di conoscenze con applicazioni militari o di polizia; sorveglianza armata o protezione di edifici, installazioni, proprietà e persone; combattimento e sicurezza nelle zone di guerra.</p>



<p>L’acronimo generalmente usato le tiene insieme (PMSC) perché la distinzione è inconsistente e fuorviante: quasi tutte le società – sicuramente le più grandi e quotate – forniscono entrambi i servizi, e molti di quelli classificati come ‘sicurezza’ si svolgono in situazioni di conflitti, apertamente dichiarati o meno. Ben poco vale anche la separazione tra ‘funzioni passive’ di difesa/protezione e ‘funzioni attive’ di combattimento offensivo sul campo: perché le prime possono trasformarsi nelle seconde al rapido mutare della situazione sul terreno (la protezione di un sito o un convoglio diventa azione offensiva non appena viene attaccato), ma soprattutto perché attività come consulenza e addestramento dei soldati influiscono sostanzialmente sulle loro capacità in battaglia; così come intelligence, sorveglianza, operazioni di volo – sempre più con droni – intervengono attivamente negli scontri armati, modificandoli; e non si può definire estraneo al combattimento nemmeno il supporto logistico. Ogni funzione insomma, in una situazione di conflitto, sostiene e concorre alla guerra, anche se non preme il grilletto.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="450" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3.jpg" alt="" class="wp-image-7067" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/3-3-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Grafico 3. <em>Quota per Paese della vendita totale di armi da parte delle aziende Top 100 Sipri 2021. Fonte</em>: Top 100 Sipri 2021, su anno 2020</figcaption></figure>
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<p>La PMSC attingono a un bacino di reclutamento tramite database di professionisti (generalmente ex militari) disponibili a chiamata e offrono contratti individuali di breve o lunga durata e ben pagati – i numeri sono riservati, ma pare che le retribuzioni superino da due a dieci volte quelle delle forze armate. Attualmente sul sito silentprofessional.org, un servizio di “estrazione/protezione” in Ucraina vale un contratto da 1.000 a 2.000 dollari al giorno, più bonus; “Il datore di lavoro è una società con sede negli Stati Uniti che cerca team e agenti di estrazione/protezione, per condurre operazioni part-time, segrete, di estrazione/evacuazione di individui e famiglie nelle campagne e nelle principali città dell’Ucraina” (3).</p>



<p>Le Private Military and Security Companies vanno ben oltre la figura dei ‘vecchi’ mercenari e degli attuali <em>foreign fighter</em>. Sono il risultato di tre cambiamenti storico/politici:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>la fine della Guerra Fredda, che ‘libera’ militari e armi, ponendoli sul mercato: globalmente il numero di soldati effettivi passa da 28,7 milioni nel 1988 a 22,3 milioni nel 1997, con una riduzione del 22% (4) (i dati del 2019 riportano 20,4 milioni di militari effettivi (5): la diminuzione dunque continua, per quanto non viviamo certo in un pianeta pacificato, favorendo i contratti e i profitti delle PMSC);</li><li>l’imporsi dagli USA della <em>Revolution in Military Affairs</em> (RMA), la teoria secondo cui, in seguito agli sviluppi tecnologici, un numero relativamente piccolo di persone ben addestrate e dotate di armi a tecnologia avanzata può facilmente vincere su una forza militare più numerosa ma scarsamente addestrata e dotata di attrezzature meno sofisticate – sulla RMA torneremo;</li><li>l’avvio di politiche neoliberiste, con privatizzazioni ed esternalizzazioni che toccano anche la visione della Difesa. Lo Stato arretra a favore dei profitti dei privati. La capacità di fare la guerra diviene una <em>merce</em> acquistabile sul mercato sotto forma di <em>servizio</em>: quando serve, come serve, a prezzi ritenuti vantaggiosi grazie alla concorrenza tra le aziende che la offrono.</li></ul>



<p>Nel 2021 il mercato mondiale dei servizi militari e di sicurezza ha fatturato 241,7 miliardi di dollari e si prevede un tasso di crescita annuo del 7,2% (6). Le società statunitensi e britanniche, che hanno inaugurato il settore, continuano a dominarlo – Constellis, di cui fa parte Academi (ex Blackwater, divenuta nota nella guerra in Iraq del 2003), G4S, DynCorp, Military Professional Resources, Erinys International, Allied Universal, Aegis Defense Services – ma le PMSC si vanno diffondendo in tutti i Paesi. Diversi Stati – su tutti USA e Gran Bretagna – hanno smantellato intere funzioni all’interno delle forze armate: ormai non potrebbero più combattere una guerra senza le aziende private (7).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="465" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2.jpg" alt="" class="wp-image-7068" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/4-2-300x233.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 4. <em>Prime 25 aziende della Top 100 Sipri 2021. Fonte</em>: Top 100 Sipri 2021, su anno 2020 </figcaption></figure>
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<p>Oggi non esiste conflitto – a qualunque gradazione di intensità – che non veda la presenza delle PMSC. E, paradossalmente, nemmeno una missione di peacekeeping. Gli Stati non sono infatti gli unici attori a utilizzare i contractor: istituzioni e organizzazioni di vario tipo, pubbliche o private, come ONU, Unione europea, Ong o associazioni umanitarie, nonché imprese – spesso minerarie ed estrattive, ma non solo – sono altrettanti ‘clienti’ delle PMSC, mentre il <em>Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the right of peoples to self-determination</em> dell’ONU segue costantemente gli sviluppi del settore, denunciandone l’utilizzo da parte della stessa ONU, la mancata regolamentazione e i numerosi abusi dei diritti umani.</p>



<p>Il tema ha diversi e importanti risvolti che toccano aspetti politici (il monopolio statale della forza), normativi (l’inquadramento nella catena di comando delle forze armate e la mancanza di regolamentazione nel diritto internazionale), economici (la presunta convenienza per i bilanci pubblici rispetto al mantenimento di una forza militare statale) e umanitari (la sistematica violazione dei diritti umani); aspetti che ci porterebbero fuori focus e per approfondire i quali rimandiamo al 20° Rapporto sui Diritti Globali curato da Associazione Società Informazione, in uscita a dicembre 2022 (8).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tecnologia digitale</h4>



<p>Se con le armi e le PMSC siamo davanti a due settori strettamente collegati alla guerra, con la tecnologia digitale la situazione muta. Analizziamo gli Stati Uniti, in quanto potenza dominante, statale ed economica, in campo militare, e realtà esemplificativa di strategie e modalità che percorrono tutti i Paesi a economia avanzata, ricordando che anche la Cina sta attualmente adottando il medesimo approccio (9). La Difesa statunitense evolve in base alle <em>Offset Strategy</em>: la logica fondante è quella di <em>compensare</em> (<em>offset</em>) uno squilibrio esistente, per cercare di mantenere la supremazia bellica.</p>



<p>In sintesi, il primo offset nasce negli anni ‘50 della Guerra Fredda: l’URSS è superiore per forze militari convenzionali, così gli USA si concentrano a sviluppare e produrre armi nucleari tattiche e missili balistici internazionali.</p>



<p>Raggiunti tecnologicamente dagli avversari, negli anni ‘70 e ‘80 prende avvio il secondo offset, basato soprattutto su reti digitali (satelliti e apparecchiature di comunicazione) e armi ‘intelligenti’ e di precisione (è l’operazione <em>Desert Storm</em> nella guerra del Golfo nel 1991). Di questo offset fa parte la <em>Revolution in Military Af</em><em>fairs</em>, la teoria che, abbiamo visto, concorre a smantellare le forze armate e a esternalizzare la Difesa, facendo nascere le PMSC private – da qui anche l’abolizione, in molti Paesi, della leva obbligatoria: in Italia nel 2005.</p>



<p>A metà degli anni ‘10, intorno al 2015, si impone il terzo e attuale offset, focalizzato su una combinazione di intelligenza artificiale, guerra informatica e robot.</p>



<p>È evidente che ognuna di queste strategie poggia su una specifica tecnologia: la miniaturizzazione dei componenti nucleari; lo sviluppo del digitale, delle tecnologie informatiche, di nuovi sensori e dello stealth; l’intelligenza artificiale. Tra i precedenti offset e quello attuale, vi è tuttavia una differenza significativa: se prima la Difesa USA aveva una ben chiara visione dei sistemi d’arma e delle tecnologie a cui mirava, oggi l’obiettivo è un generico “sfruttamento di tutti i progressi dell’intelligenza artificiale e dell’autonomia IA” (10). Ne consegue che la tradizionale industria degli armamenti non è più stata in grado di restare al passo, come aveva fatto nei primi due offset, subappaltando parti di commesse governative – Lockheed Martin “è stato il più grande datore di lavoro della Silicon Valley fino agli anni ‘80” secondo Margart O’Mara (11) – e/o acquisendo piccole società tecnologiche: in breve tempo il comparto digitale diviene l’oligarchia delle Big Tech, vale a dire <em>too big to buy</em>: troppo grandi per essere comprate. È così che la Silicon Valley, che nasce con radici ben piantate, ma celate, nel complesso militare-industriale statunitense, vi entra dalla porta principale, stipulando direttamente appalti con il Dipartimento della Difesa (DoD); pur cercando ancora di nascondere, quando possibile, il proprio coinvolgimento, attraverso una rete di subappalti (12). Nasce il concetto del <em>dual use</em>, tecnologia civile e commerciale che può avere utilizzi anche militari: significa che, potenzialmente, nessun settore economico è escluso dal <em>business</em> della guerra.</p>



<p>Nel 2015 il DoD apre il quartier generale del Defense Innovation Unit Experimental (DIUx) a Mountain View, nel cuore delle Big Tech. L’anno successivo nasce il Defense Innovation Board, con l’obiettivo, si legge sul sito ufficiale, di “fornire raccomandazioni indipendenti al Segretario della Difesa e ad altri alti dirigenti del DoD sulle tecnologie emergenti, e sugli approcci innovativi, che il DoD dovrebbe adottare per garantire il dominio tecnologico e militare degli Stati Uniti”. Il Board vede la luce con Eric Schmidt nel ruolo di presidente (all’epoca presidente esecutivo di Alphabet, la casa madre di Google), e la partecipazione di Facebook (con Marne Levine), LinkedIn (Reid Hoffman), Microsoft (Kurt Delbene) e altri (13). Nel 2018 viene istituito il Joint Artificial Intelligence Center (JAIC), un’altra unità del DoD, volto a “sfruttare il potenziale di trasformazione della tecnologia di intelligenza artificiale a beneficio della sicurezza nazionale americana” (14).</p>



<p>Big Tech riesce ancora a evitare la luce dei riflettori perché molti dei servizi e delle tecnologie che vende al comparto della Difesa – non solo statunitense – non vengono classificati come ‘armamenti’, e il relativo giro d’affari risulta per ora troppo piccolo per comparire nelle classifiche dei colossi dell’industria delle armi. Ma anche il Sipri inizia a focalizzarlo. Nella Top 100 sottolinea come “Microsoft fornirà all’esercito degli Stati Uniti dispositivi integrati per la ‘vista aumentata’, nell’ambito di un contratto di dieci anni assegnato nel 2021 del valore di 22 miliardi di dollari. Nel 2020 la CIA ha stipulato un contratto di cloud computing con un consorzio composto da Amazon, Google, IBM, Microsoft e Oracle: secondo quanto riferito, vale decine di miliardi di dollari per un periodo di quindici anni. Nel 2021 Amazon ha stretto anche un accordo per ospitare materiale classificato appartenente a tre agenzie di intelligence britanniche sulla sua piattaforma Amazon Web Services”.</p>



<p>Al momento l’area del cloud è quella più riconoscibile, con l’ex progetto Jedi (Joint Enterprise Defense Infrastructure) in prima fila: un sistema per archiviare, elaborare e collegare i dati di tutte le attività del DoD, del valore di 10 miliardi di dollari in dieci anni. Microsoft e Amazon si sono date battaglia per vincere l’appalto finendo in tribunale, con il Pentagono che ha rescisso il contratto (vinto da Microsoft) per togliere le castagne dal fuoco e ripartire con un altro progetto: Joint Warfighting Cloud Capability. Il nuovo appalto sarà assegnato a dicembre 2022 e questa volta coinvolgerà probabilmente una cordata – Google, Oracle, Microsoft e Amazon. Valore ancora maggiore: 9 miliardi in cinque anni.</p>



<p>I servizi cloud hanno implicazioni dirette nei conflitti del terzo offset: “Dovrebbero avere un impatto significativo sulle operazioni belliche delle forze armate e sulle loro operazioni sul campo di battaglia. In linea di principio, sistemi cloud come JEDI potrebbero consentire ai militari di accedere in tempo reale a dati, informazioni e strumenti analitici completi, anche in aree isolate e in zone di conflitto; una volta online, i soldati avrebbero accesso alle strutture del cloud che aiuterebbero a eliminare la ‘nebbia di guerra’, rendendo più facile l’utilizzo con successo dei sistemi d’arma avanzati” (15).</p>



<p>In una rapida panoramica, e uscendo dagli stretti confini statunitensi, intelligenza artificiale, riconoscimento facciale e big data sono la base anche della tecnologia dei droni autonomi, i <em>killer robots</em> o <em>lethal autonomous weapons</em> (armi autonome letali, LAW). Secondo autonomousweapons.org, che promuove una campagna di sensibilizzazione per la messa al bando, sono già una realtà: li producono Turchia, Israele, Cina, Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna.</p>



<p>Algoritmi IA, in grado di processare e interpretare grandi volumi di dati, sono attualmente inseriti nella linea di comando dei droni semi-autonomi, accanto all’operatore umano che pilota da remoto e ‘preme il grilletto’, allo scopo dichiarato di rendere le decisioni più rapide, precise ed efficaci.</p>



<p>Mentre l’intelligenza artificiale gioca un ruolo fondamentale nel potenziamento del soldato, nell’addestramento e tramite lo sviluppo di protesi tecnologiche e/o esoscheletri (16).</p>



<p>Il conflitto in Ucraina ha poi portato alla luce altri ‘servizi’ venduti dalle aziende tecnologiche ai Paesi in guerra – e sta indubbiamente testando nuove potenzialità e modalità di cooperazione pubblico/privato. Si va dagli ormai noti satelliti Starlink di Elon Musk alla Maxar Technologies, che soddisfa più di duecento richieste quotidiane di copertura dell’Ucraina tramite quattro satelliti ad alta risoluzione, ottici e radar; da HawkEye 360, che per coprire meglio la zona ha lanciato sette satelliti – aggiungendoli ai suoi precedenti 15 già in orbita – ed effettua uno scanning elettromagnetico del territorio per geolocalizzare le emissioni sul terreno (per esempio, individuare le telefonate dei cellulari dei generali russi), fino alla Palantir di Peter Thiel (17) – società che collabora da tempo con DoD, CIA, NSA e FBI ed esperta in data-mining, sorveglianza e riconoscimento facciale – che sta ufficialmente lavorando per organizzare la distribuzione di beni di prima necessità ai rifugiati ucraini (cos’altro stia facendo, non è dato saperlo con certezza) (18).</p>



<p>C’è poi lo Spazio, con la corsa alla Luna, la sfera satellitare e le stazioni spaziali, ed è forse il caso di parlare di quarto offset – Cina e Russia, infatti, inseguono velocemente gli Stati Uniti in questa nuova frontiera. Al momento primeggia Elon Musk con la sua SpaceX – già titolare di appalti miliardari con la Nasa, è sua la navicella che ha portato sei astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale a maggio e novembre 2021 – tallonato dalla Blue Origin di Jeff Bezos, proprietario di Amazon. Il tema è vasto e per un approfondimento tecnico e geopolitico rimandiamo al numero di Limes di dicembre 2021, intitolato “Lo spazio serve a farci la guerra”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fai soldi in Ucraina</h4>



<p>Ai primi di ottobre, nella metropolitana milanese compare una pubblicità: “Al momento, il più grosso rischio finanziario in Ucraina è non investire. #AdvantageUkraine” (Fotografie pag. 12 e 15). Il sito (advantageukraine.com) è stato registrato il 17 agosto e fa capo al governo ucraino. La campagna – obiettivo fissato: 400 miliardi di dollari – è stata lanciata il 6 settembre scorso dallo stesso Zelensky, comparso in video all’apertura di Wall Street. L’elenco dei settori economici nei quali il presidente dell’Ucraina chiama a entrare investitori e società – proponendo vantaggi fiscali, partnership pubblico-privato e privatizzazioni di aziende statali – vede al terzo posto quello degli armamenti, con 43 miliardi potenziali, dopo energia (177 miliardi) e logistica e infrastrutture (123 miliardi); seguono agro-industria, metallurgia, farmaceutica, manifattura, nuove tecnologie, industria estrattiva e del legno. In home page svetta quello che è ormai il <em>brand</em> dello <em>spettacolo della guerra</em> (19) – Zelensky tra pettorali e bicipiti in maglietta verde militare – e le sue parole virgolettate: “La più grossa opportunità in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="359" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1.jpg" alt="" class="wp-image-7069" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/5-1-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Milano, metropolitana, ottobre 2022. Photo by Beatrice Fossati</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="354" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1.jpg" alt="" class="wp-image-7070" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/6-1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Milano, metropolitana, ottobre 2022. Photo by Beatrice Fossati</figcaption></figure>
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<p>Due sono le considerazioni.</p>



<p>La prima: ben oltre i settori direttamente coinvolti in un conflitto (armi e PMSC) e ben oltre anche il <em>dual use </em>tecnologico, guadagnare con la guerra diviene una possibilità per qualunque comparto economico. E per chiunque, vista la dinamica finanziaria soggiacente: ogni persona può investire nei fondi o nei titoli delle società coinvolte nell’operazione – e infatti la pubblicità illumina la metropolitana milanese, non le ristrette pareti di un consesso riservato a pochi.</p>



<p>La seconda: “opportunità” e “guerra” sono due parole il cui accostamento dovrebbe suonare <em>irrazionale</em>. Così come il richiamo al “rischio” declinato in senso finanziario, riferito a un Paese nel quale una guerra è in corso e il rischio concreto che corrono quotidianamente i suoi cittadini è quello di morire. Eppure queste parole accolgono i visitatori del sito e i pendolari milanesi.</p>



<p>“La riduzione d’ogni cosa a fatto commerciale” scrive Marcuse, “unisce sfere di vita un tempo antagonistiche […] annunci pubblicitari come <em>Rifugio di lusso contro la caduta di residui radioattivi</em> possono ancora evocare una reazione ingenua, per cui si avverte che […] nessuna logica e nessun linguaggio dovrebbero essere capaci di unire correttamente <em>lusso</em> e <em>caduta</em><em> di residui radioattivi</em>. Tuttavia, la logica e il linguaggio diventano perfettamente razionali quando apprendiamo che […] ‘tappeti, scaletta e TV’ sono compresi nel prezzo se si sceglie il modello di rifugio da 1.000 dollari. La convalida non sta principalmente nel fatto che questo linguaggio promuove le vendite […] ma piuttosto nel fatto di promuovere l’immediata identificazione dell’interesse particolare con quello generale, del Mondo degli Affari con la Potenza Nazionale, della prosperità con il potenziale disponibile per l’annientamento”.</p>



<p>Affari e guerra, prosperità e guerra, divengono binomi <em>razionali</em>, normali, accettati. Nella società industriale/tecnologica avanzata l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione, scrive Marcuse: “L’apparato produttivo, i beni e i servizi che esso produce, ‘vendono’ o impongono il sistema sociale come un tutto”. “I prodotti indottrinano e manipolano”, e più sono resi disponibili a “un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, [più] l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere”. L’uomo a una dimensione vive così una “mimesi” con la società industriale avanzata, che reclama “l’individuo intero”: la dimensione della mente dove può nascere opposizione, un pensiero critico, è dissolta.</p>



<p>Dobbiamo assolutamente ricostruirla. La guerra non l’ha inventata il capitalismo. Ma a differenza delle precedenti, in quest’epoca ci riempiamo la bocca con i ‘diritti umani’. Strumentalmente, certo, ma qualche passo fuori dalle caverne lo abbiamo fatto. Abbiamo conquistato un Sapere – spesso a prezzo di distruzione e sangue – che disattendiamo ogni giorno. Se non lo utilizziamo per andare alla radice del problema – oggi, un capitalismo che prospera su un’economia di morte – finisce per essere niente più di una masturbazione mentale. “L’illuminismo deve prendere coscienza di sé” scrivevano Adorno e Horkheimer, “se non si vuole che gli uomini siano completamente traditi. Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Herbert Marcuse, <em>L’uomo a una dimensione</em>, 1964, edizione Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">2) Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, <em>Dialettica dell’illuminismo</em>, 1944, edizione Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://silentprofessionals.org/jobs/extraction-protective-agents-ukraine/">https://silentprofessionals.org/jobs/extraction-protective-agents-ukraine/</a> sito consultato l’ultima volta il 4 ottobre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 1998 (WMEAT)</em>, aprile 2000, <a href="https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf">https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 2021 (WMEAT)</em>, 30 dicembre 2021 <a href="https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/">https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Vantage Market Reasearch, <em>Private Military Security Services Market</em>, maggio 2022 <a href="https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578">https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Fabio Mini, <em>An Analysis of Private Military and Security Companies</em>, in Eurepean University Institute, luglio 2010 </p>



<p class="has-small-font-size">8) In particolare all’approfondimento di Giovanna Cracco,<em> Contractor e diritti umani. Dalla guerra alla pace, la privatizzazione della violenza</em>, in 20° Rapporto sui Diritti Globali, Associazione Società Informazione, in uscita a dicembre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">9) Antagonista USA del prossimo futuro, grazie alla logica <em>dual use </em>la Cina sta rapidamente raggiungendo gli Stati Uniti nell’ambito delle nuove tecnologie. Cfr. Giovanna Baer, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/china-tech-inc-dual-use-civile-e-militare/" target="_blank"><em>China</em></a> <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/china-tech-inc-dual-use-civile-e-militare/" target="_blank"><em>Tech Inc. dual use: civile e militare</em></a>, Paginauno n. 64, ottobre 2019</p>



<p class="has-small-font-size">10) Robert Work, vice segretario alla Difesa nel 2014, citato in Kate Crawford, <em>Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro della IA</em>, Il Mulino</p>



<p class="has-small-font-size">11) Margart O’Mara, professoressa all’Università di Washington e storica nel campo dell’industria tecnologica, intervistata da A. Glaser, <em>Thousands of contracts highlight quiet ties between Big Tech and U.S. Military</em>, NBC News, 8 luglio 2020, <a href="https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171">https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Un’inchiesta di Tech Inquiry del luglio 2020 ha rivelato che Google, Amazon, Microsoft, Facebook, Apple, Dell, IBM, HP, Cisco, Palantir, Oracle, NVIDIA e Anduril hanno concluso migliaia di accordi con la Difesa, per milioni di dollari; eppure i loro nomi non compaiono nei dati rilasciati dal DoD, perché i contratti sono stipulati con altre società, che a loro volta subappaltano il progetto ai colossi della Silicon Valley. Jack Poulson, che firma l’inchiesta, è un ex ricercatore di Google che ha lasciato l’azienda nel 2018, in opposizione alle collaborazioni con l’ambito militare, e ha setacciato più di 30 milioni di contratti governativi firmati o modificati tra gennaio 2016 e giugno 2020. In sintesi – ma rimandiamo alla lettura integrale dell’inchiesta – Microsoft utilizza “una rete di subappaltatori di cui la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare, o almeno non penserebbe di includere in un elenco di fornitori di tecnologia militare, tra cui ben note aziende come Dell ma anche imprese molto meno conosciute come CDW Corporation, Insight Enterprises e Minburn Technology Group”; Amazon si muove “quasi interamente attraverso intermediari, come Four Points Technology , JHC Technology e ECS Federal (che era anche il primo appaltatore per Maven dei contratti di Google)”;”Google collabora con ECS Federal e con altre aziende meno note come The Daston Corporation, DLT Solutions, Eyak Technology e Dnutch Associates”. J. Poulson, <em>Reports of a Silicon Valley/Military Divide Have Been Greatly Exaggerated</em>, Tech Inquiry, luglio 2020. <a href="https://techinquiry.org/SiliconValley-Military/">https://techinquiry.org/SiliconValley-Military/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://innovation.defense.gov/Members/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://innovation.defense.gov/Members/</a> consultato tramite Wayback Machine (<a href="https://archive.org/web/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.org/web/</a>) per risalire agli anni precedenti – attualmente la pagina indica solo Michael Bloomberg come presidente</p>



<p class="has-small-font-size">14) Sito ufficiale del Chief Digital and Artificial Intelligence Office (CDAO) del Dipartimento della Difesa USA, che da febbraio 2022 integra e coordina le unità del DoD incentrate sulla IA, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ai.mil/about.html" target="_blank">https://www.ai.mil/about.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">15) DoD, <em>I funzionari del Dipartimento della Difesa sottolineano il ruolo dell’infrastruttura cloud nel supporto ai combattenti,</em> 14 marzo 2018, citato in <em>New Technology and the Changing Military Industrial Complex</em>, J Paul Dunne e Elisabeth Sköns, Prims Working Paper Series, numero 2-2021</p>



<p class="has-small-font-size">16) Su questi ultimi tre aspetti, per approfondire il tema: Giovanna Cracco, <em>Le guerre del futuro. Intelligenza artificiale, big data e industria bellica</em>, in 19° Rapporto sui Diritti Globali, Associazione Società Informazione, novembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">17) Creatore di Paypal, tra i primi investitori di Facebook – è uscito dal consiglio di amministrazione a febbraio di quest’anno – Peter Thiel ha fondato Palantir nel 2003; nell’agosto 2019 ha dichiarato al New York Times che l’intelligenza artificiale è prima di tutto una tecnologia militare, cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html">https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Per maggiori dettagli: Marcello Spagnulo, <em>L’invisibile battaglia spaziale nella guerra d’Ucraina</em>, Limes n. 7/2022, “La guerra grande”, luglio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/" target="_blank"><em>Lo spettacolo della guerra</em></a>, Paginauno n. 77, aprile 2022 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>L’altro diritto. I percorsi di giustizia del Tribunale Permanente dei Popoli</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/laltro-diritto-i-percorsi-di-giustizia-del-tribunale-permanente-dei-popoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[crimini guerra]]></category>
		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal 1979 un altro Diritto e un’altra giustizia: la tribuna che non rappresenta il dominio dei vincitori ma la voce dei popoli nella conquista e gestione dei loro diritti costitutivi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Simona Fraudatario e Gianni Tognoni*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dal 1979 un altro Diritto e un’altra giustizia: la tribuna che non rappresenta il dominio dei vincitori ma la voce dei popoli nella conquista e gestione dei loro diritti costitutivi</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il contesto di crisi che caratterizza lo scenario internazionale, con la esplicitazione della realtà di una guerra guerreggiata anche nel cuore dell’Europa, ha imposto all’attenzione globale una domanda che non ha nulla di nuovo nella sostanza, ma che era rimasta confinata tra le ‘questioni’, dottrinali e politiche, di cui è nota, contraddittoriamente, nello stesso tempo, l’importanza di fondo e la loro ‘obbligata’ negazione.</p>



<p>Nella sua formulazione classica, dal sapore antico e simbolico, la domanda è nota: “C’è un giudice a Berlino?”. E la risposta era altrettanto nota, tanto da essere assunta come ovvia; come la conclusione, liberatoria, di una favola piena di paura che viene raccontata a bambini che hanno paura del buio: “Certo: il giudice c’è! Anche per i più deboli… E fa prevalere la ragione…”. Nella storia reale, la favola aveva avuto un seguito che più buio non poteva essere: la notte-nebbia del nazismo, e la Seconda guerra mondiale. Norimberga, con la sua tempestività ed effettività penale, aveva rappresentato nell’immaginario collettivo la nuova frontiera che si poteva intravedere: era un Tribunale dei vincitori sui vinti, ma avendo come sfondo la novità assoluta della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.</p>



<p>Gli umani, tutti, nessuno escluso, come singoli e come popoli, erano più che destinatari, soggetti e giudici della traduzione della Dichiarazione nella storia reale: con la decolonizzazione (…per quanto difficile, contraddittoria, lenta), ma soprattutto con l’affermazione della ‘pace’ come indicatore indiscutibile e obiettivo inviolabile di rapporti internazionali tra ‘Stati’, che si dichiaravano legittimi rappresentanti dei popoli nella misura della loro capacità di democrazia, interna e nelle relazioni internazionali. Non c’è bisogno di ri-raccontare una storia che, al di là di tanti ‘progressi’, nella dottrina, nelle Convenzioni, nei Trattati non ha certo mantenuto le promesse e le attese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">1. L’aggressione all’Ucraina e la paralisi del diritto internazionale</h4>



<p>Lo scenario del diritto internazionale nel quale viviamo coincide di fatto con una constatazione molto semplice: la guerra nel suo senso più classico non ha mai cessato di essere, nei modi più diversi, una protagonista, e la sua riammissione progressiva, anche formale, come strumento possibile-necessario (travestito delle più improbabili qualificazioni di democrazia, etica, diritti umanitari) nel ‘regolare’ i rapporti tra gli Stati. L’assenza attuale, in un caso ‘di scuola’ come l’aggressione russa all’Ucraina, di vie di uscita che abbiano la pace al centro dell’attenzione e della diplomazia, testimonia qualcosa che è più grave dell’assenza: c’è una ‘paralisi’ del diritto internazionale, trasformato in un talk-show globale, spettatore di non importa quale ‘immagine-cronaca’ tragica di popoli trasformati, per un tempo da contrattare, in vittime da mettere sul tavolo di trattative, che hanno come protagonisti e criteri di riferimento non i diritti e la vita delle persone, ma gli intrecci e i conflitti dei blocchi di potere impegnati a ridefinire una geopolitica strettamente condizionata da determinanti economico-militari. </p>



<p>La crisi attuale di una guerra che appare ‘anomala’ per la sua prossimità ai centri, vecchi e nuovi, di poteri da tempo abituati a esportare guerre e a privilegiare sopra ogni ragionevole misura il mercato permanente e crescente delle armi, non ha di fatto nulla di sostanzialmente nuovo. Tempi periodici di ‘crisi’ fanno parte della metodologia con cui gli squilibri geopolitici ridistribuiscono i poteri. Ed è in uno di questi tempi – “di grandi speranze e di profonde inquietudini”: la vittoria del Vietnam coincide con l’imposizione delle dittature più sanguinarie in America Latina; le grandi battaglie ‘civili’ per i diritti umani e del lavoro si scontrano con i primi ‘terrorismi’; si chiude formalmente l’epoca delle colonie e si profilano i nuovi colonialismi della economia-finanza – che si sente il bisogno di non ‘fidarsi più’ di un ordine degli Stati come unico garante di diritto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">2. La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli e il Tribunale Permanente</h4>



<p>Gli anni passati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (per quanto ‘gloriosi’ se confrontati con tutta la storia precedente) hanno posto in evidenza che la traduzione dei principi della Carta nella storia, può corrispondere solo con un processo-progetto estremamente flessibile e contestualizzato di ricerca. Alle diversità dei bisogni devono corrispondere strategie diverse e innovative: il diritto di ‘punire-sanzionare’ è di fatto un’espressione molto limitativa, carente, di fatto al servizio dei poteri dominanti, e non di una cultura e di pratiche dalla parte dei più deboli. Sia a livello dei singoli Stati, che negli scenari internazionali. La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli del 1976 è un passo fondamentale in questa direzione: il diritto ritrova la sua memoria di essere legittimo solo se accompagna-promuove processi di liberazione, di minoranze o di maggioranze marginalizzate o represse. L’identità dei popoli come soggetti di diritti inviolabili alla dignità dalla vita non può essere riconosciuta solo come una citazione nel preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: è la frontiera che conferisce alla legalità normativa la sua legittimità sostanziale: e non viceversa (AA.VV., 1976).</p>



<p>In questa prospettiva si configura come centrale il collegamento diretto tra una Dichiarazione dei Diritti dei Popoli, che esplicitamente si propone come integrazione e interpretazione culturale e politica, a quella centrata sui diritti umani, con un Tribunale ‘permanente’: non principalmente penale, centrato sulle violazioni sistematiche dei diritti, ma che si propone come esigenza strutturale di una ‘presenza’ dei popoli nella conquista e nella gestione dei loro diritti costitutivi, costituzionali e internazionalmente riconosciuti (TPP, 1979; 2018).</p>



<p>La situazione di crisi profonda di un sistema internazionale che guarda dall’alto e da fuori (grazie al potere di veto dei ‘vincitori’ su qualsiasi decisione che possa mettere in dubbio, o chiamare addirittura a giudizio, direttamente o indirettamente, loro posizioni o anche solo intenzioni) non era sostenibile se non a costo di un’impunità a priori per tutte le violazioni, non importa quanto gravi, che i detentori dei poteri statali decidono che possano mettere in discussione i loro modelli di società.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3. Da Norimberga ad Algeri. Dal Tribunale dei vincitori al Tribunale dei popoli</h4>



<p>L’antica ‘fiaba’ di “un giudice a Berlino” ha bisogno, per farsi realtà nella storia, di non essere l’eccezione, transitoria e precaria, del diritto. Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), costituito nel 1979 come strumento di promozione e di garanzia di una giustizia ‘dal basso’ e per tutti, è anzitutto ‘tribuna’: luogo, strumento, linguaggio, metodologia per restituire anzitutto la visibilità, e quindi la presa di parola libera da parte di coloro che, come singoli e comunità, si trovano a essere marginalizzati, repressi, negati. Lo Statuto del TPP è in questo senso molto chiaro: al centro del diritto ci sono i soggetti del diritto, non le vittime delle violazioni, così come pensati-descritti in una società, nazionale e internazionale, al servizio di una progettualità di autodeterminazione: contro il male antico di tutti i colonialismi e le schiavitù, l’unico vaccino perennemente da rinnovare è quello di una cultura e di pratiche di liberazione dalle tante, sempre diverse, ma sempre ripetitive, proposte, che il potere di pochi fa alle maggioranze, di delegare le scelte dei modelli di vita. Non importa quale sia la causa, le modalità, l’autorità che provoca la violazione: il diritto è un accompagnamento-ricerca di una società che rende possibile una dignità del vivere, avendo come criterio di priorità una uguaglianza crescente. Il modello ‘Norimberga’, stabilito dai vincitori e rigorosamente ‘penale’, è in questo senso il meno adatto a rappresentare il ruolo del diritto dei popoli nella società: così come è, in fondo, il far riferimento alla Corte Penale Internazionale (istituita cinquant’anni dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere istituzionalmente ai genocidi degli anni Novanta, dal Rwanda alla ex Jugoslavia), o invocata come risposta a situazioni come quella attuale dell’Ucraina, o della guerra in Afghanistan, o in Yemen, o contro uno dei tanti popoli che sono indicati periodicamente come banali, inevitabili ‘incidenti’ sulle mappe delle ‘guerre in corso’: quelle contro i terrorismi, o la fame, o i popoli ‘originari’, o le etnie, o l’ambiente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">4. Le sessioni e sentenze del Tribunale dei popoli</h4>



<p>La storia dei quaranta è più anni dell’attività del TPP attraverso le sue 50 Sessioni pubbliche che hanno interessato un po’ tutti i continenti non può essere narrata qui nel dettaglio (TPP, 2022). Fedele al suo Statuto, il TPP rappresenta, e racconta, come un grande e concreto laboratorio, la possibilità e l’esigenza della ricerca di una giustizia che nasce dal ‘basso’: sfidando ogni volta, a partire dalle più diverse “comunità umane, la illegittimità intollerabile del crimine permanente del silenzio […] della comunità degli Stati, che si traduce nel crimine ancor più grave e trasversale della sua impunità […]”.</p>



<p>Gli strumenti e i metodi di lavoro del TPP sono molto semplici: a una denuncia rigorosamente documentata della gravità di violazioni dei diritti fondamentali di autodeterminazione e di dignità della vita da parte dei più diversi poteri, il TPP risponde istituendo un processo pubblico nel quale le ‘vittime’ sono riconosciute come soggetti-testimoni dei loro diritti: il ‘giudizio’, pronunciato ogni volta da una giuria indipendente, internazionalmente qualificata e riconosciuta per la sua competenza (giuridica, ma non solo: etica, economica, antropologica, politica: di civiltà), non è altro che la verifica puntuale della ‘verità’ dei fatti denunciati, e della assenza-impotenza-indisponibilità del diritto degli Stati a farsi carico del dovere di giustizia e riparazione che è previsto dal diritto derivante, direttamente o attraverso Convenzioni obbliganti, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La fattualità delle violazioni, delle loro cause, delle responsabilità dirette e indirette, corrisponde a quella “evidenza al di là di ogni dubbio” (così richiesta in ogni giudizio legale) che ha come protagonisti i popoli-individui concreti che sono vittime certe, indiscusse e indiscutibili, che semplicemente non hanno trovato “un giudice a Berlino”.</p>



<p>La visibilità dei soggetti come portatori di diritti inviolabili è il vero, definitivo giudizio, perché li toglie dal ruolo di ‘invisibili’ che è loro assegnato dai detentori ‘legali’ dei poteri esistenti: che siano statali, economici, culturali. Il giudizio del TPP qualificato come “di opinione” non ne intacca la legittimità: mette anzi in evidenza la permanente frattura tra una progettualità di diritto universale alla pace, alla vita e all’autodeterminazione, e realtà che ne impongono violentemente la fruizione.</p>



<p>Le sentenze del TPP che hanno accompagnato un ‘campione’ quanti-qualitativamente rappresentativo di popoli degli ultimi cinquant’anni si possono leggere, cronologicamente e trasversalmente, come l’altra faccia della storia di un mondo che ha progressivamente ‘dimenticato-cancellato’ la memoria e il progetto di una società a misura dei bisogni-diritti inevasi, a partire dalle diseguaglianze più intollerabili, in nome di una globalizzazione calata e difesa sempre più da un ‘alto’ che trasforma il ruolo stesso e la legittimità di un ordine di diritto.</p>



<p>La letteratura scientifica è ormai concorde in questa diagnosi. Ma come il diritto si è trasformata in un osservatorio-spettatore.</p>



<p>Le sentenze del TPP continuano tuttavia il loro ruolo di resistenza e di restituzione di verità e dignità a tutti i ‘desaparecidos’ che abitano, in cerca di cittadinanza umana (niente di più, niente di meno) che via via vengono prodotti dai tanti ‘modelli di sviluppo’ che non amano più qualificarsi come ‘umani’. Il diritto continua a interessarsi – almeno formalmente – nelle sue definizioni di ‘crimini’: e le situazioni che popolano le cronache anche odierne sono ormai piene di ‘crimini contro l’umanità’: applicati puntualmente, ma solo quando non ledono i poteri reali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">5. I crimini innominabili, invisibili e impuniti del sistema</h4>



<p>La guerra in Ucraina è solo il caso più attuale: ma chi sono i responsabili, e i ‘vincitori’ (cioè gli eventuali ‘giudici’ di una nuova Norimberga) reali? E quale è, in Ucraina, o nei tanti nomi che toccano la stessa Europa, la credibilità di un diritto, penale o sostanziale, che abbia come agenda di lavoro la restituzione di un diritto alla pace-vita per la eterna Palestina, i Kurdi, i Siriani…, i migranti di tutte le guerre e rotte dell’Africa, dei Balcani, del Mediterraneo? Dove sono i giudici che praticano il loro ruolo primario e imprescindibile di chiamare per nome la verità a ‘partire dal basso’, cioè dalla inviolabilità del diritto universale alla dignità e alla autodeterminazione?</p>



<p>I tanti ‘umani’ che il TPP ha incontrato, nella marginalità legale delle loro situazioni concrete (una vera e propria ‘declinazione’ delle tante strategie di esclusione-espulsione dalla vita) hanno nomi che attraversano gli scenari geopolitici, della vita ‘normale’ di lavoro, delle dittature militari e finanziarie onorate e omaggiate nella loro perfetta impunità-impunibilità: le nazioni post-coloniali dell’Africa o dell’Asia, Afghanistan, Guatemala, Messico, le transnazionali conniventi con i poteri e i modelli ‘estrattivi’ di Canada e USA, la schiavitù dei salari insufficienti alla vita delle lavoratrici dell’Asia e del lavoro minorile di cui sono pieni i negozi di moda e di sport, il genocidio dimenticato e negato dei Tamil, quello dei Rohingya e della ‘democratica’ Colombia, l’assassinio sistematico dei giornalisti, il Brasile di Jair Bolsonaro e delle popolazioni del Cerrado…</p>



<p>Il loro comune denominatore è stato e continua a essere, caparbiamente, un esercizio di condivisione con i tanti ‘bassi’ che nei modi più diversi hanno preso la parola, per dare l’unico giudizio reale che era la riaffermazione della loro identità, per continuare una loro ricerca-lotta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">6. La giustizia ‘dal basso’ e la reinvenzione del diritto internazionale</h4>



<p>Ciò che è ancora più importante sottolineare è che la mappa dei ‘giudici dal basso’ coincide di fatto con una mappa, realistica, e perciò tanto più drammatica, dei vuoti del diritto degli Stati, che è trasversale a tutte le espressioni del diritto <em>topdown</em>.</p>



<p>Quale è il ruolo e l’efficacia di questo cammino, certo minoritario? Chi sa se ha senso questa domanda. O se ha almeno una risposta. È un po’ come chiedersi se ha senso vivere la storia che viviamo, e come la viviamo.</p>



<p>Pescando nella memoria di tanti anni e di infiniti incontri, l’unica cosa certa è l’immagine degli infiniti volti, parole, tristezze, speranze che hanno testimoniato che il poter parlare liberamente per dire la verità era ed è una cosa che valeva la pena.</p>



<p>Con due osservazioni che vorrebbero essere complementari, e in un certo senso conclusive.</p>



<p>La prima è un ringraziamento che riassume tutti quelli che sono dovuti ai tanti testimoni, con le donne in primo piano, che abbiamo incontrato. Le parole sono quelle di Eduardo Galeano, che non solo è stato un ‘attore’ molto importante nella storia del TPP, ma ha tradotto una delle sue sentenze in pagine lucidissime che potrebbero essere parte delle sue pagine letterarie e politiche più belle: dalla memoria del fuoco, alle <em>palabras andantes</em>. La definizione più fedele e completa del TPP è quella che Eduardo dà dell’orizzonte: “Si allontana ogni volta che si fa un passo in avanti; non esiste: serve per far camminare”.</p>



<p>La seconda osservazione deriva da una delle ‘conclusioni’ sul ruolo del diritto internazionale, a partire dalla sua origine ufficiale: “La sua nascita coincide con il suo peccato originale, per il quale non c’è stato ancora un battesimo di redenzione: nasce per giustificare, con la solennità addirittura teologica dei ‘vincitori’, il più grande e impunito genocidio della storia, quello della conquista travestita da scoperta di un mondo che non si vuol riconoscere ‘altro’. Nonostante tutte le evidenze, gli splendori, la civiltà”. La sfida così formulata per un diritto che sia degno di questo nome non è una espressione di un militante: François Rigaux è stato presidente per vent’anni del TPP, autorità giuridica assoluta a livello internazionale, e il testo da lui redatto, insieme a Luigi Ferrajoli, Saverio Senese, Eduardo Galeano e altri è al cuore della sentenza sulla conquista dell’America, che è uno dei punti dottrinali e visionari più completi per una re-invenzione del diritto internazionale a partire dal diritto dei popoli (TPP, 1992).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-preformatted"><strong>Storia e funzioni del Tribunale Permanente dei Popoli</strong>
Il Tribunale Permanente dei Popoli è stato fondato a Bologna il 24 giugno 1979, avendo come quadro di riferimento la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli proclamata ad Algeri il 4 luglio 1976, per essere:

- tribuna di visibilità, di diritto di parola, di affermazione dei diritti dei popoli esposti a gravi e sistematiche violazioni da parte di attori pubblici e privati, nazionali e internazionali, senza possibilità di ricorso e accesso a organismi competenti della comunità internazionale organizzata;
- strumento di esplicitazione e accertamento dell’esistenza, della gravità, della responsabilità e dell’impunità delle violazioni commesse, nonché delle misure di giustizia e riparazione dovute;
- testimone e promotore della ricerca diretta a colmare le lacune istituzionali e dottrinali del diritto internazionale vigente.

Nelle numerose sessioni promosse nel corso della sua storia, in aderenza allo Statuto originale, il TPP si è sempre più confrontato con le richieste di intervento su situazioni che, nonostante la loro gravità, rimangono ignorate o escluse dalla sfera di competenze e responsabilità degli organismi di diritto internazionale.

<strong>I Crimini di competenza del TPP</strong>
Il TPP è competente a pronunciarsi su ogni tipo di crimine in danno dei popoli, commesso mediante violazioni gravi dei diritti elencati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli approvata ad Algeri il 4 luglio 1976.
Sono, altresì, di competenza del TPP i seguenti crimini:

a) crimini di genocidio
b) crimini contro l’umanità
c) crimini di guerra
d) crimini ecologici
e) crimini economici
f) crimini di sistema

‘Popolo’ è qualunque comunità di persone identificata come parte lesa di taluno dei crimini sopra elencati (TPP, 2018).</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato nel libro collettaneo <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dirittiglobali.it/2022/07/quaderni-dei-diritti-globali-lucraina-i-crimini-di-guerra-e-la-giustizia-internazionale/" target="_blank"><em>Dopo l’Ucraina. Crimini di guerra e giustizia internazionale</em>, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</a>, Milieu Edizioni. Simona Fraudatario e Gianni Tognoni fanno parte della Segreteria del Tribunale Permanente dei Popoli </p>



<p class="has-small-font-size"><strong>Bibliografia</strong></p>



<p class="has-small-font-size">AA.VV. (1976), <em>La Carta di Algeri – Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli</em>, 4 luglio <a rel="noreferrer noopener" href="http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2011/05/Carta-di-Algeri_IT1.pdf" target="_blank">http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2011/05/Carta-di-Algeri_IT1.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">Fraudatario Simona, Pigrau Solé Antoni (2012), <em>Colombia entre violencia y derecho. Implicaciones de una sentencia del Tribunal Permanente de los Pueblos</em>, Ediciones Desde Abajo, Bogotà</p>



<p class="has-small-font-size">Fraudatario Simona, Tognoni Gianni (2018), <em>The participation of the Peoples and the Development of International Law: The Laboratory of the Permanent </em><em>Peoples’ Tribunal</em>, in Byrnes Andrew, Simm Gabrielle, <em>Peoples’ Tribunals and International Law</em>, Cambridge University Press, Cambridge</p>



<p class="has-small-font-size">TPP – Tribunale Permanente dei Popoli (2020), <em>Diritti dei popoli e disuguaglianze globali. I 40 anni del Tribunale Permanente dei Popoli</em>, a cura di Simona Fraudatario e Gianni Tognoni, edizioni Altreconomia, Milano</p>



<p class="has-small-font-size">TPP – Tribunale Permanente dei Popoli (1979), <em>Statuto</em>, <a href="http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2011/05/TPP-STATUTO-BOLOGNA-1979.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2011/05/TPP-STATUTO-BOLOGNA-1979.pdf</a>, 24 giugno</p>



<p class="has-small-font-size">TPP – Tribunale Permanente dei Popoli (1992), <em>La conquista dell’America e il diritto internazionale</em>, <a href="http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/1991/10/Conquista-America_TPP_It.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/1991/10/Conquista-America_TPP_It.pdf</a>, 5-8 ottobre</p>



<p class="has-small-font-size">TPP – Tribunale Permanente dei Popoli (2018), <em>Il nuovo Statuto</em>, 27 dicembre</p>



<p class="has-small-font-size"><a href="http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2019/05/Statuto-TPP-IT-FINALE.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://permanentpeoplestribunal.org/wp-content/uploads/2019/05/Statuto-TPP-IT-FINALE.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">TPP – Tribunale Permanente dei Popoli (2022), <em>Sessioni e sentenze</em>, <a href="https://permanentpeoplestribunal.org/category/sessioni-e-sentenze-it/">https://permanentpeoplestribunal.org/category/sessioni-e-sentenze-it/</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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