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Home Cultura Musica

Francesco Galligioni, Antonio Vandini Complete Works. The [Uncertain] Four Seasons. Sharon Kovacs, Child of Sin

Augusto Bruni by Augusto Bruni
5 Marzo 2025
in Musica
0
Francesco Galligioni, Antonio Vandini Complete Works. The [Uncertain] Four Seasons. Sharon Kovacs, Child of Sin
  • (Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)

Non so immaginare come sia stata la vostra personalissima esperienza musicale di fine 2024. Voglio sperare che ognuno abbia avuto la musica che desiderava perché a me non è andata bene. Nel senso che mi ero coscienziosamente preparato una USB stracolma del meglio per ballare che avevo raccattato tra il mio archivio e il web più recente. L’ho caricata di soppiatto tanto per vedere l’effetto che faceva. La padrona di casa, evidentemente dotata di un orecchio super-selettivo, mi ha chiesto neanche tanto gentilmente di rimettermi in tasca la mia USB. Succedeva infatti che ‘loro’ (nel senso degli organizzatori della festa) avevano programmato di ascoltare la supercompilation per il 2025 stilata dal primo programma della radio olandese. Ora: capisco che quando sei ospite più di tanto non puoi allargarti e bisogna adeguarsi. Capisco anche che trattandosi di una radio generalista dovevano fare il solito programma buono per tutti e tutte le età. Il risultato finale era da aspettarselo: brano più nuovo del 2000, subito sommerso da una catasta di robazza pop nazional-popolare (come melassa pop gli olandesi sono secondi solo ai tedeschi ed è tutto dire) inframezzata da grandi hit del passato con netta prevalenza di Queen e Abba. Ho optato per una ritirata strategica in compagnia di tre adolescenti a cui non fregava nulla della musica e volevano solo sparare una quantità industriale di botti. C’era stata anche una stretta della polizia, poca mercanzia e controlli severi. Roba da ridere: il Belgio è qui a un passo e lì la vendita è liberalizzata. Non si trovano robe pericolose modello la ‘Maradona’ di Forcella, ma in compenso l’arsenale che potete portarvi a casa con relativamente poca spesa può essere non solo dignitoso ma anche esilarante. Da mezzanotte meno un quarto alle tre i simpatici provincialotti dell’Olanda meridionale hanno dato il meglio di loro stessi e io e mia moglie ci siano barricati dietro una porta finestra con una bottiglia di Prosecco, guardandoci la luminaria. Persino lei ha trovato insopportabile la compilation. Per cui abbiamo deciso che il giorno dopo (nel senso di mattino dopo) ci saremmo ritemprati col meglio che avevamo trovato in giro. Così è stato, ed è qui di seguito che trovate elencate le chicche da spararsi a ripetizione in un giorno di orribile pioggia vento e cielo costantemente color ardesia come è stato il primo gennaio qui.

Antonio Vandini. Complete works. Francesco Galligioni, cello (con arco impugnato all’antica da sotto), L’arte dell’arco (con strumenti originali), Dynamic 2020.

Uno dei nomi meno conosciuti del barocco ma non per questo da trascurare. Ve lo dico subito: da ascoltare a ripetizione più e più volte. Don Antonio Vandini era un virtuoso bolognese che, secondo il musicologo britannico e viaggiatore Charles Burney, faceva parlare il suo strumento durante le esecuzioni. Dal 27 settembre 1720 al 4 aprile 1721 Vandini era stato maestro di violoncello presso l’Ospedale della Pietà di Venezia, dove, secondo la solita leggenda suggestiva ma oramai destituita di fondamento, avrebbe conosciuto e fatto amicizia con Vivaldi che avrebbe scritto proprio per lui i suoi concerti per violoncello. Abbiamo invece prove sicure della sua collaborazione col grande Giuseppe Tartini, capo dell’orchestra della Basilica di Sant’Antonio di Padova, con il quale Vandini si recò dal giugno del 1722 al 1726 a Praga in occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione di Carlo VI, e con Francesco Antonio Vallotti, organista della Basilica padovana, che scrisse per lui, dal 1727 fino agli anni Quaranta, numerose parti obbligate per violoncello nella sua produzione sacra. Detto questo per pura informazione e localizzazione spaziotemporale, rimane la musica, che a me è sembrata subito travolgente. Innanzitutto il suono (ottima la resa acustica dell’incisione, peraltro): Vandini si diverte a scrivere per il registro tenorile e l’acuto, obbligando l’esecutore a suonare letteralmente fuori dal manico. Da cui la brillantezza quasi costante delle composizioni, specie quando si tratta di duetti con la spinetta o il clavicembalo come avviene nel concerto in A minor, E-Pn VM7-6385_III Allegro Assai. Un altro problema riguarda l’impugnatura dell’arco il cui modello, secondo quanto riferito da Burney, sarebbe stato quello con la ‘presa da sotto’ (cioè con la mano rovesciata all’insù). In questo CD le sonate di Vandini sono interpretate da Francesco Galligioni con una splendida tecnica che fa sue le pericolose avventure del virtuosismo (doppie corde, passi rapidi e salti di non facile intonazione) e al contempo restituisce all’ascolto un suono che probabilmente è molto vicino alla prassi esecutiva dell’epoca. Filologicamente ben informato, Galligioni si permette anche di ornare le melodie nei ritornelli e di variare, alcune volte, sempre nei ritornelli, la realizzazione del basso continuo. Almeno una di queste composizioni, il Concerto in D Major d-swi, potrebbe essere stata eseguita a memoria dopo averla ascoltata solo una volta da un allievo di Vandini, da colei che forse fu l’unico vero amore di Giacomo Casanova, ovvero Henriette. Se la cosa vi stuzzica, leggetevi in Storia della mia vita (tr. Bartalini Bigi I, III, IV, p. 358) la narrazione del concerto di Parma. Casanova era alle lacrime. Io mi sono più banalmente esaltato girando per casa con una tazzona di tè scuro.

Tanto per bilanciare l’esaltazione di Vandini mi è bastato ascoltare l’esecuzione integrale di un’opera che definire apocalittica è poco. Si tratta di una ri-esecuzione delle Quattro Stagioni di Vivaldi secondo un modello esecutivo che mette assieme la partitura vivaldiana assieme agli ultimi dati di modellazione climatica dello scenario futuro del rapporto IPCC “RCP 8.5”. Si tratta dell’ipotesi più catastrofica possibile perché non prevede uno sforzo globale concertato per limitare le emissioni di gas serra. Attraverso il solito sofisticato algoritmo, di cui oggi pare non si possa più fare a meno, gli organizzatori hanno mappato le variazioni geospaziali dalla modellazione dell’IPCC alla partitura originale, permettendo di generare versioni diverse per posizioni specifiche. Usando questo metodo, è stata generata una variazione delle [uncertain] Four Seasons per ogni grande orchestra del mondo. Come è noto Vivaldi compose dei sonetti per illustrare visivamente il carattere acustico della stagione corrispondente. Nella Primavera il risultato mi ha gelato il sangue: la musica che veniva fuori dalle casse acustiche è una distorsione del paesaggio a cui Vivaldi rispondeva nel 1725. Qui non c’è più alcuna gioia di vivere. Come se un velo grigio di cenere di una qualche eruzione vulcanica improvvisa fosse improvvisamente sceso sul mondo, gli uccelli si sono zittiti, le tempeste sono diventate più intense e i fiumi si sono seccati o sono straripati rovinosamente. Come se Vivaldi avesse potuto riscrivere l’intera sua composizione nel 2050 a catastrofe avviata. The Four Seasons si basa su un concetto sviluppato da Jung von Matt ed è stato eseguito per la prima volta dalla NDR Elbphilharmonie Orchestra nel novembre 2019. Il lavoro basato sull’algoritmo ha ri-segnato le Quattro stagioni di Vivaldi utilizzando i dati climatici raccolti dal 1725 fino al 2018. Le orchestre che hanno partecipato sono sparse per il globo e si va dalla Costa Rica’s New Orchestra alla Symphony Orchestra di Sydney, Australia; dalla Kammerensemble Konsonanz di Brema, Germania, alla Netherlands Radio Philarmonic di Amsterdam; dalla European Union Youth Orchestra a Venezia alla Four Season Orchestra di Seoul, Corea del Sud. Qui trovate parecchi estratti delle varie esecuzioni: https://www.youtube.com/ channel/UC0Gc2I6blObDsZlmxVIcQjA/videos. (La cosa è diventata particolarmente angosciosa a posteriori, dopo l’annuncio dato da Trump della possibile uscita degli USA dagli accordi di Kyoto sul cambiamento climatico. Ma qui chi vivrà vedrà, come si dice).

Avevo bisogno di tirarmi un po’ su e la scelta poteva essere quella di rimettere su Vandini. Invece ho optato per una cosa che ha trovato mia moglie e che mi ha subito fatto rizzare le orecchie. Ohibò, ma questa è Amy Winehouse? Oh, no, c’è dentro anche Billie Holiday… e poi? Oh insomma ho scoperto una nuova cantante che all’anagrafe fa Sharon Kovacs ed è olandese e non è più una sbarba di primo pelo. Capelli rasati a zero, occhi blu profondo, aria estremamente aggressiva e dolente. E la voce, quella, non ha certo bisogno di autotune, grazzieaddio. Come ho detto, ci ho ritrovato l’acidità disperata e solitaria di Amy Winehouse e l’anima dolente della mia Billie Holiday. E sono entrato a conoscerla con un brano, Child of Sin, che dà il titolo al suo terzo album, del 2023 (Wolf Rec), quello che l’ha portata definitivamente al successo. Mi sono andato subito a cercare il video che, ne ero sicuro, accompagnava il brano (al giorno d’oggi se non hai il video di corredo non sei nessuno) perché l’altra voce che la accompagnava mi pareva di conoscerla. E ti pareva, c’è ricascato anche stavolta: è il cantante dei Rammstein, ovvero Till Lideman, una versione cupissima e da Eraserhead di Nick Cave dei giorni peggiori. Soprattutto il video, rigorosamente in b/n e con atmosfere cimiteriali e corvacci in cui s’incarna la protagonista, ricorda da vicino quello di Seeman dei Rammstein, fatto a suo tempo per Nina Hagen (santa Nina del Punk) e i 4 violoncellisti senza pace, gli Apocalyptica. Oh insomma, ho gironzolato avanti e indietro per il Tubo per vedere anche dal vivo come si presenta la ragazza. Nelle interviste è sorprendentemente gentile, molto alla mano e terra terra, cosa che deve averle portato parecchie simpatie anche da chi non ama personalità postpunkeggianti: e nota bene, il Volkskrant, foglio importante ex cattolico di centrosinistra, oggi ristrutturato a compact centrista benpensante, ha omaggiato Child of Sin di 4 stelle su 5 e Sharon, nel 2014, ha pensato bene di portarsi a casa il Soul & Jazz Award nella categoria ‘Best Soul & Jazz Talent’ nella classifica della radio nazionale olandese. Lo ripeto: mi ha colpito subito una buona metà della sua voce, così simile alla povera Amy, ma Sharon Kovacs è decisamente più potente e aggressiva. Il suo album del 2018, Cheap Smell, sembra un ricalco di una parte dell’immagine maudit di molte dive del passato, che per sua stessa ammissione adora (dalla Holiday a Nina Hagen passando per Dina Washington, Etta James, Ella Fitzgerald, Tina Turner – una improvvida quanto valida versione di Private Dancer). Nata e cresciuta nel sudest dell’Olanda, a Eindhoven, la patria della Philips, quando scoppia il fenomeno Kovacs in tutta Europa tranne che in Italia (e te pareva) con Cheap Smell la recensione più positiva dice: “Uno degli album soul più aperti, onesti e ispirati del decennio, che cerca di trovare il positivo nelle svolte più difficili della vita. Tocca argomenti acuti: una relazione con un ragazzo dipendente dalla cocaina, che si è conclusa con una rottura; amore sull’orlo della follia; un incontro infruttuoso con suo padre, un evangelista radicale… Cheap Smell è scuro quanto delizioso, ma con un luccichio negli occhi”. Consigliato l’ascolto di tutto quello che trovate in giro, specie i video delle esibizioni live. Continuate bene l’anno, mi raccomando.

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