Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L’intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas
In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, si tratta di un altro grande evento che ha portato investimenti pubblici – tre miliardi e mezzo dei circa sei totali –, attirato investimenti privati – incentivati dagli oneri di urbanizzazione più bassi d’Europa – e che si inserisce nella logica di ristrutturazione urbana e sostituzione sociale del ‘modello Milano’. Un processo di gentrificazione e turistificazione per una città che diventa sempre più attrattiva per i ricchi e sempre più inaccessibile per lavoratrici e lavoratori. Un modello basato su un’alta rendita immobiliare per i fondi di investimento, bassa tassazione sui redditi e sulla successione per i benestanti che qui spostano la residenza – l’ufficio anagrafe registra un milionario ogni dodici abitanti – e uno stile di vita desiderabile per classi abbienti, vip e turisti facoltosi che vengono a consumare la città per brevi periodi: aperitivi da più di mille euro, menù ricercati in ristoranti gourmet, serate in locali esclusivi e prezzi alle stelle per l’experience di una notte negli hotel di lusso.
Per tutto il periodo delle Olimpiadi, a Milano sfileranno capi di Stato, politici e celebrities, in una città blindata con ‘zone rosse’ inaccessibili e un’ingente militarizzazione, per prevenire e reprimere il dissenso di quella parte di popolazione che rifiuta le paillettes a cinque cerchi e denuncia una quotidianità fatta di precarietà, bassi salari, sfruttamento e affitti insostenibili. Un dissenso che la città vetrina non può permettersi, soprattutto nel momento in cui si trova sotto i riflettori del mondo. “Ogni cosa ha un prezzo”, ha dichiarato il sindaco Sala in merito ai disagi per la cittadinanza che porteranno i Giochi, e la compressione dei diritti è il più salato. Perché una città attrattiva deve saper vendere l’immagine di città pacificata.
È questa la realtà con cui hanno dovuto fare i conti anche le lavoratrici degli hotel milanesi, che il 6 febbraio avevano convocato un presidio sotto la sede dell’associazione datoriale Federalberghi in corso Venezia, in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Grazie alle limitazioni imposte dalle zone rosse, la Questura ha potuto vietare la manifestazione: “Ci hanno confinato in Piazzale Loreto”, racconta Simonetta Sizzi di Si Cobas, che da anni segue le lavoratrici, “e non abbiamo neanche avuto la possibilità di stare sotto uno degli alberghi dove lavorano, visto che si trovano tutti in una zona abbastanza centrale di Milano”. Un presidio convocato per denunciare “le condizioni contrattuali e lavorative che sono costrette a subire le cameriere ai piani che lavorano negli hotel, e che come sindacato abbiamo continuato a denunciare in tutti questi anni”, spiega Sizzi.
Una realtà di cui avevamo già scritto nel 2020 e che oggi è addirittura peggiorata.
Partiamo dalla situazione contrattuale…
Innanzitutto chiediamo l’unificazione in un unico contratto collettivo per tutte le lavoratrici: ora il datore di lavoro può scegliere quale applicare tra una ventina di contratti disponibili. Si va dal Multiservizi-pulizie, con una paga di circa sette euro lordi all’ora, a uno dei migliori del Turismo, come l’AICA, che prevede poco più di otto euro all’ora. Ma tra questi ci sono anche alcuni veri e propri ‘contratti pirata’, nel senso che hanno una paga oraria ancora più bassa di quella del Multiservizi-pulizie, non prevedono la quattordicesima, i permessi retribuiti e in alcuni casi nemmeno la malattia. Contratti che vengono applicati anche in hotel a quattro o cinque stelle.
Le lavoratrici sono assunte direttamente dagli alberghi?
No, da società esterne che hanno l’appalto per le pulizie.
Una prassi ormai consolidata anche nel settore alberghiero…
Tra l’altro con una novità: da dopo il Covid viene usato il contratto a chiamata, che precedentemente non esisteva. Prima avevi un contratto a tempo determinato, che dopo un po’ diventava a tempo indeterminato; adesso c’è questo contratto a chiamata e le lavoratrici non sanno mai quanti giorni lavoreranno in un mese e, ovviamente, avendo bisogno di uno stipendio, ogni volta che le chiamano corrono a lavorare.
Una turnistica che diventa imprevedibile e insostenibile…
Sì, perché un giorno ti chiamano, poi ti lasciano a casa dieci giorni, poi fai venti giorni di lavoro consecutivo senza pause. Sono costrette ad accettare queste condizioni.
Condizioni di estrema precarietà.
Anche perché la maggior parte delle lavoratrici sono straniere, quindi accettano qualsiasi tipo di contratto per non perdere il lavoro e vedersi revocare il permesso di soggiorno.
Quindi il punto è il sistema degli appalti, che favorisce una gara al ribasso tra le varie aziende, con tutto ciò che ne consegue in termini di bassi salari e minori tutele…
Sì, perché ovviamente a vincere l’appalto è la società che offre all’hotel il minor prezzo. Poi però, per stare nei costi, queste aziende si rifanno sulle lavoratrici, appunto con contratti orrendi o pagando a cottimo. E stiamo vedendo che questa prassi si sta diffondendo tantissimo, per cui anche le poche imprese che vogliono fare le cose per bene, applicando il contratto del turismo migliorativo e pagando a ore, perdono gli appalti che vanno alle società che si muovono al ribasso. E in questo modo ci guadagnano solo gli hotel a danno delle lavoratrici.
La questione del pagamento a cottimo era già emersa nella nostra inchiesta del 2020. È ancora così quindi?
Sì, sono pagate a camera, di fatto è un lavoro a cottimo integrale legalizzato che viene adottato in quasi tutti gli alberghi: magari stanno in hotel otto ore e vengono pagate solo per le camere che puliscono, quindi non per tutte le ore di presenza. Tra l’altro sono quasi tutte assunte part-time, e la paga base su un part-time è uno stipendio ancora più misero.
A questo proposito, nella nostra inchiesta alcune lavoratrici ci hanno raccontato di avere tempistiche molto strette per pulire le stanze e che se non riescono a stare nei limiti non vengono pagate. Ma il punto, ci dicevano, è che spesso è materialmente impossibile stare nei tempi…
Esatto. Ultimamente poi gli hotel, con la scusa dell’ecologia, hanno inserito anche le cosiddette ‘camere green’, per cui il cliente può chiedere che la camera non venga pulita e può rifiutare il servizio anche dopo il terzo giorno. Quando però va via, magari dopo una settimana, quella camera deve essere pulita in venti minuti, mezz’ora. Ma è evidente che è impossibile.
Avete provato a contattare direttamente i committenti degli appalti, ossia gli hotel?
Con noi non parlano, li mettiamo in copia nelle comunicazioni ma non rispondono mai, mentre le aziende che assumono le lavoratrici dicono che la colpa è del committente. Si rimbalzano la responsabilità.
Tornando alle condizioni di lavoro, oltre alla velocità con cui devono pulire le camere, quali altre problematiche denunciate?
I carichi di lavoro molto pesanti che devono sopportare. Dopo il Covid gli hotel hanno tagliato tutti i costi che hanno ritenuto inutili, per esempio il lavoro di supporto ai piani svolto dai facchini: prima aiutavano le lavoratrici a portare i carrelli carichi di materiale, a spogliare le camere, aprire o chiudere i divani-letto, ribaltare i materassi, tutti lavori fisicamente faticosi. Adesso invece i facchini si limitano a portare in camera le valigie del cliente.
L’aumento dei carichi di lavoro sta avendo conseguenze sulla salute delle lavoratrici?
Stanno aumentando gli infortuni e le malattie. Lavoratrici che a trentacinque, quarant’anni iniziano ad avere dolori fisici, ernie, a non riuscire a muoversi.
Dunque la situazione è sensibilmente peggiorata.
Prima avevano un aiuto maggiore, ma non solo. C’era anche una maggiore sicurezza per le lavoratrici per quanto riguarda l’interazione con i clienti, essendo presente un addetto della sicurezza ai piani. Ci sono stati anche tentativi di violenza, per dire.
Mentre ora cos’è cambiato?
Hanno tolto anche quello. Quindi se una volta episodi di quel tipo erano ridotti perché c’era un servizio ai piani che controllava, ora i rischi sono maggiori.
Avete trovato una soluzione per sopperire a questa mancanza?
Sì, ora sono le lavoratrici che si organizzano. Nei grandi alberghi in cui siamo presenti come rappresentanza sindacale, abbiamo ottenuto che le lavoratrici non possano più entrare da sole nelle camere quando è presente il cliente.
Quindi: salari bassi, poche tutele, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute. Nel frattempo gli hotel, con le Olimpiadi a Milano, hanno prezzi alle stelle…
I prezzi sono triplicati, una camera che costava duecento euro adesso ne costa quattrocento-seicento. Ma anche i carichi e i ritmi di lavoro sono aumentati ulteriormente, devono fare tutto ancor più velocemente e perfettamente.
Visto il picco di attività di questo periodo, per le lavoratrici è previsto un riconoscimento economico?
No, non è stato riconosciuto nulla né dalle società né dagli hotel, assolutamente niente. Tra l’altro è stato detto loro che in questo periodo nessuno può chiedere permessi; io sono riuscita ad avere dei permessi sindacali per quattro lavoratrici, gli altri me li hanno rifiutati. Nessuno si può assentare.
Anche perché di fatto sono sotto ricatto, considerati i contratti con cui sono assunte.
Esatto, se si assentano poi gliela fanno pagare, e con il contratto a chiamata magari poi non le chiamano più.
Quali sono i prossimi passi che avete in programma?
Sicuramente se ci saranno da fare azioni sindacali negli hotel siamo pronti a farle, ma finché non saranno finite le Olimpiadi, con la scusa della zona rossa non ci sarà permesso di andare sotto Federalberghi. Quindi per la parte istituzionale dobbiamo aspettare che sia finito tutto per poter riprendere questa lotta.
