La bomba atomica secondo Stanley Kubrick e Sidney Lumet
Un’isola al fulmicotone è, secondo Günther Anders, quel che sarebbe diventata la Terra in seguito all’invenzione della bomba atomica; un’invenzione che ci pone drammaticamente, sul piano della realtà concreta, di fronte all’ipotesi metafisica del nulla. Non è un caso che il film di Christopher Nolan su Oppenheimer – uno dei ‘padri’ della bomba atomica – vincitore di sette premi Oscar, abbia riscosso tanto successo: data la situazione geopolitica attuale, infatti, con la guerra in Ucraina e l’esacerbazione del conflitto israelo-palestinese, lo spettro di una catastrofe nucleare ha iniziato di nuovo ad agitarsi in seno all’opinione pubblica.
Basti pensare che nel 2023 l’orologio dell’Apocalisse, dispositivo simbolico ideato allo scopo di misurare il pericolo di un’ipotetica fine del mondo dovuta appunto a un’escalation nucleare – motivo a cui dal 2007 si è aggiunto qualsiasi altro evento in grado di infliggere danni irrevocabili all’umanità, come il cambiamento climatico – l’orologio dell’Apocalisse, dicevamo, ha segnato la distanza più piccola mai raggiunta alla mezzanotte, novanta secondi, mentre, al momento della sua creazione nel 1947, all’inizio della guerra fredda, era impostato sulle 23:53. Nemmeno la guerra di Corea del 1950-1953 aveva portato l’umanità così vicina al punto di non ritorno: complice il recente sviluppo della bomba all’idrogeno da parte di USA e URSS, nell’ultimo anno del conflitto, l’orologio aveva segnato due minuti dall’Apocalisse (per quanto riguarda la crisi dei missili di Cuba del 1962, non c’era stato il tempo materiale di ‘spostare le lancette’, essendosi tale crisi risolta nell’arco di tredici giorni; l’orologio viene regolato, infatti, dallo Science and Security Board del Bulletin of the Atomic Scientists solo una volta all’anno, tipicamente tra la metà e la fine di gennaio).
Prima ancora di Oppenheimer (2023) di Nolan, tuttavia, il cinema aveva riflettuto su questo tema. Esempi relativamente recenti sono The day after (1983) di Nicholas Meyer e Quando soffia il vento (1986) di Jimmy Murakami, dove vengono analizzate le conseguenze di un Armageddon nucleare dal punto di vista della gente comune. Del 1989 è, invece, L’ombra di mille soli di Roland Joffe, sorta di ‘Oppenheimer prima di Oppenheimer’, incentrato, come il lavoro di Nolan, sui processi storici che hanno portato alla creazione della bomba atomica nell’ambito del Progetto Manhattan. La principale differenza è che qui, a rivestire il ruolo di protagonista, non è tanto la figura dello scienziato – ferma restando la sua importanza – quanto quella del generale Leaslie R. Groove, interpretato da Paul Newman. I due film che analizzeremo nel nostro articolo risalgono, invece, entrambi al 1964 e sono probabilmente i lavori più efficaci mai dedicati all’argomento, caratterizzati da una trama molto simile, se non addirittura identica nei suoi aspetti fondamentali, alla quale corrisponde, tuttavia, una netta difformità nel tono e negli accenti tematici.

Partiamo con quella che è giustamente considerata una delle migliori opere satiriche di sempre, Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick, commedia nera liberamente tratta dal romanzo Red Alert di Peter George. Già le immagini che accompagnano i titoli di testa risultano emblematiche: due bombardieri americani, collegati l’uno all’altro da un cavo per il rifornimento in volo, a simboleggiare la fatale interconnessione tra Stati Uniti e Unione Sovietica in rapporto alla corsa agli armamenti nucleari, pregna di implicazioni funeste per il mondo intero. Quando il generale Jack D. Ripper (Sterling Hayden), il cui nome, come quello di tanti altri personaggi del film, è tutto un programma, rimandando a Jack lo Squartatore – Jack the Ripper in inglese – quando Ripper, dicevamo, dà l’ordine a uno stormo di aerei B-52 di attaccare l’URSS, inizia una disperata corsa contro il tempo da parte del presidente degli Stati Uniti Markin Muffley (Peter Sellers) e dei vertici sovietici per cercare di fermarli. Ognuno di tali aerei trasporta, infatti, un carico di bombe all’idrogeno per un totale di quaranta megatoni, il cui potere distruttivo è pari a sedici volte quello di tutti gli ordigni esplosi durante la seconda guerra mondiale. Il che basta a rendere l’idea di quelle che sarebbero le conseguenze di un conflitto nucleare su larga scala.
Per di più, si viene presto a sapere che l’URSS ha ideato un’arma, denominata ordigno ‘fine di mondo’, in grado di produrre una pioggia radioattiva, la quale, se messa in funzione, cancellerebbe in breve ogni forma di vita dal pianeta; arma destinata a scattare appunto in caso di attacco nucleare da parte degli Stati Uniti. Impossibile disinnescarla: chiunque ci provasse ne provocherebbe irrimediabilmente l’attivazione. Tutto è stato automatizzato proprio allo scopo di evitare ogni ‘interferenza’ umana. Emerge qui il tema prometeico di una tecnica ormai al di fuori di ogni controllo – un mostro di Frankenstein che si rivolta contro il suo stesso creatore. Tema di cui è soprattutto il personaggio del dottor Stranamore (Peter Sellers) a farsi portatore, il quale si trova su una sedia a rotelle, particolare carico di significati simbolici, ma anche ironici nella loro contraddittorietà, considerato che si tratta di un ex nazista integrato nell’establishment americano in virtù delle sue competenze scientifiche. Da questo punto di vista, risulta emblematica la sua mano coperta da un guanto nero – mano che pare dotata di vita propria, tanto che, oltre ai ripetuti saluti nazisti in cui la vediamo esibirsi verso la fine del film, a un certo punto, sembra sul punto di strozzare lo stesso Stranamore, rappresentando così una coincidenza tra la forma mentis squisitamente tecnica di quest’ultimo e una freudiana pulsione di morte – un riferimento diretto a Rotwang (Rudolf Klein-Rogge), lo ‘scienziato pazzo’ di Metropolis (1927) di Fritz Lang, ripreso significativamente anche da Mel Brooks nel personaggio dell’ispettore Krogh (Kenneth Mars) in Frankenstein Junior (1974).
Eppure, nel lavoro di Kubrick, è anche e soprattutto il fattore umano a rivestire un ruolo di primaria importanza. Non per niente, tutto ha inizio a causa della follia di un singolo individuo, il generale Ripper, il quale, nondimeno, è messo nelle condizioni di attuare il suo progetto da un sistema burocratico della guerra che si dimostra inequivocabilmente il prodotto di una follia collettiva: secondo il piano R, infatti, del quale egli si avvale – piano sottoscritto significativamente da Muffley, per quanto, nel contesto di una riunione di emergenza al Pentagono, egli dimostri di essersene dimenticato – l’ordine di bombardare l’URSS con armi atomiche può essere dato anche da un generale dell’esercito, e non direttamente dal Presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui la catena gerarchica sia stata interrotta a causa di un precedente attacco da parte del nemico; e non importa che, in realtà, tale attacco non sia mai avvenuto. Complice l’isolamento preventivo della base aerea di cui egli è a capo e il sequestro delle radio private ai soldati – tutte manovre previste da un regolare piano di guerra – Ripper riesce a convincere gli uomini al suo comando che l’Unione Sovietica ha effettivamente colpito gli USA con dei missili nucleari. Non solo: una volta dato l’ordine allo stormo di B-52 di bombardare l’URSS nel contesto del piano R, la revoca di tale ordine può essere data esclusivamente dallo stesso Ripper – unica persona a conoscenza del codice segreto di tre lettere con cui è possibile riprendere contatto con gli aerei. Tutto ormai funziona per compartimenti stagni: una volta messo in moto il meccanismo della guerra, diventa praticamente impossibile fermarlo.
A emergere qui è ancora il dislivello prometeico (Günther Anders) tra Uomo e Macchina, se si considera la macchina nell’accezione più ampia del termine, alla quale partecipa anche il sistema burocratico. Tuttavia, umani, troppo umani, sono i motivi che hanno spinto Ripper al suo folle gesto. Come si evince da un dialogo con il colonnello Mandrake (Peter Sellers) della Royal Air Force – coadiutore di Ripper, il quale, avendo compreso la situazione, tenta inutilmente di farlo ragionare – è stata la scoperta da parte del generale della propria impotenza sessuale ad averlo portato a quel punto; impotenza che egli imputa a un complotto comunista per contaminare cibi e bevande: “Una sostanza estranea viene introdotta nei nostri preziosi fluidi vitali, senza che l’individuo se ne accorga o che vi si possa opporre. Ecco come lavora questa gente senza scrupoli. […] Ho incominciato ad avere i primi sospetti durante l’atto fisico dell’amore. Insomma, come una sensazione di stanchezza, come un vuoto dentro di me”.
Oltre all’odio e alla fobia tipicamente americani nei confronti delle idee comuniste, a essere evidenziata qui è la stretta connessione tra la dimensione della guerra e il machismo fallocentrico che accomuna gli apparati di potere e militari di entrambi i Paesi. Tema che trova la sua risonanza anche nel personaggio del generale Turgidson – dal nome estremamente evocativo in tal senso – il quale, non per niente, si dimostra entusiasta del piano escogitato da Ripper per costringere il governo degli USA a usare tutta la propria potenza di fuoco contro l’URSS; nonché in quello del Primo ministro sovietico Kristoff, il quale, raggiunto telefonicamente da Muffley, si capisce essere stato ‘preso’ nel bel mezzo di un festino a luci rosse. Come spiega significativamente l’ambasciatore dell’URSS Alexei De Sadesky (Peter Bull) – evidente il richiamo nel nome al marchese De Sade, scrittore e libertino fortemente connotato da quell’inquietante impasto di Eros e Thanatos di cui è pregno anche il lavoro di Kubrick – chiamato a presenziare alla riunione del Pentagono dal Presidente degli Stati Uniti: “Nostro Primo ministro è uomo del popolo, ma anche uomo, se ho reso l’idea”. D’altra parte, come rilevato da Giuseppe Previtali nella sua analisi del film (1), la morbidezza quasi ‘femminea’ di Muffley – altro nomen omen, essendo il significato di questo termine ‘ovattato’ – risulta altrettanto ridicola e inefficace in rapporto alla situazione, soprattutto quando tenta di giustificarsi con Kristoff, definendo quanto è accaduto una ‘sciocchezzuola’.
L’unico personaggio veramente positivo della vicenda è il già citato colonnello Mandrake, il quale, come l’omonimo illusionista dei fumetti, capace di risolvere le situazioni più disperate in virtù della sua intelligenza, studiando alcune carte di Ripper, riesce, infine, a carpire l’informazione necessaria per richiamare indietro gli aerei, prima che scarichino le bombe. Nel frattempo, il generale si è suicidato in seguito alla caduta della base aerea in mano al battaglione dell’esercito statunitense chiamato a espugnarla.
Degno di nota il fatto che i soldati di tale base siano stati persuasi a combattere contro i propri stessi compagni in quanto convinti che si trattasse del nemico sotto mentite spoglie – un’assurdità che non sarebbe stato possibile accettare, se non avesse già agito in loro una predisposizione in tal senso, dovuta agli effetti della propaganda, altro tema estremamente caro a Kubrick. Emblematica, da questo punto di vista, la scena in cui Mandrake, non avendo abbastanza denaro per telefonare a Muffley in modo da comunicargli il codice per richiamare indietro i B-52, chiede a un militare di forzare un distributore della Coca-Cola, marchio simbolo degli USA, in modo da utilizzare le monete contenute all’interno per la chiamata; richiesta che non manca di suscitare le proteste indignate del suo interlocutore: “Ma è proprietà privata. […] E va bene. Io lo faccio, se insiste. Ma, se lei non parla con il Presidente degli Stati Uniti, sa che le succede poi? Che la società della Coca-Cola le fa causa”.
Un’ottusità ideologica che era già stata ampiamente evidenziata nella paranoia anticomunista di Ripper e Turgidson, destinata a essere ribadita anche alla fine del film, quando ormai l’ordigno ‘fine di mondo’ sarà stato innescato. Sì, perché, nonostante il tentativo di Mandrake abbia esito positivo, uno dei bombardieri, con la radio danneggiata a causa di un missile sovietico e, dunque, impossibilitato a ricevere comunicazioni, prosegue la sua fatale corsa verso l’obiettivo – mutato, nel frattempo, per iniziativa del pilota maggiore T.J. ‘King’ Kong (Slim Pickens), poiché l’aereo perde carburante e lui e il suo equipaggio non sarebbero in grado di raggiungere la meta prefissata; dimodoché vani si rivelano gli sforzi da parte dell’esercito sovietico di abbattere il B-52, concentrando tutta la propria potenza di fuoco sulla rotta indicata dal regolare piano di guerra; il che dimostra come, secondo Kubrick, anche l’imprevedibilità del caso giochi un ruolo essenziale nell’ipotesi di una catastrofe nucleare.
La scena dell’attacco vero e proprio è iconica: ‘King’ Kong, con indosso un cappello da cowboy – dettaglio quantomai significativo rispetto all’importanza che il mito della frontiera riveste nell’ethos a stelle e strisce – che precipita dall’aereo insieme alla bomba nella pantomima di un rodeo; sineddoche di quel rodeo metaforico che l’umanità tutta è stata condannata a condurre ‘a cavallo’ delle armi nucleari dal momento della loro creazione. Ma di fondamentale importanza qui è anche e soprattutto il fatto che il missile sovietico aveva danneggiato non solo la radio, ma pure il sistema automatico di apertura dei portelli per lo sgancio degli ordigni, motivo per cui il pilota era sceso nel locale bombe a riparare il guasto: laddove non arriva la forza cieca delle macchine, è la volontà dell’Uomo – per non dire la sua stupidità – a completare l’opera.
Posti di fronte al fatto compiuto, tutti i personaggi coinvolti nella riunione al Pentagono, su iniziativa del dottor Stranamore, iniziano a ragionare su come mantenere un nucleo di esseri umani e altre specie animali e vegetali, purché utili alla sopravvivenza, in alcune delle miniere più profonde. A occuparsi della selezione sarebbe un cervello elettronico – e torna qui il tema della macchina in rapporto, questa volta, alla deresponsabilizzazione dell’individuo, rilevata, tra gli altri, da Zygmunt Bauman in Modernità e Olocausto – predisposto su parametri eugenetici quali l’età, lo stato di salute, la fertilità sessuale, l’intelligenza ecc., con un’eccezione significativa, tuttavia, illustrata dallo stesso Stranamore: “Naturalmente sarebbe necessario comprendere nel numero i più alti esponenti del governo e delle forze armate, perché possano trasmettere i principi gerarchici e nazionalistici”. Inoltre, poiché ripopolare il pianeta dovrà essere considerata una priorità, si dovranno salvare una media di dieci donne per ogni uomo, scelte in base alla loro avvenenza; donne ridotte, de facto, al ruolo riproduttivo, nonché a materia inerte di sollazzo per la popolazione maschile delle miniere – a dimostrazione, ancora una volta, della logica patriarcale strettamente intrecciata alla dimensione del potere politico e militare.
Si potrebbe presumere quantomeno che, dopo una simile esperienza, si faccia tabula rasa delle armi nucleari. E, invece, no: mentre il generale Turgidson dialoga con Muffley in relazione alla necessità di conservare alcune bombe atomiche per evitare di trovarsi impreparati di fronte a un eventuale attacco sovietico, una volta che, cessato il periodo secolare di radioattività dovuto all’attivazione dell’ordigno ‘fine di mondo’, l’umanità sarà tornata a vivere in superficie, l’ambasciatore De Sadesky sta effettivamente scattando alcune fotografie della sala del Pentagono a scopo spionistico. Secondo l’occhio disincantato di Kubrick, l’Uomo non impara mai dai propri errori, al contrario, è condannato a ripeterli in maniera esponenziale, sempre più distruttiva. Proprio a ciò si riferisce quella sorta di miracolo nero a cui assistiamo alla fine del film: il dottor Stranamore che, dopo aver inneggiato più volte al führer, si alza dalla sedia a rotelle al grido: “Io cammino!” Ed è interessante notare come la critica di Kubrick si estenda così a tutti i principali sistemi politici che hanno caratterizzato il Novecento: il capitalismo di mercato statunitense, quello di Stato sovietico e il nazifascismo in stretta relazione simbolica con quel substrato di ‘energie oscure’, destinate a riemergere ciclicamente, che ciascun individuo reca dentro di sé – negli abissi del proprio inconscio. Per dirla con Giorgio Gaber: “I mostri che abbiamo dentro”.

Come già accennato in apertura all’articolo, il film A prova di errore di Sidney Lumet, basato sull’omonimo romanzo di Eugene Burdick e Harvey Wheeler, uscito pochi mesi dopo Il dottor Stranamore, ha una trama estremamente simile a quest’ultimo: anche qui il governo americano e i vertici sovietici si trovano a collaborare per cercare di fermare alcuni aerei statunitensi che hanno l’obiettivo di bombardare il territorio dell’URSS. In questo caso, tuttavia, il tono è drammatico; inoltre, se ancora nel lavoro di Kubrick era il fattore umano a rivestire un ruolo di primaria importanza, qui l’accento tematico è posto sulla tecnica, essendo l’ordine irreversibile di attaccare pervenuto a uno stormo di B-52 non a causa della follia di un singolo individuo, bensì per via di un guasto al sistema elettronico di controllo della base di Omaha, in Nebraska.
Il film si apre con un sogno fatto dal generale Bogan (Frank Overton) in cui egli assiste con raccapriccio all’uccisione di un toro da parte del matador nell’ambito di una corrida; sogno il cui significato risulterà chiaro al termine della pellicola. Nel frattempo, la scena si sposta in un salotto altoborghese a Washington, dove il professor Groeteschele (Walter Matthau), consulente del Pentagono, sta tenendo banco riguardo ai possibili effetti di una guerra nucleare. Secondo lui, nell’eventualità in cui si arrivasse a uno scontro diretto con l’Unione Sovietica, anche in caso di vittoria da parte degli USA, bisognerebbe mettere in conto la perdita di un numero compreso tra i sessanta e i cento milioni di americani; stima che non manca di suscitare l’indignazione di uno degli astanti: “Nella guerra termonucleare non ci sono altro che vinti. La guerra non è più come una volta”. Ma per Groeteschele resta sempre l’unico modo di risolvere determinati conflitti: “Non sarebbe diverso da come era migliaia di anni fa, quando le guerre facevano scomparire intere popolazioni. Il punto è sempre chi vince e chi perde e quale civiltà sopravvive. […] Io non sono un poeta. Sono uno scienziato politico. E preferisco che sopravviva la civiltà americana a quella russa”. Emerge qui l’irriducibile dicotomia tra una forma mentis umanistica – quella dell’interlocutore di Groeteschele – e l’approccio al mondo ottusamente specialistico del professore, in rapporto alla drammatica sproporzione tra l’eccezionale sviluppo tecnologico che ha caratterizzato, in particolare, gli ultimi due secoli della storia umana e il mancato realizzarsi rispetto a ciò di una congruente evoluzione etica.
Interessantissimo è anche il dialogo che Groeteschele ha con una donna, la quale, affascinata dai suoi discorsi, lo attende nella sua auto all’uscita della villa; dialogo in cui viene evidenziato ancora una volta quell’inquietante impasto di Eros e Thanatos di cui abbiamo già parlato in relazione al lavoro di Kubrick. “Sappiamo tutti che moriremo”, sostiene la donna, “ma voi ne fate un gioco. Un gioco meraviglioso a cui partecipa tutta l’umanità”. La freudiana pulsione di morte che la anima, mescolata, d’altra parte, a un egotistico senso di orrore per la propria morte – la quale diventa più accettabile, addirittura desiderabile, da un punto di vista psicologico, se accompagnata da quella di ogni altro essere umano – nonché l’idea stuzzicante di farsi Dio, seppure un dio dell’Apocalisse, non sfuggono all’occhio ‘clinico’ di Groeteschele, forse perché anche in lui agiscono le stesse forze: “Le piacerebbe, dica la verità, le piacerebbe premere quel bottone. Quale emozione sarebbe: sapere di dover morire, ma il potere di portare tutti con sé. Tutti quanti, coi loro sogni, le loro piccole speranze, nati per la morte, eppure recalcitranti, volutamente ciechi alla morte. Ed essere lei quella che gliela propina. Che gliela impone. Però ha paura. E così le emozioni le cerca altrove. E chi meglio di un uomo che paura non ne ha?” La differenza tra i due, che Groeteschele sottolinea al termine del dialogo, accompagnando le sue parole da uno schiaffo – “Siamo di razza diversa” – sta appunto in tale paura di ‘premere il bottone’; e che egli effettivamente non ne abbia lo dimostra più avanti, quando, una volta ricevuto l’ordine di attacco dallo stormo di B-52 – già in volo nei pressi dei confini sovietici – propone di non fare niente per fermare gli aerei: “Signor ministro, io sono convinto che, quando i russi capiranno che le bombe stanno per cadere su Mosca, si arrenderanno. Capiranno che qualunque cosa facciano saranno distrutti. Ma non vede? Questa è l’occasione buona. Noi non avremmo mai cominciato volutamente. Lo ha fatto per noi il Sesto Gruppo. E per errore. E noi dobbiamo approfittarne”.
Di tutt’altro avviso è il Presidente degli Stati Uniti, interpretato da Henry Fonda, il quale, fallito il tentativo di alcuni caccia statunitensi di raggiungere i bombardieri per abbatterli a causa della penuria di carburante, dopo aver inutilmente provato a contattare personalmente gli aerei – il cui equipaggio è stato addestrato a ignorare messaggi di questo tipo, poiché potrebbe trattarsi di una voce contraffatta dal nemico – stabilisce un contatto telefonico con il premier sovietico. E vale la pena soffermarsi qui sulla figura del traduttore, a cui il presidente raccomanda di comunicargli non solo il significato nudo e crudo di quanto gli dirà il suo interlocutore, ma anche il tono da egli utilizzato: “Adesso io telefonerò al premier sovietico. Tu tradurrai quel che mi dirà, mentre un suo traduttore tradurrà a lui le mie parole. Ma io voglio qualcosa di più da te. Io credo che il premier sovietico dirà quello che pensa. Di solito, è sincero, ma, a volte, il tono è più significativo delle parole. Le parole in lingue diverse hanno di rado lo stesso valore. Capito che cosa voglio dire? È molto importante che ci si capisca alla perfezione, è inutile che te lo spieghi, quindi mi dovrai dire non solo quello che lui dice, ma quello che, secondo te, sente: le inflessioni della voce, il tono e le emozioni che possono trasparire”. Emerge qui un tema che avevamo già affrontato nel nostro articolo su Arrival (2016) di Denis Villeneuve, quello del linguaggio e dell’importanza del dialogo tra le nazioni per la sopravvivenza della specie (2). In particolare, può essere utile ricordare come nel lavoro del regista canadese, tra le altre cose, si faccia riferimento al significato letterale della parola guerra in sanscrito – desiderio di avere più mucche – a conferma di quanto siano decisive le condizioni economiche e ambientali di un determinato popolo in relazione allo sviluppo del suo linguaggio: nell’incontro con l’alterità, nulla può essere dato per scontato.
Come già accennato, dopo le iniziali reticenze da parte dei vertici sovietici, i quali temono una trappola da parte degli Stati Uniti, il Presidente e il premier dell’URSS iniziano a collaborare per cercare di fermare gli aerei. Ma a nulla valgono le informazioni trasmesse all’apparato militare dell’Unione Sovietica – non senza malumori e resistenze da parte di alcuni esponenti dell’esercito americano – in merito alle rotte e alle strumentazioni di cui dispongono i B-52 per eludere gli attacchi. La situazione che si viene a creare è identica, nella sostanza, a quella descritta nel film di Kubrick: uno dei bombardieri riesce, infine, a passare e a sganciare il suo carico di megatoni su Mosca.
L’ipotesi peggiore si è avverata: come evitare un’escalation nucleare che porterebbe inevitabilmente all’estinzione della razza umana? Il Presidente degli Stati Uniti non riesce a immaginare altra soluzione che bombardare a propria volta New York, nella logica veterotestamentaria dell’occhio per occhio, dente per dente – e torna qui il tema della drammatica sproporzione tra un’etica ancora ‘primitiva’ in rapporto alla capacità tecnica di autodistruggersi dell’essere umano. Del resto, come afferma il premier sovietico in relazione alla possibilità di un ‘condono’ relativo a tale proposta: “A lei basterebbe? Se i bombardieri russi stessero per bombardare New York, lei si accontenterebbe di un’offerta formale?” Domanda alla quale il Presidente degli USA è costretto a rispondere sinceramente di no. Ed è a questo punto che entra di nuovo in gioco Bogan, vecchio compagno di scuola del premier statunitense e, perciò, degno della sua fiducia. Sarà lui a dover sganciare le due bombe da venti megatoni ciascuna su New York: una richiesta in cui riecheggia il mito biblico di Abramo e Isacco – di nuovo un riferimento all’Antico Testamento – tanto più che in quella città, oltre alla moglie del presidente, si trova anche la famiglia del generale. Ma, in questo caso, nessun angelo interverrà per fermargli la mano all’ultimo momento. Gli ordigni esplodono, New York viene spazzata via, e a Bogan non resta altro che suicidarsi con una siringa di cianuro – parte integrante del suo equipaggiamento – non senza prima aver compreso il significato del proprio sogno premonitore, mostrato all’inizio del film: il matador era lui stesso.
Estremamente significativo, considerato l’accento tematico del lavoro di Lumet, l’ultimo dialogo telefonico tra il premier sovietico e quello statunitense, dove si fa riferimento alla dimensione della responsabilità in rapporto alla tecnica. Poiché si è trattato di un guasto alle apparecchiature, nessuno può essere giudicato colpevole dell’accaduto; e, invece, no. Come afferma il presidente degli USA: “La colpa è vostra come è nostra, che ci siamo affidati alle macchine. […] La distruzione di due grandi città, milioni di innocenti uccisi… Cosa diciamo a questa gente, che sono cose che succedono? È troppo facile. […] Io so soltanto che siamo noi i responsabili, come lo siamo di tutto quello che ci succede. È stato un assaggio del futuro. Ci è servito a qualcosa o andiamo avanti per la stessa strada?” Al che il premier sovietico risponde: “Io credo che, se siamo uomini, dobbiamo dire: questo non succederà più. Ma lei lo crede possibile, con la barriera che ci divide?”
Degno di nota il fatto che, in entrambi i film di cui abbiamo trattato, accanto a personaggi grottescamente fanatici, ve ne siano altri, come appunto il Presidente degli Stati Uniti e quello sovietico nel lavoro di Lumet, che dimostrano una relativa ‘sensibilità diplomatica’ in stretta relazione al loro pragmatismo politico: l’ipotesi di una guerra nucleare resta impensabile sul piano umano, prima ancora che strategico – e, a prescindere dai risultati ottenuti, fanno di tutto per sventarla. Una sensibilità che purtroppo sembra mancare a molti degli attuali esponenti dell’establishment.
Tra il 21 e il 22 marzo 2024 si è svolto a Bruxelles un vertice a cui hanno preso parte tutti i ventisette capi di Stato dell’Unione europea: in questa sede, è stato concordato un pacchetto di sostegno aggiuntivo all’Ucraina per un totale di cinquanta miliardi di euro – soldi che ovviamente si tradurranno ancora in armi e munizioni per l’esercito di Zelensky. Nel frattempo, si parla apertamente di riarmo in diversi Paesi europei e si pensa addirittura a reintrodurre la leva obbligatoria. È quanto dichiara, per esempio, il presidente lettone Edgars Rinkevics in un’intervista rilasciata al Financial Times: “La questione della coscrizione militare deve essere discussa seriamente” (3). Certo, oggi non siamo più ai tempi della prima o della seconda guerra mondiale: quasi ottant’anni di pace relativa ci dividono da quest’ultima, e, nonostante l’enorme macchina propagandistica messa in atto per legittimare un possibile scontro frontale con la Russia, la popolazione dell’Ue resta per la maggior parte contraria a un’escalation del conflitto. Ecco perché, secondo una fonte rimasta anonima de Il Sole 24 Ore – comunque un politico europeo di alto rango, come precisato da Adriana Cerretelli, autrice dell’articolo –: “L’Europa ha bisogno dell’effetto Pearl Harbour, di uno shock devastante che ne scuota le democrazie, polverizzi la trincea di dubbi, egoismi ed esitazioni infinite, costringendola ad agire con il consenso delle sue opinioni pubbliche” (4). Del resto, che si arrivi a schierare direttamente truppe in Ucraina è quanto sostenuto nelle ultime settimane da Emmanuel Macron (5), il quale, in un discorso alla tivù francese, ha ribadito: “Se l’Europa vuole la pace, deve prepararsi alla guerra” (6). Parole che si rivelano tanto più scriteriate, se si considera che la Francia è una potenza nucleare, con un proprio arsenale composto da 290 bombe atomiche, delle quali 280 già schierate e pronte all’utilizzo (7). Riguardo a questo tema specifico, della possibilità di munirsi di armi nucleari si è parlato anche in Germania: “Non possiamo escludere di doverci dotare di una nostra bomba atomica” è quanto dichiarato dal ministro delle Finanze Christian Lindner, segretario dei Liberali: “Ciascun Paese deve fare la propria parte per la difesa comune” (8). E vale la pena sottolineare come in simili circostanze agisca anche lo ‘spettro’ di una possibile rielezione di Donald Trump alle presidenziali statunitensi in programma per il 5 novembre 2024, il quale non ha mai fatto mistero del suo punto di vista sfavorevole riguardo alla Nato, con particolare riferimento all’obbligo di intervento da parte di tutti i Paesi coinvolti nell’alleanza in caso di aggressione a un singolo Stato membro, sancito dall’articolo 5; dimodoché la ‘copertura’ dei missili americani potrebbe non essere più garantita all’Ue.
La situazione, come si vede, è estremamente tesa e complessa. Può darsi che, al di là delle ‘sparate’ di alcuni premier occidentali, non vi sia una reale intenzione di arrivare a uno scontro diretto con la Russia, il quale, non è difficile immaginarlo, avrebbe effetti devastanti per tutte le parti coinvolte. A dimostrazione di ciò, si pensi alla condanna alle parole di Macron espressa dagli Stati Uniti in primis, nonché da diversi Paesi europei, tra cui l’Italia. Del resto, quella che Putin sta combattendo in Ucraina è chiaramente una guerra di logoramento, contraddistinta da un uso relativamente ‘oculato’ della potenza di fuoco a disposizione del suo esercito. Nel frattempo, l’imposizione di un’economia di guerra nel contesto di uno stato di eccezione ormai permanente gioca a favore di entrambi gli establishment – russo e occidentale – alle prese con l’ennesima crisi strutturale del capitalismo. Ciò non significa, tuttavia, che il momento storico non sia estremamente delicato; al contrario, da un punto di vista geopolitico, resta il fatto che quello a cui stiamo assistendo è il passaggio estremamente problematico da un mondo unipolare a trazione statunitense a un sistema multipolare di relazioni tra più superpotenze. L’esito non è affatto scontato, e, a prescindere dai vari interessi in gioco, il rischio che la situazione ‘scappi di mano’, traducendosi in una guerra totale, resta sempre molto elevato. Già nel conflitto del 1914-1918 era accaduto qualcosa di simile – e all’epoca non esisteva ancora la bomba atomica. I film di cui abbiamo parlato dimostrano, tra le altre cose, come l’Uomo tenda a ripetere i propri errori e quali sarebbero le conseguenze, se ciò dovesse verificarsi oggi. Per usare un’immagine presa da un’Apocalisse apocrifa di Paolo di Tarso: “E guardai, e vidi un’immensa nube di fuoco distesa sul mondo intero, e dissi all’angelo: «Che cosa è, o signore?». Ed egli mi disse: «Questa è l’empietà consumata dai prìncipi dei peccatori»“ (9).
1) Cfr. https://birdmenmagazine.com/2024/01/29/dottor-stranamore-kubrick-analisi/
2) Cfr. Iacopo Adami, Il collante della civiltà, Paginauno n. 66, febbraio 2020
3) https://www.ft.com/content/aa03ef7f-7c09-4c8c-b78e-8e3d892dfb14
8) https://ilmanifesto.it/germania-verso-leconomia-di-guerra-lo-spettro-dellatomica-nel-dibattito
9) Alfonso M. Di Nola (a cura di), Apocalissi apocrife, TEA

