“Vedo che ci stiamo abituando tutti al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio ruolo e il mio lavoro sono quelli di dire le cose che gli altri non dicono, quelle che i giornalisti non hanno più il coraggio di scrivere. Vorrei sapere, per esempio, perché fino a qualche anno fa si poteva parlare liberamente di Moro, dicendo magari che anche lui è stato responsabile del disastro in cui ci troviamo, mentre oggi, dopo la sua morte, non si può più. La retorica ufficiale, la pietà istituzionale ci impediscono di avere reazioni spontanee, umane, e anche di provare pena e dolore […] In Io se fossi Dio c’era, da parte mia e di Luporini, un desiderio estremo di franchezza nel dire cose che sapevano tutti ma che nessuno diceva. Una specie di «basta con l’ipocrisia dell’informazione». Io se fossi Dio presupponeva addirittura una classe di appartenenza, che poi dichiarava la sua non appartenenza a nulla. Il senso della canzone è che una cosa come ‘il sociale’ si è ipergonfiata, perdendo qualsiasi significato. Il gioco della politica e il gioco delle adesioni ‘comunque’. A un certo punto si è fatto un casino perché sembrava che la politica potesse diventare il sociale.” Giorgio Gaber
Il contesto (Gli infiniti anni Ottanta)
Imperversava la koinè paninara. Griffe, pensiero debole, proto-liberismo e fast food. Rinnegata la finta povertà sessantottarda, i brend come solo ideale. L’oppio del popolo proto-televisivizzato poggiava sulla triade disimpegno-umorismo cafonal, tette in fuori alla Drive in, voto edonista-socialista, dischi degli Spandau Ballet e filmetti dei Vanzina. Sul fronte di costumi & società oggi c’è anche di peggio: se i vistosi anni Ottanta sembrano ancora ieri è perché di fatto non sono finiti mai. Oggettivati come gli anni “dell’ultima modernità italiana” (Crainz), o di contro come “di fango” (Montanelli), “di pongo” (Fabio Bonifacci), o appunto “infiniti” (Ciofalo), gli Ottanta sono stati in primo luogo il decennio della rimozione di massa e il big bang da cui discende l’attuale alienazione sociale. L’incipit di una rivoluzione ontico-copernicana spinta al punto di non-ritorno, che rintraccia come primo movente l’ambizione di scrollarsi di torno i sollen gravosi degli anni Settanta, rimpiazzandoli con (in)sostenibili leggerezze dell’essere e abbagli da nuovo (pseudo) boom economico. Gli anni Ottanta sono il vero spettro che si aggira per l’Europa: in declinazione global di dittatura soap imperano ancora. Non ce ne siamo liberati mai.
Il disco listato a lutto che nessuno voleva
Nel 1980 degli anni bubble gum della Milano da bere, del craxismo incipiente e dell’Italia che andava a puttane fuori e dentro metafora, Io se fossi Dio è il disco che nessuno vuole. Non lo vuole la Ricordi che infatti fa spallucce e se ne lava le mani. Non lo vogliono i partiti, umiliati e offesi per tardiva solidarietà col martire Aldo Moro (nominato nel brano a una manciata di anni dal suo martirio di Stato). Meno che mai lo vogliono stampa e televisioni già arruolate dal neo-sistema al benpensantismo di massa e all’euforia di dovere. Insomma nell’Italia ludens del 1980 Io se fossi Dio è il disco sbagliato nel tempo sbagliato. Livido di rabbia civile e ineducato com’era, rovina la festa continua, in vece della lotta continua. Un disco atipico sin nel formato (mini 33?, maxi 45?): una sola traccia incisa sul lato A, la copertina nera listata a lutto. I caratteri di stampa ‒ titolo del brano e nome dell’artista ‒ grezzi, da ciclostile politico. Il ciclostile che rivendica la morte della nazione per surplus idiotistico, malaffaristico, rampantistico, politicistico, e persino euforistico a vuoto. Ai vagiti iniziali del craxismo reale, Io se fossi Dio risponde insomma come spigoloso controcanto civile, come viaggio al termine della notte italiana che non è finita mai.
Esegesi dell’invettiva
Io se fossi Dio
(e io potrei anche esserlo, senno non vedo chi!)
Io se fossi Dio,
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente:
non sarei mica un dilettante!
Sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o, meglio ancora, a criticare, appunto...
cosa fa la gente.
L’incipit parafrasa un antecedente letterario: il rovente “S’io fossi foco” di Cecco Angiolieri. Ricordate? “S’iofossi foco arderei lo monno/ S’io fossi vento lo tempesterei/ S’io fossi dio manderei il en profondo”. A parte l’accenno di sentore superomista (e io potrei anche esserlo/ senno non vedo chi!), si delinea, sin dalle prime battute, il ritratto di una divinità in accezione biblica, piuttosto che evangelica. L’immagine di un Dio giudice implacabile, onnipotente/onnipresente, retaggio di claustrofobici dogmi da catechesi (Sarei sempre presente/ Sarei davvero in ogni luogo a spiare/ o, meglio ancora, a criticare, appunto…/ cosa fa la gente). Un Dio severo, supra partes, giustizialista e consapevole del proprio essere altro dai “modi furbetti della gente”, intesi come mediocri infingimenti, minuscole meschinità, bassi sotterfugi, furberie d’accatto. Il Dio gaberiano ha una vis virulenta che gli deriva dall’essere oltremondano: un ente superiore, cosciente di esserlo.
Per esempio il piccolo borghese, com’è noioso!
Non commette mai peccati grossi!
Non è mai intensamente peccaminoso!
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sweda
lui pensa che l’errore piccolino non lo conti o non lo veda.
Sottotraccia si comincia a marcare lo iato che disgiunge onnipotenza da contingenza (da un lato Dio, dall’altro il piccolo borghese). Per Gaber & Luporini, piuttosto che nella medietà, la decenza ontologica sembrerebbe risiedere negli atti, e finanche nelle assunzioni di responsabilità, più estremi. Quella del “piccolo borghese” (incarnazione del fariseismo e del benpensantismo per antonomasia) si prospetta, al contrario, come una mediocritas ben poco aurea, persino nella trasgressione. Il piccolo borghese infatti “non commette mai peccati grossi/ Non è mai intensamente peccaminoso”. La sua è un’esistenza spesa senza slanci, da pavido, da egotico, fautore del ‘quieto vivere’, più per timore del castigo (divino) che per effettiva vocazione (“lui pensa che l’errore piccolino non lo conti o non lo veda”). L’uomo qualunque (il borghese qualunquista) diventa insomma, per Gaber, prototipo di sudditanza esistenziale, di vigliaccheria teleologica per antonomasia. Per inciso: la Sweda è una ditta che produce strumenti di precisione (registratori di cassa o bilance).
Per questo io se fossi Dio,
preferirei il secolo passato,
se fossi Dio rimpiangerei il furore antico,
dove si odiava, e poi si amava,
e si ammazzava il nemico!
È ribadita la posizione ideologica dell’Onnipotente. Cadono gli ultimi paraventi, le residue barriere di protezione (ammesso che fin d’ora ve ne siano state). Il gioco comincia a farsi duro e Dio ha tutte le carte in regola per giocarlo. La violenza concettuale del brano qui è già delineata: all’inizio di un decennio finto-soft (soap opera, colori pastello, morbide proto-veline, ideologie trasversali) quello di Gaber & Luporini è un prologo diretto contro gli inciuci, i ‘ma anche’, i (finti) buonismi a venire. Nessuna remora nel dire pane al pane, nessuna possibilità di fraintendimento: le scelte radicali sono pertinenti all’autenticità, alle vite che fiammeggiano (di slanci, di rischi, di passioni, altro che l’insipidità di tendenza piccolo-borghese). Nessuna mezza misura, niente non-detti, zero compromessi. Il furore antico” (con i corollari dell’odio e dell’amore veri) è di gran lunga auspicabile, più della pedissequa accettazione delle mezze misure, dell’addomesticamento coatto dei cervelli, della convergenza ideale verso il centro, in cui non distingui un comunista da un fascista (o da un democristiano), un buono da un cattivo, un prete da un divo tv, un cantautore da una popstar. È il Nulla che avanza ma c’è ancora chi non se ne accorge. E si scandalizza.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
È il finto-refrain che si ripete ‒ immutato ‒ per l’intero arco della canzone. Nella circostanzaGaber abbandona il ruolo di Savonarola, recupera il fiato, allenta la presa, rammentandosi (suo malgrado)della distanza che lo separa dall’empireo (“ma io non sono ancora nel regno dei cieli”). Traducendo con diverse parole: malgrado quello che ho appena denunciato/interpretato io sono uno di voi, anche se non complice della vostra passività. Sono immerso fino al collo nei vostri stessi problemi. Un baleno di umana empatia (“mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato”), poi ricomincia ad andare giù, duro.
Io se fossi Dio,
non sarei cosi coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio,
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi!
Una strofa transitoria, da cui si evince il cinismo di un Dio “intero e molto distaccato” (parafrasi, stavolta, dell’aristotelico motore-immobile), che diffida ‒ anzi non crede affatto ‒ “ai palpiti del cuore/ o solo agli alambicchi della ragione”. Laddove il sentimentale fine a se stesso coincide con lo svenevole (o con il buonismo di cui sopra), e le teorizzazioni con i discorsi astrusi e cervellotici, privi di spendibilità pratica.
Io se fossi Dio, non sarei mica stato a risparmiare: avrei fatto un uomo migliore. Sì vabbè, lo ammetto non mi è venuto tanto bene, ed è per questo, per predicare il giusto, che io ogni tanto mando giù qualcuno, ma poi alla gente piace interpretare e fa ancora più casino!
Una sferzata al genere umano (“Sì vabbè lo ammetto/ non mi è venuto tanto bene”) e un riferimento al suo unigenito figlio Gesù Cristo (“ed è per questo, per predicare il giusto/ che ogni tanto mando giù qualcuno”), prima della stilettata ennesima, all’indirizzo ‒ stavolta ‒ della Chiesa. La “gente” cui piace “interpretare” (la parola di Dio), anche se non ne è capace (“fa ancora più casino”), e prende abbagli, e fischi per fiaschi.
Io se fossi Dio, non avrei fatto gli errori di mio figlio e sull’amore e sulla carità mi sarei spiegato un po’ meglio! Infatti non è mica normale che un comune mortale per le cazzate tipo compassione e fame in India, c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna! Che viene da dire: ma dopo come fa a essere cosi carogna?
Il riferimento caustico è al Nazareno (“non avrei fatto gli errori di mio figlio”), quindi ai capisaldi del suo messaggio evangelico (“sull’amore e sulla carità/ mi sarei spiegato un po’ meglio”). Segue l’attacco alla carità d’accatto, lava-coscienza, di facciata, che guarda al ‘geograficamente’ lontano (“per le cazzate tipo compassione e fame in India”) perché fa moda, ed è anche più comodo. Meno impegnativo rispetto a un soccorso indirizzato all’affamato dietro casa, per esempio. Nel j’accuse gaber-luporiniano il fantasma dello spirito borghese riaffiora in declinazione schizofrenica: da un lato le elemosine davanti le chiese, le lotterie e le cene solidali; dall’altro l’egoismo, l’indifferenza davanti alle ingiustizie, agli affanni del prossimo. Segue sgomento alquanto pleonastico (“Ma dopo come fa a essere cosi carogna?”), non foss’altro che per l’assuefazione alla doppia morale democristiana.
Io se fossi Dio non sarei ridotto come voi e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante! Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente non capita sempre e anche l’avventuriero più spinto muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Si traccia ulteriormente la linea di demarcazione (siderale) tra il Gaber-Onnipotente e il genere umano (siamo o non siamo alla vigilia di un diluvio universale?). Morire per qualcosa per cui valga la pena (“per qualcosa di importante!”) è una prerogativa dell’Ente superiore, poiché “anche l’avventuriero più spinto/ muore dove gli può capitare/ e neanche tanto convinto”. Con buona pace di Nietzsche, e in senso puramente simbolico, il confronto/scontro uomo/divinità è offerto, giocoforza, come impari. Sbilanciato dalla parte di quest’ultima: per questioni di lungimiranza (Dio può tutto, vede tutto), prima ancora che per circostanze esistenziali (“l’occasione di morire simpaticamente/ non capita sempre”).
Io se fossi Dio farei quello che voglio, non sarei certo permissivo, bastonerei mio figlio, sarei severo e giusto, stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto, e se potessi anche gli africanisti e l’Asia e poi gli Americani e i Russi; bastonerei la militanza come la misticanza e prenderei a schiaffi i volteriani, i ladri, gli stupidi e i bigotti: perché Dio è violento! E gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti!
Un assemblaggio di rime tempestose che è già in sé un manifesto ideologico. Una carta di identità del Dio delle Sacre Scritture, con tanto di fototessera barbuta ‒ si immagina ‒ e iraconda. In queste strofe si assiste al suo scagliare fulmini e saette. Siamo allo snodo della metrica più furente (“perché Dio è violento!/ E gli schiaffi di Dio/ appiccicano al muro tutti!”), densissima, pregna di rimandi, citazioni. Il motto “Dio stramaledica gli inglesi” ha una genesi storica (epoca fascista) e un padre naturale (il giornalista Mario Appelius, quello della “perfida Albione”). Gli “africanisti” sono le anime belle dentro alle associazioni che si occupano degli aiuti per il Terzo Mondo (ancora). La “misticanza” è ovviamente un tipo di insalata ma il termine va assunto in accezione di neologismo derivante da ‘mistica’. Per cui la misticanza annovera la consorteria di chi frequenta il metafisico, per mestiere o vocazione: i religiosi, i filosofi dell’idealismo, i guru, gli adepti delle sette new age, e chi più ne ha più ne metta. Contraltare a questi avventori del cielo, i “volteriani”: quelli coi piedi ben piantati in terra, i razionalisti a ogni costo, i sanfedisti della ragione, le persone saccenti & sapienti, baciate dal verbo dei lumi e della verità (vi avevo avvisato che ce n’è per tutti, no?). Quanto agli “americani e i russi” è bene ricordarsi che siamo in clima di guerra fredda e ‒ per il tripudio di “stupidi” e “bigotti” ‒ di piena e ipocrita contrapposizione tra impero del Bene (USA) e impero del Male (URSS).
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli, sono troppo invischiato nei vostri sfaceli... Finora abbiamo scherzato, ma va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto e con la scusa di Dio tira fuori tutto quello che gli sembra giusto.
Altra pausa, ma non c’è molto tempo per i sospiri di sollievo. Se è vero ‒ com’è vero ‒ che finora si è solo scherzato (e se si fosse fatto sul serio, invece?), e siamo ancora all’antipasto, al piano-terra nell’ascensore per l’inferno.
E a te ragazza che mi dici che non è vero che il piccolo borghese è solo un po’ coglione, che quell’uomo è proprio un delinquente, un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia e che ha tentato pure di violentare sua figlia... Io come Dio inventato, come Dio fittizio, prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico: Speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo cara figlia! Così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia.
L’anamnesi dell’Apocalisse secondo Gaber torna sui passi dell’invettiva di classe. Archetipo è ancora il “borghese”, schematizzato in declinazione negativa (fino all’epiteto vero e proprio), nella sua essenza, cioè, più riposta e vergognosa (“un delinquente, un mascalzone/ un porco in tutti i sensi, una canaglia/ e che ha tentato pure di violentare sua figlia”). Quella del marciume interiore, sotteso al gessato e al capello corto d’ordinanza, alla messa domenicale, al voto democristiano o socialista, alla vacanza estiva con moglie e figli. La “ragazza” che non ci crede (“mi dici che non e vero”), che non riesce ad andare oltre la facciata (rassicurante) delle cose, incarna gli ingenui (in buona e mala fede), i paghi delle verità pre-costituite, dei luoghi comuni, delle letture finto-apologetiche dei giornali. In coda alla strofa il taglio polemico alza ulteriormente il tiro, con l’obiettivo ‒ nemmeno tanto sotteso ‒ di smascherare l’ipocrisia mediatica, congiuntamente a quella del popolo-bue, addestrato a dovere (“Speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia!/ Cosi per i giornali diventa un bravo padre di famiglia”). Come insegnano gli epitaffi funerari: da morti tutti padri e lavoratori esemplari. A prescindere.
Io se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti e specialmente... tutti. Che certamente non son brave persone e dove cogli, cogli sempre bene. Compagni giornalisti, avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete: avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere, e di fotografare. Immagini geniali e interessanti, di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento! Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti! Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano! Si vabbè, lo ammetto: la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe forse una follia... ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia!
La tirata contro la casta giornalistica è copiosa, spietata, profetica, sacrosanta. La foto (radiografia?) di gruppo mostruosa, ma perfettamente a fuoco (e si era ancora all’alba della tv del dolore, delle vite in diretta, dei patetici pomeriggi di Maria De Filippi, del pensiero unico della stampa mainstream). Nell’Italia a mano armata degli anni Settanta, giornali e tg pigiavano già sul tasto lacrime e sangue, affannandosi in sterili (quanto apodittiche) interviste a “mamme” (o mogli) “piangenti”; servizi infarciti della retorica classica da Presidente della Repubblica (“presidenti solidali”), estrinsecata attraverso sdegno civile e commozione per le vittime del terrorismo. La gragnuola di colpi gaberiana colpisce i giornalisti con una ‘quartina’, in buona parte di senso figurato, che denuncia in modo mirabile i capisaldi di cinismo sui quali poggia l’informazione ai tempi delle cronache vere (“Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti!/ Voi vi buttate sul disastro umano/ col gusto della lacrima in primo piano!”).
Buona parte della categoria dei giornalisti risulta essere antropofaga (“cannibali”), si ciba ogni giorno di altri esseri umani, grazie ai morti ammazzati gode di lauti stipendi (“necrofili”). Il deamicisianesimo (da leggersi in accezione negativa, di atteggiamento compunto, strappalacrime, finto-edificante, di circostanza) altro non è che la diretta conseguenza a questo stato di cose. I professionisti dell’informazione ‒ in special modo quella televisiva ‒ si sono già trasformati in nuovi mostri dalla parlantina compulsiva: adrenalinici, cinici, “astuti”, “compiaciuti” (della disgrazia altrui che fa notizia), forzati dello scoop. Ipnotizzati dalla lucina rossa che segna l’accendersi della telecamera (“col gusto della lacrima in primo piano”, cioè in favore di video). Il finale di questo capitolo è sferzante/disperante, con quel “superstizione della democrazia” che suona da lugubre de profundis per una Nazione allo sbando, in cui le libertà sono soltanto di facciata, e obbligatorie come non mai.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli, sono troppo invischiato nei vostri sfaceli... Io se fossi Dio naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente: nel regno dei cieli non vorrei ministri e gente di partito tra le palle, perché la politica è schifosa e fa male alla pelle! E tutti quelli che fanno questo gioco, che poi è un gioco di forze, ributtante e contagioso come la lebbra e il tifo... E tutti quelli che fanno questo gioco c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo, che siano untuosi democristiani o grigi compagni del Piccì. Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti finiscono cosi.
Prima i borghesi, poi i giornalisti. Quindi tocca alla classe politica, bersaglio principale degli strali gaberiani. L’attacco, anche nella fattispecie, è violentissimo, in quanto “chiudere la bocca” potrebbe anche significare ‘sopprimere fisicamente’, ‘uccidere’, in senso letterale. Se si considera che in quegli anni c’è chi passa dalla teoria alla pratica, sparando per davvero, la provocazione suona ad alto tasso di impopolarità. Il fastidio endemico nei confronti di “ministri e gente di partito” è rafforzato da concetti espressi con inedita durezza (“la politica è schifosa”, “e tutti quelli che fanno questo gioco c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo […] sono nati proprio brutti”). Destra o sinistra non fa differenza: i democristiani sono infidi, maneggioni, e viscidi per antonomasia (“untuosi democristiani”); i “grigi compagni del Piccì” sarebbero quelli del Partito Comunista: spenti, senza slanci, sostenitori di un’austerità ormai fine a se stessa, distanti anni luce dalle istanze operaie (è bene ricordare che la deriva armata di una parte della sinistra extraparlamentare nasce proprio in risposta all’ignavia paludata e al tradimento di classe del PCI).
Io se fossi Dio, dall’alto del mio trono vedrei che la politica è un mestiere come un altro e vorrei dire, mi pare a Platone, che il politico è sempre meno filosofo e sempre più coglione; è un uomo tutto tondo che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo, che scivola sulle parole anche quando non sembra... o non lo vuole.
La scrittura di Io se fossi Dio è quasi cinematografica. Alterna campi/controcampi, piani ravvicinati strettissimi e panoramiche che fungono da presa di distanza oggettiva dal qui e ora del giudizio universale. Nella fattispecie l’affondo venefico evoca, per contraltare, l’assunto platonico che vedeva la politica come esclusiva pertinenza dei filosofi (in quanto modelli di saggezza, capaci di lungimiranza e profondità di pensiero). Altri tempi, sentenzia il Dio-Gaber: oggi il “politico è sempre meno filosofo/ e sempre più coglione”. E come dargli torto, del resto? “È un uomo tutto tondo/ che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo”, cioè un individuo bolso, superficiale, gretto, in grado di rimbalzare qua e là come un pallone, scivolare in maniera indiscriminata tanto sulla storia quanto sulle parole.
Compagno radicale, la parola “compagno” non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata. Compagno radicale, cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino ti muovi proprio bene in questo gran casino e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio e dall’altra si riempiono le galere di gente che non c’entra un cazzo... Compagno radicale, tu occupati pure di diritti civili e di idiozia che fa democrazia e preparaci pure un altro referendum questa volta per sapere dov’è che i cani devono pisciare!
Altra inquadratura strettissima. Qui il focus si fissa sul primo piano (in nero) del Partito Radicale, promotore ‒ negli anni Settanta ‒ di campagne referendarie per i diritti civili (divorzio e aborto, fra le altre), in prima fila nella lotta per la difesa degli ideali libertari, progressisti, vicini al PCI, quanto meno sulla carta dell’ideologia. Al punto che tra i militanti la parola ‘compagno’ viene impiegata spesso ‒ e volentieri ‒ come appellativo di appartenenza, anche se in ritardo sulla storia e ormai svilita di senso (“la parola ‘compagno’ non so chi te l’ha data/ ma in fondo ti sta bene/ tanto ormai è squalificata”). A una lettura a posteriori, quasi un vaticinio: come se Gaber avesse previsto, negli anni Novanta, il transitare del partito di Marco Pannella su sponde più conservatrici e di destra. Certo che il contesto in cui si muovono i radicali all’acme della loro popolarità sembrerebbe ritagliato su misura per alimentare l’istrionismo del loro leader, capopopolo nato e pasciuto, rivendicatore di ogni battaglia lancia in resta (“cavalcatore di ogni tigre/ uomo furbino”), per trarre dalla situazione di incertezza diffusa (“in questo gran casino”) il massimo del vantaggio personale. Con le simil-Brigate Rosse e sempiterne camicie nere che scelgono gli obiettivi senza più una precisa strategia politica, piuttosto sulla base di una improvvisata lotteria di morte (“si spara un po’ a casaccio”); con le carceri, allora come ora, (sovr)affollate dei soliti nessuno, povericristi senza santi in paradiso, in molti casi, innocenti (“gente che non c’entra un cazzo”), i reiterati referendum proposti dal Partito Radicale risultano tanto risibili quanto avulsi dall’emergenza italiana. Come quello, emblematicamente surreale, per “sapere dov’è che i cani devono pisciare”, insinuato da Gaber-Luporini in coda alla strofa.
Compagni socialisti, ma sì anche voi insinuanti, astuti e tondi! Compagni socialisti, con le vostre spensierate alleanze di destra, di sinistra, di centro, coi vostri uomini aggiornati, nuovi di fuori e vecchi di dentro!... Compagni socialisti fatevi avanti che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti! Fatevi avanti col mito del progresso e con la vostra schifosa ambiguità! Ringraziate la dilagante imbecillità!
Nell’anno prodromo della Milano da bere e del pansocialismo di stampo craxiano, Gaber non si tira indietro (è forte della sua onnipotenza, della corazza che gli viene dall’essere Dio): lancia il sasso e non nasconde la mano, con una descrizione fuori dai denti del PSI, nuovo di fuori, vecchissimo dentro, partito trans-ideologico, arrivista, ago della bilancia di numerosi governi (“con le vostre spensierate alleanze”), maestro del make-up, primo interprete dei nuovi tempi in funzione edonista. Gli anni Ottanta sono stati, per antonomasia e per la Storia, il tempo del “garofano rosso” e del sole nascente (simboli del Partito Socialista), grazie anche (soprattutto) alla “dilagante imbecillità” che ha trasformato il popolo italiano in una progenie di zombi asserviti al Demiurgo (Bettino Craxi), travestiti da yuppies.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli, sono troppo invischiato nei vostri sfaceli... Io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio Universale!
L’interpretazione di Gaber a questo punto diventa nervosa, accorata: al di là del precettismo senza mezzi termini (“farei suonare le trombe per il Giudizio Universale!”), nel sotto-testo di questa quartina dimora il grido di dolore davanti allo sfacelo. Il senso di impotenza di un Dio-tradito dalla più (im)perfetta fra le sue creature: disumanizzata, reificata a cosa (dalla violenza dilagante), a elettore/consumatore (dalla nuova politica). Causa: adesione di massa alle neo-fedi della finta-democrazia. Effetto: smarrimento di senso, prospettiva, valori ideali, principi-guida che abbiano come teleologia l’autentico, e la dignità di tutti (non a caso “inventerei di nuovo una morale”). L’atteggiamento reazionario nasconde ‒ a guardar bene ‒ un afflato moralista.
Voi mi direte perché è cosi parziale il mio personalissimo Giudizio Universale: perché non suonano le mie trombe per gli attentati, i rapimenti, i giovani drogati e per le bombe. Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Presago delle critiche che potrebbero venirgli mosse (e che difatti gli verranno mosse da destra come da sinistra), Gaber mette (un po’) le mani avanti: attenti, non illudetevi che sia finita qui. Che le cancrene della società italiana nell’anno di grazia millenovecentottanta, risiedano soltanto nella doppiezza ontologica della classe borghese, oppure nel cinismo interessato di certi giornalisti, o ancora nella volgare pochezza della classe politica. Deve infatti apparire ancora “l’altra faccia della medaglia” del j’accuse. La faccia, sotto certi aspetti, più brutale e disperante. Quella che tira in ballo il terrorismo, gli anni di piombo, gli anni che non finiranno mai, malgrado le tirate a lucido delle coscienze, dell’edonismo e dell’ebbrezza di massa.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia. Io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili! Ma come uomo, come sono e fui, ho parlato di noi, comuni mortali: quegli altri non li capisco, mi spavento, non mi sembrano uguali. Di loro posso dire solamente che dalle masse sono riusciti ad ottenere lo stupido pietismo per il carabiniere. Di loro posso dire solamente che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente. Io come uomo posso dire solo ciò che sento, cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Gaber ribadisce ancora, a scanso di equivoci: nonostante sia assodato che l’Italia è lungi dall’essere il migliore dei mondi possibili, la lotta armata non rappresenta la via maestra per superare l’impasse. È al contrario, una risposta sterile, disfattista, frutto di un delirio di onnipotenza fine a se stesso. Avendo ormai imboccato la deriva dell’omicidio pleonastico, le Brigate Rosse si sono alienate il sostegno delle masse, alimentando un cortocircuito che sfocia (addirittura!) nella solidarietà verso quello Stato che ‒ nelle intenzioni ‒ si doveva, invece, abbattere (“Di loro posso dire solamente/ che dalle masse sono riusciti ad ottenere/ lo stupido pietismo per il carabiniere”). Ci troviamo, nella circostanza, di fronte al passaggio più amaro di Io se fossi Dio, dove il cantautore quasi non se la sente di ergersi ancora a giustiziere, si spoglia (addirittura!) del suo status di essere superiore per confessare lo smarrimento di fronte al corollario di lutti per mano dell’eversione armata (“Ma come uomo come sono e fui […] posso dire ciò che sento/ cioè solo l’immagine di un grande smarrimento”).
Però se fossi Dio sarei anche invulnerabile e perfetto, allora non avrei paura affatto, cosi potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria, che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia! Ecco la differenza che c’è tra noi e “gli innominabili”: di noi posso parlare perché so chi siamo e forse facciamo più schifo che spavento. Ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Il senso di umana pietà si annacqua quasi subito, sfociando in nuovi fulmini temporaleschi (la superlativa anomalia di Io se fossi Dio sta nel fatto che è una canzone che non si risparmia, non risparmia, non dà tregua). L’afflato giustizialista riprende fuor di metafora: il cittadino qualunque (diretto discendente del Signor G.) è noto per la sua pochezza (di slanci, di ideali), e forse fa “più schifo che spavento”, gli altri ‒ prima linea rossa di un esercito che non c’è ‒ sparano in obbligo a un ‘dover essere’ degenerato, e pur muovendo da legittimi presupposti (si potrebbe spiegare cosi l’utilizzo del verbo ‘arrivare’) sono “arrivati dritti alla pazzia”, generando sgomento, piuttosto che sollevazione di massa. Amen.
Ma io se fossi Dio, non mi farei fregare da questo sgomento e nei confronti dei politici sarei severo come all’inizio, perché a Dio i martiri non gli hanno fatto mai cambiar giudizio. E se al mio Dio che ancora si accalora, gli fa rabbia chi spara, gli fa anche rabbia il fatto che un politicante qualunque se gli ha sparato un brigatista, diventa l’unico statista! Io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana. Io se fossi Dio, un Dio incosciente enormemente saggio, avrei anche il coraggio di andare dritto in galera, ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella faccia che era!

