Sonia Savioli
Credo che il poema politico sia la forma più difficile di poesia. Con Paradiso (I Quaderni del Bardo, 2025) Dana Ghetilieri è riuscita a scrivere un poema politico, e questo sarebbe già un merito, ma c’è molto di più: c’è il fatto che Paradiso è un bel poema, si legge bene, è scorrevole, coinvolge. Come per certi romanzi, si vuole vedere cosa succede, come andrà a finire.
L’ultimo merito, forse il più importante, è che si tratta di un’appassionata e veemente denuncia della disumanità dei nostri tempi: un poema ‘istruttivo’, direi didascalico come qualsiasi indimenticabile poema politico del passato.
Quel Paradiso che la società industriale, con la sua spasmodica ricerca di profitto, ha creato, è in realtà un inferno le cui tappe si snodano nel cammino della nostra eroina scampata alla guerra, da un girone infernale a un altro. Ma non è l’inferno del demonio, è l’inferno dell’attuale società che si ostina a considerarlo “il migliore possibile dei mondi”.
Sgomenta, la protagonista, nella sua ricerca di una comunità umana vera e opposta a quella che ha provocato la guerra, nella sua ricerca di una natura intatta e ricca di vita, si avvia attraverso una terra desolata e inospitale.

Cammina, cammina… Come nelle favole antiche, ogni tappa è una rivelazione. Dana incontra le vittime del Paradiso a ogni girone. La terra martoriata dalle miniere della Quarta Rivoluzione Industriale; i maiali che impazziscono negli allevamenti intensivi; il mare ridotto allo scolo degli inquinanti e al putridume delle vasche di acquacoltura; gli umani elettrosensibili costretti a rifugiarsi nei più isolati recessi montuosi, “i limiti hanno tolto all’inferno/ e cuociono il pianeta a microonde/ per scaricare film sul vin falerno”; le donne vittime della prostituzione e quelle vittime dell’equivoco del cambiamento di sesso, devastate nel corpo e nell’anima “del dominio maschile i tempi bui/ van terminati non con sforbiciate/ che eliminano parti femminili/ di carne e simboliche, truccate/ per entrare nei noveri maschili/ da neutri travestiti…” ; le madri surrogate, affittate come si affitta un qualsiasi macchinario e private anche della possibilità di ricredersi e tenere il proprio bambino, quel bambino conservato e sviluppato per nove mesi nel loro ventre “che siamo madri, non autorimesse/ con un marchio di proprietà da imprimere/ per parcheggiarci dentro embrioni altrui”.
È svelato il dominio, nelle strofe di Paradiso. Un dominio che nasconde la realtà dietro nuovi linguaggi o finzioni tecnosanitarie: le prostitute diventano “lavoratrici del sesso”, le lesbiche diventano “maschi” a furia di operazioni chirurgiche e vagonate di ormoni maschili; i lager di animali-carne diventano “allevamenti”; le cloache affollate di pesci prigionieri e moribondi diventano “acquacoltura”; la finzione del metaverso diventa “realtà aumentata”; i veleni biochimicosintetici diventano “farmaci”; l’oppressione, la guerra tra gli umani e alla natura, il controllo totale diventano il Paradiso.
Un Paradiso che riduce l’essere umano a un prodotto industriale tecnologico. La metropoli degli ultimi gironi è ormai un immenso internet, la realtà sommersa dal virtuale; una rete che intrappola tutti con il loro consenso, che richiede un’obbedienza anche mentale, che non tollera il pensiero autonomo “per me si va alla città gaudente… per me si va tra l’aumentata gente./ Bramosia mosse il mio alto fattore/ fecemi la divina umana mente/ e l’intelligenza senza amore”.
La metropoli è la grande prigione a cielo aperto dove gli ‘esperti’ controllano ed esigono, dove si attua la conversione dell’essere umano in una macchina, un utensile che deve essere privo di sentimenti, volontà, discernimento; privo inoltre di un sesso definito e utilizzabile per sperimentare l’immortalità biosintetico-cibernetica che, una volta realizzata a spese degli umani-cavie, dovrà servire a creare una casta di immortali. Ma… ma l’infernale Paradiso ha fatto i conti senza l’oste.
Non si può crescere all’infinito su un pianeta sferico, come da tempo abbiamo scoperto e poi dimenticato, trattandolo, il povero pianeta, come se fosse un’autostrada lanciata verso l’universo infinito e costellata di infiniti autogrill.
Non vi svelo il finale, perché è un colpo di scena che in questo poema pieno di sorprese vi piacerà scoprire da soli: dopotutto la lettura deve avvincere, e Paradiso è avvincente. Vi dico solo che il Paradiso vero, incontrato da Dana e dalla sua ritrovata compagna Angelica è, e può essere soltanto, una comunità di eguali, in armonia con la natura e governata al femminile: una comunità sobria, agricola, matriarcale.
“La rete e le illusioni son crollate/ vivremo come prima hanno vissuto…/ non suoneremo tastiere ma un liuto…/ l’industria sarà solo manuale/ e senza compost staremo a digiuno.”
