Dal fallimento delle applicazioni aziendali al salvataggio pubblico della Circular AI Economy, dalla lotta contro i data center alle contestazioni della Generazione Z: la narrazione entusiasmante dell’intelligenza artificiale fatica sempre più a nasconderne la crisi
Le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale stanno incontrando qualche inciampo. Le aziende che nei mesi scorsi hanno entusiasticamente adottato gli agenti AI, sottoscrivendo licenze di utilizzo di Claude o ChatGPT con Anthropic o OpenAI, disdicono gli abbonamenti, affermando di non registrare un ritorno dell’investimento che giustifichi la spesa. Contemporaneamente, sempre più cittadini statunitensi si organizzano in comitati per opporsi alla costruzione di data center e, nelle università, la generazione Z lascia esterrefatti i relatori invitati alle cerimonie di laurea, accogliendo con fischi gli interventi a favore dell’intelligenza artificiale – uno su tutti, Eric Schmidt, ex CEO di Google, zittito da sonori bhuuuu all’Arizona University. Nessuna di queste manifestazioni è mossa da visioni neo-luddiste o anti-progressiste; il punto è, ancora una volta (1), lo sguardo d’insieme: che cosa si possa intendere con ‘progresso’ nella storia dell’emancipazione umana, se tale evoluzione debba contemplare dei limiti, quale caratteristica discrimini, in positivo o negativo, il rapporto umano-strumento.
Andiamo nel dettaglio.
AI corporate: fallimentare ma too big to fail
“Non riscontriamo aumenti di produttività proporzionali all’aumento dei costi che stiamo sostenendo per l’intelligenza artificiale”. È il 23 maggio quando Andrew Macdonald, direttore operativo di Uber, dichiara ad alta voce ciò che tutti già sussurrano da tempo nei corridoi aziendali, provocando un brivido di panico nell’ambiente AI. Nel dicembre 2025 la società ha introdotto Claude Code tra i propri ingegneri informatici (2)…
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