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Home Cultura Musica

Passa il tempo. Quando Venditti cantava da Venditti

Mario Bonanno by Mario Bonanno
4 Gennaio 2025
in Musica
0
Passa il tempo. Quando Venditti cantava da Venditti

Photo by Wikimedia Commons

  • (Paginauno n. 89, gennaio – febbraio 2025)

Il cantautore con l’eskimo e i suoi anni Settanta musicali

“Era il dieci luglio/ di una terra senza colpa/ bambini nei giardini giocavano nel sole/ e l’aria era di casa, di sugo e di fatica/ e vecchi nella piazza parlavano d’amore/ e donne al davanzale lanciavano parole/ sepolte ormai nel ventre di madri perdute/ perdute, perdute dal cielo, dal cielo proprio sopra di noi/ che restiamo a guardare/ morire le radici, i preti perdonare/ proprio sopra di voi/ che vivete tranquilli/ nella vostra coscienza di uomini giusti/ che sfruttate la vita/ per i vostri sporchi giochetti/ allora allora ammazzateci tutti, ammazzateci tutti!/ Noi siamo qui prigionieri del cielo/ come giovani indiani risarciteci i cuori/ noi siamo qui, senza terra né bandiera/ aspettando qualcosa da fare/ e che non porti ancora dei torroni a Natale/ telegrammi “ci pensiamo noi”/ condoglianze!/ condoglianze!”
Antonello Venditti, Canzone per Seveso
“Passa il tempo sulle macchine bruciate e i calzoni corti/ Passa il tempo sulle barbe sui cappelli e sui capelli lunghi/ mai nessun video mai mi potrà ricordare/ Passa il tempo sui violini i sindacati e le Ferrari rosse/ Passa il tempo sui sorpassi dell’estate e le invasioni russe/ Mai nessun video mai mi potrà ricordare/ Passano cent’anni nel mio cuore/ come uno sparo dentro me/ questo schermo azzurro è ancora il cielo/ e sullo schermo ci sei tu/ Nasce da lontano il suono nuovo/ sugli ideali dei ragazzi di ieri/ sulle speranze e le paure/ Adesso viene Natale/ E ci sei tu nella mia anima ci sei soltanto tu/ Rimane qui come un miracolo la stessa voglia di cantare/ Mai nessun video mai mi potrà ricordare.”
Antonello Venditti, Mai nessun video mai

Prima che i calendari della globalizzazione costringessero a un corollario di giorni appiattiti su coordinate di omologazione e distrazione di massa, in Italia si avvicendavano anni affollati. Se, fra questi, il 1968 è stato annus mirabilis – prova generale di gioia e rivoluzione, zingari ancora felici, piazze affollate di utopie – il 1977 ne ha rappresentato il contraltare austero: l’innocenza illividita in stereotipie di rivolta (G. Gaber, Quando è moda è moda; C. Lolli, Disoccupate le strade dai sogni) e il gioioso antagonismo sfumato in disillusione (dixit). Ciò non consente conclusioni affrettate: ‘68 e ‘77 restano cifre temporali fascinose degli anni ribelli del secolo breve; alfa e omega di un decennio fiammeggiante, spesso immiserito a senso unico interpretativo (anni di piombo), ignorando i traguardi conseguiti in ambito sociale e culturale, sulla scorta del diffuso impegno politico. Il biennio 1973-74, andrebbe ascritto a sua volta come emblema medianodel decennio. Erede (per così dire) dell’utopismo civile sessantottesco, e prologo dell’illividirsi ideologico successivo. Un biennio topico, intriso di eco del passato e anticipi significativi di futuro. Racchiusi in quell’esclusivo ponte temporale stragi “più o meno di stato” (C. Lolli), legge sul divorzio, rapimenti, femminismi, BR, austerity, scandali politici, tentazioni golpiste all’italiana, e altre declinate alla greca e alla sudamericana, fra bombe che esplodono e treni che saltano (Italicus). Il 1974 è stato inoltre anno di inciuci compromissori DC-PCI, dell’arresto paradigmatico del capo del Sid, della destituzione di Nixon causa Watergate. L’anno di “… una vera rivoluzione culturale in atto. Un tempo segnato da una nuova estetica che costringeva a confrontarsi con l’etica della politica fra le stragi, la lotta armata, ma pure il pacifismo e l’ecologismo, la sovversione, il neofascismo e l’eversione, il cattocomunismo e il liberismo, il femminismo, i preti operai, gli psichiatri dell’anti-psichiatria, i nuovi filosofi francesi e italiani, gli studenti lavoratori, i duri dell’Autonomia. Tante ‘espressioni’ socio-politiche intercettate da più forme d’arte, dal cinema alla musica”. (Pino Casamassima, 1974, Baldini+Castoldi)

Bei tempi. Nell’Italia pre-austerity del 1973 la premessa alla carriera discografica di Antonello Venditti era stata già scritta e cantata. Due anni prima, grazie alla trovata di Vincenzo Micocci: un disco a quattro mani, firmato Venditti-De Gregori. Il primo di dichiarate fedi popolari, maoiste e giallorosse, l’altro sovversivo più che altro della forma-canzone. Insomma: tanto allusivo e visionario risulta(va) essere FDG, quanto accorato e politicizzato l’altro. In comune i natali romani e l’impronta del Folkstudio. Theorius Campus (1972) nasce dunque come disco uno e bino: anima e facciate divise in due, e un titolo a raccontare della vocazione ermetica degregoriana più che dell’indole pasionaria di Venditti. Tra le tracce firmate da quest’ultimo spiccano Sora Rosa e Roma capoccia; il resto esposto a inevitabili confronti. A incisione ultimata, a spuntarla sull’amico-rivale è proprio Antonello (migliore estensione vocale, forma più accessibile), spedito in trasferta (milanese) per battere il ferro del consenso ancora caldo, e pensare al primo disco solista. Trattasi de L’orso bruno, il cui anno di edizione risale al Settantatré da cui abbiamo mosso: il 1973 delle firme femministe sull’aborto, del golpe cileno e della ritirata americana in Vietnam. Sulla scorta di ciò l’album trasuda buone intenzioni, epos e impegno civile da ogni solco, sfoggiando copertina di impronta pop(Alvise Sacchi) e arrangiamenti, quasi per contrappasso, troppo roboanti. Insomma: gli anni Settanta grondano ferro fuoco e fertili contraddizioni, e Venditti si accinge a cavalcarli in prima linea, schierato sul fronte della contestazione operaia e giovanile. La scaletta del suo primo lavoro autonomo si dipana tra rodati romanismi (E li ponti so’ soli), ecologismo naif (L’orso bruno) e afflati solidaristici in gran numero (L’ingresso della fabbrica, Lontana è Milano, L’uomo di pane). L’insieme è plumbeo, con eccessi d’enfasi (come ne L’uomo di pane quando si canta di schiene “piagate dal sole” e del sole “che piange oro”), giustificabili dall’aria che tira all’epoca e dalla tempra del cantautore; che già col coevo Le cose della vita (stesso anno di edizione, il 1973), affina il suo discorso (si usava dire allora), conferendogli il tagliocaratteristico dello specifico a venire. Qui le ridondanze tardo-adolescenziali abdicano a favore di linguaggio e spessore politici più maturi, come nel manifesto d’apertura Mio padre ha un buco in gola (“e una medaglia d’argento”), The End (Doors) alla romana dove non c’è scampo per nessuno: papà, mamma, nonna e affini, sotto la sferza di un pianoforte nudo e crudo che singhiozza, aizza, morde e fugge.

Mio padre ha un buco in gola/ e una medaglia d’argento/ oggi è andato in pensione/ alta burocrazia nazionale/ Mia madre è professoressa/ o meglio una professoressa madre/ m’ha dato sempre quattro/ anche se mi voleva bene/ oggi è andata in pensione/ con la medaglia della scuola/ la guarda sempre con orgoglio/ ascoltando la radio/ Mia nonna è una brava signora/ ma nonostante tutto è morta/ cucinava con troppo amore/ e mi faceva ingrassare/ ed io, io crescevo bene/ grasso come un maiale/ studiavo come un matto/ per fare onore all’onore.

Stessa musica anche nell’asciutta Brucia Roma, contraltare alla Roma tutta tramonti e “cupolone” di fresca edizione. Nella fattispecie l’urbe è piuttosto città da bruciare “co’ li romani” e “li cristiani” pure. Capoccia sì, ma di un Paese in caduta libera e a mano armata. Come i suoi coetanei, Venditti parafrasa Marx e Mao, sogna rivoluzione (altro che la California dei Dik Dik), sposando la causa delle “facce” operaie “disegnate dal cammino del dolore” (Il treno delle 7). In Italia (e in gran parte del mondo) prolifera l’impegno civile, e la Cina non è mai stata tanto vicina (Bellocchio) come negli anni del floruit vendittiano. Anni in cui “il privato è politico”, e anche di questo Antonello è consapevole. Si evince dall’ascolto di Le tue mani su di me e Mariù – titoli sentimentaloidi ma di contenuti non ancora melensi – e della title-track che ne riassume la poetica (“le cose della vita fanno piangere i poeti/ ma se non le fermi subito/ diventano segreti”). Rispetto all’album precedente sono da segnalare gli sforzi, e registrare i passi avanti. Insomma l’Orso bruno è artisticamente cresciuto: suona, protesta e si mantiene in forma. Altri cantautori a lui coevi cavalcano l’onda contestataria optando per un fioretto guarnito di poesia, Venditti si lancia invece testa bassa contro il mondo “infame”: versi e inciso come vie d’accesso alla contestazione.

Quando verrà Natale esce per la RCA a un anno di distanza (1974). Si tratta di un album volutamente scabro, costruito quasi tutto pianoforte e voce. Nell’insieme un bell’ascoltare. A Cristo si attira gli strali di chiesa, censura e benpensanti, guadagnandosi un processo per “vilipendio della religione di Stato” e un ottimo air play. Nel 1972 era accaduto a L’ultimo tangoa Parigi di Bertolucci: sequestro e rogo consequenziale, in nome dell’oltraggio al pudore. Segnali d’allarme di un Paese schizofrenico: da un lato i reazionari fedeli alla linea del triunvirato assiologico Dio-Patria-Famiglia, dall’altro chi è refrattario ai dogmi e intende azzerarli, con le buone o le cattive. A tal proposito si riascolti di Venditti l’anti-pedagogica Marta, invito manifesto alla presa di coscienza e al ribellismo giovanile:

Prega Marta nella sera/ nessun Dio risponderà […] Urla Marta non pregare/ se tuo padre chiederà/ il salario o la pagella/ per la sua complicità/ Digli di no.

Procedendo a saltare tra le tracce in scaletta, Campo de’ Fiori attinge in tono lirico dai ricordi di un passato prossimo e già venato di disincanto (“sugli amici di ieri/ il tempo ha già sconfitto/ le orme di un’età”) e Quando verrà Natale diventa litania speranzosa di cambiamento (“Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà”) o forse di sarcastica denuncia.

Copertina rosso sangue e, in taglio basso, una sagoma costruita coi ritagli di giornale. È il 1975 quando viene editato Lilly, il disco-capolavoro che Venditti ha elaborato in progress sin dai suoi primi giri. Non si butta via niente di questo long playing, campo lungo di una nazione vittima della droga (Lilly), ostaggio del potere affaristico-criminale (Lo stambecco ferito: mai più una coda pianistica tanto avvincente). La nazione vittima perenne di rivoluzioni disattese, nella struggente e disillusa Compagno di scuola:

[…] e le assemblee e i cineforum, i dibattiti/ mai concessi allora/ e le fughe vigliacche davanti al cancello/ e alle botte nel cortile e nel corridoio/ primi vagiti di un ‘68/ ancora lungo da venire e troppo breve/ da dimenticare/ E il tuo impegno che cresceva sempre più forte in te.../ Compagno di scuola, compagno di niente/ ti sei salvato dal fumo delle barricate?/ Compagno di scuola, compagno per niente/ ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

La nazione dove la libertà di stampa è invasiva (Penna a sfera, nuova polemica con la coorte giornalistica pettegola). Pianoforte e fisarmonica supportano complici la scorrevole Attila e la stella (ancora Roma, sullo sfondo di una canzone attestata tra storia e leggenda), e i rimanenti scampoli poetici “alla Venditti”, quando ancora scriveva e cantava da Venditti.

Il 10 luglio 1976 all’ICMESA di Seveso la catastrofe si compie alla luce del sole e si diffonde in crescendo. La fuga di diossina, il disastro ecologico e i drammi umani che ne (con)seguono condizionano l’impronta del coevo Ullàllà, il disco più ‘sgradevole’ del corpus vendittiano. L’acme della sua carriera, a chiudere – mirabilmente – la fase artistica con la RCA, e inaugurare un periodo di ripensamento e silenzio. L’ennesimo album politico: asciutto, diretto, coraggioso. Tra le ultime testimonianze del cantautore in trincea. Di un autore militante, che mira alto con il brano dedicato proprio a Seveso (Canzone per Seveso); con le ennesime denunce del perbenismo borghese (Maria Maddalena, Nostra Signora di Lourdes) e del potere costituito (Ullàllà). Inconsueto anche il titolo del disco – un’onomatopea (dall’incipit di Jodi e la scimmietta) – quasi dissonante se riferita al clima rabbioso che attraversa le tracce. Antonello Venditti si congeda insomma dalla canzone di protesta e lo fa come meglio non potrebbe.

Seguono scazzi rituali con la base movimentista (l’accusa è la solita: artista rivoluzionario a parole e privilegiato di fatto), che inducono il Nostro dapprima a un ripensamento artistico, quindi a un decisivo cambio di rotta. Il ritorno sulle scene discografiche avviene due anni dopo, all’insegna del nuovo contratto stipulato con la Philips: nuovo disco e nuova filosofia creativa. Sotto il segno dei pesci riporta Venditti in vetta alle classifiche ma attraverso rotte differenti, meno impegnate e più commerciali. In scaletta si alternano canzoni personali e ‘laiche’, prive cioè dell’impronta politica che sin qui ne aveva caratterizzato lo stile. In Sotto il segno dei pesci tira insomma aria di crisi. E di riflusso. Preludio a ulteriori e radicali mutamenti: la sinistra extraparlamentare continua a criticarlo per la fama raggiunta e con Bomba o non bomba, il cantautore si concede una divagazione sul tema. Per il resto solo canzoni che insistono su argomenti nel complesso apolitici. C’è una canzone per l’amico-rivale di sempre De Gregori (Francesco) e una su un fantomatico – ma non troppo – Uomo falco. In Sara si affronta l’argomento della maternità (e di contro quello scottante dell’aborto). Il telegiornale sfodera sarcasmo e crismi da vaticinio:

TG1, TG2, TGSpeciale/ tutti a casa questa sera/ c’è il telegiornale […] e tra una smentita e l’altra/ un servizio dal Giappone/ e quando sei alla frutta/ la città è distrutta.

In scaletta ci sono anche Giulia (sorretta da un bel fraseggio di pianoforte) e Chen il cinese, ma le luci dei riflettori sono tutte per la scorrevole e autoassolutoria Sotto il segno dei pesci, epitome di un transito ideale: da un’appartenenza politica a un’altra di tipo astrale.

Al successo del disco fa da contrappasso per Venditti, un periodo sentimentale turbolento, sfociato nella fine del matrimonio con Simona Izzo. Il successivo Buona domenica (1979) risente del doppio travaglio – artistico e personale – che lo attanaglia. Da quest’album in avanti il peso specifico dei suoi brani comincia di fatto a segnare il passo. La leggerezza da sbronza collettiva caratterizza, del resto, l’ingresso e il prosieguo climatico-sociale degli anni Ottanta. Parte della canzone d’autore involve in buonismi e dolci italie (Finardi). Milano diventa da bere e Roma ladrona. Per Antonello Venditti, Roma resta sfondo delle sue storie senza più mordente, storie di amori strappalacrime (da Ci vorrebbe un amico in avanti) ed epopee giallorosse (nel senso degli inni dedicati alla squadra di calcio). Espressioni di un regresso creativo presente in nuce già nella track list di Buona domenica. La copertina del disco che chiude il decennio aureo del cantautore romano – Fruits of de Loom style, contro il rosso rubino che segnava la custodia di Lilly – rivela insomma l’artista al suo giro di boa. Disimpegnate (anche se sorrette da buona melodia) Buona domenica e Stai con me. Inconsistenti Scusa devo andare via, Donna in bottigliae Kriminal. Divertite Robin (musicalmente ricalca L’Uomo falco ma qui l’eroe sta dalla parte dei più deboli) e Mezzanotte. Il brano più raffinato e suggestionante apre la facciata B del disco: trattasi di una Modena indimenticabile, percorsain lungo e in largo dal sax notturno di Gato Barbieri. Un pezzo sontuoso, uno dei momenti più alti della discografia vendittiana. A farci rimpiangere per sempre il cantautore con l’eskimo e i suoi anni Settanta musicali che furono.

Con le nostre famose facce idiote, eccoci qui/ Coi nostri famosi sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi/ E non c’è niente da capire, niente da salvare nelle nostre parole/ Ricordi, libri da buttare, frasi da imputare/ Due bandiere dritte in faccia al sole/ Ma cos’è questa nuova paura che ho?/ Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via?/ Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana/ Sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane?/ Ma siamo qui, a Modena/ Io resto qui a guardarti negli occhi, lo sai/ E non c’è tempo per scoprire, tempo per cambiare/ Cosa abbiamo sbagliato/ La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola/ Di un padre troppo tempo amato/ Ma cos’è questa strana paura che ho?/ Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via?/ Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana?/ Sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane? Quanto valeva/ aver parlato già da allora/ quando tutto era da fare/ e tu non eri importante/ Ma siamo qui, a Modena/ io resto qui/ con un bicchiere vuoto nella mano/ E non c’è tempo per scoprire/ tempo per capire/ cosa abbiamo sbagliato/ La nostra vita è Coca-Cola/ fredda nella gola/ di un ordine che non abbiamo mai voluto/ Ma cos’è questa nuova paura che ho?/ Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via?/ Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana?/ Un nuova tenerezza o un dubbio che rimane?
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