Valzer con Bashir di Ari Folman. Sabra e Shatila ieri, Libano e Gaza oggi, il passato che non passa
Beirut Ovest, 16-18 settembre 1982. I profughi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila subiscono un eccidio da parte delle Falangi Libanesi – Katāʾeb in arabo – milizia cristiano maronita di estrema destra, fondata nel 1936 da Pierre Gemayel in seguito a una sua entusiastica visita alla Germania nazista; milizia che sarebbe diventata presto uno dei principali alleati di Israele sul territorio libanese, insieme all’Esercito del Libano del Sud di Sa’d Haddad, anch’esso presente al massacro. Ancora incerto il numero delle vittime, tutte civili, dal momento che i guerriglieri dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) si erano già ritirati da Beirut Ovest, dopo un assedio di quasi tre mesi da parte dell’esercito di Tel Aviv: si va dalle stime al ribasso degli israeliani, alcune centinaia di morti, a quelle probabilmente al rialzo dei dirigenti palestinesi, oltre 2.000 (1).
Tra i motivi per cui Yasser Arafat, all’epoca comandante dell’OLP, temeva di lasciare Beirut Ovest, c’era appunto la preoccupazione per la sorte di coloro che sarebbero rimasti all’interno dei campi profughi in seguito alla partenza dei combattenti; e solo dopo che Philip Habib, l’inviato speciale di Ronald Reagan in Libano, ottenne l’assicurazione da parte di Menachem Begin – all’epoca primo ministro di Israele – che il suo esercito non sarebbe entrato in quel settore della città, nonché l’assicurazione da parte del neo presidente del Libano, Bashir Gemayel, figlio di Pierre, eletto il 21 agosto 1982, che i profughi non avrebbero subìto ritorsioni da parte delle Falangi, Arafat si decise a lasciare Beirut, dove, nel frattempo, era giunta una forza multinazionale, composta da Usa, Francia e Italia, con lo scopo ufficiale di controllare le operazioni.
Senonché il 14 settembre Bashir Gemayel viene ucciso da un’esplosione nel quartier generale delle Falangi a Beirut Est, insieme ad altri ventisei dirigenti del partito. Da qui la rappresaglia delle sue milizie contro i profughi palestinesi a Sabra e Shatila, per quanto non vi fosse alcuna prova del fatto che l’OLP fosse coinvolto nell’attentato; questo non fu mai rivendicato da alcuno, e ancora oggi non è possibile stabilire con certezza chi abbia messo la bomba. Bashir Gemayel, del resto, aveva molti nemici: oltre ai palestinesi, i servizi segreti siriani, per conto dei quali, secondo i falangisti, un armeno avrebbe svolto il lavoro sporco; l’ex presidente Suleiman Frangie, in carica dal 1970 al 1976, il quale avrebbe vendicato così l’assassinio del figlio Tony, della nuora e del nipote, avvenuto nel 1978 per mano delle Katāʾeb nel contesto di una lotta di potere in seno al mondo cristiano maronita; addirittura, ipotesi ventilata sempre dai falangisti, gli israeliani, a causa del rifiuto di Bashir Gemayel – quello che avrebbe dovuto essere l’uomo di paglia di Begin in Libano – a firmare un trattato formale di pace con il loro Paese.
Qualunque sia stata la mano che ha ucciso Gemayel, il massacro di Sabra e Shatila si pone tuttora quale tragico emblema delle sofferenze di un popolo sottoposto a un esodo forzato fin dal 1948, anno della creazione dello Stato di Israele, quando migliaia e migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare la propria terra natia alla volta del Libano, della Siria, della Giordania. Ad affrontare il tema in ambito cinematografico ci ha pensato Ari Folman, il quale nel 1982 si trovava a combattere in Libano tra le fila dell’esercito israeliano ed è stato diretto testimone dell’eccidio. Ma prima di entrare nel dettaglio del suo film di animazione, Valzer con Bashir (2008), sarà bene, per una maggiore comprensione, definire il contesto storico – seppure in estrema sintesi.
Nel 1975 in Libano – dove l’OLP aveva stabilito il proprio quartier generale a partire dal 1970, dopo essere stato cacciato dalla Giordania – scoppia una guerra civile in seguito a un attacco falangista ai danni dei guerriglieri palestinesi, alleati, questi ultimi, del Movimento nazionale libanese, coalizione di sinistra guidata da Kamal Jumblatt, capo druso del Partito socialista progressista. In breve, anche l’esercito regolare libanese si scinde in diverse fazioni su base politica/religiosa, schierate, a seconda dei casi, con Jumblatt e l’OLP o con i falangisti. A causa dell’intensificarsi degli scontri, il presidente della Repubblica di allora – il già citato Suleiman Frangie – chiede un intervento della Siria a protezione della popolazione cristiana. L’esercito di Hafez al-Assad varca così il confine del Libano nel giugno del 1976. Fermo restando il profondo sentimento anti-israeliano dei vari governi baathisti della Siria – basti pensare alla guerra dello Yom Kippur del 1973 o a quella dei sei giorni del 1967 – il punto di vista di Assad sulla questione palestinese restava, infatti, caratterizzato da una buona dose di cinismo e realpolitik. Per citare l’analisi di Robert Fisk, tratta dalla sua monumentale opera – più di ottocento pagine – Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra, frutto di un’esperienza diretta e ultradecennale del giornalista nel Paese dei cedri dal 1976 in poi: “Assad non voleva che la guerra civile continuasse, perché, se il Libano avesse subìto altre ferite, un po’ del suo sangue sarebbe filtrato in Siria […]. E neppure voleva un nuovo Stato palestinese in Libano, Assad. Non era lì che doveva stare la Palestina. La Palestina doveva stare a sud, oltre il Golan, in Cisgiordania, a Gaza, nello stesso Israele. I siriani non volevano uno Stato palestinese rivoluzionario lungo la loro frontiera occidentale. In realtà i palestinesi si sarebbero presto chiesti se i siriani lo volessero, uno Stato palestinese”.
È proprio la Siria a sostenere l’elezione – ufficializzata il 23 settembre 1976 – di un altro cristiano maronita, Elias Sarkis, come nuovo presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Frangie. A questo punto, l’esercito di Assad controlla ormai tutti i punti nevralgici del Paese, e un primo cessate il fuoco viene dichiarato il 21 ottobre; ma le tensioni continuano. I miliziani di ambo le parti rifiutano di consegnare le armi. Per di più gli israeliani, memori della guerra dello Yom Kippur, non vedono affatto di buon occhio l’intervento di Assad in Libano e istituiscono una linea rossa per impedire all’esercito siriano di spingersi troppo oltre – vicino al loro confine. È in questo periodo che vengono formate le milizie di Sa’ad Haddad, cui accennavamo all’inizio, vestite, addestrate, pagate, armate e guidate da Israele. È solo il 1977 e nel Libano del sud è già ripresa una sorta di guerra ‘a bassa intensità’, con la novità, adesso, che tra i frammenti delle granate esplose contro i villaggi sciiti, controllati da Jumblatt e l’OLP, ve ne sono molti che recano scritte in ebraico. Secondo Fisk: “[…] gli israeliani devono essersi resi conto che una crisi nel Libano meridionale forniva un pretesto permanente per un futuro intervento militare. […] Non c’erano forse truppe israeliane nel Libano meridionale? Certo che c’erano; e a differenza dei siriani non avevano alcun mandato, se non da loro stessi” (2).
Il “futuro intervento militare” avvenne di lì a poco, il 14 marzo 1978, dopo che, allo scopo di sabotare gli accordi di Camp David, l’incursione di un commando di Fatah – la fazione capeggiata da Yasser Arafat in seno all’OLP – lungo la strada costiera che collega Haifa a Tel Aviv provocò la morte di trentasette civili. In tutto, dal 1973, attacchi del genere avevano ucciso 103 israeliani. Senza nulla togliere al dramma di queste morti, va, tuttavia, considerata l’immane sproporzione della rappresaglia. Solo l’operazione Litani – così venne denominata l’invasione del Libano meridionale da parte di Israele, con uno spiegamento di forze di almeno 25 mila soldati e lo scopo ufficiale di istituire una fascia di sicurezza lungo il confine – fece oltre duemila vittime tra libanesi e palestinesi, quasi tutti civili, mentre quelle nell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) si attestarono a venti; e tutto perché il fronte con l’OLP si spostasse semplicemente qualche chilometro più a nord (3).
Il senso di quella guerra divenne chiaro solo quattro anni più tardi, nel 1982, quando, dopo il tentato omicidio dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito da parte di Fatah, con l’operazione Pace in Galilea Israele invase nuovamente il Libano, questa volta per spingersi fino a Beirut (ben lontano, dunque, dalle postazioni da cui l’OLP poteva minacciare la regione della Galilea). Nel frattempo, come accennato più sopra, i dissidi interni al mondo cristiano maronita avevano portato le Falangi di Gemayel – filoisraeliane – al ruolo di leadership a scapito della fazione filosiriana di Frangie, la Brigata Marada. Le forze di Assad, l’OLP e il Movimento Nazionale Libanese si trovavano ad avere ora un nemico comune; ma era un nemico che deteneva le armi più recenti e sofisticate, prodotte negli Stati Uniti e fornite a Israele dagli stessi americani; mentre l’arsenale sovietico a disposizione dei guerriglieri palestinesi e libanesi e dell’esercito siriano risultava, al confronto, tremendamente antiquato.
Quando finalmente le truppe israeliane si ritirarono nel 1985 dalle città principali del Libano meridionale – Tiro e Sidone – il numero ufficiale delle vittime si attestava a quasi 10 mila tra soldati e combattenti delle varie fazioni e a più di 17 mila tra i civili, la maggior parte dei quali uccisi dai bombardamenti indiscriminati dell’aviazione israeliana (che non mancò di usare anche ordigni al fosforo). L’invasione aveva portato a quella che si sarebbe potuta definire una vittoria di Israele sul piano tattico, con l’espulsione dell’OLP dal Libano meridionale e da Beirut Ovest, ma un fallimento a livello strategico. È vero che l’organizzazione di Arafat era stata definitivamente sconfitta dal punto di vista militare. Ma proprio i massacri perpetrati da Israele nel Paese dei cedri avevano portato a una radicalizzazione dei musulmani sciiti, già galvanizzati dalla rivoluzione iraniana del 1979. Hezbollah, il partito di Dio, si preparava così a prendere il posto – in chiave antisionista – della laica Organizzazione per la liberazione della Palestina sul fronte libanese…

Il film di Ari Folman si apre nel gennaio del 2006 – lo stesso periodo in cui Ariel Sharon, colpito da un ictus, viene sostituito da Ehud Olmert in qualità di Primo ministro israeliano. Non si tratta di una scelta casuale: all’epoca dell’invasione del Libano, infatti, Sharon ricopriva la carica di ministro della Difesa e fu proprio lui l’artefice principale dell’operazione Pace in Galilea. Altro aspetto rilevante, nel luglio del 2006, a dieci anni di distanza dall’operazione Grappoli d’Ira – dove sarebbero morti più di duecento civili libanesi, di cui cento e oltre solo a Qana, rifugiati in una base delle Nazioni Unite – Israele avrebbe ripreso a bombardare il Libano meridionale in seguito al rapimento da parte di Hezbollah di due soldati dell’IDF. Ma questo il protagonista del film – lo stesso regista – non può ancora prevederlo. Ascolta un amico ed ex commilitone raccontargli un incubo ricorrente: un branco di cani randagi corre, ringhiando, per le strade di Tel Aviv, fino a fermarsi sotto la finestra del suo ufficio. Sono in tutto ventisei, lo stesso numero che Boaz Rein-Buskila – questo il nome del personaggio – ha ucciso in Libano durante l’invasione israeliana del 1982. Il suo battaglione doveva, infatti, avvicinarsi di soppiatto a un villaggio controllato dai guerriglieri. Da qui la necessità di eliminare i cani, per evitare che i loro abbai mettessero in allarme il nemico. Nell’ambito del sogno – e del film – risulta chiaro il loro valore simbolico: essi sono le Erinni, i sensi di colpa tornati a perseguitare Boaz a oltre quarant’anni dalla sua esperienza in Libano. Ed è appunto sullo sprone dell’amico che anche Folman inizia a interrogarsi sul proprio ruolo nell’esercito israeliano all’epoca dell’invasione. Un’immagine, in particolare, continua ad affiorargli alla mente: lui che, durante un bagno notturno al mare, lungo una spiaggia di Beirut Ovest, osserva alcuni razzi al fosforo illuminare i palazzi di fronte a sé, già provati dai bombardamenti e dalle sparatorie. Dopo averne parlato con un altro amico, Ori Sivan, esperto di psicologia, decide di mettersi sulle tracce dei suoi ex commilitoni per fare chiarezza sul proprio passato.
Il primo è Carmi Cna’an, trasferitosi in Olanda, dove ha ottenuto un notevole successo economico grazie alla vendita di falafel. “Questa terra è tutta mia,” comunica a Folman. “E anche la casa. Sono trenta ettari”. La terra, la proprietà… Impossibile non pensare a quell’altra terra, la Palestina, sottratta da Israele ai suoi precedenti abitanti. Per non parlare delle case dei palestinesi: secondo la testimonianza di Robert Fisk, molti di quelli costretti ad abbandonarle nel 1948 – e poi riparati nei campi profughi – ancora a metà degli anni Settanta, conservavano la chiave nella speranza un giorno di poterci tornare (4).
Tornando al film di Folman, anche Carmi ha applicato un meccanismo psicologico di rimozione rispetto a quanto accaduto in Libano. I suoi ricordi sono confusi. Rammenta, per esempio, di essere arrivato in Libano, con il suo battaglione, a bordo di una love boat. Possibile? Forse gli ufficiali dell’esercito speravano così di confondere il nemico… Oppure si trattava di una normale nave militare e la sua mente, chissà perché, vi ha sostituito un’imbarcazione civile? La questione dei falsi ricordi, del resto, era stata già introdotta da Ori Sivan, il quale aveva parlato a Folman di un esperimento condotto su un gruppo di volontari: a ognuno di loro erano state mostrate dieci fotografie della propria infanzia, tra cui una posticcia, relativa a una giornata al luna-park. Mentre per tutti gli altri era assodato di aver posato per un simile scatto, solo due persone dichiararono di non ricordarlo. E comunque anche loro, trascorsa una notte, affermarono, infine, di averci ripensato: ora rammentavano perfettamente quella situazione.
Che il tema della memoria, la sua complessità – direttamente proporzionale alla responsabilità che comporta – sia centrale in Valzer con Bashir risulta ormai evidente. Anche il sonno che Carmi sostiene lo colga nei momenti di paura, come quando era sulla nave in viaggio verso il Libano, mentre tutti gli altri soldati bevevano e ballavano sulle note di Enola Gay degli Orchestral Manoeuvres in the Dark – canzone dal tono apparentemente spensierato, ma che racconta, invece, dello sgancio della prima bomba atomica sulla città di Hiroshima – vi è collegato nei termini di oblio, fuga dalla realtà. Il sogno da lui descritto ne è una chiara rappresentazione in chiave simbolica, dove echeggia, tra l’altro, il tema della gioventù perduta a causa della guerra: una donna bellissima e gigantesca, come una Nereide, emerge dal mare per iniziare Carmi, neanche ventenne, alle gioie del sesso. Ma il suo ventre è altresì un luogo sicuro – un rifugio materno – sopra cui Carmi viene traghettato lontano dalla nave, proprio nell’istante in cui un aereo vi sgancia sopra una bomba, uccidendo tutti i suoi commilitoni.
La paura appunto, unita a un disperato desiderio di fuga, risulta la chiara matrice di tale sogno. Ed è sempre la paura il motivo per cui, stando al racconto di Carmi, quest’ultimo e il suo battaglione avrebbero aperto il fuoco su un’auto, appena sbarcati a Sidone o qualche altra città della costa libanese – di nuovo i ricordi sono confusi – riducendola a un colabrodo; auto che si sarebbe rivelata poi occupata da un’intera famiglia di civili. Vittime collaterali, si direbbe oggi. Migliaia e migliaia di vittime collaterali, uccise nel contesto di un’ossessiva ‘caccia al terrorista’. Per citare Fisk: “Era una specie di contagio. Tutto era legato a quella parola: ‘terroristi’. […] Come un’istruzione sullo schermo di un computer, era un codice, un’autorizzazione, una dispensa e un beneplacito per qualsiasi azione futura” (5). Nel film di Folman, questo aspetto viene sottolineato anche dalle scene surreali in cui l’esercito israeliano tenta in tutti i modi di colpire, senza mai riuscirci, un’altra auto – questa sì carica di guerriglieri – seminando morte e distruzione tutt’attorno.
Ma cosa significa esattamente ‘terrorismo’? Secondo la definizione data dall’Unione europea, “i reati di terrorismo sono reati commessi alla scopo di: 1) esercitare gravi intimidazioni sulla popolazione; 2) costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto; 3) destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un Paese o di un’organizzazione internazionale” (6). Da questo punto di vista, ragionando in termini prettamente legali, la resistenza palestinese e quella libanese adottano tuttora – o hanno adottato in passato, come nel caso di Fatah – anche pratiche terroristiche? Naturalmente. Ma che dire di Israele, con i suoi bombardamenti indiscriminati, le sue continue violazioni alla Convenzione di Ginevra, la quantità sempre maggiore di territori sottratti con la violenza ai palestinesi dal 1948 a oggi? Persino la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso la sua condanna formale il 19 luglio 2024 a seguito della cataclismatica rappresaglia di Israele sulla striscia di Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 (7).
In campo giornalistico, applicare il termine ‘terroristi’ ai combattenti di un singolo fronte significa svuotarlo del suo significato oggettivo per connotarlo di un senso eminentemente politico/ propagandistico: ecco perché, a differenza di molti suoi colleghi, Robert Fisk si era posto la regola di non usarlo mai negli articoli che scriveva dal Libano per il Times prima e l’Independent poi. Infatti: “La parola ‘terrorismo’ acquisì uno strano e misterioso potere, definendo i nemici di un Paese e i loro alleati politici anche molto lontano dal Medio Oriente. Le agenzie stampa internazionali cominciarono a tradire i propri sentimenti nazionali e politici in base all’uso di quell’espressione. A metà degli anni Ottanta, l’Ap usava la parola ‘terroristi’ a proposito degli arabi, ma molto raramente a proposito dei nordirlandesi dell’Ira, per i quali la parola concordata era ‘guerriglieri’. Questo probabilmente perché l’Associated Press serviva un certo numero di mezzi di informazione statunitensi che avevano molti lettori di origine irlandese. La BBC, che definiva sempre più spesso gli arabi ‘terroristi’, chiamava sempre ‘terroristi’ i membri dell’Ira, ma quasi mai gli attentatori del Congresso Nazionale Africano (CNA) in Sudafrica, forse perché, nella sua saggezza, aveva deciso che la causa per cui combatteva il CNA fosse più ‘giusta’ di quella dei palestinesi o dei guerriglieri dell’Ira. La Tass e la Pravda, naturalmente, chiamavano ‘terroristi’ i ribelli afghani. La stampa occidentale non lo faceva mai, anche se i guerriglieri afghani – che in alternativa erano ‘combattenti per la libertà’ o ‘insorti’ – assassinavano le mogli e i figli dei funzionari del Partito comunista, bruciavano le scuole e sparavano razzi contro la popolazione civile di Kabul” (8).
Del resto, cosa avrebbero dovuto essere i soldati israeliani a bordo dei loro carri armati Merkava, se non appunto terroristi, per chi, tra gli abitanti dei villaggi del Libano meridionale, avesse perso parenti e amici, magari a causa di quelle che in gergo militare vengono definite ricognizioni balistiche, recon-by-fire, quando le truppe avanzano, cioè, facendo fuoco indiscriminatamente sul territorio circostante in modo da prevenire possibili attacchi? Come ricorda lo stesso Folman: “È il primo giorno di combattimenti. Non ho neanche diciannove anni. Devo ancora cominciare a radermi. Percorriamo una strada che si snoda tra i frutteti e il mare. E spariamo… Contro chi non lo so, spariamo e basta, come dei dannati, per tutto il giorno”. È un ricordo improvviso che lo assale, insieme a quello di una fila di cadaveri – tutti membri dell’IDF – che Folman era stato incaricato di trasportare fino agli elicotteri per il rimpatrio delle salme: il suo primo contatto vero e proprio con la morte e la realtà della guerra. Dopodiché si reca da un altro ex commilitone, Ronny Dayag, il quale gli racconta di come fosse scampato miracolosamente a un attacco dei guerriglieri palestinesi, nascondendosi dietro alcune rocce, dopo che almeno metà della sua colonna di carri armati era stata distrutta e la restante parte aveva fatto marcia indietro. Scesa la notte, si era spinto fino al mare per raggiungere di nuovo a nuoto il proprio battaglione. E vale la pena evidenziare questo particolare, su cui torneremo più avanti per approfondirlo, poiché è già la terza volta che tale elemento – il mare – compare come simbolo. Non solo: il mare è presente anche nei ricordi di un altro ex membro dell’IDF al cui fianco Folman aveva combattuto, Shmuel Frenkel, detto Patchouli per l’abitudine a usare quel profumo in modo da risultare sempre identificabile dai suoi commilitoni, anche durante le operazioni notturne. La testimonianza di Shmuel, infatti, è relativa a una spiaggia in cui si nota, tra le altre cose, un soldato israeliano cavalcare un’onda su una tavola da surf in una probabile citazione alla celeberrima scena di Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, dove il tenente colonnello William Kilgore (Robert Duvall) insiste per fare lo stesso con i suoi uomini, nonostante si trovino tutti a tiro di un mortaio nordvietnamita.
Shmuel è anche il personaggio al centro della scena che dà il titolo a Valzer con Bashir. Qui l’esercito israeliano ha ormai raggiunto Beirut, e la squadra di Folman e del suo amico, in particolare, è attaccata da alcuni cecchini dall’alto di un palazzo. I soldati delle IDF hanno trovato riparo a lato della strada, ma la situazione arriva presto a uno stallo. A risolverlo è appunto Shmuel che, brandendo una mitragliatrice e sparando a più non posso, esposto al fuoco nemico, continua a muoversi a zigzag per evitare di essere colpito, finendo così per mimare una specie di valzer, sotto lo sguardo tronfio del defunto Bashir Gemayel dai manifesti elettorali. Ma possibile sia davvero accaduta una cosa del genere? Di nuovo il ricordo presenta un notevole grado di ambiguità, per quanto non sia raro in guerra assistere a scene paradossali e apparentemente impossibili, come quella del suonatore di flauto a bordo di un carro armato siriano – il pifferaio magico di Damasco – descritta da Fisk nel suo lavoro (9). Proprio l’immane tensione a cui sono esposti tutti i soggetti coinvolti in un conflitto armato può generare le risposte più sorprendenti e svariate da parte dei singoli individui. Come il caso riportato dalla professoressa Zahava Solomon, psicologa, la quale, dopo aver tenuto a Folman una piccola lezione sulle amnesie dissociative – l’incapacità di ricordare dati personali importanti in seguito a un evento traumatico – racconta al regista di un suo paziente, anch’egli arruolato nell’esercito israeliano all’epoca dell’operazione Pace in Galilea, che, per un po’, era riuscito a mantenere una distanza dalla guerra, immaginando di trovarsi all’interno di un enorme parco a tema.
Un simile rifiuto della realtà aveva caratterizzato anche molti falangisti, subito dopo l’attentato a Bashir Gemayel. Il ‘centro totemico’ delle Katāʾeb era stato spazzato via dall’esplosione di una bomba, e già in seno al mondo cristiano maronita si iniziavano a diffondere voci per cui Gemayel non era davvero morto, bensì attendeva in qualche luogo segreto il momento giusto per ritornare: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»“ (10). Secondo la testimonianza di Carmi: “Davvero non capisco perché ci si stupisce che i falangisti abbiamo messo in atto il massacro. Io li conosco bene e ho sempre saputo quanto sono crudeli. Anche tu nei primi giorni dell’occupazione hai visto il mattatoio, quella discarica in periferia in cui portavano i palestinesi da interrogare e, dopo l’interrogatorio, li ammazzavano. Era peggio di un trip di LSD andato male. C’erano falangisti che giravano per Beirut con parti anatomiche dei palestinesi che avevano ucciso in un barattolo di formalina. Così, a volte, capitava di vedere un occhio, un dito, un orecchio sotto vetro. C’era di tutto. E ovunque fotografie di Bashir Gemayel. Ciondoli di Bashir, orologi di Bashir, magliette di Bashir… Bashir di qua, Bashir di là… Quell’uomo… Come dire? Per quella gente Bashir rappresentava quello che David Bowie era per me. Una star, un idolo, un principe, qualcosa da venerare. Credo che per lui provassero persino un’attrazione erotica, per non dire sessuale”.
La notizia della morte di Bashir giunge a Folman per bocca del capitano Dror Harazi – un individuo particolarmente grottesco, appassionato di film porno – nel momento in cui la sua unità occupa una villa alla periferia di Beirut Ovest, dopo una notte di tensione, trascorsa nella vana attesa di un’autobomba che, secondo alcune fonti, avrebbe dovuto attaccarli (11). In questo contesto, Folman ha un sogno a occhi aperti, relativo a Yaeli, la sua ex ragazza, la quale lo aveva lasciato a Tel Aviv poco prima che lui partisse per la guerra, emblema del trionfo di Thanatos sulla dimensione dell’Eros, della guerra sulla giovinezza; tema che si era manifestato – in maniera decisamente più drammatica – anche e soprattutto nella scena in cui la squadra di Folman aveva fatto fuoco su un guerrigliero palestinese che si era rivelato poi essere un ragazzino di appena quattordici anni. Proprio al tentativo di riconquistare Yaeli è dedicata l’unica, brevissima licenza di Folman a Tel Aviv; licenza da cui emerge lo scarto abissale tra il modo di percepire la guerra in Libano da parte della popolazione civile israeliana e il sentimento condiviso da quest’ultima all’epoca del conflitto dello Yom Kippur. Per dirla con Folman: “Rivedendo il mio quartiere, tornai con la mente a quando avevo dieci anni. Anche allora era scoppiata una guerra. Tutto si era fermato. Gli uomini erano al fronte. E noi bambini ce ne stavamo rintanati in casa, insieme alle nostre mamme, con le finestre chiuse e col terrore che da un aereo cadesse la bomba che ci avrebbe uccisi tutti. Nessuno si avventurava per strada. Quella volta, invece, tornando dal Libano, dopo un mese e mezzo, mi accorsi che la vita in città andava avanti normalmente”. Ed è chiaro il perché: quando la Siria di Assad e l’Egitto di Anwar al-Sādāt attaccarono Israele nel 1973, l’IDF, preso alla sprovvista, si trovò subito in grande difficoltà; al contrario, nel 1982 tutto era stato studiato a tavolino, e la superiorità militare di Israele, come accennato più sopra, era schiacciante: le morti tra i civili sarebbero state tutte dall’altra parte del confine.
Ormai Folman ha ricostruito quasi del tutto il mosaico della propria esperienza in Libano. Gli manca soltanto un tassello: il massacro di Sabra e Shatila. È consapevole di aver fatto parte di una delle unità schierate in cerchi concentrici a poche centinaia di metri di distanza dai campi profughi in cui i falangisti stavano perpetrando l’eccidio. Ma di essere stato tra quanti avevano ricevuto l’ordine di sparare di notte i razzi al fosforo in modo da illuminare la zona e facilitare così il ‘lavoro’ alle Katāʾeb, questo lo aveva rimosso. Gli torna in mente solo dopo che Ori Sivan lo sprona a compiere ulteriori ricerche, più specifiche, che culminano nella testimonianza del sopracitato capitano Harazi, relativa alla posizione e al ruolo specifico avuto dalle varie unità dell’IDF attorno ai campi profughi palestinesi. Prima l’amico psicologo aveva ipotizzato il significato del falso ricordo di Folman, relativo al bagno notturno, con particolare riferimento al mare, elemento simbolico a cui avevamo accennato in precedenza, il quale, accomunando il regista e tanti suoi ex commilitoni, finisce per farsi emblema di un trauma collettivo: “Il mare in sogno che cosa rappresenta? La paura, l’angoscia… Il massacro ti angoscia. Ti mette a disagio in quanto si è consumato a pochi passi da te. Però questa angoscia ha origini più antiche. Risale a molti anni prima di Sabra e Shatila. La tua visione del massacro trae origine da un altro massacro. E quanto è accaduto nei campi, in realtà, accadde in altri campi, quelli della Shoa. I tuoi genitori sono stati nei campi? Ad Auschwitz? È da lì che viene. L’orrore dell’eccidio ti accompagna verosimilmente da quando hanno iniziato a parlartene. E il massacro dell’82, nel tuo inconscio, si è sovrapposto al primo”.
Insomma, Folman è sconvolto dall’idea di aver sostenuto il ruolo del nazista. È vero che si trovava nel secondo cerchio dell’IDF attorno a Sabra e Shatila, se non addirittura nel terzo, e può darsi che, da tale posizione, lui personalmente non avesse modo di vedere quanto andava consumandosi nei campi profughi palestinesi. Ma il massacro, in ogni caso, non è stato un ‘incidente’. Checché ne dica Sivan – il quale pretenderebbe di fare una distinzione tra gli autori materiali della strage e i suoi ‘spettatori’ – l’esercito israeliano era perfettamente consapevole di cosa avrebbe comportato l’ingresso delle Falangi a Beirut Ovest; dunque, responsabile della strage tanto quanto loro. Già solo il fatto di aver permesso alle Katāʾeb di entrare, sotto scorta, in tale zona della città – il settore musulmano – era una lampante violazione degli accordi presi tramite Philip Habib per il ritiro dell’OLP (12). Del resto, che lo stesso Ariel Sharon fosse al corrente dell’eccidio e non abbia fatto alcunché per impedirlo è confermato dalla testimonianza del giornalista israeliano Ron Ben-Yishai, riportata nel film di Folman: “Lo chiamai alla sua fattoria. Si era coricato già da un pezzo e rispose mezzo stordito… Pronto, Ariel, mi dicono che a Beirut si sta consumando una strage, l’ho appreso da fonti molto accreditate, si contano a centinaia i civili palestinesi uccisi, è necessario intervenire. E lui mi chiese: ‘Ma lo hai visto con i tuoi occhi?’ No, rispondo io, ma ti posso assicurare che a riferirmelo sono diversi ufficiali del nostro esercito. ‘Va bene, d’accordo, grazie, hai fatto bene a chiamare, ti saluto’. Non aggiunse nient’altro. Uno, di solito, dice: adesso controllo, faccio una verifica… Lui no. Non disse assolutamente niente”.
Le immagini con cui si chiude Valzer con Bashir – riprese dal vero massacro di Sabra e Shatila, mucchi di cadaveri disseminati ovunque, soprattutto di donne, vecchi e bambini – sono agghiaccianti e purtroppo ancora tremendamente attuali. Oltre 40.000 morti in poco più di un anno, quasi tutti civili: questo il risultato dei bombardamenti indiscriminati di Israele sulla striscia di Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La storia si ripete anche in Libano, dove, solo per citare uno degli episodi più eclatanti, il 27 settembre 2024 i jet di Tel Aviv sganciano decine di ordigni su Beirut, radendo al suolo sei palazzine nel quartiere di Dahieh e uccidendo, tra gli altri, Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Tre giorni dopo scatta l’invasione via terra da parte dell’IDF. E ancora l’asticella del conflitto continua a salire… Proprio mentre terminiamo di scrivere questo articolo – 15 novembre 2024 – leggiamo la notizia che Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, conferma la volontà, già espressa la settimana precedente da Herzi Halevi, capo di stato maggiore dell’IDF, di intensificare le operazioni militari nel Libano meridionale allo scopo di smantellare gli arsenali dei ‘terroristi’ e istituire una fascia di sicurezza lungo il confine (13). Stessa retorica di sempre; stessa morte e distruzione. Per concludere con Fisk: “In Libano – e in tutto il Medio Oriente – il destino agisce così rapidamente che il giornalista, il cronista di fatti quotidiani, lo storico, il testimone delle atrocità umane, si rendono tutti conto di non poter scrivere il paragrafo finale, l’analisi definitiva, le ultime parole di questa immensa tragedia. Mai, in questa parte del mondo, ci siamo lanciati a una tale velocità verso il pericolo che ci attendeva. E mentre scrivo queste parole, so che ci sarà bisogno di un altro paragrafo, un altro capitolo che affogherà queste pagine nel sangue” (14).
1) Cfr. Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra, il Saggiatore
2) Ibidem
3) Ibidem
4) Ibidem
5) Ibidem
6) https://www.consilium.europa.eu/it/policies/fight-against-terrorism/
8) Robert Fisk, op. cit.
9) Robert Fisk, op. cit.
10) Citazione estrapolata dal vangelo di Marco
11) Sulle autobombe si potrebbe aprire un lungo capitolo, poiché i primi a usarle in Libano furono proprio gli israeliani nell’ambito di una campagna, condotta tra il 1979 e il 1983, che aveva l’obiettivo di esasperare l’OLP e condurlo ad azioni terroristiche, in modo da legittimare la presenza dell’esercito di Tel Aviv nel Paese dei cedri. Vedi, a tal proposito, Ronen Bergman, Uccidi per primo. La storia segreta degli omicidi mirati di Israele; inoltre, la testimonianza di Robert Fisk, contenuta ne Il martirio di una nazione, a proposito di un’autobomba esplosa il 23 giugno 1982 accanto a un deposito di munizioni dell’OLP, che rase al suolo un intero palazzo, uccidendo almeno cinquanta persone, molte delle quali rifugiati provenienti dal Libano meridionale: “I soldati siriani trovarono altre due autobombe a Beirut Ovest e catturarono tre sciiti libanesi che erano alla guida di una di esse. Sottoposti a un brutale interrogatorio dagli uomini dell’OLP, dissero che a preparare le bombe era stato un ufficiale dello Shin Bet [il servizio segreto israeliano, n.d.a.] di stanza a Damur. Uno di loro disse che suo fratello era stato arrestato dagli israeliani, che avevano minacciato di ucciderlo se non li avesse aiutati a piazzare la bomba”
12) Robert Fisk, op. cit.
13) https://www.ilpost.it/2024/11/15/israele-combattimenti-sud-libano/
14) Robert Fisk, op. cit.

