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	<title>Alessandro Rettori &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 12 Feb 2026 11:42:17 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Alessandro Rettori &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Olimpiadi Milano: gli hotel e il dietro le quinte dello spettacolo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/olimpiadi-milano-gli-hotel-e-il-dietro-le-quinte-dello-spettacolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 11:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hotel]]></category>
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					<description><![CDATA[Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, [&#8230;]]]></description>
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<p>Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas</p>
</blockquote>



<p>In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, si tratta di un altro grande evento che ha portato investimenti pubblici – <a href="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" data-type="link" data-id="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tre miliardi e mezzo</a> dei circa sei totali –, attirato investimenti privati – incentivati dagli oneri di urbanizzazione <a href="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" data-type="link" data-id="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più bassi d’Europa</a> – e che si inserisce nella logica di ristrutturazione urbana e sostituzione sociale del <a href="https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/" data-type="post" data-id="6959" target="_blank" rel="noreferrer noopener">‘modello Milano’</a>. Un processo di gentrificazione e turistificazione per una città che diventa sempre più attrattiva per i ricchi e sempre più inaccessibile per lavoratrici e lavoratori. Un modello basato su un’alta rendita immobiliare per i fondi di investimento, bassa tassazione sui redditi e sulla successione per i benestanti che qui spostano la residenza – l’ufficio anagrafe registra <a href="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" data-type="link" data-id="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un milionario ogni dodici abitanti</a> – e uno stile di vita desiderabile per classi abbienti, vip e turisti facoltosi che vengono a <em>consumare</em> la città per brevi periodi: aperitivi da più di mille euro, menù ricercati in ristoranti gourmet, serate in locali esclusivi e prezzi alle stelle per l’<em>experience</em> di una notte negli hotel di lusso.</p>



<p>Per tutto il periodo delle Olimpiadi, a Milano sfileranno capi di Stato, politici e celebrities, in una città blindata con ‘zone rosse’ inaccessibili e un’ingente militarizzazione, per prevenire e reprimere il dissenso di quella parte di popolazione che rifiuta le paillettes a cinque cerchi e denuncia una quotidianità fatta di precarietà, bassi salari, sfruttamento e affitti insostenibili. Un dissenso che la città vetrina non può permettersi, soprattutto nel momento in cui si trova sotto i riflettori del mondo. “Ogni cosa ha un prezzo”, <a href="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" data-type="link" data-id="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> il sindaco Sala in merito ai disagi per la cittadinanza che porteranno i Giochi, e la compressione dei diritti è il più salato. Perché una città attrattiva deve saper vendere l’immagine di città pacificata.</p>



<p>È questa la realtà con cui hanno dovuto fare i conti anche le lavoratrici degli hotel milanesi, che il 6 febbraio avevano convocato un presidio sotto la sede dell’associazione datoriale Federalberghi in corso Venezia, in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Grazie alle limitazioni imposte dalle zone rosse, la Questura ha potuto vietare la manifestazione: “Ci hanno confinato in Piazzale Loreto”, racconta Simonetta Sizzi di Si Cobas, che da anni segue le lavoratrici, “e non abbiamo neanche avuto la possibilità di stare sotto uno degli alberghi dove lavorano, visto che si trovano tutti in una zona abbastanza centrale di Milano”. Un presidio convocato per denunciare “le condizioni contrattuali e lavorative che sono costrette a subire le cameriere ai piani che lavorano negli hotel, e che come sindacato abbiamo continuato a denunciare in tutti questi anni”, spiega Sizzi.</p>



<p>Una realtà di cui avevamo già <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scritto</a> nel 2020 e che oggi è addirittura peggiorata.</p>



<p><strong>Partiamo dalla situazione contrattuale&#8230;</strong></p>



<p>Innanzitutto chiediamo l&#8217;unificazione in un unico contratto collettivo per tutte le lavoratrici: ora il datore di lavoro può scegliere quale applicare tra una ventina di contratti disponibili. Si va dal Multiservizi-pulizie, con una paga di circa sette euro lordi all&#8217;ora, a uno dei migliori del Turismo, come l’AICA, che prevede poco più di otto euro all&#8217;ora. Ma tra questi ci sono anche alcuni veri e propri ‘contratti pirata’, nel senso che hanno una paga oraria ancora più bassa di quella del Multiservizi-pulizie, non prevedono la quattordicesima, i permessi retribuiti e in alcuni casi nemmeno la malattia. Contratti che vengono applicati anche in hotel a quattro o cinque stelle.</p>



<p><strong>Le lavoratrici sono assunte direttamente dagli alberghi?</strong></p>



<p>No, da società esterne che hanno l’appalto per le pulizie.</p>



<p><strong>Una prassi ormai consolidata anche nel settore alberghiero&#8230;</strong></p>



<p>Tra l’altro con una novità: da dopo il Covid viene usato il contratto a chiamata, che precedentemente non esisteva. Prima avevi un contratto a tempo determinato, che dopo un po&#8217; diventava a tempo indeterminato; adesso c&#8217;è questo contratto a chiamata e le lavoratrici non sanno mai quanti giorni lavoreranno in un mese e, ovviamente, avendo bisogno di uno stipendio, ogni volta che le chiamano corrono a lavorare.</p>



<p><strong>Una turnistica che diventa imprevedibile e insostenibile&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché un giorno ti chiamano, poi ti lasciano a casa dieci giorni, poi fai venti giorni di lavoro consecutivo senza pause. Sono costrette ad accettare queste condizioni.</p>



<p><strong>Condizioni di estrema precarietà.</strong></p>



<p>Anche perché la maggior parte delle lavoratrici sono straniere, quindi accettano qualsiasi tipo di contratto per non perdere il lavoro e vedersi revocare il permesso di soggiorno.</p>



<p><strong>Quindi il punto è il sistema degli appalti, che favorisce una gara al ribasso tra le varie aziende, con tutto ciò che ne consegue in termini di bassi salari e minori tutele&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché ovviamente a vincere l&#8217;appalto è la società che offre all&#8217;hotel il minor prezzo. Poi però, per stare nei costi, queste aziende si rifanno sulle lavoratrici, appunto con contratti orrendi o pagando a cottimo. E stiamo vedendo che questa prassi si sta diffondendo tantissimo, per cui anche le poche imprese che vogliono fare le cose per bene, applicando il contratto del turismo migliorativo e pagando a ore, perdono gli appalti che vanno alle società che si muovono al ribasso. E in questo modo ci guadagnano solo gli hotel a danno delle lavoratrici.</p>



<p><strong>La questione del pagamento a cottimo era già emersa nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a></strong> <strong>del 2020. È ancora così quindi?</strong></p>



<p>Sì, sono pagate a camera, di fatto è un lavoro a cottimo integrale legalizzato che viene adottato in quasi tutti gli alberghi: magari stanno in hotel otto ore e vengono pagate solo per le camere che puliscono, quindi non per tutte le ore di presenza. Tra l’altro sono quasi tutte assunte part-time, e la paga base su un part-time è uno stipendio ancora più misero.</p>



<p><strong>A questo proposito, nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a> </strong><strong>alcune lavoratrici ci hanno raccontato di avere tempistiche molto strette per pulire le stanze e che se non riescono a stare nei limiti non vengono pagate. Ma il punto, ci dicevano, è che spesso è materialmente impossibile stare nei tempi&#8230;</strong></p>



<p>Esatto. Ultimamente poi gli hotel, con la scusa dell&#8217;ecologia, hanno inserito anche le cosiddette &#8216;camere green&#8217;, per cui il cliente può chiedere che la camera non venga pulita e può rifiutare il servizio anche dopo il terzo giorno. Quando però va via, magari dopo una settimana, quella camera deve essere pulita in venti minuti, mezz’ora. Ma è evidente che è impossibile.</p>



<p><strong>Avete provato a contattare direttamente i committenti degli appalti, ossia gli hotel?</strong></p>



<p>Con noi non parlano, li mettiamo in copia nelle comunicazioni ma non rispondono mai, mentre le aziende che assumono le lavoratrici dicono che la colpa è del committente. Si rimbalzano la responsabilità.</p>



<p><strong>Tornando alle condizioni di lavoro, oltre alla velocità </strong><strong>con cui devono pulire le camere,</strong><strong> quali altre problematiche denunciate?</strong></p>



<p>I carichi di lavoro molto pesanti che devono sopportare. Dopo il Covid gli hotel hanno tagliato tutti i costi che hanno ritenuto inutili, per esempio il lavoro di supporto ai piani svolto dai facchini: prima aiutavano le lavoratrici a portare i carrelli carichi di materiale, a spogliare le camere, aprire o chiudere i divani-letto, ribaltare i materassi, tutti lavori fisicamente faticosi. Adesso invece i facchini si limitano a portare in camera le valigie del cliente.</p>



<p><strong>L’aumento dei carichi di lavoro sta avendo conseguenze sulla salute delle lavoratrici?</strong></p>



<p>Stanno aumentando gli infortuni e le malattie. Lavoratrici che a trentacinque, quarant’anni iniziano ad avere dolori fisici, ernie, a non riuscire a muoversi.</p>



<p><strong>Dunque la situazione è sensibilmente peggiorata.</strong></p>



<p>Prima avevano un aiuto maggiore, ma non solo. C’era anche una maggiore sicurezza per le lavoratrici per quanto riguarda l’interazione con i clienti, essendo presente un addetto della sicurezza ai piani. Ci sono stati anche tentativi di violenza, per dire.</p>



<p><strong>Mentre ora cos’è cambiato?</strong></p>



<p>Hanno tolto anche quello. Quindi se una volta episodi di quel tipo erano ridotti perché c&#8217;era un servizio ai piani che controllava, ora i rischi sono maggiori.</p>



<p><strong>Avete trovato una soluzione per sopperire a questa mancanza?</strong></p>



<p>Sì, ora sono le lavoratrici che si organizzano. Nei grandi alberghi in cui siamo presenti come rappresentanza sindacale, abbiamo ottenuto che le lavoratrici non possano più entrare da sole nelle camere quando è presente il cliente.</p>



<p><strong>Quindi: salari bassi, poche tutele, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute. Nel frattempo gli hotel, con le Olimpiadi a Milano, hanno prezzi alle stelle&#8230;</strong></p>



<p>I prezzi sono triplicati, una camera che costava duecento euro adesso ne costa quattrocento-seicento. Ma anche i carichi e i ritmi di lavoro sono aumentati ulteriormente, devono fare tutto ancor più velocemente e perfettamente.</p>



<p><strong>Visto il picco di attività di questo periodo, per le lavoratrici è previsto un riconoscimento economico?</strong></p>



<p>No, non è stato riconosciuto nulla né dalle società né dagli hotel, assolutamente niente. Tra l’altro è stato detto loro che in questo periodo nessuno può chiedere permessi; io sono riuscita ad avere dei permessi sindacali per quattro lavoratrici, gli altri me li hanno rifiutati. Nessuno si può assentare.</p>



<p><strong>Anche perché di fatto sono sotto ricatto, considerati i contratti con cui sono assunte.</strong></p>



<p>Esatto, se si assentano poi gliela fanno pagare, e con il contratto a chiamata magari poi non le chiamano più.</p>



<p><strong>Quali sono i prossimi passi che avete in programma?</strong></p>



<p>Sicuramente se ci saranno da fare azioni sindacali negli hotel siamo pronti a farle, ma finché non saranno finite le Olimpiadi, con la scusa della zona rossa non ci sarà permesso di andare sotto Federalberghi. Quindi per la parte istituzionale dobbiamo aspettare che sia finito tutto per poter riprendere questa lotta.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 15:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hpoint-hogroup]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
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					<description><![CDATA[La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Giovanna Cracco e Alessandro Rettori</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online il 9 aprile 2025)</em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milioni di debiti e procedure fallimentari aperte: qui ci eravamo lasciati nell’ultima puntata della nostra inchiesta sulle società di hotel outsourcing facenti capo ad HPoint scarl – Ho Group, BMA Team, AMB Group e MBA Jobs – degli ex proprietari Attardo, Borriello e Monteleone. <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bilanci a dir poco ‘curiosi’, come abbiamo analizzato in merito a Ho Group</a>, la società fulcro, e una gestione societaria che negli anni ha scaricato sullo Stato debiti IVA e Irpef/Inps dipendenti, che uniti al mancato pagamento di retribuzioni e TFR hanno portato al fallimento per BMA Team a febbraio 2021, e alla liquidazione coatta amministrativa – iter coordinato dal Ministero dello Sviluppo Economico – per Ho Group, AMB Group e MBA Jobs rispettivamente a marzo, giugno e settembre 2021; stessa sorte per la consortile HPoint a marzo 2022. Dunque, nessuna impresa si è salvata.</p>



<p>Come abbiamo ricostruito nell’inchiesta, pochi mesi prima dell’apertura delle procedure fallimentari, il 24 luglio 2020, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A, B e M vendono il gruppo HPoint a tre (presunti) prestanome</a> – due signore straniere ultrasettantenni (Djambasova e Debout) e il signor Anceschi, un uomo di quasi novant’anni. Nello stesso periodo – e dopo una comunicazione di affitto di ramo d’azienda, inviata il 30 luglio da Borriello a clienti e fornitori, <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">categoricamente smentita dalla stessa impresa coinvolta</a> – tutti i contratti di appalto in essere con <a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli hotel vengono ceduti a due società che non hanno alcun legame con i nuovi proprietari Anceschi&amp;C</a>; contestualmente, Attardo e Borriello continuano a lavorare con gli alberghi in nome di queste due aziende, in ruoli che appaiono confusi, a metà strada, diciamo così, tra l’essere rispettivamente direttore operativo e commerciale e il curare unicamente il passaggio di consegne. Quindi, ricapitolando, da una parte abbiamo la vendita della galassia HPoint a ultrasettantenni e dall’altra la cessione a due imprese degli appalti con gli hotel, con A e B che ne curano ancora i dettagli operativi e commerciali. Gli ultrasettantenni dunque, che noi identifichiamo come (presunti!) prestanome, si ritrovano per le mani cinque aziende sommerse da milioni di debiti pregressi e senza più appalti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La versione di Attardo e Borriello</h4>



<p>A gennaio scorso siamo riusciti a contattare Attardo e Borriello – non abbiamo raggiunto Monteleone, che non ha mai risposto alle nostre chiamate – domandando spiegazioni sull’intera vicenda.</p>



<p>Come prima cosa entrambi hanno negato di essere spariti davanti ai dipendenti e ai sindacati – anche se nel 2020 tutte le fonti ci hanno detto il contrario, come riportato nei precedenti articoli – e hanno dichiarato di aver sempre pagato le retribuzioni: “Tutti i dipendenti a luglio 2020 sono stati pagati, compresa la parte contributiva” ha affermato Borriello, per poi puntualizzare: “Fatta eccezione le persone per le quali nei 15 giorni della cessione probabilmente qualcosa è sfuggito”.</p>



<p>In seconda battuta, entrambi negano che Anceschi&amp;C fossero dei prestanome. “Degli advisor ci hanno proposto di vendere le società” afferma Borriello, “abbiamo venduto a persone che hanno presentato un piano industriale, che era interessante per la continuità”. Quale piano industriale potessero avere due over 70 e un over 80, con cinque società di hotel outsourcing prive di appalti con gli hotel (!), non è dato sapere. Quel che si sa, è che dopo pochi mesi, a partire da febbraio 2021, tutte le società sono andate in fallimento o liquidazione coatta amministrativa. “Quel che è successo dopo la vendita non ci riguarda”, chiosa Borriello; “Dopo aver venduto non ho più seguito la faccenda, e ciò che hanno fatto dopo la vendita non lo so” ribadisce Attardo. Eppure, tra settembre e dicembre 2020 entrambi lavoravano ancora negli appalti degli hotel: ignari di tutto?</p>



<p>Di certo, come ci aveva spiegato <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’avvocato fallimentare da noi contattato</a>, la responsabilità è di chi commette le azioni, indipendentemente dal fatto che le società falliscano in capo ad altri soggetti – ossia Anceschi&amp;C. E qualche responsabilità ha iniziato a bussare alle porte di Attardo e Borriello. “Ci sono situazioni che sono quasi in fase di chiusura, dove siamo stati condannati e abbiamo pagato” dichiara Attardo. Si tratta di BMA, la società fallita presso il tribunale di Milano – una società minore, con un fatturato sotto il milione di euro – che prima della vendita agli over 70 apparteneva al 100% a Borriello, con Attardo nel ruolo di amministratore unico. “Abbiamo trovato un accordo di natura economica con il tribunale e il curatore fallimentare”, ribadisce Attardo. Anche Borriello conferma – “Sto pagando per BMA” – e dichiara di essere all’oscuro delle procedure di liquidazione coatta amministrativa aperte per le altre quattro società: “Sto pagando l’avvocato per delle cause aperte da dipendenti, ma di LCA non sono a conoscenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tra vecchie società&#8230;</h4>



<p>A inizio 2022, dunque, le uniche società di cui Attardo, Borriello e Monteleone risultano ancora comproprietari sono Semplice Service srl e Zeus System srl. La prima è un’impresa di noleggio e lavanderia di biancheria per hotel, messa in liquidazione volontaria a marzo 2022; la seconda, Zeus System, è una società di consulenza informatica che, negli anni di attività del consorzio HPoint, forniva al gruppo un software di gestione. Oggi è ancora attiva “ma non è operativa, la teniamo nel caso ci fosse una richiesta di mercato” afferma Borriello, “anche se in realtà il software è bloccato dal punto di vista di release e quindi non serve più a niente”. Altre società riconducibili congiuntamente ad A, B e M non ci sono. Quantomeno entro confine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">… e corrispondenze all’estero</h4>



<p>Puerto del Rosario, calle Alcalde Alonso Patallo, civico 1. In una via a trecento metri dal mare, nel capoluogo di Fuerteventura, la seconda isola delle Canarie, si trova la sede di Checking Room Solutions Sociedad Limitada, un’azienda di consulenza informatica che offre, alle imprese che lavorano nel mondo alberghiero, un applicativo di interfaccia con gli hotel e per la rendicontazione dell’attività del personale. Fondata nel luglio 2015, l’azienda basava la propria attività su un accordo commerciale con RoomChecking, impresa francese proprietaria del software. Come ci ha confermato Jonathan Weizman, attuale CEO di RoomChecking, per gli anni 2016-2018 le due società hanno sottoscritto un contratto di distribuzione in esclusiva per il mercato di Spagna, Italia e Dubai, con “alcuni clienti italiani gestiti da HPoint, un’azienda specializzata in pulizie”. La <em>nostra</em> HPoint.</p>



<p>Socio e amministratore unico di Checking Room Solutions è infatti Marc Antoine Castellano, cognato di Monteleone, e dal 1° marzo 2016 Attardo e Borriello figurano nell’impresa spagnola in qualità di “apoderado solidario”, ruolo che riconosce a entrambi una delega alla firma per operare in nome e per conto della società, pur non essendone soci o amministratori. “Tra Checking Room e HPoint c’era un accordo di rappresentanza esclusivo per l’Italia” spiega Borriello, “e personalmente mi occupavo della parte commerciale, di proporre il software agli hotel con cui avevamo contratti di appalto. Checking Room fatturava a HPoint un canone mensile e HPoint fatturava a sua volta un’attività di servizio all’hotel, tant’è che nelle fatture figurava la voce Checking Room”. Attardo conferma che si occupava dello sviluppo del programma, seguendo la parte tecnica. “Avevamo pensato di collaborare su un software che mancava alle loro imprese in Italia”, ci ha ribadito Castellano, “e abbiamo fatto un accordo lavorativo temporaneo, circa un paio d’anni, perché poi la cosa non ha funzionato”. Al Registro delle Imprese spagnolo, a novembre 2024 Attardo e Borriello risultano ancora ricoprire quel ruolo, anche se tutti, Attardo, Borriello e Castellano, ci hanno detto che la collaborazione si è conclusa da anni.</p>



<p>Tra il 2015 e il 2017 A, B e M si recano di persona alle Canarie, non è chiaro quante volte ma almeno due. “La prima è stata poco dopo la costituzione della società, quando ci è stato presentato il progetto, non ricordo se nel 2016 o a cavallo tra 2015 e 2016”, racconta Borriello, “abbiamo fatto la formazione per conoscere il software e siglato una sorta di pre-accordo, poi finalizzato per via telematica. La seconda è stata dopo circa otto mesi, nell’anno successivo, per un aggiornamento su alcuni nuovi sistemi che erano stati implementati”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Viaggio a quattro?</h4>



<p>Più fonti ci hanno riferito che in quello stesso periodo, probabilmente nel 2017, Saverio Colaianni – all’epoca socio dei tre in Hotel Plus, un’altra società che operava nel settore – ha accompagnato A, B e M alle Canarie. “È stata una delle prime volte”, conferma Borriello, “abbiamo fatto anche un consiglio di amministrazione di Hotel Plus perché decidemmo le strategie. Ricordo questo particolare, che siamo andati per fare questo accordo commerciale, e in quell’occasione c’è stato un incontro di presentazione del software di Checking Room. Poi qualcuno li chiama CdA, qualcun altro li chiama quattro soci che si mettono a parlare di un progetto, chiamiamoli incontri tecnico-pratici per cambiare le strategie di mercato. Colaianni continuava a fare il procacciatore di affari indipendente per noi e per altre società nel mondo del cleaning di Milano, era un manager che godeva della nostra fiducia. Gli abbiamo detto: «Questo è il modello che vogliamo portare in Italia, se ce lo proponi in tutti gli alberghi che conosci prendi la provvigione»”.</p>



<p>Le nostre fonti, però, ci hanno riferito che lo scopo del viaggio era quello di saldare un debito che A, B e M avevano nei confronti di Colaianni, per l’attività svolta da quest’ultimo in Hotel Plus. “Assolutamente no” dichiarano sia Borriello che Attardo, e anche Castellano afferma di sapere nulla di trasferimenti di contanti tra Milano e le Canarie. “Secondo lei devo andare alle Canarie per dare contanti in nero?” aggiunge Borriello, “li potrei dare anche a Quarto Oggiaro se li avessi, se vuole le dico anche come si fa a darli con la carta di credito. Ma non l’ho fatto”. Colaianni ha però intentato una causa contro gli ex soci, proprio per del denaro che riteneva gli fosse ancora dovuto: “C’è stata una causa perché lui ci ha chiesto dei soldi, sì, ma otto mesi dopo il nostro viaggio. Motivo per cui abbiamo smesso di collaborare”, dice Borriello, “e in ogni caso poi abbiamo trovato un accordo”. Abbiamo ovviamente cercato, più volte, di contattare anche Colaianni, che si è sempre rifiutato di rispondere; giusto a febbraio 2025 ci ha rilasciato un breve commento: “Vi dico solo che non sono mai stato alle Canarie”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quale versione?</h4>



<p>Mentre le procedure fallimentari seguono il loro (lento) corso, relazionandosi con i (presunti) prestanome ultrasettantenni, e Attardo, Borriello e Monteleone proseguono nel proprio, solo il futuro e i liquidatori delle società ci diranno se le due strade si intersecheranno, se i tre ex soci saranno coinvolti nelle pratiche che devono dipanare la matassa di milioni di debiti, e se saranno chiamati a rispondere di qualche scelta aziendale. Per ora possiamo solo continuare a seguire i fili di un’inchiesta aperta a novembre 2020, con la manifestazione di lavoratrici che da un giorno all’altro si sono trovate travolte da cessioni aziendali, cambi appalto, senza lavoro e senza sapere nemmeno a quale porta andare a bussare. E porci, inevitabilmente, una domanda: Borriello o Colaianni, quale delle due versioni corrisponde al vero? Quello che sappiamo, è che Borriello non è il solo ad averci riferito di un viaggio di Colaianni alle Canarie; quello che non capiamo, è perché Colaianni lo neghi. Che senso ha negare un viaggio d’affari durante il quale si è solo parlato di software e di strategie di mercato?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Gli aggiornamenti dell&#8217;inchiesta</h4>



<p><em>25 novembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, hotel Gallia: chi c&#8217;è dietro gli appalti?</a></em></p>



<p><em>30 dicembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/non-si-puo-cambiare-appalto-ogni-quattro-mesi-hotel-gallia-e-ho-group-keep-up-il-lavoro-ai-tempi-delloutsourcing/" data-type="post" data-id="7559" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Gallia toglie l&#8217;appalto a X*</a></em></p>



<p><em>28 gennaio 2021:</em> <em><a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">HPoint/X*/Venus: coop, appalti, debiti, prestanome. Come sparisco senza sparire</a></em></p>



<p><em>13 marzo 2021: <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-sempre-piu-difficile-avere-i-soldi-si-sommano-le-cause-dei-lavoratori/" data-type="post" data-id="4649" target="_blank">Galassia HPoint. Sempre più difficile avere i soldi: si sommano le cause dei lavoratori</a></em></p>



<p><em>27 luglio 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Venus: &#8220;Non c&#8217;è stato affitto di ramo d&#8217;azienda&#8221;</a></em></p>



<p><em>5 agosto 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Galassia HPoint: come fallisco senza fallire</a></em></p>



<p><em>9 aprile 2025: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/" data-type="post" data-id="8687" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>EuroItalia: Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 13:49:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8365</guid>

					<description><![CDATA[Dopo la nostra inchiesta di luglio salta l'appalto alle coop]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo la <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta di luglio</a> salta l&#8217;appalto alle coop</p>
</blockquote>



<p>Salario al ribasso, ore di lavoro e malattia non pagate, rischi per la sicurezza: <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">a luglio siamo entrati in quella che, per anni, è stata la realtà quotidiana delle circa 150 lavoratrici che operano nello stabilimento di Cosmeta srl</a>, azienda chimica conto terzi di San Giuliano Milanese che da oltre vent’anni cura le fasi di produzione, riempimento e confezionamento dei profumi di EuroItalia, colosso italiano della cosmetica.</p>



<p>Assunte con il CCNL multiservizi-pulizia da un consorzio di cooperative – Lander di Cecchin, Conter di Sozzi, Rexi e Perfumes Service dell’accoppiata Rubino-Lascari – nel corso degli anni la maggior parte delle lavoratrici ha dovuto fare i conti con ripetuti licenziamenti e trasferimenti forzati in nuove società controllate dagli stessi soggetti, condizionati alla firma di accordi tombali per la rinuncia a eventuali crediti insoddisfatti. Come abbiamo dettagliato <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nell’inchiesta</a>, infatti, Lander e Conter – una cinquantina di lavoratrici in totale – hanno mantenuto una continuità nel tempo, mentre Rexi e Perfumes Service di Rubino-Lascari sono solo le ultime di una serie di coop periodicamente messe in liquidazione – volontaria o coatta –, sommerse da debiti tributari e contributivi. E si preparavano, forse, a cambiare nuovamente pelle: da poco, in stabilimento, era comparsa Rexi Due srl, una nuova società riconducibile alle medesime persone – l’amministratrice Roberta Lacchini è moglie del fratello di Lascari – con una decina di nuove dipendenti.</p>



<p>Una situazione sempre più insostenibile, che negli ultimi due anni aveva portato un gruppo di otto lavoratrici a iscriversi a Si Cobas e aprire una serie di stati di agitazione e sciopero, per rivendicare l’assunzione con il contratto chimico-farmaceutico corrispondente alla mansione svolta, la fine delle mancanze retributive e il rispetto delle norme sulla sicurezza. Una lotta che da luglio ha visto decuplicare il numero delle lavoratrici sindacalizzate, toccando quota ottanta, e che ha portato, oggi, a una svolta. “Finalmente Cosmeta ha preso la decisione di interrompere il contratto commerciale con le cooperative”, racconta Luca Esestime di Si Cobas, “e il 3 ottobre ha comunicato al consorzio la disdetta dell’appalto”. Al suo posto, spiega, Cosmeta ha scelto di rivolgersi a CLO-Cooperativa Lavoratori Ortomercato, una società di servizi logistici nata 87 anni fa, che conta 2.000 lavoratori, oltre 100 milioni di fatturato e nulla ha a che fare con i vecchi referenti delle coop. “Per le lavoratrici questa è una buona notizia, viste tutte le problematiche con cui dovevano fare i conti”, continua Esestime, “però si è presentata una questione ancora più grave.”</p>



<p><strong>Quale?</strong></p>



<p>Cosmeta ha pagato la fattura emessa dal consorzio delle coop per il mese appena concluso (settembre, <em>n.d.r.</em>) e un attimo dopo ha interrotto l’appalto, senza alcun preavviso. Per questo motivo il consorzio sostiene di aver subìto un danno e chiede che venga raggiunto un accordo con Cosmeta, altrimenti non paga le spettanze alle dipendenti. Che infatti non hanno ricevuto lo stipendio di settembre.</p>



<p><strong>Come hanno reagito le lavoratrici?</strong></p>



<p>Dal 10 ottobre hanno indetto un’assemblea permanente in stabilimento.</p>



<p><strong>Si trovano tutte nella stessa situazione?</strong></p>



<p>No. Due società hanno pagato interamente gli stipendi, le due più piccole, con una decina di dipendenti ciascuna: la nuova coop, Rexi Due, e Lander di Mauro Cecchin, figlio di uno dei soci di Cosmeta. Dice di aver preso i soldi da un fondo che era a disposizione, anche se le lavoratrici di Lander non ne hanno mai avuto contezza, pur essendo socie e ricevendo il bilancio d’esercizio ogni anno. Conter di Sozzi, l’altra cooperativa storica in Cosmeta, ha versato invece un acconto di circa 500 euro, quindi metà stipendio, ma non sappiamo dove li abbia presi. Rexi e Perfumes Service non hanno pagato un euro. Comunque anche le lavoratrici che hanno ricevuto i soldi, in tutto o in parte, sono in assemblea.</p>



<p><strong>Dal 10 ottobre quindi è tutto fermo.</strong></p>



<p>Le lavoratrici sono ferme ma a disposizione, l’unica cosa che chiedono per riprendere l&#8217;attività lavorativa è il pagamento della mensilità di settembre, a prescindere dal cambio appalto.</p>



<p><strong>È infatti pronta a subentrare una nuova società, CLO-Cooperativa Lavoratori Ortomercato. Che posizione ha preso sulla questione?</strong></p>



<p>CLO ha detto di voler assumere tutte le lavoratrici già nel corso del mese di ottobre, pagando anche lo stipendio di settembre non corrisposto dal consorzio. Ci domandiamo però come faccia una società che non è mai stata datrice di lavoro a pagare gli stipendi in surroga: dovrebbe farlo Cosmeta, che in quanto committente è responsabile in solido del contratto d’appalto. Le lavoratrici, per legge, hanno il diritto di chiedere il pagamento degli stipendi in surroga alla committente.</p>



<p><strong>Cosmeta cosa dice?</strong></p>



<p>Abbiamo provato a contattarla ma non ha risposto. Abbiamo avuto solo un colloquio informale con uno dei referenti – non con la proprietà – il quale ci ha detto che Cosmeta ha pagato la commessa di settembre, e deve quindi essere il consorzio a pagare gli stipendi. Tecnicamente ha ragione, però abbiamo fatto notare che sono stati quantomeno imprudenti, avrebbero dovuto accertarsi che venissero pagati gli stipendi prima di dare disdetta. A ogni modo, il 21 ottobre abbiamo avuto un incontro con CLO e il consorzio e la situazione, per lo stipendio di settembre, dovrebbe essersi risolta.</p>



<p><strong>Avete raggiunto un accordo?</strong></p>



<p>Sì. Le cooperative licenziano il personale alla data del 24 ottobre, CLO assume alle stesse condizioni tutte le lavoratrici dal 25 ottobre e si impegna a pagare gli stipendi di settembre. Resta una situazione un po&#8217; strana, ma a questo punto la cosa importante è che le lavoratrici incassino la mensilità di settembre. Restano però aperte altre due questioni.</p>



<p><strong>Quali?</strong></p>



<p>Prima di tutto il versamento dello stipendio di ottobre, per i giorni che vanno dall’1 al 24 – comprese quindi le giornate di assemblea permanente, dal 10 al 24 –, poi delle ultime spettanze e del TFR. Chi li paga alle lavoratrici? Per questo abbiamo chiesto nuovamente un incontro a EuroItalia e Cosmeta, e quest’ultima stavolta ci ha risposto: abbiamo appuntamento il 31 ottobre.</p>



<p><strong>Quando lo <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">abbiamo sentito a luglio</a>, De Bernardi – socio di Cosmeta – è rimasto sorpreso della situazione problematica in cui versavano da anni le coop di Rubino-Lascari, si è dichiarato ignaro di tutto e ci ha assicurato che, in ogni caso, alle lavoratrici sarebbe stato corrisposto tutto quanto dovuto. Anche se il cambio appalto e questa situazione non si erano ancora verificati&#8230;</strong></p>



<p>Lo ha ripetuto anche davanti alle lavoratrici delegate sindacali. Vediamo cosa ci dirà il 31.</p>



<p><strong>EuroItalia invece vi ha mai risposto?</strong></p>



<p>Mai.</p>



<p><strong>La seconda questione?</strong></p>



<p>Abbiamo chiesto a CLO l’applicazione del CCNL chimico in sostituzione del multiservizi-pulizia: come rivendichiamo da anni, le lavoratrici operano nel comparto chimico e devono essere inquadrate con il corretto contratto collettivo.</p>



<p><strong>L’ingresso di CLO sembra comunque un miglioramento per le lavoratrici, visto che è una realtà ben più solida delle cooperative che hanno operato con Cosmeta fino a oggi. Dal 2023, tra l’altro, la stessa EuroItalia di Sgariboldi, socio di maggioranza di Cosmeta, figura tra i suoi clienti.</strong></p>



<p>CLO è sicuramente una società strutturata, esiste da quasi novant’anni anni e ha parecchi appalti, tra cui l’Ortomercato di Milano. E probabilmente è stata coinvolta da EuroItalia, dato che già si conoscevano. Non abbiamo problemi per quanto riguarda il cambio appalto, anche perché, per esempio, ci hanno già fatto sapere che la malattia sarà pagata dal primo giorno, quindi quel problema dovrebbe essere risolto, e non chiedono che le lavoratrici diventino anche socie, verranno assunte come dipendenti. Per cui l&#8217;accogliamo a braccia aperte. Vediamo ora cosa risponde sul contratto del chimico&#8230;<br><br></p>



<p><em>La società Cosmeta srl non ha</em><em> risposto alla nostra richiesta di contatto.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>EuroItalia: il lusso in appalto</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7805</guid>

					<description><![CDATA[Da una parte 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile e dall’altra cooperative che sommano debiti tributari e contributivi e lavoratrici che fanno continuamente i conti con bassi salari, mancanze retributive e accordi tombali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" data-type="post" data-id="7824" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio &#8211; settembre 2024)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online il 9 luglio 2024)</em></li>



<li><strong>aggiornamento del 25 ottobre 2024: </strong><a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/" data-type="post" data-id="8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Da una parte 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile e dall’altra cooperative che sommano debiti tributari e contributivi e lavoratrici che fanno continuamente i conti con bassi salari, mancanze retributive e accordi tombali</em></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“EuroItalia condivide con Brunello Cucinelli l’attenzione all’eccellenza, alla qualità, al dettaglio, all’innovazione, alla creatività”. Giovanni Sgariboldi è il proprietario di EuroItalia srl, colosso italiano della cosmetica specializzato nell’ideazione, produzione e distribuzione di profumi per brand di lusso, sia in licenza che di proprietà. A marzo 2023 è al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, a presentare le nuove fragranze del ‘re del cashmere’: “La conoscenza del mercato e dell’alta tecnologia utilizzata nel nostro settore specifico,” continua, “ci hanno permesso di trasferire la moda e il design di Brunello Cucinelli in queste creazioni olfattive di lusso” (1).</p>



<p>EuroItalia conta circa settanta dipendenti, ma il grosso della manodopera che rende possibile la commercializzazione di queste <em>creazioni olfattive di lusso</em> sta altrove. La produzione e le fasi di riempimento e confezionamento dei suoi profumi sono affidate da oltre vent’anni a Cosmeta srl, azienda chimica conto terzi di San Giuliano Milanese con una trentina di dipendenti a carico, che a sua volta esternalizza tramite appalto il servizio di riempimento e confezionamento a quattro cooperative, che sommano circa 150 lavoratrici assunte con contratto multiservizi-pulizia. Da queste parti, del lusso, non c’è neanche il sentore: contratto collettivo non corrispondente al comparto produttivo, salario al ribasso, ore di lavoro e malattia non pagate, rischi per la sicurezza. Non solo. Come vedremo, l’esternalizzazione è il modus operandi di Cosmeta fin dalla nascita, con cooperative che aprono e chiudono sommerse da debiti tributari e contributivi, trasferendo forzatamente le lavoratrici da una società all’altra previa la sottoscrizione di ‘accordi’ tombali per la rinuncia a eventuali crediti insoddisfatti; un’instabilità costante che Giancarlo De Bernardi, consigliere delegato di Cosmeta da noi contattato, dichiara di ignorare. Un sistema che garantisce alla committente Cosmeta un costo al ribasso per la manodopera, a cui non può dirsi estraneo il signor Sgariboldi: non solo perché, grazie a questo sistema, Cosmeta può vendere il proprio servizio a EuroItalia a prezzi inferiori, ma anche perché dal 2018 Sgariboldi stesso è socio di maggioranza di Cosmeta. Di fatto, dunque, appaltando alle cooperative, Sgariboldi acquista da se stesso a tariffe competitive.</p>



<p>Brunello Cucinelli, Versace, Michael Kors, Moschino, Missoni, Dsquared2. Qui nascono le fragranze delle griffe che arricchiscono il portafoglio licenze dell’azienda brianzola, a cui si aggiungono i brand di proprietà I Coloniali, Atkinsons e Reporter (2). Andiamo alla scoperta della loro essenza. Benvenuti in EuroItalia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aroma di ricchezza</h4>



<p>Giovanni Sgariboldi fonda EuroItalia nel 1978. L’azienda cosmetica – che ha la sede principale a Cavenago di Brianza, oltre a una secondaria nel Regno Unito – nel corso degli oltre quarant’anni di storia ha conquistato una posizione di spicco sul mercato internazionale del settore, con un export che oggi raggiunge 140 Paesi e il 97% del fatturato. La distribuzione dei profumi avviene, per l’estero, anche tramite le controllate EuroItalia Suisse – registrata nel 2018 – ed EuroItalia USA – nata nel 2020 –, oltre a EuroItalia Trading Shanghai, costituita nel 2023 per la vendita sulle piattaforme on-line cinesi.</p>



<p>In continua espansione, l’impresa brianzola ha concluso il 2022 – come si evince dall’ultimo bilancio depositato al momento della stesura dell’articolo – con un fatturato di 557 milioni di euro, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente, e 106 milioni di utile netto. Stiamo parlando di un vero e proprio colosso, con margini di profitto costanti che di anno in anno vengono portati a capitale, fino a registrare un patrimonio netto di 590 milioni; un’azienda che non ha problemi di liquidità, che ha chiuso il 2022 con quasi 497 milioni depositati in banca – e non si tratta di un’eccezione, visto che a fine 2021 sui conti bancari vi erano 494 milioni. Un’impresa estremamente solida, quindi, e particolarmente redditizia per il socio unico Sgariboldi, che nel 2022 si è staccato un dividendo da 50 milioni di euro.</p>



<p>Un tale margine operativo è certamente dovuto al settore in cui opera EuroItalia, agli elevati prezzi di vendita che il mercato dei brand di lusso è in grado di registrare, ma anche, inevitabilmente, alla ricerca del contenimento dei costi di produzione tipica di ogni azienda. Un obiettivo raggiunto anche grazie alla ventennale sinergia con Cosmeta e al sistema di appalto a cooperative di cui quest’ultima si avvale, e di cui vedremo i dettagli. Sinergia che è diventata ancora più stretta a partire da novembre 2017, quando la società inglese Margo &amp; Hibert limited – che dal 2002 controllava il 75% di Cosmeta – passa nelle mani di Sgariboldi, il quale a settembre 2018 ne rileva personalmente le quote diventando proprietario del 75% di Cosmeta.</p>



<p>E l’impronta di Sgariboldi si vede. Come EuroItalia, anche Cosmeta è un’impresa particolarmente solida e redditizia, costantemente in attivo, anche se l’ultimo bilancio presenta un’importante flessione del profitto: negli anni 2021, 2022 e 2023 ha registrato utili – portati, anche qui, a capitale – rispettivamente di 755 mila, 705 mila e 120 mila euro, su un fatturato che ha oscillato tra i 9 e i 10 milioni, registrando a fine 2023 un patrimonio netto di quasi 3,5 milioni.</p>



<p>Lavorando conto terzi, a fronte di un ricavo determinato quasi interamente dal contratto con EuroItalia – che costituisce, per il 2023, il 99% del fatturato – un’azienda come Cosmeta ha un’attenzione costante all’abbassamento dei costi per potersi garantire un margine di profitto. Ma se quello di impianti e macchinari è difficilmente riducibile, rimane una via vecchia come il capitalismo per ovviare al problema: intervenire sul costo dei lavoratori. Un consorzio di cooperative può essere la soluzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cosmeta &amp; coop</h4>



<p>Cosmeta nasce nel 1994 per mano di Lorenzo Pio Cecchin e Giancarlo De Bernardi. Fin dagli esordi concentra la propria attività su produzione, riempimento e confezionamento di profumi conto terzi per Euroitalia: la fase di produzione è sempre stata, ed è tuttora, gestita internamente, riempimento e confezionamento sono state esternalizzate. Risalire nel dettaglio di due decenni di esternalizzazione non è semplice, alcuni dati si perdono nel tempo e si fatica a recuperarli. Ma un po’ di informazioni siamo riusciti a metterle in fila e ciò che le lega è, come anticipato, lo schema coop-debiti-liquidazione-nuova coop, oltre a una rete di nomi che si tengono fra loro. Sul lato cooperative ne abbiamo ben nove, di cui quattro attualmente in attività: Linea Due (anni 1996-1998), Conter (2004-oggi), 3B Service (2008-2011), Trebi Service (2011-2013), C &amp; G (2013-2018), Production Line (2018-2020), Rexi (2019-oggi), Perfumes Service (2019-oggi) e Lander (2019-oggi). Mentre i nominativi ricorrenti – la maggior parte collegati da parentela – sono Gaetanino Sozzi, Paolo Lascari e la figlia Caterina, le sorelle Margherita e Teresa Rubino – quest’ultima ex moglie di Paolo Lascari e madre di Caterina Lascari – e infine Mauro Cecchin, figlio di Lorenzo Pio socio di Cosmeta. Proviamo ad andare con ordine, tenendo sott’occhio la mappa.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="707" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa.jpg" alt="" class="wp-image-7808" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa.jpg 1000w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-300x212.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-768x543.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-600x424.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-120x86.jpg 120w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-750x530.jpg 750w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copyright Paginauno. Fonte: Registro imprese. Legenda. pCdA: presidente Consiglio di Amministrazione; cons: consigliere; liq: liquidatore.</figcaption></figure>
</div>


<p>Nei primi tempi Cosmeta gestisce la fase di riempimento con una decina di addette alle sue dirette dipendenze, mentre si appoggia a una coop – Linea Due, di Luigia Mariani – per il reparto confezionamento e come supporto al riempimento. Creata nel 1996, Linea Due viene messa in liquidazione a fine 1998.</p>



<p>Tra il 1999 e il 2004 non siamo riusciti a trovare dati. Nel 2004 compare la cooperativa Conter, con presidente del Consiglio di Amministrazione (CdA) Gaetanino Sozzi, già consigliere in Linea Due e braccio destro della signora Mariani, che come la precedente coop si occupa della fase di confezionamento, iniziando una lunga collaborazione in corso ancora oggi. Al di fuori delle poche dipendenti dirette, assunte con contratto collettivo chimico-farmaceutico, le lavoratrici delle coop, pur svolgendo la medesima mansione, sono assunte dalle cooperative con il multiservizi-pulizia, peggiorativo a livello economico.</p>



<p>Nel 2008 arriva in stabilimento 3B Service, con amministratore unico Paolo Lascari e Margherita Rubino nel Consiglio di Amministrazione: mentre il confezionamento rimane appannaggio di Conter e il riempimento resta sotto Cosmeta, 3B Service assume il ruolo di ‘jolly’ e le sue lavoratrici vengono distribuite tra i due reparti, a seconda della necessità. Dopo soli tre anni viene sostituita da una nuova cooperativa – Trebi Service, un curioso caso di assonanza – e nel 2013 viene messa in liquidazione.</p>



<p>Trebi Service nasce dunque nel 2011, con amministratrice unica la stessa Margherita Rubino, e assorbe le lavoratrici di 3B Service: tempo due anni e per ragioni di bilancio – vedremo i dettagli dei debiti tributari e contributivi accumulati nel periodo di attività – anche questa cooperativa lascia il posto a quella seguente.</p>



<p>A novembre 2013 il ruolo ‘jolly’ passa infatti a C &amp; G, con amministratrice unica Teresa Rubino, sorella di Margherita, che eredita da Trebi anche le lavoratrici. Passano meno di cinque anni e nel 2018 anche C &amp; G viene chiusa e messa in liquidazione volontaria – con liquidatrice Margherita – e sostituita da Production Line, che vede tra i membri del CdA Teresa Rubino e la figlia Caterina Lascari.</p>



<p>Come abbiamo visto, il 2018 non è però soltanto l’anno in cui decine di lavoratrici si trovano a dover fare i conti con l’ennesimo licenziamento e passaggio in una nuova coop. È una data rilevante anche per Cosmeta, che cementa ulteriormente il rapporto con EuroItalia: in meno di un anno, tra novembre 2017 e settembre 2018, Sgariboldi diventa proprietario prima della controllante Margo &amp; Hibert e poi direttamente del 75% di Cosmeta – con il restante 25% suddiviso tra i due soci fondatori. Appena qualche mese dopo l’ingresso di Sgariboldi nella società anglosassone, lo schema di appalto alle cooperative assume una configurazione più strutturata. A gennaio 2018 viene creata Project scarl, società consortile che diventa la titolare del contratto d’appalto con Cosmeta e la coordinatrice dell’attività in subappalto delle coop, che rimangono le fornitrici di manodopera. Al momento della sua costituzione, le quote di Project – che ha Paolo Lascari e Gaetanino Sozzi nel CdA – vengono suddivise tra Conter e Production Line.</p>



<p>Ma la scarl non è l’unica novità. Viene alleggerito anche il numero di dipendenti di Cosmeta: con presidente Mauro Cecchin – figlio del socio di Sgariboldi in Cosmeta, Lorenzo Pio – a febbraio 2019 viene creata la cooperativa Lander, nella quale sono fatte confluire le dodici addette al riempimento. Le lavoratrici vengono licenziate da Cosmeta e spinte a sottoscrivere un accordo tombale di conciliazione, con rinuncia a qualsivoglia pretesa riguardo agli anni passati, come condizione per essere assunte dalla nuova cooperativa di Cecchin – ci risulta comunque che Cosmeta abbia regolarmente pagato ogni spettanza pregressa, TFR compreso. Prese dal panico e minacciate di essere lasciate senza lavoro, quasi tutte firmano. “Hanno dato loro 300 euro lordi di buonuscita”, racconta Luca Esestime, sindacalista Si Cobas a cui si è rivolto un gruppo di otto lavoratrici delle quattro coop, “ma poi ne hanno dovuti versare 100 come quota associativa, perché tecnicamente sono socie.” Una mossa che permette alla società di Sgariboldi di abbassare ulteriormente il costo della manodopera, con anche le nuove dipendenti di Lander che dal CCNL chimico-farmaceutico si ritrovano con il multiservizi-pulizia: “Se prima arrivavano anche a 1.600 euro al mese”, continua Esestime, “ora ne prendono circa 1.200.” Si aggiunge anche la deresponsabilizzazione nella gestione del personale: versamento dei contributi, pagamento della malattia, rischio di infortuni sul lavoro, permessi, ferie, maternità, licenziamenti diventano infatti onere delle cooperative.</p>



<p>Da noi contattata nella persona del consigliere delegato Giancarlo De Bernardi, Cosmeta sostiene che la scelta di esternalizzare anche la decina di lavoratrici addette al riempimento è dipesa da diversi fattori, tra i quali è pesata soprattutto la questione economica: “La fase di riempimento non era più il nostro mestiere, e la cessione dell’attività è avvenuta in seguito a un’assemblea con il sindacato (ai tempi CGIL, <em>n.d.r.</em>) ed è stata approvata. Le lavoratrici che erano sotto Cosmeta le abbiamo tenute finché ce l’abbiamo fatta, ma non riuscivamo a sostenere quei costi. Per di più le altre lavoratrici assunte dalle cooperative, che lavoravano nello stesso reparto, cominciavano a chiedere che anche a loro venisse applicato il contratto del chimico, ma non potevamo reggere quel costo”. Nonostante i numeri positivi riportati a bilancio anno dopo anno, De Bernardi dichiara che la decisione è stata dettata dalla logica implacabile del mercato: “Le aziende del settore, concorrenti di Cosmeta, utilizzano tutte cooperative che hanno il multiservizi; se applico il chimico, poi devo ritrovarmi io con un’azienda che chiude in perdita? Se Cosmeta, a fatica, si è permessa di essere un’azienda solida, è perché ha usato questa politica, ma di certo non a scapito dei lavoratori”.</p>



<p>Ad aprile dello stesso anno Lander va ad aggiungersi a Conter e Production Line come controllante di Project scarl, la cui compagine societaria muta ulteriormente due anni più tardi.</p>



<p>Infatti, come le precedenti coop ‘jolly’, anche Production Line accumula debiti tali per cui nel 2020 viene messa in liquidazione, affidata ancora a Margherita Rubino nel ruolo di liquidatrice. Per prendere il suo posto a fine 2019 vengono costituite altre due coop, che nel 2021, appunto, la sostituiscono anche in Project scarl: Rexi, con Paolo Lascari presidente CdA e Margherita Rubino consigliera, e Perfumes Service, dove Teresa Rubino è presidente e Caterina Lascari compare nel Consiglio di Amministrazione. Anche in questo caso le lavoratrici vengono forzate a firmare un tombale, pena la perdita del posto di lavoro: “Secondo noi è stata una forma di estorsione”, ricorda Esestime, “e tra l’altro andava contro l’unica cosa buona del multiservizi-pulizia, che prevede una clausola sociale secondo la quale con un cambio di appalto tutte le lavoratrici devono passare alle stesse condizioni normative nella nuova società, senza alcun tombale”.</p>



<p>Conter di Sozzi per il confezionamento, Lander di Cecchin al riempimento, Rexi e Perfumes Service dell’accoppiata Rubino-Lascari nel ruolo di ‘jolly’: questa l’attuale distribuzione delle coop in appalto presso Cosmeta, che a oggi conta giusto una trentina di dipendenti tra uffici amministrativi, controllo qualità, reparto macerazione/produzione e meccanici macchinari, contro le circa 150 lavoratrici delle quattro cooperative.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Odore di sfruttamento</h4>



<p>Come abbiamo detto, l’ingresso di Sgariboldi in Cosmeta ha temporalmente coinciso con la costituzione di Project scarl, la consortile che si pone come ‘intermediario’ tra Cosmeta e le coop e diventa l’unica titolare del contratto di appalto. Una mossa che permette quindi di staccare Cosmeta dalle cooperative, responsabili nel corso degli anni di una gestione fiscale che le espone al rischio – concretizzatosi, vedremo, per due società – di ispezioni ministeriali e alla dichiarazione dello stato di insolvenza; al contrario, la consortile non accumula debiti e consente così a Cosmeta di mantenere ‘pulito’ l’appalto.</p>



<p>La gestione fiscale delle cooperative non è però l’unico aspetto a presentare delle problematiche. Prima di ripercorrerla attraverso i bilanci, partiamo dalla situazione attuale in stabilimento.</p>



<p>È di inizio marzo 2024 l’apertura di uno stato di agitazione e di sciopero da parte delle lavoratrici delle coop iscritte Si Cobas. Rivendicano, prima di tutto, l’assunzione con il contratto chimico-farmaceutico corrispondente al comparto produttivo, in sostituzione dell’attuale multiservizi-pulizia. Denunciano inoltre mancanze retributive e la violazione delle norme sulla sicurezza. Uno dei problemi principali, si evince dalla rivendicazione sindacale, è il mancato pagamento della malattia, istituto che per legge deve essere corrisposto al 100% dal datore di lavoro per la carenza dei primi tre giorni, con una corresponsione a carico INPS e un’integrazione dell’azienda per i giorni seguenti. Al momento della sindacalizzazione delle lavoratrici, le cooperative non pagavano né la carenza né l’integrazione. “Circa un anno fa abbiamo cominciato a contestare queste mancanze, facendo anche alcune cause”, spiega Esestime, “e quindi hanno iniziato a pagarle.” Ma la sorpresa è dietro l’angolo. “Pagavano sì la malattia, però poi in busta paga sottraevano circa 300 euro con la voce ‘trattenuta a paga netta’.” A richiesta di delucidazioni, le cooperative rispondono alle lavoratrici che la trattenuta si riferisce alla lordizzazione INPS, cioè la cifra al netto pagata dall’INPS rapportata al lordo in busta paga. “Ma la lordizzazione INPS per 3 o 4 giorni di malattia è nell’ordine dei 20 euro”, prosegue Esestime, “non può essere 300 euro. Inserire questa trattenuta significa non pagare la malattia”. Questione che rimane tutt’oggi irrisolta, nonostante le denunce e le segnalazioni all’Ispettorato del lavoro avanzate da Si Cobas.</p>



<p>Da noi interpellato sulla questione, poiché Cosmeta è responsabile in solido del contratto di appalto stipulato con il consorzio di cooperative, De Bernardi torna a quei giorni: “L’anno scorso viene da me Lascari (Paolo, presidente del CdA della consortile Project e della cooperativa Rexi, <em>n.d.r.</em>) a dirmi che hanno problemi con il sindacato a causa di un divisore della busta paga e della carenza della malattia. «Perché venite da me?» gli ho detto, «se dovete fare qualcosa per risolvere, fatelo». Mi risponde che non hanno i soldi&#8230; «Ma com’è possibile?» ho chiesto, «Fatemi vedere i conti, un bilancio, fatemi capire: stiamo parlando di dieci, di cento, di mille, di un milione? Di cosa stiamo parlando?».” Oggi De Bernardi sostiene che la questione è stata definitivamente risolta e si dice “assolutamente certo” che la malattia venga pagata, ma di avere comunque intenzione di accertarsi che le informazioni in suo possesso corrispondano alla realtà. Aggiungendo: “Le posso assicurare che tutto ciò che è dovuto a tutte le lavoratrici che lavorano in questo sito verrà corrisposto, su questo ci sto attento io”.</p>



<p>Non è l’unica problematica, tuttavia, in tema di mancate retribuzioni. “Ogni tanto sbagliano il conteggio delle ore in busta paga, anche degli straordinari”, continua Si Cobas, “e quando chiediamo spiegazioni viene detto che è stato un errore del commercialista e che le pagheranno il mese successivo, ma non è mai sicuro. Ed è un problema che si ripresenta spesso.”</p>



<p>Ad avere un risvolto negativo sulla retribuzione è anche la singolare gestione delle dipendenti, che vengono ‘chiamate’ in stabilimento in rapporto alla quantità di lavoro da smaltire: “Se in un determinato mese ci sono meno commesse, le lasciano a casa qualche giorno”, racconta Esestime, “e quindi pur avendo un contratto full time, per alcuni mesi vengono pagate part time. Alle nostre iscritte è sempre stato detto di presentarsi comunque, anche perché se c’è poco lavoro ci si può accordare su una banca ore o si possono concordare le ferie, ma non esiste che le lascino a casa a piacimento”. Una gestione, sottolinea, usata anche come arma punitiva contro le lavoratrici: “Se prendono un permesso, per esempio, può succedere che si sentano rispondere: «Oggi non vieni? Allora domani stai a casa»“. Negli anni passati, giorni di malattia e lavoro a chiamata portavano anche a un pagamento parziale della quattordicesima, questione risolta in seguito all’intervento sindacale: “Inizialmente la pagavano solo sulle ore lavorate, quindi se lavoravano meno del totale delle ore mensili previste dal contratto full time, appunto per via di giorni di malattia o perché gli veniva detto di stare a casa”, ricorda, “la rata mensile era inferiore al dovuto”.</p>



<p>Altrettanto rilevante è la carenza di dispositivi di sicurezza e il correlato rischio di infortuni. Quando ricevono dal reparto macerazione le cisterne con le soluzioni di profumo, le lavoratrici procedono a scaricare i bancali con le boccette di vetro vuote mettendole sulla linea: disposte ai due lati di un nastro, dopo che la macchina le riempie, procedono a chiuderle. Qui cominciano i problemi: “Nel reparto riempimento, su sette macchine circa la metà non ha il dispositivo per chiudere le boccette, quindi devono farlo a mano”, dice Esestime, “devono dare letteralmente un pugno sui tappi, e infatti molte di loro hanno la mano rovinata”. E questo è niente. “In certe postazioni”, prosegue, “devono stare dentro la macchina per mettere lo spruzzino sulle boccette, e può capitare che per via della pressione queste scoppino, con pezzi di vetro che vanno ovunque. A una lavoratrice è andato un pezzo nell’occhio e altre hanno rischiato la stessa fine. Non hanno occhiali protettivi, solo se li chiedono allora li danno, ma comunque non ne avrebbero a sufficienza per tutti”.</p>



<p>Una volta chiuse, controllano le boccette per verificare la presenza di eventuali impurità e procedono a riempire i vassoi per ricaricare il bancale, che poi passa al reparto confezionamento. “È la parte più faticosa, spesso i vassoi sono talmente pesanti che rischiano un infortunio alla schiena. Secondo i formatori esterni sulla sicurezza però è tutto in regola, come è stato per anni riguardo al fatto che non avessero le scarpe antinfortunistiche” che, spiega, sono state fornite a tutte le lavoratrici solo a inizio 2024, in seguito a un infortunio che è costato un dito rotto a una lavoratrice. Non l’unico caso, negli ultimi anni, in stabilimento, dove sembra che anche un’altra collega abbia rimediato una profonda ferita al dito di una mano. Ciononostante, in virtù dell’esternalizzazione alle cooperative, Cosmeta può dichiarare – come riporta nei bilanci 2022 e 2023 – che “nel corso dell’esercizio non si sono verificati infortuni gravi sul lavoro” (2022) o addirittura che “non si sono verificati infortuni sul lavoro” (2023). E De Bernardi afferma: “Abbiamo sempre avuto presente la sicurezza in azienda, che ci siano mancanze lo escludo; poi se scappa qualcosa dipende dalla gravità, ma non mi sembra sia successo qualcosa di così importante da rilevare un problema di sicurezza”.</p>



<p>Salario basso, mancanze retributive, gestione unilaterale del personale, rischi per la salute. Sono problemi che si trascinano da anni, tanto che lo stato di agitazione aperto a marzo non è il primo da quando le lavoratrici si sono sindacalizzate. “Verso aprile-maggio dell’anno scorso proviamo di nuovo a fare una trattativa con una serie di incontri con i rappresentanti delle coop, ma non raggiungiamo l’accordo. Iniziamo quindi a organizzare degli scioperi: le lavoratrici iscritte andavano a lavorare per un’ora, per esempio, e poi uscivano.” Tutto come da prassi sindacale, si direbbe. La mossa azzardata, ancora una volta, è delle coop: “Nonostante avessimo comunicato lo sciopero e le motivazioni, le lavoratrici hanno preso una lettera di richiamo disciplinare per abbandono del posto di lavoro”, afferma Esestime, precisando che la risposta del sindacato è stata il ribadire un’ovvietà: non si tratta di abbandono del posto di lavoro, ma dell’esercizio del diritto di sciopero. “Fatto sta che danno a ciascuna lavoratrice tre ore di multa: noi eravamo consapevoli di aver ragione, quindi abbiamo impugnato le sanzioni all’Ispettorato del lavoro.” Una situazione grottesca che si ripete in due occasioni distinte: “La prima volta l’Ispettorato ci ha dato ragione, alle lavoratrici è stata annullata la sanzione e per ognuna di loro le coop hanno dovuto pagare 300 euro di multa”, mentre la seconda volta “l’Ispettorato non ci ha convocati, però è anche vero che alle lavoratrici poi non è stata applicata alcuna sanzione”.</p>



<p>Non è tutto. Nella lettera inviata all’Ispettorato e alla procura di Milano il sindacato denuncia anche l’irregolarità del contratto di appalto: non soltanto le lavoratrici sono assunte da quattro coop distinte mentre “lavorano spalla a spalla, negli stessi reparti e la mansione è uguale”, come chiarisce Esestime, ma l’appalto stesso sarebbe fittizio, trattandosi in realtà di un’intermediazione illecita di manodopera: per questa ragione e come previsto dalla legge per questa eventualità (3), spiega, le lavoratrici chiedono di poter essere assunte direttamente dalla committente Cosmeta. A nostra richiesta di commento, De Bernardi rifiuta categoricamente l’accusa di appalto illecito e dichiara che, nel caso si apra un’indagine, ha piena fiducia nel lavoro della magistratura.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cisterne di manodopera?</h4>



<p>La somministrazione di manodopera è regolata dal Decreto legislativo 81 del 2015, che prevede la possibilità, per un’agenzia di somministrazione autorizzata, di mettere “a disposizione di un utilizzatore uno o più lavoratori suoi dipendenti”, i quali, per tutta la durata del contratto, “svolgono la propria attività nell’interesse e sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore”. Le agenzie di somministrazione sono quelle che comunemente chiamiamo agenzie interinali: Adecco, Manpower, Randstad, Orienta, Umana tra le altre. Nel caso di interposizione illecita, la somministrazione di lavoratori viene mascherata da un fittizio contratto di appalto affidato a società, spesso cooperative, che in realtà fungono unicamente da serbatoi di manodopera, pur non essendo agenzie autorizzate per legge alla mera fornitura di forza lavoro.</p>



<p>Come definito dal Codice Civile (4), l’appalto è invece un contratto attraverso il quale “una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio” a fronte di un corrispettivo in denaro. Secondo quanto delineato anche dall’articolo 29 del Decreto legislativo 276 del 2003, si distingue perciò dalla somministrazione di manodopera proprio per il fatto che la società appaltatrice non solo reperisce la forza lavoro, ma si fa carico dell’organizzazione dei mezzi necessari alla prestazione – che può anche risultare esclusivamente dall’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati – e si assume il rischio d’impresa. Le questioni su cui porre l’attenzione sono quindi l’organizzazione e direzione dei lavoratori, la proprietà dei mezzi utilizzati e la presenza o meno del rischio d’impresa.</p>



<p>Nel nostro caso, per come ci è stato raccontato, la fase produttiva in stabilimento ha inizio nel reparto macerazione, dove i dipendenti di Cosmeta preparano le cisterne di profumo per la lavorazione, e dirigono l’attività dei magazzinieri assunti dalle cooperative che trasportano le cisterne al reparto riempimento. Qui, fisse in reparto per l’intero turno, due dipendenti di Cosmeta adibite al controllo qualità verificano la presenza di eventuali perdite o impurità su alcuni campioni di boccette, a cui viene applicato un sigillo. Per le lavoratrici di Lander, Rexi e Perfumes Service vige l’ordine di non parlare con il controllo qualità, ma di riportare eventuali problematiche tecniche al responsabile Mauro Cecchin e a una collega adibita al ruolo di referente, entrambi lavoratori delle coop. Identica procedura al reparto confezionamento, con le lavoratrici che riportano a una referente di Conter, che a sua volta si interfaccia con il controllo qualità di Cosmeta. A capo di tutta la struttura organizzativa e ad assicurarsi che il lavoro proceda senza intoppi, infine, c’è sempre una dipendente di Cosmeta, che fa anche da tramite diretto con i rappresentanti di EuroItalia.</p>



<p>Si direbbe, quindi, che la gestione organizzativa del personale sia in mano alle cooperative – distribuzione in reparto, presenze, permessi, ferie ecc. – mentre l’esercizio del potere direttivo riguardi sia le coop che Cosmeta: se infatti i referenti delle prime dirigono le lavoratrici delle coop, è pur vero che tali referenti, essi stessi lavoratori delle cooperative, si relazionano quotidianamente con dipendenti di Cosmeta per la corretta operabilità dei due reparti.</p>



<p>Per quanto riguarda i mezzi necessari alla prestazione di servizio prevista dall’appalto tra Cosmeta e la scarl, vale a dire i macchinari utilizzati in stabilimento, c’è un evidente disequilibrio in termini di investimenti tra committente e cooperative. Stando ai bilanci del 2022, gli ultimi disponibili, le immobilizzazioni materiali in carico alle coop – tra cui rientrano anche i macchinari di produzione – riportano cifre irrisorie: nel caso della consortile Project e di Lander il totale è addirittura a zero; per Rexi tocca i 4 mila euro, quasi interamente per auto aziendali; Perfumes Service arriva a circa 57 mila euro, in gran parte automobili e arredi; mentre Conter registra 12 mila euro senza dettagliare le voci. Cosmeta, da parte sua, riporta invece nel bilancio 2022 immobilizzazioni per 1,4 milioni – di cui 410 mila per impianti e macchinari e 798 mila per attrezzature industriali e commerciali – con un valore patrimoniale netto, a seguito di ammortamenti, di 243 mila euro: segno che sono macchinari che hanno già qualche anno. Nel 2023 ha inoltre effettuato ulteriori investimenti per 500 mila euro, e ha dettagliato la sottoscrizione di 20 contratti di leasing tra il 2020 e il 2023, relativi a macchinari e attrezzature per un ammontare totale di valore pari a 1,2 milioni.</p>



<p>In proposito, De Bernardi ci riferisce che Cosmeta mette a disposizione delle coop i propri macchinari in “comodato d’uso”, vale a dire a titolo gratuito. Due sentenze della Cassazione Civile del 2019 (5) e 2020 (6) specificano che i mezzi di produzione possono essere forniti dalla committente, anche in comodato d’uso, a condizione che la società appaltatrice – per noi le coop – apporti “capitale (diverso da quello impiegato in retribuzioni e in genere per sostenere il costo del lavoro), know how, software e, in genere, beni immateriali, aventi rilievo preminente nell’economia dell’appalto”. Sempre stando agli ultimi bilanci depositati, le immobilizzazioni immateriali delle cooperative segnalano costi estremamente contenuti: Project scarl non ne registra, Lander appena 476 euro, Conter 14 mila non dettagliati, Rexi 1.700 euro interamente per spese di costituzione, e Perfumes Service circa 5 mila per spese di costituzione e lavori di ristrutturazione.</p>



<p>Al valore a bilancio delle immobilizzazioni si collega anche la valutazione della presenza o assenza del rischio di impresa, che potrebbe non sussistere se l’organizzazione della prestazione oggetto di appalto è tale per cui le cooperative non sostengono costi al di fuori della manodopera, non hanno immobilizzazioni immateriali preminenti per l’economia dell’appalto e gli investimenti in macchinari e attrezzature rimangono a carico della committente Cosmeta. Nel nostro caso, le quattro cooperative riportano a bilancio una spesa per il personale vicino o oltre il 90% dei costi totali: segno che non sostengono praticamente alcun costo oltre quello dei dipendenti. Tuttavia la citata sentenza della Cassazione Civile del 2019 specifica che il rischio d’impresa è comunque rilevabile quando il compenso per le società appaltatrici non è “sempre e comunque dovuto in virtù della fornitura di personale per l’espletamento del servizio”, ma è “condizionato alla ottimale esecuzione del contratto rimessa alla verifica e controllo della committente”, ponendo perciò l’accento sull’accertamento della qualità del servizio esternalizzato come condizione necessaria e sufficiente per la liceità dell’appalto. Chiaramente, chi scrive non è in possesso di dettagli tali per poter stabilire se il controllo qualità di Cosmeta, quotidianamente operativo alle fasi di riempimento e confezionamento, possa corrispondere a questa condizione.</p>



<p>Infine, lo stesso decreto legislativo 276/2003 (7) precisa che al personale impiegato in un contratto di appalto o subappalto deve essere corrisposto un “trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale e territoriale maggiormente applicato” nel settore di riferimento dell’attività oggetto di appalto: nel caso di Cosmeta, l’applicazione del multiservizi-pulizia per società che operano nel settore chimico appare una violazione di questo requisito.</p>



<p>Non è ovviamente possibile in questa sede giungere a conclusioni in merito alla liceità o meno dell’appalto tra Cosmeta e il consorzio Project, eventualmente materia per le autorità preposte. È tuttavia interessante notare come l’interposizione illecita di manodopera sia stata oggetto, negli ultimi anni, di diverse inchieste anche da parte della procura di Milano: tra le più rilevanti i casi Esselunga, DHL, UPS e Bartolini. Per questi colossi della grande distribuzione e della logistica la procura ha ricostruito (8) un sistema di appalti fittizi con società cooperative, definite “serbatoi di manodopera”, attraverso il quale le aziende si sono garantite in modo irregolare “tariffe altamente competitive” e che ha comportato un sistematico sfruttamento dei lavoratori: le committenti si avvalevano di un rapporto di lavoro nei fatti subordinato ma senza oneri di gestione del personale, esercitando al contempo il potere direttivo e organizzativo e con un costo del lavoro ridotto per via dell’applicazione di un CCNL peggiorativo, ma non soltanto. Le indagini, infatti, hanno rilevato anche danni all’erario in ragione di una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture “per operazioni giuridicamente inesistenti” (9), con connessa indebita detrazione dell’IVA da parte delle società appaltanti. Un impianto accusatorio che ha portato al sequestro preventivo, tra 2021 e 2023, di quasi 48 milioni di euro per Esselunga, 20 milioni di euro per DHL, 86 milioni per UPS e 68 per Bartolini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una spruzzatina di debiti</h4>



<p>La gestione dell’IVA da parte di un’azienda si muove tra IVA a credito e IVA a debito: la società paga IVA sulle fatture di acquisto e incassa IVA da quelle di vendita. La prima si configura come IVA a credito, la seconda come IVA a debito. Mensilmente o trimestralmente – a seconda del regime IVA adottato dall’impresa – viene calcolato il saldo tra le due IVA: nel caso l’IVA a debito sia maggiore, il saldo deve essere versato allo Stato; nel caso inverso, e se il credito eccede la possibilità di essere utilizzato a compensazione di IRPEF dipendenti, contributi previdenziali o altre imposte dovute – per esempio IRES e IRAP –, può essere richiesto il rimborso all’erario.</p>



<p>Nei casi esaminati dalla procura di Milano, di norma lo schema prevede la stipula di un contratto di appalto tra la committente e una società consortile, che a sua volta subappalta la prestazione a un gruppo di cooperative sue consorziate. Le coop fatturano il servizio alla consortile, incassando quindi IVA a debito; non avendo altri costi eccetto quello della manodopera, difficilmente registrano IVA a credito; dovrebbero dunque versare allo Stato tutta o quasi l’IVA a debito incassata dalla consortile. Dal canto suo, la consortile fattura a sua volta la prestazione alla committente, quindi fiscalmente ‘neutralizza’ l’IVA pagata alle coop con quella che riceve: nel suo caso, la differenza tra IVA a debito e a credito è grossomodo prossima allo zero. Infine la committente porta in detrazione, come IVA a credito, l’imposta della fattura ricevuta, e pagata, alla consortile.</p>



<p>Il meccanismo fraudolento di indebita detrazione dell’IVA ricostruito dalle inchieste giudiziarie parte dall’assunto che le fatture emesse dalla società appaltatrice (la consortile), e ricevute dalla committente, riguardino operazioni inesistenti, poiché il contratto di appalto di servizi cela nei fatti un’interposizione illecita di manodopera. Essendo inesistente la prestazione dichiarata, risultano nulle anche le relative fatture e, quindi, indetraibile l’IVA a credito registrata dalla committente, beneficiaria finale della frode. Un meccanismo che si ripercuote sui conti delle cooperative: per garantire alla committente un costo di appalto estremamente competitivo le coop fatturano sottocosto, e anziché versarlo all’erario, utilizzano l’importo dell’IVA a debito per pagare gli stipendi netti ai dipendenti; va da sé che spesso non versano nemmeno i contributi previdenziali dei lavoratori. Nel giro di pochi anni si trovano così sommerse dai debiti con lo Stato, con successiva messa in liquidazione e sostituzione con nuove cooperative che assorbono gli stessi dipendenti – previa sottoscrizione di un tombale che impedisce loro di chiedere crediti pregressi alla coop che viene liquidata –, che continuano a lavorare presso la medesima committente, per la quale nulla cambia a livello operativo. Le evasioni fiscali e contributive delle coop costituiscono perciò un presupposto necessario al funzionamento del sistema.</p>



<p>Come abbiamo visto, il ricambio continuo di cooperative è anche la storia di Cosmeta. Di nuovo, sottolineiamo che non è certamente possibile in questa sede ricondurre la realtà di Cosmeta al sistema fraudolento dettagliato nelle inchieste giudiziarie citate, per mancanza delle necessarie informazioni dettagliate; ci limitiamo ad analizzare i dati in nostro possesso, tratti dai bilanci delle diverse aziende.</p>



<p>Punto primo: EuroItalia, che ha un export del 97% e per la maggior parte in Paesi extra UE, ai fini fiscali viene considerata ‘esportatore abituale’ e non applica IVA sulle fatture emesse verso quei Paesi; per evitare di ritrovarsi dunque in continuo credito IVA, può avvalersi della possibilità di ricevere fatture esenti da IVA dai propri fornitori, mediante una lettera d’intento trasmessa all’Agenzia delle Entrate. Cosmeta è uno dei fornitori di EuroItalia destinatario della lettera d’intento, e quindi il 99% del suo fatturato è esente da IVA. Tuttavia Cosmeta riceve dai propri fornitori – tra cui la consortile Project per il contratto di appalto – fatture con IVA: si ritrova così – come si legge nel bilancio 2023 – con un “sistematico emergere di IVA a credito” che “risulta esuberante dalla possibilità di compensare”; pertanto ne richiede il rimborso allo Stato. Il credito totale riportato a bilancio, relativo a due trimestri 2022 e un trimestre 2023, ammonta a 1,1 milioni di euro. È evidente quindi che l’appalto alle cooperative risulta economicamente vantaggioso per Cosmeta non soltanto dal punto di vista dei costi di produzione, ma anche perché contribuisce al sistematico credito IVA e al relativo rimborso. Secondo De Bernardi, al contrario, questo credito è “un macigno”, poiché “i rimborsi hanno tempi molto lunghi e dobbiamo costantemente fare i salti mortali per coprire quella mancanza di liquidità e mandare avanti l’azienda.” Il bilancio 2023 di Cosmeta riporta infatti l’accensione di un finanziamento bancario a breve termine di 500 mila euro. Preferirei fatturare con IVA, ci dice De Bernardi, e così stornare periodicamente l’imposta a credito da quella a debito. Questo è indubbio, aggiungiamo noi: prima si incassa un credito, meglio è. Ma il punto è che quel credito non esisterebbe, per la parte relativa alle fatture di appalto, se l’appalto stesso non esistesse e le lavoratrici fossero dipendenti dirette di Cosmeta.</p>



<p>Punto secondo: le cooperative. Dai bilanci depositati, Conter (2004, Sozzi) e Lander (2019, Cecchin) risultano avere una stabile gestione amministrativa e fiscale, per quanto sul filo del rasoio. Conter – una quarantina di lavoratori in tutto – chiude il 2022 con un fatturato di 1,1 milioni e una perdita d’esercizio di 1.800 euro – ma delibera un compenso annuo di 93 mila euro al presidente del Consiglio di Amministrazione Gaetanino Sozzi –; Lander, una decina di dipendenti appena, nel 2022 fattura 349 mila euro e registra una perdita di 12 mila.</p>



<p>Le cooperative ascrivibili alla famiglia Rubino-Lascari raccontano invece un’altra storia.</p>



<p>La prima che abbiamo incontrato è 3B Service, che nel 2013 viene messa in liquidazione: stando al bilancio 2015, l’ultimo disponibile, si contano 868 mila debiti contro 574 mila crediti e un patrimonio netto negativo di 289 mila euro. Tra i debiti, 292 mila euro sono di IVA, 108 mila di ritenute dipendenti, 88 mila di INPS, 48 mila di IRAP e 150 mila per “altre imposte”.</p>



<p>A seguire Trebi Service: costituita nel 2011, nel 2017 è dichiarato lo stato di insolvenza e viene posta in liquidazione coatta amministrativa (LCA), procedura parallela al fallimento applicata alle cooperative, coordinata dal Ministero dello Sviluppo economico e finalizzata alla tutela dell’interesse pubblico nei casi in cui ci sia un’esposizione debitoria significativa nei confronti dello Stato. Il caso di Trebi, appunto: guardando il bilancio 2015, l’ultimo prima della LCA, si rilevano 196 mila euro di debito IVA, 99 mila di ritenute dipendenti, 86 mila verso l’INPS, 27 mila di INAIL e 25 mila di IRAP.</p>



<p>È poi arrivata C &amp; G, messa in liquidazione volontaria dai soci nel 2018. Anche in questo caso i debiti tributari e contributivi accumulati e riportati nell’ultimo bilancio disponibile del 2016 sono considerevoli: quasi 420 mila di IVA, oltre 120 mila di INPS e 57 mila di IRAP.</p>



<p>Proseguiamo. A sostituire C &amp; G compare Production Line, successivamente messa in liquidazione – come si legge nella nota integrativa del bilancio 2018, presentato rettificato a dicembre 2019 – “a seguito della revisione biennale da parte degli organi ispettivi del Ministero Economico”: il documento, estremamente sintetico, in questo caso non dettaglia le voci a debito, riportando unicamente la cifra totale di circa 460 mila euro.</p>



<p>Se la sorte di queste società è stata la messa in liquidazione, i debiti delle due coop di Rubino-Lascari attualmente in appalto presso Cosmeta – aperte a fine 2019, con una ottantina di lavoratrici Rexi e una trentina Perfumes, stando ai dati 2022 – sembrano condurre allo stesso epilogo. A fronte di un fatturato di circa un milione di euro, il bilancio 2022 di Perfumes Service riporta, infatti, 367 mila euro di debito IVA, oltre a 20 mila di rateizzazione per l’anno 2021, 36 mila euro di rateizzazione INPS e un’ulteriore rateizzazione INPS/INAIL di 311 mila euro. Di contro, registra anche un “credito formazione 4.0 anno 2021” pari a 92 mila euro. Più critica, sempre stando al bilancio 2022, la situazione in cui versa Rexi: 2,5 milioni di fatturato, e a fronte di crediti tributari non meglio specificati pari a 431 mila euro conta 697 mila euro di debito IVA, oltre 960 mila di debito INPS e una rateizzazione INPS 2019 ancora aperta per 11 mila euro. Oltretutto, per i mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio 2024 lo stipendio è stato bonificato, ad alcune lavoratrici, dalla consortile Project: potrebbe significare, dato il reiterarsi del versamento per cinque mesi consecutivi, che la coop fatichi addirittura a pagare i salari netti. Visti i numeri, le due cooperative potrebbero già avere il fiato sul collo dell’Agenzia delle Entrate. Viene da chiedersi, allora, se per le dipendenti di Perfumes Service e Rexi non sia all’orizzonte un nuovo licenziamento, con passaggio – condizionato alla firma di un tombale – nell’ennesima, nuova cooperativa.</p>



<p>De Bernardi di Cosmeta afferma di non essere a conoscenza delle continue chiusure e aperture di cooperative; di non avere alcuna informazione sullo stato attuale delle cooperative; di non sapere né delle liquidazioni volontarie né di quella coatta amministrativa avvenute in passato; di voler dunque verificare personalmente la situazione perché “preoccupato”. E conclude: “Ma come mai Conter e Lander non hanno questi problemi? Chiederò conto al consorzio, perché se le cose stanno così rimettiamo in discussione tutto. Non posso permettermi di sentir dire che due cooperative su quattro si barcamenano in acque pericolose, e che non viene pagata la malattia. Non posso dubitare che non vengano rispettate le cose essenziali”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Essenza di futuro</h4>



<p>“Le aziende famigliari, se i passaggi generazionali funzionano, hanno una forza innata”, sottolinea a maggio 2023 al Sole24Ore Davide Sgariboldi, figlio del patron di EuroItalia e attuale general manager della società. “Cerchiamo di goderci l’ottimo momento dell’azienda e del mercato, ma siamo proiettati, insieme a tutte le persone che lavorano con noi, nel futuro” (10).</p>



<p>Da una parte un colosso da quasi 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile, dall’altra un sistema di appalti in cui bassi salari, mancanze retributive, violazione dei diritti, evasioni fiscali e contributive sembrano essere la norma. Un sistema che giova alle casse, già piene, di EuroItalia, che nel periodo 2018-2021, quando le lavoratrici delle coop erano in continuo movimento passando da una cooperativa all’altra firmando tombali, ha avuto un ritmo di crescita del fatturato del 10,9% annuo (11). Tali considerazioni, ci preme sottolineare, permangono anche nel caso l’appalto di Cosmeta sia corretto dal punto di vista legale. Perché diventa difficile immaginare verso quale futuro condiviso siano proiettate le decine di lavoratrici delle cooperative e l’azienda di Sgariboldi. Per le prime, ieri come oggi, lo sfruttamento sembra essere l’unico orizzonte in vista, mentre per il colosso della cosmetica l’espansione del mercato e degli utili pare non avere limiti. Il mondo del lusso profuma di (Euro)Italia. Con una nota di sfruttamento.</p>



<p><em>La società EuroItalia s.r.l, da noi contattata, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni.</em></p>



<p><em>La società Perfumes Service società cooperativa, da noi contattata, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni.</em></p>



<p><em>Le società Conter società cooperativa e Lander società cooperativa non hanno risposto alla nostra richiesta di contatto.</em></p>



<p><em>Non ci è stato possibile contattare, per mancanza di recapiti, le società Project s.c.a.r.l e Rexi società cooperativa.</em></p>



<ul class="wp-block-list">
<li style="text-decoration:none"><strong>aggiornamento del 25 ottobre 2024:</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/" data-type="post" data-id="8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</a></li>
</ul>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://tg24.sky.it/spettacolo/2023/03/28/brunello-cucinelli-presentati-profumi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://tg24.sky.it/spettacolo/2023/03/28/brunello-cucinelli-presentati-profumi</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Ai marchi citati si aggiunge la linea di prodotti make-up di proprietà Naj-Oleari, per la quale Cosmeta non è coinvolta in alcuna fase produttiva)</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, art. 29 comma 3-bis</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Codice Civile, art 1655</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Cassazione civile sez. lav., 14/08/2019, (ud. 07/05/2019, dep. 14/08/2019), n. 21413</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Cassazione civile sez. lav., 08/07/2020, (ud. 10/12/2019, dep. 08/07/2020), n. 14371</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, art. 29 comma 1-bis</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/06/22/frode-fiscale-e-somministrazione-illecita-di-manodopera-la-procura-di-milano-sequestra-quasi-48-milioni-a-esselunga/7203935/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/06/22/frode-fiscale-e-somministrazione-illecita-di-manodopera-la-procura-di-milano-sequestra-quasi-48-milioni-a-esselunga/7203935/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 , art. 2, 8</p>



<p class="has-small-font-size">10) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/euroitalia-si-avvicina-700-milioni-ricavi-e-lancia-nuovi-progetti-AEpkPvGD" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilsole24ore.com/art/euroitalia-si-avvicina-700-milioni-ricavi-e-lancia-nuovi-progetti-AEpkPvGD</a></p>



<p class="has-small-font-size">11)<em> Ibidem</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Estrattivismo: devastazione ambientale, militarizzazione e miseria</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/estrattivismo-devastazione-ambientale-militarizzazione-e-miseria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6775</guid>

					<description><![CDATA[Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Faremo tutto il possibile perché questa miniera se ne vada dalla nostra regione, La Guajira, perché con una miniera non possiamo vivere. O loro o noi.” (1) Samuel Arregoces è uno dei <em>líder</em> di Tabaco, comunità afrodiscendente stabilitasi nel 1780 nel dipartimento La Guajira, nel nord della Colombia. Una storia di oltre due secoli spazzata via un giorno di agosto del 2001 dall’avanzare della miniera di carbone a cielo aperto più grande dell’America Latina, El Cerrejón. Circa 400 famiglie, tra cui quella di Samuel, rimangono senza terra. Sorte condivisa con le altre comunità, indigene e contadine, che da centinaia di anni popolano la regione.</p>



<p>Ma l’arrivo della miniera non significa soltanto l’esproprio forzato dei territori. Devastazione ambientale, problemi di salute, impoverimento, violazione dei diritti umani sono i frutti del <em>desar</em><em>rollo</em>, lo ‘sviluppo’ che l’estrazione di carbone porta con sé. “Con una miniera non si può convivere”, ripete Samuel “perché è sinonimo di miseria”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’estrattivismo</h4>



<p>Le condizioni di vita imposte alle comunità de La Guajira non sono l’eccezione. Sono il lato nascosto del ‘progresso’ industriale e tecnologico capitalista. L’estrazione di materie prime dai Paesi del Sud del mondo allo scopo di alimentare la produzione mondiale, infatti, rappresenta la condizione di esistenza del processo di accumulazione costitutivo del capitalismo: un modo di produzione che necessita di grandi quantità di risorse estratte ad alta intensità, da destinare all’esportazione – seguendo le catene del valore internazionali – nei Paesi in cui verranno trasformate nel prodotto finale (2). Questo processo – che prende il nome di <em>estrattivismo</em> e che ha come unico fine la realizzazione e massimizzazione del profitto – genera ingenti danni sociali, economici e ambientali, una devastazione <em>necessaria</em> a lasciare spazio all’incedere inarrestabile dell’estrazione di idrocarburi, metalli e minerali, dell’industria agroalimentare – con monocolture da esportazione e allevamenti intensivi – e della costruzione delle grandi infrastrutture funzionali all’espropriazione delle risorse. Si costituiscono in questo modo delle <em>economie di enclave</em>, zone strutturalmente dipendenti e in mano al capitale straniero, isolate dal resto del Paese, destinatarie di investimenti, tecnologie e personale specializzato di importazione, che impoveriscono il tessuto sociale di intere comunità: popoli di pescatori, piccoli allevatori, contadini dediti all’agricoltura famigliare privati della terra e senza più accesso all’acqua, costretti a trovare nuovi modi di sussistenza altrove, con perdita della sovranità alimentare e una lenta scomparsa delle tradizioni e dei saperi tramandati da generazioni, la vera ricchezza di queste comunità.</p>



<p>Una condizione ben conosciuta nelle zone rurali di America Latina, Africa e Asia – il cosiddetto <em>Terzo Mondo</em> – e non certo da oggi. Se durante il colonialismo gli Stati erano i protagonisti assoluti nella corsa alla conquista di nuovi territori e nuove risorse, ed esercitavano un dominio diretto ed esclusivo sulle colonie, con il neocolonialismo questo dominio prende la forma di una forte dipendenza, sul piano finanziario, economico e tecnologico, dei Paesi esportatori di materie prime nei confronti del Nord, con le grandi multinazionali a condurre questo saccheggio inesorabile. Grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche, inoltre, si aprono nuove possibilità di accumulazione, con lo sfruttamento di risorse un tempo non accessibili o di importanza marginale, il cambiamento dei processi produttivi e la creazione di nuove necessità: emblematica in tal senso l’esplosione degli ultimi anni del mercato delle terre rare, imprescindibili per la realizzazione della tanto sbandierata transizione ecologica e digitale.</p>



<p>Ciò che varia storicamente sono le modalità in cui si articola l’estrattivismo, a seconda dell’espressione sociale e politica e dell’evoluzione tecnologica della fase capitalistica, che necessita di nuove forme di legittimazione, nuove materie prime, impone nuovi bisogni e nuovi prodotti, mentre rimane costante l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e degli esseri umani, concepiti unicamente quali fonti da cui trarre profitto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Interesse privato, repressione di Stato</h4>



<p>Come in epoca coloniale, l’attività estrattiva incede occupando e distruggendo territori ed esercitando violenza contro le comunità locali, unico ostacolo che si pone sulla via dello spossessamento: i territori vengono militarizzati e le comunità isolate, minacciate e sfrattate.</p>



<p>Le popolazioni rappresentano il nemico da sconfiggere e la violazione dei diritti umani costituisce il normale modo di agire. L’intensificarsi delle manifestazioni delle organizzazioni comunitarie – di intralcio per la serena realizzazione del profitto – porta a una repressione feroce dei conflitti sociali, con gli Stati a giocare il ruolo da protagonista nella coercizione e nel controllo della popolazione. Anche per mezzo di un quadro normativo che tutela l’“utilità pubblica” dei progetti estrattivisti, le proteste vengono criminalizzate, spesso con accuse di terrorismo, sabotaggio, cospirazione o estorsione, attraverso campagne pubbliche di diffamazione, azioni legali contro i rappresentanti delle comunità – con lunghi processi e misure cautelari che ne limitano la libertà – o incarcerazione. Al suo culmine, la repressione si serve dei gruppi privati di sicurezza armata, dei paramilitari e dei mercenari assoldati dalle aziende, o direttamente delle forze armate statali, poste a garanzia dell’attività d’impresa, elevata a questione di sicurezza nazionale: si alimenta così la logica del ‘nemico interno’ da abbattere, che porta frequentemente all’assassinio degli attivisti.</p>



<p>Nel solo 2021 Front Line Defenders conta 358 difensori dei diritti umani uccisi in tutto il mondo, di cui il 59% impegnati nella difesa della terra, dell’ambiente e delle comunità indigene (3). Secondo la ONG britannica Global Witness, che si focalizza esclusivamente sulle vittime dei conflitti per la difesa della terra e dell’ambiente, tra il 2012 e il 2020 ne sono stati uccisi 1.540, di cui oltre il 60% in America Latina – la Colombia, con 290 vittime, è il Paese in cima a questa triste classifica. Di tutti i casi per i quali è stato possibile confermare il settore interessato, la maggior parte riguarda l’estrazione mineraria, seguita da agribusiness, deforestazione, costruzione di mega-dighe e accesso all’acqua. I dati raccolti – “che è probabile siano una sottostima, dato che molte uccisioni non vengono riportate, specialmente nelle aree rurali e in determinati Paesi”, specifica il rapporto – indicano che le comunità indigene, afrodiscendenti e contadine sono quelle maggiormente colpite, con oltre il 40% degli attivisti uccisi (4). Le stesse che più subiscono le conseguenze dell’estrattivismo e che, nonostante i rischi, non smettono di lottare. “Non necessitiamo di un’impresa per poter vivere nel nostro territorio”, sottolinea Samuel, “quello di cui abbiamo bisogno è territorio, acqua e progetti agricoli produttivi che ci permettano di avere una vita migliore. Per questo resistiamo contro il modello estrattivo” (5).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="426" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg" alt="" class="wp-image-8168" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-300x213.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-120x86.jpg 120w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-350x250.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Front Line Defenders, <em>Global Analysi 2021</em></figcaption></figure>
</div>


<p>I meccanismi messi in atto sono dunque sempre i medesimi, e i casi del Cerrejón in Colombia e della QIT Madagascar Minerals in Madagascar ci danno la possibilità di comprenderne a fondo le conseguenze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Colombia: il carbone de La Guajira</h4>



<p>“È stato un posto tranquillo fino al 1997”, ricorda Rogelio Ustate, altro <em>líder</em> comunitario di Tabaco, “quando abbiamo cominciato a ricevere pressioni da Carbocol-Intercor affinché abbandonassimo il villaggio, perché si trovava nell’area di espansione del complesso minerario”. Dal suo insediamento la comunità di Tabaco ha vissuto di allevamento, agricoltura, caccia e pesca, e dei rapporti commerciali intrecciati con i villaggi circostanti. “Vivevamo dei frutti della terra, che ci garantivano la sicurezza alimentare. Come in tutti i villaggi”, continua, “c’era una scuola, una chiesa, un cimitero e un centro medico” (6). Con servizi di rifornimento di energia elettrica, approvvigionamento dell’acqua e un centro di comunicazioni, Tabaco era una comunità autosufficiente. Fino all’arrivo della miniera.</p>



<p>Il Cerro Cerrejón diventa terreno di esplorazione e conquista delle imprese estrattive negli anni ‘50, e a partire dal 1975 la statale Carbocol, la statunitense Intercor e un consorzio guidato dalla colombiana Prodeco si dividono le licenze di sfruttamento dei giacimenti di carbone. Ma gli appetiti delle compagnie minerarie non si fanno strada da soli. Nel 1969, con la cosiddetta “legge del carbone”, lo Stato dichiara l’attività delle miniere di “utilità pubblica e interesse sociale”, e tra 1975 e 1989 agli abitanti delle comunità vengono riconosciuti titoli di proprietà individuale sui terreni: il territorio prima collettivo viene così diviso in un insieme di entità separate, maggiormente suscettibili alle offerte di acquisto delle imprese (7).</p>



<p>In questo modo El Cerrejón si espande e le pressioni sugli abitanti di Tabaco aumentano. La miniera reclama la loro terra. Spinti dalla paura di perdere tutto, alcuni vendono i terreni e lasciano la comunità. Altri, invece, decidono di resistere. Le forze di sicurezza private dell’impresa circondano il villaggio, pattugliano il territorio, vietano la caccia notturna e l’accesso ai terreni agricoli. Su ordine delle autorità pubbliche locali vengono interrotti i servizi elettrici e idrici, smantellato il centro medico, chiuso il centro di comunicazioni, distrutta la chiesa, abbattuta la scuola, bloccate le strade di collegamento con le comunità limitrofe, ostacolato l’accesso all’acqua. La comunità è isolata. Intanto diventa legge il “codice minerario”: lo Stato dichiara il sottosuolo “utilità pubblica”, giustificando gli sfratti delle popolazioni situate in prossimità dei giacimenti. Così, su ordine di un giudice e con il supporto degli Squadroni Mobili Antidisordini (ESMAD) – unità speciali della polizia incaricate di assistere negli “sfratti di spazi pubblici o privati, in zone urbane o rurali sul territorio nazionale”, si legge sul sito governativo – il 9 agosto 2001 anche le ultime famiglie vengono cacciate. Impotenti, assistono mentre le loro case vengono rase al suolo da una piallatrice. La comunità, però, non si arrende: nei mesi successivi porta avanti svariate azioni legali finché, nel maggio 2002, la Corte Suprema di Giustizia ordina alle autorità locali di ricostruire Tabaco in un luogo adeguato, “entro 48 ore”. Sentenza che, a oggi, non ha ancora avuto seguito (8). Tabaco, tuttavia, non è la sola a essere stata distrutta dall’avanzare della miniera. Lo stesso destino tocca a più di 25 comunità indigene Wayuu, afrodiscendenti e contadine stanziate sulle rive del río Ranchería, la principale fonte di sussistenza della regione.</p>



<p>Nel 2002 il controllo dei giacimenti passa di mano: tre giganti del settore – la svizzera Glencore, l’inglese Anglo American e l’australiana BHP – completano l’acquisto e la spartizione del Cerrejón con il 33,3% delle quote ciascuno. La musica però non cambia. L’espansione mineraria continua, e così gli sfratti portati a termine con l’ausilio delle forze armate. La mattina del 24 febbraio 2016 una cinquantina di persone, tra membri delle comunità e attivisti per i diritti umani, si riunisce nel villaggio di Roche per opporsi all’ennesimo sgombero: il ricollocamento proposto dall’impresa, denunciano, non garantisce acqua potabile, risorse alimentari, terre adatte all’allevamento, né un indennizzo per i danni procurati. Chiedono condizioni di vita dignitose. Come nel caso di Tabaco interviene l’ESMAD, che – con fumogeni e proiettili di gomma – costringe le famiglie di Roche ad arrendersi lasciando il via libera alle scavatrici (9).</p>



<p>La militarizzazione dei territori di interesse dei progetti estrattivi in Colombia prende piede a partire dagli anni ‘90. Oltre a ESMAD (creata nel 1999) e forze di polizia, nel 2011 vengono istituiti i Battaglioni Speciali Energetici e Stradali, unità militari alle dipendenze dell’esercito dedicate alla protezione delle attività e delle infrastrutture estrattive – con il battaglione n. 17 assegnato alla supervisione del progetto minerario del Cerrejón. Forze armate pubbliche che vengono anche ingaggiate direttamente dalle imprese: una pratica in essere almeno dal 1996 e istituzionalizzata nel 2014 dal ministero della Difesa. Secondo i dati ottenuti dall’organizzazione colombiana Tierra Digna, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2013 le tre multinazionali che controllavano la miniera del Cerrejón hanno firmato contratti per oltre 14 miliardi di pesos colombiani, ovvero 7,3 milioni di dollari al cambio del 2013 (10). Altri due – sottoscritti nel 2015 e nel 2017 per 41 mila e 133 mila dollari – sono venuti alla luce nel 2019 (11). Accordi non sottoposti a meccanismi di controllo e scrutinio pubblico, che spesso si celano dietro a clausole di riservatezza per ragioni di “sicurezza nazionale”. Un’imponente militarizzazione – arricchita dalle agenzie di sicurezza private e dall’azione dei paramilitari – che tra il 2015 e il 2019 ha portato in Colombia a 181 attacchi nei confronti dei difensori dei diritti umani che si sono esposti direttamente contro le attività delle imprese, di cui il 44% riguarda attivisti che hanno manifestato contro cinque aziende: tra queste, El Cerrejón (12).</p>



<p>Alla devastazione sociale, infine, si aggiunge quella ambientale. A partire dagli anni ‘70, per rendere accessibili nuovi giacimenti e per far spazio al complesso minerario – strade di collegamento e 150 km di ferrovia per il trasporto del carbone – i corsi di 47 torrenti e affluenti del Ranchería vengono deviati o bloccati, provocando gravi problemi di scarsità in una regione già soggetta a frequenti periodi di siccità (13). Quando non piove per mesi, le uniche zone in cui è possibile procurarsi da vivere sono le rive dei fiumi. Fondamentale per la sopravvivenza e per i legami sociali, culturali e spirituali di queste comunità, l’acqua è fonte di vita. “Se fanno morire questo torrente di cosa vivremo?”, si chiede un’abitante di Paradero, comunità Wayuu che vive sulle sponde dell’arroyo Bruno, uno degli affluenti del Rancheria che bagnano la Guajira, deviato per 3,6 km dall’avanzare della miniera. “Ci deviano il torrente, fanno seccare tutto, ci cacciano dal nostro territorio&#8230; di cosa vivremo?” (14). Nella sola zona nord della regione è stato rilevato che dall’inizio dell’attività mineraria – che utilizza 24 milioni di litri di acqua al giorno – sono scomparsi circa il 40% dei corsi d’acqua, pari a oltre 68 km (15), mentre devono essere scavati pozzi di 20 o 30 metri – contro i 5-8 di un tempo – per trovare acqua dolce nel sottosuolo. Fonti d’acqua che, oltretutto, spesso sono contaminate dai residui di scarto dell’estrazione di carbone, che le rendono inutilizzabili, mentre le sostanze inquinanti rilasciate nell’aria – silice e metalli pesanti – hanno gravi conseguenze per la salute dei lavoratori della miniera e degli abitanti dei villaggi (16).</p>



<p>Nei tribunali colombiani l’impresa è stata più volte ritenuta responsabile di aver provocato una grave degradazione ambientale e danni alla salute, violando i diritti umani (17). Da oltre dieci anni la popolazione de La Guajira vive una crisi umanitaria – con insicurezza alimentare e mancanza d’acqua – riconosciuta anche dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani e dalla Corte Costituzionale, che nel 2017 e nel 2019 ha dichiarato lo “stato di cose incostituzionale”: tra il 2010 e il 2018, 4.770 bambini Wayuu hanno perso la vita a causa della malnutrizione. “Una barbarie”, l’ha definita la Corte (18).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Madagascar: carta bianca a QMM</h4>



<p>Febbraio 2022: in seguito a due acquazzoni ciclonici che colpiscono la regione costiera di Anosy – sud-est del Madagascar – la diga di contenimento nella miniera QIT Madagascar Minerals (QMM) ha un cedimento che causa la parziale fuoriuscita delle acque di scarico nel lago e nei corsi d’acqua limitrofi. Per evitare il collasso della diga, QMM – controllata per l’80% dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto e per il 20% dallo Stato – ottiene un permesso dalle autorità di controllo per il rilascio di un milione di metri cubi di acque reflue nell’ambiente circostante. Passano pochi giorni e centinaia di pesci morti affiorano sulla superficie del vicino lago Ambavarano (20). “QMM è responsabile di tutto questo” dichiara Andry Rajoelina, presidente del Madagascar, “perché QMM è l’unica che scarica acque reflue nel fiume” (21). L’impresa rigetta le accuse, ma intanto le autorità locali impongono il divieto di pesca in tutta l’area, scatenando le proteste degli abitanti dei villaggi, che organizzano blocchi stradali nelle vie di accesso al sito estrattivo arrivando persino a prendere in ostaggio il personale della miniera. Chiedono forniture di cibo e acqua perché non poter pescare, per le comunità, significa faticare a sopravvivere.</p>



<p>Nella regione di Anosy, dal 2009 QMM estrae ilmenite – fonte di biossido di titanio, impiegato come pigmento bianco in una vasta gamma di prodotti, dalle vernici, alla carta, ai cosmetici – e, in minor quantità, monazite – un minerale recuperato dal processo estrattivo che contiene metalli di terre rare, fondamentali per la produzione delle tecnologie e dei prodotti della transizione energetica e digitale. Il progetto comincia a prendere corpo negli anni ‘80, assecondato dalle politiche nazionali che favoriscono l’attività mineraria privata in continuità con le indicazioni della Banca Mondiale, principale finanziatore del Paese. Dopo la fase di esplorazione, a inizio 2000 il governo dà il via libera alla miniera e alla costruzione delle infrastrutture, che si estendono nei territori delle comunità indigene. In Madagascar, secondo una pratica consuetudinaria, il diritto di proprietà sulla terra nelle zone rurali viene acquisito se il terreno ospita le tombe degli antenati oppure dopo almeno quindici anni di lavoro agricolo: nel momento dell’arrivo di QMM solo l’8% dei contadini proprietari terrieri è in possesso di un titolo formale. Centinaia di abitanti delle comunità vengono così allontanati in nome della “pubblica utilità” della miniera e attraverso la forzosa acquisizione dei terreni, che vengono dati in concessione all’impresa per cento anni (22). Non solo un danno per il sostentamento, perché la terra ha un valore molto più ampio: mantiene il legame spirituale con gli antenati e le generazioni future, conserva la memoria della comunità, consente la sepoltura dei morti e permette di tramandare i saperi e le conoscenze tradizionali. Prendendo la terra, QMM ha distrutto l’identità culturale e la vita sociale di interi villaggi.</p>



<p>C’è poi il risvolto ambientale. L’attività estrattiva rade al suolo la foresta costiera, importante risorsa di sostentamento, e contamina laghi e fiumi, fonte di approvvigionamento di acqua potabile e domestica per oltre la metà dei villaggi prossimi alla miniera. Per non interferire con l’equilibrio ecologico, la legge malgascia stabilisce l’obbligo di rispettare una zona di separazione di almeno 80 metri tra qualunque attività industriale e aree particolarmente delicate. Tuttavia, nel 2015 le autorità di monitoraggio ambientale approvano la richiesta di QMM di diminuire la zona di separazione, permettendo alla miniera di mantenere profittevole l’attività estrattiva, che contrariamente – secondo una comunicazione interna di Rio Tinto (23) – sarebbe stata “non ottimale”. Un’indagine del 2018 (24) ha dimostrato, però, che già precedentemente QMM aveva infranto quel limite, e la stessa Rio Tinto nel 2019 ha ammesso una violazione di 90 metri della zona di separazione e uno sconfinamento di 40 metri nel lago adiacente, con grandi rischi ambientali e per la salute della popolazione (25). Due studi, infatti, avvertono sulla pericolosità del progetto minerario: durante l’estrazione si accumulano nelle vasche di raccolta elementi radioattivi che possono accidentalmente riversarsi nell’ambiente, e livelli di uranio 50 volte più alti di quelli stabiliti dalle linee guida dell’OMS per l’acqua potabile sono stati rilevati a valle della miniera (26).</p>



<p>Negli oltre dieci anni di estrazione dei minerali – che finiscono negli stabilimenti di lavorazione canadesi di Rio Tinto – QMM ha dovuto spesso fare i conti con le proteste della popolazione. La risposta è stata semplicemente una: la violenza. Intimidazioni, arresti e l’intervento delle forze armate statali a difesa degli interessi della miniera e dei suoi padroni – nel 2021 Rio Tinto ha fatto registrare il più alto profitto annuale della sua storia, distribuendo dividendi agli azionisti per quasi 17 miliardi di dollari (27).</p>



<p>Ma esiste un’altra forma di violenza, più sottile, che si traveste da “responsabilità sociale d’impresa” e punta alla pacificazione dei conflitti: progetti per la conservazione della biodiversità a compensazione dei danni provocati nei siti estrattivi che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali; programmi sociali di sostegno alla popolazione – dopo aver depredato la terra e l’acqua di intere comunità –; costruzione di infrastrutture per lo “sviluppo” del territorio. “Sono grata che ora abbiamo un ospedale” spiegava un’abitante dei villaggi nel 2009, “ma adesso sono in difficoltà quando i miei bambini si ammalano. Non ho abbastanza soldi per comprare le medicine. Prima andavo nella foresta a cogliere le piante medicinali per curare i miei bambini. Ora devo andare in ospedale. QMM ha dimenticato che andare in ospedale non è gratuito e che le medicine sono costose” (28).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vecchia storia</h4>



<p>Militarizzazione, violazioni dei diritti umani, devastazione ambientale, danni economici e sociali: ciò che determina gli orientamenti dell’estrattivismo sono le catene di distribuzione globali, non certo i bisogni delle popolazioni. Quando sul piatto ci sono gli interessi di un intero sistema produttivo – e nuove possibilità di accumulazione, come nel caso della transizione energetica e digitale – gli ‘effetti collaterali’ passano in secondo piano. Nulla di nuovo sotto il <em>suolo</em>: il profitto prima di tutto. Una storia vecchia come il capitalismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 20° Rapporto sui diritti globali 2022, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</p>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM">https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Eduardo Gudynas, <em>Extracciones, extractivismos y extrahecciones</em>, Observatorio del Desarrollo, Centro Latino Americano de Ecología Social, 2013</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Vedi nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Revista Noche y Niebla, <em>Minería a gran escala y derechos humanos: lo que el des-arroyo trajo a La Guajira</em>, n. 61, gennaio-giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/">https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Centro de estudios para la justicia social Tierra Digna, <em>Seguridad y derechos humanos ¿para quién? Voluntariedad y militarización, estrategias de las empresas extractivas en el control de territorios</em>, 2015</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350</a> </p>



<p class="has-small-font-size">12) Business &amp; Human Rights Resource Centre, <em>Defenders in Colombia</em>, 2020</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Revista Noche y Niebla, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Corporación Geoambiental Terrae, <em>Análisis multitemporal de afectación de cuerpos de agua en el área intervenida por la extracción minera del área norte de Cerrejón y en la cuenca del Arroyo Bruno (La Guajira, Colombia),</em> 2019</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. Fundación Rosa Luxemburg, <em>Carbón tóxico. Daños y riesgos a la salud de trabajadores mineros y población expuesta al carbón, </em>2018</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Colectivo de abogados “José Alvear Restrepo”, <em>Diez verdades sobre Carbones de Cerrejón</em>, Cajar Prensa, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890">https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo</a> </p>



<p class="has-small-font-size">Dall’11 gennaio 2022 la proprietà della miniera è mutata ancora: ora la svizzera Glencore controlla il 100% delle quote.</p>



<p class="has-small-font-size">“Quando la terra grida, l’uomo piange”, recita un proverbio delle comunità de La Guajira, “ma quando la terra piange, l’uomo muore” (19).</p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238">http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. Caroline Seagle, <em>The mining‐conservation nexus &#8211; Rio Tinto, development ‘gifts’ and contested compensation in Madagascar</em>, Land Deal Politics Initiative (LDPI Working Paper no. 11), 2011 </p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. Rio Tinto, <em>Internal memo, Rio Tinto, 3 ottobre 2017 – Update QMM mining boundary with water bodies</em>, 2017</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Steven H. Emerman, <em>Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar</em>, The Andrew Lees Trust, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. Rio Tinto, <em>Formal response to the report entitled “Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar”</em>, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. Publish What You Pay Madagascar, <em>Large-scale mining’s impacts: a case study of Rio Tinto/QMM mine in Madagasca</em>, 2022</p>



<p class="has-small-font-size">27) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/">https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) Cfr. Re:Common, <em>Land grabbing in Madagascar. A special case: The “best investment project in Madagascar”?</em>, 2013 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cavi sottomarini. Big Tech aumenta il controllo su Internet</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cavi-sottomarini-big-tech-aumenta-il-controllo-su-internet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il mondo virtuale viaggia su Internet: miliardi di bit che quotidianamente rimbalzano da un capo all’altro del mondo. In apparenza totalmente immateriale, la trasmissione di questa immensa mole di informazioni è sostenuta da un’infrastruttura estremamente fisica. Il 97% del traffico dati globale – comunicazioni private, contenuti multimediali, transazioni finanziarie, informazioni militari, documenti governativi – percorre i circa 530 cavi in fibra ottica che attraversano gli oceani: la rete tangibile del <em>cloud</em> si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri sui fondali marini.</p>



<p>La costruzione e la posa di questi cavi è storicamente appannaggio delle imprese di telecomunicazioni, che cedono i diritti d’uso della capacità di banda larga ai fornitori di contenuti. Ma negli ultimi anni si è verificato un deciso cambio di rotta: Google, Meta, Amazon e Microsoft, i colossi digitali statunitensi, hanno iniziato a investire nella gestione diretta dell’infrastruttura. Non solo loro. Anche la Cina, attraverso imprese a controllo statale, sta aumentando le proprie zone di influenza.</p>



<p>Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dell’Internet of Things, dei servizi di cloud computing, oltre alla continua espansione delle piattaforme di streaming e social network, portano a un aumento esponenziale del traffico dati. Il controllo della spina dorsale di Internet diventa una necessità strategica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Progetto militare, infrastruttura privata</h4>



<p>Come ormai tutti sanno, Internet nasce negli Stati Uniti come progetto di ricerca accademica finanziato dalla Advanced Research Projects Agency (ARPA), agenzia militare che nel 1969 dà vita ad ARPANET, un network locale che collega l’Università dello Utah con tre centri di ricerca californiani. Un anno più tardi la rete comincia a espandersi, includendo tra gli altri i centri di ricerca dell’Università di Harvard e del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, mentre nel 1973 – per mezzo di un collegamento satellitare – ARPANET acquisisce una dimensione internazionale, aggiungendo le Hawaii, Londra e la Norvegia ai nodi della rete, che nel 1982 arrivano a essere un centinaio.</p>



<p>Inizialmente gestita interamente dall’esercito, tra il 1983 e il 1984 viene trasformata in una ‘rete di reti’, controllate da diverse organizzazioni e interconnesse attraverso l’adozione di standard di comunicazione condivisi, con il passaggio a un network decentralizzato: Internet.</p>



<p>Nel 1986 la National Science Foundation americana crea NSFNET, rete pubblica per le attività di ricerca accademica, che permette la comunicazione ad alta velocità di parti diverse della rete situate a grandi distanze, e che diventa così lo ‘scheletro’ di Internet. Nel 1992 circa 6.000 network – un terzo dei quali al di fuori degli USA – sono connessi a NSFNET. Internet diventa globale.</p>



<p>Questo sviluppo, finanziato dai fondi pubblici statunitensi, va incontro a una profonda trasformazione negli anni ‘90: con l’aumentare delle persone connesse e nel pieno della deregulation neoliberista, il settore privato comincia a vedere un’opportunità di guadagno. Nell’aprile del 1995 il governo Clinton decide così di privatizzarne l’infrastruttura, che viene ceduta alle aziende di telecomunicazioni con il contestuale smantellamento di NSFNET. Da quel momento Internet diventa terreno di conquista commerciale, a partire dalla rete di cablaggio sottomarina che ne garantisce l’esistenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovi proprietari</h4>



<p>La posa del primo cavo sottomarino utilizzato a fini di telecomunicazione risale al 1850, con il collegamento del telegrafo tra Inghilterra e Francia. Nel 1858 si ha il primo tentativo – durato solo sei mesi – di attraversare l’Atlantico, collegando l’Irlanda e Terranova, impresa riuscita in modo permanente nel 1866. Il primo cavo telefonico transatlantico diviene operativo nel 1956, tra Scozia e Terranova, e resiste fino alla fine degli anni ‘70. I primi cavi in fibra ottica, che oggi costituiscono la base delle comunicazioni via internet, vengono impiegati dalla fine degli anni ‘80: le informazioni viaggiano codificate sotto forma di impulsi di luce in sottilissime fibre di vetro, protette da un’intelaiatura di polietilene e metallo dello spessore di pochi centimetri.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="353" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg" alt="" class="wp-image-7136" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/1-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa cavi sottomarini rete Internet. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinecablemap.com/" target="_blank">www.submarinecablemap.com/</a> (mappa interattiva)</figcaption></figure>
</div>


<p>Nell’industria dei cavi sottomarini sviluppatasi in seguito alla privatizzazione si distinguono essenzialmente due tipologie di proprietà: il consorzio, un gruppo di imprese che finanzia congiuntamente costruzione, posa e manutenzione del cavo, per poi suddividersi la capacità disponibile o cederne i diritti d’uso ai propri clienti – per un periodo di 15-25 anni, solitamente coincidente con la durata di vita prevista del cavo – attraverso accordi IRU (Indefeasible Right of use, <em>diritti d’uso irrevocabili</em>); oppure la proprietà singola, con un’unica azienda a farsi carico dei costi di produzione – nell’ordine di centinaia di milioni di dollari – e che poi cede a sua volta la capacità ai fornitori di servizi internet.</p>



<p>Storicamente, le imprese maggiormente coinvolte in questo mercato sono le compagnie di telecomunicazioni, in gran parte private e per più della metà statunitensi, che si servono di aziende specializzate nell’installazione e nel mantenimento dei cavi. Ma gli investimenti nell’ultimo decennio da parte dei colossi del web – <em>content provider</em> come Google, Meta, Amazon e Microsoft – stanno modificando gli equilibri del settore. Big Tech, infatti, non si è limitata a comprare dai fornitori tradizionali il diritto d’uso della capacità dei cavi: ha iniziato a costruirli direttamente, sia in consorzi con altre imprese che in esclusiva. Secondo un report del Submarine Telecoms Forum del 2022 (1), dei 16,7 miliardi di dollari investiti tra 2012 e 2020, il 47% è concentrato nel periodo 2016-2018, in corrispondenza del boom di investimenti dei giganti digitali, che a partire dal 2018 hanno finanziato il 20,4% dei nuovi cavi – il 35% nel solo 2022.</p>



<p>L’ingresso in questo mercato degli ingenti capitali di queste aziende – interessate a controllare la capacità disponibile sui cavi, senza cederla a terzi – segna un punto di svolta nel presente e futuro di Internet: i fornitori di contenuti, già proprietari dei dati riversati sulle piattaforme dagli utenti di ogni parte del mondo, stanno progressivamente aumentando il controllo anche dell’infrastruttura imprescindibile per trasmetterli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Big Tech: i numeri</h4>



<p>Il primo passo è di Google. In un consorzio di cui fanno parte anche cinque imprese asiatiche, nel 2010 l’azienda della Silicon Valley partecipa alla costruzione del cavo Unity che collega Los Angeles al Giappone. È solo l’inizio: a partire dal 2016 gli investimenti della società subiscono una forte accelerata, con il finanziamento della costruzione di 18 nuovi cavi, di cui cinque interamente di proprietà. Di questi, il primo a entrare in funzione, nel 2018, è Junior, link tra le città brasiliane di Rio de Janeiro e Santos; dal 2019 è operativo Curie, che connette Los Angeles al Cile; nel 2021 è il turno di Dunant, primo cavo di Big Tech ad attraversare l’Atlantico e collegare la costa francese con gli Stati Uniti; i più recenti – del 2022 – sono Grace Hopper, che va dalla costa Est statunitense fino in Gran Bretagna e Spagna, ed Equiano, che dal Portogallo costeggia l’Africa Occidentale fino ad arrivare in Sud Africa; prevista per il 2023, infine, l’attivazione di Firmina, che andrà a collegare gli USA con Brasile, Uruguay e Argentina. In totale, Google è proprietaria – unica o in consorzio – di quasi il 10% dei cavi del globo.</p>



<p>Nello stesso 2016 anche Meta (Facebook, ai tempi) entra nel mercato: partita con poco più di 10.000 chilometri, nel giro di sei anni l’azienda arriva a essere parziale proprietaria del 6% dei cavi totali, con una proiezione per il 2024 che tocca quota 13% (2) – spinta soprattutto da 2Africa, immenso progetto che sarà attivo dal 2023 e che dal Regno Unito arriverà fino in India, passando per Genova e abbracciando tutto il continente africano e la penisola araba. Meta disporrà così di 15 cavi operativi che attraversano il mondo. Di questi, due sono in condivisione proprio con Google – Pacific Light Cable Network (PLCN), tra Filippine, Taiwan e Stati Uniti, e Apricot, che si estende tra Giappone e Indonesia –, due con Amazon, che ha iniziato gli investimenti in questo settore nel 2018 – CAP-1 tra Filippine e California e Jupiter tra Filippine, Giappone e Stati Uniti – e uno con Microsoft, attiva dal 2015 – MAREA, collegamento tra USA e Spagna (vedi Tabelle pag. 29 e 30).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="525" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg" alt="" class="wp-image-7137" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/2-171x300.jpg 171w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
</div>


<p>Seppure siano tuttora le tradizionali aziende di telecomunicazioni a controllare la fetta maggiore del mercato, i quattro colossi americani – guidati da Google, a oggi l’unica a possedere interi cavi in esclusiva – nei prossimi anni arriveranno a essere proprietari o co-proprietari di più di 40 cavi, con un investimento complessivo di oltre 20 miliardi di dollari (3). È rilevante notare come Big Tech privilegi tratte specifiche, conformemente ai propri interessi commerciali e all’esplosione della domanda globale di capacità di banda, trainata proprio dai fornitori di contenuti che ne sono diventati gli utilizzatori principali: se fino al 2012 Google, Meta, Amazon e Microsoft consumavano non più del 10% della disponibilità totale, infatti, nel 2021 sono arrivati al 69% (4) – e la proiezione per il 2027 tocca il 78% (5) – con picchi del 92% sui collegamenti transatlantici e circa del 75% su quelli transpacifici. Non casualmente, i loro investimenti nei cavi coincidono con queste rotte: tra 2019 e 2021 quasi il 75% ha interessato la tratta tra Europa e Stati Uniti, scendendo a circa un terzo attraverso il Pacifico (6).</p>



<p><strong>Fame di dati</strong></p>



<p>Nell’era della <em>smart</em> <em>revolution</em> e di una domanda di servizi globali ad alta velocità in continua crescita, si assiste alla costruzione di un numero sempre maggiore di data center, necessari a rendere fruibili agli utenti nel minor tempo possibile e in ogni parte del mondo i contenuti delle piattaforme. Questione che interessa i colossi dei servizi cloud come Amazon, Microsoft e Google, per i quali diventa imprescindibile offrire ai propri clienti – imprese, ma anche governi nazionali (7) – quante più opzioni possibili per lo stoccaggio, l’accesso e la condivisione dei dati, oltreché le piattaforme social o di video streaming. A differenza delle tradizionali aziende di telecomunicazioni, quindi, la priorità dei colossi digitali non è mantenere in comunicazione gli utenti quanto mantenere connessi gli imponenti data center che conservano i dati. Basti pensare che il traffico tra i data center di Facebook – per il back-up di post, foto e video condivisi giornalmente dagli utenti – è dalle sei alle sette volte maggiore rispetto a quello utente-macchina (8). Poter determinare le rotte dei collegamenti transoceanici diventa quindi fondamentale.</p>



<p>Per mantenere la posizione dominante che occupano, strettamente connessa alla mole di dati che sono in grado di prelevare, le Big Tech puntano parallelamente a incrementare la quantità di informazioni da poter gestire, trasmettendole ad alta velocità e bassa latenza. La capacità di banda messa a disposizione dai fornitori tradizionali, difatti, non è più sufficiente a soddisfare i loro crescenti bisogni: Google, per esempio, è passata dagli 8 Terabyte al secondo di Unity nel 2010, ai 250 Tb/s di Dunant – in grado di trasmettere ogni secondo una quantità di dati pari a tre volte la biblioteca digitalizzata del Congresso statunitense – fino ai 350 Tb/s di Grace Hopper (9). Sono queste le ragioni che le hanno spinte a entrare in prima persona nell’industria dei cavi sottomarini.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="432" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg" alt="" class="wp-image-7138" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-300x216.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/08/3-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list" target="_blank">https://blog.telegeography.com/telegeographys-content-providers-submarine-cable-holdings-list</a></figcaption></figure>
</div>


<p>L’ingresso di questi capitali ha portato altresì ad accorciare i tempi per portare a termine i progetti – grazie a un controllo maggiore rispetto ai consorzi tradizionali – e a miglioramenti tecnologici, che permettono di accompagnare l’aumento di capacità ed efficienza a una diminuzione dei costi: in una parola, una maggiore competitività.</p>



<p>Controllo dell’infrastruttura, aumento della capacità accessibile e dei dati raccolti, miglior qualità dei servizi e minori costi: così Big Tech accresce il proprio dominio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Via della Seta</h4>



<p>A fare da contraltare alle imprese di telecomunicazioni statunitensi e al boom degli investimenti di Big Tech, anche la Cina ha recentemente volto lo sguardo all’industria dei cavi sottomarini. A partire dal 2021, le tre imprese a controllo statale China Telecom, China Unicom e China Mobile hanno iniziato a investire nel settore, finanziando la costruzione di più di 30 nuovi cavi nel solo primo anno, dei quali oltre un terzo senza punti di contatto con il territorio cinese (10). Un’altra azienda, la HMN Technologies (ex Huawei Marine) è invece tra i leader nella costruzione e manutenzione dei cavi, con oltre 100 progetti gestiti (11).</p>



<p>L’attenzione dello Stato cinese verso lo sviluppo dell’infrastruttura digitale globale rientra nella Digital Silk Road – parte della Belt and Road Initiative lanciata nel 2015 – che prevede investimenti per 95 miliardi di dollari e ha tra i suoi obiettivi anche il controllo del 60% dei cavi sottomarini mondiali entro il 2025 (12). Una strategia che punta ad aumentare la dipendenza tecnologica ed economica mondiale nei confronti di Pechino e a estendere l’influenza cinese nei Paesi in via di sviluppo.</p>



<p>Agli occhi statunitensi il protagonismo della seconda potenza globale pone chiaramente un problema geopolitico. Il governo USA, infatti, ha più volte bloccato o influenzato progetti di collegamento tra Stati Uniti e territorio cinese appoggiati anche dagli stessi colossi occidentali. È il caso per esempio del Pacific Light Cable Network finanziato da Meta e Google, che inizialmente prevedeva la partecipazione anche di un’azienda cinese e la connessione di USA, Filippine e Taiwan con Hong Kong: su pressione di Washington, l’impresa cinese ha abbandonato il consorzio e Hong Kong è stata esclusa dalla rotta del cavo (13). È stato del tutto bloccato, invece, il collegamento diretto pianificato da Meta, China Telecom e China Unicom tra Stati Uniti e Hong Kong (14). Sorte simile è toccata al cavo CAP-1 tra Filippine e California, finanziato da Meta e Amazon e approvato dagli USA soltanto in seguito al ritiro dal consorzio di China Mobile (15).</p>



<p>In una fase in cui il capitalismo globale sta transitando verso un futuro <em>green</em> e <em>smart</em>, avere il controllo delle tecnologie fondamentali per la rivoluzione energetica e digitale diventa di primaria importanza. E dal momento che l’asse portante di queste tecnologie – intelligenza artificiale in primis – è Internet, gestire l’infrastruttura che sostiene le connessioni rappresenta un vantaggio strategico non indifferente.</p>



<p>A ogni modo, a farla da padrone nel vasto mondo della rete per il momento sono ancora gli Stati Uniti. Google, Meta, Amazon e Microsoft in testa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Libertà di controllo</h4>



<p>Al contrario delle imprese di telecomunicazioni tradizionali – che devono attenersi al principio della neutralità della rete, senza cioè discriminazioni in merito alla qualità e al tipo di servizio offerto, e che sono tenute a garantire l’accesso al pubblico disposto a pagare un canone, senza poter scegliere o favorire determinati clienti – i colossi statunitensi si sottraggono a qualsivoglia regolamentazione. Collegando i data center di loro proprietà, infatti, i cavi sottomarini sotto il loro controllo diventano delle vere e proprie linee di comunicazione private. Tant’è vero che l’obiettivo che perseguono i giganti del web non è il profitto tramite la rivendita della capacità dei loro cavi – che li equiparerebbe a un’impresa di telecomunicazioni – bensì l’utilizzo esclusivo di queste rotte transoceaniche.</p>



<p>Il network privato che sta strutturando Google, con i cavi di cui è unica proprietaria, connette Stati Uniti, Sud America, Europa e Africa. Non soltanto, perché la stessa Google adotta poi un modello di partnership con le imprese di telecomunicazioni dei Paesi a cui si connette, che le permette ancora più libertà di manovra. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che disciplina le norme internazionali sulla posa dei cavi sottomarini, gli Stati possono imporre restrizioni e richiedere licenze soltanto alle imprese che operano all’interno delle acque territoriali, mentre in alto mare vige la libertà assoluta di operare. Google, che si appoggia alle aziende locali per portare a terra le connessioni, non viene toccata.</p>



<p>Seppur non interessate alla rivendita della capacità di banda, è tuttavia possibile lo scambio di ‘quote’ tra imprese che controllano cavi diversi: data la portata degli investimenti dei content provider, è facile prevedere che tali scambi avverranno principalmente tra soggetti con pari disponibilità, creando una sorta di ‘club esclusivo’ accessibile soltanto ai già dominanti colossi del web.</p>



<p>Per imprese che hanno costruito il loro impero sul controllo dei dati degli utenti delle loro piattaforme – che sia attraverso pubblicità mirata, come per Google e Meta, o con i servizi cloud, come per Amazon e Microsoft – poter modellare anche l’infrastruttura della rete costituisce un chiaro vantaggio competitivo: maggiore è il traffico dati di cui riescono ad appropriarsi, più grandi saranno i loro guadagni e più marcato il loro dominio.</p>



<p>Il mondo virtuale viaggia su Internet. E guida Big Tech.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. Submarine Telecoms Forum, <em>Industry report</em>, issue 11, 2022/2023</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership">https://fairinternetreport.com/research/facebook-meta-submarine-cable-ownership</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Cfr. <a href="https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry">https://www.datacenterknowledge.com/networks/how-hyperscale-cloud-platforms-are-reshaping-submarine-cable-industry</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>4)</em> Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://blog.telegeography.com/content-providers-binge-on-global-bandwidth</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/">https://restofworld.org/2022/google-meta-underwater-cables/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables">https://blog.telegeography.com/are-content-providers-the-biggest-investors-in-new-submarine-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Si segnala, per esempio, il contratto affidato dalla CIA ad Amazon nel 2013 per la gestione del cloud della comunità di intelligence statunitense, della durata di dieci anni e del valore di 600 milioni di dollari. Nel 2020 l’agenzia ha destinato un secondo appalto multimiliardario – per altri dieci anni – ad Amazon, Microsoft, Google, Oracle e IBM. Ancora da assegnare, invece, i 9 miliardi di dollari del contratto quinquennale Joint Warfighting Cloud Capability del Pentagono, a cui aspirano Amazon, Microsoft, Google e Oracle</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook">https://www.wired.co.uk/article/subsea-cables-google-facebook</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/insights/complete-list-of-google-s-subsea-cable-investments</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) </em>Cfr. <a href="https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1">https://www.atlanticcouncil.org/in-depth-research-reports/report/cyber-defense-across-the-ocean-floor-the-geopolitics-of-submarine-cable-security/#trend-1</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts" target="_blank">https://www.submarinenetworks.com/en/vendors/hmn-tech/huawei-marine-achieves-over-100-contracts</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> Cfr. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/geoeconomia-dei-cavi-sottomarini-33004</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/plcn/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em> Cfr. <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.submarinenetworks.com/en/systems/trans-pacific/hka</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/" target="_blank">https://www.theregister.com/2021/08/16/china_mobile_quits_cap_1_submarine_cable/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Transizione ecologica? L’altra faccia dei veicoli elettrici: le miniere di litio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/transizione-ecologica-laltra-faccia-dei-veicoli-elettrici-le-miniere-di-litio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Il futuro ‘ecologico’ si regge sull’estrattivismo e la devastazione ambientale delle miniere di litio: viaggio nella roccia dell’Australia e nelle saline del Cile]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il futuro ‘ecologico’ si regge sull’estrattivismo e la devastazione ambientale delle miniere di litio: viaggio nella roccia dell’Australia e nelle saline del Cile</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p class="has-drop-cap">Con 339 voti favorevoli e 249 contrari, su proposta della Commissione europea il 9 giugno scorso il Parlamento Ue approva il divieto di commercializzare veicoli che emettono CO<sub>2</sub> a partire dal 2035, con lo stop alla produzione di veicoli a benzina o diesel e un forte impulso a quelli elettrici. Una proposta contenuta nel pacchetto “Fit for 55” che prevede un abbassamento del 55% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030, nel contesto del Green Deal europeo con cui la Commissione punta alla neutralità climatica nel 2050. Il 29 giugno, con un accordo tra i ministri dell’Ambiente dell’Unione, lo stop ai motori a combustione viene approvato anche dal Consiglio europeo. Prima di diventare legge, le proposte contenute nel pacchetto dovranno passare attraverso ulteriori negoziati tra Consiglio e Parlamento, ma la direzione è ormai presa.</p>



<p>La strada della transizione ecologica imboccata dall’Unione europea – di pari passo con gli obiettivi fissati anche a livello mondiale per frenare gli effetti del riscaldamento climatico – promette un futuro di energia pulita e rinnovabile a zero emissioni. Ma la focalizzazione posta esclusivamente sui livelli di emissione di gas a effetto serra nasconde il reale costo ambientale della transizione verde. Per sostituire le fonti di approvvigionamento del sistema energetico globale oggi basato principalmente sullo sfruttamento degli idrocarburi, infatti, sarà necessaria la produzione su larga scala di tecnologie che continueranno a essere alimentate dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali del pianeta: semplicemente cambiano le materie prime. Nel prossimo futuro, il settore energetico diventerà uno dei traini dell’industria estrattiva di minerali, con una vera e propria esplosione della domanda di quelli<strong> </strong>ritenuti<strong> </strong>strategici: litio, nickel, cobalto, manganese e grafite imprescindibili per le batterie, terre rare fondamentali per i magneti permanenti dei motori elettrici e delle turbine eoliche, rame e alluminio utilizzati nelle reti elettriche.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="381" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-5.jpg" alt="" class="wp-image-7075" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-5-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: dati International Energy Agency, <em>The role of critical minerals in clean energy transitions</em>, marzo 2022</figcaption></figure>
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<p>Per un rapporto della International Energy Agency (IEA) (1), nel 2040 il fabbisogno di minerali per le tecnologie green sarà dalle due, alle quattro, alle sei volte maggiore di quello attuale, a seconda che vengano adottate politiche di riconversione energetica più o meno nette. In uno scenario che vede mantenuti gli impegni presi con l’Accordo di Parigi del 2015 (limitazione dell’incremento del riscaldamento globale “ben al di sotto” dei 2°C), nel 2040 più del 90% della domanda mondiale di litio, tra il 60 e il 70% di nickel e cobalto e oltre il 40% di terre rare e rame, servirà ad alimentare esclusivamente la transizione energetica. E sarà soprattutto la produzione di batterie per i veicoli elettrici e per i sistemi di stoccaggio di energia a spingere la domanda, che per il settore aumenterà di almeno trenta volte rispetto a quella attuale. Il passaggio alla mobilità elettrica è infatti al centro della transizione: come illustrano i dati dell’IEA, per la produzione di un’auto elettrica sono necessari oltre 200 kg di minerali, sei volte la quantità impiegata per le auto convenzionali (Grafico 1, pag. 29). Una sproporzione che si ripete anche nel rapporto tra gli impianti eolici e fotovoltaici e i generatori di energia a carbone o a gas (Grafico 2, pag. 31).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="369" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-5.jpg" alt="" class="wp-image-7076" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/2-5-300x185.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Fonte: dati International Energy Agency, <em>The role of critical minerals in clean energy transitions</em>, marzo 2022</figcaption></figure>
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<p>La retorica dello <em>sviluppo green</em> deve quindi fare i conti – è il caso di dirlo – con un cortocircuito: il tanto anelato futuro ecologico “a impatto zero” sul pianeta si regge sull’estrattivismo e il carico di devastazione ambientale che si porta dietro. Vediamo il caso esemplificativo del litio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Geografia e geopolitica del litio</h4>



<p>Metallo tenero bianco-argenteo storicamente utilizzato nella produzione di ceramiche, vetro e grassi lubrificanti, il litio ha visto un progressivo aumento della richiesta globale a partire dal 2010, parallelamente alla crescita del mercato delle batterie. Utilizzate nei prodotti di elettronica, nei veicoli ibridi ed elettrici e tra le migliori candidate anche a garantire lo stoccaggio dell’energia rinnovabile, nel 2021 costituivano il 74% della destinazione finale di mercato (2). Secondo i dati IEA nel quadro dell’Accordo di Parigi, nel 2040 la domanda annuale sarà 42 volte quella attuale. Se per i prodotti di elettronica la quantità di litio richiesta varia dai 2 ai 10 grammi, infatti, per le auto sono necessari tra i 7 e i 13 kg, e per lo stoccaggio di energia delle reti elettriche su larga scala si arriva fino a 14 tonnellate di minerale (3).</p>



<p>La transizione ecologica, per come è stata impostata, avrà quindi bisogno dell’estrazione di enormi quantità di questa materia prima, che in natura è presente principalmente nelle rocce di pegmatiti e nelle salamoie – soluzioni acquose naturali con alte concentrazioni di sali – delle saline. Come riporta lo U.S Geological Survey (4), le risorse mondiali identificate di litio ammontano a 89 milioni di tonnellate, di cui il 56% si trova nel cosiddetto “triangolo del litio” sudamericano che si estende sul territorio di Bolivia (21 milioni), Argentina (19) e Cile (9,8); altri giacimenti importanti sono presenti negli Stati Uniti (9,1), in Australia (7,3) e in Cina (5,1). Per quanto riguarda le riserve, vale a dire le risorse attualmente estraibili e utilizzabili nei processi industriali, il primo Paese è il Cile con 9,2 milioni di tonnellate, seguito da Australia (5,7), Argentina (2,2), Cina (1,2) e Stati Uniti (750 mila): la Bolivia, come vedremo, pur avendo i giacimenti più grandi del pianeta non compare in questa classifica, a causa delle caratteristiche fisiche non favorevoli del Salar de Uyuni, la salina in cui si trovano.</p>



<p>Relativamente alla produzione annuale, infine, guidano la classifica l’Australia, con 55 mila tonnellate, e il Cile con 26 mila. Ma è la Cina a controllare la buona parte delle miniere attive, nonostante abbia una produzione domestica di appena il 14%: il 25% di SQM, che opera in Cile con la statunitense Albemarle, fa capo alla società cinese Tianqi Lithium (5), così come il 51% della miniera di Greenbushes in Australia (6) – la più grande del mondo –; l’impresa Jiangxi Ganfeng Lithium, con il 46,7% detiene la quota di maggioranza di Minera Exar (7) attiva nei giacimenti argentini, oltre a partecipazioni nelle miniere di Mount Marion (8) e Pilbara Pilgangoora in Australia (9); l’azienda Sinomine, infine, è proprietaria di Bikita Minerals in Zimbabwe (10). Non solo. La Cina gestisce quasi il 60% della raffinazione di litio (11) e oltre il 70% di quella dei minerali necessari per la produzione delle batterie (12), di cui controlla il 79% della manifattura (13). Un dominio economico con cui la geopolitica dovrà fare presto i conti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dalla roccia: rifiuti chimici e CO<sub><strong>2</strong></sub></h4>



<p>Il metodo di estrazione del litio varia a seconda del tipo di formazione minerale in cui si presenta: dagli scavi rocciosi di pegmatite nelle miniere a cielo aperto in Australia, Cina, Brasile, Zimbabwe e Portogallo, alle vasche di evaporazione delle salamoie delle saline in Cile, Argentina, Bolivia, Stati Uniti e Cina.</p>



<p>La pegmatite è una roccia magmatica che contiene minerali ricchi di litio, tra i quali lo spodumene da cui viene estratta la materia prima. La concentrazione nel minerale varia dal 4% dell’Australia – che come abbiamo visto ne è il principale Paese produttore – all’1,6% dell’Africa e il circa 1% del Nord America.</p>



<p>Dopo le perforazioni e l’utilizzo di esplosivi per la rimozione del materiale roccioso, si passa ai trattamenti di purificazione: una prima fase di separazione dei minerali con l’utilizzo di sostanze chimiche per isolare lo spodumene, che viene poi sgretolato, portato a oltre 1.000 gradi e successivamente raffreddato per essere trattato con acido sulfurico; nuovamente sottoposto a calore a 200 gradi, filtrato e fatto precipitare per rimuovere le impurità; infine, l’aggiunta di carbonato di sodio o di ossido di calcio permette di ottenere, rispettivamente, il carbonato di litio e l’idrossido di litio utilizzati nelle batterie (14).</p>



<p>Un processo che richiede grandi quantità di energia e causa elevate e-missioni di gas a effetto serra – tra cui 15 tonnellate di CO<sub>2</sub> per ogni tonnellata di litio prodotto (15) – oltre a generare rifiuti chimici convogliati con le acque di scarto in vasche di raccolta spesso soggette al rischio di perdite, con il conseguente rilascio di contaminanti nel suolo, nelle falde acquifere e nelle acque superficiali circostanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dalla salina: acqua che elimina l’acqua</h4>



<p>Il metodo di estrazione impiegato nelle saline è totalmente diverso. Una volta perforata la crosta superficiale di sale, la salamoia sottostante viene pompata in superficie e incanalata in vasche di raccolta all’aria aperta, distribuite in prossimità del sito di estrazione, dove viene lasciata evaporare al sole e al vento per un periodo di circa 12-18 mesi. Questo processo prevede il passaggio in diverse vasche per permettere la precipitazione dei sali di scarto e la separazione del litio, che nelle salamoie ha una concentrazione molto inferiore rispetto allo spodumene, con un valore tra lo 0,01% e lo 0,2%. Salamoie ad alto contenuto di magnesio complicano il processo, trattandosi di un elemento con proprietà simili al litio che ne ostacola la separazione e rende necessaria una lavorazione più complessa e più costosa. Una volta ottenuta una concentrazione ottimale, il processo si sposta negli impianti di lavorazione, con l’aggiunta di additivi chimici per la rimozione delle impurità e il successivo trattamento con carbonato di sodio per ottenere il carbonato di litio di utilizzo industriale. Un ulteriore passaggio è poi richiesto per arrivare all’idrossido di litio.</p>



<p>Proprio perché si basa sull’evaporazione dell’acqua delle salamoie, le condizioni ambientali più o meno favorevoli influenzano enormemente il ritmo di estrazione. Non a caso le miniere attualmente attive si trovano in zone molto aride e ventose, soggette a radiazioni solari intense e con livelli di precipitazione atmosferica risibili. Emblematico in questo senso il caso della Bolivia: un più alto livello di precipitazioni e un più basso tasso di evaporazione rispetto ad Argentina e Cile, oltre alla grande concentrazione di magnesio nelle salamoie, fa sì che le tecnologie attualmente disponibili non permettano un’estrazione vantaggiosa in quello che è il più grande deposito del pianeta.</p>



<p>In generale, è un tipo di estrazione che riesce a isolare dal 30 al 70% di litio (a seconda dei siti) e accumula 115 tonnellate di rifiuti <em>non</em> tossici – principalmente sali di scarto – per ogni tonnellata ottenuta. Ma prosciuga acqua.</p>



<p>Alla fine del processo, evapora il 95% dell’acqua delle salamoie convogliata nelle vasche di raccolta, con una perdita di 2 milioni di litri di acqua per ogni tonnellata di litio estratta; in quello che è già un ambiente estremamente arido. Anche le falde acquifere di acqua dolce, poste ai bordi delle saline, vengono interessate dall’attività mineraria: la fase di purificazione ne utilizza fino a 50 m<sup>3</sup> per ogni tonnellata di litio ottenuta. E i due sistemi idrici non sono isolati.</p>



<p>Nonostante l’acqua delle salamoie non sia utilizzabile dall’uomo né adatta per gli animali, a causa dell’alta concentrazione di sali (nove volte maggiore rispetto all’acqua di mare), si trova in equilibrio dinamico sia con l’ambiente circostante – soggetta a un lento ricambio, regolato dall’elevato tasso di evaporazione naturale e dalle rare precipitazioni – sia con il sistema idrico di acqua dolce: a causa del pompaggio da parte dell’attività mineraria, si genera infatti una depressione che, nel caso di saline con pareti permeabili, provoca l’afflusso di acqua dolce dalle falde acquifere verso il sito di estrazione (16). L’attività delle miniere danneggia quindi l’equilibrio idrico complessivo e l’ecosistema, sottraendo acqua dolce a un ambiente che già soffre di siccità, con conseguenze per gli animali e la vegetazione oltreché per la vita delle comunità che abitano queste terre aride.</p>



<p>Condizioni ben conosciute nel Salar de Atacama cileno – uno dei <em>salares</em> del “triangolo del litio” latinoamericano che pesano per quasi l’80% dei depositi di salamoie esistenti – da cui proviene circa il 30% della produzione mondiale. Un’altitudine di 2.300 metri e una superficie di 3.000 km<sup>2</sup>, precipitazioni nell’ordine di 25 mm/anno e un tasso di evaporazione di 2.000 mm/anno, lo rendono una delle zone più aride del pianeta, luogo ideale per lo sfruttamento minerario. L’attività delle miniere di litio – ma non solo, vista la compresenza delle miniere di rame, altra materia prima da sempre estratta a grande intensità in questo territorio e fondamentale anche per la transizione energetica, come abbiamo visto – ha causato la perdita di ben il 65% dell’acqua disponibile (17).</p>



<p>Secondo un’analisi delle immagini satellitari del periodo tra il 1997 e il 2017 condotta dalla Arizona State University (18), esiste una chiara correlazione tra la degradazione ambientale nel salar e l’espansione della miniera di litio, che in vent’anni è passata da un’area di 20,5 km<sup>2</sup> a una di 80,5 km<sup>2</sup>: vicino ai siti di estrazione e alle vasche di evaporazione, è stata rilevata una più rapida diminuzione della copertura di vegetazione e un maggiore aumento dell’aridità del suolo rispetto alle altre zone, con un incremento della temperatura di superficie da 28,4°C a 32,9°C in estate, e da 8,3°C a 14,1°C in inverno.</p>



<p>Un’altra indagine della rivista E&amp;T (19), oltre a confermare questa causalità diretta, evidenzia una forte relazione inversa tra i livelli di acqua estratta e pompata nelle vasche di evaporazione della miniera e quelli delle lagune situate alle estremità del salar, habitat di nidificazione delle tre specie di fenicotteri che popolano l’Atacama. Diminuzione che rende l’acqua delle lagune inospitale per gli organismi di cui si cibano i fenicotteri, che muoiono di fame e stanno abbandonando l’area (20).</p>



<p>Evidenze di una devastazione ambientale confermata anche dai dati elaborati dal Comité de Minería No Metálica del governo cileno, secondo il quale l’attività estrattiva preleva dalle salamoie 8.800 litri al secondo a fronte di una capacità di ricarica idrica di 6.800 litri: un bilancio negativo di 2.000 litri al secondo. Documenti del governo datati 2018, inoltre, indicano un’autorizzazione per l’utilizzo delle riserve di acqua dolce in favore di SQM – l’impresa che insieme alla statunitense Albemarle sfrutta i giacimenti cileni – di 240 litri al secondo: vale a dire, 20 milioni di litri al giorno. Basandosi sui dati del governo e sullo storico della produzione di Albemarle, E&amp;T stima che dal 1985 al 2017 siano stati consumati dalla miniera complessivamente 433 miliardi di litri di acqua, con una proiezione per il periodo 2018-2043 che tocca 1,5 trilioni. Ulteriori segnali della scarsità d’acqua del salar sono stati portati alla luce da un’altra ispezione governativa, che ha rivelato come a partire dal 2013 il 32,4% degli alberi Algarrobo presenti sui terreni di proprietà di SQM stesse morendo: essendo una specie che tollera le condizioni di siccità, si tratta di un campanello d’allarme significativo, che è stato però ignorato dalla società estrattiva.</p>



<p>Seppur siano ancora pochi gli studi sui possibili effetti a lungo termine, e la maggior parte delle informazioni sull’impatto ambientale arrivi dalle imprese stesse, è del tutto evidente la devastazione causata dalle miniere di litio, e non solamente in Sud America. Vicino ai siti estrattivi cinesi in Tibet, tra il 2009 e il 2016 si sono verificati tre casi di probabile contaminazione del fiume Liqi, con centinaia di pesci e diversi esemplari di yak trovati morti: le proteste degli abitanti dei villaggi locali hanno portato ripetutamente alla chiusura dei siti, che hanno però riaperto nel 2019 (21). Negli Stati Uniti, dove l’unica miniera attiva è quella di Silver Peak, in Nevada, sono stati riportati casi di contaminazione dei corsi d’acqua fino a 250 km dai siti di estrazione (22).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una <em>non</em> transizione</h4>



<p>Degradazione del suolo, contaminazione e mancanza di acqua, inquinamento dell’aria, perdita di biodiversità. È ciò che accomuna da sempre le attività estrattive di risorse naturali condotte su larga scala e ad alta intensità, e il litio non fa eccezione al pari degli altri minerali strategici per la transizione (23). Che ha ben poco di <em>green</em>, ma non c’è da stupirsi: all’interno di un sistema in cui la sete di profitto di pochi guida le scelte sul futuro del pianeta, non esiste alcuna possibilità di raggiungere un punto di equilibrio tra le attività umane e la natura, perché quest’ultima è concepita esclusivamente come una risorsa da consumare. Ma è una risorsa finita. Così, minerali che hanno impiegato miliardi di anni a formarsi nel sottosuolo, vengono divorati dallo ‘sviluppo’ tecnologico capitalista, che in pochi anni li trasforma in rifiuti inquinanti: è il caso delle batterie al litio giunte a fine vita disperse nell’ambiente, che rilasciano sostanze chimiche e sono facilmente infiammabili. Secondo uno studio del Oeko-Institut del 2021 (24), all’interno della sola Unione europea ci saranno circa 75.000 tonnellate di batterie esauste nel 2025, con una proiezione per il 2030 che raggiunge quota 240.000, a fronte di una capacità di riciclo che per il 2019 è stata di 38.000 tonnellate all’anno (25). E ancora non sarà a pieno regime la diffusione dei veicoli elettrici.</p>



<p>Forse non siamo di fronte a una transizione, allora: ciò che ci aspetta, in fondo, non è niente di nuovo. Cambia la fase storica, cambiano le materie prime necessarie a sostenere l’evoluzione tecnologica e la produzione globale, e cambiano i bisogni indotti nella popolazione. Ma non può cambiare il capitalismo. È la <em>sua</em> natura.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. International Energy Agency, <em>The role of critical minerals in clean energy transitions</em>, marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. U.S. Geological Survey, <em>Mineral Commodity Summaries</em>, gennaio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr Graham, J.D.; Rupp, J.A.; Brungard, E., <em>Lithium in the Green Energy Transition: The Quest for Both Sustainability and Security.</em> Sustainability 2021, 13, 11274. <a href="https://doi.org/10.3390/su132011274" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.3390/su132011274</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>4)</em> U.S. Geological Survey, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="http://en.tianqilithium.com/business/investment.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://en.tianqilithium.com/business/investment.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="http://en.tianqilithium.com/business/index.html">http://en.tianqilithium.com/business/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a href="http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/4.html">http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/4.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/1.html">http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/1.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/2.html">http://www.ganfenglithium.com/aboutz_en/id/2.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/article/sinomine-zimbabwe-lithium-idUKL8N2Y43HA">https://www.reuters.com/article/sinomine-zimbabwe-lithium-idUKL8N2Y43HA</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. International Energy Agency, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.benchmarkminerals.com/membership/chinas-lithium-ion-battery-supply-chain-dominance/">https://www.benchmarkminerals.com/membership/chinas-lithium-ion-battery-supply-chain-dominance/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.statista.com/statistics/1249871/share-of-the-global-lithium-ion-battery-manufacturing-capacity-by-country/" target="_blank">https://www.statista.com/statistics/1249871/share-of-the-global-lithium-ion-battery-manufacturing-capacity-by-country/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.innovationnewsnetwork.com/assessing-the-environmental-impact-of-spodumene-mining-and-processing/14157/" target="_blank">https://www.innovationnewsnetwork.com/assessing-the-environmental-impact-of-spodumene-mining-and-processing/14157</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.bbc.com/future/article/20201124-how-geothermal-lithium-could-revolutionise-green-energy" target="_blank">https://www.bbc.com/future/article/20201124-how-geothermal-lithium-could-revolutionise-green-energy</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em> Cfr. Flexer V., Baspineiro C. F., Inés Galli C., <em>Lithium recovery from brines: A vital raw material for green energies with a potential environmental impact in its mining and processing</em>, Science of the Total Environment 639 (2018) 1188–1204, <a rel="noreferrer noopener" href="https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2018.05.223" target="_blank">https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2018.05.223</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17)</em> Cfr. <a href="https://www.wired.co.uk/article/lithium-batteries-environment-impact" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.wired.co.uk/article/lithium-batteries-environment-impact</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. W. Liua, D. B. Agusdinataa, S. W. Myintb, <em>Spatiotemporal patterns of lithium mining and environmental degradation in the Atacama Salt Flat, Chile</em>, Int J Appl Earth Obs Geoinformation 80 (2019) 145–156, <a href="https://doi.org/10.1016/j.jag.2019.04.016" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1016/j.jag.2019.04.016</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://eandt.theiet.org/content/articles/2019/08/lithium-firms-are-depleting-vital-water-supplies-in-chile-according-to-et-analysis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://eandt.theiet.org/content/articles/2019/08/lithium-firms-are-depleting-vital-water-supplies-in-chile-according-to-et-analysis/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. J. S. Gutiérrez, J. N. Moore, J. P. Donnelly, C. Dorador, J. G. Navedo, N. R. Senner, <em>Climate change and lithium mining influence flamingo abundance in the Lithium Triangle</em>, The royal society (2022), <a rel="noreferrer noopener" href="https://doi.org/10.1098/rspb.2021.2388" target="_blank">https://doi.org/10.1098/rspb.2021.2388</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>21)</em> Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/tibetans-in-anguish-as-chinese-mines-pollute-their-sacred-grasslands/2016/12/25/bb6aad06-63bc-11e6-b4d8-33e931b5a26d_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/tibetans-in-anguish-as-chinese-mines-pollute-their-sacred-grasslands/2016/12/25/bb6aad06-63bc-11e6-b4d8-33e931b5a26d_story.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. <a href="https://www.instituteforenergyresearch.org/renewable/the-environmental-impact-of-lithium-batteries/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instituteforenergyresearch.org/renewable/the-environmental-impact-of-lithium-batteries/</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, luglio/settembre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Oeko-Institut et al.,<em> Emerging waste streams – Challenges and opportunities</em>, 2021</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. P. Alves Dias, D. Blagoeva, C. Pavel, N. Arvanitidis, <em>Cobalt: demand-supply balances in the transition to electric mobility</em>, EUR 29381 EN, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2018, ISBN 978-92-79-94311-9, doi:10.2760/97710, JRC112285 </p>
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			</item>
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		<title>La (non) indipendenza della Corte penale internazionale. Stati Uniti, Russia e interessi geopolitici</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-non-indipendenza-della-corte-penale-internazionale-stati-uniti-russia-e-interessi-geopolitici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[crimini guerra]]></category>
		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>
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					<description><![CDATA[Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p class="has-drop-cap">“In base alle informazioni attualmente disponibili, oggi posso annunciare che il governo degli Stati Uniti ritiene che i membri delle forze armate russe abbiano commesso crimini di guerra in Ucraina.” Antony Blinken, Segretario di Stato americano, il 23 marzo 2022 rilascia un comunicato con cui chiarisce che il Dipartimento di Stato si dice disponibile a supportare ogni iniziativa internazionale finalizzata a ottenere giustizia. “Come con ogni presunto crimine”, continua Blinken, “la responsabilità di accertare la colpevolezza in casi specifici è competenza di un tribunale che ne abbia giurisdizione. Il governo degli Stati Uniti continuerà a raccogliere segnalazioni di crimini di guerra e a condividere opportunamente le informazioni con gli alleati, i partner e le istituzioni e organizzazioni internazionali. Ci impegniamo ad accertare ogni responsabilità usando ogni mezzo disponibile, procedimenti penali inclusi” (1). Alle dichiarazioni di Blinken fanno eco, pochi giorni dopo, quelle del presidente Biden: definisce Putin un “criminale di guerra” e ribadisce la necessità di raccogliere informazioni “per poter istituire un processo per crimini di guerra” nei confronti delle forze armate russe (2).</p>



<p>I crimini di guerra – insieme a genocidio, crimini contro l’umanità e atto di aggressione – rientrano sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale (CPI), tribunale permanente in sede all’Aja in funzione dal 2002 che proprio gli Stati Uniti – ma non sono i soli – non riconoscono: dopo aver firmato lo Statuto di Roma che l’ha istituita, infatti, appena la Corte è entrata in pieni poteri gli USA hanno ufficializzato la decisione di non ratificare l’adesione. Una decisione che resiste tutt’oggi, e ha quindi del paradossale la presa di posizione dell’Amministrazione Biden nei confronti dei presunti crimini commessi dalla Russia di Putin in Ucraina. Non solo. La posizione espressa dai rappresentanti del Senato statunitense è ancora più esplicita. Con una risoluzione presentata il 2 marzo dal repubblicano Lindsey Graham – e approvata all’unanimità il 15 dello stesso mese – il Senato “incoraggia gli Stati membri a chiedere alla Corte penale internazionale o altri tribunali internazionali idonei di adottare ogni misura possibile per indagare crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalle forze armate russe [&#8230;] ai comandi del presidente Vladimir Putin” (3). Gli Stati Uniti dunque chiamano direttamente in causa la CPI.</p>



<p>Pochi giorni prima, il 28 febbraio, il Procuratore della Corte dell’Aja, Karim Khan, aveva annunciato di voler aprire un’indagine in Ucraina “il più velocemente possibile” a causa dell’intensificarsi del conflitto, specificando di poter “accelerare ulteriormente le cose” se uno Stato membro gli avesse garantito il mandato per investigare (4). Il 2 marzo, lo stesso giorno della risoluzione del Senato USA, rende noto che 39 Stati membri – tra cui l’Italia – hanno segnalato al suo Ufficio la situazione in Ucraina (5), Paese che non ha mai ratificato lo Statuto ma che nell’aprile 2014 – dopo il referendum del marzo 2014 che ha sancito l’annessione della Crimea alla Russia – ha riconosciuto la giurisdizione della Corte per investigare su presunti crimini commessi dal 21 novembre 2013 (6). Ben 39 Stati, quindi, hanno prontamente risposto ai solleciti del Congresso statunitense e del Procuratore. Khan decide dunque di aprire un’indagine a partire dal 2013. Una scelta ben vista dagli Stati Uniti, che per voce del Dipartimento di Stato si dicono disposti persino a valutare una cooperazione con la CPI: “Accogliamo favorevolmente la decisione. [&#8230;] Stiamo considerando tutte le possibili opzioni per accertare le responsabilità dei crimini” (7).</p>



<p>Tuttavia, è proprio la necessità di cooperazione da parte dei Paesi a costituire uno dei limiti all’azione della Corte. Se è vero che la posizione dei governi nazionali riesce a influire sulla sua autonomia, questi limiti non sono imputabili solamente agli interessi politici dei diversi Stati. È il medesimo Statuto, vedremo, a fare della CPI uno strumento di diritto internazionale sostanzialmente incompiuto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corte penale internazionale</h4>



<p>Conferenza di Roma, 1998: dopo anni di confronti, una serie di incontri diplomatici all’ONU e la creazione di una commissione ad hoc, 120 Paesi votano a favore dell’adozione dello Statuto di Roma, trattato che istituisce la Corte penale internazionale entrato in vigore il 1° luglio 2002 e ratificato, a oggi, dai 123 Paesi che costituiscono l’Assemblea degli Stati membri.</p>



<p>Determinata “a porre fine all’impunità” e “contribuire alla prevenzione” dei crimini (8), la CPI è una Corte di ultima istanza – interviene solo quando gli Stati membri non abbiano la volontà o la capacità di procedere – che indaga e processa gli individui accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, dal 2018, crimine di aggressione. È un organismo indipendente ed esercita la propria giurisdizione sugli atti commessi da un cittadino di uno Stato membro e/o perpetrati sul territorio di uno Stato membro, anche a opera di individui con nazionalità di un Paese <em>non</em> aderente alla CPI; oppure commessi da un cittadino o sul territorio di uno Stato che non ha ratificato lo Statuto ma ha accettato la giurisdizione della Corte – come è il caso dell’Ucraina.</p>



<p>Per condurre le indagini si avvale di un Procuratore – assistito da uno staff di circa 380 persone – che esamina le situazioni in cui si ha il sospetto che siano stati commessi reati di competenza della Corte: il suo intervento può essere richiesto da uno Stato membro o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC, <em>United Nations Security Council</em>), con cui la CPI mantiene un accordo di cooperazione. Se il Procuratore ritiene che ci sia una base ragionevole per avviare un’indagine, è tenuto a darne notifica allo Stato che ha giurisdizione su quei crimini, che può chiedere di condurre le indagini in autonomia: in caso contrario, o se valuta che non sussistano le condizioni perché il Paese porti avanti l’iter processuale genuinamente e nel pieno delle sue capacità, il Procuratore procede. Può inoltre avviare inchieste <em>proprio motu</em>, con l’apertura di un’indagine su iniziativa autonoma, previa autorizzazione dei giudici della sezione preliminare – che insieme ai componenti della sezione processuale costituiscono il comparto giudiziario della Corte.</p>



<p>Una volta raccolte prove sufficienti per procedere all’incriminazione, il Procuratore chiede ai medesimi giudici della sezione preliminare di emettere un mandato di comparizione o di arresto (se lo ritiene necessario) nei confronti del sospettato, e conduce infine l’accusa durante il dibattimento. Ed è questo il punto fondamentale. Non potendosi svolgere <em>in</em><em> absentia</em> – come prescrive l’articolo 63 dello Statuto di Roma – per avviare il processo è richiesta necessariamente la presenza dell’imputato: a questo scopo la CPI si rimette all’obbligo di cooperazione che investe gli Stati membri, non beneficiando di una forza di polizia propria. Paradossalmente, però, sono le stesse disposizioni contenute all’interno dello Statuto che pongono i maggiori limiti alla piena realizzazione di questo fondamentale obbligo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I limiti degli articoli 98 e 63</h4>



<p>L’articolo 98 dello Statuto stabilisce che la CPI non può chiedere a uno Stato membro la consegna di un individuo di un Paese terzo se ciò lo porta a violare l’immunità personale e diplomatica di quel cittadino, riconosciuta dal diritto internazionale a capi di Stato o di governo, diplomatici o funzionari in missione all’estero (primo comma); oppure ad agire in maniera discordante rispetto agli obblighi stabiliti dagli accordi internazionali siglati con uno Stato terzo, in base ai quali il consenso di quest’ultimo è necessario per procedere alla consegna di un suo cittadino alla Corte (secondo comma). In termini generali: se il cittadino di un Paese che non riconosce la Corte dell’Aja viene imputato di aver commesso crimini sul territorio di uno Stato membro, che in quanto tale ha l’obbligo di cooperare con la CPI, l’articolo 98 offre la possibilità a quest’ultimo di non dare seguito all’obbligo. Entriamo nel dettaglio.</p>



<p>Innanzitutto, per quanto riguarda il secondo comma, il testo non restringe il campo a un tipo specifico di accordo internazionale – lasciando di fatto ogni eventualità sul tavolo – e non delimita il periodo temporale di applicazione – aprendo alla possibilità di influenzare l’azione della Corte anche con trattati successivi all’entrata in vigore dello Statuto.</p>



<p>Non è un dettaglio da poco. Per esempio gli Stati Uniti – che, ricordiamo, non riconoscono la Corte dell’Aja – a partire dal 2002 hanno siglato 93 accordi bilaterali (con altrettanti Paesi) con i quali precludono alle nazioni firmatarie la possibilità di consegnare personale militare, governativo o cittadini statunitensi alla CPI.</p>



<p>In virtù di trattati di questo tipo, che sotto l’aspetto del diritto internazionale sono pienamente legittimati dallo Statuto di Roma, e in ragione dell’articolo 63 che impone la presenza dell’imputato affinché il processo possa tenersi, è evidente come gli Stati membri possano venire meno all’impegno di “porre fine all’impunità” per “contribuire alla prevenzione dei crimini” dichiarato nello Statuto stesso, oltre all’obbligo di rispettarne obiettivo e scopo come invece previsto dall’articolo 18 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il veto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU</h4>



<p>Non è tutto. La possibilità per la Corte di mantenere fede al proprio obiettivo viene fortemente influenzata anche dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che è un organismo politico. È previsto infatti che l’UNSC possa riferire una situazione alla CPI e richiederne l’intervento, con una risoluzione in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione), anche nell’eventualità che il caso segnalato riguardi il territorio e i cittadini di uno Stato <em>non</em> membro. Così facendo garantisce piena giurisdizione internazionale alla Corte dell’Aja, rendendo anche possibile bypassare il limite posto dall’immunità personale e diplomatica stabilito nell’articolo 98 (primo comma): l’intervento del Consiglio di Sicurezza equipara infatti uno Stato terzo a uno Stato membro, i cui cittadini – come stabilito dall’articolo 27 dello Statuto di Roma – non possono appellarsi a tale immunità (9). Il suo potere di intervento, tuttavia, è limitato dal diritto di veto in capo ai cinque membri permanenti – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – che possono bloccare qualsiasi risoluzione. Tenendo anche conto che Stati Uniti, Russia e Cina non riconoscono la Corte, il potere che lo Statuto della CPI attribuisce al Consiglio di Sicurezza risulta spesso solo formale, perché inevitabilmente soggetto a interessi geopolitici nazionali.</p>



<p>Un caso di questo tipo si verifica nel 2014: guidati dalla Francia, 13 dei 15 membri del Consiglio votano a favore di una risoluzione che permetta alla Corte di indagare su possibili crimini di guerra e/o crimini contro l’umanità commessi nel contesto della guerra in Siria (Stato che non riconosce la CPI), ma Russia e Cina si oppongono, facendo valere il diritto di veto. La risoluzione non passa e la CPI ha le mani legate.</p>



<p>Nella fattispecie del crimine di aggressione, l’articolo 15 dello Statuto allarga ulteriormente il potere di intervento del Consiglio di Sicurezza: prima di poter aprire un’indagine il Procuratore deve notificarlo all’UNSC, che ha tempo sei mesi per decidere se lo Stato in questione ha commesso un atto di aggressione o meno. Se decide affermativamente, il Procuratore può procedere con le indagini; non dovesse arrivare alcuna delibera entro i termini, invece, può farlo solamente previa autorizzazione della sezione preliminare e solo se non interviene l’articolo 16. Il Consiglio di Sicurezza può infatti richiedere alla CPI di sospendere qualunque nuova indagine o processo in corso per dodici mesi, rinnovabili indefinitamente, nel caso in cui ritenga che interferiscano con il suo mandato di tutelare la pace e la sicurezza internazionale. Una richiesta che vuole il voto favorevole di tutti i cinque membri permanenti e che può non essere accolta dalla Corte dell’Aja, rendendo più difficile, per lo meno in questo specifico caso, intaccare la sua autonomia.</p>



<p>È dunque chiaro che, se da un parte il Consiglio di Sicurezza dell’ONU permette alla CPI di applicare la propria giurisdizione anche sui cittadini e sui Paesi non membri, dall’altra la sua capacità d’azione è posta strettamente sotto il controllo dei principali attori geopolitici mondiali. Se a ciò si aggiungono i limiti posti dall’articolo 98, in tandem con l’articolo 63, ne risulta un quadro in cui rapporti di forza tra Stati assumono il ruolo di primo piano. La CPI quindi si presenta come istituzione sovranazionale, ma di fatto il suo potere è fortemente limitato dagli interessi nazionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Stati Uniti e CPI</h4>



<p>“Gli Stati Uniti”, si legge in una nota del Dipartimento di Stato del 1998, “supportano fermamente l’istituzione di una Corte penale internazionale giusta, efficace e regolarmente costituita” (10). Eppure il rapporto tra le due realtà non è affatto sereno.</p>



<p>A partire dal 1995, gli USA diventano attori principali negli incontri diplomatici delle Nazioni Unite tenutisi nel corso della Conferenza di Roma, partecipano alla stesura della versione finale dello Statuto e ai lavori preparatori all’istituzione della CPI. Danno tuttavia il proprio voto contrario all’adozione dello Statuto (11), e nel 1999 il Congresso USA approva il <em>Foreign Relations Authorization Act </em>(12), che contiene disposizioni che proibiscono il supporto finanziario alla CPI e l’estradizione di qualunque cittadino statunitense in un Paese che potrebbe consegnarlo all’Aja. Il 31 dicembre 2000 – ultimo giorno utile – firmano lo Statuto, ma il presidente Clinton decide di non sottoporre il testo al Senato per la ratifica, e di riservarsi “la possibilità di osservare e valutare il funzionamento della Corte” prima di sottostare alla sua giurisdizione (13).</p>



<p>Con il cambio alla presidenza, la distanza tra Stati Uniti e CPI si fa più marcata. “La presente”, recita una lettera inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite il 6 maggio 2002 da John Bolton, sottosegretario del nuovo governo Bush, “per informarla che, relativamente allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale adottato il 17 luglio 1998, gli Stati Uniti non intendono aderire al trattato”. Bolton ufficializza così la posizione dell’Amministrazione, sottolineando che gli USA non hanno “obblighi legali derivanti dalla firma” dello Statuto (14). Non soltanto.</p>



<p>Sono i tempi della guerra in Afghanistan e dell’“esportazione della democrazia” e, di lì a poco, del conflitto in Iraq. Ad agosto 2002 Bush promulga l’<em>American Service-members Protection Act</em> (ASPA) (15), legge – ancora oggi in vigore – che prevede il divieto di cooperazione, di supporto finanziario e di assistenza alle indagini della CPI. Oltre ad autorizzare il presidente a usare “tutti i mezzi necessari”, inclusa la forza militare, per liberare cittadini americani o di Paesi alleati detenuti dalla Corte (definito informalmente “The Hague Invasion Act”, “Legge per l’invasione dell’Aja”), il testo fa esplicito riferimento alla stipula degli accordi bilaterali in base all’articolo 98 dello Statuto di Roma, che da quel momento iniziano a essere sottoscritti: vincola la partecipazione degli Stati Uniti alle missioni di pace dell’ONU sul territorio dei Paesi membri all’ottenimento di un’esenzione per le forze armate USA dalla giurisdizione della CPI, e impone la firma di tali trattati come precondizione necessaria per il supporto e l’addestramento militare (le misure relative alla cooperazione militare vengono poi abrogate tra il 2006 e il 2008). In piena logica utilitaristica, la legge lascia aperta la possibilità che gli Stati Uniti possano collaborare “agli sforzi internazionali” per assicurare alla giustizia “cittadini stranieri accusati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. <em>Stranieri</em>, non statunitensi.</p>



<p>Ufficialmente, la linea di pensiero che accompagna l’atteggiamento degli USA verso la Corte penale internazionale considera l’intervento di un organismo sovranazionale come una violazione della propria sovranità: gli Stati Uniti, affermano, sono uno Stato di diritto, con piena giurisdizione sui propri cittadini e con la capacità giudiziaria di condurre processi imparziali nei loro confronti. Capacità che però non riconoscono ad altri Stati: oggi alla Russia, per esempio. Non si tratta infatti di sovranità o capacità ma, ben più prosaicamente, di interessi nazionali. Tralasciando il silenzio calato in Occidente sui crimini commessi nel Donbass contro i civili dall’esercito ucraino, sostenuto dagli americani, dal 2014 a oggi – con il ruolo focale svolto dalle milizie neonaziste del battaglione Azov – gli Stati Uniti hanno infatti già avuto modo di negare la loro presunta diversità.</p>



<p>Guerra in Afghanistan: nel 2017 il procuratore della CPI Fatou Bensouda chiede un’autorizzazione ai giudici della sezione preliminare per aprire un’indagine sui crimini commessi durante il conflitto da parte, tra gli altri, delle forze armate USA e della CIA. È la prima volta che la CPI mette sotto investigazione personale statunitense. Il procuratore sottolinea che “non sono state condotte e non sono al momento in corso indagini né azioni penali negli Stati Uniti nei confronti di persone o gruppi di persone coinvolti nei presunti comportamenti riportati in questa richiesta [&#8230;] o le informazioni disponibili sono insufficienti per delineare i contorni di un qualsiasi processo di rilievo a livello nazionale” (16). Per tale ragione, la Corte dell’Aja rivendica di avere la giurisdizione sovranazionale per indagare. E ha ragione. Lo confermano anche le dichiarazioni del 2009 del presidente Obama, in occasione della pubblicazione da parte del governo di alcuni documenti che illustrano le tecniche di interrogatorio approvate ai tempi dell’amministrazione Bush: “È nostra intenzione assicurare che coloro i quali hanno assolto al proprio dovere in buona fede, affidandosi al supporto legale del Dipartimento di Giustizia, non saranno soggetti ad alcun perseguimento penale”; “abbiamo attraversato un capitolo buio e doloroso della nostra storia” ma, precisava Obama, “non otterremo nulla dal dedicare il nostro tempo e la nostra energia ad attribuire colpe per il passato” (17).</p>



<p>E infatti, alla richiesta di Bensouda la reazione del governo Trump è furiosa: Bolton (18) – in quel momento Consigliere per la sicurezza nazionale – e Pompeo (19) – Segretario di Stato – minacciano l’imposizione di sanzioni economiche, il divieto di accesso negli Stati Uniti e azioni penali nei confronti di giudici e procuratori della CPI, così come di qualsiasi azienda o Stato che collabori con la Corte; successivamente, un Ordine Esecutivo presidenziale (20) implementa una politica di sanzioni economiche e restrizioni dei visti d’ingresso per il personale della CPI coinvolto nelle indagini sui cittadini USA, colpendo direttamente Bensouda. Prima respinta dalla stessa Corte e poi confermata, il procuratore avvia finalmente la propria inchiesta nel 2020, ma meno di un mese dopo il governo afghano chiede e ottiene la sospensione delle indagini per poter procedere in proprio (21). Sospensione che dura poco più di un anno: a settembre 2021, infatti, il nuovo procuratore Karim Khan decide di riaprire le indagini, specificando però di volersi concentrare solamente sui crimini commessi da Talebani e Stato Islamico, tralasciando quelli relativi al personale militare e di intelligence USA “a causa delle limitate risorse a disposizione” (22). Obiettivo raggiunto per gli Stati Uniti, quindi. (23)</p>



<p>Va sottolineato che, di fatto, il potere reale della CPI sarebbe stato inconsistente: nel 2003 l’Afghanistan ha infatti siglato con gli USA un accordo in base all’articolo 98 (24), e nessun processo si sarebbe dunque potuto tenere in assenza degli imputati. Poteva tuttavia aprirsi un’incriminazione, e ciò che premeva agli Stati Uniti era tutelare la propria immagine internazionale – oggi è ancora più comprensibile quanto fosse fondamentale la posta in palio: è ben difficile immaginare Biden e il Congresso USA puntare il dito contro Putin, se sugli Stati Uniti pendesse un’indagine, o peggio un’incriminazione, per crimini di guerra in Afghanistan.</p>



<p>Con la stessa violenza gli USA si muovono a proteggere un alleato storico: Israele. Lo Stato palestinese accetta la giurisdizione della Corte nel 2015, ratificando lo Statuto, e ne chiede l’intervento per i crimini commessi sul suo territorio a partire dal giugno 2014 (25). Nel 2018 il Segretario di Stato Pompeo dichiara che gli Stati Uniti non permetteranno “alla CPI, o a qualunque altra organizzazione, di limitare il diritto di autodifesa di Israele” (26), Paese che non riconosce la Corte dell’Aja. “Se la Corte punterà noi, Israele o altri nostri alleati, non rimarremo fermi a guardare”, chiosa. A marzo 2021, il Dipartimento di Stato del governo Biden non molla la presa: sottolinea che la Palestina non si qualifica come Stato sovrano e quindi non può accedere alla giurisdizione della CPI, ed esprime “grande preoccupazione” per la decisione del procuratore di procedere alle indagini anche nei confronti di cittadini israeliani (27). A oggi, il caso è ancora aperto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Russia e CPI</h4>



<p>Non che con la Russia i rapporti della Corte penale internazionale siano più amichevoli. Abbiamo già visto il diritto di veto posto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel caso della Siria, bilateralmente le cose non funzionano meglio. Esattamente come gli Stati Uniti, la Russia ha firmato lo Statuto di Roma (nel 2003) lasciando in sospeso la sua ratifica. Successivamente, il 14 novembre 2016, il procuratore della CPI pubblica un report (28) in cui definisce l’annessione russa della Crimea post referendum una “occupazione in corso” nel contesto del conflitto tra Russia e Ucraina. In aggiunta, si sofferma sul conflitto scoppiato nel 2014 nel Donbass, specificando la necessità di accertare i crimini commessi da tutte le parti in causa e la possibilità che la Russia abbia fornito supporto ai gruppi armati delle autoproclamate Repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk. Passano appena due giorni e il ministro degli Esteri Lavrov comunica la decisione russa di non voler ratificare lo Statuto della Corte, ritirando ufficialmente la firma, e definendo la CPI un’istituzione “di parte e inefficiente” (29). Nella sua dichiarazione definisce parziale anche l’indagine in corso sul conflitto tra Russia e Georgia del 2008, chiarendo di “fidarsi a fatica della CPI in un contesto del genere” (30).</p>



<p>Parole pesanti, ma che nel concreto non modificano la posizione russa: non avendone mai accettato la giurisdizione, la Corte dell’Aja ha la possibilità di procedere contro un cittadino russo solo nel caso in cui un ipotetico accusato si presentasse spontaneamente davanti alla CPI o si trovasse sul suolo di uno Stato membro che ha l’obbligo di cooperazione. Nel caso di Putin – che gode di immunità personale – andando oltre le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate a mezzo stampa, un eventuale processo sarebbe possibile solo con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che revocasse la sua immunità: decisamente improbabile, visto che la Russia ha potere di veto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Doppio binario</h4>



<p>A mostrare la forte limitazione imposta alla Corte dai diversi interessi geopolitici nazionali, il fatto che a vent’anni dalla sua nascita la CPI abbia incriminato soltanto cittadini africani, con 47 individui accusati e 8 condannati. Ritenendo ingiusta e discriminatoria questa univoca attenzione, nel 2017 l’Unione Africana approva una risoluzione non vincolante (31) con cui invita i Paesi del continente che hanno accettato la giurisdizione della CPI a considerare il ritiro dallo Statuto di Roma, adottando parallelamente un trattato (a oggi non ratificato) che istituisca un tribunale locale che sostituisca le funzioni della Corte garantendo, contrariamente a quest’ultima, l’immunità personale e diplomatica – punto centrale della diatriba. Da allora, tuttavia, solamente il Burundi – oggetto di indagine per crimini commessi tra il 2004 e il 2017 contro la popolazione civile (32) – ha dato seguito alle intenzioni iniziali, raggiunto nel 2019 anche dalle Filippine, Paese a suo volta sotto indagine della Corte dell’Aja (33).</p>



<p>Sono in tutto 17 le inchieste in corso, di cui 10 in Stati africani. A parte quelle relative al Venezuela e alla persecuzione della popolazione Rohingya in Bangladesh e Myanmar, le restanti riguardano situazioni in cui la Corte – come abbiamo visto – ha di fatto le mani legate dai veti di Stati Uniti e Russia: i conflitti in Georgia e Ucraina, e le indagini in Palestina e Afghanistan (che dal 2021 non includono più i cittadini americani).</p>



<p>“Gli Stati membri di questo Statuto”, recita il preambolo del trattato adottato con la Conferenza di Roma del 1998, sono determinati “a istituire una Corte penale internazionale permanente indipendente in relazione con il sistema delle Nazioni Unite”. Le intenzioni non si sono tradotte in realtà. Gli interessi geopolitici nazionali condizionano la sua azione e lo Statuto stesso della CPI permette ai Paesi di farlo. La sua indipendenza è solo sulla carta. Ne risulta un organismo di diritto internazionale che viaggia su un doppio binario: forte con i deboli e impotente con i forti; e che si presta, a seconda degli interessi in gioco, a essere utilizzata come strumento politico o a essere screditata e ostacolata.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<em> </em><a href="https://www.state.gov/war-crimes-by-russias-forces-in-ukraine/">https://www.state.gov/war-crimes-by-russias-forces-in-ukraine/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2022/04/04/politics/joe-biden-bucha-russia-war-crimes/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2022/04/04/politics/joe-biden-bucha-russia-war-crimes/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Senato USA, 117th Congress (2021-2022), S. Res. 546, 15 marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-i-have-decided-proceed-opening">https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-i-have-decided-proceed-opening</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-receipt-referrals-39-states">https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-receipt-referrals-39-states</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Ambasciata Ucraina all’Aja, documento protocollo n. 61219/35-673-384, destinatario Corte penale internazionale, 9 aprile 2014</p>



<p class="has-small-font-size">7) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-march-23-2022/" target="_blank">https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-march-23-2022/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> Statuto di Roma, preambolo, 17 luglio 1998</p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://globaljustice.queenslaw.ca/news/immunity-and-impunity-personal-immunities-and-the-international-criminal-court" target="_blank">https://globaljustice.queenslaw.ca/news/immunity-and-impunity-personal-immunities-and-the-international-criminal-court</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em> <a href="https://1997-2001.state.gov/www/briefings/statements/1998/ps980622b.html">https://1997-2001.state.gov/www/briefings/statements/1998/ps980622b.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.aba-icc.org/about-the-icc/the-us-icc-relationship/">https://www.aba-icc.org/about-the-icc/the-us-icc-relationship/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. H.R. 3427, Admiral James W. Nance e Meg Donovan, Foreign Relations Authorization Act, 106<sup>th</sup> Congress (1999-2000), 17 novembre 1999</p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> <a href="https://1997-2001.state.gov/global/swci/001231_clinton_icc.html">https://1997-2001.state.gov/global/swci/001231_clinton_icc.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://2001-2009.state.gov/r/pa/prs/ps/2002/9968.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://2001-2009.state.gov/r/pa/prs/ps/2002/9968.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Codice degli Stati Uniti, titolo 22, capitolo 81, sottocapitolo II </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em> Cfr. Public redacted version of “Request for authorisation of an investigation pursuant to article 15”, 20 November 2017, ICC-02/17-7-Conf-Exp</p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://www.cbsnews.com/news/aide-obama-wont-prosecute-bush-officials/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cbsnews.com/news/aide-obama-wont-prosecute-bush-officials/</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.lawfareblog.com/national-security-adviser-john-bolton-remarks-federalist-society">https://www.lawfareblog.com/national-security-adviser-john-bolton-remarks-federalist-society</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/article/uk-usa-icc/u-s-imposes-visa-bans-on-international-criminal-court-investigators-pompeo-idUSKCN1QW1ZH">https://www.reuters.com/article/uk-usa-icc/u-s-imposes-visa-bans-on-international-criminal-court-investigators-pompeo-idUSKCN1QW1ZH</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://www.federalregister.gov/documents/2020/06/15/2020-12953/blocking-property-of-certain-persons-associated-with-the-international-criminal-court">https://www.federalregister.gov/documents/2020/06/15/2020-12953/blocking-property-of-certain-persons-associated-with-the-international-criminal-court</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. Ambasciata Afghanistan all’Aja, The Situation in the Islamic Republic of Afghanistan, Deferral Request made by the Government of the Islamic Republic of Afghanistan pursuant to Article 18(2) of the Rome Statute, 26 marzo 2020 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>22)</em> <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-prosecutor-international-criminal-court-karim-khan-qc-following-application">https://www.icc-cpi.int/news/statement-prosecutor-international-criminal-court-karim-khan-qc-following-application</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Per un approfondimento sull’indagine della Corte penale internazionale sulla guerra in Afghanistan, la correlata questione WikiLeaks e Julian Assange e lo scontro tra Stati Uniti e Corte dell’Aja, vedi Giovanna Cracco e Alessandro Rettori, <em>Se a essere perseguito è chi denuncia. L’Afghanistan, Manning, Assange e la Corte penale internazionale</em>, in “Dopo l’Ucraina. Crimini di guerra e giustizia internazionale”, a cura di Associazione Società Informazione Onlus, Milieu Edizioni, 2022</p>



<p class="has-small-font-size">24) Afghanistan, International Criminal Court: Article 98, Agreement signed at Washington September 20, 2002; Entered into force August 23, 2003, Treaties and other International Acts series 03-823</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/palestine" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icc-cpi.int/palestine</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a href="https://www.palestinechronicle.com/international-complicity-aids-us-israel-efforts-against-the-icc/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.palestinechronicle.com/international-complicity-aids-us-israel-efforts-against-the-icc/</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.state.gov/the-united-states-opposes-the-icc-investigation-into-the-palestinian-situation/" target="_blank">https://www.state.gov/the-united-states-opposes-the-icc-investigation-into-the-palestinian-situation/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>28)</em> Cfr. Corte penale internazionale, Ufficio del Procuratore, Report on Preliminary Examination Activities (2016), 14 novembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">29) <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute</a></p>



<p class="has-small-font-size">30) <a href="https://russia-direct.org/opinion/why-russia-withdraws-international-criminal-court" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://russia-direct.org/opinion/why-russia-withdraws-international-criminal-court</a></p>



<p class="has-small-font-size">31) Cfr. <a href="https://www.ictj.org/news/au-withdrawal-icc-non-starter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ictj.org/news/au-withdrawal-icc-non-starter</a></p>



<p class="has-small-font-size">32) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/burundi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icc-cpi.int/burundi</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.icc-cpi.int/philippines" target="_blank">https://www.icc-cpi.int/philippines</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Delocalizzazioni: i numeri e le leggi. Collettivo GKN vs Stato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/delocalizzazioni-numeri-leggi-collettivo-gkn-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[delocalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[GKN]]></category>
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					<description><![CDATA[I numeri del fenomeno, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ristrutturazioni aziendali, occupazione e tessuto produttivo: i posti di lavoro persi in Italia e in Europa negli ultimi vent&#8217;anni, in quali settori, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p class="has-drop-cap">“Non si tratta di una norma anti-delocalizzazioni, come propagandato dal governo, ma per proceduralizzare le delocalizzazioni.” Il Collettivo di fabbrica GKN è in mobilitazione permanente dal 9 luglio 2021, quando il fondo Melrose – che ha rilevato nel 2018 GKN, la multinazionale britannica leader nel settore automotive – ha deciso di chiudere lo stabilimento di Campi Bisenzio e avviato la procedura di licenziamento collettivo per i 422 lavoratori. Una fabbrica in salute, con macchinari all’avanguardia e in fase di rilancio produttivo, chiusa secondo la logica della ‘ristrutturazione d’impresa’, vale a dire per abbattere i costi e massimizzare i profitti. Logica che dall’arrivo di Melrose ha coinvolto anche le sedi della multinazionale in Inghilterra e Germania, portando ad altri 1.200 licenziamenti, e che – in termini generali – spesso vede la delocalizzazione della produzione all’estero.</p>



<p>La reazione del Collettivo di fabbrica, quel 9 luglio, è immediata. Gli operai occupano la fabbrica, presidiandola giorno e notte, impedendo che venga smantellato lo stabilimento e svuotato dei macchinari. Arrivano perfino a bloccare i licenziamenti collettivi, con una sentenza del Tribunale del Lavoro che rileva la condotta antisindacale dell’impresa e la violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Ma la loro mobilitazione non si limita alla difesa della fabbrica: nei mesi successivi arriva a coinvolgere tutto il territorio fiorentino fino alla chiamata a “insorgere” del 18 settembre, quando più di 20.000 persone da tutta Italia scendono in piazza a Firenze, e all’ultima manifestazione del 26 marzo.</p>



<p>Non solo. Al presidio permanente davanti ai cancelli della GKN, insieme agli avvocati del Telefono Rosso e al senatore Matteo Mantero di Potere al popolo, lavoratrici e lavoratori scrivono una proposta di legge contro le delocalizzazioni, le chiusure aziendali e lo smantellamento del tessuto produttivo. Una legge – vedremo – che mette al centro la tutela dell’occupazione e la continuità produttiva e che viene presentata alla Camera dei Deputati il 5 ottobre 2021. Il Collettivo di fabbrica si fa classe dirigente, mentre la classe politica italiana dimostra ancora una volta da che parte sta: a dicembre 2021 la Commissione Bilancio del Senato boccia la proposta dei lavoratori GKN e il governo approva un emendamento alla legge di bilancio che si limita a definire la procedura e le modalità a cui un’impresa deve attenersi per poter chiudere un sito produttivo sul territorio italiano, a fronte di sanzioni irrisorie. Una disposizione che non si discosta, negli effetti, dalle precedenti del 2013 e 2018 e che si mantiene nel solco tracciato dalla normativa europea.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il quadro europeo</h4>



<p>All’interno dell’Unione europea il processo delle delocalizzazioni produttive trova il suo fondamento nei Trattati istitutivi. Il Trattato di Roma che nel 1957 ha istituito la Comunità economica europea (Cee) si poneva come obiettivo la creazione di un mercato unico in regime di libera concorrenza, obiettivo poi integrato dall’Atto Unico europeo del 1986 allo scopo di portare a termine entro il 1992 “uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali”. È proprio la libera circolazione dei capitali – riconosciuta come uno dei fondamenti dell’Unione europea con la ratifica del Trattato di Maastricht – ciò che consente alle imprese di decidere liberamente dove impiantare i propri stabilimenti. Libertà tutelata dagli articoli 63-66 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che vieta, salvo deroghe in casi eccezionali, qualsiasi restrizione ai movimenti di capitali e dagli articoli 258-260 che prevedono l’avvio di una procedura d’infrazione nel caso in cui uno Stato membro ponga restrizioni ingiustificate alla circolazione degli stessi. A questo si affianca la libera circolazione delle merci, principio che prevede il divieto di imporre dazi doganali tra i Paesi membri e che quindi favorisce una concorrenza selvaggia tra le imprese europee. In un contesto di questo genere è evidente che le aziende stesse puntino a stabilirsi negli Stati in cui i costi di produzione sono più bassi – principalmente costo del lavoro e imposte sulle imprese –, potendo beneficiare di un mercato unico in cui vendere la propria merce senza alcun ostacolo.</p>



<p>Un secondo processo che si collega alla libera circolazione di capitali è la ristrutturazione aziendale: le imprese, infatti, spesso ricorrono a riorganizzazioni interne, chiusure di stabilimenti o fusioni con altre società (molte volte estere) proprio per poter mantenere la competitività nei confronti di quelle imprese che, delocalizzando, possono andare sul mercato a prezzi inferiori grazie ai minori costi di produzione.</p>



<p>Partendo dal database dell’European Restructuring Monitor (ERM) di Eurofound – l’agenzia dell’Ue “per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro”, si legge sul sito – è possibile fotografare queste tendenze. ERM si basa sul lavoro di un network di corrispondenti dell’agenzia i quali, partendo dalle notizie apparse sulla stampa nazionale nei diversi Stati membri, raccolgono i dati sui casi di ristrutturazione aziendale che abbiano causato la perdita o la creazione di almeno 100 posti di lavoro, o di almeno il 10% della forza lavoro nelle imprese con più di 250 dipendenti: si tratta quindi di una sottostima del fenomeno reale, sia per la soglia necessaria alla registrazione nel database, sia perché la raccolta dati si fonda unicamente sugli annunci avvenuti a mezzo stampa. Ciononostante fornisce un quadro indicativo sulle delocalizzazioni e ristrutturazioni d’impresa e sulla perdita o creazione di posti di lavoro che ne derivano, sia a livello europeo che di ogni singolo Stato membro.Il database è suddiviso in otto categorie, in base al tipo di ristrutturazione: 1. rilocalizzazione dell’attività in un’altra sede della stessa impresa all’interno dello stesso Paese; 2. outsourcing verso un’impresa diversa all’interno dello stesso Paese; 3. delocalizzazione all’estero; 4. chiusura dello stabilimento per ragioni economiche; 5. bancarotta; 6. fusione aziendale; 7. espansione aziendale; 8. ristrutturazione interna – categoria quest’ultima che comprende circa il 70% del totale dei casi riportati. </p>



<p>Come specificato nel rapporto ERM 2020, infatti, nei casi in cui un’impresa affronti un processo di ristrutturazione che preveda diverse fasi – per esempio delocalizzazione della produzione in seguito a una fusione con un’azienda estera che comporti la chiusura dello stabilimento nel Paese di origine – questa spesso viene registrata sotto la categoria “ristrutturazione interna”. Stessa cosa per quanto riguarda i gruppi multinazionali nel caso di una rilocalizzazione o delocalizzazione dell’attività a livello di gruppo da un Paese a un altro.</p>



<p>Soffermandoci soltanto sulle delocalizzazioni, secondo i dati ERM tra gennaio 2002 e marzo 2022, nei 27 Paesi membri dell’Unione europea (con l’aggiunta di Regno Unito e Norvegia) ci sono stati 943 casi con oltre 283.000 licenziamenti, il 76% dei quali nel settore manifatturiero (Tabella 1, pag. 26) – a fronte di nessun posto di lavoro creato. </p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-829x1024.png" alt="" class="wp-image-6183" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-829x1024.png 829w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-243x300.png 243w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-768x948.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-600x741.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-750x926.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE.png 898w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /><figcaption>Tabella 1. Posti di lavoro persi in seguito a delocalizzazione, periodo 01/01/2002-01/04/2022, Unione europea, Regno Unito e Norvegia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
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<p>Allargando invece il campo e considerando nel complesso le otto categorie, nel periodo indicato e per i Paesi citati, si sono registrati 7,6 milioni di licenziamenti – soprattutto nella manifattura (37%), nel settore finanziario (12%) e nella logistica (11%) – a fronte di 4,4 milioni di assunzioni – principalmente nel manifatturiero (33%), retail (19%) e logistica (10%) (Tabella 2, pag. 27). </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="668" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1024x668.png" alt="" class="wp-image-6184" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1024x668.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-300x196.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-768x501.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1536x1002.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-600x391.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-750x489.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1140x743.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 2. Posti di lavoro persi e creati in seguito a ristrutturazione d’impresa, periodo 01/01/2002-05/04/2022, Unione europea, Regno Unito e Norvegia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
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<p>Se per la maggior parte dei Paesi il saldo assunzioni-licenziamenti è negativo, negli Stati dell’Europa dell’Est quali Croazia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Lituania si è verificata la tendenza opposta. Questi stessi Paesi, non casualmente, si trovano anche nelle prime posizioni per quanto riguarda il basso costo della manodopera e la minore tassazione sulle imprese: secondo i dati Eurostat per il 2021 (Grafico 3, pag. 28), il costo del lavoro oscilla tra i 7 euro l’ora della Bulgaria e i 15,3 della Repubblica Ceca – contro i 37,2 euro l’ora della Germania, i 37,9 della Francia e i 29,3 dell’Italia, e una media dell’Unione europea di 29,1; mentre la tassazione sui redditi delle imprese, come riporta l’OCSE (Grafico 4, pag. 29), varia dal 10% della Bulgaria, al 16% della Romania fino al 21% della Slovacchia – contro il 29,9% della Germania, il 28,4% della Francia e il 27,8% dell’Italia.</p>


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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3.png" alt="" class="wp-image-6185" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3.png 898w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-300x240.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-768x613.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-600x479.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-750x599.png 750w" sizes="(max-width: 898px) 100vw, 898px" /><figcaption>Grafico 3.</figcaption></figure>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1024x514.png" alt="" class="wp-image-6186" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1024x514.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-300x151.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-768x385.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1536x771.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-600x301.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-360x180.png 360w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-750x376.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1140x572.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 4.</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">I numeri in Italia</h4>



<p>Restringendo lo sguardo alla sola realtà italiana, il Rapporto sulle Imprese 2021 dell’Istat prende in esame i dati relativi all’internazionalizzazione produttiva delle aziende nel 2018.</p>



<p>Tra le imprese con più di 250 lavoratori il 14,6% ha scelto di delocalizzare, dato che scende al 7% per quelle che impiegano da 50 a 249 addetti, fino al 2% delle piccole imprese. Delle aziende che delocalizzano, il 40% si dirige all’interno dell’Unione europea: quelle che si spostano in un Paese dell’area euro indicano come motivazione principale l’accesso a nuovi mercati, mentre per i Paesi non-euro – Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Ungheria e Svezia – prevale il contenimento del costo del lavoro, ragione indicata dalla maggioranza delle imprese considerando nel complesso il totale delle delocalizzazioni (anche quelle dirette al di fuori dell’Ue). Rifacendosi al database ERM, da gennaio 2002 a marzo 2022 in Italia si sono verificati 53 casi di delocalizzazione con oltre 12.500 licenziamenti, quasi interamente nel settore manifatturiero, a fronte di nessun posto di lavoro guadagnato (Tabella 5, pag. 30).</p>


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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA.png" alt="" class="wp-image-6187" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA.png 898w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA-300x95.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA-768x243.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA-600x190.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-5-1-ITA-750x237.png 750w" sizes="(max-width: 898px) 100vw, 898px" /><figcaption>Tabella 5. Posti di lavoro persi in seguito a delocalizzazione, periodo 01/01/2002-23/03/2022, Italia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
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<p>Allargando anche in questo caso il focus e considerando le chiusure dovute alle varie tipologie di ristrutturazione e che rientrano comunque nella logica capitalistica del taglio dei costi e della ricerca del maggior profitto possibile, nello stesso periodo l’Italia ha visto la perdita netta (differenza tra posti di lavoro persi e creati) di più di 270.000 posti di lavoro, di cui 120.000 nella sola manifattura, 115.000 nei servizi finanziari, 37.000 nel settore informazione e comunicazione e 33.000 nella logistica (Tabella 6, pag. 31). Casi come Bekaert, Embraco, Almaviva, Whirpool, Gianetti Ruote, Caterpillar e GKN sono quindi solo gli ultimi di una lunga serie di licenziamenti collettivi.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="589" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1024x589.png" alt="" class="wp-image-6188" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1024x589.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-300x173.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-768x442.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1536x883.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-600x345.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-750x431.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1140x656.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 6. Posti di lavoro persi e creati in seguito a ristrutturazione d’impresa, periodo 01/01/2002-23/03/2022, Italia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Le leggi</h4>



<p>Visti i numeri italiani, che ricordiamo sono una stima al ribasso, occorre soffermarsi sui provvedimenti presi dalla politica nel corso degli anni e sull’incisività che questi hanno (o non hanno) avuto.</p>



<p>Le prime disposizioni per contrastare il fenomeno delle delocalizzazioni sono state introdotte con la legge di bilancio del 2013 dal governo presieduto da Enrico Letta. O almeno così erano state presentate. All’articolo 1, commi 60 e 61, la norma stabilisce che le imprese che delocalizzano in un Paese che non appartiene all’Unione europea e con almeno il 50% di riduzione del personale entro tre anni dalla ricezione di aiuti pubblici in conto capitale (versamenti a fondo perduto), devono restituire i contributi ricevuti. Una normativa che pone diverse condizionalità che la rendono facilmente aggirabile, sia per la soglia minima di personale licenziato per incorrere nel provvedimento – all’impresa basta licenziare anche un solo dipendente in meno del 50% – sia per il fatto che la delocalizzazione deve avere come destinazione Paesi extra Ue, mentre abbiamo visto che la maggior parte di queste avviene entro quei confini.</p>



<p>Limiti confermati, anni dopo, anche dal ministro dello Sviluppo economico Patuanelli nel corso di un <em>question time</em> al Senato il 18 giugno 2020, durante il quale chiariva come dal 1° gennaio 2014 ci fossero stati “zero” provvedimenti di revoca di agevolazioni in conto capitale ai sensi della disposizione contenuta nella legge. Lo stesso ministro precisava: “Il motivo per cui non si riesce ad attuare, in realtà, un dispositivo sacrosanto come quello di recuperare i fondi eventualmente dati per le produzioni in Italia che vengono delocalizzate è che qualsiasi dispositivo normativo – e ben venga in questo senso un’iniziativa parlamentare che approfondisca questo tema – deve restare all’interno dei limiti posti dall’articolo 41 della Costituzione, che garantisce la libertà di impresa, e deve restare anche all’interno delle norme previste per il mercato unico europeo, quindi tali dispositivi devono riferirsi alle delocalizzazioni extra Ue” (1).</p>



<p>Con il cosiddetto “decreto dignità” del 2018 il governo Conte è intervenuto nuovamente in materia, allargando il campo di applicazione rispetto alla precedente disposizione: le imprese che delocalizzano in Paesi non appartenenti all’Unione europea nei cinque anni successivi alla ricezione di aiuti di Stato (non più solo in conto capitale ma di qualsiasi tipo, quindi anche finanziamenti, sovvenzioni, detrazioni, detassazioni ecc.) devono restituire quanto avuto con un interesse maggiorato del 5% rispetto al tasso vigente alla data dell’elargizione, e incorrono in una sanzione da due a quattro volte l’importo del contributo ricevuto. Inoltre la normativa introduce anche la questione occupazionale, slegandola dalla delocalizzazione: con una riduzione del livello occupazionale maggiore del 10% (salvo i casi di giustificato motivo oggettivo), entro cinque anni dalla ricezione di aiuti pubblici che prevedano proprio la valutazione dell’impatto occupazionale, le imprese decadono dal beneficio in misura proporzionale a tale riduzione (oltre il 50% la decadenza è totale).</p>



<p>Entrambe le normative, pur avendo un grado di applicazione diverso, nella sostanza si allineano in un’unica direzione: le necessità del capitale dettano la linea, e lo Stato si limita a imporre la restituzione degli aiuti finanziari concessi, eventuali sanzioni e a tamponare con gli ammortizzatori sociali i danni provocati dalle aziende che, pagando qualcosa, possono agire come meglio credono. È la logica capitalistica tradotta nel libero mercato, con cui si identifica la grande maggioranza della classe politica, italiana ed europea, che nei fatti mantiene come unico orizzonte la tutela degli interessi delle imprese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La proposta GKN</h4>



<p>In questo contesto si inserisce la proposta di legge scritta dagli operai della GKN, contenente “Disposizioni per sostenere i livelli occupazionali e produttivi e per contrastare la pratica della delocalizzazione delle attività produttive”. È una legge, contrariamente a quanto abbiamo visto finora, che mette al centro la tutela dell’occupazione e della continuità produttiva, spostando il focus dalle necessità delle imprese alle necessità dei lavoratori. Una visione e una direzione totalmente diverse, che tengono in primo piano lavoro e produzione. Una legge scritta dai lavoratori – una novità – per i lavoratori. Vediamola nei dettagli.</p>



<p>Oltre a prevedere la sospensione dei processi di licenziamento in corso, fissa una procedura che riguarda le imprese con almeno 100 lavoratori che intendano chiudere l’unità produttiva, o quelle più piccole che abbiano portato a termine licenziamenti collettivi nei due anni precedenti: tali società hanno l’obbligo di dare comunicazione preventiva alle istituzioni e alle rappresentanze sindacali, e di indicare le ragioni economico-finanziarie della chiusura, nonché – su richiesta – di fornire alle organizzazioni sindacali i documenti attestanti la situazione patrimoniale dell’impresa e le cause del progetto di chiusura. L’azienda è quindi tenuta a presentare al Mise un piano – elaborato consultando i rappresentanti sindacali dei lavoratori – che preveda la cessione dell’azienda, azioni di salvaguardia dell’occupazione e di gestione di possibili esuberi tramite ricollocazione o riqualificazione del personale, e progetti di riconversione del sito (anche per finalità socio-culturali o ecologiche) ai fini del mantenimento di attività produttiva e occupazione. Una volta presentato il piano, non viene approvato se prevede esuberi e l’impresa non è in crisi, oppure se non riceve il voto favorevole della maggioranza delle rappresentanze sindacali o dei lavoratori; analogamente, sono nulli i licenziamenti avvenuti prima dell’approvazione del piano se questo non prevede esuberi, e costituiscono condotta antisindacale. Tutto il processo di elaborazione e valutazione del piano vede quindi i lavoratori dell’impresa essere parte attiva e imprescindibile per il buon esito della procedura.</p>



<p>In seguito all’approvazione del piano, in caso di mancato rispetto dello stesso scatta per l’impresa l’esclusione dall’accesso a fondi e appalti pubblici per cinque anni e la restituzione dei sussidi ricevuti nei cinque anni precedenti.</p>



<p>Nell’eventualità in cui sia prevista la cessione dell’azienda, il Mise è tenuto a verificare la solidità dell’acquirente e che questi abbia un piano industriale a lungo termine che preveda il mantenimento dell’occupazione. Non solo, anche in questa fase i lavoratori assumono un ruolo centrale. Se costituiscono una cooperativa entro due mesi dall’approvazione del piano, infatti, la legge garantisce loro il diritto di prelazione sull’acquisto e l’impresa deve notificare nome dell’acquirente interessato e prezzo di vendita alla cooperativa stessa: quest’ultima potrà esercitare il diritto di prelazione entro trenta giorni, a un prezzo stabilito al netto dei contributi pubblici ricevuti dall’impresa a partire dall’anno della sua costituzione. Un passaggio, questo, che lascia intendere una visione netta: lo Stato – il pubblico – sono i lavoratori. A loro vengono ‘restituiti’ gli aiuti pubblici che l’azienda ha incassato. E, come tale, lo Stato viene richiamato al suo ruolo: nel caso in cui, a due anni dall’approvazione del piano, permangano condizioni di incertezza per i lavoratori, Cassa Depositi e Prestiti può acquistare l’impresa o assumervi partecipazioni. Ancora una volta, con l’unico obiettivo di salvaguardare occupazione e attività produttiva.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Bon ton</h4>



<p>Dopo mesi di tira e molla durante i quali sembrava essere pronto per l’approvazione un decreto legge apposito – anche sull’onda del caso GKN – a fine dicembre 2021 il governo Draghi si riduce a inserire le disposizioni in materia di chiusure aziendali in un articolo della legge di bilancio, bocciando contestualmente l’emendamento proposto dal senatore Mantero scritto con gli operai GKN.</p>



<p>Le disposizioni inserite dal governo ricalcano nella forma la proposta del Collettivo di fabbrica, ma nella sostanza la svuotano completamente: stabiliscono la procedura a cui devono attenersi le imprese con una media di almeno 250 dipendenti nell’anno precedente (che rappresentano appena lo 0,1% del totale delle aziende italiane attive), che non sono in crisi – in tal caso accederebbero ai tavoli negoziali del Mise già previsti – e che chiudono un sito sul territorio nazionale con il licenziamento di almeno 50 lavoratori. L’impresa è tenuta a dare comunicazione alle istituzioni e alle organizzazioni sindacali almeno 90 giorni prima di procedere ai licenziamenti (senza obbligo di fornire la documentazione societaria se richiesta); entro 60 giorni dalla comunicazione deve elaborare un piano per limitare le ricadute occupazionali – di durata massima di 12 mesi, che non contempla il coinvolgimento dei lavoratori e non prevede l’obbligo di mantenere lo stesso livello di occupazione. Il piano deve contenere la gestione <em>non traumatica</em> dei possibili esuberi, attraverso ammortizzatori sociali o incentivi all’esodo, anche valutando la ricollocazione o la riqualificazione dei lavoratori; le prospettive di cessione (anche a una cooperativa costituita dai lavoratori stessi che però non gode di prelazione); eventuali progetti di riconversione (anche per finalità socio-culturali). </p>



<p>Una volta presentato, il piano viene discusso con istituzioni e organizzazioni sindacali, e se l’impresa, al termine dei 12 mesi, procede al licenziamento collettivo, non incorre in alcuna sanzione. Gli unici casi in cui potrà essere sanzionata – prendendo come riferimento la legge Fornero sui licenziamenti collettivi del 2012 – riguardano la mancata presentazione del piano (raddoppio della sanzione prevista dalla legge) o la mancata sottoscrizione di un accordo sindacale (maggiorazione del 50%). Secondo i calcoli dell’ufficio studi CGIL realizzati per Repubblica nel dicembre scorso, considerando uno stipendio di 1.200/1.400 euro per 300 dipendenti (la media dei lavoratori licenziati in seguito a chiusure di stabilimenti in Italia), le sanzioni variano da un minimo di 2,6 milioni a un massimo di 3,4. Tenendo presente che, in caso di licenziamenti collettivi, le imprese sono già tenute a pagare una parte di queste somme come contributo alla Naspi (l’indennità di disoccupazione), l’aggravio netto che ne risulta è in realtà pari rispettivamente a 810 mila euro e 1,7 milioni di euro; a fronte dei fatturati miliardari di multinazionali come Whirpool, Caterpillar o GKN (2).</p>



<p>Tutto ciò che si chiede alle imprese che intendono chiudere e lasciare senza stipendio decine di migliaia di lavoratori, quindi, è di attenersi alla procedura: dichiarare le proprie intenzioni, fare un tentativo per limitare i danni e, se questo si risolve in un nulla di fatto, procedere come se niente fosse. Il <em>bon ton</em> delle chiusure aziendali. “Una soluzione ragionevole che non penalizza le imprese e tutela i lavoratori” la definisce Giorgetti, l’attuale ministro dello Sviluppo economico (3).</p>



<p>Di diverso avviso gli operai di Campi Bisenzio: “Vorremmo essere chiari: questa norma avrebbe chiuso GKN, imposto la soluzione di Melrose e non avrebbe reso possibile nemmeno l’articolo 28 (l’articolo dello Statuto dei lavoratori che ha bloccato i licenziamenti collettivi, <em>n.d.a.</em>). Il governo sta al di sotto di quanto fatto da un semplice collettivo di fabbrica, i soliti ‘quattro operai a cui non tenete testa’”.</p>



<p>Non c’è da sorprendersi, del resto. Uno Stato che è politicamente, economicamente e ideologicamente schierato a difesa degli interessi del capitale non potrà far altro che assecondare le scelte delle imprese e adoperarsi, al massimo, per il contenimento dell’impatto sociale che quelle scelte portano in dote: nulla a che vedere con la salvaguardia dell’occupazione e del tessuto produttivo del Paese. Per un cambio di prospettiva sarebbe necessario un ribaltamento dei rapporti di forza. “Il punto non è solo cosa fa la multinazionale che scappa”, ricorda il Collettivo, “ma che cosa fa lo Stato che resta.”</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> <a href="https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Resaula/0/1156366/index.html?part=doc_dc-ressten_rs-gentit_301687qtscddpdibda" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Resaula/0/1156366/index.html?part=doc_dc-ressten_rs-gentit_301687qtscddpdibda</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Cfr. <a href="https://www.repubblica.it/economia/2021/12/27/news/sanzioni_irrisorie_per_le_multinazionali_che_delocalizzano-331845910/">https://www.repubblica.it/economia/2021/12/27/news/sanzioni_irrisorie_per_le_multinazionali_che_delocalizzano-331845910/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/12/17/giorgettisu-delocalizzazioni-tutelate-imprese-e-lavoratori_39fb7342-4f06-44c9-ae0a-f3fe6863b31d.html" target="_blank">https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/12/17/giorgettisu-delocalizzazioni-tutelate-imprese-e-lavoratori_39fb7342-4f06-44c9-ae0a-f3fe6863b31d.html</a> </p>
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		<title>Gli Stati Uniti contro Julian Assange</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/gli-stati-uniti-contro-julian-assange/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Assange]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>
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					<description><![CDATA[Collateral murder e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Collateral murder</em> e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Spotify Embed: Gli Stati Uniti contro Julian Assange" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/76ozgI6QlW3W5itckYrbvZ?utm_source=oembed"></iframe>
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<p class="has-drop-cap">WikiLeaks si basa su un modello semplice: chiunque sia in possesso di materiale riservato di “rilevanza politica, diplomatica o etica” può renderlo pubblico, in modo sicuro e rimanendo anonimo. In questo modo, a partire dal 2006 WikiLeaks ha cominciato a pubblicare milioni di documenti segretati su Stati, agenzie e aziende di mezzo mondo, senza rivelare una singola fonte.</p>



<p>Dopo i primi anni lontani dall’attenzione del grande pubblico, a segnare il punto di svolta tra il 2010 e il 2011 sono i più di 700.000 documenti classificati che svelano al mondo i crimini di guerra, le violazioni dei diritti umani e la storia segreta delle relazioni diplomatiche statunitensi. Il potere si sente vulnerabile. L’apparato di intelligence e politico USA – che ha nel mirino l’organizzazione dal 2008, come rivelerà la stessa WikiLeaks (1) – vede una minaccia nel potenziale che porta con sé, perché WikiLeaks diventa un modello. E Assange, il suo fondatore, ne diventa il simbolo. Per quasi nove anni gli Stati Uniti gli danno la caccia, affiancati da Svezia, Gran Bretagna ed Ecuador (perché a <em>nessun potere</em> può piacere WikiLeaks) finché nel 2019 viene arrestato, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e portato a processo in un tribunale inglese: gli americani vogliono che sia estradato, pretendono che gli venga consegnato.</p>



<p>Il 4 gennaio 2021 il giudice britannico nega l’estradizione. Il 10 dicembre la Corte di appello ribalta la sentenza. A fine gennaio 2022 la notizia che gli sarà permesso presentare ricorso presso la Corte Suprema inglese.</p>



<p>Più di dieci anni fa Assange ha iniziato a combattere per la sua libertà. Oggi lotta, letteralmente, per la sua vita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collateral murder</h4>



<p>Baghdad, 12 luglio 2007. Saeed Chmagh è steso a terra, gravemente ferito. Sta provando a rialzarsi, a trascinarsi sulle braccia per trovare un riparo, ma stenta perfino a muoversi. «Forza bello! Tutto ciò che devi fare è raccogliere un’arma&#8230;» Saeed è un assistente operatore della Reuters che, insieme al collega e fotoreporter Namir Noor-Eldeen, quella mattina si trova nel distretto Est della capitale irachena. Con una fotocamera a tracolla, stanno camminando insieme a una decina di altri uomini – disarmati – in una zona scoperta, sorvolata da due elicotteri Apache dell’esercito USA. Appena i militari li avvistano chiedono al commando a terra il permesso di ingaggio: «Abbiamo cinque o sei individui con AK-47». I piloti girano intorno a un edificio fino ad avere la visuale libera. Saeed sta parlando al telefono, Namir si sta sistemando la fotocamera in spalla e insieme agli altri uomini si sono raggruppati vicino all’ingresso dell’edificio. «Falli fuori, forza spara!» Quattro raffiche in quindici secondi: muoiono tutti sul colpo, tranne Saeed. I militari lo tengono sotto mira, aspettano un pretesto per poter procedere. È a terra in mezzo alla polvere a pochi metri dai corpi dei suoi compagni, sparsi tra le macerie. Sul posto arriva un uomo a bordo di un furgone, seduti di fianco a lui ci sono due bambini, i suoi figli. Il padre, insieme a due passanti, ha avvistato Saeed e si è fermato a soccorrerlo: ciò che aspettavano i militari: «Dai! Lasciateci sparare!» Il van viene crivellato dai colpi. Saeed, il padre e gli altri due uomini vengono uccisi. I due bambini, gravemente feriti, vengono portati poco dopo in un ospedale locale dalle truppe USA giunte sul posto. «Beh, colpa loro se portano i bambini in battaglia.»</p>



<p>Le immagini, riprese dalla cabina di pilotaggio di un elicottero militare statunitense durante la guerra in Iraq e rimaste segrete – nonostante la richiesta di accesso della Reuters, che voleva far luce sulla morte dei suoi due reporter – vengono rese pubbliche il 5 aprile 2010, a conflitto in corso. Al National Press Club, di fronte ai giornalisti, Julian Assange, co-fondatore e caporedattore di WikiLeaks, sta mostrando passo dopo passo l’uccisione a sangue freddo di almeno diciotto civili iracheni da parte dell’esercito americano. Il video, spiega, è stato ottenuto da una fonte anonima interna all’apparato militare: “Questo manda un messaggio: ci sono persone tra i militari americani a cui non piace quello che sta accadendo” (2).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Leaks</h4>



<p>“Sono verosimilmente tra i documenti più importanti del nostro tempo, alzano il velo sul conflitto e mostrano la vera natura delle guerre asimmetriche del ventunesimo secolo. Buona giornata” (3). È il febbraio 2010 quando Chelsea Manning (Bradley, ai tempi) contatta WikiLeaks. In quanto analista di intelligence dell’esercito statunitense coinvolto nei conflitti in Afghanistan e Iraq, ha accesso a migliaia di documenti classificati del settore militare. Nel 2009 le viene chiesto di creare i back up dei <em>Significant Activity Reports</em>, le informazioni raccolte e trasmesse durante la guerra dalle truppe americane. In un primo momento è previsto il dislocamento della sua unità in Afghanistan, ma successivamente viene ricollocata in Iraq, così Manning comincia a raccogliere documenti su entrambi i conflitti. </p>



<p>Ben presto, però, si rende conto della portata storica delle informazioni che contengono e dell’impatto che possono avere sulle guerre in corso: migliaia di uccisioni di civili da parte delle forze della coalizione USA non riportate nelle statistiche ufficiali; tortura dei detenuti; violazione del codice di condotta; crimini di guerra. “Credo che se l’opinione pubblica, specialmente quella americana, avesse avuto accesso a quelle informazioni si sarebbe potuto instaurare un dibattito interno sul ruolo dei militari e della nostra politica estera”, dichiarerà in seguito (4). Decide perciò di rendere pubblici i file e prova a contattare Washington Post e New York Times, senza ricevere risposta. A quel punto si rivolge a WikiLeaks: attraverso un canale criptato, invia circa 91.000 documenti relativi ai diari di guerra dei soldati americani in Afghanistan e 390.000 sui diari di guerra in Iraq negli anni tra il 2004 e il 2009. Ma non solo: il video conosciuto poi come <em>Collateral Murder</em>, le regole di ingaggio dei militari statunitensi nel conflitto iracheno, 250.000 cablo della diplomazia statunitense del periodo 1966-2010 (il cosiddetto Cablegate) e i report interni sui detenuti della prigione USA di Guantanamo.</p>



<p>Manning trasmette i file in via anonima, ma commette un errore. In una chat con un ex hacker, Adrian Lamo, confida di essere la fonte delle rivelazioni e Lamo denuncia tutto alle autorità USA. Manning viene arrestata, in Kuwait, a maggio 2010. Nel 2013 viene condannata a 35 anni di carcere – la condanna più severa nella storia americana per un caso di rivelazione ai media di informazioni riservate – poi commutati da Obama nel 2017 e ridotti a 7 anni di detenzione.</p>



<p>Nonostante l’arresto di Manning, tra il 2010 e il 2011 WikiLeaks pubblica tutto, e tutto il mondo comincia a parlare di WikiLeaks. Ma soprattutto, WikiLeaks e il suo fondatore Assange attirano l’attenzione della prima potenza globale. “Condanniamo WikiLeaks per indurre gli individui a infrangere la legge, rivelare documenti classificati e condividere quelle informazioni segrete col mondo, inclusi i nostri nemici, come se niente fosse” è la dichiarazione del Pentagono (5); “Queste rivelazioni non sono solo un attacco agli interessi di politica estera americani, sono un attacco alla comunità internazionale” sono le parole di Hillary Clinton, Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, in seguito al Cablegate (6); “Mettono a rischio la vita delle persone, minacciano la nostra sicurezza nazionale e indeboliscono i nostri sforzi di lavorare insieme agli altri Paesi per risolvere problemi condivisi”.</p>



<p>Sistemata Manning con una pena esemplare, agli Stati Uniti rimane da risolvere il problema Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Origini australiane</h4>



<p>Julian Assange nasce nel 1971 a Townsville, Australia. I primi anni di vita li trascorre spostandosi di città in città insieme ai genitori, due artisti di teatro anticonformisti, immerso nella controcultura australiana degli anni ’70. Cresce con una spiccata formazione antiautoritaria, frequenta più di trenta scuole diverse e si appassiona ben presto di informatica e programmazione, diventando uno dei più abili hacker del Paese. A sedici anni, con lo pseudonimo Mendax, costituisce insieme ad altri due hacker il gruppo “International Subversives” e i tre riescono a intromettersi – tra gli altri – nel sistema informatico della US Airforce, della NASA e in quello del Dipartimento della Difesa statunitense, grazie a una backdoor di accesso al centro di coordinamento per la sicurezza di MILNET, il network dell’esercito USA. “Ne abbiamo avuto il totale controllo per più di due anni”, racconterà all’emittente svedese SVT Play (7). Nel 1991, all’età di vent’anni, viene incriminato dalla polizia federale australiana per aver hackerato Nortel, compagnia di telecomunicazioni canadese, ma viene condannato solo a pagare duemila dollari di multa. “Non ci sono prove che si sia trattato di nient’altro che di una sorta di intelligente curiosità” afferma il giudice (8). </p>



<p>L’attivismo politico comincia a prendere forma negli anni successivi. Tra il 1993 e il 1994 dà vita a un’organizzazione per i diritti civili contro la corruzione del governo dello Stato di Victoria e – come racconta il libro <em>Underground</em>, di cui è co-autore – assume il ruolo di “canalizzatore di documenti riservati”, facilitando le indagini. Negli stessi anni diventa anche amministratore di Suburbia, uno dei primi fornitori australiani di servizi internet che ospita numerose mailing list (create dallo stesso Assange) e svariati forum di discussione per gruppi di artisti e attivisti. In quel periodo, un utente di Suburbia pubblica alcuni documenti riservati della Chiesa di Scientology e l’organizzazione reagisce minacciando azioni legali: in risposta, Assange si unisce alla mailing list Cypherpunks – comunità di attivisti che considerano l’uso della crittografia e delle tecnologie di privacy come via per il cambiamento politico – e organizza una protesta contro la Chiesa. “Il loro peggior nemico in questo momento non è una persona o un’organizzazione, ma un mezzo – Internet. Internet è per sua stessa natura una zona libera dalla censura. [&#8230;] La battaglia contro la Chiesa”, scrive Assange, “riguarda la soppressione di Internet e della libertà di espressione da parte delle aziende private. Riguarda la proprietà intellettuale e lo scontro di grandi e ricchi contro piccoli e intelligenti” (9).</p>



<p>Nel 1999 registra il dominio leaks.org – “avevo capito il valore della rivelazione di informazioni riservate da parecchio tempo” (10) – e col tempo si avvicina anche all’attività giornalistica: nel 2007 diventa membro della Sezione stampa della Media Entertainment &amp; Arts Alliance, l’associazione dei giornalisti australiana (11), e ottiene il tesserino della International Federation of Journalists, la più grande organizzazione mondiale di giornalisti (12).</p>



<p>È seguendo quella che è la sua vocazione, costruita pezzo dopo pezzo nel corso degli anni, che nel 2006 arriva a un punto di svolta. Insieme a un ristretto gruppo di attivisti conosciuti online e provenienti da diverse parti del mondo, fonda WikiLeaks, “un servizio pubblico progettato per proteggere whistleblower, giornalisti e attivisti che vogliono comunicare materiale sensibile all’opinione pubblica”, come recitava il sito nel 2007 (13). Organizzata con server distribuiti in tutto il globo e basandosi su un sistema complesso di crittografia per garantire l’anonimato delle fonti – ai tempi una novità, mentre oggi viene utilizzato dalle organizzazioni giornalistiche di tutto il mondo – WikiLeaks fonda la propria ragion d’essere sulla pubblicazione e diffusione di documenti riservati o classificati. “Crediamo che la trasparenza nelle attività governative porti a minor corruzione, migliori governi e democrazie più forti.”</p>



<p>Inizialmente l’idea del gruppo si basa sul contributo anonimo di utenti volontari per analizzare l’autenticità dei documenti e realizzare articoli di analisi, ma presto Assange si accorge della necessità di rivolgersi a testate giornalistiche strutturate per avere un supporto nella pubblicazione dei file: iniziano così le collaborazioni con Guardian, New York Times, Washington Post, Le Monde, Der Spiegel, L’Espresso, solo per citarne alcuni. Nel 2007 WikiLeaks inizia a farsi conoscere con la pubblicazione dei documenti che svelano la corruzione e i milioni di dollari schermati in proprietà e conti bancari esteri da parte della famiglia dell’ex presidente del Kenya Daniel Arap Moi. Sempre nello stesso anno, il sito svela le procedure operative standard della prigione statunitense di Guantanamo, mentre l’anno successivo vengono rivelati i dati dei clienti della filiale alle Isole Cayman della banca svizzera Julius Baer, i dettagli del portafoglio crediti della fallita Kaupthing Bank islandese, più di mille documenti su Scientology e un report realizzato dalla Commissione nazionale per i Diritti Umani kenyota sull’uccisione arbitraria e la sparizione di civili per mano della polizia. Nel 2009 viene allo scoperto il Minton Report, uno studio che rivela l’inquinamento tossico disperso in Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura.</p>



<p>Fino a questo momento, nonostante le molte pubblicazioni, WikiLeaks è ancora una realtà quasi sconosciuta al grande pubblico. È con le prime rivelazioni dei file ottenuti da Chelsea Manning che arriva la svolta e WikiLeaks diventa un fenomeno globale: ad aprile 2010 la rivelazione di <em>Collateral Murder</em>, a luglio gli Afghan War Logs, a ottobre gli Iraq War Logs e a novembre i primi cablo della diplomazia USA, poi pubblicati interamente nel 2011 insieme ai file sui detenuti di Guantanamo.</p>



<p>Ma il 2010, oltre a portare alla fama planetaria WikiLeaks, è anche l’anno in cui gli Stati Uniti iniziano a dare la caccia ad Assange, l’uomo simbolo della rivoluzione informativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Parte la caccia: il caso svedese</h4>



<p>La ricostruzione dei fatti – possibile grazie all’analisi dei documenti ufficiali operata da Nils Melzer, inviato speciale ONU sulla tortura (14), e all’accesso agli atti delle autorità svedesi ottenuto nel 2015 dalla giornalista Stefania Maurizi – ci porta ad agosto 2010. Assange si trova in Svezia per una conferenza, WikiLeaks ha da poco pubblicato i diari sull’Afghanistan. Durante la permanenza nel Paese scandinavo conosce due donne, S.W. e A.A. Il 20 agosto entrambe si recano in una stazione di polizia e una di loro, S.W., dichiara di aver avuto un rapporto sessuale consensuale non protetto con Assange e chiede se sia possibile obbligarlo a fare il test dell’HIV. La polizia trascrive la dichiarazione della donna e la informa che procederà con un mandato d’arresto per Assange per sospetto stupro. S.W. a quel punto rifiuta di procedere con l’interrogatorio e scrive a un’amica spiegando l’accaduto e di non avere alcuna intenzione di incriminare Assange. La donna torna a casa e due ore dopo su Expressen – un tabloid svedese – esce la notizia di Assange sospettato di aver commesso due stupri: anche la seconda donna infatti, A.A., rilascia una dichiarazione alla polizia, ma il giorno dopo, il 21. Dice di aver avuto un rapporto consensuale protetto con il fondatore di WikiLeaks e di essersi accorta a fine rapporto che il profilattico era rotto: come prova fornisce un preservativo che, però, non presenta tracce di DNA né di Assange né della stessa donna. La notizia che appare sul tabloid, evidentemente, è in contraddizione con le dichiarazioni di S.W. e oltretutto viene rilanciata il giorno prima che A.A. rilasci la sua testimonianza.</p>



<p>Passa qualche giorno e il procuratore capo decide di sospendere l’investigazione per stupro per quanto riguarda S.W., per assenza di prove che fosse stato realmente commesso un crimine, mentre il caso di A.A. rimane sotto indagine per sospette molestie sessuali. Assange si presenta alla stazione di polizia per rilasciare una dichiarazione il 30 agosto, mentre il supervisore dell’agente di polizia che ha tenuto l’interrogatorio di S.W. chiede che le dichiarazioni della donna vengano riscritte e sulla base di queste – mai firmate dalla donna – il 2 settembre il caso viene riaperto. Assange – che ora si trova indagato per stupro, molestie e coercizione illegale – chiede nuovamente di essere sentito, ma nelle tre settimane successive le autorità svedesi non riescono a organizzare una data per la testimonianza. A quel punto, chiede e ottiene il permesso per andare a Berlino per tenere una conferenza, ma il giorno della partenza le autorità svedesi emettono un nuovo mandato d’arresto. Assange riesce comunque a raggiungere Londra e nel mentre i suoi avvocati lo informano che gli Stati Uniti hanno aperto un’investigazione segreta nei suoi confronti e ad Alexandria (Virginia), un Grand Jury sta valutando la presenza di elementi sufficienti per incriminarlo per cospirazione, insieme a Chelsea Manning, nella rivelazione di file segreti dell’esercito USA (15). È una notizia non ufficiale che gli avvocati apprendono da fonti svedesi, ma il sospetto – come vedremo – si rivela essere fondato. Alla luce di questo, Assange chiede alla Svezia la garanzia diplomatica che non verrà estradato negli USA, ma le autorità rifiutano con il pretesto che gli Stati Uniti non hanno ancora avanzato alcuna richiesta formale di estradizione. Assange chiede allora di essere interrogato a Londra o in video, ma anche questa opzione viene rispedita al mittente.</p>



<p>Tra ottobre e novembre, intanto, WikiLeaks prosegue con la pubblicazione degli Iraq War Logs e dei primi cablo della diplomazia americana.</p>



<p>A fine novembre la Svezia emette un mandato d’arresto attraverso l’Interpol – Assange diventa quindi un ricercato internazionale sulla base di un’indagine per sospetto stupro che chiaramente non sta in piedi – e il 30 dello stesso mese l’Interpol rende pubblico un “red notice” nei confronti del fondatore di WikiLeaks, attraverso cui le autorità svedesi chiedono che venga estradato nel loro Paese per essere interrogato.</p>



<p>Ai primi di dicembre 2010 Assange si consegna alla polizia a Londra, che lo arresta: fa appello in tribunale contro la richiesta di estradizione della Svezia per timore di essere poi consegnato alle autorità statunitensi – che non hanno ancora formalizzato ufficialmente alcuna indagine o accusa – e dopo una settimana viene rilasciato su cauzione e messo agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, coprifuoco dalle 22 alle 8 e obbligo quotidiano di presentarsi alla polizia. Da alcuni tra i documenti ottenuti da Stefania Maurizi (16) si scopre che circa un mese dopo, a gennaio 2011, il Crown Prosecution Service britannico contatta la controparte svedese: sconsiglia di interrogare Assange in Gran Bretagna, esortando a farlo “solamente dopo che si fosse consegnato alla Svezia e di sentirlo in base alle leggi svedesi”. Le autorità scandinave rimangono in attesa della sentenza sulla richiesta di estradizione, rifiutando di raggiungere Londra.</p>



<p>Nel frattempo, con l’aumentare della pressione politica e istituzionale negli Stati Uniti, giganti finanziari come Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union bloccano le donazioni in favore di WikiLeaks, portando alla sospensione delle pubblicazioni per mancanza di fondi (il blocco verrà superato, anche grazie alle donazioni in bitcoin, solo due anni dopo).</p>



<p>Trascorrono 18 mesi tra tempistiche legali e nel giugno 2012 la Corte Suprema inglese boccia il ricorso, il fondatore di WikiLeaks deve essere estradato in Svezia entro dieci giorni. Il rischio di finire nelle mani degli americani si fa concreto. Il 19 giugno, chiuso in una stanza d’hotel, Assange si prepara per quella che probabilmente è la sua ultima possibilità di sfuggire a un destino che ormai appare segnato: si tinge i capelli, mette un paio di lenti a contatto colorate, due orecchini neri e in sella a una moto si confonde per le strade di Londra. Destinazione Knightsbridge, il quartiere residenziale dove ha sede l’ambasciata dell’Ecuador (17).</p>



<h4 class="wp-block-heading">(Soprav)vivere in ambasciata</h4>



<p>“Sono qui oggi perché non posso essere lì con voi oggi” (18). Assange, affacciato al balcone, si rivolge alla folla di sostenitori raccolta all’incrocio con Basil Street. Sono passati due mesi da quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoregna e il governo di Rafael Correa gli ha appena garantito asilo politico. “Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta. Gli Stati Uniti devono rinunciare a questa caccia alle streghe contro WikiLeaks.” Ritiene che il caso aperto contro di lui in Svezia sia solo un mezzo per arrivare alla sua estradizione negli USA e per questo il governo sudamericano lo considera un rifugiato politico. La polizia londinese pattuglia tutto il perimetro dell’ambasciata, giorno e notte. Ha violato le condizioni degli arresti domiciliari non presentandosi in tribunale e non appena metterà un piede fuori dall’ambasciata, fanno sapere le autorità britanniche, verrà arrestato. E Assange, un piede fuori, non lo metterà per i successivi sette anni.</p>



<p>Durante la sua permanenza nella sede diplomatica ecuadoregna, le pubblicazioni di WikiLeaks non si fermano: nel 2012 i Syria files; nel 2015 le comunicazioni del Ministero degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita e le rivelazioni sulla sorveglianza di capi di Stato, ministri degli Esteri e grandi aziende da parte della National Security Agency statunitense; nel 2016 le email dell’AKP, il partito del presidente turco Erdoğan, i documenti sulle operazioni di estrazione mineraria condotte da aziende occidentali e cinesi nella Repubblica Centraficana, le email del Partito Democratico statunitense e quelle di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato; nel 2017 le email della campagna presidenziale di Macron, i <em>Russia spy files</em> sulla Russia di Putin e <em>Vault 7</em>, i documenti confidenziali della CIA che svelano l’arsenale di hacking in mano all’agenzia d’intelligence e la sorveglianza globale dei dispositivi iPhone, Android, Windows e degli smart TV Samsung.</p>



<p>Se da un lato il Gruppo di lavoro sulla Detenzione Arbitraria delle Nazioni Unite dichiara nel 2015 che Assange “è stato detenuto arbitrariamente dai governi di Svezia e Gran Bretagna” a partire da dicembre 2010 e che “ha diritto alla libertà di movimento e a una compensazione” (19), dall’altro gli Stati Uniti non mollano la presa, anzi. Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump avviene un deciso cambio di passo: sebbene nella campagna presidenziale del 2016 Trump elogi più volte il sito di Assange – “I love WikiLeaks” – per le rivelazioni sul partito Democratico e su Hillary Clinton, sua avversaria elettorale, una volta insediatasi l’amministrazione assume toni ben diversi. Soprattutto per voce del neo direttore della CIA Mike Pompeo e soprattutto dopo la pubblicazione di <em>Vault 7</em>: “È arrivato il momento di chiamare WikiLeaks per quello che è”, afferma ad aprile 2017 durante la sua prima apparizione da capo della CIA, “un servizio di intelligence ostile non statale” (20). A ottobre, durante un summit sulla sicurezza nazionale a Washington, paragona WikiLeaks ad al-Qaeda e ISIS: “Ho parlato di questi attori non statali, e non si tratta solo di WikiLeaks. [&#8230;] Sono un’enorme minaccia, stiamo lavorando per eliminarla”. Assange? “Un ciarlatano, un codardo che si nasconde dietro uno schermo” (21). Sulla stessa lunghezza d’onda Jeff Sessions, il Procuratore generale, che definisce il caso Assange “una priorità” e chiarisce che “se sarà possibile procedere legalmente, cercheremo di mettere un po’ di persone in prigione” (22), perché “questa moda dei <em>leaks</em> deve finire” (23).</p>



<p>Ma l’ostilità da parte dell’intelligence statunitense si manifesta anche per vie, si direbbe, insospettabili. Per lo meno stando alla testimonianza rilasciata al processo di estradizione da due ex impiegati della UC Global (24), azienda spagnola di proprietà di David Morales incaricata dal 2015 dai servizi segreti ecuadoregni di occuparsi della sicurezza e della sorveglianza dell’ambasciata di Londra. Essendo l’unico vero contratto che la società ha in essere, raccontano i due testimoni, Morales nel 2016 vola a Las Vegas per partecipare a una fiera sulla sicurezza e cercare nuovi clienti. Di lì a poco sigla un contratto con la Las Vegas Sands, azienda di proprietà di Sheldon Adelson (miliardario Repubblicano sostenitore della campagna presidenziale di Trump), apparentemente per la gestione della security del suo yacht di lusso. Una volta tornato in Spagna, però, Morales raccoglie i suoi dipendenti e comunica che hanno fatto il salto di qualità, che da quel momento iniziano a “giocare in serie A”: spiega di essere passato “al lato oscuro” e fa riferimento alla nuova collaborazione con gli “amici americani” – che specifica essere l’“intelligence USA” – per raccogliere e trasmettere informazioni sensibili su Assange. </p>



<p>A questo scopo, Morales incarica i suoi dipendenti di sostituire le telecamere a circuito chiuso dell’ambasciata londinese con altre in grado di registrare i suoni e di abilitarle alla trasmissione in streaming, e di installare due microfoni nascosti: l’obiettivo prioritario è registrare gli incontri del fondatore di WikiLeaks con gli avvocati. Morales, stando sempre alle dichiarazioni dei due testimoni, riesce a ottenere perfino le impronte digitali di Assange, commissiona un’analisi calligrafica di alcuni suoi documenti e pianifica di rubare il pannolino di un bambino che spesso fa visita in ambasciata con la madre, per poter stabilire se è figlio di Assange: tutto per conto degli “amici americani”. Morales istruisce poi i dipendenti di modo che venga neutralizzato un dispositivo usato da Assange per disturbare eventuali registrazioni (di cui sospettava fortemente) e permettere così il funzionamento dei microfoni laser utilizzati dall’intelligence USA dall’esterno dell’ambasciata. L’intero materiale ottenuto dalle attività di spionaggio viene trasmesso tramite un server accessibile dagli Stati Uniti o personalmente da Morales.</p>



<p>Non è tutto. Morales riferisce ai suoi sottoposti le “misure estreme” che gli americani hanno suggerito per porre fine alla presenza di Assange in ambasciata: lasciare aperta una porta dell’edificio per permettere il rapimento del fondatore di WikiLeaks e, addirittura, la possibilità di avvelenarlo. Un articolo di <em>yahoo!news</em> di settembre 2021 (25), basato su alcune conversazioni con più di trenta ex funzionari statunitensi, conferma questo racconto e riporta che nel 2017 tra “alcuni alti funzionari della CIA e dell’amministrazione Trump” ci sono state “discussioni circa l’assassinio o il rapimento di Assange”. Il piano non vedrà mai la luce, ma lascia intendere quanto sia disperata la situazione agli occhi di Washington.</p>



<p>Nel frattempo il caso svedese rischia di implodere. Le accuse sono deboli e le prove inconsistenti. È stato montato mediaticamente, ma di concreto ha ben poco. Tra il 2012 e il 2013 le stesse autorità svedesi valutano più volte di abbandonare l’indagine preliminare contro il fondatore di WikiLeaks e di far cadere la richiesta di estradizione. “La legge svedese impone che le misure coercitive siano proporzionate”, scrive il pubblico ministero scandinavo alla controparte britannica, come rivelato dalle email ottenute da Stefania Maurizi. Il Crown Prosecution Service, però, insiste perché l’indagine non venga chiusa: “Non azzardatevi a tirarvi indietro!”. Fedele alla linea, la Svezia mantiene aperto il caso. Dopotutto, come ammettevano le stesse autorità inglesi un anno prima, in un altro scambio email, “non pensiate che questo caso venga trattato come qualunque altra estradizione” (26). Ma dopo quasi sette anni di nulla di fatto, senza un’accusa formalizzata, le autorità svedesi decidono finalmente di chiudere il caso Assange.</p>



<p>Siamo ormai nel 2017 e le condizioni di salute del fondatore di WikiLeaks peggiorano. Da dicembre 2010 è privato della libertà, da giugno 2012 è confinato tra le mura dell’ambasciata ecuadoregna, costantemente sotto pressione e nel mirino delle autorità svedesi, britanniche e statunitensi. Due medici riescono a visitarlo approfonditamente nella sede diplomatica e concludono, denunciandolo in un articolo sul Guardian, che “il continuato confinamento è per lui fisicamente e mentalmente pericoloso e una chiara violazione del suo diritto umano ad avere accesso alle cure” e chiedono che gli venga garantito un accesso sicuro all’assistenza medica britannica (27). L’ennesimo appello che rimane sospeso nel vuoto. L’orizzonte, per Assange, è sempre più buio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il nemico in casa</h4>



<p>Il 2 aprile 2017 l’Ecuador elegge il suo nuovo presidente: Lenín Moreno, il candidato di Alianza País ed ex vicepresidente del governo di Rafael Correa. Pur facendo parte dello stesso schieramento politico del predecessore, una volta eletto Moreno si discosta dalle politiche progressiste del governo socialista uscente e dal suo stesso programma elettorale. Il Paese latinoamericano inizia così una rapida trasformazione, attraverso politiche economiche neoliberali – favorite anche da un prestito da 4,2 miliardi del Fondo monetario internazionale – e un avvicinamento sempre più netto agli interessi degli Stati Uniti: il governo Moreno abbandona l’Unione delle Nazioni Sudamericane (organizzazione intergovernativa nata nel 2008 durante la ‘marea rosa’ socialista), riconosce ufficialmente Juan Guaidó – l’autoproclamatosi presidente del Venezuela tanto caro a Washington – e autorizza l’apertura sul suolo nazionale di un nuovo ufficio per la cooperazione sulla sicurezza con gli Stati Uniti. Ma soprattutto, cambia atteggiamento nei confronti di quello che agli occhi degli americani è un <em>asset</em> particolarmente prezioso: Julian Assange.</p>



<p>A marzo 2018 il governo Moreno afferma che “il comportamento di Assange, con le sue dichiarazioni sui social network, mette a rischio le buone relazioni che il Paese intrattiene con il Regno Unito, il resto degli Stati dell’Unione europea e le altre nazioni” (28) e blocca ogni possibilità per il fondatore di WikiLeaks di comunicare via internet o telefono con l’esterno dell’ambasciata, oltre a imporgli il divieto di incontrare chiunque al di fuori dei suoi legali.</p>



<p>Il 28 giugno 2018, intanto, il vice presidente USA Mike Pence vola in Ecuador per un incontro con Lenín Moreno e, sollecitato anche da una lettera di dieci senatori Democratici che lo invitano a sollevare la questione Assange “in un momento in cui WikiLeaks continua i suoi sforzi per minare i processi democratici in tutto il mondo” (29), tramite la Casa Bianca conferma di aver avuto una “conversazione costruttiva” sul caso (30).</p>



<p>L’11 ottobre, dopo sette mesi di blocco delle comunicazioni, con una decisione unilaterale l’ambasciata formalizza un nuovo protocollo che delinea le condizioni a cui Assange deve attenersi perché non gli venga revocato l’asilo politico: divieto di esprimere opinioni politiche, accesso a Internet condizionato, potere di veto sulle visite e la possibilità per i funzionari dell’ambasciata o le autorità britanniche di sequestrare materiale appartenente a lui o ai suoi visitatori (31). Pochi giorni dopo, il 16 ottobre, in una lettera indirizzata al presidente Moreno, la commissione Affari Esteri del Congresso statunitense delinea la condizione necessaria per poter procedere a una rinnovata cooperazione e assistenza economica con l’Ecuador: risolvere la questione Assange. “È evidente che il sig. Assange sia un pericoloso criminale e una minaccia per la sicurezza internazionale”, scrivono i deputati, chiarendo che “sarà molto difficile per gli Stati Uniti far avanzare le nostre relazioni bilaterali fino a quando il sig, Assange non sarà consegnato alle autorità competenti” (32).</p>



<p>Mentre la pressione su Assange aumenta, a novembre i procuratori americani svelano per errore – la notizia non doveva essere pubblica – che nella Corte distrettuale di Alexandria (Virginia) è stata depositata un’incriminazione contro il giornalista australiano: in un documento di tre pagine datato 22 agosto 2018 relativo al caso di un certo mr. Kokayi, a pagina due si legge che la <em>segretezza</em> dell’incriminazione è necessaria per “mantenere confidenziale il fatto che Assange è stato messo sotto accusa” (33). È la conferma di quanto gli avvocati di Assange avevano informalmente saputo già nel 2010. Soltanto due mesi dopo Chelsea Manning – uscita dal carcere nel 2017 – riceve un mandato di comparizione per testimoniare davanti a un Grand Jury nella stessa Corte di Alexandria: il mandato non specifica quali saranno i temi oggetto della testimonianza, ma viene immediato collegarlo al caso contro il fondatore di WikiLeaks. Per questa ragione Manning rifiuta di testimoniare e viene condannata alla reclusione per “oltraggio alla Corte”: fino a quando non rilascerà la testimonianza o il Grand Jury avrà terminato i lavori, resterà in carcere (34).</p>



<p>Il clima in ambasciata si fa sempre più teso. A marzo 2019 WikiLeaks rilancia in un tweet (35) la notizia dell’apertura di un’indagine per corruzione contro il presidente Moreno da parte del Parlamento ecuadoregno in seguito alla pubblicazione degli INA Papers, una serie di documenti che svelano un sistema di corruzione, riciclaggio e frode fiscale portato avanti per mezzo di una rete di società offshore tra cui la INA Investment Corp, azienda creata nel 2012 dal fratello del presidente Moreno e di cui era parte – tra gli altri – anche la moglie. Lo scandalo degli INA Papers viene pubblicato da due giornalisti di La Fuente e dal sito dedicato inapapers.org, WikiLeaks riporta semplicemente la notizia dell’indagine parlamentare. Ma il governo sudamericano ne approfitta e usa il tweet come pretesto: accusa Assange e WikiLeaks di essere i responsabili delle rivelazioni. “È assolutamente vergognoso, riprovevole, mostra Assange per quello che è&#8230; certamente prenderemo dei provvedimenti”, dichiara il ministro degli Esteri ecuadoregno, “sta mordendo la mano che gli dà da mangiare” (36). Il 2 aprile, il presidente annuncia che Assange ha violato le condizioni di asilo e che a breve prenderà una decisione.</p>



<p>La mattina dell’11 aprile 2019 – per le “ripetute violazioni delle convenzioni internazionali e dei protocolli di vita quotidiana” (37) – con una “decisione sovrana” Moreno revoca l’asilo ad Assange e apre le porte dell’ambasciata alla polizia inglese. Sei uomini in borghese della Metropolitan police di Londra entrano nell’edificio, lo prelevano con la forza, lo caricano su una camionetta e lo portano davanti a un giudice: “Mi dichiaro non colpevole” sono le uniche parole che pronuncia Assange in tribunale. Dopo un processo lampo, viene condannato a 50 settimane di carcere per aver violato le condizioni del rilascio su cauzione nel 2012, quasi sette anni prima. “All’improvviso è stato trascinato fuori e in poche ore condannato, senza possibilità di poter preparare una difesa, per la violazione dei termini di rilascio su cauzione, che consiste nell’aver ricevuto asilo diplomatico da un altro Stato membro dell’ONU sulla base di una persecuzione politica, esattamente come prevede la legge internazionale”, dichiara in un’intervista a Republik Nils Melzer, l’inviato speciale ONU sulla tortura, e aggiunge: “In Gran Bretagna le violazioni dei termini di cauzione raramente portano alla detenzione – solitamente prevedono solo una multa” (38). Assange invece viene condannato a passare quasi un anno in isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh.</p>



<p>Quello stesso 11 aprile, il Dipartimento di Giustizia statunitense rende nota una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Assange, depositata nel marzo 2018 dal Grand Jury di Alexandria (39). Ad accompagnarla, la domanda di estradizione. Il fondatore di WikiLeaks si trova nel giro di poche ore di fronte a ciò che aveva provato a eludere per anni. Rinchiuso in una cella, isolato dal mondo, attende di conoscere il proprio destino. Che ora è nelle mani della giustizia inglese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il giornalismo ai tempi dell’<em>espionage</em></h4>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio della Corte di Alexandria, datata marzo 2018, contiene un solo capo d’imputazione a carico di Assange: aver cospirato con Chelasea Manning al fine di commettere un’intrusione informatica, reato che prevede una condanna a un massimo di 5 anni di carcere e ricade sotto la sezione 371 del titolo 18 del Codice degli Stati Uniti e sotto il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), una legge nata nel 1986 con l’intento di criminalizzare le attività di hacking informatico. L’accusa, però, non è di hacking. Si basa su alcune conversazioni tratte dalla chat online <em>Jabber</em> tra Manning e l’utente Nathaniel Frank, che i procuratori ritengono essere – pur non avendo prove che lo dimostrino – Assange. Il fondatore di WikiLeaks viene accusato di aver cospirato con Manning nel tentativo di decifrare l’hash (una sequenza di lettere e numeri che corrisponde a una determinato codice) di una password salvata su un computer collegato al Secret Internet Protocol Network, rete del Dipartimento della Difesa contenente informazioni classificate. L’intento sarebbe stato di consentire a Manning di accedere al network utilizzando un nome utente diverso e nascondere così la propria identità. La stessa Manning aveva però già scaricato i file su Iraq, Afghanistan e Guantanamo prima di questo tentativo, che comunque non va a buon fine; tuttavia il punto è, per l’accusa, che se l’intento fosse riuscito “avrebbe reso più complicato per gli investigatori identificare Manning come fonte” dei leaks.</p>



<p>Rientra nella cospirazione anche il fatto che i due avessero discusso in chat di ulteriori metodi per evitare che Manning venisse scoperta: cancellare i log dal computer, utilizzare un telefono criptato, una frase di sicurezza in codice e una cartella dedicata su una drop box di WikiLeaks per la trasmissione sicura dei documenti classificati. Va tenuto presente che Manning aveva accesso autorizzato ai documenti, proprio in virtù del suo ruolo di analista di intelligence: l’accusa a carico di Assange quindi riguarda unicamente il fatto di averla aiutata (o aver provato) a proteggere la sua identità, esattamente ciò che ogni giornalista investigativo tenta di fare quando ha rapporti con una fonte riservata e materiale sensibile.</p>



<p>A ogni modo, pur volendo formalmente incriminare Assange rifacendosi al reato di intrusione informatica di computer protetti, il testo – sia nelle parole utilizzate, sia nei riferimenti legislativi – lascia intravvedere una chiara propensione della procura USA a considerare i fatti sotto la lente del reato di spionaggio, senza il quale difficilmente potrebbero perseguire Assange. Nell’atto di accusa, infatti, c’è un riferimento alla sezione 793, del Titolo 18, che corrisponde all’Espionage Act, una legge del 1917 concepita durante la prima guerra mondiale per punire lo spionaggio e il favoreggiamento del nemico e che negli anni è stata allargata fino a includere chiunque divulghi o condivida senza permesso informazioni governative classificate; e proprio in quanto legge contro lo spionaggio, non contempla in alcun caso la possibilità per l’accusato di appellarsi all’interesse pubblico – sempre presente nell’ambito del giornalismo. Nella sua prima versione la legge riguardava esclusivamente gli atti commessi sul territorio statunitense, ma un emendamento del 1961 ne ha esteso l’applicazione all’intero globo; è questa modifica che permette tecnicamente agli Stati Uniti di perseguire Assange, nonostante tutto ciò di cui è accusato sia stato commesso fuori dagli USA.</p>



<p>Tempo un mese e a maggio 2019 (40) l’accusa viene integrata con diciassette nuovi capi d’imputazione, tutti per violazione dell’Espionage Act. Il 24 giugno 2020 (41) il Grand Jury di Alexandria deposita un aggiornamento dove i nuovi capi d’imputazione vengono ulteriormente dettagliati. Riguardano la pubblicazione da parte di WikiLeaks della maggior parte dei documenti scaricati da Manning: i diari di guerra in Afghanistan e Iraq, le regole d’ingaggio nel conflitto iracheno, i file sui detenuti di Guantanamo e i cablo del Dipartimento di Stato e della diplomazia statunitense. Fanno tutti riferimento alla sezione 793 del Titolo 18 e ognuno di essi prevede una condanna massima di dieci anni: in totale, quindi, 175 anni di carcere.</p>



<p>Dunque Assange viene incriminato per aver pubblicato documenti segretati senza avere “un’autorizzazione di sicurezza degli Stati Uniti o altra forma di autorizzazione per ricevere, possedere o comunicare informazioni classificate”. Esattamente ciò che fanno (o dovrebbero) i giornalisti e Assange è un giornalista. Giova ricordare, tra l’altro, che il materiale incriminato è stato diffuso in collaborazione con i principali media americani, come New York Times e Washington Post, e stranieri, come il Guardian; inoltre, è ciò che è accaduto nel 2013 con le rivelazioni a mezzo stampa di Edward Snowden sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, la National Security Agency americana; è infatti il “<em>the New York Times problem</em>” che aveva portato l’amministrazione Obama a desistere dall’incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act – senza però arrivare alla chiusura dell’indagine. Per i funzionari del Dipartimento di Giustizia si configurava il rischio di entrare in aperto conflitto con il Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di espressione e la libertà di stampa (42).</p>



<p>Proseguiamo.</p>



<p>Assange viene anche accusato di aver cospirato con Manning per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni riguardanti la difesa nazionale “a danno degli Stati Uniti e a vantaggio di una qualsiasi nazione straniera” e di averla aiutata a trasmettere a WikiLeaks i documenti a cui aveva accesso. Nelle “<em>general allegations</em>” la procura USA precisa che “il sito di WikiLeaks ha sollecitato esplicitamente materiale censurato, riservato e classificato”, e cita direttamente il sito: “WikiLeaks accetta materiale classificato, censurato o riservato che abbia un’importanza di carattere politico, diplomatico o etico”. Ancora una volta, è questo il mestiere dei giornalisti. La stessa Manning, infatti, prima di contattare WikiLeaks si era rivolta a New York Times e Washington Post.</p>



<p>L’accusa procede nel voler dimostrare il ruolo “attivo” giocato da Assange nella cospirazione e si sofferma sui “Most Wanted Leaks”, una lista pubblicata da WikiLeaks nel 2009 che elencava, per diversi Paesi, “i documenti o le registrazioni segrete più ricercate da giornalisti, attivisti, storici, avvocati, polizia o investigatori per i diritti umani” (43). Per la procura USA è la prova del fatto che l’organizzazione cercasse di reclutare persone disposte a ottenere illegalmente documenti classificati e le incoraggiasse a trasmetterle al sito; l’accusa sostiene che Manning sia stata indotta a usare questa lista come “guida” nella ricerca dei file e quindi Assange si sia reso protagonista di una sollecitazione di informazioni riservate.</p>



<p>Infine, Assange viene dichiarato colpevole per aver diffuso gli Afghan e Iraq War logs e i cablo del Dipartimento di Stato senza oscurare tutti i nomi degli individui che hanno collaborato con gli USA, “generando un serio e imminente rischio che quelle persone innocenti subissero gravi violenze fisiche e/o detenzione arbitraria”. Questa è l’accusa più delicata e controversa sul piano etico – anche giornalistico – e di sensibilità pubblica. Entriamo quindi nel dettaglio.</p>



<p>WikiLeaks ha sempre fatto un minuzioso lavoro di editing dei documenti sui nomi citati, per esempio pubblicando inizialmente solo 75 mila dei 91 mila file sull’Afghanistan che aveva o, come testimoniato dal giornalista John Goetz del tedesco Der Spiegel durante il processo di estradizione di Assange, censurando, nei diari sull’Iraq, più nomi dello stesso Dipartimento della Difesa (nel confronto con i documenti rilasciati dal Pentagono tramite Freedom of Information Act). Inoltre, gli Stati Uniti hanno avuto tempo e modo di mettere al sicuro le loro fonti prima della pubblicazione dei diari di guerra: l’arresto di Manning è di maggio 2010 mentre la rivelazione degli Afghan War logs è di luglio e gli Iraq War logs sono di ottobre.</p>



<p>Diverso il discorso per i cablo della diplomazia USA. A novembre 2010 WikiLeaks – in collaborazione con New York Times, Guardian, Der Spiegel, El País e Le Monde – comincia la pubblicazione dei primi 200 cablo con i nomi oscurati. A febbraio 2011, però, esce <em>WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy</em>, il libro di David Leigh e Luke Harding, due giornalisti del Guardian, che svela la password per poter accedere a un file criptato, presente su un server di WikiLeaks, che contiene tutti i 250.000 documenti in formato originale. La password è stata fornita circa sei mesi prima da Assange a David Leigh, secondo il contratto di collaborazione con il quotidiano britannico. A partire dal 23 agosto WikiLeaks pubblica altri 130.000 cablo che contengono alcuni nomi di fonti USA. Il 31 dello stesso mese il file viene decrittato e caricato su cryptome.org, un altro sito che divulga documenti riservati: Assange avvisa il Dipartimento di Stato USA per cercare di minimizzare il rischio. Il primo settembre anche Pirate Bay carica il file sul proprio sito, mentre WikiLeaks annuncia azioni legali contro il Guardian e il giorno dopo decide di pubblicare tutti i 250.000 cablo, che ormai sono già pubblici. Questo episodio segna la fine della collaborazione tra WikiLeaks e le grandi testate giornalistiche, che in un comunicato congiunto dichiarano: “Non possiamo difendere la non necessaria pubblicazione dei file completi – anzi, siamo uniti nel condannarla. La decisione di pubblicare da parte di Assange è stata sua e solamente sua” (44).</p>



<p>Comunque siano andate le cose, tre aspetti sono indubbi. Il primo: l’amministratore di cryptome.org, John Young, ha testimoniato al processo di estradizione di Assange che le autorità statunitensi non gli hanno mai notificato alcuna violazione della legge né gli hanno mai chiesto di ritirare dal sito la pubblicazione (45). Dunque si può perlomeno affermare che ad Assange sia stato riservato un ‘trattamento particolare’. Il secondo: come riporta il <em>Reporters Committee for Freedom of the Press</em>, un’organizzazione no-profit nata nel 1970 a Washington che offre servizi legali pro bono ai giornalisti in difesa dei diritti riconosciuti dal Primo Emendamento, “mettere in pericolo gli informatori non è una qualche sottocategoria tra i possibili danni alla sicurezza nazionale protetta in modo speciale” poiché “la decisione di non oscurare quei nomi è una distinzione etica, non legale” (46). Il terzo: a oltre dieci anni dalla diffusione di più di 700.000 file da parte di WikiLeaks, gli Stati Uniti – come ammesso dallo stesso governo americano durante il processo Manning (47) – non sono stati in grado di provare la morte di una singola fonte in relazione alle pubblicazioni dell’organizzazione di Assange.</p>



<p>È su queste basi che il 24 febbraio 2020, presso la Woolwich Crown Court di Belmarsh, in Gran Bretagna, inizia il processo di estradizione. Il governo degli Stati Uniti contro Julian Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Estradizione, perché no?</h4>



<p>Assange assiste al processo confinato in una gabbia, dietro un vetro antiproiettile e impossibilitato a comunicare con i suoi avvocati. Craig Murray, ex ambasciatore inglese in Uzbekistan presente alla seduta preliminare di ottobre 2019, racconta di un uomo disorientato, confuso, con evidenti segni di deterioramento fisico e mentale, che fatica a seguire il dibattimento (48). Dopo la prima settimana, il processo si sposta nella corte criminale di Old Baily e riprende solo a settembre 2020 a causa del lockdown imposto dal governo britannico in risposta all’epidemia di Sars-CoV-2. Nel corso delle udienze sfilano più di quaranta testimoni. La Corte inglese è chiamata a decidere se sono legalmente soddisfatte le condizioni necessarie per approvare la richiesta di estradizione statunitense. La difesa di Assange oppone la natura politica dell’incriminazione, la tutela della libertà di espressione, il diritto a un giusto processo e, infine, le condizioni di salute di Assange. La sentenza emessa il 4 gennaio 2021 respinge l’estrazione riconoscendo legittimità solo all’ultimo punto. Vediamo i dettagli (49).</p>



<p>Punto uno.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks sostengono che la richiesta del governo americano debba essere negata in base all’articolo 4 dell’Extradition Treaty siglato tra USA e UK nel 2003, in virtù del quale è proibita l’estradizione nel caso in cui la richiesta sia basata su una “offesa politica” commessa dall’imputato: il reato di spionaggio di cui viene accusato Assange, argomentano, rientra esattamente nella definizione, in quanto si configura come un crimine contro l’ordine politico dello Stato. Conseguentemente, non solo l’estradizione ma la stessa detenzione per il processo manca dei presupposti necessari, ed è quindi arbitraria e illegittima secondo l’articolo 5 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela il diritto alla liberà e alla sicurezza.</p>



<p>Reputano illegittima l’estradizione anche ai sensi della sezione 81 dell’Extradition Act del 2003. L’incriminazione degli Stati Uniti è spinta dalla volontà del governo, affermano – in particolar modo dall’insediamento dell’amministrazione Trump nel 2016 – di punire le opinioni politiche di Assange. Ricordano le numerose indiscrezioni giornalistiche del 2013 sulla decisione del governo Obama di non incriminare Assange per paura di creare un precedente pericoloso per la libertà di stampa, e il cambio avvenuto con l’avvento di Trump; le parole dello stesso Trump su WikiLeaks nel 2010, quando dichiarò: “Penso che ci vorrebbe la pena di morte o qualcosa del genere” (50); la posizione apertamente ostile del direttore della CIA Pompeo nel 2017; lo spionaggio nell’ambasciata dell’Ecuador e il piano per rapire Assange o avvelenarlo.</p>



<p>La Corte respinge. In merito all’Extradition Treaty, nella sentenza scrive che il sistema legislativo del Regno Unito non prevede l’incorporazione automatica di un trattato internazionale nella legge nazionale, quindi un accordo intergovernativo come l’Extradition Treaty non può essere fatto valere in tribunale. Fa fede, pertanto, l’Extradition Act del 2003, legge approvata dal Parlamento UK che – alla sezione 81 – prevede come impedimento all’estradizione il perseguimento dell’accusato per le sue opinioni politiche, ma non il reato di “offesa politica”.</p>



<p>Tuttavia evidenzia che, nonostante le indiscrezioni trapelate sulle decisioni dell’amministrazione Obama, l’indagine contro Assange non fosse stata chiusa. Non ci sono elementi poi per dubitare della buona fede dei procuratori americani e per ritenere che il governo abbia influenzato il loro lavoro: le uniche dichiarazioni ostili sono state del direttore della CIA, ma un’agenzia di intelligence non parla per conto dell’amministrazione. Le parole di Trump nel 2010 sono più datate rispetto agli apprezzamenti formulati da Trump stesso durante la campagna presidenziale, e non riguardavano le rivelazioni oggetto dell’accusa. Per quanto riguarda lo spionaggio in ambasciata, infine, la Corte dichiara di non potersi pronunciare essendoci un’investigazione ancora in corso da parte della giustizia spagnola; ma a ogni modo non ci sono state obiezioni in merito da parte di rappresentanti del governo ecuadoregno, nessuno degli elementi raccolti da uno spionaggio sarebbe ammissibile in un tribunale statunitense, e “una possibile spiegazione alternativa della sorveglianza degli Stati Uniti (se c’è stata) è la percezione che il sig. Assange costituisse ancora un rischio per la loro sicurezza nazionale”.</p>



<p>Punto due.</p>



<p>Ciò che l’accusa criminalizza, argomenta la difesa, è l’attività ordinaria di giornalismo investigativo e in generale la libertà di stampa, in violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela la “libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. È inoltre in questione il diritto alla verità e il pubblico interesse delle rivelazioni di WikiLeaks, che hanno svelato numerose violazioni dei diritti umani e acceso un faro sulla necessità di trasparenza da parte dello Stato.</p>



<p>La Corte respinge. Dichiara innanzitutto che il caso in questione soddisfa la “dual criminality”, un prerequisito fondamentale per procedere all’estradizione: gli atti incriminati dagli Stati Uniti infatti costituiscono reato anche per la legge britannica – violazione di Official Secrets Act e Criminal Law Act – in quanto i documenti pubblicati hanno recato danno alla sicurezza nazionale, esattamente come sostiene l’accusa. Assange non si è limitato a ricevere e pubblicare le informazioni ma si è reso complice delle attività di Manning con il tentativo di decifrare una password e sollecitando la trasmissione dei file, oltre ad aver pubblicato documenti contenenti nomi di informatori, mettendone a rischio l’incolumità. Lo stesso articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo stabilisce che la libertà di espressione non è assoluta e che possa essere sottoposta a restrizioni “necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale”. Per la Corte, tutto questo differenzia Assange dal normale giornalismo investigativo e non lo identifica con la definizione di “giornalista responsabile” protetta dall’articolo 10. In ogni caso, la questione della libertà di espressione potrà essere valutata dallo stesso tribunale statunitense, dato che al processo Assange avrà garantiti i diritti della Costituzione americana e il Primo Emendamento. Infine, conclude la Corte, il “diritto alla verità” non è riconosciuto da alcuna legge nazionale o internazionale e non può quindi essere fatto valere in un processo.</p>



<p>Punto tre.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks denunciano poi come negli Stati Uniti Assange non avrà diritto a un processo equo, in violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Innanzitutto, il sistema statunitense forza gli imputati al patteggiamento tramite un sovraccarico di capi d’imputazione, esponendoli a condanne pesanti e aumentando così la probabilità di un’ammissione di colpevolezza.</p>



<p>C’è poi la questione della composizione della giuria che dovrà giudicare Assange ad Alexandria, in Virginia: come ha testimoniato Bridget Prince, direttrice di One World Research (società investigativa che collabora con gli avvocati durante processi civili e penali con esperienza decennale nei tribunali statunitensi), chiamata al banco dalla difesa (51), la giuria verrà selezionata tra le contee della divisione di Alexandria, nelle quali c’è una massiccia presenza di uffici e quartier generali di agenzie governative, tra i primi datori di lavoro dell’area per numero di impiegati – CIA, FBI, Dipartimento della Difesa (Pentagono), per citarne alcune – oltre a un numero significativo di appaltatori governativi che operano nel campo militare e di intelligence; è quindi alta la probabilità che la giuria sia composta da personale governativo.</p>



<p>La Corte respinge entrambe le opposizioni. Afferma che il patteggiamento è un diritto di cui l’imputato si può avvalere per scelta volontaria; che sarà il tribunale americano a dover valutare l’eventuale vaghezza ed eccessiva estensione delle accuse e che Assange avrà garantito il rispetto del Quinto Emendamento della Costituzione USA, che equivale all’articolo 7 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo in quanto a protezione dell’imputato da un’azione penale e una condanna arbitrarie; che, infine, i dodici giurati verranno individuati tra tutti gli abitanti delle contee ed è quindi improbabile che non ne vengano trovati di imparziali, oltre al fatto che le procedure di garanzia in essere negli USA garantiranno la terzietà della giuria. “È un processo segreto”, spiega però Nils Melzer al sito tedesco media.ccc.de, “molto spesso la difesa non ha neanche accesso alle prove contro il sospettato, non è ammessa la stampa, non sono ammessi osservatori, la giuria riceve le informazioni dall’accusa e nessuno è mai stato assolto: è un tribunale per i casi che riguardano la sicurezza nazionale” (52).</p>



<p>Punto quattro.</p>



<p>Come ultima questione, la Corte si trova a dover valutare il rischio per la salute di Assange: nel quadro delle condizioni imposte dalla sezione 91 dell’Extradition Act del 2003, infatti, è impedita l’estradizione nel caso in cui “le condizioni fisiche o mentali della persona sono tali che sarebbe ingiusto o oppressivo estradarla”. Nelle valutazioni rientrano anche le condizioni detentive che Assange potrebbe dover affrontare una volta negli Stati Uniti, seppur già in Inghilterra si trovi in regime di isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh. In USA, prima del processo verosimilmente verrebbe tenuto in custodia presso l’Adult Detention Centre (ADC) di Alexandria, ed è possibile l’applicazione di misure amministrative speciali (quali, per esempio, isolamento h24 e contatti con l’esterno limitati a 30 minuti di chiamata al mese) che la legge americana riserva ai casi in cui gli Stati Uniti considerino realistico il rischio di diffusione, da parte del detenuto, di informazioni che minaccino la sicurezza nazionale.</p>



<p>La Corte ritiene reale questo rischio. Afferma che agli occhi statunitensi Assange rappresenta tuttora una minaccia per la sicurezza nazionale, e allo stesso modo giudica probabile che, eventualmente condannato, Assange venga rinchiuso nell’Administrative Maximum Facility (ADX) di Florence, Colorado – carcere di massima sicurezza dove si trovano, tra l’altro, quattro dei nove detenuti per violazione dell’Espionage Act in tutto il Paese.</p>



<p>Ciò premesso, la Corte prende in esame i report medici sulle condizioni di salute mentale di Assange durante la detenzione nella prigione inglese, preferendo quelli presentati dalla difesa per la completezza delle valutazioni cliniche: si tratta quindi delle condizioni riscontrate dopo i mesi di isolamento passati in attesa del processo. Nel corso di svariate visite, i medici hanno diagnosticato un disturbo depressivo cronico, allucinazioni, disturbo da stress post-traumatico, ansia generalizzata, tratti caratteristici del disturbo dello spettro autistico, sindrome di Asperger, pensieri suicidi. In aggiunta, durante un incontro del dicembre 2019, un medico osserva “mancanza di sonno, perdita di peso, capacità di concentrazione compromessa, sensazione di essere spesso sull’orlo del pianto e uno stato di agitazione acuta per cui cammina nella cella fino allo sfinimento, picchiandosi la testa o sbattendola contro il muro”.</p>



<p>“È estremamente chiaro che mostra tutti i sintomi delle vittime di tortura”, denuncia Nils Melzer, l’inviato speciale sulla tortura dell’ONU, in un’intervista a Investig’Action. Ha visitato Assange in carcere a Londra a maggio del 2019 insieme a due medici indipendenti. “La tortura è sempre un processo psicologico che mira a spezzare lo spirito della persona, la sua resistenza mentale”, che è esattamente ciò che comporta l’isolamento: “gli standard minimi delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti”, continua Melzer, “sono molto chiari: l’isolamento, la detenzione solitaria per più di 22 ore al giorno e per più di 15 giorni si configura come maltrattamento”. A questo si aggiunge la minaccia costante di estradizione in un Paese in cui rischia una condanna a 175 anni di carcere “che mina il senso di sicurezza, oltre a un clima di arbitrarietà, in cui non vi è la ragionevole certezza che le regole verranno applicate, che i diritti saranno rispettati [&#8230;], questo sistema destabilizzante è una condizione tipica delle situazioni di tortura psicologica”. Da ultimo, poi, “l’umiliazione e la mancanza di rispetto sviliscono l’identità della persona e se si protraggono troppo a lungo ne piegano la resistenza; soprattutto nelle persone molto intelligenti [&#8230;] questo distrugge il loro senso di identità e i loro punti di riferimento con la realtà”. Tutto ciò porta con sé “anche delle conseguenze fisiche, quindi neurologiche e di capacità cognitiva, e questo è già riscontrabile nel caso di Assange” (53).</p>



<p>Non ritenendo sufficienti le misure preventive in essere nelle carceri USA, la Corte valuta legittima l’opposizione della difesa su questo punto e respinge la richiesta di estrazione statunitense: nel caso di detenzione in regime di massima sicurezza, scrive, “le condizioni di salute del sig. Assange peggiorerebbero a tal punto da portarlo al suicidio con la ‘<em>risoluta determinazione</em>’ data dal disturbo dello spettro autistico”. Ordina inoltre la scarcerazione dell’imputato.</p>



<p>È chiaro che siamo davanti a uno di quei casi nei quali, per emettere verdetto, un giudice deve dare una propria interpretazione della legge: questioni come la natura politica di un’incriminazione, la libertà di espressione e un processo equo sono ben lontani dalla ‘linearità giuridica’ di un’evasione fiscale o di un semplice furto. E considerato il quadro d’insieme dell’<em>affaire</em> Assange, a partire dal suo avvio con il ‘caso svedese’, non si può tacere il fatto che la sentenza del giudice inglese Vanessa Baraitser, negando l’estradizione per le sole circostanze di salute, ha tutte le caratteristiche di una sentenza politica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli atti futuri, una garanzia</h4>



<p>Assange fa richiesta di essere scarcerato. “Per noi è chiaro che dovrebbe essere rilasciato su cauzione, in attesa della conclusione del processo” sottolinea Julia Hall, esperta di sicurezza nazionale per Amnesty International in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, “non può esserci una sentenza che dice: questa persona è a rischio a causa delle condizioni di salute mentale molto fragili, e poi tenerlo a Belmarsh contribuendo a peggiorare le sue condizioni” (54). Il giudice Baraitser però rigetta la domanda perché nel frattempo gli Stati Uniti hanno fatto ricorso contro il rigetto dell’estradizione: l’iter processuale prevede infatti la possibilità di appello presso l’Alta Corte britannica, e ovviamente il ricorso statunitense si fonda sull’unico punto della tesi difensiva accolto da Baraitser: il rischio suicidio legato alle condizioni di detenzione negli USA.</p>



<p>“Il verdetto non è una vittoria per Julian Assange o per la libertà di stampa, è una trappola”, afferma Nils Melzer in un’intervista all’emittente russa RT: “Legalmente parlando, la negazione dell’estradizione da parte del giudice distrettuale pone gli Stati Uniti nella posizione di poter appellare la decisione. Altrimenti, fosse stata a favore, Assange avrebbe fatto appello e avrebbe sollevato le questioni riguardo la libertà di stampa, l’offesa politica, la motivazione politica del perseguimento giudiziario, il piano per assassinarlo o rapirlo: le avrebbe portate tutte davanti all’Alta Corte [&#8230;]. È stato piuttosto intelligente da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna fare in modo che invece accadesse l’opposto: non lo estradano nella prima fase, confermano totalmente la narrazione dell’accusa sullo spionaggio e stabiliscono un precedente criminalizzando il giornalismo investigativo. In questo modo fanno sì che vengano portate davanti all’Alta Corte solo le questioni che vogliono che vengano prese in considerazione: la salute di Assange e le condizioni di detenzione. Ora, è chiaro che le condizioni di detenzione sono totalmente sotto il loro controllo: possono avanzare delle garanzie diplomatiche e neutralizzare quelle problematiche” (55).</p>



<p>È esattamente ciò che accade. Gli Stati Uniti basano il loro ricorso (56) su quattro garanzie: non verranno applicate misure amministrative speciali ad Assange, né prima né dopo il processo, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato non verrà detenuto presso la prigione di massima sicurezza ADX Florence, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato gli sarà possibile chiedere il trasferimento in Australia e “gli Stati Uniti si impegnano a consentire il trasferimento”; infine, gli verranno forniti tutti i trattamenti clinici e psicologici ritenuti necessari dal medico incaricato della prigione.</p>



<p>Il dibattimento inizia a fine ottobre e il 10 dicembre 2021 arriva il verdetto dell’Alta Corte: accoglie l’appello e annulla la decisione del giudice distrettuale. “Non c’è motivo per ritenere che gli USA non abbiano fornito le garanzie in buona fede”. Assange può essere estradato.</p>



<p>Anche con questa sentenza si pongono però delle questioni rilevanti: innanzitutto, la clausola inserita dagli USA “a meno che [Assange] non commetta atti futuri che lo prevedano” lascia chiaramente mano libera agli Stati Uniti e per di più, come viene dichiarato, la decisione potrà essere presa dalle agenzie di intelligence, tra cui quella stessa CIA che è sospettata di aver valutato il rapimento o l’assassinio di Assange nell’ambasciata ecuadoregna. “Se si guarda alle garanzie [&#8230;] non siamo in una condizione per cui il divieto di tortura è assoluto”, dichiara Julia Hall, “il confinamento solitario prolungato che esiste nelle strutture di massima sicurezza, o le misure amministrative speciali, sono una violazione del divieto di tortura. È un divieto che non può essere posto a condizionalità: è un divieto assoluto. Non importa quello che fai, secondo la legge internazionale non puoi essere torturato. È importante ricordare qual è lo standard europeo: [&#8230;] non è necessario che ci sia la certezza che una persona subirà tortura o maltrattamento, è sufficiente chiedersi: c’è una situazione tale per cui questa persona è a rischio di tortura? Gli Stati Uniti hanno materializzato questo rischio nelle loro garanzie” (57).</p>



<p>In merito poi alla possibilità di chiedere il trasferimento in Australia in caso di condanna – senza considerare i possibili mesi o anni necessari alla conclusione del processo – le rassicurazioni americane sembrano essere altrettanto deboli. Primo: per poter procedere è necessario che sia gli Stati Uniti che l’Australia siano d’accordo, secondo la Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del Consiglio d’Europa, e non è affatto certo che questa condizione si verifichi. Secondo: come rilevato dalla difesa, esiste un precedente poco rassicurante. Nel 2009 una Corte spagnola aveva acconsentito all’estradizione negli USA, per il processo, del cittadino spagnolo David Mendoza Herrarte, a condizione che l’imputato venisse poi riportato in Spagna per scontare l’eventuale pena; anche in quel caso gli Stati Uniti avevano dato garanzie diplomatiche, salvo poi rifiutare la richiesta dell’imputato a condanna avvenuta (58).</p>



<p>A questo punto, visto il ribaltamento della sentenza, i legali di Assange chiedono alla stessa Alta Corte – come previsto dalla legge britannica – la possibilità di presentare ricorso presso la Corte Suprema. Devono dimostrare che esistono questioni di diritto di ‘rilevanza pubblica’ derivanti dalla sentenza di appello, e per farlo si basano su due punti: contestano il fatto che le garanzie USA siano state fornite solo dopo la prima sentenza che bloccava l’estradizione e non durante il dibattimento, quando ce n’era la possibilità; e rilevano come la clausola “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano” possa essere facilmente bypassata dall’intelligence americana, esponendo quindi Assange a un alto rischio di suicidio.</p>



<p>Il 24 gennaio 2022 l’Alta Corte rende nota la decisione (59): ritiene di ‘rilevanza pubblica’ il primo punto e respinge il secondo. Davanti alla Corte Suprema, quindi, gli avvocati di Assange possono presentare ricorso solo in merito alla tempistica delle garanzie fornite dagli Stati Uniti. Il campo su cui si gioca il destino di Assange è sempre più limitato.</p>



<p>Starà ora alla Corte Suprema inglese decidere se ammettere il ricorso e procedere, nel caso, a una nuova sentenza; se anche questa sarà a favore dell’estradizione, toccherà al Segretario di Stato per gli Affari Interni britannico pronunciarsi. Con un ulteriore via libera, ad Assange – come annunciato dai suoi avvocati – rimarranno due possibilità: fare ricorso contro la decisione del Segretario di Stato; presentare un ulteriore appello, stavolta presso l’Alta Corte, contro le decisioni del giudice distrettuale Baraitser, quelle contenute nella prima sentenza del 4 gennaio 2021 su libertà di espressione, motivazione politica dell’incriminazione e diritto a un processo equo. Verosimilmente passeranno ancora mesi prima che una decisione finale possa essere presa. E Assange continuerà a passarli in prigione e in isolamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Intimidazione o libertà?</h4>



<p>“Bisogna partire dalla verità”, spiegava Assange in un’intervista al Guardian nel 2010, “la verità è l’unico modo per arrivare ovunque vogliamo andare” (60). Il fondatore di WikiLeaks la strada da percorrere l’ha sempre avuta ben chiara. Ha sfidato governi e istituzioni e messo a nudo le atrocità, la corruzione, la manipolazione, le falsità che la narrazione dominante della politica nasconde dietro il velo di una “confortevole, levigata, ragionevole, democratica” non-verità, parafrasando Marcuse. Ha portato alla luce del proscenio ciò che vuole vivere nell’ombra, la ragion di Stato, svelando la vera faccia del potere; e con quella ha dovuto fare i conti. “Ciò che ha fatto WikiLeaks”, sottolinea Nils Melzer nell’intervista a Republik, “è una minaccia per le élite politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia in uguale misura. WikiLeaks pubblica informazioni segrete sugli Stati – si oppone alla classificazione. E in un mondo, anche nelle cosiddette democrazie mature, dove la segretezza ha preso il sopravvento, ciò rappresenta una minaccia fondamentale” (61).</p>



<p>Quello che è in gioco con l’<em>affaire</em> Assange è il futuro del giornalismo investigativo. È vero che la caccia a Manning e Assange e la guerra a WikiLeaks non hanno fermato la comparsa di altri whistleblower e la pubblicazione di altri leaks, basti pensare alle rivelazioni di Snowden sulla NSA nel 2013, i Panama Papers nel 2016, i Paradise Papers nel 2017 e Vault7, “la più grande perdita di informazioni nella storia della CIA”, come l’ha definita la stessa agenzia. Ma un’eventuale estradizione e condanna negli Stati Uniti stabilirebbe un precedente legale gravissimo contro la libertà di stampa e la libertà di espressione in tutto il mondo. Non solo. “Lo scopo”, continua Melzer, “è di intimidire altri giornalisti. L’intimidazione, tra l’altro, è uno dei principali obiettivi della tortura nel mondo. Il messaggio per tutti noi è: questo è quello che succede se emulate il modello WikiLeaks”. Un’intimidazione che ha colpito nel segno, almeno per quanto riguarda l’organizzazione: dopo i primi anni di intensa collaborazione, infatti, le grandi testate giornalistiche mondiali hanno mantenuto una certa distanza da Assange e dalla sua attività. Certo, hanno continuato a dare notizia delle rivelazioni più importanti, ma un conto è collaborare attivamente alla diffusione di documenti riservati e renderli fruibili ai cittadini, mettendo in questione il segreto di Stato; un altro è riportare semplicemente notizie che hanno un peso troppo grande per essere ignorate.</p>



<p>Ancor prima di sapere come andrà a finire il processo e se il giornalista australiano riuscirà finalmente a tornare un uomo libero, bisogna forse domandarsi se il potere non abbia in realtà già ottenuto il suo obiettivo. “Ogni generazione ha una battaglia epica da combattere e questa è la nostra”, dichiara fuori dal tribunale Stella Moris, compagna di Assange e uno degli avvocati del suo team legale, “perché Julian rappresenta le fondamenta di cosa significhi vivere in una società libera, di cosa significhi avere la libertà di stampa, di cosa significhi essere giornalisti senza aver paura di dover passare il resto della vita in carcere” (62).</p>



<p>Si tratta di continuare a combattere, allora, perché in gioco c’è la libertà di tutti. “Quello che conosciamo è tutto” affermava Assange davanti alla platea dell’Oslo Freedom Forum nel 2010 (63), “è il limite di ciò che possiamo essere”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em> <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo" target="_blank">http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> <a href="https://alexaobrien.com/archives/985">https://alexaobrien.com/archives/985</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/">https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a rel="noreferrer noopener" href="https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1" target="_blank">https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Jesper Huor e Bosse Lindquist, <em>Wikirebels</em>, SVT Play, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Jesper Huor e Bosse Lindquist, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/" target="_blank">https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html">https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a rel="noreferrer noopener" href="https://web.archive.org/web/20100730023422/https:/wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout" target="_blank">https://web.archive.org/web/20100730023422/https://wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14) </em>Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15) </em>Cfr. <a href="https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html">https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html" target="_blank">https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17) </em>Cfr. <em>Risk, </em>Laura Poitras, 2016</p>



<p class="has-small-font-size">18) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt" target="_blank">https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>19) </em><a href="https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012">https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) <a href="https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311">https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) <a href="https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/">https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions">https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements">https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements</a>, Anonymous Witness#1, former UC Global employee, Anonymous Witness#2, former UC Global employee </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25) </em>Cfr. <a href="https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4">https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show" target="_blank">https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>31)</em> Cfr. Protocolo especial de visitas, comunicaciones y atención médica al señor Julian Paul Assange, 11 ottobre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">32) <a href="https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) Cfr. United States of America v. Seitu Sulayman Kokayi, case no. 1:18-mj-406, 22 agosto 2018</p>



<p class="has-small-font-size">34) Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html">https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank">https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>36) </em>Cfr. <a href="https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">37) Cfr. <a href="https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088</a></p>



<p class="has-small-font-size">38) <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">39) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr, Indictment, 6 marzo 2018 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>40) </em>Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Superseding indictment, 23 maggio 2019</p>



<p class="has-small-font-size">41) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Second superseding indictment, 24 giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>42) </em>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">43) <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>44) </em><a href="https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">45) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of John Young, 16 luglio 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">46) <a href="https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/</a></p>



<p class="has-small-font-size">47) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Cfr. <a href="https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/">https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/</a></p>



<p class="has-small-font-size">49) Cfr. Judiciary of England and Wales, District Judge (Magistrate s’ Court) Vanessa Baraitser, In the Westminster Magistrate s’ Court, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, gennaio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">50) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">51) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of Bridget Prince, 18 dicembre 2019 </p>



<p class="has-small-font-size">52) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0" target="_blank">https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0</a> </p>



<p class="has-small-font-size">53) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU">https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU</a></p>



<p class="has-small-font-size">54) <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">55) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4</a></p>



<p class="has-small-font-size">56) Cfr. High Court of Justice Queen’s Bench Division Administratice Court, Case No: CO/150/2021, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, 10 dicembre 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">57) Cfr. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a></p>



<p class="has-small-font-size">58) Cfr. <a href="https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza">https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza</a></p>



<p class="has-small-font-size">59) Cfr. High Court Decision in USA v. Julian Assange Extradition Proceedings, Explanatory Background Note, 24 gennaio 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">60) <a href="https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan</a></p>



<p class="has-small-font-size">61) Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">62) <a href="https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477">https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477</a></p>



<p class="has-small-font-size">63) <a rel="noreferrer noopener" href="https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/" target="_blank">https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/</a> </p>
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