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Home Cultura Musica

Bach, Prince e la caffeina

Augusto Bruni by Augusto Bruni
10 Ottobre 2024
in Musica
0
Bach, Prince e la caffeina
  • (Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)

Lo confesso: sono stato un accanito consumatore di caffè (fino a venti al giorno) durante il servizio militare – il barista della caserma era un amico e come tutti quelli del mio scaglione ero depresso, data l’età avanzata in cui eravamo stati costretti a partire per ‘servire la patria’. Del periodo immediatamente successivo ricordo la gastrite sul filo dell’ulcera e gli sforzi tremendi per smettere contemporaneamente di bere caffè e fumare. Sono passati quarant’anni e bevo caffè in dosi omeopatiche oltre a sniffarne inebriato il profumo dalla tazza di mia moglie; il tabacco in compenso va e viene, seppure anche quello a dosi ridotte e con lunghi periodi di assenza. Ma non è questo il punto di oggi. La mia serendipity nello scoprire testi mi ha fatto imbattere in un godurioso volumetto del grande Carlo Boccadoro: Bach e Prince: vite parallele (Einaudi, 2021), che ha funzionato come una madeleine per il bambino che ero e che ascoltava a ripetizione dei brandeburghesi; e ha risvegliato anche il DJ che sono stato e che amava U Got the Look e Sign o’ the Times.

Dico subito che questo volume e il precedente, Analfabeti sonori (2019), sono a mio avviso fondamentali per una resistenza umana efficace contro l’analfabetismo musicale. Ma mentre il secondo è una sorta di manuale operativo sul come ascoltare e se del caso consumare la musica – ogni musica, nessuna esclusa – il primo è un manuale scientifico per fare piazza pulita di tutti gli opinionisti della musica, dai critici ufficiali agli scassapalle da bar. Carlo Boccadoro è innanzitutto un sopraffino compositore di musica contemporanea uscito dal conservatorio; collateralmente è anche uno dei più divertenti e competenti divulgatori musicali che abbia mai incontrato; da ultimo, ma solo da ultimo, è anche un musicologo. Soprattutto è un curioso e un non-accademico, anche se avrebbe tutti gli strumenti per esserlo. Per sua stessa ammissione ama la musica antica (da Bach all’indietro), e ama ancora di più il jazz e il rock in proporzioni decisamente crescenti a favore delle due ultime forme musicali. La curiosità è il detonatore per le sue ricerche. La tecnica della composizione invece è ciò che permette, a chi indaga, di scoprire com’è fatta una specifica composizione musicale. In questo senso chi studia composizione ha a che vedere con fatti, brutalmente concreti, che sono quanto di più lontano si possa immaginare dal risultato acustico della musica specifica che si analizza.

Detta in maniera più semplice: il 95% abbondante di ciò che viene detto sulla musica è opinione: il fan del tale gruppo o del tale cantante parla di null’altro che dei suoi gusti personali, assolutamente rispettabili ma altrettanto assolutamente opinabili, e si permette anche di perdersi in chiacchiere interminabili o addirittura in veri e propri litigi feroci con i sostenitori di altri artisti. Il critico musicale che per buonissima percentuale non solo non sa suonare uno strumento, ma non sa neanche leggere uno spartito, è di fatto sullo stesso piano dei fan. In più il critico si permette, di tanto in tanto, di inventare di sana pianta delle categorie dove collocare e catalogare la musica o il musicista che non entra nelle sua personale collezione di scatolette. Nelle loro opinioni c’è nulla che riguarda come il tale musicista ha composto il tale brano. Nulla che riguardi le circostanze di tempo e luogo, le eventuali pratiche musicali legate a fatti sociali o cerimoniali, nulla di musicologico. La musica per tutti costoro è un fatto accidentale, per giunta ridotto a complemento di arredo (per esempio i componenti del proprio HI-FI) o del proprio look estetico (per esempio le cuffie acustiche che isolano dal mondo hanno un significato diverso dagli auricolari). Pensate che esageri? Che cosa significa concretamente «Chi è il musicista o compositore che ti ha influenzato di più?» Di per sé avrebbe anche un senso, come domanda; fatto sta che chi deve rispondere non esce praticamente mai dalla vaghezza e le sue risposte sono un semplice ribattere la pallina nel campo dell’altro come a ping-pong: «Penso che il tale o la tale o il tal gruppo mi abbia influenzato». Il giornalista si guarda bene dall’affermare e chiedere conferma, o anche semplicemente ipotizzare, che secondo lui i riff di chitarra nel brano tale sono stati campionati o semplicemente rubati da un altro brano famoso. Guai! Si naviga nell’indeterminatezza. Ok, end of rant, perdonate lo sfogo.

Adesso: perché Bach e Prince: vite parallele? Mi sono andato a vedere la registrazione originale di una lunga intervista a Boccadoro fatta per il sito JSBach.it (https://www.youtube.com/watch?v=MIAwlX1fzCQ), dove il nostro spiega chiaramente che non si tratta di una contrapposizione (Bach vs Prince) ma semmai ci si richiama a Plutarco o al Vasari, in un esercizio che è prima di tutto un atto di apertura mentale, perché si va in cerca di ciò che unisce invece di ciò che separa. E si va per cerchi concentrici verso il nocciolo forte che è la composizione.

In ordine: entrambi nascono in un ambiente provinciale e di dimensioni ridotte, che di fatto non lasceranno mai. Bach ha i natali a Lipsia (all’epoca 13 mila abitanti) e viene cresciuto come uno dei tasselli di una vita etero-organizzata dalla chiesa (messe, celebrazioni, festività) e del principe di turno: le commissioni sono la fonte del pane quotidiano per un musicista al tempo di Bach. Il musicista-compositore conta pochissimo nella considerazione sociale; ne ha molta di più il singolo musicista o cantante. Per questo Bach accetta spesso incarichi per esibizioni da solista all’organo nelle chiese. Prince nasce a Chanhassen, nella cintura di Minneapolis (neanche 20 mila abitanti nel 1958), e sin dagli esordi rifiuta la logica manageriale nella produzione per seguire la propria urgenza interiore, e i primi due album sono registrati in solitaria.

Sia Prince che Bach sono dei polistrumentisti superlativi: Bach è considerato un genio al violino, all’organo, al clavicembalo, al clavicordo. Canta benissimo da giovane, poi la voce si guasta. Per scrittura, stesura e copiatura delle composizioni figli e moglie sono al suo servizio e copiano le partiture a ritmi frenetici in tinello, così da potere fornire una cantata nuova ogni domenica. Scrive da lunedì a giovedì, poi si copia e via con le prove il sabato. Prince a diciotto anni si presenta alla dirigenza della Warner Bros. Records e dichiara che vuole produrre da solo il suo primo album, e che suonerà ogni parte. Lascia di sasso tutti prima incidendo la batteria (nello stile di Stevie Wonder), poi il basso (alla Larry Graham), e poi via via chitarra (Hendrix, Beck e Santana) e tastiere (punto di riferimento: il padre), fino alla voce e ai cori.

Entrambi, Bach e Prince, sono il perno di uno snodo musicale.

Bach non è un innovatore, semmai un genio che prende tutto quello che è stato scritto prima e lo rielabora a modo suo. La Fuga, una composizione a cui Bach deve buona parte della sua fama sino ai giorni nostri, è considerata roba vecchia ai suoi tempi, ma a lui non importa. È così che avviene il recupero dell’opera del fiammingo (olandese) Jan Pieterszoon Sweelinck (1562-1621), che di fatto ha inventato la fuga per organo oltre a rielaborare la forma del corale popolare tedesco. A questo proposito gioverà sapere che nel 1534 Martin Lutero scrive il corale natalizio Ich kumm aus fremden Landen her con un testo da lui steso, ma nel 1543 ne realizza una nuova versione con solo sei strofe intitolata Vom Himmel kam der Engel Schar, il cui riferimento è Luca 2,13-14. Il brano ricorre varie volte nell’opera compositiva di J.S. Bach e la sua melodia ricorre diverse volte nelle sue composizioni, come nell’Orgelbüchlein, BWV 599-644, nella prima versione del Magnificat, BWV 243, nel Weihnachts-Oratorium, BWV 248, e nelle Canonische Veränderungen per organo, BWV 769 e BWV 769a (1748 circa.). Nel 1955 Igor Stravinsky realizzerà una versione per coro e orchestra di quest’opera (Choral-Variationen über das Weihnachtslied “Vom Himmel hoch da komm’ ich her”), a testimonianza di come si possa ripensare creativamente il passato. E, tanto per dirla tutta, il giocoso ventiduenne W.A. Mozart venne così ossessionato dai possibili giochi permutatori originati delle composizioni basate sulle lettere del cognome B-A-C-H (Sibem, La, Do, Si) del maestro di Lipsia, da mettersi a studiare furiosamente il contrappunto bachiano e trasporlo più e più volte nelle sue composizioni, sino al breve pezzo comico K.453a, Marche funebre del Signor Maestro Contrapunto (https://www.youtube.com/ watch?v=5fit4NGmKPM).

Prince Nelson, dal canto suo, rappresenta legittimamente il punto di collasso finale della black music afroamericana. Prince è il grande frullatore in cui la linfa vitale di blues, funk, jazz e rhythm’n blues trova la sua collocazione ideale. Quello che fanno i bianchi non gli interessa. La testimonianza più straordinaria è data dall’attrazione reciproca, e direi inevitabile, tra lui e Miles Davis (che amava i chitarristi), per il quale scrive Can I Play with U, Penetration e Jailbait. I due registrarono assieme negli studi privati di Prince a Paisley Park nel tardo 1986, ed ebbero occasione di esibirsi assieme in un oramai leggendario concerto dal vivo nel Capodanno del 1987 (https://www.facebook.com/watch/?v=10153553755441623), così pieno di funk che non potete immaginare… come in questo pesantissimo Funk del 1989, inedito, in cui Prince si scatena a partire da una cellula ritmica mono-accordo mentre Davis contrappunta da par suo: https://www.youtube.com/watch?v=fTLB7CLAvbU.

Non vado avanti per non guastarvi il piacere di leggere il libro di Boccadoro. Aggiungo solo che Bach e Prince avevano tutti i caratteri della maniacalità, con caratteri rigidi, poco propensi al compromesso e soprattutto un’allergia innata per chi pretendeva di dirgli cosa e come dovessero suonare. Entrambi si avvalevano di pochi collaboratori fidatissimi e li costringevano a vere e proprie chilometriche performance. Per Bach abbiamo visto l’intera famiglia dedita alla trascrizione e copiatura: gran parte della sua fama fuori dal paesello natio è dovuta alla diffusione della sue opere grazie alle copie destinate ai singoli musicisti. Prince aveva solo due tecnici del suono: Peggy McCreary e Susan Rogers. A loro chiedeva dedizione totale, presenza per 24 ore al giorno e grande resistenza.

E qui arriviamo alla mia nota personale a inizio articolo, per la quale è necessario fare una premessa.

Da metà Cinquecento sino a fine Settecento il mondo Medio-Orientale e quello Occidentale vengono percorsi e pervasi dall’uso sociale di tre droghe legalizzate: lo zucchero, la cioccolata e il caffè. Mentre per i primi due la penetrazione in Europa è possibile solo grazie ai viaggi di Colombo nel continente americano, il caffè arriva nel mondo, prima arabo e poi turco, grazie alla nuova patria che i semi della pianta trovano sugli altopiani etiopici e yemeniti, emigrando dall’Africa equatoriale. La cosa notevolissima è che il consumo di questi tre prodotti ha immediatamente un impatto fortissimo sul piano sociale. Studi recenti provano che il consumo di caffè, già nel 1510, fosse uscito dalle sale interne dei monasteri sufi yemeniti per essere utilizzato in contesti laici e pubblici, che si trattasse del Cairo o della Mecca. Le prime opposizioni dottrinali islamiche equiparano il consumo della bevanda euforizzante e inebriante a quello dell’alcol e dell’hascish cosicché, a dispetto del Muftì di Aden che invece lo consuma e ne trae beneficio, il severissimo capo della polizia della Mecca Ka’ir Beg si fa rilasciare una sorta di parere da due medici persiani, oltre ad alcune testimonianze di consumatori, e nel 1511 fa chiudere tutti i luoghi di consumo e distrugge tutte le provviste di caffè esistenti in città. Ma è chiaro che a Ka’ir Beg non interessa tanto il potere inebriante del caffè quanto il fatto che la gente esca dalle case e si riunisca in pubblico, alimentando il vizio e la sovversione. Allo stesso modo nel 1633 in Turchia, sotto il regno del debole Murat IV, il suo Visir Mahomet Kolpili, altro fustigatore dei mali costumi, fa chiudere ed emana editti con pene severissime contro il consumo di caffè e di tabacco in luoghi pubblici, di nuovo luoghi di sovversione. Apparentemente la frusta si abbatteva contro le chiacchiere oziose e la leggerezza delle conversazioni. In realtà si era già capito come il bisogno di socialità della gente comune avesse trovato nei luoghi pubblici un’alternativa valida al chiuso delle case: bastava entrarvi a caso e magari si trovava subito qualcuno disposto a giocare a scacchi, a dama o a tric-trac, oppure semplicemente a scambiare quattro chiacchiere e magari parlare di politica. Ad aggravare la situazione c’era stata poi l’introduzione della musica eseguita dal vivo e, colmo dei mali, l’uso di cantanti donne nelle orchestrine. Divieti e persecuzioni vennero costantemente appoggiati da argomenti religiosi, poiché alcuni capi religiosi sostenevano che il caffè fosse fatto di carbone, e nel Corano è scritto che il carbone non è tra le cose create da Dio come cibo per gli uomini (a partire da Corano 80, 24: Ma guardi l’uomo al suo cibo!). Ci volle parecchio per convincere costoro che il caffè non era carbone e i segni dell’abbrustolitura peraltro venivano eliminati. Insomma: nessun divieto riuscì a fermare un trend di consumo che entrò come una carica di rinoceronti in una società ancora legata alla privatezza della casa.

Se ne volete una prova, basta andarsi a rileggere le innumerevoli ordinanze delle magistrature veneziane a proposito delle botteghe da caffè sin da fine Seicento: il bersaglio apparente sono le donne licenziose e, in subordine, gli uomini che si intrattengono in chiacchiere futili e dopo gli orari confacenti ai boni mores. In realtà, e non è nemmeno tanto nascosto, i caffè sono luoghi di possibile sovversione e come tali vengono riempiti di spie della Serenissima: persino il titolare del più famoso caffè di Venezia, il Floriàn, diventa informatore della polizia. Carlo II d’Inghilterra, temendo che le coffee house siano luoghi particolarmente adatti a ospitare fomentatori di rivolte, le fa chiudere nel 1675 per disturbo della quiete e della pace del Regno.

La realizzazione dei peggiori incubi di tutti i censori lungo tre secoli abbondanti avverrà in Francia durante il periodo rivoluzionario, quando il Duca di Orleans, proprietario del Palais Royal, riesce a far vietare l’accesso alla polizia al suo spazio cittadino: la privatizzazione di un luogo aperto al pubblico significa né più né meno la legalizzazione di uno spazio destinato alla socialità. Al numero 57 aveva sede il Café de Foy. Pare che nel 1774, grazie alla bellezza della moglie, il proprietario del caffè, tale monsieur Joussereau, avesse ottenuto il permesso del Duca d’Orleans di servire nella bella stagione gelati e bibite sotto gli ippocastani del giardino, appoggiando semplicemente i vassoi sulle sedie. Ed è proprio salendo su una di queste sedie che Camille Desmoulins il 12 luglio 1789 chiamò i parigini alle armi, esortandoli a fissare all’occhiello con una spilla una foglia di quegli stessi alberi per farsi riconoscere. Non troppo lontano, al di là della Senna, c’è poi il caffè Procope (nostro: Procopio de’ Coltelli-Cutò era italiano e siciliano di Acitrezza, aprì nel 1696), che era il covo di Danton e Marat.

Insomma, per farla breve, il locale che chiamiamo ‘caffè’ è il luogo d’eccellenza delle idee nuove, quelle che vengono liberate ed elaborate a suon di droghe legali: zucchero, cioccolata e, soprattutto, caffè in quantità. E voi pensate sul serio che milioni di persone nel corso di due secoli abbondanti, persone, si badi bene, con un organismo vergine rispetto all’azione degli stimolanti, non abbiamo avuto la vita letteralmente sconvolta dal consumo di queste sostanze? Un letterato come Goethe era letteralmente tossicodipendente da caffè in gioventù, e nelle sue corrispondenze ci sono affermazioni di orgoglio per essere riuscito a dimezzare il consumo di alcol e caffè nella seconda parte della sua vita. In quest’ultimo periodo Goethe orientò i suoi interessi verso le scienze naturali e attorno al 1820 conobbe, tramite il suo insegnante, un giovane chimico chiamato Friedlieb Ferdinand Runge. Rimasto affascinato dagli esperimenti di Runge sul proprio gatto, Goethe gli chiese di analizzare alcuni chicchi di caffè. Fu così che Runge scoprì la caffeina, aprendo le porte alla futura utilizzazione commerciale della stessa in mille e mille bevande che anche adesso somministriamo a chiunque, anche ai bambini, senza rendercene conto. La Germania di Goethe era stata già da tempo colonizzata dal caffè. Anche qui recarsi nei caffè era un’abitudine guardata con malevolenza dai conservatori, poiché dava l’occasione di fare incontri promiscui e per giunta fuori dalla tutela familiare. Sta quasi per scoppiare una guerra coi distillatori di alcol e birra, perché specie quest’ultima assicura sostanziosi introiti. La stessa cosa la si ritrova a Venezia all’interno della mariegola (confraternita di mestiere) degli acquavitieri, a cui improvvidamente la Serenissima ha accorpato i caffettieri. Sia a Venezia che in Germania è semplicemente più facile, e soprattutto più accettabile, consumare una bevanda che non stordisce ma anzi rende vigili.

E torniamo a Bach e Prince.

A Lipsia il primo caffè viene aperto nel 1685, lo stesso anno in cui nasce Bach, manco a farlo apposta. Lo Zimmermannsches Kaffeehaus è dal 1723 il principale luogo di ritrovo in cui si esibisce settimanalmente il Collegium Musicum, uno dei migliori ensemble amatoriali della città costituito dagli studenti dell’Università di Lipsia, fondato da Georg Philipp Telemann nel 1702 e diretto da Bach dal 1729. Il nostro entra in contatto ‘ufficiale’ coi caffè a quarantaquattro anni: considerando che muore a sessantacinque anni nel 1750, ho buone ragioni per sostenere che vi sia stata un’influenza via via sempre più decisiva, anche se inconsapevole, della caffeina, nel suo modo di comporre, oltre all’imprint dell’anno di nascita (voci non confermate lo danno consumatore di trenta tazze di caffè al giorno). A sessantadue anni, poco prima di morire, Bach scrive la Musicalisches Opfer, l’Offerta Musicale, dedicata a Federico II di Prussia, nella quale sono presenti le composizioni in assoluto più elaborate e audaci del suo repertorio: giustamente Boccadoro (e prima di lui Douglas Hofstadter in Godel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante) sottolinea come alcune di queste composizioni, come il celebre Canon per Tonos, siano capolavori dell’arte del ricercare, nate da una mente oramai libera da qualunque costrizione psicologica imposta dal potente di turno e quindi capace di aprire una finestra sull’assoluto e sull’infinito.

Ma già da quel fatidico 1729 Bach mostra un’apertura incredibile verso il mondo moderno componendo la deliziosa e comica Cantata del caffè, la Kafeekantate, meglio conosciuta come Schweigt stille, plaudert nicht, cioè Fate silenzio, non chiacchierate (consiglio questa versione della Netherlands Bach Society: https://www.youtube.com/watch?v=B6Loyexw3uk). A latere, prima di analizzare la cantata, proviamo a contestualizzare il milieu bachiano. C’era una donna, poeta e librettista, che aiuta Bach a scrivere e produrre questa cantata, e potrebbe anche aver fatto parte del cast iniziale: si chiama Christiana Mariana von Ziegler. Una donna che produce una mini-opera che parla di una ragazza che ama a dismisura il caffè, bevanda ancora non accettata dalla società come ‘adatta’ alle donne: figo, no? Poi c’è un piccolo segno rivelatore, che fa parte ancora del milieu: le prime parole dell’opera, pronunciate dal tenore che fa da narratore, dicono proprio Schweigt stille, plaudert nicht, Fate silenzio, non chiacchierate.Molte delle composizioni bachiane sono commissionate per fare da tappeto sonoro agli eventi mondani organizzati dal committente: ve li immaginate i sublimi Concerti Brandemburghesieseguiti durante i ricevimenti del principe, con tutta la gente che chiacchiera bevendo e consumando cibo, sbattere di tacchi, camerieri che si rilanciano messaggi? Una della peggiori iatture che esistano, per un musicista, specie uno della stazza di Bach, che ha anche una considerevole opinione di se stesso. Succede uguale al caffè di Lipsia: dunque, bitte, state zitti e non chiacchierate (plaudernin tedesco medio è analogo al latino blaterare, parlare a vanvera).

L’intera serie dei dialoghi, scritti dal fidatissimo amico poeta Picander (Christian Friedrich Henrici), illustra il buffo contrasto tra padre e figlia, la quale reclama tre tazze di caffè al giorno:

Figlia cattiva, ragazzaccia
ah!, quando sarò obbedito:
fa’ sparire quel caffè!
Signor padre, non siate così severo!
Se non posso bere tre volte al giorno
la mia tazzina di caffè
divento per mia sventura
come un arrostino di capra rinsecchito.

Nota per chi non sa il tedesco: il nome del signor padre è Schlendrian, che vale come signor tran-tran, insomma un abitudinario a oltranza, un conservatore sociale che pretende obbedienza cieca solo per il fatto d’esser padre. Notiamo per un attimo l’architettura della cantata. Dieci movimenti; tre parti soliste: un narratore/tenore, un basso Schlendrian e una soprano Liesgen; cinque strumenti (flauto traverso, due violini obbligati, viola e basso continuo); simmetria perfetta delle parti cantate: due arie per il padre, due per la figlia, due recitativi dialogati tra padre e figlia e due recitativi (iniziale e finale) per il narratore. A conclusione dell’opera troviamo un terzetto che porta la designazione di “coro” (termine che ricorre frequentemente anche nei brani operistici dello stesso periodo): si tratta dell’unico momento in cui troviamo tutte le voci e tutti gli strumenti dell’orchestra assieme, ed è la parte in cui viene espressa la morale della cantata. Il testo è anonimo (quello di Picander finisce prima) e si ipotizza sia stato scritto dallo stesso Bach: come i gatti non smetteranno mai di acchiappare i topi così anche le ragazze non smetteranno mai di bere caffè, perché la stessa cosa la fanno le loro madri e nonne, è dunque inutile ostinarsi a tormentare la ragazza Liesgen.

La cantata una volta di più illumina il carattere fondante delle composizioni sia di Bach che di Prince, a cui ho già accennato: sono impermeabili a ogni tentativo di cambiarne il carattere, pur eseguendole con strumenti diversi. Se ci aspettassimo un cambiamento radicale, per esempio nel timbro, dovremmo aspettarci che la Sesta suite per violoncello eseguita alla chitarra classica suoni come la voce di un banditore d’asta con la raucedine (Boccadoro fa l’esempio di Dante o Petrarca letti con la voce di Paperino). Invece non succede niente e questo perché Bach ha ideato il suo brano attraverso una struttura resistente a ogni manipolazione: “… nelle sue partiture la dialettica tra tematismo, contrappunto e armonia (che come abbiamo notato dai fattori melodici stessi) crea una tensione che si svolge tra questi elementi all’interno dello scheletro del brano deciso in partenza, sia esso una Fuga, un Corale o un movimento di danza come l’Allemanda o la Sarabanda”. Ecco perché Bach può caricare di significati musicali del tutto nuovi un genere musicale nato per il divertimento, come la danza. La struttura rimane in piedi, ed è normalmente invisibile, mentre ciò a cui si presta attenzione è l’involucro esterno, fatto anche dei caratteri del consumo sociale, in questo caso della danza.

Ciò detto, non suonerà affatto strano che la musica di Prince, orientata sin dall’inizio verso le piste delle discoteche, abbia sempre presentato fin dagli esordi un elemento strutturale molto marcato come la pulsione ritmica (Boccadoro parla di “radici tribali del ritmo”). Prince Nelson è stato, come detto, il picco culminante della lunga evoluzione della musica afroamericana, che va dal canto di lavoro sino all’hip-hop passando attraverso i grandi funksters da Stevie Wonder a Sly Stone, da George Clinton a Isaac Hayes. Non stupisce ritrovare dentro la musica del suo padre nobile Miles Davis lo stesso elemento ritmico strutturale, trainato dal basso funk di quel genio nero che è Marcus Miller (Tutu è al 90% scritto da lui). Pensate al paradosso di una banda di bianchi come i Rolling Stones, che fondamentalmente suonano da sempre una musica afroamericana come il blues e hanno sino a tutti gli anni ‘80 un pubblico prevalentemente bianco (anche se B.B. King li ringrazia per avere riportato il blues negli USA): cosa succede quando Prince deve aprire un loro concerto al Coliseum di Los Angeles il 9 ottobre 1981? Il solo apparire sul palco vestito con abiti intimi femminili e stivali al ginocchio scatena uno tsunami di insulti omofobi e oggetti contundenti di ogni tipo, dai colli di bottiglia alle cosce di pollo. Shock visivi, testi sessualmente provocanti, ambiguità volute di genere: non si può chiedere di meglio per far deflagrare un pubblico di bianchi, specie quello degli adolescenti i cui modelli erano John Travolta e Olivia Newton John. Un paradosso non da ridere visto che Prince a inizio carriera aveva dichiarato di voler fondare un gruppo che fosse una versione black dei Rolling Stones. Visto che non aveva accesso alle grandi radio rock, Prince doveva assicurarsi di poter metter radici in discoteca dove il passaparola avrebbe fatto il resto, cosicché quando escono 1999 e Purple Rain la barriera razziale e dei gusti musicali è già bella che sfondata e il pubblico bianco e pop/rock può essere finalmente raggiunto. Devo dire per onestà che il lavoro sporco era stato fatto anche dal cinema, perché il successo mondiale de I Blues Brothers di quattro anni prima aveva anch’esso contribuito a riportare in auge la musica soul/blues presso i bianchi, ma tant’è: il successo che deriva dall’aderire strettamente a tradizioni musicali nere come il blues e il soul da parte di due (parecchi) bianchi (da Belushi e Aykroyd a Landis), è direttamente proporzionale all’uso di questi stessi brani in contesti ricreativi e aggregativi. Mutatis mutandis, osserva Boccadoro, la stessa cosa succedeva a Corte a inizi del Seicento quando il pubblico danzava allegramente sulle musiche di Michael Praetorius (ne compose più di trecento), magari ignorando il corpus immenso delle sue composizioni sacre.

Anche Prince come Bach era perfettamente consapevole di trovarsi alla fine di un’epoca: i vinili e poi i CD sarebbero stati sostituiti da qualcosa di impalpabile; i prodotti di studio sarebbero stati il frutto della collaborazione tra produttori, ognuno specializzato in un piccolo settore e per di più su suoni campionati rubati qua e là. Nonostante il massiccio uso dell’elettronica, Prince ha sempre suonato nei suo dischi, contribuendo anche a scoprire dei talenti come Sheila E. E ha continuato a sostenere che bisognava continuare a suonare da veri musicisti per gli amanti della vera musica. Il calo delle vendite progressivo e inarrestabile non gli avrebbe impedito di continuare a ricercare soluzioni musicali nuove, anche a costo di cambiare la sua immagine pubblica, cosa che in un mondo fatto di fantocci prima di plastica e poi digitali, è il rischio più alto.

Bach nei suoi ultimi anni, afflitto da una serie terribile di eventi come la morte in tenera età di quattro figli e una cecità che avanzava, trova il tempo e il modo di mettere al sicuro espressioni musicali oramai considerate ferrivecchi (Ricercare, Canon Perpetuus, Canon Cancrizans per augmentation in contrario motu, e soprattutto la forma della Fuga), riallacciandosi direttamente ai grandi enigmisti della musica matematico-cabalistico-speculativa, da Ciconia nel Trecento a Josquin Desprez e i fiamminghi del Quattrocento, quasi che volesse dirci che era arrivato il momento di scrivere musica per un teatro della mente, scollegato dall’esigenza della rappresentazione.

Io ci scherzo su, ma fino a un certo punto, quando dico che l’effetto reiterato e prolungato della caffeina è in stretta relazione con i veri e propri ‘voli’ bachiani verso l’infinito. Così come mi piace pensare che Prince allo stesso modo, negli ultimi anni di vita, perseguitato dai dolori articolari e dai tremendi farmaci anti-dolore che assumeva, abbia trovato vero lenimento per la sua mente perennemente curiosa e iper-prolifica nella bevanda nazionale statunitense. Allo stesso modo in cui i primi rivoluzionari di Boston del Tea Party avevano buttato a mare le balle di tè inglese per riversare la loro affezione patriottica sul caffè, come fece Thomas Jefferson – addicted del caffè mattutino senza cui non si metteva in moto – Prince Nelson “…andava avanti per decine di ore unicamente bevendo ettolitri di caffè e sgranocchiando caramelle alla menta per la gola. Diceva che se faceva pausa era unicamente per permettere a me di avere qualche ora di sonno”, rivelerà nel 2019 la sua fidata tecnica del suono Peggy McCreary.

Ed eccoli, avviati sul viale del tramonto, consapevoli del valore del dono che ci hanno lasciato: la loro musica contiene dentro di sé la memoria del passato e il DNA del futuro.

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