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Home Politica Internazionale

John Wainwright. Anatomia di una rivolta

Rivista Paginauno by Rivista Paginauno
10 Ottobre 2024
in Internazionale, Letteratura, Società
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John Wainwright. Anatomia di una rivolta

Photo by Florian Olivo su Unsplash

Carlo Osta

  • (Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)

L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher carica di retorica anti-immigrazione. In Anatomia di una rivolta – pubblicato in Italia da Paginauno – John Wainwright viviseziona la dinamica di un riot e Carlo Osta, nella Postfazione al romanzo che qui pubblichiamo, contestualizzando i fatti e ricostruendoli storicamente, rivolta dopo rivolta ricorda quanto la violenza razziale faccia parte della società britannica.

Gli eventi narrati in Anatomia di una rivolta e la rappresentazione delle dinamiche che scatenano l’episodio di violenza in strada, hanno il loro seme nel contesto di tensione latente della multietnica società britannica. Una storica disarmonia che affonda le sue radici nelle relazioni all’interno della composizione sociale e in una sommersa conflittualità, alimentata da strati di crescente sfiducia verso le istituzioni ufficiali.

Wainwright descrive con precisione il meccanismo attraverso il quale, con la morte di Benjamin Swale, si innesca un vorticoso processo che sfocia nel tentativo di assalto alla centrale di polizia. Una rappresentazione che riporta alla mente i disordini per le strade di Londra nell’agosto del 2011, disordini che nei loro caratteri generali non si discostano dagli eventi immaginati da Wainwright e avvengono in reazione a un fatto, e inserite in un contesto, che delineano la profondità della questione razziale all’interno della storia britannica, seppure con alcune diversità legate al periodo preso in considerazione dallo scrittore.

Il 2011 è un anno denso di eventi per la storia del Regno Unito. A partire da marzo, il conflitto in Libia vede impegnato il contingente britannico in un ruolo di primo piano. In aprile, milioni di persone in ogni parte del mondo assistono alle celebrazioni del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton. In luglio, News of the World, il settimanale di proprietà del gruppo Murdoch, interrompe la sua pubblicazione in seguito alle evoluzioni dello scandalo sulle intercettazioni.

Nel pomeriggio di sabato 6 agosto, circa un centinaio di persone stanno marciando verso la centrale di polizia di Tottenham, a Londra, in una manifestazione organizzata per la morte di Mark Duggan, avvenuta pochi giorni prima, in circostanze poco chiare. Il ragazzo, 29 anni e di etnia mista, è stato colpito da un proiettile sparato da un poliziotto, mentre era sotto sorveglianza per un sospettato coinvolgimento in attività criminali.

Alle sei di sera, la polizia locale di Tottenham richiede l’invio di rinforzi. Il passaparola riguardante un agente di polizia che ha costretto sul marciapiede una ragazzina di sedici anni colpendola con uno sfollagente, aumenta il livello di tensione. Un’ora più tardi, la centrale è bersagliata dal lancio di pietre e bottiglie, e il pianterreno viene evacuato. Nelle ore successive, inizia un saccheggio ai danni di banche, negozi e altri esercizi commerciali della zona; una folla di circa duecento persone attacca il Tottenham Hale Retail Park, mentre un altro centinaio fa irruzione nel vicino centro commerciale di Wood Green. I disordini continuano per tutta la notte, e nella giornata di domenica si estendono ai quartieri di Enfield, Hackney, Walthamshow e Croydon. Lunedì, violenze avvengono anche in altre città inglesi, a Birmingham, Liverpool, Nottingham e Manchester. Il pomeriggio di mercoledì, con l’incremento degli agenti di polizia a Londra, dai 3.000 di sabato pomeriggio ai 16.000, la situazione ritorna sotto il controllo delle forze dell’ordine.

Questa esplosione di violenza è un fatto straordinario nella storia del Regno Unito. Per quattro giorni migliaia di persone prendono parte ai disordini, e la polizia perde il controllo su una vasta parte del territorio, compresi i due terzi dell’area metropolitana di Londra. Il Parlamento viene convocato d’urgenza e il primo ministro Cameron deve rientrare dalle vacanze all’estero. Cinque sono le vittime civili alla fine dei disordini e circa tremila le persone in stato di arresto.

Ci sono vari motivi per affermare una diversità tra questi episodi e le rivolte razziali degli anni precedenti. Una prima importante differenza è rintracciabile nella composizione dei partecipanti, tra i quali meno della metà sono le persone di colore, mentre un terzo sono bianchi. Tutti sono accomunati dalla precarietà delle condizioni di vita e da un misto complesso di svantaggi che va dalle difficoltà nel ricevere un’istruzione al degrado delle aree abitate, dall’incremento nella disoccupazione, soprattutto giovanile, al latente clima di sfiducia verso le istituzioni.

Il bersaglio principale delle rivolte è la polizia. L’inizio dei disordini avviene in seguito a un episodio che la vede protagonista. Allo stesso modo, la polizia è il bersaglio principale delle rivolte nel romanzo, cominciate in rappresaglia per la morte di un ragazzo di diciannove anni nativo delle Indie Occidentali, a seguito delle percosse subite dagli agenti.

Il clima di tensione descritto nel romanzo, ambientato nella cittadina immaginaria di Beechwood Brook, trae ispirazione dagli episodi di violenza che avvengono nel quartiere di Brixton a Londra nel 1981, ma riassume le dinamiche alla base dei disordini del 2011 e di altri episodi simili della recente storia britannica. La capacità di John Wainwright nel descrivere le procedure interne al lavoro di polizia proviene dalla sua esperienza personale che lo vede impegnato come agente per vent’anni nello Yorkshire. E la restituzione della verosimiglianza di quelle reali dinamiche nella finzione narrativa è la principale motivazione che lo spinge a iniziare la scrittura di Crime Novel, romanzi di argomento criminale, in contrapposizione con la maggioranza della produzione del periodo: “Avendo letto una serie di detective stories” dichiara in una delle sue rare interviste, “mi ero reso perfettamente conto, come funzionario di polizia, che gli scrittori non avevano la benché minima idea di ciò che in realtà fosse un’indagine su un delitto e che non si fossero mai preoccupati di fare una ricerca su questo argomento. In particolare quando si svolgeva un’indagine su un delitto, questa veniva fatta da un sergente di polizia, mentre io sapevo che, nella realtà, ai sergenti di polizia non era neanche permesso di vedere la vittima dell’omicidio”.

Da queste considerazioni nasce in Wainwright la motivazione per la scrittura del primo romanzo Death in a sleeping city, la storia di alcuni killer della mafia che uccidono un traditore in una città della provincia inglese. Il manoscritto impressiona Lord Haringe, editor del Collins Crime Club, che rimane affascinato dalle abilità di narratore di Wainwright e dalla perfetta conoscenza della polizia e dei suoi metodi, e diventa un caso rarissimo di opera prima pubblicata dal primo editore che l’abbia letta. Il duro e disciplinato lavoro degli anni successivi lo porta alla scrittura di circa sessanta romanzi, tra i quali Brainwash (pubblicato in Italia nel 2015 da Paginauno con il titolo Stato di fermo) adattato due volte per il cinema. “Scrivo in media dieci ore al giorno, per sette giorni la settimana, annacquando i fatti (frutto dell’esperienza nella polizia) finché alla lettura ‘suonano’ come un romanzo”.

Nato a Leeds, nello Yorkshire, nel 1921, Wainwright ha combattuto nell’aviazione britannica durante la Seconda Guerra Mondiale e, a guerra conclusa, è entrato nella polizia dove ha trascorso vent’anni in servizio. “La migliore polizia che abbiamo avuto in Inghilterra è stata quella del secondo dopoguerra. Era una forza ben disciplinata, che attirava gli uomini appena congedati dall’esercito”. Più volte espressi nelle parole dei poliziotti più anziani in servizio in Anatomia di una rivolta, la critica verso i metodi attuali e il confronto con un lavoro di polizia che appartiene a un’epoca precedente, sono guidati da un profondo senso morale. Una rigorosa componente etica che, presente in tutti i suoi romanzi, è un tratto caratteristico della visione del mondo di Wainwright e uno dei principali veicoli del coinvolgimento nella finzione romanzesca. La profondità del dilemma al quale si trova di fronte Tallboy, e l’insieme di forza e schiettezza con i quali si fa carico delle sue scelte e le porta avanti, sono emblematici di questa visione; allo stesso modo il misto di spietatezza e compassione che Tallboy ammira in Ripley ne sono una rappresentazione efficace.

Un senso morale inflessibile, quello dell’uomo tutto d’un pezzo, che durante la sua lunga carriera nella polizia non permette a Wainwright avanzamenti nella scala gerarchica, e che in varie occasioni viene messo alla prova. Negli anni Cinquanta effettua l’arresto di un uomo per guida pericolosa, il quale risulta poi essere un personaggio di rilievo all’interno del consiglio della contea. Il vice capo della polizia gli ordina di ritirare la denuncia, preoccupato per l’imbarazzo che potrebbe generare dal caso, e lui rifiuta di obbedire. “Scoppiò un putiferio” ricorda Wainwright. “Il vice capo mi urlò che, finché fosse rimasto in carica lui, non avrei fatto neanche un passo avanti e sarei rimasto un semplice poliziotto di zona. A suo credito, devo dire che era un uomo di parola”.

Negli anni successivi si laurea in legge all’Università di Londra, studiando per sette anni nel tempo libero con l’aiuto della moglie Avis, ma nonostante non fossero molti i poliziotti di zona laureati in legge, anche questo non si rivela di aiuto per la carriera.

Quando il primo romanzo appare nelle librerie, Wainwright viene convocato di nuovo dal vice capo della polizia che, nell’accesa discussione che segue, pretende l’interruzione della sua attività di scrittore. “Mi disse che dovevo smettere di scrivere. Io replicai che non poteva ordinarmelo, perché nel regolamento della polizia non c’era niente che lo vietasse. L’avevo letto bene, e lui no. E in ogni caso avevo già firmato un contratto per tre libri”. Durante gli anni successivi, continua a scrivere e a fare il poliziotto, fino a quando, arrivato al quarto romanzo, soffre di un esaurimento nervoso. “Il medico mi disse: «Lei si crede d’essere Dio, ma non lo è. Dunque, faccia una scelta tra i suoi due mestieri.» Mi mancavano solo cinque anni per arrivare alla pensione, ma non ho avuto esitazioni e mi sono tolto l’uniforme. Allora, Avis e io abbiamo acquistato un piccolo bungalow a Flamborough, e l’enormità di quello che avevo fatto mi ha colpito come una mazzata in testa quando un mattino, svegliandomi, ho pensato: dio mio, adesso devo scrivere per guadagnarmi da vivere”.

Da quel momento inizia a scrivere regolarmente una media di duemila parole al giorno, sette giorni su sette, producendo per molto tempo sei libri l’anno. Nonostante la prolificità della produzione, i romanzi di Wainwright non hanno un carattere seriale, mantengono tra loro un’originalità di tematiche e denotano una brillante capacità di reinventarsi e attingere spunto da situazioni ogni volta nuove.

Anatomia di una rivolta viene pubblicato in un momento importante della storia del Regno Unito per le relazioni razziali. Il clima di tensione descritto nel romanzo rispecchia la realtà conflittuale della società britannica, accesa e alimentata dalle difficoltà nei rapporti tra le sue varie comunità etniche. Un profondo dissidio che affonda le sue radici nello sviluppo storico e politico.

L’immigrazione dalle Indie Occidentali e dai Paesi del Commonwealth ha un grande incremento negli anni del secondo dopoguerra, quando in molti decidono di trasferirsi in quella che l’istruzione coloniale ha contribuito a dipingere come “Mother Britain”, alla ricerca di migliori condizioni di vita. La ricezione della nuova quotidianità da parte degli immigrati non è generalmente positiva, e le parole del padre di Benjamin Swale nel romanzo, quando ricorda la povertà calda del villaggio nel quale è cresciuto e la paragona alle difficoltà della sua vita attuale, sono esplicative della percezione comune di molti degli immigrati in quel periodo. Un trasferimento reso possibile dall’assenza di restrizioni legali verso gli spostamenti all’interno dei Paesi dell’ex impero britannico, e motivato dalla grande richiesta di manodopera nelle infrastrutture e nei generali lavori per la ricostruzione. Molti lavorano nel settore pubblico, in un impiego simile a quello di Bob Cameron nelle ferrovie.

All’interno di questo quadro, la questione dell’immigrazione entra nel dibattito pubblico e politico. Gli argomenti principali sono le problematiche derivate dall’incremento della popolazione di colore, in termini di lavoro, abitazione e aumento del crimine. A questo proposito, viene varata una legge nel 1948, il British Nationality Act, che sancisce una differenza legale tra i cittadini del Regno Unito e quelli dei Paesi del Commonwealth, pur mantenendo inalterata la possibilità di spostarsi all’interno dei Paesi.

Tra la fine degli anni ‘40 e gli anni ‘50, il numero degli episodi di violenza ai danni della comunità di colore registra un considerevole aumento. Nel maggio del 1948 una folla di circa duecento bianchi lancia delle pietre verso un ostello dove risiedono dei lavoratori di origine indiana. Un altro ostello, dove vivono delle persone di colore, viene attaccato a Depthford nel luglio del 1949. Nel 1954, ci sono due giorni di violenze ai danni della comunità di colore, nei quali le case di alcune famiglie sono attaccate con delle bombe molotov.

Quando nel romanzo la gang dei fratelli Keegan va “a caccia di negri” fa ciò che viene considerato un divertimento da molti ragazzi bianchi di quel periodo. Il 1958 è un anno importante in questo senso. È uno di quegli strani anni nei quali l’Inghilterra sperimenta le temperature sopra la media di un’estate afosa. Da giugno a settembre, il Paese è surriscaldato dai raggi del sole e le persone escono più spesso per ‘rifugiarsi’ nei parchi o semplicemente per sedere sui gradini di fronte alla porta di casa. Durante quelle lunghe sere, sono in molti nei pub del quartiere di Notting Hill, un’area nella zona ovest di Londra, abitata da un mix cosmopolita di bianchi della classe lavoratrice e nativi delle Indie Occidentali.

In luglio, iniziano in maniera sporadica una serie di attacchi ai danni della popolazione di colore che aumentano gradualmente in frequenza e brutalità. La prima settimana di agosto un uomo di colore viene aggredito da un gruppo di giovani bianchi nei pressi della stazione della metropolitana di Ladbroke Grove. Il 23 agosto del 1958, un gruppo di nove ragazzi bianchi sale in auto per un tour della zona ovest di Londra che si conclude con tre uomini di colore in ospedale per diverse settimane, e i nove giovani in prigione per quattro anni.

Il fine settimana seguente c’è un altro incidente. Un litigio tra una donna svedese e il marito giamaicano attira le attenzioni di un gruppo di ragazzi bianchi che si avvicina alla coppia, minacciando lui. La situazione si risolve in una rissa dopo l’intervento di alcuni amici dell’uomo. Alcune sere dopo, una folla di circa cento giovani ragazzi bianchi armati di bastoni, coltelli e sbarre di metallo si raduna nei pressi della stazione della metropolitana di Latimer Road. Viene attaccato un gruppo di ragazzi di colore, una donna viene ferita a una spalla con un coltello e un ragazzino di dieci anni alla bocca con una bottiglia rotta.

Le violenze continuano nei giorni successivi, scatenando la reazione della popolazione di colore. L’attacco a un club frequentato da nativi delle Indie Occidentali si conclude con la fuga di una folla di giovani bianchi sotto il lancio di diverse bombe molotov e con il successivo intervento della polizia che ripristina il controllo sulla zona. È un segnale di allarme che le violenze potrebbero assumere le dimensioni di una guerra razziale. Un pericolo a cui più volte si accenna nel corso del romanzo, un rischio che viene percepito nella tensione quotidiana in alcune zone dei principali centri abitati.

Gli eventi di Notting Hill sono considerati un punto di svolta importante. La rivolta in sé e la copertura mediatica portano l’argomento dell’immigrazione al centro del dibattito politico e contribuiscono, in maniera determinante, a politicizzare la popolazione di colore. Se inizialmente il problema si identifica nella mancanza di rispetto verso la legge dei ‘Teddy Boys’, i ragazzi bianchi protagonisti delle violenze, successivamente i disordini vengono interpretati come una reazione popolare al sentimento di oppressione, provocato dalla massiccia ondata migratoria. Viene più volte richiesto al governo, sia dal Partito Conservatore sia dai laburisti, di porre un freno all’immigrazione, “al tremendo afflusso di persone di colore” nelle parole di George Rogers, parlamentare laburista per North Kensington.

La maggior parte della sinistra parlamentare condanna le violenze come atti di teppismo. Ma emergono altri punti di vista e vengono proposte delle azioni per eliminare la discriminazione dalla società britannica. Tom Driberg, chairman del Partito Laburista, parlando a un congresso delle Trade Unions, dichiara che “il problema reale non è la pelle nera, ma il pregiudizio bianco”. “Anche se negli anni precedenti c’è stata una massiccia immigrazione,” dice all’interno dello stesso intervento, “ci sono solo 190.000 persone di colore nella nostra popolazione di più di 50 milioni.”

Negli anni tra il ‘58 e il ‘68 si assiste alla radicalizzazione della questione razziale all’interno del dibattito politico. Durante i primi anni ‘60, la campagna per il controllo sull’immigrazione assume un’importanza primaria per il Partito Conservatore, all’interno del Parlamento e attraverso i mezzi di comunicazione, e nelle elezioni del 1964 diventa uno dei temi principali. Nel 1968 viene introdotto il Commonwealth Immigrants Act, rivolto al controllo del flusso di persone di origine africana e asiatica con il passaporto britannico in entrata nel Regno Unito.

In questo periodo, Enoch Powell, parlamentare del Partito Conservatore, dichiara che l’immigrazione avrebbe trasformato radicalmente la società britannica, in un modo che “non aveva paragoni nella storia degli ultimi duemila anni”. In una serie di discorsi di grande successo presso l’elettorato conservatore, afferma che “la soluzione sul lungo periodo è il rimpatrio degli immigrati presenti nel Regno Unito”.

Nel 1971 uno dei primi compiti eseguiti dal governo conservatore appena eletto è il passaggio dell’Immigration Act. La legge basa il controllo dell’immigrazione su una singola distinzione tra “Patrial” e “Non Patrial”. Rientra nei Patrial chi è nato, adottato o naturalizzato cittadino britannico, o nato da genitori di cui uno dei due è britannico, o che abbia uno dei nonni britannico. Solo i Patrial hanno il diritto di risiedere nel Regno Unito.

Nel 1972, quella che viene chiamata “Ugandan Asians Crisis” crea una nuova situazione di tensione. Il generale Idi Amin, presidente dell’Uganda, annuncia l’espulsione di tutti gli asiatici presenti all’interno del Paese, la maggior parte dei quali in possesso di un passaporto britannico. Di conseguenza, il Regno Unito viene ritenuto, in ambito internazionale, il principale responsabile per la loro sorte. La notizia che il governo avrebbe accettato l’ingresso di 27.000 asiatici è ricevuta con ostilità da una parte della stampa e da molti politici, tra i quali Powell. L’evento costituisce un momento importante per le politiche dell’estrema destra, e una crescita nel consenso per il National Front, il partito di estrema destra che nel 1967 ha riunito il British National Party (BNP) e la League of Empire Loyalist (LEL).

Negli anni ‘70, Paki-bashing, Nigger-bashing, Wog-bashing, divengono termini di uso corrente per descrivere gli attacchi immotivati a persone asiatiche o di colore. Il movimento degli Skinheads, emerso alla fine degli anni ‘60, si diffonde negli anni successivi, i tratti predominanti sono il senso di appartenenza alla classe lavoratrice bianca e la difesa territoriale.

Nel 1970, nella zona est di Londra, ci sono vari episodi di quello che viene etichettato come Paki-bashing. In un periodo di circa tre mesi, 150 persone sono aggredite e un uomo viene accoltellato a morte a qualche metro da casa. Violenti episodi di razzismo vengono registrati anche in diverse scuole della zona. Nel 1972 un ragazzino asiatico viene accoltellato da un compagno di scuola bianco che lo minaccia, dicendo: “Se non tagli i capelli e non la smetti di portare quel turbante, ti uccideremo”. Nel 1973 ci sono tre morti per aggressioni di probabile stampo razzista a Coventry, Leicester e Birmingham.

Prove di un diretto coinvolgimento dei gruppi di estrema destra all’interno delle violenze razziste vengono raccolte dal parlamentare Paul Rose, nella metà degli anni ‘70. “Queste violenze,” dichiara Rose, “non sono il frutto di una campagna organizzata, ma l’espressione di una cultura nella quale la violenza è accettata e approvata”. Uno studio di Nigel Fielding, sul ruolo del National Front negli attacchi verso la popolazione di colore del periodo, nota invece la difficoltà nel distinguere gli attacchi organizzati direttamente dal partito da quelli frutto di un’azione isolata da parte dei residenti.

Tra il 1978 e il 1981, diversi sviluppi dal punto di vista politico contribuiscono ad alimentare il clima di tensione. Negli anni dal 1976 al 1979 la retorica del Partito Conservatore durante la campagna per le elezioni, e in particolare del leader dell’opposizione Margaret Thatcher, assume un carattere progressivamente più severo nei confronti dell’immigrazione. Nello stesso periodo, le organizzazioni contro il razzismo crescono in dimensioni e visibilità, opponendosi al National Front nelle manifestazioni organizzate. Si forma un nuovo gruppo, il Joint Commitee Against Racialism, che avrà un ruolo importante nel riconoscimento ufficiale delle aggressioni a sfondo razzista.

Alle elezioni del 1979, i risultati elettorali decretano una netta perdita nel consenso del National Front, al quale segue il declino politico a la frammentazione. Il Partito Conservatore, dopo la sconfitta nel 1974, individua nella severità in materia di immigrazione un tema chiave per la conquista dell’elettorato, considerando il successo del National Front nel corso degli anni ‘70 come un chiaro indicatore della centralità della questione razziale e delle paure rispetto all’immigrazione. Il sentimento contrario, già presente all’interno del Partito Conservatore, viene strategicamente rafforzato da Margaret Thatcher. Il segretario, William Whitehall, dichiara che la linea politica seguita dal partito avrebbe “messo fine all’immigrazione per come era stata conosciuta negli anni dal secondo dopoguerra”. Il 30 gennaio del 1978, Margaret Thatcher dichiara in un’intervista: “I cittadini britannici sono molto spaventati che il Paese possa essere inondato da persone di una diversa cultura,” e aggiunge: “Dobbiamo offrire la prospettiva di una fine dell’immigrazione a eccezione di, naturalmente, casi umanitari.”

Il partito conservatore inizia la campagna per elezioni del 1979 con l’impegno di una maggiore severità sui controlli di immigrazione. Il manifesto promette un nuovo British Nationality Act che ridefinirà la cittadinanza britannica, la fine della possibilità di insediamento a seguito di una permanenza temporanea, limiti sull’ingresso e sui permessi di lavoro dei familiari dei residenti, e l’introduzione di un nuovo sistema di regolamentazione degli ingressi.

Il governo laburista, in carica dal 1974 al 1979, mantiene inalterata la struttura del controllo sull’immigrazione stabilita negli anni precedenti. Si oppone all’Immigration Act del 1971 ma non considera il tema come una delle priorità. Introduce il Race Relations Act nel 1976, inasprendo le pene in materia di discriminazione razziale, ma allo stesso tempo perde forza in Parlamento a causa dell’esigua maggioranza.

Una più diretta opposizione nei confronti del razzismo viene da altre sfere della politica di estrema sinistra. Movimenti come la Anti-Nazi League, Rock Against the Racism (RAR), e la Campaign Against Racism and Fascism crescono dal 1976 in avanti. Il RAR specialmente vede una crescita interna con l’anti-autoritarismo della cultura punk. Dal 1978 vengono organizzati vari concerti rock e manifestazioni in diverse parti del Regno Unito, la prima delle quali attrae a Londra circa 80.000 persone.

Gli episodi di violenza a sfondo razzista aumentano in frequenza verso la fine degli anni ‘70 e nei primi anni ‘80. Nel 1981, a seguito di un incontro tra rappresentanti del Joint Commitee Against Racialism e il Segretario del Partito Conservatore, viene avviata un’inchiesta sulle violenze e le attività delle presunte organizzazioni coinvolte. I risultati confermano l’incremento nel biennio 1980-81, e individuano in persone legate al movimento degli skinheads i principali responsabili. Atti frequenti come aggressioni, insulti, finestre rotte e scritte sui muri, si alternano a gravi episodi di violenza. In alcune aree urbane, l’inchiesta riporta che famiglie di origine asiatica siano spaventate all’idea di uscire di casa.

Sono tre i principali episodi di disordine pubblico che si registrano nei primi anni ‘80: nell’aprile del 1980, dei violenti scontri nell’area di St Paul, a Bristol, tra gruppi di residenti prevalentemente di colore e la polizia; nell’aprile del 1981 a Brixton, Londra, tra la polizia e una folla di giovani di colore; nel luglio del 1981, nell’area di Toxteth a Liverpool, l’area di Southall a Londra, e in molte altre zone della capitale, compresa Brixton.

Dopo le violenze a Brixton, tra il 10 e il 13 aprile del 1981, il governo Thatcher ordina che venga condotta un’inchiesta speciale, presieduta da Lord Scarman. L’inchiesta è assai più limitata di quelle americane successive alle rivolte razziali degli anni ‘60, ma ha un impatto mediatico notevole e influisce sul comportamento successivo del governo e delle istituzioni.

Altre violenze su larga scala avvengono nel settembre e nell’ottobre del 1985, con disordini a Birmingham, Liverpool e nelle aree di Tottenham e Brixton a Londra. Mentre altri episodi minori si registrano nel 1986 e nel 1987.

La copertura mediatica degli eventi ha un carattere complesso e ambiguo. Da un lato contribuisce a stabilire un collegamento diretto tra gli episodi di violenza e folle di giovani neri che si scontrano con la polizia, dall’altro esprime una forte resistenza verso l’idea che quello che accade nel Regno Unito sia paragonabile alle rivolte razziali degli Stati Uniti negli anni ‘60. Per esempio, il Financial Times descrive gli episodi di Bristol come “una rivolta multirazziale contro la Polizia”. Secondo il Guardian: “Gli scontri a Bristol: razziali ma non razzisti”.

Le diversità negli approcci della stampa verso le rivolte rispecchiano l’ampio spettro delle differenti reazioni da parte della sfera politica, che variano dalla spiegazione delle rivolte come un deliberato attacco verso l’ordine e la legge, fino al considerarle come una diretta conseguenza del degrado di certe aree nei principali centri urbani.

Il periodo compreso tra aprile e luglio del 1981 è una fase cruciale per il dibattito pubblico e politico sulle relazioni razziali. I toni e le argomentazioni di una parte del partito conservatore e della stampa si inaspriscono. Enoch Powell, che non si è espresso durante i disordini a Bristol, dichiara in più occasioni nel 1981 che non si possono comprendere le rivolte se non riferendole all’immigrazione e alla razza. Durante una sessione in parlamento, dichiara che, nella prospettiva di un incremento della popolazione dovuto all’immigrazione, dei disordini sarebbero stati inevitabili, e che “il Regno Unito non ha ancora visto nulla”.

Le rivolte e i disordini portano in primo piano, nel dibattito politico, i pericoli per l’ordine pubblico e le difficoltà della polizia nelle aree urbane in cui la popolazione è composta da etnie diverse. Si tratta di un tema nuovo, nato in gran parte negli anni ‘70, durante i quali molte campagne sono incentrate sull’idea che il Regno Unito stia diventando una società profondamente violenta, e minacciata da forze estranee che minano il tessuto morale della nazione.

La preoccupazione enunciata da Bo Robinson sulla possibilità di una guerra tra bianchi e neri, dove non ci sarebbe bisogno di uniformi, e il rischio a cui si accennava in precedenza più volte menzionato all’interno del romanzo, sono sintomatici del clima di incertezza e paura. Uno stato di insicurezza che viene alimentato dalle discussioni politiche e dai resoconti della stampa. Il Daily Mail parla di “un’armata di giovani neri”. Il titolo del Daily Star sui disordini del 1981 è “Fiamme d’odio.” Il Daily Mirror preannuncia un’ondata di violenze che potrebbe travolgere Manchester, Birmingham e altre città. Le problematiche legate al mantenimento dell’ordine pubblico e la paura che le violenze possano diventare una parte della quotidianità nella storia del Regno Unito sono anche il risultato del dover fronteggiare una situazione per certi versi inedita. I dubbi di Tallboy, all’interno del romanzo, sull’efficacia del sistema di polizia, sono spesso alimentati anche dalla constatazione del cambiamento nei crimini dei quali la polizia è chiamata a occuparsi, in aggiunta ai riferimenti a un’epoca precedente del lavoro di polizia nel quale i compiti da svolgere, le situazioni da affrontare e il modo di agire, erano più chiari.

All’interno delle discussioni pubbliche sul pregiudizio razziale e le problematiche legate al mantenimento dell’ordine, si fa un costante riferimento alla disoccupazione, in particolare giovanile, e alle varie forme di povertà e svantaggi sociali che ne derivano. Dal 1980 si fa strada l’ipotesi che le rivolte siano in gran parte il risultato della situazione di degrado nella quale la popolazione di colore del Regno Unito vive e delle condizioni delle aree in cui abita. Con la pubblicazione dell’inchiesta Scarman nel novembre del 1981, i risultati vengono analizzati con l’obiettivo di evitare il ripetersi di una situazione simile. Vengono individuati quattro principali problematiche: il degrado nelle abitazioni e un’insufficiente spesa del governo a proposito, la mancanza di strumenti di sostegno di carattere sociale e culturale, l’inadeguata offerta sostitutiva in termini di istruzione per le famiglie a basso reddito, e l’alto tasso di disoccupazione, in particolare giovanile. Scarman descrive quelle che sono considerate le ipotesi prevalenti sulle cause delle rivolte – il carattere oppressivo nella condotta della polizia, l’ottenimento delle attenzioni della sfera politica – come semplicistiche. Descrive le rivolte come il frutto di una situazione complessa che non esclude quelle ipotesi ma le inserisce in un quadro più articolato. I fattori coinvolti riguardano le problematiche della polizia nel mantenere l’ordine in un contesto di degrado e deprivazione, problemi di carattere sociale, culturale ed economico delle aree disagiate, e gli svantaggi quotidiani di ordine economico e sociale sperimentati dalla popolazione di colore e in particolare dai giovani.

L’area di Primrose Street all’interno della cittadina immaginaria di Beechwood Brook, il degrado della pavimentazione stradale e le condizioni degli edifici, rispecchiano la situazione di molte aree periferiche delle città inglesi, dove una popolazione composta da persone di varie etnie condivide una situazione di svantaggio sociale, sfiducia nelle istituzioni e un clima generale di rassegnazione verso le possibilità di un cambiamento. Una situazione ulteriormente complicata, per i giovani nati nel Regno Unito da genitori immigrati, dal non sentirsi completamente integrati nella società britannica ma allo stesso modo non identificarsi nella cultura dalla quale i genitori provengono.

Un’ultima chiave di lettura per i fatti dei primi anni ‘80, più difficile da categorizzare, può essere definita come ‘marginalità politica’. Questo aspetto riceve molta attenzione all’interno degli studi sulle rivolte negli Stati Uniti, ma non è percepito come altrettanto importante nelle rivolte nel Regno Unito. Il sentimento di alienazione e di impotenza è spesso sperimentato dai personaggi all’interno del romanzo. Dai componenti della famiglia Swale, ognuno dei quali lo vive a suo modo, da Williams per il quale diventa spesso tema di riflessione e azione, fino al confronto tra Billy e Bob Cameron all’ospedale con l’agente Meredith, e la loro decisione di agire, motivata dalla sfiducia verso la polizia e le istituzioni.

Le diversità di origini e di mentalità nella galleria dei personaggi presenti in Anatomia di una rivolta lo rende un ritratto verosimile della realtà multietnica di una cittadina dell’Inghilterra del Nord, dove non si è preparati ad affrontare le violenze che ci si aspetta in un grande centro ma che, nella sua composizione sociale, presenta tutti gli ingredienti perché una situazione di tensione possa accendersi fino all’esplosione. La conoscenza diretta del lavoro di polizia di Wainwright lo porta a una descrizione puntuale della progressività di questo processo, e del sommarsi di una serie di individualità che trovano nella folla un veicolo per la soddisfazione dei propri scopi, o semplicemente un modo per sfogare un variegato misto di disagio e rabbia. Un’aggregazione che, per usare una metafora del romanzo, da singole pagliuzze conduce alla formazione di un pagliaio, in attesa della scintilla dalla quale si scatena il fuoco.

Tags: discriminazionerazzismorepressione
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