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Home Cultura Musica

Jovanottate, filologia e ricorsi storici

Mario Bonanno by Mario Bonanno
5 Marzo 2025
in Musica
0
Jovanottate, filologia e ricorsi storici

Photo by Caleb George on Unsplash

  • (Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)

Cultura alta e cultura bassa ovvero pensiero critico. La ciclica querelle che investe il mondo della musica italiana

“Nell’anno novantanove di nostra vita/ io, Francesco Guccini, eterno studente/ perché la materia di studio sarebbe infinita/ e soprattutto perché so di non sapere niente/ io, chierico vagante, bandito di strada/ io, non artista, solo piccolo baccelliere/ perché, per colpa d’altri, vada come vada/ a volte mi vergogno di fare il mio mestiere/ io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite/ riflettori e paillettes delle televisioni/ alle urla scomposte di politicanti professionisti/ a quelle vostre glorie vuote da coglioni/ E dico addio al mondo inventato del villaggio globale/ alle diete per mantenersi in forma smagliante/ a chi parla sempre di un futuro trionfale/ e ad ogni impresa di questo secolo trionfante/ alle magie di moda delle religioni orientali/ che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero/ ai personaggi cicaleggianti dei talk-show/ che squittiscono ad ogni ora un nuovo ‘vero’/ alle futilità pettegole sui calciatori miliardari/ alle loro modelle senza umanità/ alle sempiterne belle in gara sui calendari/ a chi dimentica o ignora l’umiltà.”
Francesco Guccini, Addio
“Ti amo/ Un soldo, ti amo/ In aria, ti amo/ Se viene testa vuol dire che, basta, lasciamoci/ Ti amo/ Io sono, ti amo/ in fondo un uomo/ che non ha freddo nel cuore e nel letto, comando io/ ma tremo davanti al tuo seno/ Ti odio e ti amo/ È una farfalla che muore sbattendo le ali/ l’amore (ti amo) che a letto si fa (ti amo, ti amo)/ prendimi l’altra metà (ti amo, ti amo)/ Oggi ritorno da lei (ti amo, ti amo, ti amo, ti amo)/ Primo Maggio, su coraggio/ Io ti amo e chiedo perdono/ Ricordi chi sono/ Apri la porta a un guerriero di carta igienica.”
Umberto Tozzi, Ti amo

Se i tempi sono bui, bisogna cantare dei tempi bui, verseggiava Brecht sfidando a viso aperto l’abulia. Le canzoni sono specchio degli anni e dei contesti in cui si scrivono: dopo il decennio pregnante della canzone d’autore, nell’attuale età della restaurazione e dell’afasia generalizzate, basta scorrere palinsesti radiotelevisivi e scalette di premiuzzi e festivaletti vari, per ricavarne la colonna sonora della fine. Non sfuggono all’uniformismo i maître à penser (i maestri di pensiero presunto) chiamati a esprimersi sulle fattispecie canore, megafoni di pensiero addomesticato e declinante anche loro. In una intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 24 novembre 2024, il liceale-eterno-qualunquista Lorenzo Jovanotti invece che mordersi la lingua ha professato: “Non sono critico verso i cantautori, e non è neppure un giudizio. Semplicemente, non mi convince la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. Gloria di Umberto Tozzi ha nulla da invidiare alla Locomotiva di Guccini. I miei preferiti sono Dalla e Battiato, proprio perché sono molto pop. Ma anche De Gregori lo è”.

Soltanto una sinistra (sedicente) alla canna del gas poteva e può sdoganare intellettualoidi siffatti come epitomi di pedagogismo musicale. Nessuna distinzione tra alto e basso culturali? La spessa capacità di verseggiare di Guccini equiparabile alle orecchiabili reiterazioni verbali di Umberto Tozzi? (“Glò-rìa, glo-rii-à, manchi tu nell’aria/ manchi come il sale…”; per tacere dei “Ti-aaamo, ti-aaamo-ti-aaamo-ti-amo-ti…” ripetuti ad libitum nella traccia omonima). L’interrogativo è pleonastico, che risposta puoi aspettarti da un rapper ecumenico che “pensa positivo” contro ogni evidenza planetaria?, salmodiando che “a questo mondo/ esista solo una grande chiesa/ che passa da Che Guevara/ e arriva fino a madre Teresa/ Passando da Malcom X/ Attraverso Gandhi e San Patrignano”? Un altro modo di dire Albano-De Gregori-Maneskin-Vecchioni-Achille Lauro-Fossati tutti uguali. Ma che, siamo in un film di Alberto Sordi?, sbraitava Moretti nel profetico Ecce bombo… Piuttosto che sparare a zero, con la misura di uno “cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”, il 19 dicembre Francesco Guccini puntualizza sul tema, peraltro dietro sollecitazione: “La locomotiva è una canzone di andamento popolare, potrebbe quindi essere presa come canzone popolare, come canzone semplice. Nella sua complessità è una canzone semplice. Ma dietro a tante altre mie canzoni, Amerigo per dirne una, Van Loon per dirne un’altra, Odysseus, un’altra delle ultime, ci sono libri, ci sono letture. Non vorrei usare una parola grossa come cultura, ma c’è cultura. Gloria è una bella canzone, è una canzone che si ascolta volentieri, però non ha una storia dietro, non ha dietro qualcosa che la avvicini alla cultura, a libri letti per scriverla. Alla base di alcune canzoni c’è insomma un lavoro intellettuale, un mondo diverso che, senza per forza distinguere fra canzoni di classe A e canzoni di classe B, in Gloria non si vede, non c’è. Anche se è una bella canzone, una canzone simpatica”.

E questa è stata la blanda querelle di fine anno 2024. Una querelle per addetti ai lavori, in quanto alla massa addomesticata non frega ormai niente di niente; una querelle ‘a salve’ come ogni querelle mediatizzata. L’insistito pettegolume specchio dei tempi e soprattutto il pressapochismo con cui si svilisce ancora il potenziale implicito alla forma-canzone, mi invogliano però a denunciare una volta di più:

  • l’inflazione dell’aggettivo ‘cantautore’, affibbiato a chiunque si affacci a un microfono con grandi velleità e scarse capacità di interprete-paroliere-musicista;
  • la mancata metabolizzazione del fatto che la corrente cantautorale – nella sua accezione più significativa – si è estinta di pari passo all’estinguersi dell’impegno civile;
  • la genericità con cui, in sede critica e/o divulgativa, viene sovente annullata la fondamentale dicotomia alto/basso culturali, prima ancora che musicali.

Approcciare storia e analisi della canzone, sorvolando sui tessuti storico-sociali in cui essa si declina e assume forma, significa depotenziarne i significati aggiunti. Riguardo all’aspetto semantico, inoltre, rimane opportuno differenziare mediale da trans-mediale; concentrarsi, in altre parole, prima ancora che sui temi, sui modi in cui essi vengono espressi in canzone (ma non soltanto). La rivoluzione cantautorale germinata e attecchita in Italia tra fine anni Sessanta e metà anni Ottanta è stata, in tal senso, paradigmatica, avendo conferito (proprio attraverso il come) poeticità a temi e canoni stantii della canzone precedente. Prescindere da questa valenza, disaggettivare la canzone d’autore, assimilarla a espressioni di forma e contenuto evidentemente pop (come fa Jovanotti nell’intervista rilasciata al Corsera), significa insomma sorvolare sul tenore innovativo e culturale che la Weltanschauung cantautorale (finché è durata) ha impresso al genere musicale. Ma vale ancora il detto che non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire – dj e discografici vittime degli Ottanta, presentatori-ecumenici, ascoltatori-comuni, giornalisti-buonisti – e l’assunzione indifferenziata (cioè senza attribuzioni qualificative) della canzone è un vizio di forma critico, duro da debellare.

A tale proposito, riporto la mia lettera-aperta del 30 aprile 2020 indirizzata a Sergio Secondiano Sacchi (deus ex machina del Club Tenco), che proprio in seno al Festival della Canzone d’autore perorò la causa di una canzone liberata da aggettivi. L’autocitazione non ha intenti polemici, vorrebbe piuttosto dimostrare la ciclicità con cui la diatriba tenda a ripetersi e rimanga irrisolta. Per quanto mi riguarda, la penso esattamente come allora: oggi più che mai resto convinto che la dialettizzazione forzata fra ambiti inconciliabili come quelli della canzone commerciale e della canzone d’autore, ma più in generale della cultura alta e bassa, possa comportare rischi non indifferenti per la salvaguardia e l’alimentazione di un pensiero critico, attentato da più parti. Ivi compreso il settore culturale. Il testo, nella sua interezza, è apparso, su Blog Foolk Magazine del 30 aprile 2020 (1).

Da orfano inconsolato dell’ideologia e della canzone d’autore che c’era e non c’è più – svaporata per progressiva afasia discografico-sociale – mi permetto di dissentire sul corso novissimo intrapreso dal Club Tenco e su quanto scrive Sergio Secondiano Sacchi relativamente al focus “Anni venti del nuovo millennio: una canzone senza aggettivi”, programmato all’interno della Rassegna della Canzone d’autore di quest’anno (15-16-17 ottobre). Leggo il comunicato stampa che lo annuncia. Rileggo. Resto di stucco, e (ahimè) non è un barbatrucco. La citazione che segue è copiosa ma necessaria: restituisce molto del reazionarismo musicale introdotto da Sacchi. “Per prendere le distanze da quella che, con attributo poi messo sotto accusa, una volta veniva semplicemente definita ‘musica leggera’” – scrive il neo-patron del neo-Club Tenco – dalla fine degli anni Cinquanta l’uso di genitivi e aggettivi ha sempre condizionato la canzone italiana. Come logico e naturale, i desideri di differenziazione e di orgogliosi posizionamenti hanno infarcito il vocabolario musicale di denominazioni indicanti, di una canzone, non solo la provenienza culturale o il linguaggio stilistico (etnica, rock), ma anche il contenitore di diffusione (commerciale, da festival) stabilendo automaticamente una sorta di contrapposizione qualitativa (canzone impegnata o d’arte da una parte e canzone pop, d’evasione o gastronomica dall’altra). La contrapposizione, anche dura, tra provenienze e contenitori aveva una logica pregnante negli anni ‘60 e ‘70, alla nascita del Club, ma non possiamo pensare di restare lì immobili e che il mondo intorno a noi sia immutato. Viviamo, come Club Tenco, da quarantasei anni; siamo più vecchi della DDR, è caduto il muro di Berlino ma, immaginando un mondo immutabile, c’è qualcuno che vuole ancora fili spinati ideologici e culturali […] Rappresentando obsolete barriere culturali, estetiche e qualitative, certe etichettature e denominazioni di origine incontrollata hanno perso ogni ragione di sopravvivenza. Non volendo rappresentare un’istituzione che esiste solo per dare patenti di qualità al cantautorato italiano e riprendendo le autorevoli indicazioni di Luciano Berio e di Roberto Leydi, il Club Tenco crede che, riguardo alla canzone, gli unici aggettivi con diritto di cittadinanza siano ‘bella’ o ‘brutta’”.

Arrivato a questo punto non so più se sgomentarmi, incazzarmi o arrendermi al delirio allucinatorio che mi ha colpito. Non credo ai miei occhi: possibile che la spasmodica rincorsa al nuovo abbia snaturato a tal punto la missione originaria del Club Tenco? Possibile che la (s)mania di una sopravvivenza coatta e al passo coi tempi lo abbia indotto tanto sfacciatamente all’abiura? Alla totale rimozione di cosa il Tenco abbia rappresentato per la canzone d’autore fino ai fottuti anni zero dei lasciapassare a Caparezza, Jovanotti e simili? (Caro Sacchi, se questi sono i nuovi cantautori evviva i tempi della DDR!). E dire che all’epoca in cui la Rassegna era un luogo dello spirito, frequentato dalla genia dei Guccini & Co., il Grande Riformatore era del gruppo. Sergio Secondiano Sacchi c’era e faceva, non essendosi ancora stufato (tutt’altro) di aggettivare e distinguere tra canzoni e canzoni.

Adesso auspica una svolta che – per schizofrenica coda di paglia e inopportunità – mi fa pensare a un’altra svolta dai risultati nefasti: quella ricordata come la svolta ‘della Bolognina’, grazie alla quale Occhetto ha fatto fuori il PCI e mezzo secolo di storia patria. Ma almeno nel suo caso si ebbe la decenza di cambiare nome a quel che rimaneva del partito. Nella fattispecie l’intento sarebbe quello di snaturarsi rimanendo al riparo di un nomen omen (“Rassegna della Canzone d’autore”) ibridabile attraverso inopinate commistioni di genere. E d’altro canto: se il nuovo corso sacchiano auspica davvero una canzone non-aggettivabile, sgombra di “obsolete barriere culturali” (ma quando mai?) e “patenti di qualità”, perché insistere ulteriormente con il termine “canzone d’autore” per appellare la Rassegna? A me pare una contraddizione in termini di evidenza apodittica. Perché a questo punto, non chiamare la nuova Cosa (per ritornare a Occhetto), Festival di Sanremo-bis? (di questo passo…). Perché servirsi ulteriormente del nome di Luigi Tenco che proprio per adesione strenua alla canzone di contenuto, dopo la bocciatura nazional-popolare dell’Ariston, ci rimise la vita? (Ebbene sì, sono ancora affezionato alle aggettivazioni. Sono di parte e rivendico il diritto di distinguere). Sia detto nei toni meno sentenzianti che vi riesce di pensare: l’autoreferenzialità e le memorie corte nuocciono gravemente alla coerenza ontologica prima ancora che a quella artistica. Di tanto in tanto, sarebbe utile ricordarsi dell’imprinting (compreso l’imprinting ideologico) che ci ha reso ciò che siamo; e in merito alle canzoni, ricordarsi di quanto vacue fossero le stesse, prima dell’avvento della ‘corrente artistica cantautorale’. 

All’Italia in ginocchio del primo dopoguerra serviva, del resto, una canzone di tipo ecumenico e/o spensierato. Una canzone consolatoria, deamicisiana, che potesse funzionare al contempo da medium e da collante pedagogico. Le strofe delle canzoni effondevano retorica. Fino alla fine degli anni Cinquanta le canzoni popolari erano l’eco enfatica attraverso cui perpetuare stereotipi: mamme angelo del focolare, mariti devoti, figli altrettanto, afflati patriottici, slanci stilnovisti, passioni reggimentate, costituivano l’humus contenutistico sul quale edificare strofe e sogni rosa confetto. Faceva comodo, allora, una canzone così. Una canzone funzionale a se stessa, adesa al canone compositivo e interpretativo vigente. Fino all’ascesa rivoluzionaria e salvifica dei cantautori (metà abbondante degli anni Sessanta) le cose sono andate in questo modo. È grazie ai cantautori che la canzone popolare dismette i panni di canzone mediale per assumere quelli trans-mediali: è un fatto che nel corso del lungo Sessantotto (1968/1978) la canzone si irrora di nuovi contenuti e nuove poetiche di caratura dirompente. È un altro fatto che per quanto riguarda la matrice e lo spessore letterari dei testi, da allora e finché è durata la canzone d’autore, non ce n’è stato per nessuno. Se il primo Vecchioni già rimanda ai miti classici e alla letteratura, Guccini (ancora) rima fra i tanti Barthes e Sartre. E Francesco De Gregori, nei suoi primi album, si connota per l’impiego di una semantica del verso autenticamente sovversiva (e adesso si vorrebbe disaggettivare? Omogeneizzare canzoni e canzonette?). Ma queste cose non vengo a spiegarle certo io, meno che mai vengo a spiegarle a Sergio Secondiano Sacchi. Questa contro-storia inalienabile della canzone italiana, Sergio Secondiano Sacchi la conosce bene. Facciamo che in questi ultimi anni ha deciso di rinnegarla più o meno in buona fede, andando incontro alle espressioni di una futile new wave che è legittimata a esistere (per carità di dio), ma come diversa rispetto alla canzone d’autore. Una canzone d’autore della quale il Tenco si è posto ab origine come ritrovo privilegiato. Inaugurare – proprio al Club Tenco – l’epoca avalutativa della canzone senza aggettivi, in sede pratica e teorica, rischia di nullificarne dunque il senso fondativo. E qualora questa deriva qualunquista (si può ancora scrivere, caro Sacchi, senza che lei possa darmi del passatista, o peggio?) avesse davvero a realizzarsi, non basterebbe certo una targa lava-coscienza al Claudio Lolli di turno per rimettere le cose a posto, e ricondurre la rassegna alle smarrite coordinate di partenza. Che sono e dovrebbero restare – repetita juvant – quelle di istituzione-alveo della canzone aggettivata come canzone d’autore. Una canzone vivaddio diversa da quella comune (anche se “bella”). Una canzone d’autore come espressione colta, stratificata, impegnata, para-poetica e para-letteraria. Una canzone d’autore che – di contro all’uso improprio del termine che oggi se ne fa – andrebbe filologicamente restituita alle sue direttive di senso (cosa canti e più ancora come lo canti). Direttive di senso che il Tenco dovrebbe rivendicare invece che obliare. È vero che i tempi cambiano, ma i nostri tempi sono cambiati in peggio. E la canzone ha giocoforza seguito l’andazzo, miope non accorgersene e adeguarsi alla scia. Altro che “diritto di cittadinanza” ai soli aggettivi “bello” o “brutto”. Mai come in quest’epoca di libertà obbligatorie (Gaber), luoghi comuni e scritture poverissime, la storica canzone d’autore (sì, caro Secondiano Sacchi, proprio quella pre-Muro di Berlino che peraltro nulla aveva a che vedere con il Muro di Berlino) andrebbe riscoperta-ristudiata a scopo disalienante. Andrebbe recuperata e veicolata di nuovo attraverso seminari, studi, omaggi, dibattiti (compresi quelli ideologici sulla preoccupante latitanza di significato e significante dell’attuale forma-canzone, altro che…), eventuali reinterpretazioni, senza confonderla con l’altra canzone. Che può essere “bella” come “bella” può essere la canzone alla Massimo Ranieri, ma è e dovrebbe restare altra cosa rispetto a quella d’autore. 

N.B. Ogni riferimento a persone, brani musicali o artisti citati in questo articolo non è puramente casuale. È privo altresì del minimo livore, convinto come sono della necessità di appellare con nuovi aggettivi, quegli autori che, seppure capaci, non sono e non possono dirsi appartenenti alla corrente musicale estinta dei cantautori italiani. 

Postilla. A beneficio di critici musicali al passo coi tempi, ascoltatori da ‘campo largo’, dubbiosi senza altri aggettivi, e Jovanotti stesso: mica è peccato ascoltare musica leggera, peccato è nobilitarla oltre misura; usufruirne da inconsapevoli della medietà che trasmette. Capisco la tendenza a semplificare-omogeneizzare, ma lo iato che passa fra canzone e canzone d’autore è apodittico al punto che risulta miope ignorarlo. Non c’è una gara in corso (canzoni belle e altre da buttare), non prendetevela tanto a cuore, nessuno vince niente. Distinguere fra i generi è più che altro questione di cultura, e di filologia (che parolaccia, vero?). Dare a Tozzi quel che è di Tozzi e a Guccini quello che è di Guccini.


1) https://www.blogfoolk.com/2020/04/salviamo-il-tenco-dalle-canzoni-senza.html

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