Milano, 28 marzo 2012, sentenza di Appello
La notizia ormai ha fatto il giro dei telegiornali e dei quotidiani: lunedì, dopo una rapida camera di consiglio (meno di quattro ore), la IV sezione della Corte di appello del tribunale di Milano ha confermato la sentenza di condanna di primo grado a 15 anni e sei mesi per il chirurgo Pier Paolo Brega Massone – accusato di avere effettuato interventi inutili su un’ottantina di pazienti e di averlo fatto dolosamente al solo scopo di lucro – e ha respinto la richiesta di revoca della carcerazione preventiva presentata dalla difesa (quaranta, a oggi, i mesi che il medico ha già passato in galera in custodia cautelare).
La prima cosa da registrare è che le anomalie di questo processo continuano fuori e dentro l’aula giudiziaria. Riguardo a quest’ultima sede, una domanda iniziale è d’obbligo: possono i giudici sbagliare? Certo, a meno di non credere che un processo sia una sorta di santa messa, all’interno del quale, ogni volta, il miracolo si compie e la transustanziazione avviene, come afferma il giudice Riches ne Il contesto di Sciascia.
L’operato della magistratura, dunque, si può criticare, al pari dell’operato di qualsiasi altro potere – economico, finanziario, politico – che agisce all’interno di una società. A patto di conoscere ciò di cui si parla, ossia, in questo caso specifico, gli atti del processo.
E qui si arriva alla seconda anomalia, esterna all’aula giudiziaria.
Nel campo dei media, il modo in cui è stata data in pasto ai lettori la notizia della condanna in appello denota la solita vergognosa carenza di informazione che ha caratterizzato questa vicenda per quattro anni.
Durante le sei udienze del processo, sui siti dei principali quotidiani sono usciti brevi articoli di cronaca giudiziaria (che di ore di dibattimento riportavano una sola frase a effetto, la medesima per tutti i giornali) a firma generica della redazione; solo a sentenza pronunciata, i giornalisti sono ricomparsi mettendoci la faccia.
La Repubblica online riporta un pezzo a firma di Emilio Randacio (intitolato “Brega Massone, condanna confermata per gli orrori alla clinica Santa Rita” e condito con qualche stralcio di intercettazione telefonica a effetto) che, almeno così ci pare, fa riferimento al nostro sito e al libro inchiesta “E se il mostro fosse innocente?”, senza nominare né l’uno né l’altro. Il giornalista scrive: “Intorno al processo, soprattutto prima della sentenza di primo grado, si è creato un movimento innocentista che è sfociato prima in un libro, e poi un sito Internet che ha seguito passo dopo passo tutte le udienze del processo d’appello”.
Ci è d’obbligo fornire al signor Randacio quelle informazioni che non si è evidentemente preoccupato di recuperare prima di scrivere il suo articolo, e porgli una domanda. La domanda: perché tante resistenze a nominarci? Forse per non dare visibilità a una voce dissonante e così evitare di confrontarsi (impedendo, di conseguenza, anche ai suoi lettori di farlo) con quanto di questo processo abbiamo scritto nel libro inchiesta e sul nostro sito, basandoci sulle carte processuali? (A proposito, il signor Randacio le ha lette, visto che del dibattimento scrive su un giornale nazionale?)
E ora le informazioni: il libro non è il risultato di un “movimento innocentista” – che per altro, a nostra conoscenza, non esiste, e non potrebbe essere altrimenti data la costruzione dell’opinione pubblica in senso compattamente colpevolista a opera della stampa in questi quattro anni. È un libro inchiesta, pubblicato a febbraio di quest’anno, basato sull’analisi di tutte le carte del processo di primo grado e sulle motivazioni della sentenza di condanna. Ne consegue – seconda informazione a beneficio del signor Randacio – che l’immaginario “movimento innocentista” che sarebbe sfociato nel libro e in questo sito, non è nemmeno nato “prima della sentenza di primo grado”, proprio perché sia il libro che le controcronache che hanno seguito le udienze di appello non poggiano su una presa di posizione a priori nei confronti della vicenda ma sulle carte processuali, e non si può certo analizzare qualcosa prima della sua esistenza. Infine, ultima informazione, Paginauno non è il sito di questo immaginario “movimento innocentista” ma una rivista di informazione e cultura – cartacea e online, nata sei anni fa – nonché una casa editrice.
Il signor Randacio è paradigmatico dello stato dell’arte del cosiddetto Quarto potere riguardo alla vicenda relativa al processo di primo e secondo grado a Brega Massone: ignoranza passata per informazione. Un Quarto potere che ha colpevolmente abdicato alla propria funzione, sposando fin da subito una tesi, quella della procura, creando il ‘mostro’ e il sensazionalismo della ‘clinica degli orrori’ e rinunciando a indagare in modo autonomo la vicenda.
Indagine che è alla base del libro inchiesta “E se il mostro fosse innocente?” e delle domande che seguono, e che rivolgiamo a chiunque si sia occupato di questa vicenda: giornalisti, avvocati, medici, procuratori, pubblici ministeri, giudici.
“I processi si fanno in aula, non fuori dall’aula”, è il mantra che cementifica le mura dietro le quali si barrica la ‘celebrazione della giustizia’; ma un processo che ha portato a due condanne che lasciano molti dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, deve essere portato fuori dall’aula.
Non in nome dunque “del popolo italiano”, come esordiscono i giudici prima di pronunciare il verdetto, ma in nome del rigore e della logica che dovrebbe supportare qualsiasi impianto accusatorio e in nome del riscontro probatorio che dovrebbe supportare qualsiasi condanna, noi chiamiamo tutti gli attori di questa vicenda processuale a rispondere a queste dieci domande.
- Nella richiesta di custodia cautelare del 1 aprile 2008, i pubblici ministeri Pradella e Siciliano hanno scritto che le cartelle cliniche dell’unità di chirurgia toracica sono state sequestrate a seguito di una segnalazione da parte della Asl città di Milano, relativa a interventi chirurgici praticati in quel reparto e ritenuti non idonei per la diagnosi/cura della patologia del paziente. Perché le circa 600 cartelle sequestrate sono state consegnate, per la loro valutazione, al dottor Paolo Squicciarini, un medico di base privo di specializzazione in chirurgia toracica?
- Il pubblico ministero, nell’ordinamento italiano, ha l’obbligo di raccogliere tutte le prove, sia a favore che a sfavore dell’imputato, e non può quindi ‘saggiare’ le valutazioni, a favore o a sfavore, di un consulente tecnico prima di conferirgli un incarico. Perché la procura ha consegnato alcune cartelle cliniche al secondo consulente, il professor Francesco Sartori (cattedratico in chirurgia toracica all’università di Padova, che ha confermato il giudizio negativo espresso da Squicciarini sui casi clinici), permettendogli di visionarle prima di accettare l’incarico?
- Perché i consulenti dell’accusa non hanno visitato i pazienti per verificare se avessero davvero subìto un danno a seguito dell’operazione chirurgica effettuata dal dottor Brega Massone, contravvenendo quindi ai principi metodologici che devono contraddistinguere le consulenze medico-legali portate all’interno di un’aula giudiziaria?
- Come unanimemente riconosciuto nel campo medico, nessun chirurgo decide di operare appoggiandosi esclusivamente al referto del radiologo, senza aver visionato direttamente le immagini (RX, TAC, PET). Perché i consulenti dell’accusa, per valutare l’operato del chirurgo Brega Massone, e dunque l’esistenza o meno dell’indicazione chirurgica, non hanno preso visione degli esami radiografici e della documentazione medica completa – al contrario dei consulenti della difesa?
- Perché nel dibattimento di primo grado non è stata ammessa la proiezione di tutte le immagini, nonostante i pochi casi nei quali ciò è stato consentito abbiano evidenziato che quanto scritto nel referto dal radiologo non corrispondeva affatto a quanto risultava dalla visione diretta della lastra o della TAC?
- Perché i consulenti dell’accusa non hanno citato nelle proprie relazioni una bibliografia adeguata a sostegno delle proprie valutazioni mediche – al contrario dei consulenti della difesa – registrando, ancora una volta, una grave lacuna metodologia nello stilare le loro consulenze tecniche?
- Perché, a fronte di questa evidente disparità di correttezza metodologica e a fronte dell’indiscussa autorevolezza medica dei consulenti della difesa (i professori Franco Giampaglia, direttore fino al 2006 del dipartimento di chirurgia toracica all’ospedale Cardarelli di Napoli, e Ludwig Lampl, direttore del dipartimento di chirurgia toracica alla Klinikum Augsburg), il tribunale di primo grado li ha squalificati definendo “inattendibili” le loro conclusioni medico-scientifiche?
- Sugli 86 capi d’imputazione, solo uno, il caso D.P., è stato oggetto di una perizia super partes, la quale ha dato torto ai consulenti dell’accusa e ragione a quelli della difesa (perizia disposta da un altro tribunale e stilata da un chirurgo toracico, il dottor Gennarino D’Ambrosi dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, e da un medico legale, il dottor Sergio Tentori). Per quale ragione, di fronte a questa importante prova sopraggiunta, la Corte di Appello non ha disposto una perizia super partes su tutti i casi del processo, decidendo invece di ignorarla e di confermare la condanna per lesioni dolose sul caso D.P. e su tutti gli altri casi?
- Come confermato anche dal procuratore generale Fontana in aula, la lettura integrale (e non dei soli sapienti ritagli forniti dalla stampa ai cittadini) delle intercettazioni telefoniche rivela che nessuna conversazione ha per oggetto i casi del processo né contiene confessioni del reato (al contrario, Brega Massone al telefono continuamente conferma la correttezza delle scelte terapeutiche effettuate). Da quali prove sono dunque supportati il movente economico e il dolo?
- Perché l’informazione cosiddetta ufficiale non ha fatto parola di queste macroscopiche lacune, incongruenze, forzature e contraddizioni – evidenti a chiunque seguisse le udienze in aula – e non ha posto, con i suoi potenti mezzi, queste stesse nostre domande all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano?