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	<title>Economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 01 Sep 2026 14:57:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Intelligenza artificiale: il limite e lo strumento</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/intelligenza-artificiale-il-limite-e-lo-strumento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 12:55:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal fallimento delle applicazioni aziendali al salvataggio pubblico della Circular AI Economy, dalla lotta contro i data center alle contestazioni della Generazione Z: la narrazione entusiasmante dell’intelligenza artificiale fatica sempre più a nasconderne la crisi Le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale stanno incontrando qualche inciampo. Le aziende che nei mesi scorsi hanno entusiasticamente adottato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-97-settembre-ottobre-2026/" data-type="post" data-id="9713" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 97, settembre – ottobre 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal fallimento delle applicazioni aziendali al salvataggio pubblico della <em>Circular AI Economy</em>, dalla lotta contro i data center alle contestazioni della Generazione Z: la narrazione entusiasmante dell’intelligenza artificiale fatica sempre più a nasconderne la crisi</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Le <em>magnifiche sorti e progressive</em> dell’intelligenza artificiale stanno incontrando qualche inciampo. Le aziende che nei mesi scorsi hanno entusiasticamente adottato gli agenti AI, sottoscrivendo licenze di utilizzo di Claude o ChatGPT con Anthropic o OpenAI, disdicono gli abbonamenti, affermando di non registrare un ritorno dell’investimento che giustifichi la spesa. Contemporaneamente, sempre più cittadini statunitensi si organizzano in comitati per opporsi alla costruzione di data center e, nelle università, la generazione Z lascia esterrefatti i relatori invitati alle cerimonie di laurea, accogliendo con fischi gli interventi a favore dell’intelligenza artificiale – uno su tutti, Eric Schmidt, ex CEO di Google, zittito da sonori <em>bhuuuu</em> all’Arizona University. Nessuna di queste manifestazioni è mossa da visioni neo-luddiste o anti-progressiste; il punto è, ancora una volta (1), lo sguardo d’insieme: che cosa si possa intendere con ‘progresso’ nella storia dell’emancipazione umana, se tale evoluzione debba contemplare dei limiti, quale caratteristica discrimini, in positivo o negativo, il rapporto umano-strumento.</p>



<p>Andiamo nel dettaglio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">AI corporate: fallimentare ma <em>too big to fail</em></h4>



<p>“Non riscontriamo aumenti di produttività proporzionali all’aumento dei costi che stiamo sostenendo per l’intelligenza artificiale”. È il 23 maggio quando Andrew Macdonald, direttore operativo di Uber, dichiara ad alta voce ciò che tutti già sussurrano da tempo nei corridoi aziendali, provocando un brivido di panico nell’ambiente AI. Nel dicembre 2025 la società ha introdotto Claude Code tra i propri ingegneri informatici (2)&#8230;</p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>AI SYSTEMS @ WORK. Un ambiente di lavoro psicosociale in evoluzione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ai-systems-work-un-ambiente-di-lavoro-psicosociale-in-evoluzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 12:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Tahmina Karimova (ILO) Cobot, gestione algoritmica del lavoro basata sull’AI e sorveglianza AI: una ricerca dell’ILO esplora i rischi emergenti legati all’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’ambiente di lavoro Introduzione Il mondo del lavoro e la natura del lavoro stanno subendo profonde trasformazioni a seguito della digitalizzazione, che comprende le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI). In tutti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Tahmina Karimova (ILO)</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-97-settembre-ottobre-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 97, settembre – ottobre 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cobot, gestione algoritmica del lavoro basata sull’AI e sorveglianza AI: una ricerca dell’ILO esplora i rischi emergenti legati all’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’ambiente di lavoro</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Introduzione</mark></h4>



<p>Il mondo del lavoro e la natura del lavoro stanno subendo profonde trasformazioni a seguito della digitalizzazione, che comprende le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI). In tutti i luoghi di lavoro, l’AI viene sempre più utilizzata come strumento per le mansioni svolte dai lavoratori, ma anche per l’intero ciclo del rapporto di lavoro, compresi reclutamento, formazione, inserimento, monitoraggio e sorveglianza, retribuzione, premi e sviluppo di carriera, trasferimento e licenziamento. Questa trasformazione sta cambiando profondamente la composizione della forza lavoro, l’ambiente di lavoro, le attrezzature utilizzate, nonché il modo in cui il lavoro è progettato e organizzato, con importanti ripercussioni sulla salute e sul benessere dei lavoratori.</p>



<p>[&#8230;] La ricerca sulle modalità con le quali i sistemi AI sono integrati negli aspetti fondamentali dei rapporti di lavoro, come l’orario, i salari, la sicurezza e la salute (SSL) e altri diritti, è ancora limitata. Per colmare questa lacuna, è necessario esplorare diverse questioni, tra cui il significato del lavoro e l’adeguatezza delle politiche create per garantire “condizioni di lavoro umane per tutti”. Al momento, il dibattito sulle tecnologie AI sul luogo di lavoro si concentra sulle opportunità che esse offrono e, salvo rare eccezioni, vi è scarsa conoscenza sistematica degli impatti sulla salute. Il presente documento non si occuperà, pertanto, degli sviluppi positivi nell’uso dell’AI o dei suoi benefici dal punto di vista della salute e sicurezza sul lavoro; piuttosto, si concentrerà sulle crescenti evidenze e preoccupazioni riguardanti gli effetti dei sistemi AI sulla salute e sul benessere, inclusi gli aspetti meno compresi della sicurezza e della salute, come i rischi psicosociali, definiti “qualsiasi elemento nella progettazione o nella gestione del lavoro che aumenti il ​​rischio di stress lavorativo”. Questa preoccupazione si riflette sia nel contesto più ampio dell’elaborazione di politiche attive, relative alla regolamentazione generale delle tecnologie AI, sia nella sfera dei nuovi standard specifici per l’occupazione, come il divieto di alcune forme di sorveglianza sul posto di lavoro e i diritti ‘nuovi’ o ‘aumentati’ rivendicati nel contesto della gestione algoritmica (AM) – per esempio, il diritto alla trasparenza sull’implementazione delle tecnologie AI, il diritto alla revisione umana delle decisioni prese dalla AM basata sull’AI, ecc&#8230;</p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del documento di lavoro <em>AI systems @ work: a changing psychosocial work environment</em> pubblicato da International Labour Organization (ILO), 30 aprile 2026, sotto diritti Creative Commons Attribution 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intelligenza artificiale. Narrazione e interessi, cogito e pensieri ciechi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/intelligenza-artificiale-narrazione-e-interessi-cogito-e-pensieri-ciechi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bolla finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[circular AI economy]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9457</guid>

					<description><![CDATA[Il logos e l’AI stupida: mentre narrazioni immaginarie su una prossima AGI strabiliante continuano ad alimentare il flusso degli investimenti, la bolla della Circular AI Economy preoccupa il mondo finanziario e il cogito umano rischia di sottomettersi a macchine che lavorano con pensieri ciechi “Come opera di narrativa, è molto efficace. Netflix dovrebbe assolutamente acquisirne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/" data-type="post" data-id="9442">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il logos e l’AI stupida: mentre narrazioni immaginarie su una prossima AGI strabiliante continuano ad alimentare il flusso degli investimenti, la bolla della Circular AI Economy preoccupa il mondo finanziario e il cogito umano rischia di sottomettersi a macchine che lavorano con pensieri ciechi</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Come opera di narrativa, è <em>molto </em>efficace. Netflix dovrebbe assolutamente acquisirne i diritti. […] praticamente l’intero scenario è un insieme di ipotesi improbabili. Le scoperte sulla «ricorrenza neurale» (qualunque cosa sia) e sulla memoria (su cui le persone nel mondo reale lavorano da decenni, con risultati relativamente scarsi) e sulla «distillazione e amplificazione iterativa» provengono direttamente dal tipo di scrittura che ci ha regalato il ‘cervello positronico’ di Star Trek. […] Nessuno [dei passaggi tecnologici citati] è un vero meccanismo causale; è tutto un espediente narrativo. Potremmo anche dire che rubiamo l’intelligenza artificiale generale nel 2027, dopo che l’Agente-3.5 inventa il motore a curvatura e si impossessa dell’Agente-4 sottraendolo agli alieni su Alpha Centauri” (1). Così Gary Marcus, professore emerito alla New York University noto per la sua attività di ricerca sull’intersezione tra psicologia cognitiva, neuroscienze e intelligenza artificiale, definisce – non senza divertirsi – il documento <em>AI 2027</em> (2), scritto a dieci mani e pubblicato nell’aprile 2025 da Daniel&nbsp;Kokotajlo, ricercatore presso OpenAI dal 2022 al 2024. E in effetti, è difficile non apprezzare l’ironia di Marcus, così come dargli torto.</p>



<p><em>AI 2027</em> si configura come un’ipotesi sull’avanzamento dell’AI da qui al 2035. In sintesi, prevede lo sviluppo di una intelligenza artificiale generale (AGI) entro il 2027&#8230;</p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Olimpiadi Milano: gli hotel e il dietro le quinte dello spettacolo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/olimpiadi-milano-gli-hotel-e-il-dietro-le-quinte-dello-spettacolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 11:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hotel]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas</p>
</blockquote>



<p>In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, si tratta di un altro grande evento che ha portato investimenti pubblici – <a href="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" data-type="link" data-id="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tre miliardi e mezzo</a> dei circa sei totali –, attirato investimenti privati – incentivati dagli oneri di urbanizzazione <a href="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" data-type="link" data-id="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più bassi d’Europa</a> – e che si inserisce nella logica di ristrutturazione urbana e sostituzione sociale del <a href="https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/" data-type="post" data-id="6959" target="_blank" rel="noreferrer noopener">‘modello Milano’</a>. Un processo di gentrificazione e turistificazione per una città che diventa sempre più attrattiva per i ricchi e sempre più inaccessibile per lavoratrici e lavoratori. Un modello basato su un’alta rendita immobiliare per i fondi di investimento, bassa tassazione sui redditi e sulla successione per i benestanti che qui spostano la residenza – l’ufficio anagrafe registra <a href="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" data-type="link" data-id="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un milionario ogni dodici abitanti</a> – e uno stile di vita desiderabile per classi abbienti, vip e turisti facoltosi che vengono a <em>consumare</em> la città per brevi periodi: aperitivi da più di mille euro, menù ricercati in ristoranti gourmet, serate in locali esclusivi e prezzi alle stelle per l’<em>experience</em> di una notte negli hotel di lusso.</p>



<p>Per tutto il periodo delle Olimpiadi, a Milano sfileranno capi di Stato, politici e celebrities, in una città blindata con ‘zone rosse’ inaccessibili e un’ingente militarizzazione, per prevenire e reprimere il dissenso di quella parte di popolazione che rifiuta le paillettes a cinque cerchi e denuncia una quotidianità fatta di precarietà, bassi salari, sfruttamento e affitti insostenibili. Un dissenso che la città vetrina non può permettersi, soprattutto nel momento in cui si trova sotto i riflettori del mondo. “Ogni cosa ha un prezzo”, <a href="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" data-type="link" data-id="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> il sindaco Sala in merito ai disagi per la cittadinanza che porteranno i Giochi, e la compressione dei diritti è il più salato. Perché una città attrattiva deve saper vendere l’immagine di città pacificata.</p>



<p>È questa la realtà con cui hanno dovuto fare i conti anche le lavoratrici degli hotel milanesi, che il 6 febbraio avevano convocato un presidio sotto la sede dell’associazione datoriale Federalberghi in corso Venezia, in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Grazie alle limitazioni imposte dalle zone rosse, la Questura ha potuto vietare la manifestazione: “Ci hanno confinato in Piazzale Loreto”, racconta Simonetta Sizzi di Si Cobas, che da anni segue le lavoratrici, “e non abbiamo neanche avuto la possibilità di stare sotto uno degli alberghi dove lavorano, visto che si trovano tutti in una zona abbastanza centrale di Milano”. Un presidio convocato per denunciare “le condizioni contrattuali e lavorative che sono costrette a subire le cameriere ai piani che lavorano negli hotel, e che come sindacato abbiamo continuato a denunciare in tutti questi anni”, spiega Sizzi.</p>



<p>Una realtà di cui avevamo già <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scritto</a> nel 2020 e che oggi è addirittura peggiorata.</p>



<p><strong>Partiamo dalla situazione contrattuale&#8230;</strong></p>



<p>Innanzitutto chiediamo l&#8217;unificazione in un unico contratto collettivo per tutte le lavoratrici: ora il datore di lavoro può scegliere quale applicare tra una ventina di contratti disponibili. Si va dal Multiservizi-pulizie, con una paga di circa sette euro lordi all&#8217;ora, a uno dei migliori del Turismo, come l’AICA, che prevede poco più di otto euro all&#8217;ora. Ma tra questi ci sono anche alcuni veri e propri ‘contratti pirata’, nel senso che hanno una paga oraria ancora più bassa di quella del Multiservizi-pulizie, non prevedono la quattordicesima, i permessi retribuiti e in alcuni casi nemmeno la malattia. Contratti che vengono applicati anche in hotel a quattro o cinque stelle.</p>



<p><strong>Le lavoratrici sono assunte direttamente dagli alberghi?</strong></p>



<p>No, da società esterne che hanno l’appalto per le pulizie.</p>



<p><strong>Una prassi ormai consolidata anche nel settore alberghiero&#8230;</strong></p>



<p>Tra l’altro con una novità: da dopo il Covid viene usato il contratto a chiamata, che precedentemente non esisteva. Prima avevi un contratto a tempo determinato, che dopo un po&#8217; diventava a tempo indeterminato; adesso c&#8217;è questo contratto a chiamata e le lavoratrici non sanno mai quanti giorni lavoreranno in un mese e, ovviamente, avendo bisogno di uno stipendio, ogni volta che le chiamano corrono a lavorare.</p>



<p><strong>Una turnistica che diventa imprevedibile e insostenibile&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché un giorno ti chiamano, poi ti lasciano a casa dieci giorni, poi fai venti giorni di lavoro consecutivo senza pause. Sono costrette ad accettare queste condizioni.</p>



<p><strong>Condizioni di estrema precarietà.</strong></p>



<p>Anche perché la maggior parte delle lavoratrici sono straniere, quindi accettano qualsiasi tipo di contratto per non perdere il lavoro e vedersi revocare il permesso di soggiorno.</p>



<p><strong>Quindi il punto è il sistema degli appalti, che favorisce una gara al ribasso tra le varie aziende, con tutto ciò che ne consegue in termini di bassi salari e minori tutele&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché ovviamente a vincere l&#8217;appalto è la società che offre all&#8217;hotel il minor prezzo. Poi però, per stare nei costi, queste aziende si rifanno sulle lavoratrici, appunto con contratti orrendi o pagando a cottimo. E stiamo vedendo che questa prassi si sta diffondendo tantissimo, per cui anche le poche imprese che vogliono fare le cose per bene, applicando il contratto del turismo migliorativo e pagando a ore, perdono gli appalti che vanno alle società che si muovono al ribasso. E in questo modo ci guadagnano solo gli hotel a danno delle lavoratrici.</p>



<p><strong>La questione del pagamento a cottimo era già emersa nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a></strong> <strong>del 2020. È ancora così quindi?</strong></p>



<p>Sì, sono pagate a camera, di fatto è un lavoro a cottimo integrale legalizzato che viene adottato in quasi tutti gli alberghi: magari stanno in hotel otto ore e vengono pagate solo per le camere che puliscono, quindi non per tutte le ore di presenza. Tra l’altro sono quasi tutte assunte part-time, e la paga base su un part-time è uno stipendio ancora più misero.</p>



<p><strong>A questo proposito, nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a> </strong><strong>alcune lavoratrici ci hanno raccontato di avere tempistiche molto strette per pulire le stanze e che se non riescono a stare nei limiti non vengono pagate. Ma il punto, ci dicevano, è che spesso è materialmente impossibile stare nei tempi&#8230;</strong></p>



<p>Esatto. Ultimamente poi gli hotel, con la scusa dell&#8217;ecologia, hanno inserito anche le cosiddette &#8216;camere green&#8217;, per cui il cliente può chiedere che la camera non venga pulita e può rifiutare il servizio anche dopo il terzo giorno. Quando però va via, magari dopo una settimana, quella camera deve essere pulita in venti minuti, mezz’ora. Ma è evidente che è impossibile.</p>



<p><strong>Avete provato a contattare direttamente i committenti degli appalti, ossia gli hotel?</strong></p>



<p>Con noi non parlano, li mettiamo in copia nelle comunicazioni ma non rispondono mai, mentre le aziende che assumono le lavoratrici dicono che la colpa è del committente. Si rimbalzano la responsabilità.</p>



<p><strong>Tornando alle condizioni di lavoro, oltre alla velocità </strong><strong>con cui devono pulire le camere,</strong><strong> quali altre problematiche denunciate?</strong></p>



<p>I carichi di lavoro molto pesanti che devono sopportare. Dopo il Covid gli hotel hanno tagliato tutti i costi che hanno ritenuto inutili, per esempio il lavoro di supporto ai piani svolto dai facchini: prima aiutavano le lavoratrici a portare i carrelli carichi di materiale, a spogliare le camere, aprire o chiudere i divani-letto, ribaltare i materassi, tutti lavori fisicamente faticosi. Adesso invece i facchini si limitano a portare in camera le valigie del cliente.</p>



<p><strong>L’aumento dei carichi di lavoro sta avendo conseguenze sulla salute delle lavoratrici?</strong></p>



<p>Stanno aumentando gli infortuni e le malattie. Lavoratrici che a trentacinque, quarant’anni iniziano ad avere dolori fisici, ernie, a non riuscire a muoversi.</p>



<p><strong>Dunque la situazione è sensibilmente peggiorata.</strong></p>



<p>Prima avevano un aiuto maggiore, ma non solo. C’era anche una maggiore sicurezza per le lavoratrici per quanto riguarda l’interazione con i clienti, essendo presente un addetto della sicurezza ai piani. Ci sono stati anche tentativi di violenza, per dire.</p>



<p><strong>Mentre ora cos’è cambiato?</strong></p>



<p>Hanno tolto anche quello. Quindi se una volta episodi di quel tipo erano ridotti perché c&#8217;era un servizio ai piani che controllava, ora i rischi sono maggiori.</p>



<p><strong>Avete trovato una soluzione per sopperire a questa mancanza?</strong></p>



<p>Sì, ora sono le lavoratrici che si organizzano. Nei grandi alberghi in cui siamo presenti come rappresentanza sindacale, abbiamo ottenuto che le lavoratrici non possano più entrare da sole nelle camere quando è presente il cliente.</p>



<p><strong>Quindi: salari bassi, poche tutele, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute. Nel frattempo gli hotel, con le Olimpiadi a Milano, hanno prezzi alle stelle&#8230;</strong></p>



<p>I prezzi sono triplicati, una camera che costava duecento euro adesso ne costa quattrocento-seicento. Ma anche i carichi e i ritmi di lavoro sono aumentati ulteriormente, devono fare tutto ancor più velocemente e perfettamente.</p>



<p><strong>Visto il picco di attività di questo periodo, per le lavoratrici è previsto un riconoscimento economico?</strong></p>



<p>No, non è stato riconosciuto nulla né dalle società né dagli hotel, assolutamente niente. Tra l’altro è stato detto loro che in questo periodo nessuno può chiedere permessi; io sono riuscita ad avere dei permessi sindacali per quattro lavoratrici, gli altri me li hanno rifiutati. Nessuno si può assentare.</p>



<p><strong>Anche perché di fatto sono sotto ricatto, considerati i contratti con cui sono assunte.</strong></p>



<p>Esatto, se si assentano poi gliela fanno pagare, e con il contratto a chiamata magari poi non le chiamano più.</p>



<p><strong>Quali sono i prossimi passi che avete in programma?</strong></p>



<p>Sicuramente se ci saranno da fare azioni sindacali negli hotel siamo pronti a farle, ma finché non saranno finite le Olimpiadi, con la scusa della zona rossa non ci sarà permesso di andare sotto Federalberghi. Quindi per la parte istituzionale dobbiamo aspettare che sia finito tutto per poter riprendere questa lotta.</p>
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		<title>L’influenza di Big Crypto nelle elezioni statunitensi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/linfluenza-di-big-crypto-nelle-elezioni-statunitensi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[criptovaluta]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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</blockquote>



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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici</em></p>
</blockquote>



<p><em>I</em><em>l 23 gennaio Trump firma l’ordine esecutivo</em><em> Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology (1), con cui apre la strada </em><em>alle criptovalute. Premettendo che “il settore delle risorse digitali svolge un ruolo cruciale</em><em> nell’innovazione e nello sviluppo economico negli Stati Uniti, nonché nella leadership interna</em><em>zionale della nostra nazione”, l’atto intende</em><em> “proteggere e promuovere la capacità dei singoli cittadini e delle entità del settore privato di </em><em>accedere e utilizzare per scopi legittimi reti</em><em> blockchain pubbliche e aperte senza persecuzioni, inclusa la capacità di sviluppare e distribui</em><em>re software, di partecipare all’estrazione e alla convalida, di effettuare transazioni con altre</em><em> persone senza censura illegittima e di mantene</em><em>re l’autocustodia delle risorse digitali”. Contemporaneamente, l’ordine presidenziale è la</em><em> pietra tombale sul progetto di dollaro digitale emesso dalla FED e, in generale, sull’utilizzo all’interno degli Stati Uniti di qualsiasi valuta digitale nazionale: si legge infatti esplicitamente l’intenzione di “adottare misure per proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti, anche vietando l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di una CBDC all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti”. Ciò non significa che gli USA, come Stato, si auto-escludono dalle monete digitali, anzi. L’executive order specifica infatti la volontà di “promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di stablecoin legali e legittime basate sul dollaro in tutto il mondo”. In soldoni – è il caso di dirlo – cosa sta mettendo in piedi Trump?</em></p>



<p><em>Sintetizzando, si può affermare che il neoeletto Presidente statunitense chiuda la porta del mercato delle criptovalute alle banche centrali – </em><em>e dunque alle istituzioni pubbliche – e lasci</em><em> campo libero ai soli privati</em><em>. Mettendo una pietra al collo, di fatto, anche all’idea di un euro digitale, da tempo accarezzata dalla BCE. Una delle peculiarità delle valute a controllo centrale, ma digitali, sarebbe infatti la interoperatività a livello internazionale (euro digitale con </em><em>dollaro digitale con yuan digitale ecc.), che</em><em> l’amministrazione Biden aveva promosso; ma se ora il dollaro, valuta di riferimento mondiale per le transazioni finanziarie e commerciali, viene a mancare, è chiaro che l’interno sistema perde di senso. Trump dunque sceglie </em><em>stablecoin ancorate al dollaro, emesse da società private, per inserire gli Stati Uniti nel mondo delle valute digitali e così preservare, a suo avviso, il dominio dollarocentrico. Non è, come è evi</em><em>dente, una decisione di poco conto. Significa iniziare a intaccare il monopolio statale della moneta.</em><em> Difficile non intravedervi il pensiero</em><em> anarco-capitalista (2), così diffuso nell’ambiente Tech che ha sostenuto Trump nella corsa elettorale.</em></p>



<p><em>Il 6 marzo, con un altro ordine esecutivo (3), il Presidente USA istituisce una “riserva strategica di bitcoin”, nella previsione di ampliarla ad altre criptovalute al fine di “stabilire una riserva di asset digitali degli Stati Uniti”. Al momento nel conto andranno “tutti i bitcoin detenuti dal Dipartimento del Tesoro che sono stati definitivamente confiscati come parte di procedimenti penali o civili [&#8230;] o in soddisfazione di qualsiasi sanzione pecuniaria civile imposta da qualsiasi Dipartimento esecutivo o agenzia”; ciò non toglie che “il Segretario del Tesoro e il Segretario del Commercio svilupperanno strategie per acquisire ulteriori bitcoin governativi, a condizione che tali strategie siano neutrali per il bilancio e non impongano costi incrementali ai contribuenti degli Stati Uniti”. La società di dati blockchain Arkham Intelligence, che tiene traccia dei grandi portafogli di criptovalute, stima che le attuali disponibilità del governo USA sommino oltre 198.000 Bitcoin (4): al valore di metà marzo, parliamo di circa 17 miliardi di dollari. In sé non è una cifra importante, ma anche in questo caso è la decisione a essere peculiare: una criptovaluta emessa da privati entra tra le riserve di uno Stato. E tra gli addetti ai lavori – pur registrando addirittura delusione perché Trump ha, per ora, negato la possibilità che gli Stati Uniti acquistino bitcoin sul mercato, limitandosi a quelli già confiscati in procedimenti giudiziari – già si immaginano altri Paesi istituire riserve di bitcoin, con ciò che può comportare in termini di crescita per il settore privato delle cripto: “Con l’espansione delle riserve, l’infrastruttura</em> <em>per i servizi finanziari Bitcoin dovrà seguire, tra cui soluzioni di portafoglio, framework di regolamento on-chain e binari più forti tra Bitcoin e sistemi fiat. La riserva segna un cambiamento nel ruolo di Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale, da attività speculativa a strumento di riserva macroeconomica legittimo e riconosciuto” (5).</em></p>



<p><em>Il punto da focalizzare, tuttavia, è che</em><em> Trump non è solo. Sempre più figure politiche in corsa alle ultime elezioni statunitensi, trasversalmente tra Repubblicani e Democratici, hanno espresso valutazioni positive sulle criptovalute, spesso modificando la posizione criti</em><em>ca precedentemente assunta. Secondo un Re</em><em>port di </em><em>Public Citizen uscito ad agosto scorso, </em>Big Crypto, Big Spending<em>, le società di cripto hanno fortemente influenzato la tornata elettorale per il Congresso, spendendo milioni di dollari per sostenere o attaccare i candidati a favore o contrari. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati rilevanti, da noi aggiornati a marzo 2025, con tabelle a cura di Paginauno. Il nodo centrale da non perdere di vista, continuando a osser</em><em>vare ciò che accade nell’incrocio tra Stato e mercato, è quanto il settore tech stia conqui</em><em>stando a grandi falcate territori un tempo ontologicamente monopolio di Stato (6), con il potere che ne deriva.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alle ultime elezioni statunitensi le società di criptovalute hanno investito molto denaro per far sì che la regolamentazione del settore diventi una questione prioritaria per i candidati. Il maggior beneficiario dei versamenti aziendali è stato Fairshake PAC, un super PAC che a giugno 2024 ha raccolto 202,9 milioni – diventati 260 a dicembre 2024 – la maggior parte dei quali proviene da imprese del settore&#8230;</p>



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		<title>Lobby nell’Unione europea. L’industria chimica e la proposta che vuole vietare i PFAS</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lobby-nellunione-europea-lindustria-chimica-e-la-proposta-che-vuole-vietare-i-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[salute umana]]></category>
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					<description><![CDATA[Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue</p>
</blockquote>



<p><em>23.000 siti contaminati da PFAS solo in Europa, con 20 stabilimenti di produzione e oltre 2.100 siti considerati “hotspot PFAS”. Ma ciò che ormai sappiamo è che i PFAS sono ovunque. P</em><em>erfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) sono una classe di sostanze chimiche </em><em>utilizzate fin dagli anni Quaranta per realizzare rivestimenti e prodotti resistenti al calore, all’olio, alle macchie, al grasso e all’acqua. Oggi si trovano in migliaia di prodotti o semilavorati, dagli impermeabili alle pentole, dai cosmetici ai frigoriferi, dagli schermi degli smartphone alla vernice murale, dai mobili ai condizionatori d’aria. P</em><em>ersistono nell’ambiente e si bioaccumulano negli esseri umani e negli animali. L</em><em>a Health and Environment Alliance ha collegato l’esposizione ai PFAS al cancro ai reni e ai testicoli, all’ipertensione e alla preeclampsia, alle malattie della tiroide, ai danni al fegato, al ridotto peso e dimensioni del neonato alla nascita, a effetti sul sistema immunitario e all’alterazione ormonale. Dodici società dominano il mercato: 3M, AGC Inc., Ar</em><em>chroma, Arkema, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, Honeywell, Merck Group, Shandong Dongyue Chemical e Solvay (1). “Le</em><em> aziende sapevano che i PFAS erano «altamente tossici se inalati e moderatamente tossici se ingeriti» già nel 1970, quarant’anni prima della comunità di sanità pubblica” documenta una ricerca uscita su PubMed a giugno 2023 (2), “e hanno utilizzato diverse strategie per influenzare la scienza e la regolamentazione, in particolare sopprimendo la ricerca sfavorevole e distorcendo il discorso pubblico; strategie che si sono dimostrate comuni al settore del tabacco e dei prodotti farmaceutici”.</em></p>



<p><em>Il 14 gennaio scorso Corporate Europe Observatory esce con </em>Chemical reaction. Inside the corporate fight against the EU’s PFAS restriction<em>, di cui pubblichiamo qui uno stralcio con traduzione a cura di Paginauno (3). Il documento denuncia dettagliatamente le azioni delle lobby legate al settore dei PFAS, mirate a non fare approvare la normativa Ue che propone la totale abolizione della produzione, della vendita e dell’utilizzo dei PFAS in Europa; contemporaneamente, mostra quanto questa pressione stia avendo successo, in particolare sulla Commissione europea, la quale è passata dal promuovere “un ambiente privo di inquinamento da PFAS” al chiedere una maggiore “chiarezza” sulla tossicità dei PFAS (!) – sulla stessa linea anche il Rapporto Draghi “Il futuro della competitività europea”, presentato a settembre 2024.</em></p>



<p><em>In realtà, l’analisi di Corporate Europe Observatory rivela molto di più. Mette in luce una pratica sistemica di lobbying, che possiamo trasferire anche ad altri attori. Nel 2024 (4), Big Tech ha dichiarato un budget relativo alle attività di lobby in Unione europea pari a 67 milioni di euro, il più alto per settore economico; a seguire Banche&amp;Finanza, con quasi 54 milioni, Energia e Chimica&amp;Agroalimentare entrambi con 45 milioni, e le Associazioni Industriali Intersettoriali BusinessEurope e Bundesverband der Deutschen Industrie con più di 26 milioni (Grafico pag. 65, a cura di Paginauno). Fino a quando non ragioneremo tenendo sempre a mente i dati e l’influenza delle lobby, non avremo il quadro generale delle decisioni prese dalla classe politica.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-4be7f9a442655822201bd616ea65d14d">SOMMARIO</h4>



<p>La proposta dell’Unione europea di limitare i PFAS, soprannominati <em>forever chemicals</em>, “sostanze chimiche eterne”, rischia seriamente di essere dirottata dalle lobby aziendali, europee e mondiali, che stanno prendendo di mira la Commissione Ue per proteggere le loro sostanze PFAS, i loro prodotti, le loro attrezzature e i loro profitti; e questo nonostante le prove schiaccianti delle disastrose conseguenze dell’inquinamento causato dai PFAS per la salute umana e l’ambiente. Ci sono, oltretutto, indicazioni molto preoccupanti sul fatto che la Commissione stia pianificando di realizzare ciò che l’industria desidera&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 15:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hpoint-hogroup]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
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					<description><![CDATA[La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Giovanna Cracco e Alessandro Rettori</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online il 9 aprile 2025)</em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milioni di debiti e procedure fallimentari aperte: qui ci eravamo lasciati nell’ultima puntata della nostra inchiesta sulle società di hotel outsourcing facenti capo ad HPoint scarl – Ho Group, BMA Team, AMB Group e MBA Jobs – degli ex proprietari Attardo, Borriello e Monteleone. <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bilanci a dir poco ‘curiosi’, come abbiamo analizzato in merito a Ho Group</a>, la società fulcro, e una gestione societaria che negli anni ha scaricato sullo Stato debiti IVA e Irpef/Inps dipendenti, che uniti al mancato pagamento di retribuzioni e TFR hanno portato al fallimento per BMA Team a febbraio 2021, e alla liquidazione coatta amministrativa – iter coordinato dal Ministero dello Sviluppo Economico – per Ho Group, AMB Group e MBA Jobs rispettivamente a marzo, giugno e settembre 2021; stessa sorte per la consortile HPoint a marzo 2022. Dunque, nessuna impresa si è salvata.</p>



<p>Come abbiamo ricostruito nell’inchiesta, pochi mesi prima dell’apertura delle procedure fallimentari, il 24 luglio 2020, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A, B e M vendono il gruppo HPoint a tre (presunti) prestanome</a> – due signore straniere ultrasettantenni (Djambasova e Debout) e il signor Anceschi, un uomo di quasi novant’anni. Nello stesso periodo – e dopo una comunicazione di affitto di ramo d’azienda, inviata il 30 luglio da Borriello a clienti e fornitori, <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">categoricamente smentita dalla stessa impresa coinvolta</a> – tutti i contratti di appalto in essere con <a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli hotel vengono ceduti a due società che non hanno alcun legame con i nuovi proprietari Anceschi&amp;C</a>; contestualmente, Attardo e Borriello continuano a lavorare con gli alberghi in nome di queste due aziende, in ruoli che appaiono confusi, a metà strada, diciamo così, tra l’essere rispettivamente direttore operativo e commerciale e il curare unicamente il passaggio di consegne. Quindi, ricapitolando, da una parte abbiamo la vendita della galassia HPoint a ultrasettantenni e dall’altra la cessione a due imprese degli appalti con gli hotel, con A e B che ne curano ancora i dettagli operativi e commerciali. Gli ultrasettantenni dunque, che noi identifichiamo come (presunti!) prestanome, si ritrovano per le mani cinque aziende sommerse da milioni di debiti pregressi e senza più appalti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La versione di Attardo e Borriello</h4>



<p>A gennaio scorso siamo riusciti a contattare Attardo e Borriello – non abbiamo raggiunto Monteleone, che non ha mai risposto alle nostre chiamate – domandando spiegazioni sull’intera vicenda.</p>



<p>Come prima cosa entrambi hanno negato di essere spariti davanti ai dipendenti e ai sindacati – anche se nel 2020 tutte le fonti ci hanno detto il contrario, come riportato nei precedenti articoli – e hanno dichiarato di aver sempre pagato le retribuzioni: “Tutti i dipendenti a luglio 2020 sono stati pagati, compresa la parte contributiva” ha affermato Borriello, per poi puntualizzare: “Fatta eccezione le persone per le quali nei 15 giorni della cessione probabilmente qualcosa è sfuggito”.</p>



<p>In seconda battuta, entrambi negano che Anceschi&amp;C fossero dei prestanome. “Degli advisor ci hanno proposto di vendere le società” afferma Borriello, “abbiamo venduto a persone che hanno presentato un piano industriale, che era interessante per la continuità”. Quale piano industriale potessero avere due over 70 e un over 80, con cinque società di hotel outsourcing prive di appalti con gli hotel (!), non è dato sapere. Quel che si sa, è che dopo pochi mesi, a partire da febbraio 2021, tutte le società sono andate in fallimento o liquidazione coatta amministrativa. “Quel che è successo dopo la vendita non ci riguarda”, chiosa Borriello; “Dopo aver venduto non ho più seguito la faccenda, e ciò che hanno fatto dopo la vendita non lo so” ribadisce Attardo. Eppure, tra settembre e dicembre 2020 entrambi lavoravano ancora negli appalti degli hotel: ignari di tutto?</p>



<p>Di certo, come ci aveva spiegato <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’avvocato fallimentare da noi contattato</a>, la responsabilità è di chi commette le azioni, indipendentemente dal fatto che le società falliscano in capo ad altri soggetti – ossia Anceschi&amp;C. E qualche responsabilità ha iniziato a bussare alle porte di Attardo e Borriello. “Ci sono situazioni che sono quasi in fase di chiusura, dove siamo stati condannati e abbiamo pagato” dichiara Attardo. Si tratta di BMA, la società fallita presso il tribunale di Milano – una società minore, con un fatturato sotto il milione di euro – che prima della vendita agli over 70 apparteneva al 100% a Borriello, con Attardo nel ruolo di amministratore unico. “Abbiamo trovato un accordo di natura economica con il tribunale e il curatore fallimentare”, ribadisce Attardo. Anche Borriello conferma – “Sto pagando per BMA” – e dichiara di essere all’oscuro delle procedure di liquidazione coatta amministrativa aperte per le altre quattro società: “Sto pagando l’avvocato per delle cause aperte da dipendenti, ma di LCA non sono a conoscenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tra vecchie società&#8230;</h4>



<p>A inizio 2022, dunque, le uniche società di cui Attardo, Borriello e Monteleone risultano ancora comproprietari sono Semplice Service srl e Zeus System srl. La prima è un’impresa di noleggio e lavanderia di biancheria per hotel, messa in liquidazione volontaria a marzo 2022; la seconda, Zeus System, è una società di consulenza informatica che, negli anni di attività del consorzio HPoint, forniva al gruppo un software di gestione. Oggi è ancora attiva “ma non è operativa, la teniamo nel caso ci fosse una richiesta di mercato” afferma Borriello, “anche se in realtà il software è bloccato dal punto di vista di release e quindi non serve più a niente”. Altre società riconducibili congiuntamente ad A, B e M non ci sono. Quantomeno entro confine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">… e corrispondenze all’estero</h4>



<p>Puerto del Rosario, calle Alcalde Alonso Patallo, civico 1. In una via a trecento metri dal mare, nel capoluogo di Fuerteventura, la seconda isola delle Canarie, si trova la sede di Checking Room Solutions Sociedad Limitada, un’azienda di consulenza informatica che offre, alle imprese che lavorano nel mondo alberghiero, un applicativo di interfaccia con gli hotel e per la rendicontazione dell’attività del personale. Fondata nel luglio 2015, l’azienda basava la propria attività su un accordo commerciale con RoomChecking, impresa francese proprietaria del software. Come ci ha confermato Jonathan Weizman, attuale CEO di RoomChecking, per gli anni 2016-2018 le due società hanno sottoscritto un contratto di distribuzione in esclusiva per il mercato di Spagna, Italia e Dubai, con “alcuni clienti italiani gestiti da HPoint, un’azienda specializzata in pulizie”. La <em>nostra</em> HPoint.</p>



<p>Socio e amministratore unico di Checking Room Solutions è infatti Marc Antoine Castellano, cognato di Monteleone, e dal 1° marzo 2016 Attardo e Borriello figurano nell’impresa spagnola in qualità di “apoderado solidario”, ruolo che riconosce a entrambi una delega alla firma per operare in nome e per conto della società, pur non essendone soci o amministratori. “Tra Checking Room e HPoint c’era un accordo di rappresentanza esclusivo per l’Italia” spiega Borriello, “e personalmente mi occupavo della parte commerciale, di proporre il software agli hotel con cui avevamo contratti di appalto. Checking Room fatturava a HPoint un canone mensile e HPoint fatturava a sua volta un’attività di servizio all’hotel, tant’è che nelle fatture figurava la voce Checking Room”. Attardo conferma che si occupava dello sviluppo del programma, seguendo la parte tecnica. “Avevamo pensato di collaborare su un software che mancava alle loro imprese in Italia”, ci ha ribadito Castellano, “e abbiamo fatto un accordo lavorativo temporaneo, circa un paio d’anni, perché poi la cosa non ha funzionato”. Al Registro delle Imprese spagnolo, a novembre 2024 Attardo e Borriello risultano ancora ricoprire quel ruolo, anche se tutti, Attardo, Borriello e Castellano, ci hanno detto che la collaborazione si è conclusa da anni.</p>



<p>Tra il 2015 e il 2017 A, B e M si recano di persona alle Canarie, non è chiaro quante volte ma almeno due. “La prima è stata poco dopo la costituzione della società, quando ci è stato presentato il progetto, non ricordo se nel 2016 o a cavallo tra 2015 e 2016”, racconta Borriello, “abbiamo fatto la formazione per conoscere il software e siglato una sorta di pre-accordo, poi finalizzato per via telematica. La seconda è stata dopo circa otto mesi, nell’anno successivo, per un aggiornamento su alcuni nuovi sistemi che erano stati implementati”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Viaggio a quattro?</h4>



<p>Più fonti ci hanno riferito che in quello stesso periodo, probabilmente nel 2017, Saverio Colaianni – all’epoca socio dei tre in Hotel Plus, un’altra società che operava nel settore – ha accompagnato A, B e M alle Canarie. “È stata una delle prime volte”, conferma Borriello, “abbiamo fatto anche un consiglio di amministrazione di Hotel Plus perché decidemmo le strategie. Ricordo questo particolare, che siamo andati per fare questo accordo commerciale, e in quell’occasione c’è stato un incontro di presentazione del software di Checking Room. Poi qualcuno li chiama CdA, qualcun altro li chiama quattro soci che si mettono a parlare di un progetto, chiamiamoli incontri tecnico-pratici per cambiare le strategie di mercato. Colaianni continuava a fare il procacciatore di affari indipendente per noi e per altre società nel mondo del cleaning di Milano, era un manager che godeva della nostra fiducia. Gli abbiamo detto: «Questo è il modello che vogliamo portare in Italia, se ce lo proponi in tutti gli alberghi che conosci prendi la provvigione»”.</p>



<p>Le nostre fonti, però, ci hanno riferito che lo scopo del viaggio era quello di saldare un debito che A, B e M avevano nei confronti di Colaianni, per l’attività svolta da quest’ultimo in Hotel Plus. “Assolutamente no” dichiarano sia Borriello che Attardo, e anche Castellano afferma di sapere nulla di trasferimenti di contanti tra Milano e le Canarie. “Secondo lei devo andare alle Canarie per dare contanti in nero?” aggiunge Borriello, “li potrei dare anche a Quarto Oggiaro se li avessi, se vuole le dico anche come si fa a darli con la carta di credito. Ma non l’ho fatto”. Colaianni ha però intentato una causa contro gli ex soci, proprio per del denaro che riteneva gli fosse ancora dovuto: “C’è stata una causa perché lui ci ha chiesto dei soldi, sì, ma otto mesi dopo il nostro viaggio. Motivo per cui abbiamo smesso di collaborare”, dice Borriello, “e in ogni caso poi abbiamo trovato un accordo”. Abbiamo ovviamente cercato, più volte, di contattare anche Colaianni, che si è sempre rifiutato di rispondere; giusto a febbraio 2025 ci ha rilasciato un breve commento: “Vi dico solo che non sono mai stato alle Canarie”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quale versione?</h4>



<p>Mentre le procedure fallimentari seguono il loro (lento) corso, relazionandosi con i (presunti) prestanome ultrasettantenni, e Attardo, Borriello e Monteleone proseguono nel proprio, solo il futuro e i liquidatori delle società ci diranno se le due strade si intersecheranno, se i tre ex soci saranno coinvolti nelle pratiche che devono dipanare la matassa di milioni di debiti, e se saranno chiamati a rispondere di qualche scelta aziendale. Per ora possiamo solo continuare a seguire i fili di un’inchiesta aperta a novembre 2020, con la manifestazione di lavoratrici che da un giorno all’altro si sono trovate travolte da cessioni aziendali, cambi appalto, senza lavoro e senza sapere nemmeno a quale porta andare a bussare. E porci, inevitabilmente, una domanda: Borriello o Colaianni, quale delle due versioni corrisponde al vero? Quello che sappiamo, è che Borriello non è il solo ad averci riferito di un viaggio di Colaianni alle Canarie; quello che non capiamo, è perché Colaianni lo neghi. Che senso ha negare un viaggio d’affari durante il quale si è solo parlato di software e di strategie di mercato?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Gli aggiornamenti dell&#8217;inchiesta</h4>



<p><em>25 novembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, hotel Gallia: chi c&#8217;è dietro gli appalti?</a></em></p>



<p><em>30 dicembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/non-si-puo-cambiare-appalto-ogni-quattro-mesi-hotel-gallia-e-ho-group-keep-up-il-lavoro-ai-tempi-delloutsourcing/" data-type="post" data-id="7559" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Gallia toglie l&#8217;appalto a X*</a></em></p>



<p><em>28 gennaio 2021:</em> <em><a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">HPoint/X*/Venus: coop, appalti, debiti, prestanome. Come sparisco senza sparire</a></em></p>



<p><em>13 marzo 2021: <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-sempre-piu-difficile-avere-i-soldi-si-sommano-le-cause-dei-lavoratori/" data-type="post" data-id="4649" target="_blank">Galassia HPoint. Sempre più difficile avere i soldi: si sommano le cause dei lavoratori</a></em></p>



<p><em>27 luglio 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Venus: &#8220;Non c&#8217;è stato affitto di ramo d&#8217;azienda&#8221;</a></em></p>



<p><em>5 agosto 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Galassia HPoint: come fallisco senza fallire</a></em></p>



<p><em>9 aprile 2025: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/" data-type="post" data-id="8687" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La corsa allo Spazio è una corsa al profitto (seconda parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-al-profitto-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8577</guid>

					<description><![CDATA[Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" data-type="post" data-id="8569" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Profitto e transumanesimo nella corsa allo Spazio. Dalla Space Highway Terra-Luna ai satelliti, dall’energia spaziale alla missione Artemis, dalla Stazione Spaziale Internazionale alla colonizzazione di Marte, dai cyborg alla biofabbricazione di astronauti: perché le aziende della Silicon Valley occupano la space economy, perché i loro profitti non vengono dalle commesse pubbliche della NASA e della Difesa, perché se mai l’Uomo andrà su Marte non sarà l’umano come oggi lo conosciamo</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Noi (e la nostra progenie qui sulla Terra) dovremmo fare il tifo per i coraggiosi avventurieri spaziali, perché avranno un ruolo fondamentale nel guidare il futuro postumano e nel determinare cosa accadrà nel ventiduesimo secolo e oltre.”<br>Martin Rees, <em>On the Future: Prospects for Humanity</em>, 2021</pre>



<p class="has-drop-cap">“Nei prossimi cinque o dieci anni, il generale di brigata della Space Force John M.Olson prevede molto più di una semplice missione della NASA per riportare l’umanità sulla Luna: prevede un ‘vibrante focus commerciale’ guidato da aziende spaziali in rapida espansione. Componente chiave di tutto questo sarà un’architettura spaziale ibrida, resiliente e robusta, con una visione che arriva fino alla Luna e forse oltre […]. Tale architettura, a volte definita ‘space highway’ (autostrada spaziale, <em>n.d.a.</em>), dovrà realizzarsi con uno sforzo collettivo tra l’industria privata, le agenzie civili e l’esercito” (1). È il 2021 quando la <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" data-type="post" data-id="8462" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Space Force statunitense</a> (2) inizia a parlare di space highway, e il 2022 quando il concetto di “infrastruttura spaziale” viene sviluppato da un gruppo di lavoro coordinato da diverse agenzie governative: “[La] Space Superhighway potrebbe supportare le attività spaziali civili, commerciali e di sicurezza nazionale […] un’infrastruttura spaziale di tipo commercial-first che contempla tre componenti primarie: hub regionali, una rete di trasporto sostenibile e la logistica Terra-orbita. I settori spaziali civile, commerciale e di sicurezza nazionale potrebbero utilizzare questa infrastruttura comune per supportare l’assistenza ai satelliti e lo studio scientifico della Terra e per sviluppare la consapevolezza del dominio spaziale. […] La Space Superhighway è l’infrastruttura spaziale necessaria per il 21° secolo (3). Economia e guerra sono sempre andate di pari passo – per accaparramento di risorse, difesa di rotte commerciali strategiche, protezione o espansione di mercati di acquisto o di vendita&#8230; – e dunque non sorprende che lo Spazio sia stato da subito concepito come un ambiente <em>dual use</em>, militare e commerciale. “Mentre osserviamo questa competizione globale per le risorse, per le opportunità, per l’esplorazione e per i benefici che ne possono derivare, penso che gli Stati Uniti debbano essere i primi” continua il generale Olson; “non si può permettere alla Cina di raggiungere la Luna e costruire la propria architettura prima degli Stati Uniti”. Il<strong> </strong>primato economico va dunque conquistato e, se necessario, difeso, con le armi. Il concetto di ‘sicurezza nazionale’ implica la sfera economica. Ancor più in un territorio limitato.</p>



<p>Quando guardiamo allo Spazio pensiamo alla vastità infinita, ma non è così se l’obiettivo è andare dalla Terra alla Luna, o Marte. “Ciò che a prima vista appare un vuoto senza ostacoli è invece ricco di montagne e valli gravitazionali, di oceani e fiumi di energia variamente concentrata, di zone pericolose irte di radiazioni mortali e di peculiarità in posizioni precise”, scrive Everett Dolman, docente di Strategia allo Air Force Air Command and Staff College statunitense (4). Le rotte che consentono uno “sfruttamento efficiente e profittevole dello Spazio” (!) sono poche e fanno i conti con i pozzi gravitazionali e la meccanica orbitale (5); mentre gli “hub regionali”, ossia stazioni spaziali in grado di supportare centri manifatturieri, stoccaggio di risorse, impianti di lancio intermedi e basi militari, devono tenere in considerazione i Punti di Lagrange (6), che sono appena cinque. La Cina ne ha già conquistato uno, il punto L2, nel giugno 2018, collocandovi un satellite in orbita che, per la prima volta, permette di mantenere comunicazioni attive e stabili tra la Terra e il versante nascosto della Luna. Ma di <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" data-type="post" data-id="8777" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina parleremo nel prossimo articolo</a>, oggi parliamo della space economy statunitense. Perché la corsa allo sfruttamento dello Spazio è già iniziata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio della Luna</h4>



<p>Se la space highway Terra-Luna è la base per lo profittabilità economica statunitense dello Spazio, e in quanto infrastruttura centrale deve essere protetta militarmente, parallelamente il futuro dominio militare ha bisogno dei capitali privati per sostenere gli enormi costi della corsa spaziale contro la Cina. Rispetto ai tempi della guerra fredda, la dinamica è infatti mutata. Le commesse statali di un tempo, appaltate alle storiche grandi industrie legate alla difesa e all’aeronautica, come Boeing e Lockheed Martin, rimborsavano pienamente i costi aggiuntivi non contemplati nel contratto, spesso legati a imprevisti, e comprendevano un margine di profitto per l’impresa; oggi il finanziamento pubblico è ancorato al raggiungimento dell’obiettivo fissato, e ogni onere extra non calcolato è a carico dell’azienda privata la quale, detenendo la proprietà di ciò che costruisce – lanciatore, navetta, satellite ecc. – potrà rientrare dei costi e registrare profitti con i successivi contratti commerciali di utilizzo, in “un ambiente di mercato in cui i servizi di trasporto spaziale commerciale siano disponibili per il governo come per il settore privato” (7).</p>



<p>Dietro l’entusiasmo di Obama del 2010 per il razzo Falcon 9 di SpaceX (8), troviamo dunque la partnership pubblico-privato che nasce nel 2006 con il Commercial Orbital Transportation Services (COTS) della NASA (9), strutturata in due fasi: nella prima l’agenzia federale aiutava le imprese a sviluppare lanciatori e navette per il trasporto di beni e astronauti in orbita terrestre bassa – l’obiettivo era il rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – nella seconda stipulava contratti standard, i Commercial Resupply Services (CRS), per comprare questi servizi dalle relative aziende (10). Il contributo pubblico è stato di 821 milioni di dollari per il COTS (vedi Grafico 1, pag. 9), 3,5 miliardi per i contratti CRS-1 (11) e 14 miliardi per i contratti CRS-2, ancora in essere (12).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="341" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-1-90.jpg" alt="" class="wp-image-9694" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-1-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-1-90-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Programma COTS della NASA, ammontare del contributo pubblico e del corrispondente finanziamento privato delle due aziende selezionate, SpaceX e Orbital Sciences Corporation (divenuta Orbital ATK nel 2015 e acquisita nel 2018 da Northrop Grumman). I successivi contratti di servizio CRS-1 e CRS-2 sono stati aggiudicati rispettivamente a SpaceX e Orbital Sciences Corporation e a Space X, Sierra Nevada Corporation e Orbital Sciences Corporation. Fonte: NASA, <em>Commercial Orbital Transportation Services. </em><em>A New Era in Spaceflight</em>, febbraio 2014</figcaption></figure>
</div>


<p>Nel 2010 la NASA implementa il Commercial Crew Development (CCDdev), focalizzato sul trasporto di equipaggio sulla ISS, strutturato nello stesso modo: prima fase di sviluppo – costata alle casse pubbliche quasi 1,6 miliardi – poi contratti di servizio per 9,3 miliardi, che garantiscono lanci sulla ISS fino al 2030 (vedi Tabella 2, pag. 11). Seguono i programmi legati alla missione per l’esplorazione lunare Artemis, con un impegno finanziario statale inizialmente previsto di 45 miliardi di dollari, poi aumentato a 93 miliardi fino al 2025 (vedi Tabelle 3 e 4, pagg. 12, 14-16) – dunque destinato, probabilmente, a un ulteriore futuro incremento. La progettualità della futura Space Superhighway ricalca la stessa visione “infrastructure-as-a-service”: “asset posseduti e gestiti dalle industrie private con locatari di riferimento governativi per i servizi commerciali” (13).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="570" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-2-90.jpg" alt="" class="wp-image-9695" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-2-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-2-90-300x285.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Fonte: United States Government Accountability Office, Report to Congressional Committees, <em>Nasa Commercial Crew Program</em>, febbraio 2017. A questi dati sono da aggiungere la modifica al contratto con la Boeing del 2016 per ulteriori 287 milioni di dollari (<a href="https://spacenews.com/nasa-inspector-general-criticizes-additional-boeing-commercial-crew-payments/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/nasa-inspector-general-criticizes-additional-boeing-commercial-crew-payments/</a>) e due estensioni del 2022 al contratto con SpaceX pari a 2,2 miliardi di dollari (<a href="https://spacenews.com/nasa-and-spacex-finalize-extension-of-commercial-crew-contract/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/nasa-and-spacex-finalize-extension-of-commercial-crew-contract/</a>)</figcaption></figure>
</div>


<p>Il cambio di paradigma proposto nel 2004 con il COTS ha quindi stravolto lo scenario del settore spaziale. Per le aziende implica, innanzitutto, che prima di registrare profitti occorre investire parecchio, e avere strutture finanziarie in grado di sostenere anni di perdite su un progetto. Nell’ottobre 2024 Boeing ha fatto trapelare l’idea di voler abbandonare il programma CCDdev a causa delle perdite accumulate nel tempo, pari a 1,85 miliardi di dollari (14). Non che la multinazionale statunitense non possa farsene carico, si tratta di scelte. SpaceX, quasi onnipresente nelle commesse della NASA e della Space Force, è finanziata direttamente da Elon Musk e soprattutto da venture capital del settore tecnologico; secondo il Wall Street Journal (15), l’approccio dell’azienda è tipico del settore tech: “Investire ingenti somme di denaro in prodotti e infrastrutture per cercare di ottenere vantaggi rispetto ai concorrenti, a scapito dei profitti”. Gli investitori guardano a SpaceX come a una “una scommessa a lungo termine, e affermano di non essere preoccupati di vedere i risultati”; l’azienda ha infatti registrato perdite significative – 968 milioni di dollari nel 2021 su 2,3 miliardi di fatturato, 559 milioni nel 2022 su 4,6 miliardi di fatturato (16) – eppure non abbandona la presa; viene continuamente ricapitalizzata, e resta lì. Una dinamica simile caratterizza Blue Origin di Jeff Bezos, e tante altre aziende tech più piccole impegnate nello sviluppo di altri prodotti e servizi collegati alla space economy. Due sono le motivazioni di tanta perseveranza mostrata dalle società con radici nella Silicon Valley. La prima, prosaica: la tecnologia digitale è il settore che dello Spazio ha più bisogno per continuare a fare profitti. La seconda, ideologica: la visione transumanista, che ormai attraversa quasi l’intero mondo tech (17), trova nello Spazio la dimensione su cui ancorare, costruire, giustificare e narrare, il proprio sviluppo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="547" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-3-90.jpg" alt="" class="wp-image-9696" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-3-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-3-90-300x274.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 3. Fonte: NASA, <em>Nasa’s Management of the Artemis Missions</em>, 15 novembre 2021</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio dei satelliti</h4>



<p>Se la Luna e la space highway sono lontane – per non parlare di Marte – le orbite terrestri sono da tempo molto vicine e conquistate da più attori. Tranne una. Quella dei 31 satelliti GPS, in orbita a 20.000 km di altezza, nella zona MEO (Medium Earth Orbit), storico emblema del legame militare-commerciale dello Spazio.</p>



<p>Nel 1973 il Pentagono avvia il progetto Navigation Satellite Timing And Ranging Global Positioning System (NAVSTAR GPS), a sostituire i sei satelliti Transit che dal 1960 consentivano di guidare i missili balistici nucleari dei sottomarini statunitensi; tra il 1978 e il 1985 vengono lanciati i primi 11 satelliti GPS, a seguire gli altri; nel 1991 il sistema viene aperto all’uso civile, con specifiche meno precise rispetto al funzionamento militare; nel 2000 Clinton lo rende liberamente disponibile, trasformandolo di fatto nello standard mondiale.</p>



<p>Ciò che ha reso indispensabile questa costellazione satellitare è la combinazione del segnale radio con la misura del tempo. Non si tratta infatti solo della navigazione. Le telecomunicazioni, le compagnie aeree, il cloud digitale, la logistica, le transazioni bancarie e i mercati finanziari di tutto il pianeta, con i propri algoritmi di trading, utilizzano il GPS per sincronizzare i loro servizi; qualunque dispositivo elettronico si regola sullo stesso orario quando viene acceso perché riceve il segnale GPS. Il funzionamento del globale sistema economico e digitale dipende da questi 31 satelliti tuttora sotto il controllo della Difesa statunitense. E se la Ue con Galileo, la Cina con Beidou e la Russia con Glonass, il Giappone con QZSS e l’India con IRNSS stanno cercando, per ora senza successo, di intaccare il monopolio USA – ben consapevoli di ciò che comporta per i propri interessi nazionali – per il privato è una mossa impensabile. Certo, ciò non significa che non possa trarne profitto, e anche qui SpaceX, con il suo lanciatore Falcon 9, si assicura una buona dose di commesse pubbliche (18). Ma è la zona LEO, Low Earth Orbit, le orbite basse comprese tra 200 e 2.000 km di altitudine, lo Spazio che, al di là dei contratti con la Difesa (19), i privati hanno iniziato a occupare in autonomia, per i propri obiettivi.</p>



<p>Il primo, sul quale tutto ruota, è il collegamento Internet. L’espansione della rete a banda larga, oltre la fibra ottica dei cavi sottomarini e terrestri, permette di costituire una propria base di utenti. Si stanno muovendo in questa direzione Elon Musk con la nota costellazione Starlink e Jeff Bezos con il suo Kuiper Project. Ne possono nascere anche collaborazioni tra Big Tech, come quella tra Microsoft e Starlink, con l’accordo sottoscritto nel 2022 per integrare la piattaforma cloud Azure della prima con la connettività satellitare della seconda – accordo che ha permesse a Microsoft di aggiudicarsi, nel 2024, un contratto di 19,8 milioni di dollari con la US Space Force per sviluppare un ambiente di formazione virtuale, aprendo ad Azure l’ambito spaziale (20). Oppure possono aprirsi anche accordi spiccatamente commerciali, come quelli tra SpaceX e Blue Origin con AST SpaceMobile, per lanciare i satelliti BlueBird destinati alla costruzione di una rete a banda larga progettata per gli smartphone.</p>



<p>Connessione Internet significa anche criptovalute e Internet of Things (IoT). Dal 2017 Blockstream, fornitore di tecnologia blockchain, supporta la rete Bitcoin con cinque satelliti posizionati in orbita geostazionaria (21) – a 36.000 km di altezza, nella zona HEO, High Earth Orbit. Dal 2018 SpaceChain ha lanciato sette live nodes nello Spazio che supportano blockchain per diverse criptovalute (22), approdando perfino, a bordo di un razzo SpaceX, sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2019 (23). Nel 2021 la banca d’affari JP Morgan ha testato Onyx, la propria piattaforma blockchain, elaborando le transazioni su satelliti dell’azienda GOMspace: lo sguardo è all’IoT, quando i dispositivi si collegheranno tra loro e faranno pagamenti in modo autonomo; un frigorifero intelligente che ordina e paga il latte su un sito di e-commerce o un’auto a guida autonoma che paga la benzina, afferma Umar Farooq, CEO di JP Morgan (24); e nel gennaio 2024 la banca d’affari ha presentato domanda di brevetto per il suo “space-based payments” (25).</p>



<p>Connessione Internet significa anche guida autonoma. Una correlazione facilmente intuibile: la mobilità totale è sinonimo di rete satellitare. Ne è ben consapevole Elon Musk, ovviamente, che unisce Tesla Motors con Starlink, ma anche la Cina, dove la casa automobilistica Zhejiang Geely Holding ha iniziato nel 2022 a lanciare la propria Geely Future Mobility Constellation, con l’obiettivo di arrivare a 72 satelliti entro il 2025 e a 168 totali (26).</p>



<p>In poche parole, il futuro di Internet è nello Spazio, è satellitare. E il settore tecnologico è ben consapevole che, come per la corsa alla Luna, investire oggi significa fare profitti domani.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="505" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-4-90.jpg" alt="" class="wp-image-9697" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-4-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-4-90-300x253.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 4-1. Fonte: NASA, <em>Nasa’s Management of the Artemis Missions</em>, 15 novembre 2021</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio dell’energia</h4>



<p>Il mondo di Internet ha un altro fabbisogno primario. Dai data center ai cloud, dall’intelligenza artificiale alla blockchain, la tecnologia digitale registra oggi una domanda di energia che rischia di superare l’offerta, specie se le fonti fossili verranno pian piano a mancare – nonostante il <em>Drill baby drill!</em> di Trump.</p>



<p>A breve termine, il nucleare può essere una soluzione. OpenAI e Peter Thiel di Palantir hanno investito in Oklo, un’azienda che sta sviluppando tecnologia nucleare, e nella start up Helion Energy, accanto al co-fondatore di Facebook e ora CEO di Asana, Dustin Moskovitz, e al co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman; Microsoft ha sottoscritto un accordo per riaprire un reattore in Pennsylvania, con l’obiettivo di ripristinarlo entro il 2028, e Bill Gates presiede TerraPower, azienda alle prime fasi di costruzione di un nuovo reattore nucleare nel Wyoming; Google ha aderito a un round di finanziamenti da 250 milioni di dollari per la start up nucleare TAE Technologies e Amazon ha investito 500 milioni nelle start up nucleari X-energy e General Fusion (27).</p>



<p>A medio termine, anche lo Spazio può dare una risposta. I progetti si basano sugli studi di Nikola Tesla e perseguono l’obiettivo di arrivare alla trasmissione wireless di energia. John Mankins, ex direttore tecnico alla NASA e fondatore della Artemis Innovation Mangement Solutions – scrive Marcello Spagnulo, ingegnere aeronautico con esperienza trentennale nel settore spaziale presso aziende private e agenzie governative – stima che una centrale solare del diametro di un chilometro in orbita geostazionaria, potrebbe emettere delle onde elettromagnetiche, alla frequenza utilizzata dai normali sistemi bluetooth, che potrebbero essere raccolte a Terra da un’antenna di soli 10 chilometri di diametro; sostiene che la produzione di energia solare nello Spazio sia già tecnologicamente fattibile e che “presto un’imprenditoria privata raccoglierà questa sfida” (28). La realizzazione implica “centinaia di lanci per mettere in orbita tutti gli elementi”, e qui ritroviamo Musk con SpaceX e Bezos con Blue Origin, a cui si potrà aggiungere Richard Branson con Virgin Galactic, finora attiva solo nel limitato campo del ‘turismo spaziale’. Tutte imprese che sicuramente andranno a inserirsi nel progetto Space Superhighway Terra-Luna. Perché i profitti e il vantaggio concorrenziale si contano non se si utilizza l’energia dallo Spazio ma, in una integrazione verticale dell’azienda, se ne si possiede le infrastrutture. “Dobbiamo andare nello Spazio se vogliamo continuare ad avere una civiltà in crescita” dichiara Bezos nel 2016: “Se si prende l’utilizzo di base di energia sulla Terra e lo si incrementa del solo 3% l’anno per 500 anni, diventa necessario coprire l’intera superficie della Terra con le celle solari. Questo non accadrà. […] nello Spazio si ha un accesso a 24 ore di energia solare […] Nello Spazio si ottiene un enorme potere energetico in ogni singolo istante” (29). Blue Origin sembra infatti già portarsi avanti. Nel 2021 ha avviato una collaborazione con Sierra Space e Boeing per il progetto Orbital Reef, una stazione spaziale in orbita bassa che richiama l’idea degli hub regionali della Space Superhighway: una stazione che “aprirà il prossimo capitolo dell’esplorazione e dello sviluppo spaziale umano, facilitando la crescita di un vibrante ecosistema e di un modello di business per il futuro” (30).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="628" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-5-90.jpg" alt="" class="wp-image-9698" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-5-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-5-90-287x300.jpg 287w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 4-2. Fonte: NASA, <em>Nasa’s Management of the Artemis Missions</em>, 15 novembre 2021</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Lo Spazio per chi?</h4>



<p>Ma chi andrà nello Spazio? Come abbiamo accennato nel precedente articolo (31), il corpo umano è a misura terrestre. L’assenza di gravità così come la microgravità, per tempi prolungati, causa danni muscolari, scheletrici e cardiovascolari, disturbi immunitari e metabolici, disturbi della vista, problemi di equilibrio e sensomotori, a cui si potrebbe aggiunge uno spostamento verso l’alto del cervello all’interno del cranio, con movimenti di fluidi verso la parte superiore della testa (32); problematiche di cui ancora non conosciamo le conseguenze a lungo termine. Le radiazioni cosmiche poi sono letali, e tuttora non riusciamo a schermarle totalmente nemmeno all’interno della ISS, situata in orbita bassa e quindi ancora protetta dalla magnetosfera terrestre. Le soluzioni possibili a quello che è chiaramente un problema nodale, non sono infinite. Nella letteratura spaziale si riducono a quattro: gigantesche astronavi/eso-habitat schermati e ruotanti, con gravità simil-terrestre e costruite in cantieri spaziali con ipotetiche materie prime estratte nello Spazio (dalla Luna o da asteroidi), per ovviare alla difficoltà di lanciare dalla Terra una struttura di tale pesantezza; ingegneria genetica applicata all’umano; robot dotati di intelligenza artificiale; fusione delle ultime due soluzioni con la creazione di cyborg. Ciò che viene studiato, di fatto, sono tutte e quattro le progettualità percepite come interconnesse, con lo sguardo rivolto già oltre la Luna a incontrare il Pianeta Rosso. Alla base, la consapevolezza che se mai l’Uomo andrà su Marte, non sarà l’umano come oggi lo conosciamo.</p>



<p>“Immagino che useranno tutte le tecniche di modifica genetica, aggiunte cyborg e così via, per far fronte ad ambienti molto ostili. Potremmo avere una nuova specie che sarà felice di vivere su Marte” afferma il transumanista Martin Rees alla BBC a fine dicembre 2024 (33). Aggiungendo nel suo libro <em>On the Future: Prospects for Humanity</em>, pubblicato nel 2021: “Queste tecniche [modifica genetica e aggiunte cyborg] saranno, si spera, pesantemente regolamentate sulla Terra, per motivi prudenziali ed etici, ma i ‘coloni’ su Marte saranno ben oltre le grinfie dei regolatori. Dovremmo augurare loro buona fortuna nel modificare la loro progenie per adattarla ad ambienti alieni. Questo potrebbe essere il primo passo verso la divergenza in una nuova specie. La modifica genetica sarebbe integrata dalla tecnologia cyborg, in effetti potrebbe esserci una transizione verso intelligenze completamente inorganiche. Quindi, sono questi avventurieri spaziali, non quelli di noi comodamente adattati alla vita sulla Terra, che guideranno l’era postumana”.</p>



<p>Una visione che appartiene anche alla NASA e al suo Ames Research Center situato “nel cuore della Silicon Valley” (34), impegnato, tra gli altri, nel progetto Space Synthetic Biology, che “sta sviluppando tecnologie per la biofabbricazione” di vitamine, medicinali, grassi sani e proteine, che “testerà un metodo di produzione di nutrienti nello spazio” per gli equipaggi spaziali e che nel 2019 ha già lanciato “il primo lotto di confezioni BioNutrient sulla Stazione Spaziale Internazionale per un esperimento di cinque anni” – programma che si allaccia ai progetti sulla carne coltivata (35).</p>



<p>Non solo. Dal biofabbricare alimenti al biofabbricare astronauti, il passo sembra essere breve. “Perché non inventare un microbioma sintetico? […] Non ci sono molte cose che eccitano la mia immaginazione quanto il tentativo di progettare organismi, anche umani, per voli spaziali a lungo termine e forse per la colonizzazione di altri mondi”, dichiara Craig Venter, biologo sintetico e genetista, collaboratore della NASA, nel corso di una conferenza all’Ames Research Center nel 2011 (36). Parallelamente, la neuroscienziata Rachael Seidler dell’Università della Florida, specialista in apprendimento motorio ed effetti della microgravità sugli astronauti, afferma che “la NASA e altre agenzie spaziali stanno attualmente lavorando duramente per creare e testare contromisure per i vari impatti negativi della vita su Marte”, tra i quali la possibile difficoltà che la specie umana – quella del pianeta Terra – potrà incontrare per riprodursi. Tralasciando gli effetti deleteri delle radiazioni sul feto in via di sviluppo, non sappiamo come la bassa gravità influenzerà la madre e il feto, dichiara Seidler: “Il feto probabilmente si troverà più in alto nell’utero a causa della minore gravità, e premerà sul diaframma della madre, rendendole difficile respirare. La bassa gravità potrebbe anche ‘confondere’ il processo gestazionale, ritardando o interferendo con fasi critiche dello sviluppo, come la caduta del feto entro la 39<sup>a</sup> settimana. Sulla Terra, ossa, muscoli, sistema circolatorio e altri aspetti della fisiologia umana si sviluppano lavorando contro la gravità. È possibile che il corpo umano possa adattarsi alla situazione di bassa gravità su Marte, ma semplicemente non lo sappiamo”. Certo non risolve il problema della microgravità, a meno di inserirlo in una centrifuga per simulare la gravità terrestre, sottolinea Seidler, ma “un utero artificiale potrebbe essere una possibile soluzione” (37).</p>



<p>Robot AI, cyborg, biofabbricazione di organismi ‘umani’, uteri artificiali: lo Spazio non sarà umano.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="499" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-6-90.jpg" alt="" class="wp-image-9699" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-6-90.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/spazio-profitto-6-90-300x250.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 4-3. Fonte: NASA, <em>Nasa’s Management of the Artemis Missions</em>, 15 novembre 2021</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Una specie, un pianeta</h4>



<p>È impossibile prevedere oggi se un giorno tutto questo sarà realtà. Chi se ne occupa, ne è assolutamente convinto. Space highway Terra-Luna, eso-habitat, energia, insediamenti postumani su Marte. Quel che è certo, è che la narrazione dominante nella quale siamo immersi è positiva: lo Spazio è la nuova frontiera e la sua ‘conquista’ rappresenta un progresso per l’umanità.</p>



<p>Dovremmo prestare più attenzione a ciò che resta dietro le quinte. Mentre le dirette dalla Stazione Spaziale Internazionale trasmettono l’entusiasmo per la ricerca scientifica, dovremmo interrogarci su <em>quale</em> ricerca venga implementata. Mentre Elon Musk ci ipnotizza con la conquista di Marte, dovremmo chiederci <em>chi</em> eventualmente andrà su Marte, e dove si nasconda la profittabilità dell’epopea spaziale. Perché è evidente che l’obiettivo di aziende come SpaceX, Blue Origin, Microsoft e di tutte le imprese, grandi e piccole, che ruotano intorno alla space economy, non è guadagnare con le commesse pubbliche, bensì occupare strategicamente i luoghi che saranno centrali per il settore tecnologico del futuro. Internet, criptovalute, IoT, guida autonoma, robotica e intelligenza artificiale hanno bisogno delle orbite satellitari e dell’energia spaziale; e il loro sviluppo proseguirà anche se Luna o Marte non vedranno mai un’impronta umana – o postumana. In altre parole, l’obiettivo è la corsa in sé. <em>Cercare</em> di creare insediamenti postumani nello Spazio, anche senza riuscirvi, significa sviluppare l’intelligenza artificiale, la robotica, l’ibridazione uomo-macchina, l’editing del genoma; significa rafforzare ed espandere il proprio dominio, economico e culturale, <em>qui e ora</em>, sulla Terra, nel solco del transumanesimo. Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates, Peter Thiel, David Sacks, Marc Andreessen, Richard Branson, Dustin Moskovitz, Jann Tallin, Sam Altman, Larry Page, Larry Ellison, Vitalik Buterin, Tim Cook, Sundar Pichai, Mark Zuckerberg&#8230; i vertici noti e meno noti di Big Tech che si aggiudicano i contratti pubblici, non dipendono dallo Stato; lo stanno usando.</p>



<p>Dovremmo infine chiederci che cosa consideriamo ‘progresso per l’umanità’. L’<em>intera </em>umanità che vive su <em>questo</em> pianeta.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.airandspaceforces.com/us-space-highway-space-force-general/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.airandspaceforces.com/us-space-highway-space-force-general/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Per quanto riguarda lo Spazio nell’ambito militare, con focus sull’approccio statunitense, cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra</em></a>, Paginauno n. 89, gennaio 2025</p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022%20(1).pdf?attachment=true" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022(1).pdf?attachment=true</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.limesonline.com/rivista/mahan-negli-astri-perche-l-america-va-nello-spazio-14639109/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.limesonline.com/rivista/mahan-negli-astri-perche-l-america-va-nello-spazio-14639109/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">6) I Punti di Lagrange sono anomalie gravitazionali dove interagiscono due campi gravitazionali (in questo caso, quello della Terra e quello della Luna); posizionandosi in orbita intorno a questi punti, un oggetto (satellite, stazione spaziale ecc.) resta stabile senza quasi consumare energia</p>



<p class="has-small-font-size">7)<a href="https://web.archive.org/web/20211114073052/https:/www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20211114073052/https://www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Giovanna Cracco, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.nasa.gov/wp-content/uploads/2016/08/sp-2014-617.pdf?emrc=81adc8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nasa.gov/wp-content/uploads/2016/08/sp-2014-617.pdf?emrc=81adc8</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://web.archive.org/web/20211114073052/https://www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20211114073052/https://www.nasa.gov/commercial-orbital-transportation-services-cots</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Crf. <a href="https://web.archive.org/web/20160413060706/http://www.nasa.gov/home/hqnews/2008/dec/HQ_C08-069_ISS_Resupply.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20160413060706/http://www.nasa.gov/home/hqnews/2008/dec/HQ_C08-069_ISS_Resupply.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) <a href="https://www.nasa.gov/news-release/nasa-awards-international-space-station-cargo-transport-contracts/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nasa.gov/news-release/nasa-awards-international-space-station-cargo-transport-contracts/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022%20(1).pdf?attachment=true" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20240915063906/https://ntrs.nasa.gov/api/citations/20220012880/downloads/IAC_Space-Superhighway_2022(1).pdf?attachment=true</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a href="https://spacenews.com/boeing-losses-on-starliner-increase-by-250-million/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/boeing-losses-on-starliner-increase-by-250-million/</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <a href="https://archive.ph/20230817224420/https:/www.wsj.com/tech/behind-the-curtain-of-elon-musks-secretive-spacex-revenue-growth-and-rising-costs-2c828e2b#selection-4947.0-4977.112" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.ph/20230817224420/https://www.wsj.com/tech/behind-the-curtain-of-elon-musks-secretive-spacex-revenue-growth-and-rising-costs-2c828e2b#selection-4947.0-4977.112</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/dialettica-del-transumanesimo-la-scienza-si-fa-religione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Dialettica del transumanesimo. La scienza si fa religione</em></a>, Paginauno n. 88, ottobre 2024</p>



<p class="has-small-font-size">18) Nel 2016 SpaceX si è aggiudicata il contratto di servizio del Pentagono per lanciare un satellite GPS, battendo sul prezzo (82,7 milioni) la United Launch Alliance, joint venture tra Boeing e Lockheed, che nei precedenti dieci anni aveva lanciato quasi tutti i satelliti militari statunitensi ma si è ritirata dalla competizione dichiarando di non poter vincere una sfida sui costi con SpaceX; cfr. <a href="https://spacenews.com/spacex-wins-82-million-contract-for-2018-falcon-9-launch-of-gps-3-satellite/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/spacex-wins-82-million-contract-for-2018-falcon-9-launch-of-gps-3-satellite/</a>). Nel 2018 SpaceX ha ottenuto un secondo contratto da 297 milioni per altri tre lanci satellitari GPS; cfr. <a href="https://spacenews.com/air-force-awards-739-million-in-launch-contracts-to-ula-and-spacex/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/air-force-awards-739-million-in-launch-contracts-to-ula-and-spacex/</a><br><br>19) Anche qui troviamo SpaceX con diversi contratti governativi. A titolo informativo e non esaustivo: nel 2018, in collaborazione con la US Air Force, Starlink ha testato la connessione dei propri satelliti con aerei militari crittografati; nel maggio 2020 ha sottoscritto un accordo con l’esercito statunitense per l’utilizzo della connessione Internet da parte di reti militari; nell’ottobre 2020 si è aggiudicata una commessa di 150 milioni di dollari per lo sviluppo di satelliti militari; nel 2021 ha avviato il progetto per testare nuovamente il sistema satellitare in connessione con i caccia F-35; nel giugno 2024 il Dipartimento della Difesa USA ha dichiarato di voler aggiungere più di 100 satelliti Starshield – una versione militarizzata dei satelliti Starlink – alla propria architettura di comunicazioni, con l’intenzione di acquistarli per poterli controllare direttamente, cfr. <a href="https://spacenews.com/pentagon-embracing-spacexs-starshield-for-future-military-satcom/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/pentagon-embracing-spacexs-starshield-for-future-military-satcom/</a>. Troviamo anche Blue Origin, che nel giugno 2024 ha fatto il suo primo ingresso nelle commesse della US Space Force relative ai lanci satellitari, aggiudicandosi 5 milioni di dollari per fornire una iniziale valutazione della capacità di lancio, cfr.<a href="https://www.ssc.spaceforce.mil/Portals/3/Documents/PRESS%20RELEASES/U.S.%20Space%20Force%E2%80%99s%20Space%20Systems%20Command%20Awards%20Three%20Contracts%20for%20National%20Security%20Space%20Launch%20Phase%203%20Lane%201.pdf?ver=WT3dldJzYn51seLAiTO3kg%3d%3d">https://www.ssc.spaceforce.mil/Portals/3/Documents/PRESS%20RELEASES/U.S.%20Space%20Force%E2%80%99s%20Space%20Systems%20Command%20Awards%20Three%20Contracts%20for%20National%20Security%20Space%20Launch%20Phase%203%20Lane%201.pdf?ver=WT3dldJzYn51seLAiTO3kg%3d%3d</a><br><br>20) Cfr. <a href="https://spaceinsider.tech/2024/01/15/microsoft-secures-19-8-million-contract-with-us-space-force-for-cloud-based-space-simulation/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spaceinsider.tech/2024/01/15/microsoft-secures-19-8-million-contract-with-us-space-force-for-cloud-based-space-simulation/</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="https://blockstream.com/satellite/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://blockstream.com/satellite/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. <a href="https://www.spacechain.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.spacechain.com/</a>. Un lives node è un payload (un ‘carico utile’) installato su un satellite – o sulla Stazione Spaziale Internazionale</p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. <a href="https://spacenews.com/spacechain-sends-blockchain-technology-to-the-international-space-station/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://spacenews.com/spacechain-sends-blockchain-technology-to-the-international-space-station/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/article/technology/jpmorgan-s-blockchain-payments-test-is-literally-out-of-this-world-idUSKBN2AO1GL/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/article/technology/jpmorgan-s-blockchain-payments-test-is-literally-out-of-this-world-idUSKBN2AO1GL/</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) <a href="https://www.thedailyupside.com/finance/banking/jpmorgan-adds-to-space-ambitions-with-off-planet-payments/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thedailyupside.com/finance/banking/jpmorgan-adds-to-space-ambitions-with-off-planet-payments/</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. <a href="https://zgh.com/media-center/news/2024-09-03/?lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://zgh.com/media-center/news/2024-09-03/?lang=en</a><br><br>27) <a href="https://edition.cnn.com/2024/12/24/tech/nuclear-energy-ai-leaders/index.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/2024/12/24/tech/nuclear-energy-ai-leaders/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) Marcello Spagnulo, <em>Geopolitica dell’esplorazione spaziale</em>, Rubbettino<br><br>29) <a href="https://www.geekwire.com/2016/jeff-bezos-blue-origin-motto-logo-boots/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.geekwire.com/2016/jeff-bezos-blue-origin-motto-logo-boots/</a></p>



<p class="has-small-font-size">30) <a href="https://www.blueorigin.com/news/orbital-reef-commercial-space-station" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.blueorigin.com/news/orbital-reef-commercial-space-station</a></p>



<p class="has-small-font-size">31) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra</em></a>, Paginauno n. 89, gennaio 2025</p>



<p class="has-small-font-size">32) Cfr. <a href="https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cy7keddnj31o" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bbc.com/news/articles/cy7keddnj31o</a></p>



<p class="has-small-font-size">34) <a href="https://www.nasa.gov/ames/about-ames/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nasa.gov/ames/about-ames/</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) Cfr. Francesca Faccini, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/carne-coltivata-o-cibo-di-marte/" data-type="post" data-id="8580" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Carne coltivata o cibo di Marte</a></em>, pag. 48</p>



<p class="has-small-font-size">36) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KTzG_HIUu9c" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=KTzG_HIUu9c</a><br><br>37) <a href="https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://gizmodo.com/humans-will-never-colonize-mars-1836316222</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>EuroItalia: Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 13:49:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo la nostra inchiesta di luglio salta l'appalto alle coop]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo la <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta di luglio</a> salta l&#8217;appalto alle coop</p>
</blockquote>



<p>Salario al ribasso, ore di lavoro e malattia non pagate, rischi per la sicurezza: <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">a luglio siamo entrati in quella che, per anni, è stata la realtà quotidiana delle circa 150 lavoratrici che operano nello stabilimento di Cosmeta srl</a>, azienda chimica conto terzi di San Giuliano Milanese che da oltre vent’anni cura le fasi di produzione, riempimento e confezionamento dei profumi di EuroItalia, colosso italiano della cosmetica.</p>



<p>Assunte con il CCNL multiservizi-pulizia da un consorzio di cooperative – Lander di Cecchin, Conter di Sozzi, Rexi e Perfumes Service dell’accoppiata Rubino-Lascari – nel corso degli anni la maggior parte delle lavoratrici ha dovuto fare i conti con ripetuti licenziamenti e trasferimenti forzati in nuove società controllate dagli stessi soggetti, condizionati alla firma di accordi tombali per la rinuncia a eventuali crediti insoddisfatti. Come abbiamo dettagliato <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nell’inchiesta</a>, infatti, Lander e Conter – una cinquantina di lavoratrici in totale – hanno mantenuto una continuità nel tempo, mentre Rexi e Perfumes Service di Rubino-Lascari sono solo le ultime di una serie di coop periodicamente messe in liquidazione – volontaria o coatta –, sommerse da debiti tributari e contributivi. E si preparavano, forse, a cambiare nuovamente pelle: da poco, in stabilimento, era comparsa Rexi Due srl, una nuova società riconducibile alle medesime persone – l’amministratrice Roberta Lacchini è moglie del fratello di Lascari – con una decina di nuove dipendenti.</p>



<p>Una situazione sempre più insostenibile, che negli ultimi due anni aveva portato un gruppo di otto lavoratrici a iscriversi a Si Cobas e aprire una serie di stati di agitazione e sciopero, per rivendicare l’assunzione con il contratto chimico-farmaceutico corrispondente alla mansione svolta, la fine delle mancanze retributive e il rispetto delle norme sulla sicurezza. Una lotta che da luglio ha visto decuplicare il numero delle lavoratrici sindacalizzate, toccando quota ottanta, e che ha portato, oggi, a una svolta. “Finalmente Cosmeta ha preso la decisione di interrompere il contratto commerciale con le cooperative”, racconta Luca Esestime di Si Cobas, “e il 3 ottobre ha comunicato al consorzio la disdetta dell’appalto”. Al suo posto, spiega, Cosmeta ha scelto di rivolgersi a CLO-Cooperativa Lavoratori Ortomercato, una società di servizi logistici nata 87 anni fa, che conta 2.000 lavoratori, oltre 100 milioni di fatturato e nulla ha a che fare con i vecchi referenti delle coop. “Per le lavoratrici questa è una buona notizia, viste tutte le problematiche con cui dovevano fare i conti”, continua Esestime, “però si è presentata una questione ancora più grave.”</p>



<p><strong>Quale?</strong></p>



<p>Cosmeta ha pagato la fattura emessa dal consorzio delle coop per il mese appena concluso (settembre, <em>n.d.r.</em>) e un attimo dopo ha interrotto l’appalto, senza alcun preavviso. Per questo motivo il consorzio sostiene di aver subìto un danno e chiede che venga raggiunto un accordo con Cosmeta, altrimenti non paga le spettanze alle dipendenti. Che infatti non hanno ricevuto lo stipendio di settembre.</p>



<p><strong>Come hanno reagito le lavoratrici?</strong></p>



<p>Dal 10 ottobre hanno indetto un’assemblea permanente in stabilimento.</p>



<p><strong>Si trovano tutte nella stessa situazione?</strong></p>



<p>No. Due società hanno pagato interamente gli stipendi, le due più piccole, con una decina di dipendenti ciascuna: la nuova coop, Rexi Due, e Lander di Mauro Cecchin, figlio di uno dei soci di Cosmeta. Dice di aver preso i soldi da un fondo che era a disposizione, anche se le lavoratrici di Lander non ne hanno mai avuto contezza, pur essendo socie e ricevendo il bilancio d’esercizio ogni anno. Conter di Sozzi, l’altra cooperativa storica in Cosmeta, ha versato invece un acconto di circa 500 euro, quindi metà stipendio, ma non sappiamo dove li abbia presi. Rexi e Perfumes Service non hanno pagato un euro. Comunque anche le lavoratrici che hanno ricevuto i soldi, in tutto o in parte, sono in assemblea.</p>



<p><strong>Dal 10 ottobre quindi è tutto fermo.</strong></p>



<p>Le lavoratrici sono ferme ma a disposizione, l’unica cosa che chiedono per riprendere l&#8217;attività lavorativa è il pagamento della mensilità di settembre, a prescindere dal cambio appalto.</p>



<p><strong>È infatti pronta a subentrare una nuova società, CLO-Cooperativa Lavoratori Ortomercato. Che posizione ha preso sulla questione?</strong></p>



<p>CLO ha detto di voler assumere tutte le lavoratrici già nel corso del mese di ottobre, pagando anche lo stipendio di settembre non corrisposto dal consorzio. Ci domandiamo però come faccia una società che non è mai stata datrice di lavoro a pagare gli stipendi in surroga: dovrebbe farlo Cosmeta, che in quanto committente è responsabile in solido del contratto d’appalto. Le lavoratrici, per legge, hanno il diritto di chiedere il pagamento degli stipendi in surroga alla committente.</p>



<p><strong>Cosmeta cosa dice?</strong></p>



<p>Abbiamo provato a contattarla ma non ha risposto. Abbiamo avuto solo un colloquio informale con uno dei referenti – non con la proprietà – il quale ci ha detto che Cosmeta ha pagato la commessa di settembre, e deve quindi essere il consorzio a pagare gli stipendi. Tecnicamente ha ragione, però abbiamo fatto notare che sono stati quantomeno imprudenti, avrebbero dovuto accertarsi che venissero pagati gli stipendi prima di dare disdetta. A ogni modo, il 21 ottobre abbiamo avuto un incontro con CLO e il consorzio e la situazione, per lo stipendio di settembre, dovrebbe essersi risolta.</p>



<p><strong>Avete raggiunto un accordo?</strong></p>



<p>Sì. Le cooperative licenziano il personale alla data del 24 ottobre, CLO assume alle stesse condizioni tutte le lavoratrici dal 25 ottobre e si impegna a pagare gli stipendi di settembre. Resta una situazione un po&#8217; strana, ma a questo punto la cosa importante è che le lavoratrici incassino la mensilità di settembre. Restano però aperte altre due questioni.</p>



<p><strong>Quali?</strong></p>



<p>Prima di tutto il versamento dello stipendio di ottobre, per i giorni che vanno dall’1 al 24 – comprese quindi le giornate di assemblea permanente, dal 10 al 24 –, poi delle ultime spettanze e del TFR. Chi li paga alle lavoratrici? Per questo abbiamo chiesto nuovamente un incontro a EuroItalia e Cosmeta, e quest’ultima stavolta ci ha risposto: abbiamo appuntamento il 31 ottobre.</p>



<p><strong>Quando lo <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/" data-type="post" data-id="7805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">abbiamo sentito a luglio</a>, De Bernardi – socio di Cosmeta – è rimasto sorpreso della situazione problematica in cui versavano da anni le coop di Rubino-Lascari, si è dichiarato ignaro di tutto e ci ha assicurato che, in ogni caso, alle lavoratrici sarebbe stato corrisposto tutto quanto dovuto. Anche se il cambio appalto e questa situazione non si erano ancora verificati&#8230;</strong></p>



<p>Lo ha ripetuto anche davanti alle lavoratrici delegate sindacali. Vediamo cosa ci dirà il 31.</p>



<p><strong>EuroItalia invece vi ha mai risposto?</strong></p>



<p>Mai.</p>



<p><strong>La seconda questione?</strong></p>



<p>Abbiamo chiesto a CLO l’applicazione del CCNL chimico in sostituzione del multiservizi-pulizia: come rivendichiamo da anni, le lavoratrici operano nel comparto chimico e devono essere inquadrate con il corretto contratto collettivo.</p>



<p><strong>L’ingresso di CLO sembra comunque un miglioramento per le lavoratrici, visto che è una realtà ben più solida delle cooperative che hanno operato con Cosmeta fino a oggi. Dal 2023, tra l’altro, la stessa EuroItalia di Sgariboldi, socio di maggioranza di Cosmeta, figura tra i suoi clienti.</strong></p>



<p>CLO è sicuramente una società strutturata, esiste da quasi novant’anni anni e ha parecchi appalti, tra cui l’Ortomercato di Milano. E probabilmente è stata coinvolta da EuroItalia, dato che già si conoscevano. Non abbiamo problemi per quanto riguarda il cambio appalto, anche perché, per esempio, ci hanno già fatto sapere che la malattia sarà pagata dal primo giorno, quindi quel problema dovrebbe essere risolto, e non chiedono che le lavoratrici diventino anche socie, verranno assunte come dipendenti. Per cui l&#8217;accogliamo a braccia aperte. Vediamo ora cosa risponde sul contratto del chimico&#8230;<br><br></p>



<p><em>La società Cosmeta srl non ha</em><em> risposto alla nostra richiesta di contatto.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Palestina. La situazione dei lavoratori dei Territori Arabi Occupati: Gaza, Cisgiordania e Golan</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/palestina-la-situazione-dei-lavoratori-dei-territori-arabi-occupati-gaza-cisgiordania-e-golan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Morti, feriti e devastazione: cosa significherà a lungo termine? Un durissimo Rapporto dell’International Labour Organization fotografa l’annientamento dell’economia e del mercato del lavoro a Gaza, in Cisgiordania e nel Golan e mostra come la distruzione non sia iniziata il 7 ottobre 2023 e non finirà con il cessate il fuoco: sono terre nelle quali Israele si è strutturato per rendere sempre più difficile la sopravvivenza ai palestinesi e spingerli ad andarsene]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" data-type="post" data-id="8289" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Morti, feriti e devastazione: cosa significherà a lungo termine? Un durissimo Rapporto dell’International Labour Organization fotografa l’annientamento dell’economia e del mercato del lavoro a Gaza, in Cisgiordania e nel Golan e mostra come la distruzione non sia iniziata il 7 ottobre 2023 e non finirà con il cessate il fuoco: sono terre nelle quali Israele si è strutturato per rendere sempre più difficile la sopravvivenza ai palestinesi e spingerli ad andarsene</p>
</blockquote>



<p><em>45.000 palestinesi morti e 95.000 feriti a Gaza, al 10 settembre 2024. Un bollettino tenuto costantemente aggiornato, insieme alla portata della distruzione causata dai bombardamenti e dalle incursioni via terra dell’esercito israeliano. Ciò su cui ci si focalizza meno è cosa significherà tutto questo a lungo termine. È quel che fa questo Rapporto dell’International Labour Office, presentato a giugno 2024, partendo dalla situazione del lavoro e dei lavoratori non solo di Gaza, ma di tutti i Territori Arabo/Palestinesi Occupati, ossia anche Cisgiordania e Golan. È una situazione di cui non si può avere contezza della portata se non si analizzano i dettagli e i numeri, e questo documento li contiene.</em></p>



<p><em>Veniamo così a sapere, per citare appena alcune realtà fotografate dal Report, che a Gaza il PIL è crollato dell’81% e la disoccupazione è all’89%; che l’80% degli stabilimenti commerciali, industriali e dei servizi è stato danneggiato o distrutto, causando la chiusura delle attività economiche; che la produzione agricola è cessata perché Israele sta “radendo al suolo tutte le strutture, compresi i campi agricoli e le serre, e creando una zona cuscinetto lungo la recinzione di confine tra Israele e Gaza che dovrebbe essere larga fino a un chilometro e occupare circa </em><em>il 16% della superficie dell’enclave”, mentre an</em><em>che pesca e acquacoltura sono crollate perché</em><em> “nessuna imbarcazione nel porto di Gaza è rimasta utilizzabile e le gabbie per la piscicoltura, le attrezzature per la pesca e gli impianti per la produzione di ghiaccio per preservare il pescato sono stati distrutti durante i bombardamenti all’inizio della guerra”: una condizione che ha contribuito alla carestia e all’attuale crisi alimentare.</em></p>



<p><em>Anche in Cisgiordania l’economia e il lavo</em><em>ro sono franati. </em><em>Prima della guerra, 140.000 palestinesi</em><em> della Cisgiordania erano impiegati in Israele e altri 40.000 negli insediamenti israeliani: la maggior parte ha perso il lavoro a causa della chiusura dei valichi di frontiera operata </em><em>da Israele. All’interno della Cisgiordania, Israele</em><em> ha istituito 968 checkpoint temporanei, oltre a quelli permanenti, rendendo impossibile ai palestinesi muoversi tra una città e l’altra, e dunque anche raggiungere il proprio posto di lavoro, e tagliandoli fuori da “almeno </em><em>25.000 acri di pascoli e terreni agricoli”; mentre “nella zona </em><em>H2 di Hebron è stato imposto un coprifuoco</em><em> completo della durata di un mese, durante il quale ai palestinesi è stato impedito di uscire, e ai negozi è stato ordinato di chiudere”. In tutto questo, il numero degli avamposti e degli insediamenti illegali israeliani è aumentato, e “i coloni sono sempre più armati e talvolta indossano uniformi dell’esercito: alcuni sono stati arruolati in battaglioni che prestano servizio vicino ai propri insediamenti, rendendo poco chiaro in quale veste agiscano”.</em></p>



<p><em>In aggiunta, Israele ha unilateralmente e illegalmente aumentato le proprie trattenute da quanto deve mensilmente versare all’Autorità Palestinese per imposte doganali, rendendo impossibile a quest’ultima far fronte alle necessità sociali ed economiche create dalla guerra: “Del </em><em>miliardo di shekel mensili dovuti, l’Autorità Palestinese</em><em> riceve appenao 250 milioni; il solo costo salariale del settore pubblico è stimato in 700 milioni di shekel al mese”.</em></p>



<p><em>Quello che qui traduciamo e pubblichiamo in estratto, è un Rapporto durissimo, com’è giusto che sia vista la situazione che si evidenzia. E che, al di là dei numeri e dei grafici, non dimentica due aspetti fondamentali. Il primo: la crisi economica e del mercato del lavoro non è iniziata il 7 ottobre ma è strutturalmente causata da decenni di Occupazione israeliana; Gaza è soggetta a un blocco di diciassette anni via terra, aria e mare, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti e dai checkpoint che frammentano e rendono impossibile la circolazione dei palestinesi. Il secondo: tra i costi a lungo termine di questa guerra non bisogna trascurare “la prolungata interruzione dell’istruzione e della formazione professionale sia a Gaza che in Cisgiordania e le conseguenti perdite di apprendimento, che imporranno conseguenze durature sui bambini, sulle giovani donne e sugli uomini e sulla società in generale; lunghi periodi di disoccupazione e mancanza di opportunità di accumulo di capitale umano, compresa la formazione professionale sul posto di lavoro, insieme a gravi infortuni in tempo di guerra, malattie e mancanza di cure mediche, nonché il trauma psicologico del conflitto, lasceranno cicatrici durature nella futura capacità produttiva degli individui e delle comunità palestinesi”.</em></p>



<p><em>Noi aggiungiamo una terza considerazione, prendendo a prestito le parole di Ibrahim Souss in </em>Lontano da Gerusalemme<em>, ambientato nel 1948, l’anno della Nakba: “Di nuovo, mi affiorava alla mente l’idea di partire. Ma assumeva una nuova dimensione. Non era più dovuta alla paura, ma a un’altra ragione più urgente, più pressante. Come sopravvivere in condizioni che da due mesi diventavano sempre peggiori, </em><em>mentre i nostri mezzi molto limitati si erano assottigliati</em><em> al massimo e stavano arrivando a un punto critico? L’attività della farmacia che avevo aperto in via Mamilla, a pochi passi da Bab al-Khalil, all’esterno delle mura, andava a rilento da tre mesi, per mancanza di approvvigionamenti. Numerosi prodotti farmaceutici venivano importati, e, causa lo stato di guerra nel quale il Paese era scivolato, procurarseli era diventato sempre più difficile. E poi l’insicurezza era tale da rendere precario qualsiasi commercio. [&#8230;] la Fuga era divenuta tentazione persistente anche perché non sapevamo più come arrivare a fine mese”. Souss rappresenta la vio</em><em>lenza e la paura, le rappresaglie e gli attentati dei</em><em> gruppi terroristici israeliani dell’Irgun e dello Stern – supportati dagli inglesi, ancora presenti in Palestina – ma focalizza anche i coprifuoco, le chiusure imposte alle attività commerciali e i problemi economici causati dall’intera situazione, tra le ragioni che spinsero molti palestinesi a lasciare le proprie case e a non farvi più ritorno. Uno spettro, la Nakba, che sembra essere stato rievocato dal passato nella modalità con cui Israele affronta questa guerra: non solo migliaia di morti e feriti, anche la sistematica distruzione di ogni possibile economia e lavoro a Gaza e Cisgiordania.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-d7e72cd24e09d1c2f670a62cb03c6c2d">Capitolo 1. Una situazione catastrofica</h4>



<p>Questo è stato l’anno più difficile per i lavoratori palestinesi dall’inizio dell’Occupazione nel 1967. [&#8230;] [La] guerra devastante a Gaza ha causato enormi morti e devastazione nei Territori Palestinesi Occupati. I mezzi di sussistenza sono distrutti e il lavoro scarseggia. La disoccupazione è ai massimi storici; da ottobre sono andati perduti più di mezzo milione di posti di lavoro a Gaza e in Cisgiordania. Immensi disagi sono stati inflitti ai lavoratori e ai datori di lavoro palestinesi.</p>



<p>Ma le sofferenze non sono iniziate nell’ottobre del 2023. Piuttosto, la guerra a Gaza e le sue molteplici ricadute in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, hanno drammaticamente accentuato e amplificato le debolezze strutturali di un mercato del lavoro soffocato da decenni di Occupazione. I fattori chiave includono l’espansione dell’attività di insediamento israeliano, la frammentazione spaziale della terra palestinese e le restrizioni imposte dall’Occupazione su movimento, accesso, commercio e finanze pubbliche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoratori di Gaza dentro e sotto le macerie</h4>



<p>Prima di passare alla difficile situazione attualmente vissuta dai lavoratori di Gaza, è istruttivo rivedere la situazione prima dell’ottobre 2023. Soggetta a un blocco di diciassette anni via terra, aria e mare, la maggioranza dei palestinesi nella Striscia sopravviveva già sotto la soglia di povertà prima dell’ultima guerra. Molti hanno sperimentato l’insicurezza alimentare. L’enclave era impantanata in una cronica crisi socioeconomica e umanitaria, aggravata da frequenti escalation militari con Israele. L’accesso a beni, servizi e finanziamenti, nonché alle attività del settore privato, è stato fortemente limitato dal blocco. La disoccupazione era più di tre volte quella della Cisgiordania e nel terzo trimestre del 2023 era pari al 45%. Tra le donne e i giovani era particolarmente elevata. Gli indicatori chiave del mercato del lavoro hanno trasmesso un quadro cupo delle lotte quotidiane per la sussistenza, del collasso e della privazione. Gaza era già in fase di de-sviluppo da molto tempo.</p>



<p>Ora, a più di sei mesi dall’inizio della guerra, Gaza è in gran parte in rovina, con poca parvenza di economia o di mercato del lavoro. Gli intensi bombardamenti e le operazioni di terra israeliani, i pesanti combattimenti tra le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi, l’assedio imposto da Israele che impedisce la fornitura di elettricità e limita l’accesso alle forniture umanitarie, compresa l’acqua, hanno provocato una crisi umanitaria estrema. [&#8230;]</p>



<p>Il prodotto interno lordo (PIL) di Gaza è crollato dell’81% nell’ultimo trimestre del 2023. La distruzione fisica sta colpendo ogni settore dell’economia. Oltre al 62% delle case è stato raso al suolo (a gennaio 2024) e quasi l’80% degli stabilimenti commerciali, industriali e del settore dei servizi è stato danneggiato o distrutto, causando la chiusura delle attività commerciali e un totale sconvolgimento economico. Il settore agricolo è stato colpito in modo simile. All’inizio del 2024 la produzione agricola era praticamente cessata e l’intera popolazione dipendeva dagli aiuti alimentari. Le perdite di produzione economica in tutto il Territorio Palestinese Occupato si stimano pari a quasi 19 milioni di dollari al giorno.</p>



<p>L’attività economica a Gaza si è in gran parte fermata. È difficile ottenere statistiche affidabili, come è stato impossibile, dall’ottobre 2023, raccogliere dati relativi ai sondaggi sulla forza lavoro nell’enclave. Nel dicembre 2023, l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica (PCBS) e l’Autorità Monetaria Palestinese hanno stimato che la disoccupazione fosse salita al 74%. Nel marzo 2024, il nuovo Primo Ministro palestinese, Mohamed Mustafa, ha citato un aumento fino all’89%. La perdita totale di reddito da lavoro a Gaza è stata stimata in 4,1 milioni di dollari al giorno, causata dalla perdita di posti di lavoro, dal pagamento parziale degli stipendi del settore pubblico e dalla riduzione dei redditi dei lavoratori del settore privato.</p>



<p>Pertanto, a Gaza non esiste più un mercato del lavoro funzionante. Si dice che il poco lavoro rimasto sia informale e finalizzato alla sopravvivenza, come il commercio ambulante, e spesso svolto da bambini. Inoltre, tutta l’istruzione e la formazione formale, compresa la formazione professionale, sono state sospese dall’ottobre 2023. Si dice che gli istituti scolastici siano stati sistematicamente presi di mira, al punto che l’intero sistema è crollato. La maggior parte degli edifici scolastici e universitari è stato distrutto o danneggiato o viene utilizzato come rifugio per gli sfollati interni. Centinaia di insegnanti, formatori e docenti universitari sono stati uccisi.</p>



<p>Prima dello scoppio della guerra, circa 20.000 palestinesi di Gaza lavoravano in Israele. Dato l’enorme divario salariale tra Israele e Gaza, hanno contribuito in modo significativo al reddito familiare e alla resilienza finanziaria complessiva dell’enclave. A pochi giorni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, i permessi dei lavoratori di Gaza sono stati revocati dalle autorità israeliane. Migliaia di loro sono stati detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane e rilasciati solo diverse settimane dopo. Ci sono segnalazioni di gravi maltrattamenti, riferite da lavoratori e dai loro rappresentanti, così come da organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali. La maggior parte di questi lavoratori è stata infine rimandata a Gaza, in zona di guerra, con la confisca degli effetti personali. Nell’aprile 2024, migliaia di persone rimanevano ancora in Cisgiordania, rifugiandosi in case private o in centri di accoglienza dell’Autorità Palestinese. Tagliate fuori dalle loro famiglie e comunità, prive di alcun modo significativo per sostenersi, stanno lottando per sopravvivere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cisgiordania: un’economia e un mercato del lavoro in frantumi</h4>



<p>Da quando è scoppiata la guerra a Gaza, la Cisgiordania Occupata è stata all’ombra dell’attenzione internazionale. Tuttavia, è rimasta ben lungi dall’essere al riparo dalle ricadute. Il PIL si è fortemente contratto ed è diminuito del 19% dal terzo al quarto trimestre del 2023. Di conseguenza, e aggravato dal tracollo economico di Gaza, il PIL complessivo nei Territori Palestinesi Occupati è diminuito del 6% nel 2023. Ciò contrasta nettamente con le proiezioni effettuate prima dell’ottobre 2023, che vedevano una crescita del 3%.</p>



<p>Con la sospensione del commercio con Gaza, la chiusura dell’accesso al mercato del lavoro israeliano, l’aumento della violenza dei coloni israeliani e le restrizioni che soffocano le attività economiche, i mezzi di sussistenza in Cisgiordania sono stati compromessi e il mercato del lavoro è in rovina. Molte imprese hanno ridotto l’orario di lavoro e licenziato i lavoratori. I settori più colpiti sono l’edilizia, il turismo e i trasporti. Si stima che alla fine di gennaio 2024, 306.000 posti di lavoro sono stati persi rispetto all’ottobre 2023. Il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato in tre mesi. Allo stesso tempo, la situazione fiscale dell’Autorità Palestinese è in uno stato critico, vacillante sotto le ultime trattenute unilaterali alle entrate operate da Israele. Il calo delle spese domestiche, aziendali e governative si influenzano a vicenda, provocando una spirale discendente di depressione economica.</p>



<p>Di particolare importanza in questo contesto sono le perdite di posti di lavoro subite dai lavoratori palestinesi prima occupati in Israele e negli insediamenti. Il loro numero era aumentato costantemente nel corso degli anni. Prima della guerra, in Israele erano impiegati circa 140.000 lavoratori, un quarto dei quali privi di documenti e senza permesso. Altri 40.000 lavoravano negli insediamenti, spesso in zone industriali vicine alla Linea Verde e alla produzione agricola nella Valle del Giordano. Prima dell’ottobre 2023 circa un quinto della forza lavoro della Cisgiordania lavorava per un datore di lavoro israeliano, con livelli salariali alti più del doppio di quelli della Cisgiordania. Come sottolineato nei precedenti Rapporti del Direttore Generale, le condizioni di lavoro erano spesso inadeguate, l’applicazione dei diritti dei lavoratori era frammentaria, il regime dei permessi di lavoro e le relative pratiche di intermediazione erano abusivi, e l’accesso quotidiano a Israele dei pendolari attraverso i valichi era irto di lunghe e complicate procedure.</p>



<p>La maggior parte di questo lavoro si è interrotto bruscamente dopo il 7 ottobre 2023, quando Israele ha chiuso i suoi valichi di frontiera ai lavoratori palestinesi. Tuttavia, i permessi per i palestinesi della Cisgiordania non sono stati revocati, contrariamente alle misure adottate nei confronti dei lavoratori di Gaza. Il numero esatto di palestinesi che lavora ancora nell’economia israeliana non è chiaro. Gli interlocutori hanno indicato cifre che vanno da 22.000 a 50.000, compresi lavoratori negli insediamenti, lavoratori privi di documenti, e circa 10.000 lavoratori ammessi in Israele con permesso. Alcuni di loro sono impiegati a sostegno dello sforzo bellico di Israele.</p>



<p>Ci sono indicazioni che alcuni decisori israeliani, compresi i datori di lavoro, sarebbero favorevoli al ritorno dei lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro israeliano. Le strategie per sostituirli con lavoratori dell’Asia meridionale o africani, anche attraverso accordi bilaterali con i Paesi di origine, sembrano aver avuto un successo limitato e si sono rivelate costose e burocraticamente complicate.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Approfondimento e accelerazione dell’Occupazione</h4>



<p>L’Occupazione israeliana sta entrando nel suo 58° anno. Si è costantemente approfondita nel corso degli anni e ha subìto un’accelerazione dall’ottobre 2023. Al centro vi sono una rete di insediamenti in espansione e un sistema coercitivo di vincoli fisici e amministrativi a più livelli. Gli insediamenti sui territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale. Quarantaquattro anni fa, la risoluzione adottata alla 66<sup>a</sup> Sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, che è alla base di questo rapporto, esprimeva “profonda preoccupazione per l’intensificazione della politica israeliana degli insediamenti”. All’epoca c’erano circa 100.000 coloni israeliani sparsi in Cisgiordania, Gaza, nel Golan Siriano Occupato e nel Sinai Occupato. Nel 2023 la Cisgiordania ospitava circa 700.000 coloni. Gli insediamenti continuano a essere ampliati.</p>



<p>L’accesso a molte parti della Cisgiordania è stato bloccato dall’ottobre 2023. Ora ci sono più di 750 posti di blocco permanenti, oltre a molti altri temporanei o ‘volanti’. Disconnettono i mercati, limitano severamente la circolazione tra paesi e città palestinesi e costituiscono un grave vincolo per i lavoratori che si recano al lavoro.</p>



<p>La violenza, sia da parte dei coloni armati che dell’esercito israeliano, è una caratteristica di lunga data della vita palestinese in Cisgiordania. Accompagna l’esproprio di terreni, la demolizione di case, la rasatura di terreni agricoli e intense operazioni militari. Ci sono state incursioni quasi quotidiane dell’esercito israeliano nei campi profughi della Cisgiordania. Frequenti raid sono stati condotti anche nei principali centri urbani dell’Area A, come Ramallah, Hebron e Gerico, che, secondo gli Accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il pieno controllo di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Nel 2023, il numero delle vittime palestinesi è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. Un totale di 509 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania. Il ciclo della violenza è continuato senza sosta anche quest’anno.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo spazio politico si è eroso</h4>



<p>Forse non sorprende che in tempi di emergenza e di guerra, le principali iniziative politiche dell’Autorità Palestinese siano entrate in uno stato di ibernazione in termini di pianificazione, legislazione e implementazione. Le principali tra queste sono le riforme della sicurezza sociale, inclusa la creazione di un fondo pensione per i lavoratori del settore privato. Nuovi tentativi di revisione della legge sul lavoro n. 7 del 2000 e della legge palestinese sulla previdenza sociale del 2016, sospesa dal 2019, erano progrediti nell’ottobre 2023, ma sono stati poi sospesi. [&#8230;]</p>



<p>Nel complesso, l’attuazione delle politiche pubbliche richiede stabilità fiscale e prevedibilità finanziaria. Da anni la Palestina non gode di nessuna delle due cose. Soffocate dal ridotto sostegno dei donatori e dalle entrate parzialmente trattenute da Israele, le sue finanze pubbliche erano già diventate insostenibili prima dell’ottobre 2023. Dopo il 7 ottobre le autorità israeliane hanno versato ancora meno. Anche le entrate fiscali nazionali sono crollate. Di conseguenza, lo spazio fiscale si è ridotto fino al punto in cui la spesa pubblica di base non può più essere soddisfatta in modo affidabile. I dipendenti pubblici, per esempio, vengono pagati con notevoli ritardi e attualmente ricevono solo circa i due terzi del loro stipendio. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Capitolo 2. Crisi senza precedenti dell’economia e del mercato del lavoro palestinesi</mark></h4>



<p>I precedenti rapporti del Direttore Generale hanno descritto l’insostenibile situazione economica e del mercato del lavoro a Gaza come risultato del blocco terrestre, marittimo e aereo che dura ormai da diciassette anni. La guerra a Gaza non solo ha causato un immenso tributo di vite umane, ma ha anche imposto un costo economico e sociale senza precedenti in tutti i Territori Palestinesi Occupati. [&#8230;] La guerra ha livellato indiscriminatamente tutta la Striscia: gli uomini d’affari, i lavoratori autonomi e i lavoratori del settore pubblico sono stati tutti ridotti in povertà. Con i capifamiglia morti o feriti, i bambini vagano per le strade chiedendo l’elemosina o lavorando per procurarsi il cibo. Le istituzioni del mercato del lavoro sono state distrutte.</p>



<p>Mentre Gaza è ormai completamente impoverita, anche l’economia della Cisgiordania è stata danneggiata dalle ricadute della guerra. La combinazione del calo della spesa dei consumatori a causa dei licenziamenti e della chiusura nominale del mercato del lavoro israeliano, del calo degli investimenti delle imprese in un ambiente economico instabile, e della mancanza di politiche fiscali anticicliche in un contesto di fragilità fiscale – a sua volta esacerbato dalla politica fiscale unilaterale di Israele che trattiene le entrate che dovrebbe versare all’Autorità Palestinese – sta rafforzando un ciclo di contrazione economica.</p>



<p>Sebbene i costi immediati derivanti dalla guerra per i Territori Palestinesi Occupati siano enormi, anche i costi a lungo termine saranno significativi. La prolungata interruzione dell’istruzione e della formazione professionale sia a Gaza che in Cisgiordania e le conseguenti perdite di apprendimento, imporranno conseguenze durature sui bambini, sulle giovani donne e sugli uomini e sulla società in generale. Lunghi periodi di disoccupazione e mancanza di opportunità di accumulo di capitale umano, compresa la formazione professionale sul posto di lavoro, insieme a gravi infortuni in tempo di guerra, malattie e mancanza di cure mediche, nonché il trauma psicologico del conflitto, lasceranno cicatrici durature nella futura capacità produttiva degli individui e delle comunità palestinesi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sviluppi economici: collasso dell’economia di Gaza, scosse in Cisgiordania</h4>



<p>Per più di mezzo secolo, l’economia palestinese non è stata in grado di realizzare il suo pieno potenziale a causa del complesso sistema di restrizioni e ostacoli alla circolazione delle merci e delle persone imposto da Israele a partire dal 1967. Tali restrizioni sono diventate più rigorose nei primi anni ‘90 e sono diventate particolarmente dure a Gaza dal 2007, quando Israele ha imposto un blocco a seguito della vittoria di Hamas nella Striscia. Nel corso dei decenni, il blocco e le restrizioni hanno portato alla deindustrializzazione e al de-sviluppo di Gaza.</p>



<p>In un tale contesto, nel 2023 l’economia palestinese stava recuperando il terreno perduto a causa della crisi del Covid-19, quando è scoppiata la guerra, i cui risultati sono stati, e continuano a essere, catastrofici. Nei tre trimestri precedenti al 7 ottobre 2023, la crescita trimestrale del PIL è stata in media del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL è crollato di quasi un terzo (figura 2.1.A). Il declino è stato guidato da Gaza, dove è crollato dell’81,3% rispetto al 18,8% della Cisgiordania. Su base annuale, lo shock della guerra ha portato i livelli di attività economica nei Territori Palestinesi Occupati al 93,3% del livello pre-pandemia (2019). A Gaza la guerra ha spazzato via non solo tutti i guadagni ottenuti durante la ripresa dalla pandemia ma anche molto di più, tanto che i livelli del PIL nel 2023 erano meno di tre quarti del livello pre-pandemia.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="274" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-1.jpg" alt="" class="wp-image-9525" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-1-300x137.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Il tenore di vita a Gaza è al livello più basso da quando sono iniziate le registrazioni nel 1994</h4>



<p>Il PIL pro capite in Cisgiordania è diminuito del 4,5% nel 2023. A Gaza è diminuito di un quarto, scendendo a meno di 1.000 dollari, il livello più basso dal 1994, quando è stata istituita l’Autorità Palestinese (figura 2.2). Nel 2023 il PIL pro capite a Gaza era pari al 40% del livello di trent’anni prima. Mentre nel 1994 gli standard di vita in Cisgiordania e a Gaza erano quasi gli stessi, da allora il divario tra le due zone è aumentato. Nel 2006, l’anno prima dell’inizio del blocco israeliano, il PIL pro capite di Gaza era pari al 68% di quello della Cisgiordania. Nel 2023 era solo del 22%, il divario più ampio mai registrato.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="460" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-2.jpg" alt="" class="wp-image-9526" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-2-300x230.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Attività economiche limitate a Gaza in condizioni estremamente pericolose</h4>



<p>Nel quarto trimestre del 2023, tutti i settori economici dei Territori Palestinesi Occupati hanno registrato forti flessioni rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (figura 2.3). A Gaza, tutti i settori, a eccezione degli “Altri servizi”, sono crollati di oltre il 90% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. [&#8230;]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="415" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-3.jpg" alt="" class="wp-image-9527" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-3-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>Ospedali e strutture sanitarie vengono regolarmente attaccati e danneggiati dalla campagna militare di Israele. All’inizio di aprile 2024, solo il 30% circa delle strutture sanitarie primarie era funzionante e 26 ospedali erano fuori servizio, mentre solo 10 funzionavano parzialmente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Al-Shifa Medical Complex, il più grande ospedale di Gaza, è stato completamente distrutto, “strappando il cuore” del sistema sanitario dell’enclave.</p>



<p>Le attività di assistenza sociale sono appesantite dai bassi livelli di camion carichi di aiuti umanitari ammessi a Gaza. Prima dell’attuale guerra, ogni giorno lavorativo entravano nella Striscia una media di 500 camion carichi di merci, compreso il carburante, il che di per sé era ampiamente insufficiente. Nonostante le urgenti necessità create dalla catastrofe umanitaria, il numero di camion carichi autorizzati a entrare a Gaza si è ridotto considerevolmente; il numero cumulativo di camion che sono entrati dall’inizio delle ostilità fino alla fine di marzo 2024 è inferiore al 30% del numero cumulativo che sarebbe entrato al ritmo pre-bellico (figura 2.4). [&#8230;]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="396" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-4.jpg" alt="" class="wp-image-9528" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-4-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">È emersa un’economia del baratto</h4>



<p>La missione è stata informata che la mancanza di accesso agli aiuti umanitari, la conseguente carenza di beni di prima necessità e la debilitante ondata di devastazione a Gaza, inclusa la distruzione della maggior parte delle banche e dei bancomat, hanno portato a una crisi di liquidità che ha dato origine a una nuova realtà economica: un’economia del baratto. I palestinesi di Gaza si sono rivolti al baratto come mezzo di sopravvivenza, scambiando beni e servizi non con valuta, ma con altri beni o favori. Gli effetti personali e gli aiuti umanitari vengono venduti come cibo. I bambini sono spesso coinvolti in queste attività di baratto per sostenere le famiglie. Ai pochissimi sportelli bancomat ancora in funzione, le code per il prelievo di contanti possono durare diversi giorni e spesso portare a transazioni senza successo. Le persone hanno fatto ricorso a mezzi alternativi per ottenere denaro che comportano commissioni elevate.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Decimazione del settore privato a Gaza</h4>



<p>A Gaza, le attività del settore privato sono crollate. Si stima che nei primi quattro mesi di guerra il loro valore di produzione sia crollato dell’85,8% rispetto a una linea di base senza guerra, equivalente a perdite per 810 milioni di dollari o 6,7 milioni al giorno (figura 2.5.A ). L’indice del ciclo economico dell’Autorità Monetaria Palestinese dipinge un quadro simile: stallo completo a Gaza (figura 2.5.B). [&#8230;]</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="265" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-5.jpg" alt="" class="wp-image-9529" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-5-300x133.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>Con la maggior parte dei beni e delle infrastrutture rilevanti per il settore agricolo danneggiati o distrutti, la produzione vegetale e animale è praticamente cessata. La distruzione dell’agricoltura è stata particolarmente grave nella parte settentrionale della Striscia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una zona cuscinetto ampliata ridurrà ulteriormente i terreni agricoli di Gaza</h4>



<p>Gran parte dei limitati terreni agricoli di Gaza si trovano vicino alla recinzione perimetrale con Israele, in parte perché la terra è scarsa nell’enclave e gli agricoltori si sono presi il rischio di coltivare vicino alla recinzione per sostenere la sussistenza. Molto prima dell’attuale guerra, le autorità israeliane avevano imposto una zona cuscinetto che vietava ai palestinesi di Gaza di avvicinarsi a più di 300 metri dalla recinzione, ma agli agricoltori era stato consentito lavorare fino a 100 metri dalla recinzione. Gli interlocutori hanno informato la missione che, in linea con quanto riferito dai media, le autorità israeliane stanno ora radendo al suolo tutte le strutture, compresi i campi agricoli e le serre, e creando una zona cuscinetto lungo la recinzione di confine tra Israele e Gaza che dovrebbe essere larga fino a un chilometro e occupare circa il 16% della superficie dell’enclave. Alla fine di febbraio 2024, le immagini satellitari indicavano che il 90% degli edifici della zona erano stati danneggiati o distrutti. Si prevede che l’espansione della zona cuscinetto ridurrà sostanzialmente l’area della Striscia, compresa in particolare la quantità di terreni agricoli disponibili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Livelli catastrofici di fame nel nord di Gaza</h4>



<p>Il danno ai terreni agricoli e l’incapacità degli agricoltori sfollati di accedere alle loro fattorie e ai campi, insieme agli aiuti umanitari limitati che possono entrare a Gaza, stanno portando a condizioni simili alla carestia, mentre i prezzi dei beni agricoli e del cibo sono saliti alle stelle. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prezzi esorbitanti a Gaza</h4>



<p>La mancanza di prodotti agricoli e alimentari ha fatto lievitare i prezzi a livelli esorbitanti. Nel febbraio 2024, un chilogrammo di zucchero bianco costava in media 47,33 shekel (circa 12 dollari USA), 9,6 volte superiore al prezzo di 4,92 shekel in Cisgiordania. Un cartone di uova a Gaza costava in media 100 shekel (circa 27 dollari), più di cinque volte il prezzo medio in Cisgiordania (19,71 shekel). Di conseguenza, l’indice dei prezzi al consumo a Gaza è salito ai massimi storici (figura 2.6). In Cisgiordania i prezzi sono rimasti più stabili; ciononostante, come osservato nel Rapporto del Direttore Generale dello scorso anno, l’inflazione prima della guerra era già al livello più alto degli ultimi dieci anni e, senza che l’Autorità Palestinese avesse gli strumenti di politica monetaria per affrontarla, i lavoratori palestinesi stavano lottando in una crisi del costo della vita segnata dall’erosione dei salari reali.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="409" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-6.jpg" alt="" class="wp-image-9530" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/ILO-Palestina-88-6-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Il settore privato vacilla in Cisgiordania</h4>



<p>Le ripercussioni della guerra a Gaza si sono estese alla Cisgiordania. Lì il PIL è diminuito guidato dal settore manifatturiero e delle costruzioni, entrambi in calo di oltre un quarto (vedi figura 2.3). Le attività finanziarie e assicurative hanno subìto l’impatto minore, registrando un calo del 7,2%. Si stima che il valore della produzione del settore privato in Cisgiordania tra il 7 ottobre 2023 e la fine di gennaio 2024 sia diminuito di oltre un quarto (26,9%) rispetto al livello di riferimento senza guerra, equivalente a perdite di quasi 1,5 miliardi di dollari USA, ovvero 12,4 milioni di dollari al giorno (vedere figura 2.5.A). Le micro, piccole e medie imprese hanno sopportato il peso maggiore degli impatti.</p>



<p>Dietro queste perdite di produzione si celano numerosi fattori. In primo luogo, la missione è stata informata che prima della guerra, il 30% della produzione industriale in Cisgiordania era destinata a Gaza, che ora si è fermata completamente. In secondo luogo, il numero di posti di blocco e barriere in Cisgiordania è aumentato considerevolmente, scollegando i mercati e isolando completamente alcuni villaggi, ed è aumentato considerevolmente anche il numero di incursioni militari israeliane. Queste restrizioni alla circolazione, che causano deviazioni e tempi di viaggio lunghi e incerti, insieme a un ambiente insicuro e teso, stanno portando a un calo significativo della mobilità, riducendo così la domanda. Di conseguenza, il commercio interno e il settore del turismo, compreso quello di Betlemme, dove i tassi di occupazione degli alberghi erano tristemente bassi, sono stati tra i più colpiti. In terzo luogo, i lavoratori non sono stati in grado di raggiungere i propri luoghi di lavoro a causa delle restrizioni più severe, portando a una riduzione della produzione. In quarto luogo, il potere d’acquisto in Cisgiordania è diminuito considerevolmente, a causa del fatto che molti lavoratori che lavoravano in Israele e negli insediamenti sono rimasti senza reddito per sei mesi all’inizio di aprile 2024, e che i lavoratori del settore pubblico ricevono solo salari parziali. Gli acquisti in Cisgiordania da parte degli arabo-israeliani, che in precedenza rappresentavano quote importanti delle vendite in alcuni settori e località, hanno subìto una significativa contrazione, con un ulteriore impatto negativo sul potere d’acquisto. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le clearance revenues sono crollate, portando a una situazione fiscale insostenibile per l’Autorità Palestinese</h4>



<p>Le finanze pubbliche dell’Autorità Palestinese erano fragili già prima della guerra. I precedenti rapporti del Direttore Generale sottolineavano i cambiamenti frequenti, opachi e unilaterali da parte dell’autorità israeliana alla trattenuta mensile operata sulle entrate doganali da trasferire all’Autorità Palestinese. Poiché quelle derivanti dallo sdoganamento rappresentano due terzi delle entrate dell’Autorità Palestinese, tali detrazioni unilaterali non solo hanno complicato l’amministrazione quotidiana delle finanze pubbliche, ma hanno anche costretto l’Autorità Palestinese a concentrarsi sui bisogni immediati a scapito degli investimenti nello sviluppo a lungo termine.</p>



<p>Prima della guerra, le autorità israeliane trattenevano un importo equivalente a quello che, a loro avviso, l’Autorità Palestinese stava fornendo alle famiglie dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e a quelli uccisi a causa della violenza, oltre ad altre trattenute (circa 150 milioni di shekel al mese). In seguito allo scoppio della guerra a Gaza, Israele ha anche iniziato a ridurre l’equivalente dei fondi dell’Autorità Palestinese stanziati per Gaza, stimati in 600 milioni di shekel al mese (circa 165 milioni di dollari). In risposta, l’Autorità Palestinese ha rifiutato di accettare qualsiasi trasferimento di entrate. Alla fine di febbraio è stato stipulato un accordo con il governo norvegese affinché fungesse da intermediario per gli importi relativi a Gaza, cosa che ha permesso all’Autorità Palestinese di ricevere almeno l’importo rimanente dopo le detrazioni israeliane. L’importo detratto come equivalente dei fondi stanziati per Gaza sarà trattenuto dalla Norvegia fino a quando tutte le parti non accetteranno il loro rilascio. La somma che effettivamente riceve l’Autorità Palestinese al netto delle detrazioni è però deplorevolmente inadeguata: del miliardo di shekel mensili dovuti, la missione è stata informata che l’Autorità Palestinese riceve solo circa un quarto, cioè circa 250 milioni di shekel. Allo stesso tempo, il solo costo salariale del settore pubblico, sulla base degli impegni, è stimato in 700 milioni di shekel al mese. [&#8230;]</p>



<p>Non è chiaro per quanto tempo ancora l’Autorità Palestinese potrà continuare a operare senza un contesto sostenibile e prevedibile e senza un aumento significativo delle sovvenzioni dei donatori. Il sostegno al bilancio è diminuito drasticamente negli ultimi quindici anni: è sceso da 2 miliardi di dollari nel 2008 a 250 milioni di dollari nel 2022. L’interazione tra il calo della spesa pubblica, quello degli investimenti delle imprese e della domanda dei consumatori, sta perpetuando una traiettoria discendente dell’attività economica. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cisgiordania: ancora un altro shock</h4>



<p>[&#8230;] L’occupazione totale dei palestinesi della Cisgiordania nel quarto trimestre del 2023, che tiene conto delle ricadute della guerra a Gaza, è diminuita del 23,8% (o di 207.000 unità) rispetto al trimestre precedente, a causa della disoccupazione dei lavoratori o dell’uscita dal mondo del lavoro. [&#8230;]</p>



<p>L’occupazione informale spesso funge da cuscinetto e quindi spesso aumenta durante i periodi di difficoltà. Durante questo shock del mercato del lavoro, tuttavia, l’incidenza dell’occupazione informale tra i palestinesi in Cisgiordania è effettivamente diminuita, scendendo al 44,8% nel quarto trimestre del 2023, dal 49,6% del trimestre precedente. La perdita di posti di lavoro in Israele e negli insediamenti spiega ancora una volta questo risultato controintuitivo. Appena prima della guerra, il 50,2% dei palestinesi impiegati in Israele e negli insediamenti era occupato in modo informale, e poiché questo gruppo di lavoratori è diventato disoccupato o inattivo, la percentuale di lavoro informale è diminuita. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Capitolo 3. I diritti dei lavoratori devastati dall’Occupazione e dalla guerra</mark></h4>



<p>Per molti anni, il Direttore Generale ha sottolineato le conseguenze negative dell’Occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e di Gaza, sui diritti sociali ed economici dei lavoratori palestinesi dei Territori Occupati. Quest’anno, mentre la spirale di violenza e la guerra tra Israele e Hamas hanno ulteriormente radicato l’Occupazione, nuove sfide si sono aggiunte a quelle persistenti. Le conseguenze negative hanno devastato i diritti dei lavoratori, compresi quelli stabiliti dalle norme internazionali sul lavoro. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">I meccanismi dell’Occupazione: espansione degli insediamenti ed esplosione di violenza</h4>



<p>Secondo il diritto internazionale, in quanto potenza occupante, Israele ha l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali degli individui. Nell’adempiere alle proprie responsabilità nei confronti della popolazione del territorio occupato, è vincolata dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, compreso il diritto internazionale consuetudinario, e dai trattati che ha ratificato. In particolare, l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta il trasferimento da parte della potenza occupante dei propri cittadini nel territorio da essa occupato. La risoluzione della Conferenza del 1980 riconosceva le conseguenze economiche e sociali degli insediamenti sui diritti dei lavoratori palestinesi.</p>



<p>Nonostante l’illegalità dell’attività di insediamento nei territori occupati ai sensi del diritto internazionale, l’espansione degli insediamenti non solo è continuata, ma si è intensificata durante lo scorso anno. Nel 2023, negli insediamenti della Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, sono state promosse un numero record di 12.349 unità abitative; sono stati istituiti un numero record di 26 nuovi avamposti, illegali sia secondo la legge internazionale che secondo quella israeliana (gli avamposti sono insediamenti satelliti più piccoli eretti su terreni di proprietà privata dei palestinesi ma conquistati con la forza dai coloni israeliani; in pratica, sono l’inizio di un insediamento); ed è stata avanzata la legalizzazione retroattiva di 15 avamposti. Nel 2022, in confronto, sono state promosse 4.427 unità e sono stati istituiti 5 nuovi avamposti. Nel 2023 è stato raggiunto uno sfortunato record anche per quanto riguarda la demolizione di edifici palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, da parte delle autorità israeliane: 1.177 strutture sono state demolite, sfollando oltre 2.000 palestinesi, il numero più alto da quando l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha iniziato a tenere i registri nel 2009. Nel 2022 si sono verificate 954 demolizioni e 1.032 sfollamenti.</p>



<p>Nei tre mesi successivi alla dichiarazione di guerra di Israele contro Hamas, si è verificato un “aumento senza precedenti delle attività degli insediamenti” in Cisgiordania, compreso il sostegno infrastrutturale agli avamposti e agli insediamenti. Questa impennata è continuata nel 2024. Secondo quanto riferito, progetti che comprendevano migliaia di unità abitative sono stati approvati o portati avanti a Gerusalemme Est nei sei mesi successivi all’inizio della guerra a Gaza. Alla fine di marzo, il 2024 era già l’anno con il maggior numero di ettari di terra palestinese dichiarati ‘terra statale’, e quindi non più disponibili per i palestinesi, con il doppio del precedente massimo del 1999. Delle 21 comunità palestinesi sfollate in totale nel 2023, 16 spostamenti si sono verificati tra ottobre e dicembre. Oltre la metà delle 31 case di proprietà palestinese demolite per motivi punitivi nel 2023, a seguito di presunti attacchi contro israeliani compiuti da familiari, sono state demolite tra ottobre e dicembre. Le punizioni collettive e gli spostamenti forzati di civili sono vietati dal diritto internazionale.</p>



<p>Ci sono nuovi record dolorosi per il numero di persone uccise o ferite nell’ultimo anno a causa della violenza. Nel corso del 2023, 509 palestinesi sono stati uccisi e 13.021 sono rimasti feriti in Cisgiordania nel contesto dell’occupazione e del conflitto, superando le cifre del 2022, che erano state le più alte da quando l’OCHA ha iniziato a tenere registri nel 2008. Anche gli incidenti mortali tra gli israeliani in Cisgiordania hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2023: 30 israeliani uccisi e 185 feriti. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Diritti dei lavoratori a Gaza: guerra e necessità umanitarie</h4>



<p>L’anno scorso, il Direttore Generale ha riferito che il profondo bisogno dei lavoratori palestinesi a Gaza, generato dal blocco terrestre, marittimo e aereo di lunga durata, li rendeva vulnerabili allo sfruttamento, tanto che spesso accettavano di lavorare per salari molto più bassi rispetto al minimo legale, per orari di lavoro più lunghi e senza benefici di sicurezza sociale o rispetto degli standard di sicurezza e salute sul lavoro. Da allora tale necessità è stata amplificata dallo scoppio della guerra e dall’imposizione di un assedio completo.</p>



<p>Gli interlocutori di Gaza hanno segnalato la diffusa distruzione dei posti di lavoro e lo sfollamento di massa dei membri dell’ILO. Sia i lavoratori che i datori di lavoro hanno affermato di non avere altra alternativa se non quella di trascorrere le loro giornate alla ricerca di cibo e acqua per le famiglie. I datori di lavoro rifugiati a Rafah hanno spiegato che le fabbriche, i magazzini e le attrezzature che avevano lasciato sono state spesso distrutte dai bombardamenti. Il Ministero per gli Affari Femminili ha dichiarato che oltre il 90% delle imprese che impiegano donne sono state chiuse o distrutte nella Striscia di Gaza. I progetti sostenuti dal Fondo palestinese per l’occupazione sono stati sospesi a causa della distruzione dei beni, della mancanza di elettricità e delle condizioni di grande bisogno personale. [&#8230;] I pochi lavoratori rimasti con un impiego formale, incapaci di svolgere le loro normali funzioni, lavorano in condizioni estremamente difficili fornendo servizi di base e distribuendo aiuti. Le equipe mediche, come quelle gestite dalla Palestine Medical Relief Society, hanno lavorato sotto notevole minaccia individuale e in condizioni difficili, anche all’interno di tende.</p>



<p>La conseguente regressione quasi completa al lavoro informale o non retribuito ha avuto un enorme impatto sui diritti dei lavoratori di Gaza, compresi i principi fondamentali. I deficit nella libertà di associazione che erano evidenti prima della guerra sono stati amplificati. Un movimento sindacale veramente libero e indipendente non può svilupparsi in un clima di violenza e incertezza. [&#8230;]</p>



<p>Le operazioni e gli scontri terrestri, marittimi e aerei hanno decimato l’agricoltura e la pesca di Gaza. [&#8230;] La missione è stata informata di numerosi incidenti in cui, anche prima dell’ottobre 2023, i pescatori sono stati inseguiti, detenuti e presi di mira da colpi di arma da fuoco dalle forze di sicurezza israeliane, mentre le loro barche e attrezzature sono state sequestrate o danneggiate. Dall’inizio della guerra, sono state imposte restrizioni totali all’accesso al mare. Con la maggior parte delle risorse e infrastrutture rilevanti per il settore agricolo danneggiate o distrutte, la produzione vegetale e animale è praticamente cessata. Un gran numero di serre, pozzi, fienili, magazzini agricoli, ricoveri per animali e intere aziende agricole sono state danneggiate o distrutte. Gli edifici agricoli ancora in piedi sono solitamente abitati da persone disperate. Si stima che fino al 70% del bestiame a Gaza sia stato ucciso o macellato prematuramente per soddisfare le esigenze alimentari immediate. La missione è stata informata che nessuna imbarcazione nel porto di Gaza è rimasta utilizzabile e che le gabbie per la piscicoltura, le attrezzature per la pesca e gli impianti per la produzione di ghiaccio per preservare il pescato sono stati distrutti durante i bombardamenti all’inizio della guerra. La pesca e l’acquacoltura sono crollate. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Diritti dei lavoratori in Cisgiordania: l’impatto dell’espansione degli insediamenti e le restrizioni alla circolazione</h4>



<p>Gli eventi di Gaza si sono riverberati in tutto il Territorio Palestinese Occupato e in Israele, incidendo sui diritti dei lavoratori della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. La missione ha ricevuto dichiarazioni da numerosi interlocutori che evidenziano un aumento delle restrizioni alla circolazione, della violenza associata all’occupazione e dell’ineguale applicazione delle regole. L’interazione tra questi elementi ha continuato a incidere sui diritti dei lavoratori.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Restrizioni fisiche e burocratiche alla circolazione</h4>



<p>Nel corso del 2023, le autorità israeliane hanno implementato severe restrizioni alla circolazione all’interno e tra quasi tutte le città e i villaggi palestinesi della Cisgiordania. Ad agosto, l’OCHA ha documentato oltre 600 ostacoli fisici. Molti posti di blocco precedentemente chiusi o privi di personale sono stati ripristinati e si è verificato un aumento del loro numero e di soldati presenti in tutta la Cisgiordania.</p>



<p>Dall’inizio di ottobre, le forze di sicurezza israeliane hanno implementato ulteriori restrizioni all’accesso e al movimento e hanno modificato lo status degli ostacoli preesistenti. Le strade che collegano i quartieri palestinesi che si trovano al di fuori della barriera di separazione con il resto di Gerusalemme Est sono state chiuse completamente o parzialmente per alcune settimane. Le ONG palestinesi hanno stimato che all’inizio del 2024 sono stati istituiti 968 checkpoint temporanei all’interno e tra i villaggi della Cisgiordania, oltre ai checkpoint permanenti. Da quando è iniziata la guerra, ai palestinesi è stato impedito l’accesso a un numero crescente di strade della Cisgiordania che collegano gli insediamenti tra loro e ai centri urbani israeliani.</p>



<p>Di conseguenza, l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro, compresi i terreni agricoli nella “zona di giunzione”, è stato sconvolto e mercati e centri abitati sono stati isolati gli uni dagli altri. Una ONG israeliana ha stimato che i palestinesi sono stati tagliati fuori da almeno 25.000 acri di pascoli e terreni agricoli dal 7 ottobre 2023. Sei mesi dopo l’inizio della guerra, quasi tutti i comuni palestinesi hanno alcune, o addirittura molte, strade di accesso ancora sigillate. Le restrizioni all’accesso hanno impedito la raccolta agricola nella zona di giunzione, nell’area confinante con la barriera di separazione e nelle aree vicine agli insediamenti. Nella zona H2 di Hebron è stato imposto un coprifuoco completo della durata di un mese, durante il quale ai palestinesi è stato impedito di uscire e ai negozi è stato ordinato di chiudere. Nel villaggio palestinese di Huwara, tutte le stazioni di servizio, i panifici, le banche e i negozi sono stati chiusi per ordine militare israeliano, e l’accesso ad alcune strade è stato limitato, così che i viaggi che duravano pochi minuti ora durano molte ore.</p>



<p>In quasi ogni incontro con gli interlocutori con sede in Cisgiordania, la missione è stata informata che le crescenti e imprevedibili restrizioni alla circolazione impedivano ai lavoratori di accedere ai loro luoghi di lavoro. Tali restrizioni hanno fatto sì che circa 67.000 lavoratori impiegati in governatorati al di fuori del loro luogo di residenza non siano più in grado di raggiungere i rispettivi posti di lavoro.</p>



<p>Tra questi figura anche il personale nazionale dell’ILO, per la maggior parte impossibilitato a viaggiare tra Gerusalemme e il resto della Cisgiordania. Si dice che alcuni palestinesi che precedentemente vivevano nella Cisgiordania settentrionale ma che lavoravano a Ramallah, si siano trasferiti al campo profughi di Jalazone per evitare il tragitto prolungato. Le donne in Cisgiordania si sono sentite particolarmente vulnerabili ai posti di blocco. I datori di lavoro hanno spiegato che non potevano prevedere quanti lavoratori sarebbero stati in grado di andare al lavoro in un dato giorno; che, di fronte a lunghi ritardi ai posti di blocco, i camionisti spesso non erano disposti a trasportare i prodotti o applicavano prezzi molto gonfiati; e che i clienti non potevano accedere alle imprese commerciali e turistiche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Impatto della violenza sul lavoro e sui mezzi di sussistenza</h4>



<p>Un clima di violenza in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, ha seriamente ostacolato per molti anni l’attuazione dei diritti dei lavoratori. L’ondata di violenza nel 2023 da parte sia delle forze di sicurezza israeliane che dei coloni si è ulteriormente accelerata dopo il 7 ottobre. La missione è stata informata che durante il 2023 ci sono state 11.745 incursioni militari in Cisgiordania, per un totale di 32 incursioni al giorno. Oltre 1.000 sono state fatte nei campi profughi, inclusa una vasta operazione nel campo profughi di Jenin a luglio, che ha comportato molteplici attacchi di droni e più di 1.000 soldati di terra.</p>



<p>La violenza dei coloni è in aumento in Cisgiordania da molti anni, culminando in una media di tre incidenti al giorno legati ai coloni nei primi otto mesi del 2023, rispetto a una media di due al giorno nel 2022 e uno al giorno nell’anno prima. Dal 7 ottobre 2023, i coloni israeliani sono sempre più armati e talvolta indossano uniformi dell’esercito. I coloni sono stati arruolati in battaglioni che prestano servizio vicino ai propri insediamenti, rendendo poco chiaro in quale veste agiscano. Circa 7.000 armi sono state distribuite ai battaglioni e ai coloni civili selezionati. Ci sono stati più di 700 episodi di violenza da parte dei coloni tra ottobre 2023 e la fine di marzo 2024, tra cui casi di coloni che hanno appiccato fuoco a bancarelle di verdure e rifugi per animali beduini, lanciato pietre contro pastori e ucciso o confiscato bestiame. I coloni vengono raramente perseguiti per aver ucciso palestinesi in Cisgiordania.</p>



<p>L’aumento della violenza ha decimato il raccolto di olive del 2023, provocando la perdita di olio d’oliva per un valore di 10 milioni di dollari. In oltre 100 casi legati al raccolto, i coloni hanno attaccato i palestinesi, danneggiato gli ulivi o rubato raccolti e attrezzi. I contadini sono stati picchiati e i raccolti e le case sono state date alle fiamme. Nel mese di ottobre, un lavoratore palestinese di 29 anni è stato ucciso da un colono mentre raccoglieva le olive vicino a Nablus. In almeno 38 occasioni, le forze israeliane hanno accompagnato gli aggressori o gli aggressori indossavano uniformi militari.</p>



<p>Gerusalemme Est è da tempo un punto critico di conflitto, con il timore che la violenza possa incidere sui diritti dei lavoratori. Nel difficile contesto successivo al 7 ottobre 2023, molti palestinesi sono stati cauti nei confronti dei viaggi verso i propri posti di lavoro a Gerusalemme Est, e negozi e piccole imprese hanno chiuso. Le società di trasporto pubblico hanno riferito che solo il 40% degli autisti di Gerusalemme Est lavorava, a causa di un’ondata di ostilità e di casi di minacce e violenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Applicazione diseguale delle regole</h4>



<p>Per diversi anni, i Rapporti del Direttore Generale hanno osservato che il modo in cui le regole e le leggi vengono applicate in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, discrimina sistematicamente i palestinesi. Per esempio, i benefici e gli incentivi offerti ai coloni in Cisgiordania non sono disponibili per i loro vicini palestinesi; solo l’1% del territorio nell’Area C e il 13% del territorio a Gerusalemme Est sono destinati alla costruzione di infrastrutture per i palestinesi; e la sofisticata infrastruttura che sostiene gli insediamenti comprende una rete di strade, alcune delle quali sono accessibili solo agli israeliani e a coloro che hanno permessi militari israeliani.</p>



<p>Nel corso del 2023, le pratiche discriminatorie in relazione all’uso dell’acqua hanno avuto implicazioni per l’agricoltura e le imprese. Mentre quasi tutti i coloni israeliani usufruiscono quotidianamente dell’acqua corrente, solo il 36% dei palestinesi che vive in Cisgiordania ne usufruisce. Le autorità israeliane hanno demolito tra gennaio e luglio 2023 quasi lo stesso numero di installazioni idriche palestinesi che avevano demolito in tutto il 2022. Nell’agosto 2023, la compagnia idrica nazionale israeliana ha spiegato un’interruzione di due mesi della fornitura idrica a Betlemme come problema tecnico, ma gli insediamenti israeliani vicini avevano un approvvigionamento idrico continuo.</p>



<p>Un altro esempio di disparità di trattamento di lunga data riguarda la disponibilità di permessi per strutture in Cisgiordania. Due terzi di tutte le demolizioni di strutture di proprietà palestinese autorizzate dallo Stato in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono state attribuite alla mancanza di permessi rilasciati da Israele, che sono quasi impossibili da ottenere per i palestinesi.</p>



<p>La missione rileva che, al contrario, recentemente sono state adottate misure per legalizzare una serie di avamposti israeliani illegali anziché sottoporli a ordini di demolizione forzata. Quasi la metà delle strutture di proprietà palestinese demolite dalle autorità israeliane nel 2023 erano state utilizzate per l’agricoltura o per altri scopi di sostentamento. L’impossibilità di ottenere permessi per la costruzione ha avuto un impatto particolarmente grave sulle comunità agricole della Valle del Giordano, dove l’agricoltura è limitata senza il ricorso a tecniche moderne. Rappresentanti di Oxfam hanno informato la missione che le infrastrutture di irrigazione finanziate dai donatori sono state distrutte in una comunità agricola della Valle del Giordano che la missione aveva visitato in precedenza. Allo stesso modo, la ONG israeliana Legal Aid for Palestines ha intentato azioni legali in relazione alla confisca da parte delle forze di sicurezza israeliane di attrezzature agricole come trattori e camion, per le quali non erano state seguite le norme militari. Sono stati segnalati anche casi di bestiame confiscato a pastori palestinesi, ai quali è stato richiesto di pagare una tassa illegale per la loro restituzione.</p>



<p>Un altro esempio duraturo di applicazione ineguale delle leggi riguarda la proprietà degli edifici a Gerusalemme Est. Ai sensi della Legge sulle questioni legali e amministrative del 1970, gli israeliani possono rivendicare il possesso delle proprietà a Gerusalemme Est perse nel 1948, ma la legge non è stata applicata ai proprietari terrieri palestinesi che hanno perduto proprietà nelle stesse circostanze a Gerusalemme Ovest. Nell’aprile 2024, dopo aver ritardato in precedenza il loro sfratto, la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso di una famiglia palestinese contro una precedente decisione di sfrattarli dalla loro proprietà a Silwan a Gerusalemme Est ai sensi di questa legge.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro israeliano: l’impatto della guerra contro Hamas sui diritti dei lavoratori palestinesi</h4>



<p>La questione dei palestinesi che lavorano nel mercato del lavoro israeliano è stata nuovamente sollevata in quasi tutti gli incontri della missione, anche se quest’anno si è trattato di constatare l’impatto debilitante della decisione israeliana di chiudere il proprio mercato del lavoro ai palestinesi. Circa 177.000 palestinesi della Cisgiordania e di Gaza avevano lavorato in Israele e negli insediamenti appena prima della guerra a Gaza, sia con permessi di lavoro, sia con altri permessi di ingresso, o essendo entrati illegalmente. Sei mesi dopo, solo una frazione di quel numero lavora ancora in Israele.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dopo il 7 ottobre 2023: lavoratori palestinesi di Gaza</h4>



<p>In un fine settimana al termine di un periodo di festività ebraiche, circa 13.000 palestinesi di Gaza si trovavano in Israele al momento del devastante attacco di Hamas e dello scoppio della guerra il 7 ottobre 2023. Questi lavoratori erano entrati legalmente nei giorni o nelle settimane precedenti, per motivi di lavoro, esigenze economiche o altri permessi di ingresso, pronti per l’inizio della settimana lavorativa del giorno successivo. Il 10 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno revocato tutti i permessi che consentivano ai palestinesi di Gaza di lavorare legalmente in Israele. Di conseguenza, i 13.000 lavoratori palestinesi provenienti da Gaza sono divenuti immigrati clandestini.</p>



<p>Nei giorni successivi, le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato arbitrariamente un numero imprecisato, stimato intorno ai 4.000, di questi lavoratori. La missione ha parlato con alcuni di loro, i cui resoconti coincidono con quanto riportato da diverse ONG internazionali, palestinesi e israeliane. Hanno descritto inquietanti abusi fisici e psicologici e condizioni di sovraffollamento. Perquisiti, bendati e ammanettati, hanno ricevuto limitato cibo e accesso ai servizi igienici. Sottoposti a lunghi interrogatori e negato loro il parere legale, dopo circa 20 giorni sono stati consegnati nel sud di Gaza senza la loro carta d’identità, denaro e telefoni cellulari. Privati di quello che spesso equivaleva a diverse settimane di salario in contanti, ora vivono in situazioni disperate nelle tende a Rafah. Le ONG israeliane, tra cui MachsomWatch e Gisha, sono ancora impegnate a chiedere la restituzione delle proprietà di molti detenuti. La missione è stata informata che due lavoratori di Gaza sono morti durante la detenzione israeliana, apparentemente a causa del rifiuto di cure mediche per condizioni preesistenti, e altri risultano dispersi.</p>



<p>Altri circa 8.000-9.000 lavoratori palestinesi provenienti da Gaza in Israele al momento degli attacchi del 7 ottobre si sono diretti in Cisgiordania, da dove circa 4.000 sono successivamente tornati a Gaza. Al momento della missione del Direttore Generale erano rimasti circa 5.000 lavoratori. La missione ha incontrato un operaio edile di 28 anni originario di Gaza che, insieme a suo padre, lavorava a Tel Aviv quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023. Impossibilitato a tornare a casa, è rimasto in Israele sostenuto dal suo datore di lavoro per alcune settimane. Al telefono con la moglie, ha sentito il bombardamento che ha ucciso lei, i loro tre figli e sua madre, fratelli, nipoti e suoceri. L’operaio, dignitoso nel suo profondo dolore, si trova ora rifugiato presso il padre in Cisgiordania in attesa di tornare a Gaza per seppellire la sua famiglia: alcuni sono rimasti sotto le macerie.</p>



<p>Gli interlocutori hanno fatto riferimento ai continui raid delle forze di sicurezza israeliane in tutta la Cisgiordania e in Israele, nei quali ex lavoratori di Gaza sono stati arrestati e successivamente detenuti. La missione è stata informata che alcune centinaia di lavoratori palestinesi provenienti da Gaza potrebbero ancora lavorare in Israele.</p>



<p>Nel marzo 2024, è stato riferito che il servizio di sicurezza interna israeliano non aveva trovato prove che i lavoratori di Gaza che avevano lavorato in Israele prima dell’attacco, avessero fornito informazioni a Hamas sulle comunità israeliane successivamente prese di mira. Si è concluso che gli operai interrogati non avevano trasmesso informazioni a Hamas in conseguenza del loro lavoro in Israele.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dopo il 7 ottobre 2023: lavoratori palestinesi della Cisgiordania</h4>



<p>In un clima di crescente tensione, i lavoratori palestinesi della Cisgiordania che si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023 sono tornati a casa in Cisgiordania. Come regola generale, da quel momento in poi, non sono stati più autorizzati a entrare in Israele. Mentre nella maggior parte dei casi il loro rapporto di lavoro continua – e rimangono validi e operativi il loro permesso e il loro posto nella quota di palestinesi autorizzati all’ingresso – essi non possono più accedere ai posti di lavoro a causa delle preoccupazioni israeliane sulla sicurezza.</p>



<p>Esistono tuttavia delle eccezioni alla regola generale secondo cui ai palestinesi è stato vietato l’ingresso in Israele dal 7 ottobre 2023. Una circolare governativa del 18 ottobre 2023 ha confermato che possono continuare a lavorare nelle case sanitarie e di cura, nell’area industriale di Atarot, nelle industrie essenziali e servizi, e negli hotel che ospitano sfollati interni israeliani. Le stime suggeriscono che circa 10.000 palestinesi potrebbero rientrare in questa categoria. Sono esplicitamente esclusi i settori dell’edilizia e dell’agricoltura, dove in precedenza era stata impiegata la maggior parte dei lavoratori palestinesi.</p>



<p>Si stima che altri 10.000-20.000 palestinesi lavorino ancora negli insediamenti in Cisgiordania. Un numero imprecisato di palestinesi, in aggiunta o inclusi nelle categorie precedenti, lavora per le forze di sicurezza israeliane in servizi essenziali, tra cui la riparazione della barriera di sicurezza intorno a Gaza, e altri permessi che consentono l’accesso illimitato in Israele. Infine, molti interlocutori ritengono che più di 20.000 – e forse fino a 40.000 – lavoratori privi di documenti potrebbero ancora lavorare in Israele, attraversando i buchi della Barriera di Separazione, con segnalazioni di lavoratori feriti o arrestati mentre tentavano di attraversare la Barriera negli ultimi mesi.</p>



<p>Continuano le difficoltà di lunga data, per i palestinesi che lavorano in Israele, nell’accedere ai propri diritti di previdenza sociale. I palestinesi non hanno mai avuto diritto ai sussidi di disoccupazione israeliani. Con un rapporto di lavoro in corso non hanno diritto al trattamento di fine rapporto né, a quanto pare, a prelevare una somma forfettaria dalla cassa pensione. [&#8230;]</p>



<p>Manca chiarezza riguardo alle condizioni di lavoro e ai diritti applicabili al numero relativamente piccolo di palestinesi che ancora lavora in Israele e negli insediamenti. Non tutti i permessi in base ai quali sono assunti comprendono l’intera gamma dei diritti dei lavoratori. Inoltre, uno studio recente ha scoperto che le donne palestinesi che lavorano negli insediamenti, che quasi certamente è un numero sottostimato, sono generalmente assunte tramite intermediari. Questi lavoratori non hanno contratti di lavoro scritti che stabiliscano salari, orari di lavoro o altre condizioni, né godono di alcuna assistenza sociale e diritti sulla sicurezza. Dal 7 ottobre 2023, coloni armati pattugliano i luoghi di lavoro agricoli, aumentando il senso di disagio e di minaccia delle donne.</p>



<p>Nonostante la guerra abbia bloccato il lavoro nella maggior parte delle industrie, l’ONG israeliana Kav LaOved ha riferito che c’è stato un aumento del 33% nel numero di morti in incidenti sul lavoro nel settore edile israeliano, con 48 operai morti nel 2023 e una diminuzione del numero di ordini di sicurezza emessi dagli ispettori del lavoro. Il Centro nazionale palestinese per la sicurezza e la salute sul lavoro e la protezione ambientale presso l’Università Politecnica della Palestina a Hebron, ha fornito informazioni alla missione indicando che nel 2023 diciassette palestinesi sono morti nel mercato del lavoro israeliano.</p>



<p>Le pessime condizioni di lavoro perduranti da tempo dei lavoratori palestinesi in Israele, compresa la mancata dichiarazione dei salari sulle buste paga per evitare obblighi legali, orari di lavoro eccessivi, traffico di permessi di lavoro e umiliazioni ai valichi di frontiera e ai posti di blocco, erano presenti prima 7 ottobre 2023. Da quando tale impiego è cessato, molti palestinesi che precedentemente lavoravano in Israele sono stati coinvolti in lavori informali, nella vendita di piccoli articoli nei mercati per tentare di ottenere un reddito. Non sorprende che la disperazione e la precarietà aumentino la vulnerabilità alla carenza di lavoro dignitoso e alle violazioni dei principi e dei diritti fondamentali sul lavoro. [&#8230;]</p>



<p>La missione ha preso atto delle misure adottate dal governo israeliano per reclutare lavoratori stranieri provenienti da Paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa per sostituire i lavoratori palestinesi, in particolare nei settori dell’edilizia, dei servizi e dell’agricoltura. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Capitolo 5. Lavoratori del Golan Siriano Occupato</mark></h4>



<p>Il Golan siriano è stato occupato da Israele dalla guerra del 1967 ed è stato annesso nel 1981. Dallo scoppio della guerra a Gaza lo scorso anno, il Golan Siriano Occupato è stato coinvolto nell’escalation delle ostilità nella regione, anche negli scontri a fuoco quasi quotidiani tra Israele e Hezbollah e nei molteplici episodi di fuoco tra Israele e gruppi armati nella Repubblica Araba Siriana. La missione è stata informata che i suoni degli scontri e delle sirene potevano essere uditi frequentemente nelle città e nei villaggi siriani del Golan Occupato.</p>



<p>Nella risoluzione 497 (1981), il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso che la decisione israeliana di imporre le proprie leggi, giurisdizione e amministrazione sul Golan Siriano Occupato è nulla e priva di effetto giuridico internazionale, e ha chiesto a Israele di annullare la sua decisione. Tale risoluzione è stata riaffermata da successive risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’ultima delle quali continua a invitare Israele a desistere dal modificare il carattere fisico, la composizione demografica, la struttura istituzionale e lo status giuridico del Golan Siriano Occupato e in particolare ad astenersi dall’instaurare degli insediamenti.</p>



<p>In violazione del diritto internazionale, l’attività di insediamento è continuata. Il numero dei coloni è aumentato, alterando progressivamente il tessuto demografico del territorio. Come osservato nei precedenti Rapporti del Direttore Generale, nel 2021 il governo israeliano aveva annunciato piani per raddoppiare il numero dei coloni entro il 2027 e per aumentare il numero degli insediamenti da 34 a 36. Alla 55<sup>a</sup> sessione del Consiglio per i Diritti Umani (marzo 2024), l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha osservato che ora esistono 35 insediamenti e che l’attività commerciale approvata nell’area potrebbe continuare a limitare l’accesso alla terra e all’acqua dei cittadini siriani del Golan. Le lamentele di lunga data riguardo all’accesso alla terra, all’acqua e ai permessi di costruzione, sono state evidenziate nei precedenti Rapporti del Direttore Generale.</p>



<p>All’inizio del 2023, la popolazione del Golan Siriano Occupato ammontava a 55.100 abitanti. Questo totale comprende 25.800 coloni israeliani e 27.200 siriani. Si confronta con 24.000 coloni e 26.900 siriani dell’anno precedente. Inoltre, il Rapporto del Direttore Generale dello scorso anno rilevava che un numero crescente di giovani siriani accettava la cittadinanza israeliana, principalmente per la comodità in termini di viaggio e per le opportunità educative e di borse di studio fornite da tale naturalizzazione. Lo indicano le informazioni degli interlocutori, confermate dai media israeliani che segnalano come questa tendenza sia accelerata a seguito della guerra tra Hamas e Israele, anche con un numero crescente di prestatori di servizio nella polizia locale e nelle forze di sicurezza.</p>



<p>Nel 2023, la forza lavoro dei siriani nel Golan Siriano Occupato era pari a 9.500 persone, e il tasso di partecipazione e il tasso di disoccupazione erano rispettivamente del 46,3% e del 5,6%. In confronto, il tasso di partecipazione nel distretto settentrionale di Israele, che comprende il Golan, è più alto, al 58,7%, mentre il tasso di disoccupazione è più basso, al 4,2%. [&#8230;]</p>



<p>Nonostante le preoccupazioni di lunga data e le controversie legali, nel giugno 2023 è iniziata la costruzione di 23 turbine eoliche vicino alle città di Majdal Shams e Masadeh. L’avvio è stato accolto con proteste da parte della comunità siriana e scontri tra manifestanti e polizia. La comunità si oppone alla costruzione delle turbine eoliche, sostenendo che cambieranno in modo significativo il paesaggio agricolo della zona e ostacoleranno l’agricoltura e l’accesso ai frutteti, che sono considerati una parte importante dell’identità siriana. A seguito delle proteste, la costruzione delle turbine è stata sospesa e non è ancora ripresa.</p>



<p>Il turismo è diventato negli ultimi anni una fonte di sostentamento sempre più importante nei villaggi siriani del Golan Occupato, ma la missione è stata informata che, in seguito agli scontri tra la comunità e la polizia sulla costruzione di turbine eoliche, il numero di turisti è crollato, e poi si è praticamente fermato a causa dell’escalation delle ostilità nella regione. In particolare, gli scontri hanno gravemente colpito il numero di visitatori durante l’importante stagione della raccolta delle ciliegie, nel marzo 2024, mettendo a dura prova i mezzi di sussistenza. Il valico di Quneitra rimane chiuso, impedendo qualsiasi commercio con la Repubblica Araba Siriana. [&#8230;]</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>The situation of workers of the occupied Arab territories &#8211; Report of the Director-General &#8211; Appendix</em>, Geneva: International Labour Office, 2024. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/resource/conference-paper/report-112th-session-ilc-june-2024-situation-workers-occupied-arab" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/resource/conference-paper/report-112th-session-ilc-june-2024-situation-workers-occupied-arab</a> </p>
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