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Home Politica Guerra

Israele-Palestina. Dal colonialismo di insediamento all’occupazione a controllo remoto*

Arees Bishara by Arees Bishara
3 Novembre 2026
in Guerra, Nuove Tecnologie, Ultimo Numero
0
Israele-Palestina. Dal colonialismo di insediamento all’occupazione a controllo remoto*

Fonte: "From settler colonialism and the remote-control occupation: tech innovation, neoliberal zionism, and digital sumūd in times of genocide" di Arees Bishara, in "Digital Domination: AI, Surveillance, and Digital Power in Palestine and Beyond", a cura di 7amleh-The Arab Center for the Advancement of Social Media in collaborazione con Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies dell’Università di Birzeit, 23 giugno 2026

  • (Paginauno n. 98, novembre – dicembre 2026)

Innovazione tecnologica, sionismo neoliberale e sumūd digitale in tempi di genocidio. Da una parte il nesso militare-accademico-tecnologico israeliano che configura il colonialismo di insediamento digitale, integra l’AI nella violenza genocida e produce l’eliminazione fisica, economica ed epistemica dei palestinesi; dall’altra il sumūd palestinese, che trasformando l’infrastruttura digitale in un’architettura di sopravvivenza urla il rifiuto collettivo alla cancellazione e si pone al contempo come linfa vitale, atto politico e rivendicazione di futuro

1. Introduzione

A partire dagli anni 2000, gli studiosi hanno inquadrato l’occupazione israeliana come una forma paradigmatica di governo coloniale di insediamento, strutturata attorno alla logica dell’eliminazione. In Palestina, ciò che storicamente si basava sulla conquista territoriale, sui posti di blocco militari e sulla regolamentazione demografica, opera sempre più attraverso infrastrutture di controllo remoto, analisi predittive, database biometrici e sistemi di targeting assistiti dall’intelligenza artificiale. In tutta Gaza, in Cisgiordania e nella Palestina storica, attori militari, accademici e aziendali collaborano per perfezionare nuovi regimi di violenza algoritmica e gestione della popolazione.

Questa trasformazione si è intensificata dopo il 7 ottobre 2023. L’offensiva genocida in corso a Gaza ha coinciso con l’uso sempre più diffuso di liste automatizzate di persone da eliminare, sistemi di riconoscimento facciale e guerra aerea assistita da macchine. Gli ufficiali israeliani hanno descritto una “caccia indiscriminata” guidata dall’intelligenza artificiale, nella quale le case vengono distrutte sulla base della presenza di un singolo individuo. Ciò riflette la descrizione di Bauman della violenza istituzionale: un danno burocratizzato che allontana gli attori dalle conseguenze.

Questi sistemi si sono espansi ben oltre i confini di Israele. Il passaggio dalla celebre “Start-Up Nation” a quella che potrebbe essere definita una “exit nation” non è stato reso possibile solo dalla liberalizzazione del mercato, ma da un deliberato coordinamento statale. Maggor dimostra che l’economia dell’innovazione israeliana è emersa attraverso un modello neosviluppista in cui lo Stato ha indirizzato i capitali e coltivato la capacità high-tech per integrare le imprese nei mercati globali. Questa fusione di militarismo e innovazione viene qui concettualizzato come sionismo neoliberale: una formazione che fonde la dottrina nazionalista della sicurezza con la razionalità del mercato e l’ottimismo tecnologico, inquadrando la “tecnologia come sionismo pratico”, secondo l’affermazione di Gilad Rabinovich.

Questi sviluppi non sono semplici innovazioni militari, ma prodotti di un’economia politica più ampia. Le élite tecnologiche israeliane agiscono sempre più non solo come beneficiarie delle politiche statali, ma anche come attori politici che le plasmano. Come sostiene Shihadeh, il settore dell’alta tecnologia è passato da un’influenza indiretta a una costruzione diretta del potere istituzionale, consolidando l’autorità tecno-politica a livello nazionale e intensificando al contempo i legami a livello globale. Attraverso trasferimenti di armi, contratti di cybersicurezza, partnership nel campo dell’intelligenza artificiale e flussi di capitale di rischio, gli attori tecnologici israeliani legano le multinazionali e i governi stranieri all’ecosistema israeliano di innovazione e sicurezza.

Questi intrecci internazionali rendono i governi stranieri e le imprese private strutturalmente complici delle infrastrutture di occupazione. Il rapporto di Francesca Albanese, “Dall’economia di occupazione all’economia del genocidio”, dimostra come i sistemi aziendali traggano profitto e favoriscano lo spostamento forzato, l’apartheid e il genocidio, anche attraverso tecnologie dual use come la sorveglianza biometrica, gli strumenti di targeting basati sull’intelligenza artificiale e le piattaforme militari basate sul cloud che trasformano il territorio occupato in un campo di prova.

Sulla scia di Albanese e di Helga Tawil-Souri, che teorizza Gaza come una “recinzione ad alta tecnologia”, questo articolo colloca il dominio israeliano contemporaneo all’interno di una più ampia teorizzazione del colonialismo di insediamento digitale. Gaza esemplifica uno spazio in cui l’assedio fisico converge con il controllo digitale, biometrico e infrastrutturale, rendendo il territorio simultaneamente isolato, monitorato e tecnologicamente dipendente. Attingendo agli studi sul colonialismo di insediamento, agli studi sul colonialismo digitale e ispirandosi alla biopolitica foucaultiana e alle intuizioni di Bauman sulla violenza istituzionale, questo articolo propone due argomentazioni principali.

In primo luogo, l’occupazione è entrata in una fase mediata digitalmente in cui le logiche coloniali si estendono alla governance algoritmica. Sotto il sionismo neoliberale, l’innovazione tecnologica legittima e amplifica la violenza, integrando al contempo l’occupazione nei mercati globali dell’IA e della sicurezza. Il nesso tra settore civile, militare e accademico genera sistemi di sorveglianza che rendono la vita dei palestinesi ipervisibile alle macchine, annullando al contempo la loro capacità di agire politicamente.

In secondo luogo, i palestinesi mettono in atto il sumūd digitale, un insieme di pratiche tecnologiche resilienti che rifiutano la cancellazione e affermano la presenza collettiva. Attivisti, tecnologi e organizzazioni della società civile coltivano contro-infrastrutture – piattaforme di archiviazione, reti mesh e campagne digitali transnazionali – che sostengono l’azione politica in un contesto di sorveglianza, disconnessione e violenza. Mentre le istituzioni israeliane impiegano sistemi algoritmici per frammentare e mettere a tacere la presenza palestinese, i palestinesi riutilizzano gli strumenti digitali per resistere, documentare e rimanere connessi.

Di conseguenza, questo studio affronta due questioni centrali: (1) In che modo l’economia dell’innovazione israeliana, intrecciata con le istituzioni militari e accademiche, rende operativo il colonialismo di insediamento digitale nel contesto del genocidio in corso? (2) In che modo i palestinesi mettono in atto il sumūd digitale per resistere, sovvertire e risignificare le tecnologie progettate per eliminarli fisicamente, disumanizzarli e censurarli? Nell’affrontare queste domande, l’articolo contribuisce alla ricerca su tecnologia e innovazione, colonialismo di insediamento e sumūd palestinese, collocando le infrastrutture digitali all’interno delle gerarchie globali di potere e resistenza.

2. RASSEGNA DELLA LETTERATURA

2.1 Il colonialismo di insediamento nell’era digitale: governo algoritmico, biopolitica ed eliminazione fisica

La teoria coloniale di insediamento postula la “logica dell’eliminazione” come struttura centrale per la rimozione delle popolazioni indigene e la loro sostituzione con un nuovo ordine politico. In Palestina, questa logica si è a lungo manifestata nella confisca delle terre e nella sorveglianza a sfondo razziale.

Negli ultimi due decenni, questa struttura ha subito una trasformazione digitale in cui i meccanismi di controllo fisico (checkpoint, pattuglie) sono stati integrati o sostituiti da una governance algoritmica: database biometrici, analisi predittiva e sistemi di targeting automatizzati.

Questo cambiamento deve essere analizzato attraverso una lente biopolitica, nella quale il colonialismo digitale dei coloni è concettualizzato come la fusione del dominio dei coloni con le infrastrutture computazionali. La governance algoritmica estende la sovranità dei coloni a forme computazionali che gestiscono, classificano e prendono di mira i corpi palestinesi, traducendo l’eliminazione in codice informatico.

È importante sottolineare che questo processo facilita la “violenza istituzionale” (Bauman), in cui la rimozione dell’azione umana attraverso sistemi automatizzati crea distanza morale, riducendo le vittime a data points e consentendo l’esecuzione meccanica della violenza. Studi paralleli sul colonialismo digitale sottolineano che queste infrastrutture intensificano, piuttosto che sostituire, i circuiti di dominazione tradizionali, riproducendo storie di lunga data di razzializzazione e sottomissione.

2.2 Sionismo neoliberale ed economia politica dell’innovazione tecnologica

La perpetuazione del colonialismo digitale di insediamento è sostenuta da un’economia politica integrata. Il settore high-tech israeliano, spesso promosso nell’ambito della narrativa della “nazione start-up”, è stato strategicamente costruito attraverso investimenti statali coordinati, ricerca e sviluppo militare e capitale di rischio. Ciò ha prodotto un potente complesso civile-militare-accademico in cui le unità militari (per esempio, l’Unità 8200) fungono da incubatori, convertendo strumenti di sorveglianza militare in prodotti commerciali, spesso testati sui palestinesi e commercializzati come “collaudati sul campo”.

Questa formazione è definita sionismo neoliberale, e fonde la dottrina della sicurezza con la razionalità del mercato, ridefinendo l’innovazione tecnologica come servizio nazionale: “la tecnologia come sionismo pratico”. Questo motore economico genera una dipendenza strutturale per i palestinesi, che vengono relegati al ruolo di manodopera subappaltata e sorvegliata, con la retorica della “costruzione della pace economica”. Questa economia politica è sempre più globalizzata attraverso partnership multinazionali, che integrano le imprese nelle infrastrutture di occupazione. Lo stesso complesso meccanismo che governa la dipendenza economica governa anche la produzione di conoscenza, creando le condizioni per la seconda e la terza modalità di eliminazione.

2.3 Epistemologia, archivi e riproduzione della conoscenza

I sistemi economici e biopolitici sopra descritti sono mantenuti da un’infrastruttura epistemica che legittima il dominio. Alla violenza epistemologica si oppone la resistenza epistemica. Nel contesto israeliano, le istituzioni accademiche e mediatiche funzionano come regimi di conoscenza militarizzati, imponendo una gerarchia epistemica che privilegia le narrazioni sioniste, marginalizzando o criminalizzando la storia palestinese. Questa eliminazione è amplificata dalle narrazioni celebrative globali che sacralizzano il progresso tecnologico israeliano, oscurando le condizioni coloniali.

Inoltre, il dominio epistemico si manifesta attraverso il controllo archivistico. Sebbene Israele abbia storicamente confiscato e distrutto manufatti culturali palestinesi fin dalla Nakba, l’attuale genocidio ha trasformato questa pratica in un sistematico genocidio digitale. Il prendere di mira università e server a Gaza, definito come scolasticidio, rappresenta la punta di diamante del colonialismo di insediamento digitale. Non si tratta semplicemente di distruggere edifici; è il tentativo di cancellare il “gemello digitale” della società palestinese eliminando archivi basati sul cloud, documenti accademici e memorie digitali. Insieme alla governance algoritmica e alla censura delle piattaforme, ciò si traduce in un’eliminazione digitale epistemica: un processo controllato a distanza che rende la vita palestinese irrintracciabile e invisibile, garantendo che alla distruzione del corpo fisico segua la cancellazione automatizzata della sua storia e del suo futuro dagli archivi digitali globali.

2.4 Repressione digitale, sumūd e decolonizzazione

La repressione digitale si affianca al controllo statale tradizionale attraverso la restrizione della libertà di parola online, il monitoraggio delle comunicazioni e la sorveglianza, oltre alla reclusione fisica e alla censura. In questo contesto, il regime tecnocoloniale israeliano estende i sistemi di dominio di lunga data alla sfera digitale. Tuttavia, le pratiche digitali palestinesi dimostrano come gli spazi online funzionino come arene di attivismo, resistenza e mobilità professionale. L’attivismo digitale crea possibilità di partecipazione consentendo una partecipazione autonoma, transnazionale e collettiva e l’impegno tecnologico può funzionare come una forma di agency.

Queste possibilità coesistono con vincoli quali l’accesso ineguale, le echo chambers e la vulnerabilità alla sorveglianza. La repressione digitale intensifica questi limiti attraverso la governance delle piattaforme, il controllo algoritmico e la cancellazione delle infrastrutture culturali. Queste dinamiche costituiscono un’eliminazione digitale epistemica, ovvero la svalutazione sistematica del sapere palestinese.

Gli studi evidenziano inoltre come la moderazione dei contenuti, la classificazione algoritmica e la classificazione automatizzata funzionino come infrastrutture epistemiche che determinano cosa è visibile, credibile o condivisibile. Nel caso palestinese, ricerche della società civile dimostrano un modello di asimmetria epistemica algoritmica: i contenuti palestinesi sono soggetti a restrizioni sproporzionate, mentre l’incitamento all’odio contro i palestinesi persiste in gran parte indisturbato.

Le ricerche sulla Palestina distinguono tra l’attivismo volto ad ampliare l’accesso digitale e l’attivismo che utilizza le piattaforme digitali per obiettivi politici. Quest’ultimo, spesso descritto come “cyber intifada”, comprende la diffusione di testimonianze, la documentazione della violenza e la promozione di campagne globali come il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Hashtag come #GazaUnderAttack sono diventati strumenti chiave per la testimonianza in tempo reale e la promozione transnazionale.

Queste pratiche si intersecano con il sumūd, che storicamente denota il fermo rifiuto di rinunciare alla terra o all’identità. In ambito digitale, il sumūd implica resistere alla cancellazione e contrastare la repressione algoritmica. Progetti come Visualizing Palestine, Palestine Open Maps e l’Encyclopedia of the Palestine Question ricostruiscono storie soppresse, mentre organizzazioni come 7amleh contestano la censura – tutte forme di sovranità epistemica.

Il sumūd digitale opera anche come disobbedienza epistemica in linea con i principi del design decoloniale e risuona con le critiche globali al colonialismo dei dati. Concetti come la “patria digitale fluttuante” di Shehadeh e la “resistenza elettronica” di Khoury-Machool descrivono come i palestinesi creino spazi digitali condivisi attraverso geografie frammentate. Dopo il 7 ottobre 2023, queste pratiche si sono intensificate con la circolazione di testimonianze nonostante i blackout e la soppressione algoritmica, trasformando i sistemi di sorveglianza in infrastrutture di testimonianza e mobilitazione.

[…]

4. RISULTATI E DISCUSSIONE

I risultati di questo studio dimostrano che l’occupazione israeliana si è evoluta in una forma paradigmatica di colonialismo di insediamento digitale. In questa configurazione, i sistemi algoritmici, le infrastrutture digitali e le economie dell’innovazione non sostituiscono le tradizionali funzioni militari o burocratiche; piuttosto, fungono da strato potenziato di potere coloniale che accelera e amplifica i processi di sorveglianza, controllo ed eliminazione. […] La seguente analisi esamina tre modalità di eliminazione digitale: fisica, economica ed epistemica, ed esplora come i palestinesi mettono in atto il sumūd digitale per resistere e sovvertire queste tecnologie di controllo.

4.1 Tre modalità di eliminazione

4.1.1 Eliminazione fisica: targeting algoritmico, guerra assistita dall’IA, sorveglianza e occupazione a distanza

Questa sezione estende i quadri teorici del colonialismo di insediamento e del colonialismo digitale mostrando come la sorveglianza biometrica e il targeting basato sull’IA traducano la logica dell’eliminazione in sistemi computazionali. Sistemi come Blue Wolf, Red Wolf e Wolf Pack creano un regime di sorveglianza integrato in tutti i Territori palestinesi occupati, che Amnesty International definisce “apartheid automatizzato”, istituzionalizzando la segregazione razziale.

Il software Blue Wolf consente ai soldati di fotografare i palestinesi e di incrociare istantaneamente i database biometrici. L’app presenta una ‘classifica’ che premia le unità militari con ricompense come permessi retribuiti per aver catturato il maggior numero di volti. Amnesty ha avvertito che i palestinesi corrono “il rischio che un algoritmo li localizzi o impedisca loro l’accesso ai propri quartieri”. Red Wolf, che opera ai checkpoint di Hebron, determina il passaggio e iscrive automaticamente i palestinesi nei database senza il loro consenso. Un residente ha osservato che i soldati possono impedire l’ingresso nella propria casa affermando che una persona “non è nel database”.

Queste tecnologie esemplificano le infrastrutture epistemiche di Foucault, dove il potere coloniale è incorporato nel codice. Un rapporto di 7amleh conclude che ciò aggrava l’insicurezza e la militarizzazione sotto la maschera della sicurezza. Come sostiene Tawil-Souri, gli spazi palestinesi funzionano come “recinti ad alta tecnologia”, riflettendo l’ordine burocratico e tecnologico che media la violenza coloniale. Inoltre, i sistemi di puntamento assistiti dall’IA estendono questa logica trasformando la Palestina in un laboratorio per la guerra computazionale. Come ha spiegato Avner Ben Zaken, capo della Divisione Tecnologia e Logistica dell’esercito israeliano: “Se sto sviluppando un prodotto e voglio testarlo sul campo, mi basta allontanarmi di cinque o dieci chilometri… Gaza è considerata un sito per testare forme di combattimento senza pilota”.

Questo è in linea con le ricerche che dimostrano come l’economia dell’innovazione israeliana sia strettamente legata ai test sul campo in ambito militare e all’esportazione di tecnologie dual use.

Diversi rapporti documentano sistemi come Lavender, Where’s Daddy? e The Gospel. Sviluppati dall’Unità 8200, questi sistemi hanno segnalato decine di migliaia di palestinesi come bersagli con una supervisione umana minima. Un ufficiale ha descritto di aver inserito centinaia di nomi nel sistema, definendoli “bersagli spazzatura”, e di aver bombardato gli individui una volta localizzati nelle loro case.

Report paralleli descrivono un LLM “simile a ChatGPT” che automatizza l’analisi delle minacce e genera liste di arresto. Come ha affermato Nadim Nashif, “i palestinesi sono diventati soggetti nel laboratorio di Israele”. Questi sistemi offuscano le distinzioni tra civili e combattenti e consentono la “caccia su vasta scala”. Tali sistemi esemplificano la nozione di violenza istituzionale di Bauman, in cui l’uccisione diventa procedurale e moralmente distaccata.

4.1.2 Eliminazione economica: settore tecnologico, mondo accademico e complesso militare

Questa sezione analizza l’“economia dell’occupazione” e la sua recente escalation in quella che Albanese definisce una “economia del genocidio” attraverso la lente del sionismo neoliberale. Questo progetto ideologico fonde il settore dell’alta tecnologia, l’apparato militare e le istituzioni accademiche per consolidare un ordine coloniale di insediamento caratterizzato dal consolidamento territoriale e dallo sfruttamento del lavoro digitale.

Percorso di collegamento civile-militare-accademico

In questo regime, le università israeliane e le aziende tecnologiche private non sono semplicemente adiacenti allo Stato; sono centri strutturalmente integrati in cui vengono sviluppate armi e sistemi di sorveglianza, testati sul campo sulla popolazione palestinese e successivamente commercializzati per il mercato globale. Albanese sostiene che queste istituzioni “hanno reso possibili le condizioni per l’eliminazione dei palestinesi” fornendo le basi tecniche per la violenza di Stato.

Le università israeliane ospitano collaborazioni di ricerca e sviluppo con aziende del settore degli armamenti (Elbit Systems, Rafael), fungendo da canali di reclutamento per le unità di intelligence militare. Gli ingegneri palestinesi si sentono “estranei, fuori posto” alle fiere del lavoro universitarie dominate da appaltatori militari: un sentimento condiviso dagli attivisti che descrivono l’università come un “partner nei meccanismi di occupazione di Israele”.

Oltre al reclutamento, queste istituzioni svolgono un ruolo operativo diretto nella guerra. Numerosi rapporti hanno dimostrato il ruolo diretto delle università nello sviluppo di armi, nella formulazione di dottrine come la Dottrina Dahiya e in iniziative belliche come la “sala di guerra ingegneristica” della TAU, le campagne di propaganda e il supporto materiale ai soldati dell’Università di Haifa. Come dimostra Maya Wind, queste istituzioni sopprimono anche i diritti accademici dei palestinesi, rafforzando al contempo le strutture dell’apartheid. Gli studenti palestinesi del mondo accademico israeliano lo hanno raccontato a Middle East Eye: nel campus si sentono sempre più isolati. “Cammino per l’università sapendo che alcuni dei miei compagni di corso partecipano a riunioni in cui si elaborano metodi più efficaci per perpetrare il genocidio a Gaza”, ha detto uno studente che ha preferito rimanere anonimo per timore di essere espulso. “Questo connubio tra militarismo e istituzioni educative rende estremamente difficile dedicarmi seriamente agli studi, poiché metto costantemente in discussione l’ideologia alla base di ciò che ci viene insegnato.”

Questo regime di conoscenza militarizzato è sostenuto da un significativo appoggio internazionale. Finanziamenti europei (Horizon Europe: oltre 2 miliardi di euro) e istituzioni statunitensi forniscono ingenti finanziamenti, integrandoli ulteriormente nell’apparato militare. Il settore dell’alta tecnologia, radicato nell’intelligence militare, è fondamentale per la repressione automatizzata (per esempio, NSO Group, IBM). Secondo diverse fonti, il Progetto Nimbus (Google e Amazon) e Microsoft Azure hanno intensificato il supporto alle operazioni di combattimento. Le proteste dei dipendenti (No Tech for Apartheid) contro la complicità aziendale hanno portato a licenziamenti di massa, sottolineando l’intreccio strutturale dell’infrastruttura aziendale con l’occupazione, consentendo il passaggio da una “economia dell’occupazione” a una “economia del genocidio”.

In definitiva, il mondo accademico israeliano funge da centro di ricerca e sviluppo per l’infrastruttura di sorveglianza dello Stato. Università come il Technion e l’Università di Tel Aviv ospitano laboratori specializzati dove vengono sviluppati sistemi biometrici basati sull’intelligenza artificiale e algoritmi di polizia predittiva in diretto coordinamento con il Ministero della Difesa israeliano. Questa integrazione strutturale crea un flusso continuo tra innovazione accademica e applicazione militare, dove i palestinesi nei territori del 1967 fungono da soggetti involontari per la “sperimentazione sul campo” di questi strumenti digitali. L’integrazione della sorveglianza informatica nelle missioni universitarie trasforma la produzione accademica in un’estensione di occupazione a distanza. Mentre la distruzione fisica delle università palestinesi a Gaza (scolasticidio) costituisce una profonda cancellazione epistemica che richiede uno studio approfondito a parte, qui deve essere intesa come la controparte violenta dell’ascesa dell’egemonia digitale militarizzata di Israele.

Controllo tecnologico e regimi di lavoro dipendente

L’eliminazione economica si realizza anche attraverso il consolidamento territoriale, utilizzando la tecnologia per espandere il controllo dei coloni. Il progetto “Silicon Wadi” a Gerusalemme Est è visto dai residenti palestinesi come uno strumento di giudaizzazione, volto a integrare l’area in una visione coloniale. Allo stesso tempo, le relazioni economiche coloniali strutturano la forza lavoro palestinese in forme di dipendenza. Le normative israeliane limitano la crescita del settore ICT palestinese attraverso restrizioni alle importazioni e diniego dell’assegnazione delle frequenze. L’esternalizzazione, presentata come “coesistenza”, sfrutta il potenziale della forza lavoro palestinese e i bassi costi. I modelli occupazionali (per esempio, NVIDIA) dipendono da permessi e approvazioni di sicurezza israeliani. Inas, un ingegnere senior, descrive l’attesa quotidiana di un permesso rilasciato dallo Shin Bet per raggiungere il suo posto di lavoro presso un’azienda tecnologica a Herzliya: “A volte aspetto per ore, o non riesco ad attraversare affatto”, ed evidenzia l’immagine surreale di superare il checkpoint con il suo laptop mentre suo padre lo attraversa per costruire insediamenti. Tali esperienze esemplificano ciò che Clarno definisce apartheid neoliberale: un sistema che sfrutta la manodopera palestinese mantenendo la dipendenza attraverso controlli amministrativi e regimi di mobilità coercitivi.

In risposta, alcuni palestinesi intraprendono attività imprenditoriali indipendenti per evitare la subordinazione. Adnan ha fondato la sua start-up perché “non voleva essere prigioniero di un sistema di sfruttamento”, eppure persino la sua partnership transfrontaliera ha incontrato ostacoli, poiché le autorità israeliane hanno ripetutamente arrestato ai checkpoint lui e il suo socio, un palestinese proveniente dai territori d’oltremare – un’azione che, a suo dire, mirava a “mantenere costante la separazione”. Allo stesso modo, Hazem afferma che “qualsiasi tentativo di iniziativa palestinese indipendente… viene bloccato dalle forze di occupazione”, sottolineando il rifiuto di Israele di concedere l’autonomia tecnologica ai palestinesi. Queste dinamiche rivelano come l’eliminazione economica non cancelli l’attività economica palestinese, ma la ristrutturi in forme dipendenti e reversibili, con il potere regolatore israeliano che determina l’accesso ai mercati, la mobilità e la crescita. Dal 7 ottobre 2023, le restrizioni alla mobilità si sono aggravate e la distruzione militare ha spazzato via il settore ICT di Gaza, che in precedenza rappresentava il 30% dell’economia IT dei Territori palestinesi occupati, cancellando infrastrutture e conoscenze.

4.1.3 Eliminazione epistemica: piattaforme digitali e ambienti di lavoro aziendali

Le piattaforme digitali sono arene cruciali per l’eliminazione epistemica, ovvero la distruzione sistematica della capacità di produrre e diffondere la conoscenza. Nel colonialismo digitale di insediamento, ciò si manifesta come violenza epistemica algoritmica che determina quale discorso viene amplificato e quale cancellato.

7amleh documenta la soppressione sistematica dei contenuti palestinesi attraverso una moderazione di parte, creando un’asimmetria epistemica: i palestinesi sono ipervisibili alla sorveglianza ma inascoltabili nel discorso pubblico. Dopo il 7 ottobre, questa situazione si è intensificata. Le piattaforme di Meta hanno amplificato la violenza e la disumanizzazione in lingua ebraica (per esempio, espressioni come “animali umani”), consentendo la diffusione di incitamenti alla violenza e censurando sistematicamente le narrazioni palestinesi. Lo stesso esercito israeliano ha gestito un canale Telegram che pubblicava contenuti grafici e un linguaggio disumanizzante, confermando che l’incitamento proveniva dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Questa disparità rivela un doppio standard insito nelle politiche di Meta, dove la tolleranza nei confronti dell’incitamento in ebraico equivale a complicità.

L’eliminazione epistemica si estende agli spazi ‘neutri’ dei luoghi di lavoro high-tech. La repressione digitale si riflette negli hub tecnologici dove gli ingegneri palestinesi vengono messi a tacere o licenziati. Un sondaggio della NAS Research & Consulting documenta la paura presente tra gli ingegneri palestinesi in Israele – il 44% teme di andare al lavoro – evidenziando come, durante le crisi, l’ambiente di lavoro rafforzi la diffidenza sociale e non riesca a tutelare la diversità. Questo crea un clima epistemico ostile, nel quale il professionista palestinese è costretto a scegliere tra la propria carriera e la propria realtà.

Inoltre, il dibattito sulla diversità stessa è stato messo a tacere. Mentre le aziende tecnologiche internazionali israeliane spesso si promuovono a livello globale attraverso la lente della “coesistenza” e dell’”inclusione”, la realtà post-7 ottobre ha smascherato la superficialità di tali approcci. La diversità è tollerata solo finché rimane “politicamente silenziosa”. Questa errata interpretazione si riflette negli ambienti tecnologici “progressisti” americani e israeliani, che hanno adottato la posizione nota come “Progressisti tranne per la Palestina” (PEP) proposta da Ghassan Al-Hajj.

In questa configurazione, il luogo di lavoro high-tech funziona come una frontiera secondaria, dove il lavoratore palestinese ‘ideale’ viene politicamente neutralizzato e reso invisibile.

4.2 Resistere all’eliminazione: sumūd digitale come architettura multistrato di presenza, sopravvivenza e futuro

Il sumūd digitale si materializza attraverso contro-infrastrutture, archivi e reti alternative che resistono all’eliminazione fisica, economica ed epistemica. Bombardamenti, assedi, sfollamenti, fame, collasso infrastrutturale, intrighi aziendali, censura e scolasticidio non sono processi discreti, ma meccanismi che si rafforzano a vicenda, progettati per produrre la scomparsa. In risposta, il sumūd digitale emerge come un’architettura stratificata di resistenza che sostiene la vita, la visibilità e il futuro dei palestinesi in questi ambiti. Piuttosto che costituire atti online isolati, il sumūd digitale si materializza attraverso quattro pratiche interrelate: persistenza materiale e infrastrutturale, connettività come atto di cura e sopravvivenza, testimonianza digitale, contro-archivi e mobilitazione istituzionale, ricostruzione della nazione come atto di digital Sumūd e Futurity.

4.2.1 Connettività e persistenza infrastrutturale

Le prove empiriche dimostrano che i palestinesi reagiscono all’eliminazione fisica – bombardamenti, sfollamenti, assedi e interruzioni deliberate delle comunicazioni – costruendo infrastrutture improvvisate che sostengono la vita, la connessione e la visibilità. Volontari della diaspora, organizzazioni per i diritti digitali e civili hanno mobilitato eSIM, VPN, reti mesh, collegamenti satellitari e account mirror per contrastare la disconnessione deliberata. Piuttosto che considerare la connettività come uno strumento comunicativo secondario, i risultati dimostrano che l’infrastruttura digitale diventa un’architettura di sopravvivenza. Rimanere online non è simbolico, è esistenziale. Campagne come #ConnectingGaza e Reconnect Gaza inquadrano la connettività non solo come un diritto comunicativo, ma come una questione di sopravvivenza, in linea con gli studi di progettazione decoloniale in cui la pratica infrastrutturale diventa un mezzo per riutilizzare la tecnologia a fini di liberazione.

Durante i blackout delle comunicazioni, mantenere la connettività digitale diventa un atto vitale. Ingegneri e ONG, come l’Association for Progressive Communications (APC) e la KeepItOn Coalition di Access Now, hanno supportato reti mesh, comunicazioni satellitari e sistemi di archiviazione offline per preservare il flusso di informazioni. Questi atti di cura tecnologica estendono il significato di sumūd oltre la semplice sfida, includendo il mantenimento delle relazioni e il mutuo aiuto. In questo contesto, il sumūd digitale indica la pratica etica di “rimanere online” come rifiuto collettivo della cancellazione.

Le storie individuali arricchiscono questo quadro, mostrando come la sopravvivenza digitale sia inseparabile dalla sopravvivenza fisica. Yasmina, una lavoratrice palestinese del settore tecnologico a Gaza, poi uccisa nei raid aerei del 2024, ha descritto come le interruzioni di corrente e di internet abbiano ripetutamente interrotto il suo lavoro. Sotto i bombardamenti, ha improvvisato una continuità operativa: “L’elettricità era quasi inesistente… Mio padre mi aiutava caricando il computer portatile in moschea, dove c’era sempre un generatore… Lo faceva cinque volte al giorno, durante ognuna delle cinque preghiere”. Il suo racconto rivela la sopravvivenza digitale come uno sforzo familiare collettivo radicato nella cura e nella resistenza. Il generatore della moschea, destinato al culto, entra a far parte di una rete improvvisata in cui convergono spazio religioso, lavoro familiare e necessità tecnologica. La connettività non scaturisce da infrastrutture formali, bensì dal coordinamento relazionale e dal sacrificio. In questo contesto, rimanere online è più di un semplice compito tecnico; è un atto di sopravvivenza e di visibilità. La presenza continua di Yasmina dipendeva dalla cura intergenerazionale e dal mantenimento consapevole della connessione. Il sumūd digitale si materializzava quindi attraverso pratiche quotidiane di resistenza.

La connettività si estende oltre l’ambito domestico, raggiungendo le reti transnazionali. Nel contesto della grave insicurezza alimentare a Gaza, documentata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e dal Programma alimentare mondiale (WFP), le piattaforme digitali sono diventate canali di sopravvivenza e sono emerse solidarietà dal basso. La chef giordana Yasmin Nasir, per esempio, ha utilizzato Instagram per condividere metodi di preparazione dei pasti con ingredienti scarsi. Il suo attivismo illustra come le piattaforme digitali facilitino le solidarietà delle relazionali transfrontaliere, in linea con gli studi sulle forme affettive di coinvolgimento digitale.

Tali scambi dimostrano come la connettività operi come forma di assistenza distribuita oltre i confini. Attraverso solidarietà affettive e pratiche, le piattaforme digitali diventano infrastrutture di mutuo soccorso. La connettività permette la diffusione di rassicurazioni emotive, lo scambio di informazioni e strategie di sopravvivenza materiale, superando i limiti territoriali.

Il sumūd digitale si espande quindi oltre la mera sfida per abbracciare la connettività come pratica deliberata di cura e sopravvivenza. “Rimanere online” significa rifiutare la morte sociale, insistere sulla continuità relazionale anche quando le infrastrutture fisiche vengono distrutte. La connettività diventa al contempo linfa vitale e atto politico: una messa in atto quotidiana di presenza contro la scomparsa.

4.2.2 Testimonianza digitale, contro-archivi e mobilitazione istituzionale

Questo tema analizza come i palestinesi mobilitino gli strumenti digitali come strategia multidimensionale contro l’eliminazione fisica ed epistemica. Attraverso la testimonianza in tempo reale, la contro-archiviazione e la difesa istituzionale, lo spazio digitale diventa non solo un terreno di sorveglianza, ma anche un luogo di sumūd (fermezza), autorità narrativa e continuità storica.

La testimonianza digitale come forma di resistenza

Testimonianza e documentazione digitale da parte di giornalisti come Motaz Azaiza e Bisan Owda dimostra come la visibilità diventi una forma di resistenza. Realizzando reportage da Gaza in condizioni di estremo pericolo, trasmettono in diretta streaming, fotografano e archiviano gli eventi in tempo reale, contrastando sia le restrizioni imposte ai media stranieri sia le pratiche di moderazione delle piattaforme. In questo caso, la documentazione diventa un atto politico: sfida i monopoli narrativi e produce una documentazione probatoria alternativa. La visibilità stessa diventa un atto di resistenza elettronica.

Solidarietà e sopravvivenza digitale

Oltre ai bombardamenti, la fame costituisce un’altra dimensione dell’eliminazione. […] In risposta, emergono online forme di solidarietà transnazionali come, per esempio, quella della chef giordana Yasmin Nasir su Instagram […].

Contro-archivi e disobbedienza epistemica

Di fronte alla censura e alla distruzione, i palestinesi si sono rivolti sempre più alla conservazione digitale. Come osserva uno studioso, “questa cancellazione sistematica non è una novità”. Di conseguenza, iniziative come il Palestinian Museum Digital Archive e Decolonize Palestine affermano le prospettive palestinesi come autorevoli, rifiutando il controllo coloniale su ciò che conta come conoscenza legittima. I micro-archivi – registrazioni, screenshot e condivisione – circolano ampiamente durante i blackout, mentre progetti come Fighting Erasure coordinano gli sforzi transnazionali di conservazione. Insieme, queste pratiche formano un’infrastruttura di memoria e disobbedienza epistemica che salvaguarda la continuità storica e contesta le gerarchie epistemiche.

Responsabilità istituzionale e aziendale

Il sumūd digitale opera anche attraverso l’attivismo organizzato della società civile. Organizzazioni come 7amleh, Adalah, Sada Social Center e SMEX documentano i pregiudizi algoritmici e la rimozione di contenuti, trasformando i singoli casi in prove di censura strutturale. Advocacy by Facebook, We Need to Talk hanno spinto Business for Social Responsibility a condurre un audit indipendente, che ha confermato disparità sistemiche nella moderazione.

La mobilitazione parallela si estende al mondo accademico e al settore tecnologico. Il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) e la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI) contestano i legami tra università e aziende e le infrastrutture militari e di sorveglianza israeliane. PACBI sostiene che il boicottaggio interrompe i flussi di conoscenza che sostengono i regimi militari e di sorveglianza. L’intensificarsi dell’attivismo studentesco globale dopo il 7 ottobre ha smascherato l’‘ipocrisia’ delle università prestigiose, portando il co-fondatore del BDS, Omar Barghouti, a definire il movimento come “il momento Sudafrica della Palestina”. Questo slancio ha indotto decine di università ad adottare il disinvestimento o a sospendere le partnership, segnando un impegno accademico globale senza precedenti.

All’interno delle aziende tecnologiche globali, coalizioni come No Tech for Apartheid si oppongono a progetti come Project Nimbus, un contratto di cloud computing tra Google, Amazon e il governo israeliano. Azioni dirette come Shut Elbit Down prendono di mira le aziende coinvolte nelle tecnologie di sorveglianza, nell’analisi predittiva e nelle infrastrutture cloud.

Nel loro insieme, queste iniziative fungono da strumento di resistenza economica ed epistemica, smascherando la complicità delle aziende e contrastando il potere coloniale digitale dall’interno delle sue stesse infrastrutture.

4.2.3 Ricostruire la nazione come atto di digital Sumūd e Futurity

Questo tema concettualizza la costruzione della nazione in condizioni di assedio non solo come un’aspirazione postcoloniale, ma come una pratica continua di sumūd orientata al futuro e alla costruzione della nazione economica. Le iniziative tecnologiche e imprenditoriali palestinesi dimostrano che la ricostruzione non si limita a quella fisica; implica anche la creazione di ecosistemi tecnologici alternativi, sia virtuali che fisici, a livello economico, epistemologico e infrastrutturale. In questo senso, la pratica tecnologica diventa al contempo una strategia di sopravvivenza e un atto politico prefigurativo: uno sforzo per materializzare l’autonomia all’interno di strutture di coercizione.

Costruire ecosistemi alternativi

Le iniziative tecnologiche palestinesi fungono da contrappeso istituzionale alla dipendenza strutturale. Gaza Sky Geeks (incubatore digitale) e MENA Alliances (fondata da Abeer Abu Ghaith) collegano i lavoratori ai mercati globali, aggirando le restrizioni alla mobilità e riducendo la dipendenza come manodopera israeliana. Palestine Open Maps ricostruisce le geografie cancellate, mentre BuildPalestine rafforza l’innovazione a livello comunitario. Queste iniziative costruiscono ecosistemi economici sostenibili e autonomi, incarnando l’azione imprenditoriale e la pratica tecnologica decoloniale nonostante la realtà coloniale di insediamento.

Abeer, un’imprenditrice del settore tecnologico di Jenin, ha espresso questa logica in modo conciso. Nonostante le restrizioni alla circolazione e l’assenza di un aeroporto, ha sottolineato la portabilità e l’autonomia rese possibili dal lavoro digitale: “Il portatile è importantissimo; l’ho sempre detto ai miei genitori e a mia sorella che lavorano: la cosa più importante è il portatile. Anche se tutte le strade ti si chiudessero in faccia, [il portatile] rimarrebbe comunque il tuo portale/porta sul mondo… Era l’unica cosa di cui avevo bisogno per entrare in contatto con le persone e reclutare persone da Gaza che lavorassero con me”.

La testimonianza di Abeer evidenzia come il lavoro digitale trasformi la restrizione spaziale in mobilità in rete. Il laptop funziona come una micro-infrastruttura di autonomia, consentendo la partecipazione ai mercati globali nonostante la delimitazione territoriale e i vincoli di movimento. La connettività funziona quindi non solo come strategia economica, ma anche come pratica politica che sfida l’immobilizzazione imposta. Reclutando lavoratori da Gaza, Abeer dimostra inoltre come le piattaforme digitali riescano a ricollegare tra loro le aree palestinesi frammentate, favorendo la coesione economica interna. In linea con gli studi sull’azione imprenditoriale e sul transnazionalismo digitale, tali iniziative pongono la tecnologia come infrastruttura di sumūd, ovvero un mezzo per riorganizzare attivamente le relazioni economiche in condizioni di difficoltà, anziché limitarsi a subirle.

Majd, un’altra imprenditrice tecnologica di Gaza, esemplifica una forma di sumūd digitale radicata nella materialità. Sfruttando le sue competenze tecniche, ha fondato SunBox, una startup nel settore dell’energia solare che ha fornito accesso sostenibile all’elettricità e all’acqua a decine di migliaia di residenti, comprese le comunità più vulnerabili, senza dipendere da Israele. “Avevamo pochissima elettricità, prima del 7 ottobre ne avevamo solo 6 ore al giorno. Da qui è nata l’idea di SunBox”. Nel contesto del collasso infrastrutturale e della cronica carenza di energia, le tecnologie rinnovabili hanno funzionato contemporaneamente come meccanismo di sopravvivenza e come modello di autonomia decentralizzata.

Dopo che un bombardamento aereo ha distrutto la sua casa, Majd e suo padre hanno sviluppato GreenCake, un’iniziativa che trasforma le macerie degli edifici demoliti in materiali da costruzione riciclati. Questo progetto le è valso il soprannome di “Bint al-Hajar” (La Signora dei Mattoni). Il suo percorso illustra come le competenze tecnologiche possano essere mobilitate per ricostruire sia le condizioni materiali che le infrastrutture sociali in situazioni di estrema precarietà. Ha affermato: “I miei amici sono stati assassinati durante una delle invasioni militari… Quanto accaduto ha avuto un impatto enorme; anche la nostra casa è stata distrutta. Ho sviluppato un senso di frustrazione, chiedendomi: per quanto tempo dovremo aspettare che il Qatar e le Nazioni Unite ricostruiscano la nostra città? Per quanto tempo dovremo aspettare l’aiuto delle organizzazioni internazionali, quando il 94% di noi è istruito? Perché non produciamo? Mi sono sempre fatta questa domanda: vediamo persone all’estero che producono, perché non possiamo farlo anche noi?”

La guerra a Gaza, tuttavia, ha gravemente compromesso questi progetti. SunBox è stata sepolta sotto le macerie. Sulla sua pagina Facebook, Majd ha scritto: “Tutti i ricordi, i certificati, i premi, i regali e le foto – il lavoro di una vita intera – sono scomparsi, cancellati sotto le macerie”. Questa affermazione riflette non solo la distruzione materiale, ma anche la perdita epistemica: la cancellazione di percorsi professionali e riconoscimenti accumulati.

Allo stesso modo, Dalia, un’altra imprenditrice tecnologica di Gaza, ha pubblicato un’immagine dei locali danneggiati di Gaza Sky Geeks. Sotto la fotografia delle rovine, ha scritto: “La Gaza che conoscevo è stata completamente trasformata dalla distruzione causata dagli attacchi dell’occupazione. Credo con tutto il cuore che la ricostruiremo come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, piena di vita!”.

Queste testimonianze rivelano come le piattaforme digitali mediano simultaneamente distruzione e futuro. Le piattaforme dei social media diventano uno spazio in cui la perdita viene documentata, il dolore espresso e la ricostruzione immaginata. La resilienza individuale si trasforma in resistenza comunicativa: un’affermazione di presenza, continuità e determinazione collettiva. Tali casi trovano riscontro in studi che suggeriscono come l’imprenditorialità tecnologica possa fungere da percorso emancipatorio per le comunità marginalizzate che aspirano all’autonomia e alla trasformazione collettiva. In quest’ottica, l’innovazione tecnologica non è slegata dalla politica, bensì è intrinsecamente legata alle lotte per la sopravvivenza, la dignità e la costruzione del futuro.

In definitiva, la ricostruzione attraverso la tecnologia e le piattaforme digitali non viene rimandata a un ipotetico futuro postbellico. Si dispiega in mezzo alla distruzione come atto di sumūd e come rivendicazione di un futuro. Attraverso ecosistemi digitali alternativi, iniziative di energia rinnovabile, ricostruzione imprenditoriale e testimonianze online, i palestinesi mettono in atto una forma di costruzione nazionale fondata sulla competenza tecnologica e sull’immaginazione collettiva. Queste pratiche dimostrano che la tecnologia può servire non solo come strumento di controllo, ma anche come mezzo di sopravvivenza, ricostruzione e azione politica. La ricostruzione di Gaza emerge quindi come un progetto sia materiale che epistemico, un progetto che rivendica la vita, la continuità e il diritto di immaginare un futuro migliore.

5. CONCLUSIONE

Questo studio dimostra che l’occupazione israeliana è entrata in una fase completamente digitale in cui sistemi algoritmici, infrastrutture dati ed economie dell’innovazione svolgono ora funzioni un tempo affidate a soldati e burocrati. La governance a controllo remoto – attraverso il targeting assistito dall’intelligenza artificiale, la sorveglianza biometrica, i posti di blocco automatizzati e il controllo di rete – intensifica, anziché sostituire, il dominio coloniale. I palestinesi diventano ipervisibili come soggetti di dati, ma illeggibili come attori politici, resi conoscibili alle macchine e cancellati dai discorsi umanitari, accademici e sull’innovazione.

Questa è l’automazione dell’apartheid: la traduzione della governance razzializzata in forma computazionale. L’analisi identifica tre modalità interconnesse di eliminazione digitale: fisica (targeting automatizzato e sistemi come Blue Wolf/Lavender), economica (integrazione dell’occupazione nei mercati globali e negazione della sovranità tecnologica attraverso il nesso civile-militare-accademico) ed epistemica (censura delle piattaforme, distruzione degli archivi e scolasticidio).

Contro questo regime, i palestinesi coltivano il sumūd digitale, una forma di disobbedienza epistemica che costruisce infrastrutture alternative di comunicazione, archiviazione e comunità. Attraverso la documentazione distribuita e la solidarietà transnazionale, rivendicano lo spazio digitale per la resistenza e la resilienza.

Resistere all’occupazione algoritmica richiede lo smantellamento dei sistemi digitali oppressivi e la progettazione di futuri tecnologici decoloniali che privilegino la sovranità digitale palestinese, andando oltre gli stretti schemi etici occidentali sull’IA. L’ascesa del sumūd digitale sottolinea come le lotte per i dati e l’IA siano parte integrante della liberazione e della responsabilità.

* Estratto dallo Studio From settler colonialism and the remote-control occupation: tech innovation, neoliberal zionism, and digital sumūd in times of genocide di Arees Bishara, pubblicato sotto diritti Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 4.0 International nel libro Digital Domination: AI, Surveillance, and Digital Power in Palestine and Beyond, a cura di 7amleh-The Arab Center for the Advancement of Social Media in collaborazione con Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies dell’Università di Birzeit, 23 giugno 2026; traduzione a cura di Paginauno, qui lo Studio integrale, in inglese, comprensivo di note e bibliografia non riportare unicamente per ragioni di spazio https://7amleh.org/post/digital-domination-book-en

Tags: intelligenza artificialeinternetisraelepalestinaresistenzasocial media
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