L’impatto dell’AI sul mercato del lavoro: i numeri dei Report e delle proiezioni fotografano una realtà ben lontana dalle narrazioni iperboliche catastrofiste o ottimiste; ma che futuro attende una società capitalistica basata sulla produzione e sul consumo di massa, quando diviene macchinica?
“L’intelligenza artificiale si rivelerà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato, o la peggiore fonte di ingiustizia. La sfida è monumentale. […] L’impatto dell’AI in alcuni settori lavorativi sarà rapido, nell’arco di un decennio anziché di poche generazioni. […] La società dovrebbe riservare fino al 40% dei posti di lavoro attuali agli esseri umani” (1). Parole di Bill Gates, lanciate a fine agosto e prontamente riprese dai media, a riempire le prime pagine. Un meccanismo ormai consolidato: i big dell’intelligenza artificiale scrivono lettere aperte, manifesti, post sui social, e la stampa riporta. Non ha il tempo di sopirsi il clamore di una dichiarazione di Sam Altman che compare Dario Amodei a pronunciarne un’altra, mentre Elon Musk si destreggia tra i due pronto a twittare la propria. Di iperbole in iperbole, l’estate scorsa siamo arrivati all’AI che potrebbe prendere il controllo di Internet nel giro di sei mesi e sterminare l’umanità entro un decennio, e contemporaneamente “curare la maggior parte delle principali malattie nei prossimi 5-10 anni, accelerare notevolmente la crescita economica, creare un mondo di abbondanza e opportunità e inaugurare una rinascita della democrazia e della libertà” (2). Che dire? Contiamo di calpestare ancora questa terra per i prossimi due lustri e assistere a tali eventi escatologici – d’altra parte, stiamo già invecchiando nell’attesa che almeno una delle previsioni di Musk sulla colonizzazione umana di Marte si materializzi (3).
In tutta evidenza, la narrazione dell’intelligenza artificiale – che risponde principalmente a interessi finanziari e mire di oligopolio (4) – non si presta a mezze misure: apocalittici catastrofismi o fiabeschi ottimismi. E la questione AI e lavoro non fa eccezione. Eppure tutti sappiamo che la realtà è sempre più complessa di qualsiasi ipotesi, astrazione o visione, e ha la cattiva abitudine di imporsi. Proviamo a immaginare come.
Tra il peggiore e il migliore dei mondi…
“Mi piace l’espressione ‘riserva umana’ perché mi fa pensare alle riserve naturali: luoghi in cui potremmo costruire edifici e strade, ma scegliamo di non farlo perché la perdita sarebbe troppo grande” (5). Il fondatore di Microsoft vede da qui a dieci anni il “contabile sostituito da un robot”, “il lavoratore da 20 dollari l’ora che perde l’impiego a favore di un robot da 10 dollari l’ora”, “robot intelligenti che inizieranno a competere con gli esseri umani”. Ne consegue la proposta di destinare esclusivamente a persone in carne e ossa una quota dei posti di lavoro: una “riserva umana” che evolverà nel tempo, mentre l’AI sarà introdotta gradualmente nella produzione e nei servizi.
Amodei e Altman ondeggiano tra opposte previsioni, sempre inseguendo il mood del venture capital più che l’ancoraggio alla realtà. Amodei riteneva, nel 2025, che entro il 2030 l’intelligenza artificiale avrebbe eliminato la metà dei lavori d’ufficio entry-level – il primo impiego del neolaureato – portando la disoccupazione statunitense al 10-20% (6); a distanza di un anno ha ritrattato (7). Altman ha più volte parlato, tra il 2022 e il 2024, di futura “apocalisse globale del lavoro” causata dall’AI, per poi cambiare idea nel maggio scorso (8)…
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