Bill Frisell e la cultura musicale statunitense
Frisell ama ricordare un sogno che ha trasformato il suo modo di pensare alla musica e al suo strumento. È accaduto più di trent’anni fa, ma lo ricorda ancora oggi come se si fosse appena svegliato, scosso da un misto di paura e stupore. Nel sogno, Frisell si trova in una biblioteca mozzafiato, circondato da pile di volumi rilegati in pelle e da reperti antichi. Al centro della stanza c’è un tavolo, attorno al quale siedono diverse figure simili a monaci con indosso dei cappucci. All’inizio sembrano austere, ma ben presto si rivelano calorose e accoglienti. ‘Vogliamo mostrarti come sono veramente le cose’ dicono. ‘Prima di tutto, vorremmo mostrarti che aspetto hanno davvero i colori’. Frisell racconta: «Così aprono questa piccola scatola e tirano fuori questi piccoli blocchi. Ne indicano uno e dicono: ‘Ecco come appare il rosso’. Ed è la cosa più intensa e meravigliosa che abbia mai visto. Poi dicono: ‘Sappiamo che sei un musicista, quindi vorremmo farti sentire come suona la vera musica’. Mi sembrava che una specie di tubo mi entrasse nella fronte e si muovesse al suo interno, ed era il suono più incredibile che avessi mai sentito. Nino Rota, Thelonious Monk, Sonny Rollins, Charles Ives, Jimi Hendrix, Hank Williams, Andrés Segovia, Robert Johnson: tutta questa musica che amo, ma tutte le parti erano cristalline. E poi mi sono svegliato.»“ (1).
Lungi da me voler fare il fenomeno a tutti i costi. Però vi dico sinceramente che in qualche maniera mi aspettavo che prima o poi Bill Frisell producesse un album come questo In my Dreams, di recentissima uscita…
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