Immobile, Roman fissa la foto appesa alla parete scrostata. I genitori, giovanissimi, in abito nuziale, sorridono sotto l’immensa pianta secolare.
Sua madre guarda l’obiettivo. Si vede che non ama essere fotografata e stringe tra le sue la mano del marito. Questi, al contrario, è assorto. Facile dirlo adesso, ma nel fugace secondo tra la posa e lo scatto, si avverte l’assurdità del suo destino. Apparentemente sta guardando la moglie, se non che, un’ombra li copre in parte, e sullo sfondo si intuisce il portone della chiesa. Poco più indietro, nonno Argus, in giacca e cravatta verdi e già allora senza capelli, sorride.
Un rumore distoglie Roman dai pensieri. Un gesto energico, non da signora anziana che ha superato i settanta.
Alle sue spalle, zia Dafne sta aprendo la finestra, e il rumore della pioggia riempie la sala. Il freddo lo attraversa.
«Giusto qualche secondo» si scusa la donna. «Giusto il tempo di cambiare aria.»
La casa ha attraversato il secolo, come testimoniano gli alti soffitti e l’odore di umido. Non vi è riscaldamento, fatta salva una pesante stufa di ghisa ormai in disarmo, il cui calore per anni ha reso abitabile la cucina dove Leda, nonna di Roman e sorella di zia Dafne, chiusa tra le mura dei suoi silenzi, ha regnato per anni. Misterioso è il motivo per cui lui e lei, Roman e zia Dafne, siano chiusi nella vecchia casa a condividerne l’umida aria densa e polverosa.
Durante il funerale, zia Dafne gli aveva lasciato scivolare in mano una fotografia con impresso il volto di uno sconosciuto. Gli si era accostata e gliela aveva passata. Il dito prontamente posato in verticale sulle labbra aveva lasciato intendere che esisteva un segreto del quale ancora non era tempo di parlare. Come una forma di strano rispetto verso la nonna – morta, sì; nella bara, certo, ma… – non ancora sepolta e quindi, ancora presente.
La fotografia dai contorni ingialliti adesso è fuori dalla busta, appoggiata al centro del rotondo tavolo polveroso. Roman indica il volto impresso sopra un consunto cartoncino: il viso lungo, lo sguardo fisso nell’obiettivo, il leggero strabismo, e i baffi sottili.
«È Franco?» le chiede.
La zia china il capo lasciando trapelare un leggero sorriso; l’ombra dell’inconfessabile segreto.
Ha le unghie laccate di viola, e tanta cura di sé, da parte di una donna di settantadue anni, sorprende Roman, come se sorprendente fosse la testardaggine del desiderio di piacere agli altri.
«No» risponde.
Nessuno gli ha mai parlato di Nadir e dei due anni dal luglio del 1943 al 2 aprile del 1945, giorno in cui suo nonno, Argus Toifell, era entrato in Vilnarmaisi circondato dai suoi uomini e dalla polvere sollevata dai cavalli, per attraversare il paese da vincitore. Con lo sguardo fisso davanti a sé, trascinava al cappio i suoi trofei, sporchi e sanguinanti.
«Qui la gente» dice la zia, «si è spostata sui muli fino agli anni Cinquanta, poi è passata alla bicicletta, qualche auto, finché sono arrivati i turisti. Ma gli abitanti sono sempre rimasti i soliti cocciuti e rozzi paesani. Mah! Forse sarà stato un bene, chi può dirlo. Ma cosa c’è di più corrotto di qualcosa che non segue le regole di natura? Che non accetta il dolore dei cambiamenti?»
La penombra, in qualche modo, nasconde l’espressione della donna, come se nella sua testa le uniche parole che valgano ancora la pena di essere pronunciate, avessero fossilizzato il loro significato nel passato. La foto in mezzo al tavolo, quindi, deve essere per la zia qualcosa di simile a uno specchio e, adesso, il volto di Roman che vi si riflette la ringiovanisce dentro un sogno, che ancora oggi definirebbe pronunciando la parola amore. È per questo che non si è mai sposata.
«E tuo padre?» chiede zia Dafne, «Si è poi saputo chi lo ha ucciso?»
Nel 1900, Vilnarmaisi era un chilometro lungo la linea della spiaggia. Canneti a nord e a sud e colline e monti verso l’entroterra. Assembramenti di nuclei abitativi avevano occupato il paese; una divisione in famiglie, come nelle antiche tribù: nonno patriarca, figli, nipoti… lari.
Quando nel 1903 è nato Argus Toifell, altre case erano state costruite e nuove persone si erano insediate. Si trattava di signorotti con serve al seguito da portarsi a letto di nascosto per rapidi godimenti a senso unico. C’era il mare, una larga spiaggia, e pace. Nessuno chiedeva di più…
Continua a leggere acquistando il numero 97
copia digitale PDF: 3,00 euro
copia cartacea: 10,00 euro
* Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo Nadir. L’edificio del silenzio di Walter G. Pozzi, Paginauno (2025)


