Edoardo De Angelis, viaggiatore di sogni e geografie, di impegno civile e poesia
Sto per battere Alessandro Manzoni. Scrivo ormai talmente poco di canzoni che i miei lettori scenderanno presto sotto i venticinque dichiarati dallo scrittore. Me ne vanto. Di quali dischi dovrei occuparmi, del resto? Dei dischi vacui di implumi cantautoroidi in circolo per stadi, tributi, premiucci del nostro (mio di sicuro) scontento? O magari ripiegare sul mucchio selvaggio della trap, farmi complice delle sue blaterazioni gutturali-machiste-finto-sociali? Dovrei darmi forse al poeticismo pop? Agli sdoganamenti neomelodici? Ai transfughi, alle meteore, ai talentuosi talenti effimeri dei talent show? Nossignori: sempre ammesso che ancora mi rimangano, mi tengo stretti i miei quattro lettori. Scrivo di canzoni soltanto se doc, quelle dei cantautori ‘classici’ sopravvissuti all’anagrafe o all’abiura ideologica diffusa nel tempo.
Edoardo De Angelis è sopravvissuto al riflusso formale e contenutistico della canzone d’autore. È un padre della patria irredenta del significante e del significato coniugati ancora assecondando un senso. Testa e cuore. Non è piaggeria: i risultati artistici raggiunti da De Angelis si contano col tempo e nel tempo, sparpagliati per dischi, libri, svariate produzioni. De Angelis è un uomo navigato, anche se non tende quasi mai a sottolinearlo. Ha visto nascere, germogliare, evolversi, estinguersi (lo dico io) la canzone di contenuto italiana: dagli anni Settanta del Folkstudio romano agli attuali del mio (più che suo) sgomento. Il vento in poppa (quando c’era) e nei capelli (quando c’erano), come un capitano di lungo corso. Manifesto fisiognomico-resistenziale. Rivendicativo di sogni, libertà di pensiero, canzoni di vita e canzoni di morte, amore, viaggi interiori e geografici, fantasmi desaparecidos, palestinesi, e altri ingombri sulla coscienza collettiva…
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