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Home Politica Guerra

Palestina. La situazione dei lavoratori dei Territori Arabi Occupati: Gaza, Cisgiordania e Golan

Rivista Paginauno by Rivista Paginauno
10 Ottobre 2024
in Guerra, Lavoro
0
Palestina. La situazione dei lavoratori dei Territori Arabi Occupati: Gaza, Cisgiordania e Golan

Fonte: "The situation of workers of the occupied Arab territories", Report of the Director General - Appendix, Geneva: International Labour Office, 2024

International Labour Organization (ILO)*

  • (Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)

Morti, feriti e devastazione: cosa significherà a lungo termine? Un durissimo Rapporto dell’International Labour Organization fotografa l’annientamento dell’economia e del mercato del lavoro a Gaza, in Cisgiordania e nel Golan e mostra come la distruzione non sia iniziata il 7 ottobre 2023 e non finirà con il cessate il fuoco: sono terre nelle quali Israele si è strutturato per rendere sempre più difficile la sopravvivenza ai palestinesi e spingerli ad andarsene

45.000 palestinesi morti e 95.000 feriti a Gaza, al 10 settembre 2024. Un bollettino tenuto costantemente aggiornato, insieme alla portata della distruzione causata dai bombardamenti e dalle incursioni via terra dell’esercito israeliano. Ciò su cui ci si focalizza meno è cosa significherà tutto questo a lungo termine. È quel che fa questo Rapporto dell’International Labour Office, presentato a giugno 2024, partendo dalla situazione del lavoro e dei lavoratori non solo di Gaza, ma di tutti i Territori Arabo/Palestinesi Occupati, ossia anche Cisgiordania e Golan. È una situazione di cui non si può avere contezza della portata se non si analizzano i dettagli e i numeri, e questo documento li contiene.

Veniamo così a sapere, per citare appena alcune realtà fotografate dal Report, che a Gaza il PIL è crollato dell’81% e la disoccupazione è all’89%; che l’80% degli stabilimenti commerciali, industriali e dei servizi è stato danneggiato o distrutto, causando la chiusura delle attività economiche; che la produzione agricola è cessata perché Israele sta “radendo al suolo tutte le strutture, compresi i campi agricoli e le serre, e creando una zona cuscinetto lungo la recinzione di confine tra Israele e Gaza che dovrebbe essere larga fino a un chilometro e occupare circa il 16% della superficie dell’enclave”, mentre anche pesca e acquacoltura sono crollate perché “nessuna imbarcazione nel porto di Gaza è rimasta utilizzabile e le gabbie per la piscicoltura, le attrezzature per la pesca e gli impianti per la produzione di ghiaccio per preservare il pescato sono stati distrutti durante i bombardamenti all’inizio della guerra”: una condizione che ha contribuito alla carestia e all’attuale crisi alimentare.

Anche in Cisgiordania l’economia e il lavoro sono franati. Prima della guerra, 140.000 palestinesi della Cisgiordania erano impiegati in Israele e altri 40.000 negli insediamenti israeliani: la maggior parte ha perso il lavoro a causa della chiusura dei valichi di frontiera operata da Israele. All’interno della Cisgiordania, Israele ha istituito 968 checkpoint temporanei, oltre a quelli permanenti, rendendo impossibile ai palestinesi muoversi tra una città e l’altra, e dunque anche raggiungere il proprio posto di lavoro, e tagliandoli fuori da “almeno 25.000 acri di pascoli e terreni agricoli”; mentre “nella zona H2 di Hebron è stato imposto un coprifuoco completo della durata di un mese, durante il quale ai palestinesi è stato impedito di uscire, e ai negozi è stato ordinato di chiudere”. In tutto questo, il numero degli avamposti e degli insediamenti illegali israeliani è aumentato, e “i coloni sono sempre più armati e talvolta indossano uniformi dell’esercito: alcuni sono stati arruolati in battaglioni che prestano servizio vicino ai propri insediamenti, rendendo poco chiaro in quale veste agiscano”.

In aggiunta, Israele ha unilateralmente e illegalmente aumentato le proprie trattenute da quanto deve mensilmente versare all’Autorità Palestinese per imposte doganali, rendendo impossibile a quest’ultima far fronte alle necessità sociali ed economiche create dalla guerra: “Del miliardo di shekel mensili dovuti, l’Autorità Palestinese riceve appenao 250 milioni; il solo costo salariale del settore pubblico è stimato in 700 milioni di shekel al mese”.

Quello che qui traduciamo e pubblichiamo in estratto, è un Rapporto durissimo, com’è giusto che sia vista la situazione che si evidenzia. E che, al di là dei numeri e dei grafici, non dimentica due aspetti fondamentali. Il primo: la crisi economica e del mercato del lavoro non è iniziata il 7 ottobre ma è strutturalmente causata da decenni di Occupazione israeliana; Gaza è soggetta a un blocco di diciassette anni via terra, aria e mare, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti e dai checkpoint che frammentano e rendono impossibile la circolazione dei palestinesi. Il secondo: tra i costi a lungo termine di questa guerra non bisogna trascurare “la prolungata interruzione dell’istruzione e della formazione professionale sia a Gaza che in Cisgiordania e le conseguenti perdite di apprendimento, che imporranno conseguenze durature sui bambini, sulle giovani donne e sugli uomini e sulla società in generale; lunghi periodi di disoccupazione e mancanza di opportunità di accumulo di capitale umano, compresa la formazione professionale sul posto di lavoro, insieme a gravi infortuni in tempo di guerra, malattie e mancanza di cure mediche, nonché il trauma psicologico del conflitto, lasceranno cicatrici durature nella futura capacità produttiva degli individui e delle comunità palestinesi”.

Noi aggiungiamo una terza considerazione, prendendo a prestito le parole di Ibrahim Souss in Lontano da Gerusalemme, ambientato nel 1948, l’anno della Nakba: “Di nuovo, mi affiorava alla mente l’idea di partire. Ma assumeva una nuova dimensione. Non era più dovuta alla paura, ma a un’altra ragione più urgente, più pressante. Come sopravvivere in condizioni che da due mesi diventavano sempre peggiori, mentre i nostri mezzi molto limitati si erano assottigliati al massimo e stavano arrivando a un punto critico? L’attività della farmacia che avevo aperto in via Mamilla, a pochi passi da Bab al-Khalil, all’esterno delle mura, andava a rilento da tre mesi, per mancanza di approvvigionamenti. Numerosi prodotti farmaceutici venivano importati, e, causa lo stato di guerra nel quale il Paese era scivolato, procurarseli era diventato sempre più difficile. E poi l’insicurezza era tale da rendere precario qualsiasi commercio. […] la Fuga era divenuta tentazione persistente anche perché non sapevamo più come arrivare a fine mese”. Souss rappresenta la violenza e la paura, le rappresaglie e gli attentati dei gruppi terroristici israeliani dell’Irgun e dello Stern – supportati dagli inglesi, ancora presenti in Palestina – ma focalizza anche i coprifuoco, le chiusure imposte alle attività commerciali e i problemi economici causati dall’intera situazione, tra le ragioni che spinsero molti palestinesi a lasciare le proprie case e a non farvi più ritorno. Uno spettro, la Nakba, che sembra essere stato rievocato dal passato nella modalità con cui Israele affronta questa guerra: non solo migliaia di morti e feriti, anche la sistematica distruzione di ogni possibile economia e lavoro a Gaza e Cisgiordania.

Capitolo 1. Una situazione catastrofica

Questo è stato l’anno più difficile per i lavoratori palestinesi dall’inizio dell’Occupazione nel 1967. […] [La] guerra devastante a Gaza ha causato enormi morti e devastazione nei Territori Palestinesi Occupati. I mezzi di sussistenza sono distrutti e il lavoro scarseggia. La disoccupazione è ai massimi storici; da ottobre sono andati perduti più di mezzo milione di posti di lavoro a Gaza e in Cisgiordania. Immensi disagi sono stati inflitti ai lavoratori e ai datori di lavoro palestinesi.

Ma le sofferenze non sono iniziate nell’ottobre del 2023. Piuttosto, la guerra a Gaza e le sue molteplici ricadute in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, hanno drammaticamente accentuato e amplificato le debolezze strutturali di un mercato del lavoro soffocato da decenni di Occupazione. I fattori chiave includono l’espansione dell’attività di insediamento israeliano, la frammentazione spaziale della terra palestinese e le restrizioni imposte dall’Occupazione su movimento, accesso, commercio e finanze pubbliche.

Lavoratori di Gaza dentro e sotto le macerie

Prima di passare alla difficile situazione attualmente vissuta dai lavoratori di Gaza, è istruttivo rivedere la situazione prima dell’ottobre 2023. Soggetta a un blocco di diciassette anni via terra, aria e mare, la maggioranza dei palestinesi nella Striscia sopravviveva già sotto la soglia di povertà prima dell’ultima guerra. Molti hanno sperimentato l’insicurezza alimentare. L’enclave era impantanata in una cronica crisi socioeconomica e umanitaria, aggravata da frequenti escalation militari con Israele. L’accesso a beni, servizi e finanziamenti, nonché alle attività del settore privato, è stato fortemente limitato dal blocco. La disoccupazione era più di tre volte quella della Cisgiordania e nel terzo trimestre del 2023 era pari al 45%. Tra le donne e i giovani era particolarmente elevata. Gli indicatori chiave del mercato del lavoro hanno trasmesso un quadro cupo delle lotte quotidiane per la sussistenza, del collasso e della privazione. Gaza era già in fase di de-sviluppo da molto tempo.

Ora, a più di sei mesi dall’inizio della guerra, Gaza è in gran parte in rovina, con poca parvenza di economia o di mercato del lavoro. Gli intensi bombardamenti e le operazioni di terra israeliani, i pesanti combattimenti tra le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi, l’assedio imposto da Israele che impedisce la fornitura di elettricità e limita l’accesso alle forniture umanitarie, compresa l’acqua, hanno provocato una crisi umanitaria estrema. […]

Il prodotto interno lordo (PIL) di Gaza è crollato dell’81% nell’ultimo trimestre del 2023. La distruzione fisica sta colpendo ogni settore dell’economia. Oltre al 62% delle case è stato raso al suolo (a gennaio 2024) e quasi l’80% degli stabilimenti commerciali, industriali e del settore dei servizi è stato danneggiato o distrutto, causando la chiusura delle attività commerciali e un totale sconvolgimento economico. Il settore agricolo è stato colpito in modo simile. All’inizio del 2024 la produzione agricola era praticamente cessata e l’intera popolazione dipendeva dagli aiuti alimentari. Le perdite di produzione economica in tutto il Territorio Palestinese Occupato si stimano pari a quasi 19 milioni di dollari al giorno.

L’attività economica a Gaza si è in gran parte fermata. È difficile ottenere statistiche affidabili, come è stato impossibile, dall’ottobre 2023, raccogliere dati relativi ai sondaggi sulla forza lavoro nell’enclave. Nel dicembre 2023, l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica (PCBS) e l’Autorità Monetaria Palestinese hanno stimato che la disoccupazione fosse salita al 74%. Nel marzo 2024, il nuovo Primo Ministro palestinese, Mohamed Mustafa, ha citato un aumento fino all’89%. La perdita totale di reddito da lavoro a Gaza è stata stimata in 4,1 milioni di dollari al giorno, causata dalla perdita di posti di lavoro, dal pagamento parziale degli stipendi del settore pubblico e dalla riduzione dei redditi dei lavoratori del settore privato.

Pertanto, a Gaza non esiste più un mercato del lavoro funzionante. Si dice che il poco lavoro rimasto sia informale e finalizzato alla sopravvivenza, come il commercio ambulante, e spesso svolto da bambini. Inoltre, tutta l’istruzione e la formazione formale, compresa la formazione professionale, sono state sospese dall’ottobre 2023. Si dice che gli istituti scolastici siano stati sistematicamente presi di mira, al punto che l’intero sistema è crollato. La maggior parte degli edifici scolastici e universitari è stato distrutto o danneggiato o viene utilizzato come rifugio per gli sfollati interni. Centinaia di insegnanti, formatori e docenti universitari sono stati uccisi.

Prima dello scoppio della guerra, circa 20.000 palestinesi di Gaza lavoravano in Israele. Dato l’enorme divario salariale tra Israele e Gaza, hanno contribuito in modo significativo al reddito familiare e alla resilienza finanziaria complessiva dell’enclave. A pochi giorni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, i permessi dei lavoratori di Gaza sono stati revocati dalle autorità israeliane. Migliaia di loro sono stati detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane e rilasciati solo diverse settimane dopo. Ci sono segnalazioni di gravi maltrattamenti, riferite da lavoratori e dai loro rappresentanti, così come da organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali. La maggior parte di questi lavoratori è stata infine rimandata a Gaza, in zona di guerra, con la confisca degli effetti personali. Nell’aprile 2024, migliaia di persone rimanevano ancora in Cisgiordania, rifugiandosi in case private o in centri di accoglienza dell’Autorità Palestinese. Tagliate fuori dalle loro famiglie e comunità, prive di alcun modo significativo per sostenersi, stanno lottando per sopravvivere.

Cisgiordania: un’economia e un mercato del lavoro in frantumi

Da quando è scoppiata la guerra a Gaza, la Cisgiordania Occupata è stata all’ombra dell’attenzione internazionale. Tuttavia, è rimasta ben lungi dall’essere al riparo dalle ricadute. Il PIL si è fortemente contratto ed è diminuito del 19% dal terzo al quarto trimestre del 2023. Di conseguenza, e aggravato dal tracollo economico di Gaza, il PIL complessivo nei Territori Palestinesi Occupati è diminuito del 6% nel 2023. Ciò contrasta nettamente con le proiezioni effettuate prima dell’ottobre 2023, che vedevano una crescita del 3%.

Con la sospensione del commercio con Gaza, la chiusura dell’accesso al mercato del lavoro israeliano, l’aumento della violenza dei coloni israeliani e le restrizioni che soffocano le attività economiche, i mezzi di sussistenza in Cisgiordania sono stati compromessi e il mercato del lavoro è in rovina. Molte imprese hanno ridotto l’orario di lavoro e licenziato i lavoratori. I settori più colpiti sono l’edilizia, il turismo e i trasporti. Si stima che alla fine di gennaio 2024, 306.000 posti di lavoro sono stati persi rispetto all’ottobre 2023. Il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato in tre mesi. Allo stesso tempo, la situazione fiscale dell’Autorità Palestinese è in uno stato critico, vacillante sotto le ultime trattenute unilaterali alle entrate operate da Israele. Il calo delle spese domestiche, aziendali e governative si influenzano a vicenda, provocando una spirale discendente di depressione economica.

Di particolare importanza in questo contesto sono le perdite di posti di lavoro subite dai lavoratori palestinesi prima occupati in Israele e negli insediamenti. Il loro numero era aumentato costantemente nel corso degli anni. Prima della guerra, in Israele erano impiegati circa 140.000 lavoratori, un quarto dei quali privi di documenti e senza permesso. Altri 40.000 lavoravano negli insediamenti, spesso in zone industriali vicine alla Linea Verde e alla produzione agricola nella Valle del Giordano. Prima dell’ottobre 2023 circa un quinto della forza lavoro della Cisgiordania lavorava per un datore di lavoro israeliano, con livelli salariali alti più del doppio di quelli della Cisgiordania. Come sottolineato nei precedenti Rapporti del Direttore Generale, le condizioni di lavoro erano spesso inadeguate, l’applicazione dei diritti dei lavoratori era frammentaria, il regime dei permessi di lavoro e le relative pratiche di intermediazione erano abusivi, e l’accesso quotidiano a Israele dei pendolari attraverso i valichi era irto di lunghe e complicate procedure.

La maggior parte di questo lavoro si è interrotto bruscamente dopo il 7 ottobre 2023, quando Israele ha chiuso i suoi valichi di frontiera ai lavoratori palestinesi. Tuttavia, i permessi per i palestinesi della Cisgiordania non sono stati revocati, contrariamente alle misure adottate nei confronti dei lavoratori di Gaza. Il numero esatto di palestinesi che lavora ancora nell’economia israeliana non è chiaro. Gli interlocutori hanno indicato cifre che vanno da 22.000 a 50.000, compresi lavoratori negli insediamenti, lavoratori privi di documenti, e circa 10.000 lavoratori ammessi in Israele con permesso. Alcuni di loro sono impiegati a sostegno dello sforzo bellico di Israele.

Ci sono indicazioni che alcuni decisori israeliani, compresi i datori di lavoro, sarebbero favorevoli al ritorno dei lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro israeliano. Le strategie per sostituirli con lavoratori dell’Asia meridionale o africani, anche attraverso accordi bilaterali con i Paesi di origine, sembrano aver avuto un successo limitato e si sono rivelate costose e burocraticamente complicate.

Approfondimento e accelerazione dell’Occupazione

L’Occupazione israeliana sta entrando nel suo 58° anno. Si è costantemente approfondita nel corso degli anni e ha subìto un’accelerazione dall’ottobre 2023. Al centro vi sono una rete di insediamenti in espansione e un sistema coercitivo di vincoli fisici e amministrativi a più livelli. Gli insediamenti sui territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale. Quarantaquattro anni fa, la risoluzione adottata alla 66a Sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, che è alla base di questo rapporto, esprimeva “profonda preoccupazione per l’intensificazione della politica israeliana degli insediamenti”. All’epoca c’erano circa 100.000 coloni israeliani sparsi in Cisgiordania, Gaza, nel Golan Siriano Occupato e nel Sinai Occupato. Nel 2023 la Cisgiordania ospitava circa 700.000 coloni. Gli insediamenti continuano a essere ampliati.

L’accesso a molte parti della Cisgiordania è stato bloccato dall’ottobre 2023. Ora ci sono più di 750 posti di blocco permanenti, oltre a molti altri temporanei o ‘volanti’. Disconnettono i mercati, limitano severamente la circolazione tra paesi e città palestinesi e costituiscono un grave vincolo per i lavoratori che si recano al lavoro.

La violenza, sia da parte dei coloni armati che dell’esercito israeliano, è una caratteristica di lunga data della vita palestinese in Cisgiordania. Accompagna l’esproprio di terreni, la demolizione di case, la rasatura di terreni agricoli e intense operazioni militari. Ci sono state incursioni quasi quotidiane dell’esercito israeliano nei campi profughi della Cisgiordania. Frequenti raid sono stati condotti anche nei principali centri urbani dell’Area A, come Ramallah, Hebron e Gerico, che, secondo gli Accordi di Oslo, dovrebbero essere sotto il pieno controllo di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Nel 2023, il numero delle vittime palestinesi è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. Un totale di 509 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania. Il ciclo della violenza è continuato senza sosta anche quest’anno.

Lo spazio politico si è eroso

Forse non sorprende che in tempi di emergenza e di guerra, le principali iniziative politiche dell’Autorità Palestinese siano entrate in uno stato di ibernazione in termini di pianificazione, legislazione e implementazione. Le principali tra queste sono le riforme della sicurezza sociale, inclusa la creazione di un fondo pensione per i lavoratori del settore privato. Nuovi tentativi di revisione della legge sul lavoro n. 7 del 2000 e della legge palestinese sulla previdenza sociale del 2016, sospesa dal 2019, erano progrediti nell’ottobre 2023, ma sono stati poi sospesi. […]

Nel complesso, l’attuazione delle politiche pubbliche richiede stabilità fiscale e prevedibilità finanziaria. Da anni la Palestina non gode di nessuna delle due cose. Soffocate dal ridotto sostegno dei donatori e dalle entrate parzialmente trattenute da Israele, le sue finanze pubbliche erano già diventate insostenibili prima dell’ottobre 2023. Dopo il 7 ottobre le autorità israeliane hanno versato ancora meno. Anche le entrate fiscali nazionali sono crollate. Di conseguenza, lo spazio fiscale si è ridotto fino al punto in cui la spesa pubblica di base non può più essere soddisfatta in modo affidabile. I dipendenti pubblici, per esempio, vengono pagati con notevoli ritardi e attualmente ricevono solo circa i due terzi del loro stipendio. […]

Capitolo 2. Crisi senza precedenti dell’economia e del mercato del lavoro palestinesi

I precedenti rapporti del Direttore Generale hanno descritto l’insostenibile situazione economica e del mercato del lavoro a Gaza come risultato del blocco terrestre, marittimo e aereo che dura ormai da diciassette anni. La guerra a Gaza non solo ha causato un immenso tributo di vite umane, ma ha anche imposto un costo economico e sociale senza precedenti in tutti i Territori Palestinesi Occupati. […] La guerra ha livellato indiscriminatamente tutta la Striscia: gli uomini d’affari, i lavoratori autonomi e i lavoratori del settore pubblico sono stati tutti ridotti in povertà. Con i capifamiglia morti o feriti, i bambini vagano per le strade chiedendo l’elemosina o lavorando per procurarsi il cibo. Le istituzioni del mercato del lavoro sono state distrutte.

Mentre Gaza è ormai completamente impoverita, anche l’economia della Cisgiordania è stata danneggiata dalle ricadute della guerra. La combinazione del calo della spesa dei consumatori a causa dei licenziamenti e della chiusura nominale del mercato del lavoro israeliano, del calo degli investimenti delle imprese in un ambiente economico instabile, e della mancanza di politiche fiscali anticicliche in un contesto di fragilità fiscale – a sua volta esacerbato dalla politica fiscale unilaterale di Israele che trattiene le entrate che dovrebbe versare all’Autorità Palestinese – sta rafforzando un ciclo di contrazione economica.

Sebbene i costi immediati derivanti dalla guerra per i Territori Palestinesi Occupati siano enormi, anche i costi a lungo termine saranno significativi. La prolungata interruzione dell’istruzione e della formazione professionale sia a Gaza che in Cisgiordania e le conseguenti perdite di apprendimento, imporranno conseguenze durature sui bambini, sulle giovani donne e sugli uomini e sulla società in generale. Lunghi periodi di disoccupazione e mancanza di opportunità di accumulo di capitale umano, compresa la formazione professionale sul posto di lavoro, insieme a gravi infortuni in tempo di guerra, malattie e mancanza di cure mediche, nonché il trauma psicologico del conflitto, lasceranno cicatrici durature nella futura capacità produttiva degli individui e delle comunità palestinesi.

Sviluppi economici: collasso dell’economia di Gaza, scosse in Cisgiordania

Per più di mezzo secolo, l’economia palestinese non è stata in grado di realizzare il suo pieno potenziale a causa del complesso sistema di restrizioni e ostacoli alla circolazione delle merci e delle persone imposto da Israele a partire dal 1967. Tali restrizioni sono diventate più rigorose nei primi anni ‘90 e sono diventate particolarmente dure a Gaza dal 2007, quando Israele ha imposto un blocco a seguito della vittoria di Hamas nella Striscia. Nel corso dei decenni, il blocco e le restrizioni hanno portato alla deindustrializzazione e al de-sviluppo di Gaza.

In un tale contesto, nel 2023 l’economia palestinese stava recuperando il terreno perduto a causa della crisi del Covid-19, quando è scoppiata la guerra, i cui risultati sono stati, e continuano a essere, catastrofici. Nei tre trimestri precedenti al 7 ottobre 2023, la crescita trimestrale del PIL è stata in media del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL è crollato di quasi un terzo (figura 2.1.A). Il declino è stato guidato da Gaza, dove è crollato dell’81,3% rispetto al 18,8% della Cisgiordania. Su base annuale, lo shock della guerra ha portato i livelli di attività economica nei Territori Palestinesi Occupati al 93,3% del livello pre-pandemia (2019). A Gaza la guerra ha spazzato via non solo tutti i guadagni ottenuti durante la ripresa dalla pandemia ma anche molto di più, tanto che i livelli del PIL nel 2023 erano meno di tre quarti del livello pre-pandemia.

Il tenore di vita a Gaza è al livello più basso da quando sono iniziate le registrazioni nel 1994

Il PIL pro capite in Cisgiordania è diminuito del 4,5% nel 2023. A Gaza è diminuito di un quarto, scendendo a meno di 1.000 dollari, il livello più basso dal 1994, quando è stata istituita l’Autorità Palestinese (figura 2.2). Nel 2023 il PIL pro capite a Gaza era pari al 40% del livello di trent’anni prima. Mentre nel 1994 gli standard di vita in Cisgiordania e a Gaza erano quasi gli stessi, da allora il divario tra le due zone è aumentato. Nel 2006, l’anno prima dell’inizio del blocco israeliano, il PIL pro capite di Gaza era pari al 68% di quello della Cisgiordania. Nel 2023 era solo del 22%, il divario più ampio mai registrato.

Attività economiche limitate a Gaza in condizioni estremamente pericolose

Nel quarto trimestre del 2023, tutti i settori economici dei Territori Palestinesi Occupati hanno registrato forti flessioni rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (figura 2.3). A Gaza, tutti i settori, a eccezione degli “Altri servizi”, sono crollati di oltre il 90% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. […]

Ospedali e strutture sanitarie vengono regolarmente attaccati e danneggiati dalla campagna militare di Israele. All’inizio di aprile 2024, solo il 30% circa delle strutture sanitarie primarie era funzionante e 26 ospedali erano fuori servizio, mentre solo 10 funzionavano parzialmente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Al-Shifa Medical Complex, il più grande ospedale di Gaza, è stato completamente distrutto, “strappando il cuore” del sistema sanitario dell’enclave.

Le attività di assistenza sociale sono appesantite dai bassi livelli di camion carichi di aiuti umanitari ammessi a Gaza. Prima dell’attuale guerra, ogni giorno lavorativo entravano nella Striscia una media di 500 camion carichi di merci, compreso il carburante, il che di per sé era ampiamente insufficiente. Nonostante le urgenti necessità create dalla catastrofe umanitaria, il numero di camion carichi autorizzati a entrare a Gaza si è ridotto considerevolmente; il numero cumulativo di camion che sono entrati dall’inizio delle ostilità fino alla fine di marzo 2024 è inferiore al 30% del numero cumulativo che sarebbe entrato al ritmo pre-bellico (figura 2.4). […]

È emersa un’economia del baratto

La missione è stata informata che la mancanza di accesso agli aiuti umanitari, la conseguente carenza di beni di prima necessità e la debilitante ondata di devastazione a Gaza, inclusa la distruzione della maggior parte delle banche e dei bancomat, hanno portato a una crisi di liquidità che ha dato origine a una nuova realtà economica: un’economia del baratto. I palestinesi di Gaza si sono rivolti al baratto come mezzo di sopravvivenza, scambiando beni e servizi non con valuta, ma con altri beni o favori. Gli effetti personali e gli aiuti umanitari vengono venduti come cibo. I bambini sono spesso coinvolti in queste attività di baratto per sostenere le famiglie. Ai pochissimi sportelli bancomat ancora in funzione, le code per il prelievo di contanti possono durare diversi giorni e spesso portare a transazioni senza successo. Le persone hanno fatto ricorso a mezzi alternativi per ottenere denaro che comportano commissioni elevate.

Decimazione del settore privato a Gaza

A Gaza, le attività del settore privato sono crollate. Si stima che nei primi quattro mesi di guerra il loro valore di produzione sia crollato dell’85,8% rispetto a una linea di base senza guerra, equivalente a perdite per 810 milioni di dollari o 6,7 milioni al giorno (figura 2.5.A ). L’indice del ciclo economico dell’Autorità Monetaria Palestinese dipinge un quadro simile: stallo completo a Gaza (figura 2.5.B). […]

Con la maggior parte dei beni e delle infrastrutture rilevanti per il settore agricolo danneggiati o distrutti, la produzione vegetale e animale è praticamente cessata. La distruzione dell’agricoltura è stata particolarmente grave nella parte settentrionale della Striscia.

Una zona cuscinetto ampliata ridurrà ulteriormente i terreni agricoli di Gaza

Gran parte dei limitati terreni agricoli di Gaza si trovano vicino alla recinzione perimetrale con Israele, in parte perché la terra è scarsa nell’enclave e gli agricoltori si sono presi il rischio di coltivare vicino alla recinzione per sostenere la sussistenza. Molto prima dell’attuale guerra, le autorità israeliane avevano imposto una zona cuscinetto che vietava ai palestinesi di Gaza di avvicinarsi a più di 300 metri dalla recinzione, ma agli agricoltori era stato consentito lavorare fino a 100 metri dalla recinzione. Gli interlocutori hanno informato la missione che, in linea con quanto riferito dai media, le autorità israeliane stanno ora radendo al suolo tutte le strutture, compresi i campi agricoli e le serre, e creando una zona cuscinetto lungo la recinzione di confine tra Israele e Gaza che dovrebbe essere larga fino a un chilometro e occupare circa il 16% della superficie dell’enclave. Alla fine di febbraio 2024, le immagini satellitari indicavano che il 90% degli edifici della zona erano stati danneggiati o distrutti. Si prevede che l’espansione della zona cuscinetto ridurrà sostanzialmente l’area della Striscia, compresa in particolare la quantità di terreni agricoli disponibili.

Livelli catastrofici di fame nel nord di Gaza

Il danno ai terreni agricoli e l’incapacità degli agricoltori sfollati di accedere alle loro fattorie e ai campi, insieme agli aiuti umanitari limitati che possono entrare a Gaza, stanno portando a condizioni simili alla carestia, mentre i prezzi dei beni agricoli e del cibo sono saliti alle stelle. […]

Prezzi esorbitanti a Gaza

La mancanza di prodotti agricoli e alimentari ha fatto lievitare i prezzi a livelli esorbitanti. Nel febbraio 2024, un chilogrammo di zucchero bianco costava in media 47,33 shekel (circa 12 dollari USA), 9,6 volte superiore al prezzo di 4,92 shekel in Cisgiordania. Un cartone di uova a Gaza costava in media 100 shekel (circa 27 dollari), più di cinque volte il prezzo medio in Cisgiordania (19,71 shekel). Di conseguenza, l’indice dei prezzi al consumo a Gaza è salito ai massimi storici (figura 2.6). In Cisgiordania i prezzi sono rimasti più stabili; ciononostante, come osservato nel Rapporto del Direttore Generale dello scorso anno, l’inflazione prima della guerra era già al livello più alto degli ultimi dieci anni e, senza che l’Autorità Palestinese avesse gli strumenti di politica monetaria per affrontarla, i lavoratori palestinesi stavano lottando in una crisi del costo della vita segnata dall’erosione dei salari reali.

Il settore privato vacilla in Cisgiordania

Le ripercussioni della guerra a Gaza si sono estese alla Cisgiordania. Lì il PIL è diminuito guidato dal settore manifatturiero e delle costruzioni, entrambi in calo di oltre un quarto (vedi figura 2.3). Le attività finanziarie e assicurative hanno subìto l’impatto minore, registrando un calo del 7,2%. Si stima che il valore della produzione del settore privato in Cisgiordania tra il 7 ottobre 2023 e la fine di gennaio 2024 sia diminuito di oltre un quarto (26,9%) rispetto al livello di riferimento senza guerra, equivalente a perdite di quasi 1,5 miliardi di dollari USA, ovvero 12,4 milioni di dollari al giorno (vedere figura 2.5.A). Le micro, piccole e medie imprese hanno sopportato il peso maggiore degli impatti.

Dietro queste perdite di produzione si celano numerosi fattori. In primo luogo, la missione è stata informata che prima della guerra, il 30% della produzione industriale in Cisgiordania era destinata a Gaza, che ora si è fermata completamente. In secondo luogo, il numero di posti di blocco e barriere in Cisgiordania è aumentato considerevolmente, scollegando i mercati e isolando completamente alcuni villaggi, ed è aumentato considerevolmente anche il numero di incursioni militari israeliane. Queste restrizioni alla circolazione, che causano deviazioni e tempi di viaggio lunghi e incerti, insieme a un ambiente insicuro e teso, stanno portando a un calo significativo della mobilità, riducendo così la domanda. Di conseguenza, il commercio interno e il settore del turismo, compreso quello di Betlemme, dove i tassi di occupazione degli alberghi erano tristemente bassi, sono stati tra i più colpiti. In terzo luogo, i lavoratori non sono stati in grado di raggiungere i propri luoghi di lavoro a causa delle restrizioni più severe, portando a una riduzione della produzione. In quarto luogo, il potere d’acquisto in Cisgiordania è diminuito considerevolmente, a causa del fatto che molti lavoratori che lavoravano in Israele e negli insediamenti sono rimasti senza reddito per sei mesi all’inizio di aprile 2024, e che i lavoratori del settore pubblico ricevono solo salari parziali. Gli acquisti in Cisgiordania da parte degli arabo-israeliani, che in precedenza rappresentavano quote importanti delle vendite in alcuni settori e località, hanno subìto una significativa contrazione, con un ulteriore impatto negativo sul potere d’acquisto. […]

Le clearance revenues sono crollate, portando a una situazione fiscale insostenibile per l’Autorità Palestinese

Le finanze pubbliche dell’Autorità Palestinese erano fragili già prima della guerra. I precedenti rapporti del Direttore Generale sottolineavano i cambiamenti frequenti, opachi e unilaterali da parte dell’autorità israeliana alla trattenuta mensile operata sulle entrate doganali da trasferire all’Autorità Palestinese. Poiché quelle derivanti dallo sdoganamento rappresentano due terzi delle entrate dell’Autorità Palestinese, tali detrazioni unilaterali non solo hanno complicato l’amministrazione quotidiana delle finanze pubbliche, ma hanno anche costretto l’Autorità Palestinese a concentrarsi sui bisogni immediati a scapito degli investimenti nello sviluppo a lungo termine.

Prima della guerra, le autorità israeliane trattenevano un importo equivalente a quello che, a loro avviso, l’Autorità Palestinese stava fornendo alle famiglie dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e a quelli uccisi a causa della violenza, oltre ad altre trattenute (circa 150 milioni di shekel al mese). In seguito allo scoppio della guerra a Gaza, Israele ha anche iniziato a ridurre l’equivalente dei fondi dell’Autorità Palestinese stanziati per Gaza, stimati in 600 milioni di shekel al mese (circa 165 milioni di dollari). In risposta, l’Autorità Palestinese ha rifiutato di accettare qualsiasi trasferimento di entrate. Alla fine di febbraio è stato stipulato un accordo con il governo norvegese affinché fungesse da intermediario per gli importi relativi a Gaza, cosa che ha permesso all’Autorità Palestinese di ricevere almeno l’importo rimanente dopo le detrazioni israeliane. L’importo detratto come equivalente dei fondi stanziati per Gaza sarà trattenuto dalla Norvegia fino a quando tutte le parti non accetteranno il loro rilascio. La somma che effettivamente riceve l’Autorità Palestinese al netto delle detrazioni è però deplorevolmente inadeguata: del miliardo di shekel mensili dovuti, la missione è stata informata che l’Autorità Palestinese riceve solo circa un quarto, cioè circa 250 milioni di shekel. Allo stesso tempo, il solo costo salariale del settore pubblico, sulla base degli impegni, è stimato in 700 milioni di shekel al mese. […]

Non è chiaro per quanto tempo ancora l’Autorità Palestinese potrà continuare a operare senza un contesto sostenibile e prevedibile e senza un aumento significativo delle sovvenzioni dei donatori. Il sostegno al bilancio è diminuito drasticamente negli ultimi quindici anni: è sceso da 2 miliardi di dollari nel 2008 a 250 milioni di dollari nel 2022. L’interazione tra il calo della spesa pubblica, quello degli investimenti delle imprese e della domanda dei consumatori, sta perpetuando una traiettoria discendente dell’attività economica. […]

Cisgiordania: ancora un altro shock

[…] L’occupazione totale dei palestinesi della Cisgiordania nel quarto trimestre del 2023, che tiene conto delle ricadute della guerra a Gaza, è diminuita del 23,8% (o di 207.000 unità) rispetto al trimestre precedente, a causa della disoccupazione dei lavoratori o dell’uscita dal mondo del lavoro. […]

L’occupazione informale spesso funge da cuscinetto e quindi spesso aumenta durante i periodi di difficoltà. Durante questo shock del mercato del lavoro, tuttavia, l’incidenza dell’occupazione informale tra i palestinesi in Cisgiordania è effettivamente diminuita, scendendo al 44,8% nel quarto trimestre del 2023, dal 49,6% del trimestre precedente. La perdita di posti di lavoro in Israele e negli insediamenti spiega ancora una volta questo risultato controintuitivo. Appena prima della guerra, il 50,2% dei palestinesi impiegati in Israele e negli insediamenti era occupato in modo informale, e poiché questo gruppo di lavoratori è diventato disoccupato o inattivo, la percentuale di lavoro informale è diminuita. […]

Capitolo 3. I diritti dei lavoratori devastati dall’Occupazione e dalla guerra

Per molti anni, il Direttore Generale ha sottolineato le conseguenze negative dell’Occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e di Gaza, sui diritti sociali ed economici dei lavoratori palestinesi dei Territori Occupati. Quest’anno, mentre la spirale di violenza e la guerra tra Israele e Hamas hanno ulteriormente radicato l’Occupazione, nuove sfide si sono aggiunte a quelle persistenti. Le conseguenze negative hanno devastato i diritti dei lavoratori, compresi quelli stabiliti dalle norme internazionali sul lavoro. […]

I meccanismi dell’Occupazione: espansione degli insediamenti ed esplosione di violenza

Secondo il diritto internazionale, in quanto potenza occupante, Israele ha l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali degli individui. Nell’adempiere alle proprie responsabilità nei confronti della popolazione del territorio occupato, è vincolata dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, compreso il diritto internazionale consuetudinario, e dai trattati che ha ratificato. In particolare, l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta il trasferimento da parte della potenza occupante dei propri cittadini nel territorio da essa occupato. La risoluzione della Conferenza del 1980 riconosceva le conseguenze economiche e sociali degli insediamenti sui diritti dei lavoratori palestinesi.

Nonostante l’illegalità dell’attività di insediamento nei territori occupati ai sensi del diritto internazionale, l’espansione degli insediamenti non solo è continuata, ma si è intensificata durante lo scorso anno. Nel 2023, negli insediamenti della Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, sono state promosse un numero record di 12.349 unità abitative; sono stati istituiti un numero record di 26 nuovi avamposti, illegali sia secondo la legge internazionale che secondo quella israeliana (gli avamposti sono insediamenti satelliti più piccoli eretti su terreni di proprietà privata dei palestinesi ma conquistati con la forza dai coloni israeliani; in pratica, sono l’inizio di un insediamento); ed è stata avanzata la legalizzazione retroattiva di 15 avamposti. Nel 2022, in confronto, sono state promosse 4.427 unità e sono stati istituiti 5 nuovi avamposti. Nel 2023 è stato raggiunto uno sfortunato record anche per quanto riguarda la demolizione di edifici palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, da parte delle autorità israeliane: 1.177 strutture sono state demolite, sfollando oltre 2.000 palestinesi, il numero più alto da quando l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha iniziato a tenere i registri nel 2009. Nel 2022 si sono verificate 954 demolizioni e 1.032 sfollamenti.

Nei tre mesi successivi alla dichiarazione di guerra di Israele contro Hamas, si è verificato un “aumento senza precedenti delle attività degli insediamenti” in Cisgiordania, compreso il sostegno infrastrutturale agli avamposti e agli insediamenti. Questa impennata è continuata nel 2024. Secondo quanto riferito, progetti che comprendevano migliaia di unità abitative sono stati approvati o portati avanti a Gerusalemme Est nei sei mesi successivi all’inizio della guerra a Gaza. Alla fine di marzo, il 2024 era già l’anno con il maggior numero di ettari di terra palestinese dichiarati ‘terra statale’, e quindi non più disponibili per i palestinesi, con il doppio del precedente massimo del 1999. Delle 21 comunità palestinesi sfollate in totale nel 2023, 16 spostamenti si sono verificati tra ottobre e dicembre. Oltre la metà delle 31 case di proprietà palestinese demolite per motivi punitivi nel 2023, a seguito di presunti attacchi contro israeliani compiuti da familiari, sono state demolite tra ottobre e dicembre. Le punizioni collettive e gli spostamenti forzati di civili sono vietati dal diritto internazionale.

Ci sono nuovi record dolorosi per il numero di persone uccise o ferite nell’ultimo anno a causa della violenza. Nel corso del 2023, 509 palestinesi sono stati uccisi e 13.021 sono rimasti feriti in Cisgiordania nel contesto dell’occupazione e del conflitto, superando le cifre del 2022, che erano state le più alte da quando l’OCHA ha iniziato a tenere registri nel 2008. Anche gli incidenti mortali tra gli israeliani in Cisgiordania hanno raggiunto un nuovo massimo nel 2023: 30 israeliani uccisi e 185 feriti. […]

Diritti dei lavoratori a Gaza: guerra e necessità umanitarie

L’anno scorso, il Direttore Generale ha riferito che il profondo bisogno dei lavoratori palestinesi a Gaza, generato dal blocco terrestre, marittimo e aereo di lunga durata, li rendeva vulnerabili allo sfruttamento, tanto che spesso accettavano di lavorare per salari molto più bassi rispetto al minimo legale, per orari di lavoro più lunghi e senza benefici di sicurezza sociale o rispetto degli standard di sicurezza e salute sul lavoro. Da allora tale necessità è stata amplificata dallo scoppio della guerra e dall’imposizione di un assedio completo.

Gli interlocutori di Gaza hanno segnalato la diffusa distruzione dei posti di lavoro e lo sfollamento di massa dei membri dell’ILO. Sia i lavoratori che i datori di lavoro hanno affermato di non avere altra alternativa se non quella di trascorrere le loro giornate alla ricerca di cibo e acqua per le famiglie. I datori di lavoro rifugiati a Rafah hanno spiegato che le fabbriche, i magazzini e le attrezzature che avevano lasciato sono state spesso distrutte dai bombardamenti. Il Ministero per gli Affari Femminili ha dichiarato che oltre il 90% delle imprese che impiegano donne sono state chiuse o distrutte nella Striscia di Gaza. I progetti sostenuti dal Fondo palestinese per l’occupazione sono stati sospesi a causa della distruzione dei beni, della mancanza di elettricità e delle condizioni di grande bisogno personale. […] I pochi lavoratori rimasti con un impiego formale, incapaci di svolgere le loro normali funzioni, lavorano in condizioni estremamente difficili fornendo servizi di base e distribuendo aiuti. Le equipe mediche, come quelle gestite dalla Palestine Medical Relief Society, hanno lavorato sotto notevole minaccia individuale e in condizioni difficili, anche all’interno di tende.

La conseguente regressione quasi completa al lavoro informale o non retribuito ha avuto un enorme impatto sui diritti dei lavoratori di Gaza, compresi i principi fondamentali. I deficit nella libertà di associazione che erano evidenti prima della guerra sono stati amplificati. Un movimento sindacale veramente libero e indipendente non può svilupparsi in un clima di violenza e incertezza. […]

Le operazioni e gli scontri terrestri, marittimi e aerei hanno decimato l’agricoltura e la pesca di Gaza. […] La missione è stata informata di numerosi incidenti in cui, anche prima dell’ottobre 2023, i pescatori sono stati inseguiti, detenuti e presi di mira da colpi di arma da fuoco dalle forze di sicurezza israeliane, mentre le loro barche e attrezzature sono state sequestrate o danneggiate. Dall’inizio della guerra, sono state imposte restrizioni totali all’accesso al mare. Con la maggior parte delle risorse e infrastrutture rilevanti per il settore agricolo danneggiate o distrutte, la produzione vegetale e animale è praticamente cessata. Un gran numero di serre, pozzi, fienili, magazzini agricoli, ricoveri per animali e intere aziende agricole sono state danneggiate o distrutte. Gli edifici agricoli ancora in piedi sono solitamente abitati da persone disperate. Si stima che fino al 70% del bestiame a Gaza sia stato ucciso o macellato prematuramente per soddisfare le esigenze alimentari immediate. La missione è stata informata che nessuna imbarcazione nel porto di Gaza è rimasta utilizzabile e che le gabbie per la piscicoltura, le attrezzature per la pesca e gli impianti per la produzione di ghiaccio per preservare il pescato sono stati distrutti durante i bombardamenti all’inizio della guerra. La pesca e l’acquacoltura sono crollate. […]

Diritti dei lavoratori in Cisgiordania: l’impatto dell’espansione degli insediamenti e le restrizioni alla circolazione

Gli eventi di Gaza si sono riverberati in tutto il Territorio Palestinese Occupato e in Israele, incidendo sui diritti dei lavoratori della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. La missione ha ricevuto dichiarazioni da numerosi interlocutori che evidenziano un aumento delle restrizioni alla circolazione, della violenza associata all’occupazione e dell’ineguale applicazione delle regole. L’interazione tra questi elementi ha continuato a incidere sui diritti dei lavoratori.

Restrizioni fisiche e burocratiche alla circolazione

Nel corso del 2023, le autorità israeliane hanno implementato severe restrizioni alla circolazione all’interno e tra quasi tutte le città e i villaggi palestinesi della Cisgiordania. Ad agosto, l’OCHA ha documentato oltre 600 ostacoli fisici. Molti posti di blocco precedentemente chiusi o privi di personale sono stati ripristinati e si è verificato un aumento del loro numero e di soldati presenti in tutta la Cisgiordania.

Dall’inizio di ottobre, le forze di sicurezza israeliane hanno implementato ulteriori restrizioni all’accesso e al movimento e hanno modificato lo status degli ostacoli preesistenti. Le strade che collegano i quartieri palestinesi che si trovano al di fuori della barriera di separazione con il resto di Gerusalemme Est sono state chiuse completamente o parzialmente per alcune settimane. Le ONG palestinesi hanno stimato che all’inizio del 2024 sono stati istituiti 968 checkpoint temporanei all’interno e tra i villaggi della Cisgiordania, oltre ai checkpoint permanenti. Da quando è iniziata la guerra, ai palestinesi è stato impedito l’accesso a un numero crescente di strade della Cisgiordania che collegano gli insediamenti tra loro e ai centri urbani israeliani.

Di conseguenza, l’accesso ai servizi e ai luoghi di lavoro, compresi i terreni agricoli nella “zona di giunzione”, è stato sconvolto e mercati e centri abitati sono stati isolati gli uni dagli altri. Una ONG israeliana ha stimato che i palestinesi sono stati tagliati fuori da almeno 25.000 acri di pascoli e terreni agricoli dal 7 ottobre 2023. Sei mesi dopo l’inizio della guerra, quasi tutti i comuni palestinesi hanno alcune, o addirittura molte, strade di accesso ancora sigillate. Le restrizioni all’accesso hanno impedito la raccolta agricola nella zona di giunzione, nell’area confinante con la barriera di separazione e nelle aree vicine agli insediamenti. Nella zona H2 di Hebron è stato imposto un coprifuoco completo della durata di un mese, durante il quale ai palestinesi è stato impedito di uscire e ai negozi è stato ordinato di chiudere. Nel villaggio palestinese di Huwara, tutte le stazioni di servizio, i panifici, le banche e i negozi sono stati chiusi per ordine militare israeliano, e l’accesso ad alcune strade è stato limitato, così che i viaggi che duravano pochi minuti ora durano molte ore.

In quasi ogni incontro con gli interlocutori con sede in Cisgiordania, la missione è stata informata che le crescenti e imprevedibili restrizioni alla circolazione impedivano ai lavoratori di accedere ai loro luoghi di lavoro. Tali restrizioni hanno fatto sì che circa 67.000 lavoratori impiegati in governatorati al di fuori del loro luogo di residenza non siano più in grado di raggiungere i rispettivi posti di lavoro.

Tra questi figura anche il personale nazionale dell’ILO, per la maggior parte impossibilitato a viaggiare tra Gerusalemme e il resto della Cisgiordania. Si dice che alcuni palestinesi che precedentemente vivevano nella Cisgiordania settentrionale ma che lavoravano a Ramallah, si siano trasferiti al campo profughi di Jalazone per evitare il tragitto prolungato. Le donne in Cisgiordania si sono sentite particolarmente vulnerabili ai posti di blocco. I datori di lavoro hanno spiegato che non potevano prevedere quanti lavoratori sarebbero stati in grado di andare al lavoro in un dato giorno; che, di fronte a lunghi ritardi ai posti di blocco, i camionisti spesso non erano disposti a trasportare i prodotti o applicavano prezzi molto gonfiati; e che i clienti non potevano accedere alle imprese commerciali e turistiche.

Impatto della violenza sul lavoro e sui mezzi di sussistenza

Un clima di violenza in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, ha seriamente ostacolato per molti anni l’attuazione dei diritti dei lavoratori. L’ondata di violenza nel 2023 da parte sia delle forze di sicurezza israeliane che dei coloni si è ulteriormente accelerata dopo il 7 ottobre. La missione è stata informata che durante il 2023 ci sono state 11.745 incursioni militari in Cisgiordania, per un totale di 32 incursioni al giorno. Oltre 1.000 sono state fatte nei campi profughi, inclusa una vasta operazione nel campo profughi di Jenin a luglio, che ha comportato molteplici attacchi di droni e più di 1.000 soldati di terra.

La violenza dei coloni è in aumento in Cisgiordania da molti anni, culminando in una media di tre incidenti al giorno legati ai coloni nei primi otto mesi del 2023, rispetto a una media di due al giorno nel 2022 e uno al giorno nell’anno prima. Dal 7 ottobre 2023, i coloni israeliani sono sempre più armati e talvolta indossano uniformi dell’esercito. I coloni sono stati arruolati in battaglioni che prestano servizio vicino ai propri insediamenti, rendendo poco chiaro in quale veste agiscano. Circa 7.000 armi sono state distribuite ai battaglioni e ai coloni civili selezionati. Ci sono stati più di 700 episodi di violenza da parte dei coloni tra ottobre 2023 e la fine di marzo 2024, tra cui casi di coloni che hanno appiccato fuoco a bancarelle di verdure e rifugi per animali beduini, lanciato pietre contro pastori e ucciso o confiscato bestiame. I coloni vengono raramente perseguiti per aver ucciso palestinesi in Cisgiordania.

L’aumento della violenza ha decimato il raccolto di olive del 2023, provocando la perdita di olio d’oliva per un valore di 10 milioni di dollari. In oltre 100 casi legati al raccolto, i coloni hanno attaccato i palestinesi, danneggiato gli ulivi o rubato raccolti e attrezzi. I contadini sono stati picchiati e i raccolti e le case sono state date alle fiamme. Nel mese di ottobre, un lavoratore palestinese di 29 anni è stato ucciso da un colono mentre raccoglieva le olive vicino a Nablus. In almeno 38 occasioni, le forze israeliane hanno accompagnato gli aggressori o gli aggressori indossavano uniformi militari.

Gerusalemme Est è da tempo un punto critico di conflitto, con il timore che la violenza possa incidere sui diritti dei lavoratori. Nel difficile contesto successivo al 7 ottobre 2023, molti palestinesi sono stati cauti nei confronti dei viaggi verso i propri posti di lavoro a Gerusalemme Est, e negozi e piccole imprese hanno chiuso. Le società di trasporto pubblico hanno riferito che solo il 40% degli autisti di Gerusalemme Est lavorava, a causa di un’ondata di ostilità e di casi di minacce e violenza.

Applicazione diseguale delle regole

Per diversi anni, i Rapporti del Direttore Generale hanno osservato che il modo in cui le regole e le leggi vengono applicate in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, discrimina sistematicamente i palestinesi. Per esempio, i benefici e gli incentivi offerti ai coloni in Cisgiordania non sono disponibili per i loro vicini palestinesi; solo l’1% del territorio nell’Area C e il 13% del territorio a Gerusalemme Est sono destinati alla costruzione di infrastrutture per i palestinesi; e la sofisticata infrastruttura che sostiene gli insediamenti comprende una rete di strade, alcune delle quali sono accessibili solo agli israeliani e a coloro che hanno permessi militari israeliani.

Nel corso del 2023, le pratiche discriminatorie in relazione all’uso dell’acqua hanno avuto implicazioni per l’agricoltura e le imprese. Mentre quasi tutti i coloni israeliani usufruiscono quotidianamente dell’acqua corrente, solo il 36% dei palestinesi che vive in Cisgiordania ne usufruisce. Le autorità israeliane hanno demolito tra gennaio e luglio 2023 quasi lo stesso numero di installazioni idriche palestinesi che avevano demolito in tutto il 2022. Nell’agosto 2023, la compagnia idrica nazionale israeliana ha spiegato un’interruzione di due mesi della fornitura idrica a Betlemme come problema tecnico, ma gli insediamenti israeliani vicini avevano un approvvigionamento idrico continuo.

Un altro esempio di disparità di trattamento di lunga data riguarda la disponibilità di permessi per strutture in Cisgiordania. Due terzi di tutte le demolizioni di strutture di proprietà palestinese autorizzate dallo Stato in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono state attribuite alla mancanza di permessi rilasciati da Israele, che sono quasi impossibili da ottenere per i palestinesi.

La missione rileva che, al contrario, recentemente sono state adottate misure per legalizzare una serie di avamposti israeliani illegali anziché sottoporli a ordini di demolizione forzata. Quasi la metà delle strutture di proprietà palestinese demolite dalle autorità israeliane nel 2023 erano state utilizzate per l’agricoltura o per altri scopi di sostentamento. L’impossibilità di ottenere permessi per la costruzione ha avuto un impatto particolarmente grave sulle comunità agricole della Valle del Giordano, dove l’agricoltura è limitata senza il ricorso a tecniche moderne. Rappresentanti di Oxfam hanno informato la missione che le infrastrutture di irrigazione finanziate dai donatori sono state distrutte in una comunità agricola della Valle del Giordano che la missione aveva visitato in precedenza. Allo stesso modo, la ONG israeliana Legal Aid for Palestines ha intentato azioni legali in relazione alla confisca da parte delle forze di sicurezza israeliane di attrezzature agricole come trattori e camion, per le quali non erano state seguite le norme militari. Sono stati segnalati anche casi di bestiame confiscato a pastori palestinesi, ai quali è stato richiesto di pagare una tassa illegale per la loro restituzione.

Un altro esempio duraturo di applicazione ineguale delle leggi riguarda la proprietà degli edifici a Gerusalemme Est. Ai sensi della Legge sulle questioni legali e amministrative del 1970, gli israeliani possono rivendicare il possesso delle proprietà a Gerusalemme Est perse nel 1948, ma la legge non è stata applicata ai proprietari terrieri palestinesi che hanno perduto proprietà nelle stesse circostanze a Gerusalemme Ovest. Nell’aprile 2024, dopo aver ritardato in precedenza il loro sfratto, la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso di una famiglia palestinese contro una precedente decisione di sfrattarli dalla loro proprietà a Silwan a Gerusalemme Est ai sensi di questa legge.

Lavoratori palestinesi nel mercato del lavoro israeliano: l’impatto della guerra contro Hamas sui diritti dei lavoratori palestinesi

La questione dei palestinesi che lavorano nel mercato del lavoro israeliano è stata nuovamente sollevata in quasi tutti gli incontri della missione, anche se quest’anno si è trattato di constatare l’impatto debilitante della decisione israeliana di chiudere il proprio mercato del lavoro ai palestinesi. Circa 177.000 palestinesi della Cisgiordania e di Gaza avevano lavorato in Israele e negli insediamenti appena prima della guerra a Gaza, sia con permessi di lavoro, sia con altri permessi di ingresso, o essendo entrati illegalmente. Sei mesi dopo, solo una frazione di quel numero lavora ancora in Israele.

Dopo il 7 ottobre 2023: lavoratori palestinesi di Gaza

In un fine settimana al termine di un periodo di festività ebraiche, circa 13.000 palestinesi di Gaza si trovavano in Israele al momento del devastante attacco di Hamas e dello scoppio della guerra il 7 ottobre 2023. Questi lavoratori erano entrati legalmente nei giorni o nelle settimane precedenti, per motivi di lavoro, esigenze economiche o altri permessi di ingresso, pronti per l’inizio della settimana lavorativa del giorno successivo. Il 10 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno revocato tutti i permessi che consentivano ai palestinesi di Gaza di lavorare legalmente in Israele. Di conseguenza, i 13.000 lavoratori palestinesi provenienti da Gaza sono divenuti immigrati clandestini.

Nei giorni successivi, le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato arbitrariamente un numero imprecisato, stimato intorno ai 4.000, di questi lavoratori. La missione ha parlato con alcuni di loro, i cui resoconti coincidono con quanto riportato da diverse ONG internazionali, palestinesi e israeliane. Hanno descritto inquietanti abusi fisici e psicologici e condizioni di sovraffollamento. Perquisiti, bendati e ammanettati, hanno ricevuto limitato cibo e accesso ai servizi igienici. Sottoposti a lunghi interrogatori e negato loro il parere legale, dopo circa 20 giorni sono stati consegnati nel sud di Gaza senza la loro carta d’identità, denaro e telefoni cellulari. Privati di quello che spesso equivaleva a diverse settimane di salario in contanti, ora vivono in situazioni disperate nelle tende a Rafah. Le ONG israeliane, tra cui MachsomWatch e Gisha, sono ancora impegnate a chiedere la restituzione delle proprietà di molti detenuti. La missione è stata informata che due lavoratori di Gaza sono morti durante la detenzione israeliana, apparentemente a causa del rifiuto di cure mediche per condizioni preesistenti, e altri risultano dispersi.

Altri circa 8.000-9.000 lavoratori palestinesi provenienti da Gaza in Israele al momento degli attacchi del 7 ottobre si sono diretti in Cisgiordania, da dove circa 4.000 sono successivamente tornati a Gaza. Al momento della missione del Direttore Generale erano rimasti circa 5.000 lavoratori. La missione ha incontrato un operaio edile di 28 anni originario di Gaza che, insieme a suo padre, lavorava a Tel Aviv quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023. Impossibilitato a tornare a casa, è rimasto in Israele sostenuto dal suo datore di lavoro per alcune settimane. Al telefono con la moglie, ha sentito il bombardamento che ha ucciso lei, i loro tre figli e sua madre, fratelli, nipoti e suoceri. L’operaio, dignitoso nel suo profondo dolore, si trova ora rifugiato presso il padre in Cisgiordania in attesa di tornare a Gaza per seppellire la sua famiglia: alcuni sono rimasti sotto le macerie.

Gli interlocutori hanno fatto riferimento ai continui raid delle forze di sicurezza israeliane in tutta la Cisgiordania e in Israele, nei quali ex lavoratori di Gaza sono stati arrestati e successivamente detenuti. La missione è stata informata che alcune centinaia di lavoratori palestinesi provenienti da Gaza potrebbero ancora lavorare in Israele.

Nel marzo 2024, è stato riferito che il servizio di sicurezza interna israeliano non aveva trovato prove che i lavoratori di Gaza che avevano lavorato in Israele prima dell’attacco, avessero fornito informazioni a Hamas sulle comunità israeliane successivamente prese di mira. Si è concluso che gli operai interrogati non avevano trasmesso informazioni a Hamas in conseguenza del loro lavoro in Israele.

Dopo il 7 ottobre 2023: lavoratori palestinesi della Cisgiordania

In un clima di crescente tensione, i lavoratori palestinesi della Cisgiordania che si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023 sono tornati a casa in Cisgiordania. Come regola generale, da quel momento in poi, non sono stati più autorizzati a entrare in Israele. Mentre nella maggior parte dei casi il loro rapporto di lavoro continua – e rimangono validi e operativi il loro permesso e il loro posto nella quota di palestinesi autorizzati all’ingresso – essi non possono più accedere ai posti di lavoro a causa delle preoccupazioni israeliane sulla sicurezza.

Esistono tuttavia delle eccezioni alla regola generale secondo cui ai palestinesi è stato vietato l’ingresso in Israele dal 7 ottobre 2023. Una circolare governativa del 18 ottobre 2023 ha confermato che possono continuare a lavorare nelle case sanitarie e di cura, nell’area industriale di Atarot, nelle industrie essenziali e servizi, e negli hotel che ospitano sfollati interni israeliani. Le stime suggeriscono che circa 10.000 palestinesi potrebbero rientrare in questa categoria. Sono esplicitamente esclusi i settori dell’edilizia e dell’agricoltura, dove in precedenza era stata impiegata la maggior parte dei lavoratori palestinesi.

Si stima che altri 10.000-20.000 palestinesi lavorino ancora negli insediamenti in Cisgiordania. Un numero imprecisato di palestinesi, in aggiunta o inclusi nelle categorie precedenti, lavora per le forze di sicurezza israeliane in servizi essenziali, tra cui la riparazione della barriera di sicurezza intorno a Gaza, e altri permessi che consentono l’accesso illimitato in Israele. Infine, molti interlocutori ritengono che più di 20.000 – e forse fino a 40.000 – lavoratori privi di documenti potrebbero ancora lavorare in Israele, attraversando i buchi della Barriera di Separazione, con segnalazioni di lavoratori feriti o arrestati mentre tentavano di attraversare la Barriera negli ultimi mesi.

Continuano le difficoltà di lunga data, per i palestinesi che lavorano in Israele, nell’accedere ai propri diritti di previdenza sociale. I palestinesi non hanno mai avuto diritto ai sussidi di disoccupazione israeliani. Con un rapporto di lavoro in corso non hanno diritto al trattamento di fine rapporto né, a quanto pare, a prelevare una somma forfettaria dalla cassa pensione. […]

Manca chiarezza riguardo alle condizioni di lavoro e ai diritti applicabili al numero relativamente piccolo di palestinesi che ancora lavora in Israele e negli insediamenti. Non tutti i permessi in base ai quali sono assunti comprendono l’intera gamma dei diritti dei lavoratori. Inoltre, uno studio recente ha scoperto che le donne palestinesi che lavorano negli insediamenti, che quasi certamente è un numero sottostimato, sono generalmente assunte tramite intermediari. Questi lavoratori non hanno contratti di lavoro scritti che stabiliscano salari, orari di lavoro o altre condizioni, né godono di alcuna assistenza sociale e diritti sulla sicurezza. Dal 7 ottobre 2023, coloni armati pattugliano i luoghi di lavoro agricoli, aumentando il senso di disagio e di minaccia delle donne.

Nonostante la guerra abbia bloccato il lavoro nella maggior parte delle industrie, l’ONG israeliana Kav LaOved ha riferito che c’è stato un aumento del 33% nel numero di morti in incidenti sul lavoro nel settore edile israeliano, con 48 operai morti nel 2023 e una diminuzione del numero di ordini di sicurezza emessi dagli ispettori del lavoro. Il Centro nazionale palestinese per la sicurezza e la salute sul lavoro e la protezione ambientale presso l’Università Politecnica della Palestina a Hebron, ha fornito informazioni alla missione indicando che nel 2023 diciassette palestinesi sono morti nel mercato del lavoro israeliano.

Le pessime condizioni di lavoro perduranti da tempo dei lavoratori palestinesi in Israele, compresa la mancata dichiarazione dei salari sulle buste paga per evitare obblighi legali, orari di lavoro eccessivi, traffico di permessi di lavoro e umiliazioni ai valichi di frontiera e ai posti di blocco, erano presenti prima 7 ottobre 2023. Da quando tale impiego è cessato, molti palestinesi che precedentemente lavoravano in Israele sono stati coinvolti in lavori informali, nella vendita di piccoli articoli nei mercati per tentare di ottenere un reddito. Non sorprende che la disperazione e la precarietà aumentino la vulnerabilità alla carenza di lavoro dignitoso e alle violazioni dei principi e dei diritti fondamentali sul lavoro. […]

La missione ha preso atto delle misure adottate dal governo israeliano per reclutare lavoratori stranieri provenienti da Paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa per sostituire i lavoratori palestinesi, in particolare nei settori dell’edilizia, dei servizi e dell’agricoltura. […]

Capitolo 5. Lavoratori del Golan Siriano Occupato

Il Golan siriano è stato occupato da Israele dalla guerra del 1967 ed è stato annesso nel 1981. Dallo scoppio della guerra a Gaza lo scorso anno, il Golan Siriano Occupato è stato coinvolto nell’escalation delle ostilità nella regione, anche negli scontri a fuoco quasi quotidiani tra Israele e Hezbollah e nei molteplici episodi di fuoco tra Israele e gruppi armati nella Repubblica Araba Siriana. La missione è stata informata che i suoni degli scontri e delle sirene potevano essere uditi frequentemente nelle città e nei villaggi siriani del Golan Occupato.

Nella risoluzione 497 (1981), il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso che la decisione israeliana di imporre le proprie leggi, giurisdizione e amministrazione sul Golan Siriano Occupato è nulla e priva di effetto giuridico internazionale, e ha chiesto a Israele di annullare la sua decisione. Tale risoluzione è stata riaffermata da successive risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’ultima delle quali continua a invitare Israele a desistere dal modificare il carattere fisico, la composizione demografica, la struttura istituzionale e lo status giuridico del Golan Siriano Occupato e in particolare ad astenersi dall’instaurare degli insediamenti.

In violazione del diritto internazionale, l’attività di insediamento è continuata. Il numero dei coloni è aumentato, alterando progressivamente il tessuto demografico del territorio. Come osservato nei precedenti Rapporti del Direttore Generale, nel 2021 il governo israeliano aveva annunciato piani per raddoppiare il numero dei coloni entro il 2027 e per aumentare il numero degli insediamenti da 34 a 36. Alla 55a sessione del Consiglio per i Diritti Umani (marzo 2024), l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha osservato che ora esistono 35 insediamenti e che l’attività commerciale approvata nell’area potrebbe continuare a limitare l’accesso alla terra e all’acqua dei cittadini siriani del Golan. Le lamentele di lunga data riguardo all’accesso alla terra, all’acqua e ai permessi di costruzione, sono state evidenziate nei precedenti Rapporti del Direttore Generale.

All’inizio del 2023, la popolazione del Golan Siriano Occupato ammontava a 55.100 abitanti. Questo totale comprende 25.800 coloni israeliani e 27.200 siriani. Si confronta con 24.000 coloni e 26.900 siriani dell’anno precedente. Inoltre, il Rapporto del Direttore Generale dello scorso anno rilevava che un numero crescente di giovani siriani accettava la cittadinanza israeliana, principalmente per la comodità in termini di viaggio e per le opportunità educative e di borse di studio fornite da tale naturalizzazione. Lo indicano le informazioni degli interlocutori, confermate dai media israeliani che segnalano come questa tendenza sia accelerata a seguito della guerra tra Hamas e Israele, anche con un numero crescente di prestatori di servizio nella polizia locale e nelle forze di sicurezza.

Nel 2023, la forza lavoro dei siriani nel Golan Siriano Occupato era pari a 9.500 persone, e il tasso di partecipazione e il tasso di disoccupazione erano rispettivamente del 46,3% e del 5,6%. In confronto, il tasso di partecipazione nel distretto settentrionale di Israele, che comprende il Golan, è più alto, al 58,7%, mentre il tasso di disoccupazione è più basso, al 4,2%. […]

Nonostante le preoccupazioni di lunga data e le controversie legali, nel giugno 2023 è iniziata la costruzione di 23 turbine eoliche vicino alle città di Majdal Shams e Masadeh. L’avvio è stato accolto con proteste da parte della comunità siriana e scontri tra manifestanti e polizia. La comunità si oppone alla costruzione delle turbine eoliche, sostenendo che cambieranno in modo significativo il paesaggio agricolo della zona e ostacoleranno l’agricoltura e l’accesso ai frutteti, che sono considerati una parte importante dell’identità siriana. A seguito delle proteste, la costruzione delle turbine è stata sospesa e non è ancora ripresa.

Il turismo è diventato negli ultimi anni una fonte di sostentamento sempre più importante nei villaggi siriani del Golan Occupato, ma la missione è stata informata che, in seguito agli scontri tra la comunità e la polizia sulla costruzione di turbine eoliche, il numero di turisti è crollato, e poi si è praticamente fermato a causa dell’escalation delle ostilità nella regione. In particolare, gli scontri hanno gravemente colpito il numero di visitatori durante l’importante stagione della raccolta delle ciliegie, nel marzo 2024, mettendo a dura prova i mezzi di sussistenza. Il valico di Quneitra rimane chiuso, impedendo qualsiasi commercio con la Repubblica Araba Siriana. […]

*Estratto dal Rapporto The situation of workers of the occupied Arab territories – Report of the Director-General – Appendix, Geneva: International Labour Office, 2024. Traduzione a cura di Paginauno. “This is a translation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This translation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO translation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the translation.” “This is an adaptation of a copyrighted work of the International Labour Organization (ILO). This adaptation has not been prepared, reviewed or endorsed by the ILO and should not be considered an official ILO adaptation. The ILO disclaims all responsibility for its content and accuracy. Responsibility rests solely with the author(s) of the adaptation.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui https://www.ilo.org/resource/conference-paper/report-112th-session-ilc-june-2024-situation-workers-occupied-arab

Tags: israelepalestina
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