La musica espansa di Steve Tibbetts: inspira ed espira con Close
Mi è venuto parecchie volte da chiedermi se, in fondo, tutta la vita non sia nient’altro che lo spazio (tra virgolette o parentesi) che intercorre tra un’ispirazione e un’espirazione. E siccome non è un pensiero terribilmente originale, devo ringraziare coloro che l’hanno messo in musica, aprendo e chiudendo le facciate dei loro album con brani che non lasciano davvero spazio a interpretazioni diverse. Quanti mi seguono sanno che pratico e insegno il Tai Chi, e se c’è una disciplina che davvero racchiude tutto tra un’ispirazione e un’espirazione, è questa. Sicché non sono pochi i momenti di sconforto nella vita in cui mi viene da sedermi e riflettere di nuovo sull’antico concetto. E pensare che il chitarrista americano Steve Tibbetts mi aveva abituato, così come migliaia di fedeli ascoltatori, a idee espanse della musica.
Infatti, sin dall’inizio della sua carriera (1982) con la ECM, il buon Tibbetts ha esordito portandoci a sintonizzare le orecchie in una direzione specifica, quella della grandiosità spaziale, con titoli come Exploded View e Big Map Idea. Qui, in Close, nella contrazione del respiro dell’universo troviamo invece visioni implose e piccolissime mappe. Da sempre Tibbetts ha avuto un approccio nettamente individuale e idiosincratico nel fondere jazz, rock psichedelico, world music, musica folk e tecnologia – soprattutto un periodare per lunghe frasi sfilacciate, come fossero bandiere consumate dal vento. Eppure le idee fondamentali, tutto sono meno che grandiose ma – e questo è il bello – saziano e, in qualche modo, fanno sentire a casa, in una dimensione intima tutt’altro che minimalista o rinunciataria. Tibbetts riprende un vecchio compagno di strada come il polistrumentista Marc Anderson e aggiunge il percussionista JY Bates, vero octopus tra kalimba, tamburi a mano, piatti di metallo di diverse provenienze, loop elettronici e grappoli di note di pianoforte, mentre lui stesso esplora le 6 e 12 corde grattandole, pizzicandole, sfregandole e allungandole, col miglior bending degli strumenti a corda indiana di un maestro d’ispirazione come Ustad Sultan Khan…
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