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	<title>informazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 15 Jan 2026 14:17:11 +0000</lastBuildDate>
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	<title>informazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Corso online di giornalismo d&#8217;inchiesta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/corso-di-giornalismo-dinchiesta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Aug 2024 15:01:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CORSI & WORKSHOP]]></category>
		<category><![CDATA[corso]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Fare un&#8217;inchiesta giornalistica significa andare alle fonti primarie: leggere documenti, intervistare soggetti, approfondire, incrociare, verificare e, per poi tirare le conclusioni, analizzare. Significa avere una chiave di lettura degli avvenimenti e possedere la tecnica per esporli con chiarezza. Infine, sviluppare un’inchiesta richiede tempo e autonomia da qualsivoglia potere – compreso quello dalle grandi testate d’informazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fare un&#8217;inchiesta giornalistica significa andare alle fonti primarie: leggere documenti, intervistare soggetti, approfondire, incrociare, verificare e, per poi tirare le conclusioni, analizzare. Significa avere una chiave di lettura degli avvenimenti e possedere la tecnica per esporli con chiarezza. Infine, sviluppare un’inchiesta richiede tempo e autonomia da qualsivoglia potere – compreso quello dalle grandi testate d’informazione soggette, soprattutto in Italia, al controllo di proprietà con interessi industriali, finanziari o partitici. Per questo il giornalismo investigativo si sta facendo sempre più strada nella rete ed è svolto sia da giornalisti freelance che da attivisti, non necessariamente iscritti all’Ordine dei giornalisti.<br>Il corso è quindi rivolto a tutti e non ha prerequisiti d’ingresso. “Il giornalismo è sempre una forma di attivismo” ha dichiarato Glenn Greenwald, “e l&#8217;unico metro di giudizio è quello dell&#8217;accuratezza e dell&#8217;affidabilità”. È il giornalismo di matrice anglosassone, che dà al giornalista il ruolo di <em>watch dog</em> dei diritti della collettività, al servizio del cittadino: è un mestiere che implica una responsabilità sociale. Vale per tutte le forme di giornalismo, ancor più per l&#8217;inchiesta. Verità, completezza, rilevanza, responsabilità e libertà. E alla base di tutto, fonti primarie. Senza, non esiste inchiesta.</p>



<p>p.s. Quello che NON insegniamo: come fare una indicizzazione SEO di Google dell&#8217;articolo, come scrivere una newsletter, come promuovere il proprio articolo sui social network. Non è questo per noi il giornalismo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Programma</h3>



<p>Obiettivo del Corso è offrire sia strumenti pratici, indispensabili per la stesura di un&#8217;inchiesta, che spunti di analisi, necessari per iniziare a sviluppare una propria chiave di lettura sulla società. Il piano di studio comprende la scrittura di un&#8217;inchiesta, allo scopo di mettere in pratica quanto imparato durante le lezioni. Saranno forniti materiali a supporto delle lezioni.<br>Il programma, in breve:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>il concetto di ‘notizia’, rappresentazione e contrapposizione, come nasce l’idea di un’inchiesta</li>



<li>l&#8217;inchiesta conoscitiva
<ul class="wp-block-list">
<li>fenomeno sociale</li>



<li>realtà sociale</li>



<li>legislativa</li>
</ul>
</li>



<li>focus, incipit e struttura di un&#8217;inchiesta</li>



<li>tecniche di scrittura
<ul class="wp-block-list">
<li>features</li>



<li>new journalism</li>



<li>scrittura classica</li>
</ul>
</li>



<li>le fonti e il loro accesso
<ul class="wp-block-list">
<li>aperte e chiuse, primarie e secondarie, dirette e indirette</li>



<li>sistemi informativi e loro contenuti: ricerca dati su persone fisiche e società</li>
</ul>
</li>



<li>il campo di potere dell&#8217;informazione
<ul class="wp-block-list">
<li>mainstream: proprietà, relazioni e interessi</li>



<li>&#8216;controinformazione&#8217; e testate online: come comprenderne attendibilità, proprietà e linea editoriale</li>
</ul>
</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Informazioni generali</h3>



<p>Corso condotto da Giovanna Cracco, direttrice di Paginauno</p>



<p><strong>Modalità</strong>: 15 lezioni online (piattaforma Zoom) di 2 ore ciascuna (totale 30 ore). Le lezioni si tengono a cadenza settimanale. In caso di indisponibilità a partecipare, sarà resa accessibile la registrazione della lezione.</p>



<p><strong>Numero massimo di partecipanti</strong>: 10 persone</p>



<p><strong>Data di partenza</strong>: al momento non in programmazione</p>



<h3 class="wp-block-heading">Iscrizioni e informazioni</h3>



<p>email <a href="mailto:redazione@rivistapaginauno.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">redazione@rivistapaginauno.it</a> </p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e14cefdedcb7d68cdcfa5561cc6e2624">Le inchieste degli allievi pubblicate su Paginauno</h3>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/laltro-carcere-la-detenzione-femminile-tra-doppia-trasgressione-e-aggravio-di-pena/" data-type="post" data-id="9012" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’altro carcere. La detenzione femminile tra doppia trasgressione e aggravio di pena</a></strong><em><br></em><em>Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna<br></em>Caterina Cazzola<em><br></em>(novembre 2025)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/la-lente-del-papilloma-virus-vaccini-e-interessi-paure-e-abusi/" data-type="post" data-id="6888" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La lente del Papilloma Virus: vaccini e interessi, paure e abusi</a></strong><br><em>Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”<br></em>Francesca Faccini<br>(aprile 2023)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/estrattivismo-devastazione-ambientale-militarizzazione-e-miseria/" data-type="post" data-id="6775" target="_blank">Estrattivismo: devastazione ambientale, militarizzazione e miseria</a></strong><br><em>Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato<br></em>Alessandro Rettori<br>(febbraio 2023)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/cavi-sottomarini-big-tech-aumenta-il-controllo-su-internet/" data-type="post" data-id="6657" target="_blank">Cavi sottomarini. Big Tech aumenta il controllo su Internet</a></strong><br><em>Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet<br></em>Alessandro Rettori<br>(dicembre 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/transizione-ecologica-laltra-faccia-dei-veicoli-elettrici-le-miniere-di-litio/" data-type="post" data-id="6476" target="_blank">Transizione ecologica? L’altra faccia dei veicoli elettrici: le miniere di litio</a></strong><br><em>Il futuro ‘ecologico’ si regge sull’estrattivismo e la devastazione ambientale delle miniere di litio: viaggio nella roccia dell’Australia e nelle saline del Cile<br></em>Alessandro Rettori<br>(ottobre 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-non-indipendenza-della-corte-penale-internazionale-stati-uniti-russia-e-interessi-geopolitici/" data-type="post" data-id="6026" target="_blank">La (non) indipendenza della Corte penale internazionale. Stati Uniti, Russia e interessi geopolitici</a></strong><br><em>Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente<br></em>Alessandro Rettori<br>(giugno 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/delocalizzazioni-numeri-leggi-collettivo-gkn-stato/" data-type="post" data-id="5910" target="_blank">Delocalizzazioni: i numeri e le leggi. Collettivo GKN vs Stato</a></strong><br><em>Ristrutturazioni aziendali, occupazione e tessuto produttivo: i posti di lavoro persi in Italia e in Europa negli ultimi vent’anni, in quali settori, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN<br></em>Alessandro Rettori<br>(aprile 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/gli-stati-uniti-contro-julian-assange/" data-type="post" data-id="5798" target="_blank">Gli Stati Uniti contro Julian Assange</a></strong><br><em><em><em>Collateral murder</em> e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(febbraio 2022)</p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/vaccini-covid-lipocrisia-dei-paesi-ricchi/" data-type="post" data-id="5638" target="_blank"><strong>Vaccini Covid. L’ipocrisia dei Paesi ricchi</strong></a><br><em>I numeri della campagna vaccinale nel mondo, di Covax e degli interessi di Big Pharma: dentro un data journalism la logica economicistica che governa le decisioni<br></em>Elika Bussetti<br>(dicembre 2021) </p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank">Galassia HPoint: come fallisco senza fallire</a></strong><br><em><em>Dentro i bilanci annuali di Ho Group: milioni di debiti, IVA e Irpef/Inps dipendenti non pagate, ma a fallire sono i (presunti) prestanome. Una ‘curiosa’ gestione societaria su cui dovrà far luce il commissario liquidatore</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(agosto 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Venus: “Non c’è stato affitto di ramo d’azienda”</a></strong><br><em><em>Prosegue l’inchiesta HPoint: dichiarazioni di Venus, fallimenti e liquidazioni coatte amministrative che iniziano a fioccare e bilanci aziendali ricchi di interessanti dettagli</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(luglio 2021)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/big-pharma-e-commissione-europea-rapporto-sullo-stato-delle-lobby/" data-type="post" data-id="4962" target="_blank">Big Pharma e Commissione europea. Rapporto sullo stato delle lobby</a></strong><br><em>Chi sono, quanto spendono e come influenzano le decisioni europee: il modello sistemico di EFPIA e il caso IMI<br></em>Elika Bussetti<br>(luglio 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/oms-la-salute-globale-che-piace-ai-ricchi-profitti-con-la-beneficenza/" data-type="post" data-id="4688" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OMS. La salute globale che piace ai ricchi. Profitti con la beneficenza</a></strong><br><em>I privati dentro l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quanto finanziano e cosa finanziano? Che potere decisionale hanno all’interno dell’Agenzia? Perché danno denaro all’OMS? Data journalism: leggiamo i numeri<br></em>Elika Bussetti<br>(aprile 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">HPoint/X*/Venus: coop, appalti, debiti, prestanome. Come sparisco senza sparire</a></strong><em><br></em>Alessandro Rettori<br>(gennaio 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/manifattura-appalto-di-manodopera-lavoratori-usa-e-getta-il-caso-maschio-n-s/" data-type="post" data-id="4137" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Appalto di manodopera: lavoratori usa e getta</strong>. <strong>Il caso Maschio N.S.</strong></a></strong><br><em>L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato<br></em>Elisa Simoncelli<br>(dicembre 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti/" data-type="post" data-id="4073" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, hotel Gallia: chi c&#8217;è dietro gli appalti?</a></strong><br><em><em>Lavoro a cottimo, titolari di imprese che spariscono e prestanome che compaiono, lavoratori lasciati nel nulla</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(novembre 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-euroleaks-di-varoufakis-la-verita-sui-negoziati-tra-la-grecia-e-la-troika/" data-type="post" data-id="3017" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli euroleaks di Varoufakis. La verità sui negoziati tra la Grecia e la Troika</a></strong><br><em>Cosa si sono detti nelle riunioni riservate la Troika, i ministri delle Finanze europei e la Grecia? Cosa significa negoziare con l’Unione europea? Cosa significa sottoscrivere un prestito con la Ue e l’FMI? E che posto ha nelle trattative la sovranità democratica? E la situazione sociale di un Paese? Abbiamo tradotto tutti gli euroleaks e ricostruito i passaggi di quei cruciali sei me-si del 2015, perché ci parlano anche di oggi e per capire come, nelle chiuse ‘stanze del potere’, vengono prese le decisioni che cambiano la vita dei cittadini</em><br>Raffaella Berardi, Michele Biella, Erika Bussetti, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisabetta Groppo, Alessandro Rettori, Elisa Simoncelli<br>(luglio 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-agri-covid-cose-cambiato-dai-consumi-alla-filiera-agroalimentare/" data-type="post" data-id="3299" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Agri-covid: cosa è cambiato? Dai consumi alla filiera agroalimentare</a></strong><br><em>Cosa è cambiato, le problematiche, chi resiste e chi rischia di non farcela<br></em>Beatrice Fossati<br>(aprile 2020)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/log-in-fenomeno-rider/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Log in. Fenomeno rider</strong></a><br><em>Vita da rider, incollati a una app: chi sono, chi glielo fa fare, come funziona un lavoro che è cercare lavoro ogni giorno: inchiesta dentro il cottimo, il ranking, il caporalato, e cambierà qualcosa con la nuova legge?</em><br>Michele Biella, Gian Mario Felicetti<br>(dicembre 2019)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-ho-visto-un-povero-te-vist-cuse/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Milano. Ho visto un povero. T&#8217;è vist cus&#8217;è?</strong></a><br><em>Essere poveri a Milano: come ci si ritrova tra le fila dei senzatetto e a bussare alle porte della Caritas? Quante risorse spende il Comune? Inchiesta tra chi dorme per strada, chi vive in una casa popolare e mangia alle mense dei poveri, chi trova posto a Casa Jannacci</em><br>Raffaella Berardi, Daria Diotallevi, Elisa Simoncelli<br>(ottobre 2019)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/smart-city-sorveglianza-mercificazione-alienazione-ricatto-tecnocrazia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Smart city<br>Sorveglianza, Mercificazione, Alienazione, Ricatto, Tecnocrazia</strong></a><br><em>Smart city, progetto globale: quando e perché le multinazionali iniziano a investire in tecnologia per le città, come viene costruita una narrazione positiva e cosa ci aspetta</em><br>Elisabetta Groppo<br>(ottobre 2019)</p>



<p><strong>Metti un Primo Maggio al corteo del SI Cobas&#8230;</strong><br><em>Interviste, i lavoratori raccontano: appalti, subappalti, cooperative che chiudono ogni due anni, buste paga non regolari: uno sguardo nel mondo della logistica, trasporto e pubblico settore</em><br>Raffaella Berardi, Michele Biella, Elisabetta Groppo, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisa Simoncelli<br>(luglio 2019)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/casa-diritti-dignita-milano-alloggi-popolari-e-occupazioni/" target="_blank">Casa Diritti Dignità<br>Milano: alloggi popolari e occupazioni</a></strong><br><em>Situazione e prospettive: la parola a chi occupa, al comitato di lotta Abitanti di San Siro e all’assessore Gabriele Rabaiotti; e le disposizioni punitive dell&#8217;art. 5 del Piano casa Lupi-Renzi</em><br>Christian Caurla<br>(ottobre 2017)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/sessualita-femminile-tremate-le-streghe-son-quasi-tornate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sessualità femminile<br>Tremate, le streghe son (quasi) tornate!</a></strong><br><em>Sex toys, gigolò, pornografia al femminile e Cinquanta sfumature di grigio: come vivono oggi le donne la sessualità?</em><br>Paolo Cerboneschi e Eugenia Greco<br>(giugno 2017)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-la-gestione-ombra-del-centro-studi-pim/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, Città metropolitana:<br>la gestione ombra del Centro Studi PIM</a></strong><br><em>Chi governa la città metropolitana? La farsa democratica: politica paralizzata e gestione in mano al Centro Studi PIM</em><br>Alice Quintini e Chiara Vimercati<br>(ottobre 2015)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-democrazia-abolita-intervista-a-marco-cappato/" target="_blank">Milano, Città metropolitana: democrazia abolita<br>Intervista a Marco Cappato</a></strong> (consigliere della Città metropolitana di Milano)<br>Daniela Cuccu, Tania Righi, Chiara Vimercati<br>(marzo 2015)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-democrazia-abolita-intervista-a-marco-cappato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Città metropolitane: la democrazia non passa da qui<br>Le elezioni a Milano</a></strong><br>Daniela Cuccu, Tania Righi, Chiara Vimercati<br>(dicembre 2014)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/pubblica-amministrazione-il-merito-tra-concorsi-propaganda-e-tagli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Pubblica amministrazione:</strong><br><strong>il &#8216;merito&#8217; tra concorsi, propaganda e tagli</strong></a><br>Chiara Vimercati<br>(ottobre 2014)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/donne-di-ndrangheta-vecchi-stereotipi-e-questione-di-genere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Donne di ‘ndrangheta: vecchi stereotipi e questione di genere</a></strong><br><em>Il mutamento del ruolo femminile nell’organizzazione mafiosa e l’incapacità dei media di coglierlo</em><br>Federica Beretta<br>(giugno 2013)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/ngc-e-sanita-lombarda-comunione-e-liberazione-in-global-service/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ngc e sanità lombarda: Comunione e liberazione in global service</strong></a><br>Luce Aletti<br>(ottobre 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/benvenuti-al-nord-2a-parte-la-mafia-in-lombardia-piemonte-liguria-emilia-romagna-e-veneto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Benvenuti al nord (2ª parte)<br></strong>La mafia in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto</a><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(giugno 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/benvenuti-al-nord-1a-parte-la-mafia-in-lombardia-piemonte-liguria-emilia-romagna-e-veneto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Benvenuti al nord (1ª parte)</strong><br>La mafia in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto</a><br><em>Fra passato e presente, dal soggiorno obbligato al controllo del territorio alla collusione con la politica locale</em><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(aprile 2012)</p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/giulio-cavalli-il-teatro-partigiano-la-politica-e-la-lotta-alla-mafia/" target="_blank"><strong>Il teatro partigiano, la politica e la lotta alla mafia</strong><br><strong>Intervista a Giulio Cavalli</strong></a><strong> </strong>(consigliere Regione Lombardia)<br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(aprile 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/il-governo-monti-che-tanto-piace-a-chi-favori-forbici-e-rosario-gli-ingredienti-dei-tecnici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il governo Monti che tanto piace&#8230; a chi?<br>Favori, forbici e rosario: gli ingredienti dei ‘tecnici’</strong></a><br><em>I ministri ‘tecnici’: facce nuove? Non sembra. Da dove vengono, chi rappresentano e quale continuità garantiscono</em><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(febbraio 2012)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gaza, lettera aperta di 900 giornalisti: “I media non devono nascondere le ripetute atrocità di Israele. I termini corretti sono genocidio e pulizia etnica”</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/gaza-lettera-aperta-di-900-giornalisti-media-non-devono-nascondere-ripetute-atrocita-israele-termini-corretti-genocidio-pulizia-etnica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Più di 900 giornalisti, fotografi, operatori video e lavoratori del mondo dei media appartenenti a decine di testate – tra cui Washington Post e Guardian – hanno firmato una lettera aperta che contiene: la condanna dell’uccisione di reporter da parte di Israele nel conflitto in corso nella Striscia di Gaza; l&#8217;accusa ai media occidentali di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online 11 novembre 2023)</em></li>
</ul>



<p>Più di 900 giornalisti, fotografi, operatori video e lavoratori del mondo dei media appartenenti a decine di testate – tra cui Washington Post e Guardian – hanno firmato una<a href="https://www.protect-journalists.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> lettera aperta </a>che contiene: la condanna dell’uccisione di reporter da parte di Israele nel conflitto in corso nella Striscia di Gaza; l&#8217;accusa ai media occidentali di essere “responsabili della retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi”; l&#8217;esortazione alle testate occidentali all’integrità e all&#8217;onesta intellettuale nella copertura della guerra. </p>



<p>Paginauno ha sottoscritto la lettera aperta, che riportiamo qui tradotta in italiano a cura della nostra redazione. Qui il <a href="https://www.protect-journalists.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">link dove trovarla e firmare</a>.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color">La lettera aperta</h3>



<h4 class="wp-block-heading">Condanniamo l&#8217;uccisione di giornalisti a Gaza da parte di Israele e chiediamo l&#8217;integrità nella copertura mediatica occidentale delle atrocità di Israele contro i palestinesi</h4>



<p>La devastante campagna di bombardamenti di Israele e il blocco dei media a Gaza minacciano la raccolta di notizie in un modo senza precedenti. Non abbiamo molto tempo.</p>



<p>Più di 11.000 palestinesi sono stati uccisi durante le quattro settimane di assedio israeliano. Nel crescente bilancio delle vittime ci sono almeno 35 giornalisti, <a href="https://cpj.org/2023/11/journalist-casualties-in-the-israel-gaza-conflict/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti</a>, in quello che il gruppo definisce il <a href="https://cpj.org/2023/10/cpj-statement-on-news-blackout-in-gaza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">conflitto più mortale</a> per i giornalisti da quando ha iniziato a monitorare le morti nel 1992.&nbsp;<a href="https://cpj.org/2023/11/attacks-arrests-threats-censorship-the-high-risks-of-reporting-the-israel-hamas-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Molti altri</a> sono stati feriti, detenuti, scomparsi o hanno visto i loro familiari uccisi.&nbsp;</p>



<p>Come reporter, redattori, fotografi, produttori e altri lavoratori delle redazioni di tutto il mondo, siamo sconvolti dal massacro dei nostri colleghi e delle loro famiglie da parte dell’esercito e del governo israeliano.&nbsp;</p>



<p>Scriviamo per sollecitare la fine della violenza contro i giornalisti a Gaza e per chiedere ai responsabili delle redazioni occidentali di essere lucidi nel coprire le ripetute atrocità di Israele contro i palestinesi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>I giornalisti nella Striscia di Gaza assediata stanno affrontando estese interruzioni di corrente, carenza di cibo e acqua e un collasso del sistema sanitario. Sono stati uccisi <a href="https://rsf.org/en/israelpalestine-war-41-journalists-more-one-day-killed-first-month-israel-palestine-war" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mentre lavoravano visibilmente come giornalisti</a>, così come di notte nelle loro case. <a href="https://rsf.org/en/rsf-video-investigation-death-reuters-reporter-issam-abdallah-lebanon-journalists-vehicle-was" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Un’indagine</a> di Reporter Senza Frontiere mostra anche che i giornalisti sono stati deliberatamente presi di mira durante due attacchi israeliani del 13 ottobre nel sud del Libano, che hanno ucciso l&#8217;operatore video di Reuters Issam Abdallah e ferito altri sei giornalisti.</p>



<p>Anche le famiglie dei giornalisti sono state uccise. Wael Dahdouh, capo dell&#8217;ufficio di Al Jazeera a Gaza e un nome familiare nel mondo arabo, ha appreso in onda il 25 ottobre che sua moglie, i suoi figli e altri parenti erano stati uccisi <a href="https://www.aljazeera.com/news/2023/11/1/to-kill-a-family-the-loss-of-wael-dahdouhs-family-to-israeli-bombs" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in un attacco aereo israeliano</a>. Un attacco del 5 novembre contro l&#8217;abitazione del giornalista Mohammad Abu Hassir della Wafa News Agency <a href="https://www.aljazeera.com/news/2023/11/7/palestinian-journalist-mohammad-abu-hasira-killed-in-israeli-strike-on-gaza" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha ucciso lui e 42 membri della famiglia</a>.</p>



<p>Israele ha bloccato l&#8217;ingresso della stampa straniera, limitato pesantemente le telecomunicazioni e bombardato gli uffici stampa. Nell’ultimo mese sono state colpite circa 50 sedi dei media a Gaza. Le forze israeliane hanno esplicitamente <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/israeli-military-says-it-cant-guarantee-journalists-safety-gaza-2023-10-27/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">avvertito le redazioni</a> che “non possono garantire” la sicurezza dei loro dipendenti dagli attacchi aerei. Considerate <a href="https://cpj.org/reports/2023/05/deadly-pattern-20-journalists-died-by-israeli-military-fire-in-22-years-no-one-has-been-held-accountable/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la prassi decennale di prendere di mira letalmente i giornalisti</a>, le azioni di Israele mostrano una soppressione della libertà di parola su vasta scala.</p>



<p>Il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha esortato i giornalisti occidentali a condannare pubblicamente gli attacchi contro i giornalisti. “[Chiediamo] ai nostri colleghi giornalisti di tutto il mondo di agire per fermare l’orribile bombardamento del nostro popolo a Gaza”, ha affermato il gruppo il <a href="https://www.pjs.ps/palestinian-journalists-syndicate-statement-some-of-the-global-medias-unethical-coverage-is-facilitating-genocide-in-gaza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">31 ottobre in una dichiarazione pubblica</a>.</p>



<p>Stiamo ascoltando quella chiamata.&nbsp;</p>



<p>Siamo al fianco dei nostri colleghi di Gaza e annunciamo i loro coraggiosi sforzi di riferire nel mezzo della carneficina e della distruzione. Senza di loro, molti degli orrori sul territorio rimarrebbero invisibili.&nbsp;</p>



<p>Ci uniamo alle associazioni della stampa tra cui <a href="https://rsf.org/en/rsf-files-complaint-icc-war-crimes-against-journalists-palestine-and-israel" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Reporter Senza Frontiere</a>, l’<a href="https://twitter.com/AMEJA/status/1716599822537695594" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Associazione dei giornalisti arabi e mediorientali</a> e la <a href="https://www.ifj.org//media-centre/news/detail/category/press-releases/article/palestine-at-least-twenty-one-journalists-killed-in-gaza" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Federazione internazionale dei giornalisti</a> nel chiedere un impegno esplicito da parte di Israele per porre fine alla violenza contro giornalisti e altri civili. Le redazioni occidentali traggono enormi benefici dal lavoro dei giornalisti di Gaza e devono adottare misure immediate per chiedere la loro protezione.</p>



<p>Riteniamo anche le redazioni occidentali responsabili della retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi. Doppi standard, imprecisioni ed errori abbondano nelle pubblicazioni americane e sono stati <a href="https://d-scholarship.pitt.edu/7515/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ben documentati</a>. Più di 500 giornalisti <a href="https://medialetterpalestine.medium.com/an-open-letter-on-u-s-media-coverage-of-palestine-d51cad42022d" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hanno firmato una lettera aperta nel 2021</a> in cui esprimono la preoccupazione che i media statunitensi ignorino l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Eppure la richiesta di una copertura equa è rimasta senza risposta.</p>



<p>Le redazioni hanno invece minato le prospettive palestinesi, arabe e musulmane, liquidandole come inaffidabili e hanno invocato un linguaggio provocatorio che rafforza i cliché islamofobici e razzisti. Hanno pubblicato la disinformazione diffusa dai funzionari israeliani e non sono riusciti a controllare l’uccisione indiscriminata di civili a Gaza, commessa con il sostegno del governo degli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani, tra cui quattro giornalisti, sono stati uccisi e altri 240 circa sono stati catturati, questi problemi si sono aggravati. La copertura giornalistica ha posizionato l’attacco come il punto di partenza del conflitto senza offrire il necessario contesto storico: che Gaza è di fatto una prigione di rifugiati provenienti dalla Palestina storica, che l’occupazione israeliana è illegale secondo il diritto internazionale e che i palestinesi vengono bombardati e massacrati regolarmente dal governo israeliano.</p>



<p>Gli esperti delle Nazioni Unite <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/un-experts-say-ceasefire-needed-palestinians-grave-risk-genocide-2023-11-02/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hanno avvertito</a> di essere “convinti che il popolo palestinese sia a grave rischio di genocidio”, ma i media occidentali rimangono riluttanti a citare esperti di genocidio e a descrivere accuratamente la minaccia esistenziale in corso a Gaza.</p>



<p>Questo è il nostro compito: chiedere conto al potere. Altrimenti rischiamo di diventare complici del genocidio.</p>



<p>Rinnoviamo l’appello ai giornalisti affinché dicano tutta la verità senza timori o favoritismi. Affinché utilizzino termini precisi ben definiti dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui “apartheid”, “pulizia etnica” e “genocidio”. Affinché riconoscano che distorcere le parole per nascondere le prove di crimini di guerra o dell’oppressione dei palestinesi da parte di Israele è una negligenza giornalistica e un’abdicazione alla chiarezza morale.</p>



<p>L’urgenza di questo momento non può essere sopravvalutata. È imperativo cambiare rotta.</p>



<p>***</p>



<p><em>Gli autori della lettera sono un gruppo di reporter residenti negli Stati Uniti che lavorano nelle redazioni locali e nazionali. Alcuni membri del gruppo sono stati anche coinvolti in <a href="https://medialetterpalestine.medium.com/an-open-letter-on-u-s-media-coverage-of-palestine-d51cad42022d" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una lettera aperta del 2021 che delineava le preoccupazioni</a> per la copertura mediatica statunitense della Palestina.</em></p>



<p><em>Tutte le firme sono state verificate. Circa 600 giornalisti attuali ed ex hanno firmato la lettera a partire dalla sua pubblicazione il 9 novembre 2023. Da allora si sono aggiunte altre 300 firme, portando il totale a circa 900. Tutti i numeri sono stati aggiornati al 10 novembre 2023.</em></p>



<p><em>Due giornalisti hanno chiesto che le loro firme fossero rimosse il 10 novembre su richiesta del loro datore di lavoro, l&#8217;Associated Press. Quelle firme sono state rimosse.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo spettacolo della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5891</guid>

					<description><![CDATA[Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo consumare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" data-type="post" data-id="5879" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em></p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“‘Seppellite il mio cuore a Wounded Knee’, che vuol dire? / Wounded Knee è dove morì il generale Custer con tutti i suoi. / Sì, ma che aveva combinato per finire così? / Beh, esattamente io... / Aveva trucidato migliaia di indiani. Quindi lei conosce il personaggio ma non ha una visione globale della vicenda. E sa perché? / Perché? / Per i film che ha visto. Ecco perché siamo qui. / Capisco. / Le faccio altri esempi: la bambina vietnamita; la V di vittoria; i cinque marines che innalzano la bandiera sul monte Suribachi. Fra cinquant’anni anni avrà scordato quelle guerre ma non quelle immagini. / Vero. / Guerra del Golfo: un missile intelligente si infila in un camino. 2.500 missioni al giorno per oltre 100 giorni: sono bastate le immagini di una sola bomba e gli americani hanno accettato quella guerra. La guerra è spettacolo. Ecco perché siamo qui.”
<em>Wag the dog</em>, regia di Barry Levinson, 1997</pre>



<pre class="wp-block-verse">“Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini divengono degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Il medium è il messaggio perché è il medium che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana.”
Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Raccontata dai principali media italiani (carta stampata, televisione e radio), la guerra in Ucraina è – fin dai primi giorni – massacri, pioggia incessante di bombe e stragi di civili; a margine, andando a cercare soprattutto in rete, si riescono a trovare analisi differenti. Il 22 marzo Newsweek – una testata che non può certo essere accusata di ‘simpatie putiniane’ – pubblica un articolo dai toni molto diversi (1).</p>



<p>“Dallo scorso fine settimana, in 24 giorni di conflitto, la Russia ha fatto circa 1.400 missioni di volo e lanciato quasi 1.000 missili (per contrasto, gli Stati Uniti hanno fatto più missioni e bombardato di più nel primo giorno della guerra in Iraq del 2003)” scrive William M.Arkin intervistando – sotto garanzia di anonimato – analisti della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense. “Una parte di questi attacchi ha danneggiato e distrutto strutture civili e ucciso e ferito civili innocenti, ma il livello di morte e distruzione è basso rispetto alla capacità della Russia” continua l’articolo. E ancora: “Il cuore di Kiev è stato appena toccato. E quasi tutti gli attacchi a lungo raggio sono stati mirati a obiettivi militari” afferma una fonte della Difesa USA, “le autorità cittadine di Kiev dicono che circa 55 edifici sono stati danneggiati e che 222 persone sono morte dal 24 febbraio. È una città di 2,8 milioni di persone”. “Se ci limitiamo a convincerci che la Russia sta bombardando indiscriminatamente, o che non riesce a infliggere più danni perché il suo personale non è all’altezza del compito o perché è tecnicamente inetto, allora non stiamo vedendo il vero conflitto”, conclude l’analista della DIA.</p>



<p>A novembre scorso l’Onu stima a 377 mila le vittime della guerra in Yemen, in sette anni: il 60% a causa di effetti indiretti del conflitto, come scarsità di acqua, cibo e cure. Sempre l’Onu, il 4 aprile, riporta 1.417 vittime civili in Ucraina in 40 giorni e 2.038 feriti (2). La guerra di invasione dell’Iraq del 2003, lanciata da Stati Uniti e Gran Bretagna sulla base di quella che la storia ci ha consegnato come una deliberata menzogna – la presenza di armi chimiche di distruzione di massa – ha prodotto 209 mila morti tra i civili (marzo 2003-febbraio 2017) secondo Iraq Body Count (3), e non rappresenta la stima più pessimistica. In occasione della “lotta al terrorismo”, dell’“esportazione della democrazia” e delle “missioni di pace”, le nostre coalizioni occidentali, nei loro vertici politici e militari, ci hanno redarguito sul fatto che un civile armato è un “insorto” ed equivale a un soldato e come tale i militari occidentali lo trattano, e che i cittadini che non rispettano il coprifuoco in una zona di guerra lo fanno a proprio rischio e pericolo. L’<em>esperienza</em> ci ha inoltre insegnato che un civile si può armare solo là dove c’è abbondanza di armi distribuite tra la popolazione: come è avvenuto in Ucraina fin dai primi giorni del conflitto.</p>



<p>La guerra è morte e distruzione. Non è un concetto complicato da recepire. E non si tratta di voler fare una ben macabra conta, di voler ‘pesare’ i morti; ma è proprio ciò che sta facendo l’informazione italiana dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nessun conflitto ha monopolizzato le prime pagine, i telegiornali e i programmi televisivi per settimane, prima di oggi; nessuna guerra è stata raccontata, gestita politicamente e mediaticamente in questo modo. Probabile che non tutti i cittadini italiani sappiano dove sia lo Yemen, ma <em>ora</em> tutti sanno esattamente dov’è l’Ucraina. Cosa sta accadendo?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La società dello spettacolo</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>La realtà sorge nello spettacolo, e</em><em> lo spettacolo è reale.”</em></pre>



<p>Il 24 febbraio, poco dopo le 6 di mattina, Zelensky appare alla televisione ucraina: giacca e camicia bianca, dichiara che le forze militari russe sono entrate nel Paese. Alle 8:30 la CNN rilancia un nuovo video-messaggio nel quale il presidente ucraino, in giacca, camicia bianca e cravatta, chiama Mosca al dialogo: “Prima o poi la Russia dovrà parlare con noi per porre fine a questa operazione militare, a questa invasione, e prima inizia questo colloquio e minori saranno le perdite per la Russia stessa”. Nel giro di poche ore seguono diverse dichiarazioni di apertura all’avvio di un negoziato con Mosca e di disponibilità ucraina verso lo status neutrale del Paese, e la Russia risponde di essere pronta a inviare a Minsk una delegazione per trattare. Per due giorni il negoziato è sul tavolo. Nel frattempo Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi europei si scatenano: l’invasione è inaccettabile, Putin è un pazzo criminale da fermare, si devono avviare sanzioni economiche contro la Russia e l’Ucraina è da sostenere inviando armamenti. Inizia il giro di telefonate: Zelensky parla con Biden, con Boris Johnson e con esponenti politici europei. Nel tardo pomeriggio del 25 febbraio, pubblica sui social un video di appena 30 secondi: per strada, luce notturna, circondato da esponenti del governo, dichiara: “Siamo qui. Siamo a Kiev. Difendiamo l’Ucraina”. Indossa maglietta e felpa, entrambe verde militare. Il video diventa virale. L’indomani, alle 7 del mattino, l’Associated Press riporta che fonti dell’intelligence statunitense riferiscono che Zelensky ha rifiutato l’offerta americana di lasciare Kiev: “La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio”. Una frase a effetto che diventa anch’essa virale. Nasce l’immagine del presidente-resistente, eroico e coraggioso. La trattativa viene relegata ai margini, si combatte. Zelensky non lascerà più quella maglietta verde militare, diventerà il suo ‘costume di scena’: da quel momento, inizia lo ‘spettacolo’ della guerra.</p>



<p>Il testo di Guy Debord del 1967 è complesso e articolato: agganciandosi ad alcuni dei punti centrali del pensiero di Marx, tocca diversi aspetti, che qui tralasciamo perché fuori focus. Ciò che ci interessa è il concetto espresso nel titolo del saggio: <em>La società dello spettacolo</em> (4)<em>.</em> Semplificando, possiamo dire che riprendendo i temi ‘valore d’uso/valore di scambio’, ‘alienazione’ e ‘carattere di feticcio della merce’, Debord amplia la riflessione marxiana slittando dalla sfera della produzione a quella del consumo. Nell’attuale società a capitalismo avanzato della produzione di massa, scrive il pensatore francese, i beni (e i servizi) vengono acquistati e consumati non per l’utilità del loro uso ma per il loro valore simbolico, astratto, feticistico: un valore che sta, di fatto, in un’immagine, la quale ci viene consegnata da uno ‘spettacolo’. Non si tratta solo dei media, ma dell’intera società: Debord non parla di una ‘società dell’apparire’ in cui lo spettacolo diventa merce, e nemmeno della ‘spettacolarizzazione’ di ogni cosa: va ben oltre. Parla di una società in cui la merce <em>è</em> uno spettacolo. L’altra faccia della produzione capitalistica è infatti il consumo, e dunque l’intera società diviene spettacolo, perché senza spettacolo la merce non acquisirebbe quel valore simbolico e feticistico per il quale viene acquistata: lo spettacolo rappresenta la struttura della società dei consumi. “Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” e “lo spettacolo è la principale produzione della società attuale” scrive Debord.</p>



<p>In tale realtà, l’alienazione si duplica: non è più solo nell’ambito della produzione ma anche in quello del consumo. L’Uomo è alienato, perduto a se stesso, estraniato dalla propria <em>essenza</em>, non solo in quanto lavoratore in un sistema capitalistico ma anche in quanto consumatore di merce: ossia di spettacolo. Vero/falso, bisogni (valore d’uso)/falsi bisogni (valore di scambio), coscienza vera/falsa coscienza: uno spettacolo totalizzante che si spaccia per realtà, o meglio: <em>diviene</em> la realtà. Scrive Debord nei successivi <em>Commentari sulla società dello spettacolo</em> del 1988: “[&#8230;] in definitiva il senso dello spettacolo integrato è che si è integrato nella realtà stessa man mano che ne parlava; e che la ricostruiva come ne parlava. Così adesso questa realtà non gli sta più di fronte come qualcosa di estraneo. […] Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. […] il divenir-mondo della falsificazione era anche un divenir-falsificazione del mondo”. Da rappresentazione, lo spettacolo è divenuto reale; e in quanto reale, è vero. Lì, sta la Verità.</p>



<p>Potremmo derubricare a propaganda – più o meno ben fatta – il racconto di guerra che la classe dirigente – politica, economica e culturale – ci sta consegnando sul conflitto in Ucraina, ma sarebbe riduttivo. È molto di più. È la costruzione di un mondo, di un immaginario e di nuovi valori, di un’ideologia, di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em>.</p>



<p>Conosciamo ormai tutti i trascorsi di Zelensky: produttore e attore della serie televisiva <em>Servant of the people</em> – andata in onda in Ucraina dal 2015 al 2019 – fonda nel 2018 un partito che prende il nome dalla fiction tv e nel 2019 diventa presidente del Paese, replicando nella realtà ciò che <em>già </em>era avvenuto nello spettacolo televisivo. Porta con sé, in politica, gran parte della squadra che ha così ben funzionato nella fiction: Yuriy Kostyuk su tutti, sceneggiatore della serie che oggi scrive i discorsi che Zelensky-presidente pronuncia nei video-messaggi in maglietta verde militare. Video-messaggi che rappresentano indubbiamente la novità comunicativa di questa guerra: si pongono infatti al centro dei media, che diffondendoli li contrassegnano con il bollino ‘Verità’, ma contemporaneamente li travalicano, occupando direttamente spazi politici – i Parlamenti dei diversi Paesi – e culturali – i Grammy, per esempio. Ogni discorso è un piccolo capolavoro di spettacolo emozionale: al Congresso USA richiama l’11 settembre, alla Camera britannica cita Churchill, al Bundestag il Muro di Berlino, alla Knesset l’olocausto – e qui fa il suo primo e per ora unico scivolone: gli ebrei, giustamente, trovano fuori luogo il parallelismo – ai Grammy tira fuori “i musicisti [ucraini che] mettono il giubbotto antiproiettile invece dello smoking, cantano per i feriti, negli ospedali&#8230;” per concludere: “Sulla nostra terra combattiamo la Russia che ha portato un orribile silenzio con le sue bombe, riempite il silenzio con la vostra musica”. E, puntuale, al video-messaggio segue lo spettacolo musicale, con artiste ucraine vestite con i colori della bandiera nazionale.</p>



<p>Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera e dell’emittente La7, acquista i diritti della fiction di Zelesky e la manda in onda, in esclusiva per l’Italia, a partire dal 4 aprile: le prime tre puntate, a seguire <em>Zelensky the story</em>, un docufilm che la rete televisiva presenta, sul proprio sito, con queste parole: “Dai suoi inizi come attore di programmi tv alla sua campagna spettacolare, alla sua elezione e alla sua rivalità con il presidente della Russia&#8230; Ecco la storia di un viaggio incredibile e di un eroe indiscusso”. Mentre il Corsera, il 24 marzo, allega in omaggio al quotidiano la “spilla giallo-blu” della bandiera ucraina: la guerra diventa gadget per una ipotetica tifoseria, neanche fosse una partita di calcio. (5).</p>



<p>Lo spettacolo è in grado di costruire un mondo solo se è pervasivo e totalizzante: deve occupare l’intera società, non solo l’ambito dei media. Ed è ciò che sta accadendo. Con la fiction <em>Servant of the people</em>, i Grammy, il minuto di silenzio agli Oscar, ma anche con università che sospendono corsi sulla letteratura russa, social media che autorizzano post che incitano alla violenza nei confronti di Putin e dei russi, servizi finanziari che lanciano campagne di raccolta fondi “Dona per le attività di soccorso all’Ucraina”, catene di supermercati che stampano sullo scontrino “Sosteniamo la pace. Aggiungi un euro alla spesa per dare il tuo contributo alla Croce rossa italiana” (6); con il Parlamento che approva all’unanimità un emendamento a favore dell’acquisto di materiali di autodifesa per i giornalisti inviati sul campo in Ucraina – gli inviati nelle altre guerre, si arrangino un po’ come possono –; con il Consiglio di sicurezza nazionale statunitense e l’addetto stampa della Casa Bianca che chiamano a sé, in un incontro su Zoom, i trenta maggiori <em>influencer</em> di TikTok, per fornire loro informazioni sulla guerra e sugli obiettivi strategici degli Stati Uniti, di modo che possano diffonderli nel social e contrastare le fake news (!). Quest’ultima, fino a poco tempo fa, si sarebbe semplicemente chiamata ‘propaganda’. Il fatto che non sia percepita né denunciata come tale, mostra quanto il “divenir-falsificazione del mondo” si sia già compiuto. I <em>TikToker</em>, infatti, <em>seguono</em> allo spettacolo della guerra già prodotto dai governi e dai principali media: non percepiscono la propaganda perché per loro lo spettacolo è già divenuto realtà, e lì si situa la Verità. Perché per quanto sempre più pervasivi, la capacità di convertire lo spettacolo da prodotto mediatico a prodotto sociale non appartiene ai social, ma è ancora appannaggio dei media tradizionali: stampa, televisione, radio.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="286" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/1.jpg" alt="" class="wp-image-5894"/></figure>
</div>


<p>Dal 24 febbraio, le prime pagine dei quotidiani sono state monopolizzate dalla guerra in Ucraina. Fotografie cariche di pathos, nelle quali si alternano volti umani, cadaveri ed edifici distrutti (spesso la fotografia è la medesima su diverse testate occidentali, italiane e straniere); immagini dai colori elaborati grazie a un’abile post produzione (il francese Liberation ha una chiara predilezione per lo sfondo nero caravaggesco); titoli assertivi e drammatici, enfasi – Maruiopol è una “città martire” –, racconti epici che si susseguono a dipingere una resistenza eroica, iniziata con donne e bambini che preparano molotov e Lolite con leccalecca in bocca e fucile imbracciato (vedi box <em>Titoli di prima pagina, quotidiani italiani</em>, pag. 13). La televisione ha prodotto febbricitanti maratone h24, censurato le voci critiche, creato un telegiornale quotidiano “in lingua ucraina per i profughi ucraini” (RaiNews 24). La radio ha seguito a ruota. È l’informazione della paura, della lacrima, dei buoni e dei cattivi e una netta linea di demarcazione tracciata tra le due ‘categorie’. Scioccare, indignare e radicalizzare le parole d’ordine. Una ‘macchina da guerra’ – è il caso di dirlo – che non si è fatta rallentare nemmeno dalle fake news in cui è palesemente incappata, come la dichiarazione di Enrico Mentana sul battaglione Azov l’11 marzo, durante la sua quotidiana ‘maratona’ su La7 (7) o la fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo (8).</p>



<p>Tuttavia, non sono tanto le specifiche false notizie a segnare il passo, quanto l’aria che si respira: univoca, compatta, schierata. Al punto che un insieme di “Organizzazioni mediatiche ucraine, reporter, fotografi, manager dei media e professionisti della comunicazione”&nbsp;ritiene di poter consegnare all’informazione straniera una “lettera aperta” nella quale sono suggerite le parole da utilizzare e quelle da evitare nella narrazione della guerra (9).</p>



<p>Nella società dello spettacolo le immagini divengono degli esseri reali e <em>le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico</em>, scrive Debord: dall’apparire della maglietta verde di Zelensky il 25 febbraio, lo spettacolo della guerra è andato in scena e, invadendo ogni spazio sociale, ha manipolato coscienze e indotto reazioni collettive. “L’intenzione originaria del dominio spettacolare” scrive Debord nei <em>Commentari</em>, “era far sparire la conoscenza storica in generale; e in primo luogo quasi tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul passato più recente. […] Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il medium è il messaggio</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Gli effetti della tecnologia non si verificano al livello delle opinioni o dei concetti ma alterano costantemente, e senza incontrare resistenza, le reazioni sensoriali o le forme di percezione.”</em></pre>



<p>Secondo Marshall McLuhan, tutti i media amplificano i nostri corpi e i nostri sensi: sono “semplici estensioni dei sensi umani” (10). Partendo da questo presupposto, “per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio”, perché ciò che McLuhan intende esaminare sono le “conseguenze psichiche e sociali”: ogni media “non soltanto porta, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio”, ossia modifica la realtà individuale e collettiva, “la forma dell’associazione e dell’azione umana”. In questo senso <em>il medium è il messaggio</em>, perché “il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani […] indipendentemente dal carico, cioè dal contenuto, del medium”.</p>



<p>Anche in questo caso, il testo del 1964 di McLuhan è ben più articolato di quanto ne utilizziamo qui e tocca i media più svariati, dalla parola all’automobile. Agganciandosi al mito di Narciso, che associa all’etimo <em>narcosis</em>, che traduce con <em>torpore</em>, McLuhan afferma che gli esseri umani sono soggetti al fascino di ogni estensione di loro stessi, riprodotta in un materiale diverso da quello in cui sono fatti: dunque, nella sua analisi, sono soggetti al fascino dei media. Tuttavia, la sempre maggiore estensione, dovuta a nuove tecnologie, porta a uno “stress dell’accelerazione del ritmo o dell’aumento del carico”, che produce una reazione difensiva: “il sistema nervoso riesce a sopportarlo solo nel torpore o bloccando la percezione”. Lo stimolo dei media che accogliamo, insomma, perché ne siamo attratti, ci intorpidisce. “Per contemplare, utilizzare o percepire qualsiasi estensione di noi stessi in forma tecnologica è necessario riceverla. Ascoltare la radio o leggere la pagina stampata significa accogliere nel nostro sistema queste estensioni di noi stessi e subire quella ‘chiusura’ o spostamento della percezione che automaticamente ne consegue. È l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore.”</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img decoding="async" width="200" height="275" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/2.jpg" alt="" class="wp-image-5895"/></figure>
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<p>Dal 24 febbraio, lo spettacolo della guerra in Ucraina ci invade da ogni media d’informazione: carta stampata, radio, televisione, social, podcast, internet. Lo <em>consumiamo</em> h24 grazie allo smartphone, estensione del nostro corpo e dei nostri sensi come nessun altro media fino a oggi. Il martellamento è incessante, registra “accelerazione del ritmo” nell’uso del medium e “aumento del carico” nel messaggio, sempre il medesimo: guerra, Putin, criminale, Ucraina, resistenza, eroi, armi. Innesca shock iniziale per poi lasciar spazio al terapeutico torpore. “Dobbiamo intorpidire il nostro sistema nervoso centrale ogni volta che viene esteso e scoperto; altrimenti moriremmo” scrive McLuhan. E nel nostro torpore, ci ritroviamo passivi: spossati, apatici, distratti, privi dell’energia di formulare un pensiero critico, assimiliamo; anche se annusiamo la propaganda, lo spettacolo entra in noi come sensazione e percezione, lo facciamo nostro. Perché non spegniamo lo smartphone, o la televisione, o non evitiamo la rassegna stampa alla radio? “La necessità di usare i sensi disponibili è persistente quanto il respiro,” riflette McLuhan (che non ha visto l’epoca dello smartphone) “ed è questo fatto che ci induce a tenere quasi continuamente in funzione radio e tv. Questo impulso a un uso continuo è abbastanza indipendente dal ‘contenuto’ dei programmi o dalla vita sensoriale dell’individuo, essendo piuttosto una testimonianza del fatto che la tecnologia è parte dei nostri corpi. […] Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Verso dove?</h4>



<p>“Sono frustrato dalla narrativa attuale” conclude una fonte dell’aviazione americana citata nell’articolo di Newsweek, “secondo la quale la Russia sta intenzionalmente prendendo di mira i civili, sta demolendo le città, e a Putin non importa. Una visione così distorta impedisce di trovare una fine prima che il vero disastro colpisca o che la guerra si estenda al resto d’Europa”.</p>



<p>Non occorre certo appoggiarsi a un analista della DIA per riconoscere la mancanza di volontà di far cessare questo conflitto: è evidente nell’accoppiata Biden-Zelensky – a cui Draghi fa da spalla entusiasta, battendo in zelo molti altri politici europei – che alza i toni appena la possibilità di un negoziato si palesa, lanciando accuse di utilizzo di armi chimiche e di stragi da parte dell’esercito russo prima che un’indagine un minimo indipendente possa accertare i fatti. Tuttavia la citazione mostra quanto all’interno dell’Amministrazione USA questa consapevolezza sia ben presente, accanto a ciò che comporta (11).</p>



<p>È evidente che Stati Uniti ed Europa stiano utilizzando il conflitto per cercare di disegnare un nuovo ordine globale, ripristinando la spaccatura occidente/oriente e rilanciando la corsa agli armamenti con l’aumento delle spese militari. Altrettanto chiaro quanto l’industria statunitense ed europea del settore Difesa festeggi – il titolo dell’italiana Leonardo ha per ora battuto il record: +43,9% ad azione dal 23 febbraio al 6 aprile – accanto a quella del gas liquefatto made in USA – che i Paesi europei pagheranno più del gas russo.</p>



<p>Siamo all’alba di un nuovo mondo. Politici e giornalisti da salotto sembrano pervasi da un febbricitante entusiasmo, come avessero finalmente trovato una <em>missione</em> in grado di assegnare loro un’identità. Non era stato così con il Covid, se non parzialmente, perché l’aleatorietà della situazione si prestava a troppe e continue contraddizioni da cercare faticosamente di sanare; la guerra, al contrario, può diventare un monolite, davanti al quale ergersi impettiti battendosi il petto e rivendicando la battaglia della democrazia contro la dittatura, dei valori occidentali contro la barbarie&#8230; e retoriche similari.</p>



<p>La società civile è esausta, ma nel complesso ancora tiene: non mancano le voci critiche, ma non riesce a crearsi un’opposizione significativa. Siamo transitati da un’emergenza (pandemia) all’altra (guerra) senza passare dal via, come si direbbe a Monopoli: nel giro di una notte. Dalla merce-pandemia alla merce-guerra, lo spettacolo sta chiaramente funzionando: onnipresenza, martellamento, delegittimazione delle voci critiche, creazione del ‘nemico’ e di capri espiatori, perno sulle emozioni, radicalizzazione. Sull’onda del nuovo mondo così creato, abbiamo modificato il nostro modo di vivere – distanziamento sociale, Green Pass, obbligo vaccinale, discriminazioni – e lo modificheremo nuovamente a breve – razionamento energetico, e vedremo cos’altro. Dobbiamo abbassare il riscaldamento “un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità, o esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus” ha dichiarato il 9 marzo Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri: “Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Deve essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica”. <em>Mobilitazione</em><em> degli spiriti</em>: a questo serve lo spettacolo. A creare quella che Marcuse chiama “falsa coscienza”, quel processo di <em>mimesi</em> che va ben oltre l’adattamento e porta l’individuo a una identificazione immediata con la <em>sua</em> società, che è quella del capitalismo avanzato e della produzione/consumo di massa. E tra convinzione o passività e apatia, a seconda che abbia preso il sopravvento la capacità di coinvolgimento dello spettacolo o il torpore causato dall’accelerazione del medium e del messaggio, la gran parte dei cittadini ha accolto il nuovo mondo.</p>



<p>McLuhan sottolinea come, in quest’epoca storica, “la massima parte dei <em>trasporti</em> consista nello spostamento di informazioni”, e Debord ci ricorda che alla base dello spettacolo c’è l’economia: c’è il sistema produttivo capitalistico. Con le sue crisi e le sue necessità, gli sviluppi tecnologici e i mercati delle materie prime fondamentali. È lì che dobbiamo andare a indagare per capire davvero cosa sta accadendo e quale realtà stanno progettando.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-preformatted"><strong><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Titoli di prima pagina, quotidiani italiani </span></strong>

La guerra nel cuore d’Europa (Il Messaggero, 25 febbraio) Putin sfodera l’atomica (Repubblica, 28 febbraio) Diluvio di fuoco sulle città (Repubblica, 1° marzo) Pioggia di missili sulle città (Corriere della sera, 2 marzo) Martirio ucraino (Repubblica, 2 marzo) Il massacro di Putin (Il Giorno, 2 marzo) La resistenza di un popolo (Repubblica, 3 marzo – fotografia di tre uomini che lanciano molotov, immagine pag. 14) Putin fa a pezzi la civiltà (La Stampa, 3 marzo) Guerra ai civili (il Manifesto, 3 marzo) Strage senza fine (La Stampa, 7 marzo) Bombe sui bambini (La Stampa, 10 marzo) La resistenza di Kiev (La Stampa, 13 marzo – fotografia di una adolescente con in bocca un leccalecca e in braccio un fucile, immagine pag. 16) La carneficina (La Stampa, 16 marzo) Armi contro il criminale di guerra (Il Foglio, 17 marzo) Orrore nel teatro di Mariupol (Corriere della sera, 17 marzo), Teatro di sangue (La Stampa, 17 marzo) Missili sui civili (Il Messaggero, 17 marzo) Le trattative con il criminale (Il Foglio, 18 marzo) Stallo di sangue (Repubblica, 18 marzo) Massacro continuo (La Stampa, 18 marzo) Il grande dittatore (La Stampa, 19 marzo) I missili della morte (La Stampa, 20 marzo) Occupazione spietata (la Repubblica, 21 marzo) L’Ucraina stuprata (Il Mattino, 21 marzo) 10 milioni di profughi (Repubblica, 22 marzo) Zelensky all’Italia: aiutateci (Corriere della sera, 23 marzo) Deportati duemila bambini (La Stampa, 23 marzo) Lo spettro delle armi chimiche (Corriere della sera, 24 marzo) Biden e la Ue: più armi a Kiev (Corriere della sera, 25 marzo) Uniti contro Putin (Repubblica, 25 marzo) “In gioco la democrazia” (La Stampa, 26 marzo) “Russi, cacciate il tiranno” (Repubblica, 27 marzo) Biden: “Putin macellaio” (La Stampa, 27 marzo) Fratelli d’Europa (Repubblica, 28 marzo) L’offensiva contro il macellaio (Il Foglio, 29 marzo) “Sostegno dall’Italia” (Il Messaggero, 29 marzo) Con Putin si parla con le armi (Il Foglio, 31 marzo) I dannati della terra (La Stampa, 1 aprile) Il terrore delle mine (Repubblica, 3 aprile) “Il peggio deve ancora venire” (Corriere della sera, 3 aprile) La grande resistenza al dittatore (Il Foglio, 3 aprile) Civili uccisi, orrore e condanna (Corriere della sera, 4 aprile) Fermiamo questo orrore (La Stampa, 4 aprile) Macelleria russa (Il Tempo, 4 aprile) Non possiamo restare indifferenti al genocidio (Domani, 4 aprile) Mattatoio Putin (Repubblica, 5 aprile) I martiri di Bucha (La Stampa, 5 aprile) Se questo è un uomo (Il Resto del carlino, 5 aprile) Stragi, torture: orrore senza fine (Corriere della sera, 6 aprile) “Bambini torturati” (La Stampa, 6 aprile).</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) William M.Arkin, <em>Putin’s Bombers Could Devastate Ukraine But He’s Holding Back. Here’s Why</em>, Newsweek, 22 marzo 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494" target="_blank">https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.iraqbodycount.org/database/" target="_blank">https://www.iraqbodycount.org/database/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) I virgolettati contenuti nell’articolo sono tratti da Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini Castoldi Dalai Editore</p>



<p class="has-small-font-size">5) D’altra parte, ricordiamoci che Cairo è quell’uomo che a marzo 2020, a pandemia appena esplosa, lockdown e ospedali in emergenza, sprigionava elettricità da ogni cellula spronando i venditori del suo gruppo editoriale: in un video-messaggio, in piedi – che solo i perditempo siedono, immaginiamo – snocciolava gli aumenti di centinaia di migliaia di euro di investimenti pubblicitari appena strappati agli inserzionisti, concludendo: “Abbiamo una grande opportunità: se tutti noi operiamo con questa energia vedrete che quest’anno faremo meglio dello scorso anno”. Il video qui <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Rispettivamente: l’Università Milano-Biccoca (poco importa se poi, sommersa da critiche, abbia fatto un passo indietro), Facebook e Instagram, Paypal, Conad</p>



<p class="has-small-font-size">7) Mentana ha dichiarato: “Il battaglione Azov non è un battaglione neonazista, è una parte delle forze armate dell’Ucraina”. Due dati che non si escludono a vicenda: Azov è infatti parte dell’esercito ucraino, ed è dichiaratamente neonazista</p>



<p class="has-small-font-size">8) La fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo rappresenta un uomo in strada che si copre il volto circondato da cadaveri, nessuna didascalia, titolo “La carneficina”, due articoli a lato su Leopoli e Kiev che richiamano un’inevitabile associazione con l’immagine, attribuendo dunque la strage all’esercito russo; la foto era invece stata scatta a Donetsk, nel Donbass. Espressione indignata, “i soliti miserabili del web che amplificano e lo considerano un caso di disinformazione: dov’è la disinformazione?” replicherà il direttore Massimo Giannini a Otto e mezzo, su La7, il giorno dopo (!). A margine, ricordiamo gli interessi degli Elkann, editori de La Stampa e del gruppo Gedi (Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital e altre testate) nel settore degli armamenti, tramite la partecipazione in Iveco Defence Vehicle, Iveco Oto Melara (in collaborazione con Leonardo) e in Rolls-Royce</p>



<p class="has-small-font-size">9) AdnKronos, 25 marzo 2022, qui <a href="https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Le citazioni contenute nell’articolo sono tratte da Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em>, Il Saggiatore</p>



<p class="has-small-font-size">11) È fuori focus rispetto a questo articolo l’analisi delle motivazioni del conflitto, ma è chiaro che non si può ragionare escludendo il contesto nel quale è esploso, ossia l’allargamento della Nato nell’Est Europa e gli investimenti USA per armare l’Ucraina. Il 3 marzo il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato i dati aggiornati: dal 2014 gli Stati Uniti hanno inviato 5,6 miliardi di dollari per armi, assistenza e attività di training, di cui 3 miliardi per equipaggiamenti e per rendere le forze armate ucraine interoperabili con la Nato. Secondo i dati Sipri, l’Ucraina ha progressivamente incrementato le spese militari, portandole dal 2,2% del Pil nel 2014 al 4,1% nel 2020. Volente o nolente, la geopolitica esiste così come gli equilibri mondiali: non viviamo nell’iperuranio di Platone</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gli Stati Uniti contro Julian Assange</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/gli-stati-uniti-contro-julian-assange/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Assange]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>
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					<description><![CDATA[Collateral murder e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Collateral murder</em> e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Spotify Embed: Gli Stati Uniti contro Julian Assange" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/76ozgI6QlW3W5itckYrbvZ?utm_source=oembed"></iframe>
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<p class="has-drop-cap">WikiLeaks si basa su un modello semplice: chiunque sia in possesso di materiale riservato di “rilevanza politica, diplomatica o etica” può renderlo pubblico, in modo sicuro e rimanendo anonimo. In questo modo, a partire dal 2006 WikiLeaks ha cominciato a pubblicare milioni di documenti segretati su Stati, agenzie e aziende di mezzo mondo, senza rivelare una singola fonte.</p>



<p>Dopo i primi anni lontani dall’attenzione del grande pubblico, a segnare il punto di svolta tra il 2010 e il 2011 sono i più di 700.000 documenti classificati che svelano al mondo i crimini di guerra, le violazioni dei diritti umani e la storia segreta delle relazioni diplomatiche statunitensi. Il potere si sente vulnerabile. L’apparato di intelligence e politico USA – che ha nel mirino l’organizzazione dal 2008, come rivelerà la stessa WikiLeaks (1) – vede una minaccia nel potenziale che porta con sé, perché WikiLeaks diventa un modello. E Assange, il suo fondatore, ne diventa il simbolo. Per quasi nove anni gli Stati Uniti gli danno la caccia, affiancati da Svezia, Gran Bretagna ed Ecuador (perché a <em>nessun potere</em> può piacere WikiLeaks) finché nel 2019 viene arrestato, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e portato a processo in un tribunale inglese: gli americani vogliono che sia estradato, pretendono che gli venga consegnato.</p>



<p>Il 4 gennaio 2021 il giudice britannico nega l’estradizione. Il 10 dicembre la Corte di appello ribalta la sentenza. A fine gennaio 2022 la notizia che gli sarà permesso presentare ricorso presso la Corte Suprema inglese.</p>



<p>Più di dieci anni fa Assange ha iniziato a combattere per la sua libertà. Oggi lotta, letteralmente, per la sua vita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collateral murder</h4>



<p>Baghdad, 12 luglio 2007. Saeed Chmagh è steso a terra, gravemente ferito. Sta provando a rialzarsi, a trascinarsi sulle braccia per trovare un riparo, ma stenta perfino a muoversi. «Forza bello! Tutto ciò che devi fare è raccogliere un’arma&#8230;» Saeed è un assistente operatore della Reuters che, insieme al collega e fotoreporter Namir Noor-Eldeen, quella mattina si trova nel distretto Est della capitale irachena. Con una fotocamera a tracolla, stanno camminando insieme a una decina di altri uomini – disarmati – in una zona scoperta, sorvolata da due elicotteri Apache dell’esercito USA. Appena i militari li avvistano chiedono al commando a terra il permesso di ingaggio: «Abbiamo cinque o sei individui con AK-47». I piloti girano intorno a un edificio fino ad avere la visuale libera. Saeed sta parlando al telefono, Namir si sta sistemando la fotocamera in spalla e insieme agli altri uomini si sono raggruppati vicino all’ingresso dell’edificio. «Falli fuori, forza spara!» Quattro raffiche in quindici secondi: muoiono tutti sul colpo, tranne Saeed. I militari lo tengono sotto mira, aspettano un pretesto per poter procedere. È a terra in mezzo alla polvere a pochi metri dai corpi dei suoi compagni, sparsi tra le macerie. Sul posto arriva un uomo a bordo di un furgone, seduti di fianco a lui ci sono due bambini, i suoi figli. Il padre, insieme a due passanti, ha avvistato Saeed e si è fermato a soccorrerlo: ciò che aspettavano i militari: «Dai! Lasciateci sparare!» Il van viene crivellato dai colpi. Saeed, il padre e gli altri due uomini vengono uccisi. I due bambini, gravemente feriti, vengono portati poco dopo in un ospedale locale dalle truppe USA giunte sul posto. «Beh, colpa loro se portano i bambini in battaglia.»</p>



<p>Le immagini, riprese dalla cabina di pilotaggio di un elicottero militare statunitense durante la guerra in Iraq e rimaste segrete – nonostante la richiesta di accesso della Reuters, che voleva far luce sulla morte dei suoi due reporter – vengono rese pubbliche il 5 aprile 2010, a conflitto in corso. Al National Press Club, di fronte ai giornalisti, Julian Assange, co-fondatore e caporedattore di WikiLeaks, sta mostrando passo dopo passo l’uccisione a sangue freddo di almeno diciotto civili iracheni da parte dell’esercito americano. Il video, spiega, è stato ottenuto da una fonte anonima interna all’apparato militare: “Questo manda un messaggio: ci sono persone tra i militari americani a cui non piace quello che sta accadendo” (2).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Leaks</h4>



<p>“Sono verosimilmente tra i documenti più importanti del nostro tempo, alzano il velo sul conflitto e mostrano la vera natura delle guerre asimmetriche del ventunesimo secolo. Buona giornata” (3). È il febbraio 2010 quando Chelsea Manning (Bradley, ai tempi) contatta WikiLeaks. In quanto analista di intelligence dell’esercito statunitense coinvolto nei conflitti in Afghanistan e Iraq, ha accesso a migliaia di documenti classificati del settore militare. Nel 2009 le viene chiesto di creare i back up dei <em>Significant Activity Reports</em>, le informazioni raccolte e trasmesse durante la guerra dalle truppe americane. In un primo momento è previsto il dislocamento della sua unità in Afghanistan, ma successivamente viene ricollocata in Iraq, così Manning comincia a raccogliere documenti su entrambi i conflitti. </p>



<p>Ben presto, però, si rende conto della portata storica delle informazioni che contengono e dell’impatto che possono avere sulle guerre in corso: migliaia di uccisioni di civili da parte delle forze della coalizione USA non riportate nelle statistiche ufficiali; tortura dei detenuti; violazione del codice di condotta; crimini di guerra. “Credo che se l’opinione pubblica, specialmente quella americana, avesse avuto accesso a quelle informazioni si sarebbe potuto instaurare un dibattito interno sul ruolo dei militari e della nostra politica estera”, dichiarerà in seguito (4). Decide perciò di rendere pubblici i file e prova a contattare Washington Post e New York Times, senza ricevere risposta. A quel punto si rivolge a WikiLeaks: attraverso un canale criptato, invia circa 91.000 documenti relativi ai diari di guerra dei soldati americani in Afghanistan e 390.000 sui diari di guerra in Iraq negli anni tra il 2004 e il 2009. Ma non solo: il video conosciuto poi come <em>Collateral Murder</em>, le regole di ingaggio dei militari statunitensi nel conflitto iracheno, 250.000 cablo della diplomazia statunitense del periodo 1966-2010 (il cosiddetto Cablegate) e i report interni sui detenuti della prigione USA di Guantanamo.</p>



<p>Manning trasmette i file in via anonima, ma commette un errore. In una chat con un ex hacker, Adrian Lamo, confida di essere la fonte delle rivelazioni e Lamo denuncia tutto alle autorità USA. Manning viene arrestata, in Kuwait, a maggio 2010. Nel 2013 viene condannata a 35 anni di carcere – la condanna più severa nella storia americana per un caso di rivelazione ai media di informazioni riservate – poi commutati da Obama nel 2017 e ridotti a 7 anni di detenzione.</p>



<p>Nonostante l’arresto di Manning, tra il 2010 e il 2011 WikiLeaks pubblica tutto, e tutto il mondo comincia a parlare di WikiLeaks. Ma soprattutto, WikiLeaks e il suo fondatore Assange attirano l’attenzione della prima potenza globale. “Condanniamo WikiLeaks per indurre gli individui a infrangere la legge, rivelare documenti classificati e condividere quelle informazioni segrete col mondo, inclusi i nostri nemici, come se niente fosse” è la dichiarazione del Pentagono (5); “Queste rivelazioni non sono solo un attacco agli interessi di politica estera americani, sono un attacco alla comunità internazionale” sono le parole di Hillary Clinton, Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, in seguito al Cablegate (6); “Mettono a rischio la vita delle persone, minacciano la nostra sicurezza nazionale e indeboliscono i nostri sforzi di lavorare insieme agli altri Paesi per risolvere problemi condivisi”.</p>



<p>Sistemata Manning con una pena esemplare, agli Stati Uniti rimane da risolvere il problema Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Origini australiane</h4>



<p>Julian Assange nasce nel 1971 a Townsville, Australia. I primi anni di vita li trascorre spostandosi di città in città insieme ai genitori, due artisti di teatro anticonformisti, immerso nella controcultura australiana degli anni ’70. Cresce con una spiccata formazione antiautoritaria, frequenta più di trenta scuole diverse e si appassiona ben presto di informatica e programmazione, diventando uno dei più abili hacker del Paese. A sedici anni, con lo pseudonimo Mendax, costituisce insieme ad altri due hacker il gruppo “International Subversives” e i tre riescono a intromettersi – tra gli altri – nel sistema informatico della US Airforce, della NASA e in quello del Dipartimento della Difesa statunitense, grazie a una backdoor di accesso al centro di coordinamento per la sicurezza di MILNET, il network dell’esercito USA. “Ne abbiamo avuto il totale controllo per più di due anni”, racconterà all’emittente svedese SVT Play (7). Nel 1991, all’età di vent’anni, viene incriminato dalla polizia federale australiana per aver hackerato Nortel, compagnia di telecomunicazioni canadese, ma viene condannato solo a pagare duemila dollari di multa. “Non ci sono prove che si sia trattato di nient’altro che di una sorta di intelligente curiosità” afferma il giudice (8). </p>



<p>L’attivismo politico comincia a prendere forma negli anni successivi. Tra il 1993 e il 1994 dà vita a un’organizzazione per i diritti civili contro la corruzione del governo dello Stato di Victoria e – come racconta il libro <em>Underground</em>, di cui è co-autore – assume il ruolo di “canalizzatore di documenti riservati”, facilitando le indagini. Negli stessi anni diventa anche amministratore di Suburbia, uno dei primi fornitori australiani di servizi internet che ospita numerose mailing list (create dallo stesso Assange) e svariati forum di discussione per gruppi di artisti e attivisti. In quel periodo, un utente di Suburbia pubblica alcuni documenti riservati della Chiesa di Scientology e l’organizzazione reagisce minacciando azioni legali: in risposta, Assange si unisce alla mailing list Cypherpunks – comunità di attivisti che considerano l’uso della crittografia e delle tecnologie di privacy come via per il cambiamento politico – e organizza una protesta contro la Chiesa. “Il loro peggior nemico in questo momento non è una persona o un’organizzazione, ma un mezzo – Internet. Internet è per sua stessa natura una zona libera dalla censura. [&#8230;] La battaglia contro la Chiesa”, scrive Assange, “riguarda la soppressione di Internet e della libertà di espressione da parte delle aziende private. Riguarda la proprietà intellettuale e lo scontro di grandi e ricchi contro piccoli e intelligenti” (9).</p>



<p>Nel 1999 registra il dominio leaks.org – “avevo capito il valore della rivelazione di informazioni riservate da parecchio tempo” (10) – e col tempo si avvicina anche all’attività giornalistica: nel 2007 diventa membro della Sezione stampa della Media Entertainment &amp; Arts Alliance, l’associazione dei giornalisti australiana (11), e ottiene il tesserino della International Federation of Journalists, la più grande organizzazione mondiale di giornalisti (12).</p>



<p>È seguendo quella che è la sua vocazione, costruita pezzo dopo pezzo nel corso degli anni, che nel 2006 arriva a un punto di svolta. Insieme a un ristretto gruppo di attivisti conosciuti online e provenienti da diverse parti del mondo, fonda WikiLeaks, “un servizio pubblico progettato per proteggere whistleblower, giornalisti e attivisti che vogliono comunicare materiale sensibile all’opinione pubblica”, come recitava il sito nel 2007 (13). Organizzata con server distribuiti in tutto il globo e basandosi su un sistema complesso di crittografia per garantire l’anonimato delle fonti – ai tempi una novità, mentre oggi viene utilizzato dalle organizzazioni giornalistiche di tutto il mondo – WikiLeaks fonda la propria ragion d’essere sulla pubblicazione e diffusione di documenti riservati o classificati. “Crediamo che la trasparenza nelle attività governative porti a minor corruzione, migliori governi e democrazie più forti.”</p>



<p>Inizialmente l’idea del gruppo si basa sul contributo anonimo di utenti volontari per analizzare l’autenticità dei documenti e realizzare articoli di analisi, ma presto Assange si accorge della necessità di rivolgersi a testate giornalistiche strutturate per avere un supporto nella pubblicazione dei file: iniziano così le collaborazioni con Guardian, New York Times, Washington Post, Le Monde, Der Spiegel, L’Espresso, solo per citarne alcuni. Nel 2007 WikiLeaks inizia a farsi conoscere con la pubblicazione dei documenti che svelano la corruzione e i milioni di dollari schermati in proprietà e conti bancari esteri da parte della famiglia dell’ex presidente del Kenya Daniel Arap Moi. Sempre nello stesso anno, il sito svela le procedure operative standard della prigione statunitense di Guantanamo, mentre l’anno successivo vengono rivelati i dati dei clienti della filiale alle Isole Cayman della banca svizzera Julius Baer, i dettagli del portafoglio crediti della fallita Kaupthing Bank islandese, più di mille documenti su Scientology e un report realizzato dalla Commissione nazionale per i Diritti Umani kenyota sull’uccisione arbitraria e la sparizione di civili per mano della polizia. Nel 2009 viene allo scoperto il Minton Report, uno studio che rivela l’inquinamento tossico disperso in Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura.</p>



<p>Fino a questo momento, nonostante le molte pubblicazioni, WikiLeaks è ancora una realtà quasi sconosciuta al grande pubblico. È con le prime rivelazioni dei file ottenuti da Chelsea Manning che arriva la svolta e WikiLeaks diventa un fenomeno globale: ad aprile 2010 la rivelazione di <em>Collateral Murder</em>, a luglio gli Afghan War Logs, a ottobre gli Iraq War Logs e a novembre i primi cablo della diplomazia USA, poi pubblicati interamente nel 2011 insieme ai file sui detenuti di Guantanamo.</p>



<p>Ma il 2010, oltre a portare alla fama planetaria WikiLeaks, è anche l’anno in cui gli Stati Uniti iniziano a dare la caccia ad Assange, l’uomo simbolo della rivoluzione informativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Parte la caccia: il caso svedese</h4>



<p>La ricostruzione dei fatti – possibile grazie all’analisi dei documenti ufficiali operata da Nils Melzer, inviato speciale ONU sulla tortura (14), e all’accesso agli atti delle autorità svedesi ottenuto nel 2015 dalla giornalista Stefania Maurizi – ci porta ad agosto 2010. Assange si trova in Svezia per una conferenza, WikiLeaks ha da poco pubblicato i diari sull’Afghanistan. Durante la permanenza nel Paese scandinavo conosce due donne, S.W. e A.A. Il 20 agosto entrambe si recano in una stazione di polizia e una di loro, S.W., dichiara di aver avuto un rapporto sessuale consensuale non protetto con Assange e chiede se sia possibile obbligarlo a fare il test dell’HIV. La polizia trascrive la dichiarazione della donna e la informa che procederà con un mandato d’arresto per Assange per sospetto stupro. S.W. a quel punto rifiuta di procedere con l’interrogatorio e scrive a un’amica spiegando l’accaduto e di non avere alcuna intenzione di incriminare Assange. La donna torna a casa e due ore dopo su Expressen – un tabloid svedese – esce la notizia di Assange sospettato di aver commesso due stupri: anche la seconda donna infatti, A.A., rilascia una dichiarazione alla polizia, ma il giorno dopo, il 21. Dice di aver avuto un rapporto consensuale protetto con il fondatore di WikiLeaks e di essersi accorta a fine rapporto che il profilattico era rotto: come prova fornisce un preservativo che, però, non presenta tracce di DNA né di Assange né della stessa donna. La notizia che appare sul tabloid, evidentemente, è in contraddizione con le dichiarazioni di S.W. e oltretutto viene rilanciata il giorno prima che A.A. rilasci la sua testimonianza.</p>



<p>Passa qualche giorno e il procuratore capo decide di sospendere l’investigazione per stupro per quanto riguarda S.W., per assenza di prove che fosse stato realmente commesso un crimine, mentre il caso di A.A. rimane sotto indagine per sospette molestie sessuali. Assange si presenta alla stazione di polizia per rilasciare una dichiarazione il 30 agosto, mentre il supervisore dell’agente di polizia che ha tenuto l’interrogatorio di S.W. chiede che le dichiarazioni della donna vengano riscritte e sulla base di queste – mai firmate dalla donna – il 2 settembre il caso viene riaperto. Assange – che ora si trova indagato per stupro, molestie e coercizione illegale – chiede nuovamente di essere sentito, ma nelle tre settimane successive le autorità svedesi non riescono a organizzare una data per la testimonianza. A quel punto, chiede e ottiene il permesso per andare a Berlino per tenere una conferenza, ma il giorno della partenza le autorità svedesi emettono un nuovo mandato d’arresto. Assange riesce comunque a raggiungere Londra e nel mentre i suoi avvocati lo informano che gli Stati Uniti hanno aperto un’investigazione segreta nei suoi confronti e ad Alexandria (Virginia), un Grand Jury sta valutando la presenza di elementi sufficienti per incriminarlo per cospirazione, insieme a Chelsea Manning, nella rivelazione di file segreti dell’esercito USA (15). È una notizia non ufficiale che gli avvocati apprendono da fonti svedesi, ma il sospetto – come vedremo – si rivela essere fondato. Alla luce di questo, Assange chiede alla Svezia la garanzia diplomatica che non verrà estradato negli USA, ma le autorità rifiutano con il pretesto che gli Stati Uniti non hanno ancora avanzato alcuna richiesta formale di estradizione. Assange chiede allora di essere interrogato a Londra o in video, ma anche questa opzione viene rispedita al mittente.</p>



<p>Tra ottobre e novembre, intanto, WikiLeaks prosegue con la pubblicazione degli Iraq War Logs e dei primi cablo della diplomazia americana.</p>



<p>A fine novembre la Svezia emette un mandato d’arresto attraverso l’Interpol – Assange diventa quindi un ricercato internazionale sulla base di un’indagine per sospetto stupro che chiaramente non sta in piedi – e il 30 dello stesso mese l’Interpol rende pubblico un “red notice” nei confronti del fondatore di WikiLeaks, attraverso cui le autorità svedesi chiedono che venga estradato nel loro Paese per essere interrogato.</p>



<p>Ai primi di dicembre 2010 Assange si consegna alla polizia a Londra, che lo arresta: fa appello in tribunale contro la richiesta di estradizione della Svezia per timore di essere poi consegnato alle autorità statunitensi – che non hanno ancora formalizzato ufficialmente alcuna indagine o accusa – e dopo una settimana viene rilasciato su cauzione e messo agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, coprifuoco dalle 22 alle 8 e obbligo quotidiano di presentarsi alla polizia. Da alcuni tra i documenti ottenuti da Stefania Maurizi (16) si scopre che circa un mese dopo, a gennaio 2011, il Crown Prosecution Service britannico contatta la controparte svedese: sconsiglia di interrogare Assange in Gran Bretagna, esortando a farlo “solamente dopo che si fosse consegnato alla Svezia e di sentirlo in base alle leggi svedesi”. Le autorità scandinave rimangono in attesa della sentenza sulla richiesta di estradizione, rifiutando di raggiungere Londra.</p>



<p>Nel frattempo, con l’aumentare della pressione politica e istituzionale negli Stati Uniti, giganti finanziari come Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union bloccano le donazioni in favore di WikiLeaks, portando alla sospensione delle pubblicazioni per mancanza di fondi (il blocco verrà superato, anche grazie alle donazioni in bitcoin, solo due anni dopo).</p>



<p>Trascorrono 18 mesi tra tempistiche legali e nel giugno 2012 la Corte Suprema inglese boccia il ricorso, il fondatore di WikiLeaks deve essere estradato in Svezia entro dieci giorni. Il rischio di finire nelle mani degli americani si fa concreto. Il 19 giugno, chiuso in una stanza d’hotel, Assange si prepara per quella che probabilmente è la sua ultima possibilità di sfuggire a un destino che ormai appare segnato: si tinge i capelli, mette un paio di lenti a contatto colorate, due orecchini neri e in sella a una moto si confonde per le strade di Londra. Destinazione Knightsbridge, il quartiere residenziale dove ha sede l’ambasciata dell’Ecuador (17).</p>



<h4 class="wp-block-heading">(Soprav)vivere in ambasciata</h4>



<p>“Sono qui oggi perché non posso essere lì con voi oggi” (18). Assange, affacciato al balcone, si rivolge alla folla di sostenitori raccolta all’incrocio con Basil Street. Sono passati due mesi da quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoregna e il governo di Rafael Correa gli ha appena garantito asilo politico. “Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta. Gli Stati Uniti devono rinunciare a questa caccia alle streghe contro WikiLeaks.” Ritiene che il caso aperto contro di lui in Svezia sia solo un mezzo per arrivare alla sua estradizione negli USA e per questo il governo sudamericano lo considera un rifugiato politico. La polizia londinese pattuglia tutto il perimetro dell’ambasciata, giorno e notte. Ha violato le condizioni degli arresti domiciliari non presentandosi in tribunale e non appena metterà un piede fuori dall’ambasciata, fanno sapere le autorità britanniche, verrà arrestato. E Assange, un piede fuori, non lo metterà per i successivi sette anni.</p>



<p>Durante la sua permanenza nella sede diplomatica ecuadoregna, le pubblicazioni di WikiLeaks non si fermano: nel 2012 i Syria files; nel 2015 le comunicazioni del Ministero degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita e le rivelazioni sulla sorveglianza di capi di Stato, ministri degli Esteri e grandi aziende da parte della National Security Agency statunitense; nel 2016 le email dell’AKP, il partito del presidente turco Erdoğan, i documenti sulle operazioni di estrazione mineraria condotte da aziende occidentali e cinesi nella Repubblica Centraficana, le email del Partito Democratico statunitense e quelle di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato; nel 2017 le email della campagna presidenziale di Macron, i <em>Russia spy files</em> sulla Russia di Putin e <em>Vault 7</em>, i documenti confidenziali della CIA che svelano l’arsenale di hacking in mano all’agenzia d’intelligence e la sorveglianza globale dei dispositivi iPhone, Android, Windows e degli smart TV Samsung.</p>



<p>Se da un lato il Gruppo di lavoro sulla Detenzione Arbitraria delle Nazioni Unite dichiara nel 2015 che Assange “è stato detenuto arbitrariamente dai governi di Svezia e Gran Bretagna” a partire da dicembre 2010 e che “ha diritto alla libertà di movimento e a una compensazione” (19), dall’altro gli Stati Uniti non mollano la presa, anzi. Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump avviene un deciso cambio di passo: sebbene nella campagna presidenziale del 2016 Trump elogi più volte il sito di Assange – “I love WikiLeaks” – per le rivelazioni sul partito Democratico e su Hillary Clinton, sua avversaria elettorale, una volta insediatasi l’amministrazione assume toni ben diversi. Soprattutto per voce del neo direttore della CIA Mike Pompeo e soprattutto dopo la pubblicazione di <em>Vault 7</em>: “È arrivato il momento di chiamare WikiLeaks per quello che è”, afferma ad aprile 2017 durante la sua prima apparizione da capo della CIA, “un servizio di intelligence ostile non statale” (20). A ottobre, durante un summit sulla sicurezza nazionale a Washington, paragona WikiLeaks ad al-Qaeda e ISIS: “Ho parlato di questi attori non statali, e non si tratta solo di WikiLeaks. [&#8230;] Sono un’enorme minaccia, stiamo lavorando per eliminarla”. Assange? “Un ciarlatano, un codardo che si nasconde dietro uno schermo” (21). Sulla stessa lunghezza d’onda Jeff Sessions, il Procuratore generale, che definisce il caso Assange “una priorità” e chiarisce che “se sarà possibile procedere legalmente, cercheremo di mettere un po’ di persone in prigione” (22), perché “questa moda dei <em>leaks</em> deve finire” (23).</p>



<p>Ma l’ostilità da parte dell’intelligence statunitense si manifesta anche per vie, si direbbe, insospettabili. Per lo meno stando alla testimonianza rilasciata al processo di estradizione da due ex impiegati della UC Global (24), azienda spagnola di proprietà di David Morales incaricata dal 2015 dai servizi segreti ecuadoregni di occuparsi della sicurezza e della sorveglianza dell’ambasciata di Londra. Essendo l’unico vero contratto che la società ha in essere, raccontano i due testimoni, Morales nel 2016 vola a Las Vegas per partecipare a una fiera sulla sicurezza e cercare nuovi clienti. Di lì a poco sigla un contratto con la Las Vegas Sands, azienda di proprietà di Sheldon Adelson (miliardario Repubblicano sostenitore della campagna presidenziale di Trump), apparentemente per la gestione della security del suo yacht di lusso. Una volta tornato in Spagna, però, Morales raccoglie i suoi dipendenti e comunica che hanno fatto il salto di qualità, che da quel momento iniziano a “giocare in serie A”: spiega di essere passato “al lato oscuro” e fa riferimento alla nuova collaborazione con gli “amici americani” – che specifica essere l’“intelligence USA” – per raccogliere e trasmettere informazioni sensibili su Assange. </p>



<p>A questo scopo, Morales incarica i suoi dipendenti di sostituire le telecamere a circuito chiuso dell’ambasciata londinese con altre in grado di registrare i suoni e di abilitarle alla trasmissione in streaming, e di installare due microfoni nascosti: l’obiettivo prioritario è registrare gli incontri del fondatore di WikiLeaks con gli avvocati. Morales, stando sempre alle dichiarazioni dei due testimoni, riesce a ottenere perfino le impronte digitali di Assange, commissiona un’analisi calligrafica di alcuni suoi documenti e pianifica di rubare il pannolino di un bambino che spesso fa visita in ambasciata con la madre, per poter stabilire se è figlio di Assange: tutto per conto degli “amici americani”. Morales istruisce poi i dipendenti di modo che venga neutralizzato un dispositivo usato da Assange per disturbare eventuali registrazioni (di cui sospettava fortemente) e permettere così il funzionamento dei microfoni laser utilizzati dall’intelligence USA dall’esterno dell’ambasciata. L’intero materiale ottenuto dalle attività di spionaggio viene trasmesso tramite un server accessibile dagli Stati Uniti o personalmente da Morales.</p>



<p>Non è tutto. Morales riferisce ai suoi sottoposti le “misure estreme” che gli americani hanno suggerito per porre fine alla presenza di Assange in ambasciata: lasciare aperta una porta dell’edificio per permettere il rapimento del fondatore di WikiLeaks e, addirittura, la possibilità di avvelenarlo. Un articolo di <em>yahoo!news</em> di settembre 2021 (25), basato su alcune conversazioni con più di trenta ex funzionari statunitensi, conferma questo racconto e riporta che nel 2017 tra “alcuni alti funzionari della CIA e dell’amministrazione Trump” ci sono state “discussioni circa l’assassinio o il rapimento di Assange”. Il piano non vedrà mai la luce, ma lascia intendere quanto sia disperata la situazione agli occhi di Washington.</p>



<p>Nel frattempo il caso svedese rischia di implodere. Le accuse sono deboli e le prove inconsistenti. È stato montato mediaticamente, ma di concreto ha ben poco. Tra il 2012 e il 2013 le stesse autorità svedesi valutano più volte di abbandonare l’indagine preliminare contro il fondatore di WikiLeaks e di far cadere la richiesta di estradizione. “La legge svedese impone che le misure coercitive siano proporzionate”, scrive il pubblico ministero scandinavo alla controparte britannica, come rivelato dalle email ottenute da Stefania Maurizi. Il Crown Prosecution Service, però, insiste perché l’indagine non venga chiusa: “Non azzardatevi a tirarvi indietro!”. Fedele alla linea, la Svezia mantiene aperto il caso. Dopotutto, come ammettevano le stesse autorità inglesi un anno prima, in un altro scambio email, “non pensiate che questo caso venga trattato come qualunque altra estradizione” (26). Ma dopo quasi sette anni di nulla di fatto, senza un’accusa formalizzata, le autorità svedesi decidono finalmente di chiudere il caso Assange.</p>



<p>Siamo ormai nel 2017 e le condizioni di salute del fondatore di WikiLeaks peggiorano. Da dicembre 2010 è privato della libertà, da giugno 2012 è confinato tra le mura dell’ambasciata ecuadoregna, costantemente sotto pressione e nel mirino delle autorità svedesi, britanniche e statunitensi. Due medici riescono a visitarlo approfonditamente nella sede diplomatica e concludono, denunciandolo in un articolo sul Guardian, che “il continuato confinamento è per lui fisicamente e mentalmente pericoloso e una chiara violazione del suo diritto umano ad avere accesso alle cure” e chiedono che gli venga garantito un accesso sicuro all’assistenza medica britannica (27). L’ennesimo appello che rimane sospeso nel vuoto. L’orizzonte, per Assange, è sempre più buio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il nemico in casa</h4>



<p>Il 2 aprile 2017 l’Ecuador elegge il suo nuovo presidente: Lenín Moreno, il candidato di Alianza País ed ex vicepresidente del governo di Rafael Correa. Pur facendo parte dello stesso schieramento politico del predecessore, una volta eletto Moreno si discosta dalle politiche progressiste del governo socialista uscente e dal suo stesso programma elettorale. Il Paese latinoamericano inizia così una rapida trasformazione, attraverso politiche economiche neoliberali – favorite anche da un prestito da 4,2 miliardi del Fondo monetario internazionale – e un avvicinamento sempre più netto agli interessi degli Stati Uniti: il governo Moreno abbandona l’Unione delle Nazioni Sudamericane (organizzazione intergovernativa nata nel 2008 durante la ‘marea rosa’ socialista), riconosce ufficialmente Juan Guaidó – l’autoproclamatosi presidente del Venezuela tanto caro a Washington – e autorizza l’apertura sul suolo nazionale di un nuovo ufficio per la cooperazione sulla sicurezza con gli Stati Uniti. Ma soprattutto, cambia atteggiamento nei confronti di quello che agli occhi degli americani è un <em>asset</em> particolarmente prezioso: Julian Assange.</p>



<p>A marzo 2018 il governo Moreno afferma che “il comportamento di Assange, con le sue dichiarazioni sui social network, mette a rischio le buone relazioni che il Paese intrattiene con il Regno Unito, il resto degli Stati dell’Unione europea e le altre nazioni” (28) e blocca ogni possibilità per il fondatore di WikiLeaks di comunicare via internet o telefono con l’esterno dell’ambasciata, oltre a imporgli il divieto di incontrare chiunque al di fuori dei suoi legali.</p>



<p>Il 28 giugno 2018, intanto, il vice presidente USA Mike Pence vola in Ecuador per un incontro con Lenín Moreno e, sollecitato anche da una lettera di dieci senatori Democratici che lo invitano a sollevare la questione Assange “in un momento in cui WikiLeaks continua i suoi sforzi per minare i processi democratici in tutto il mondo” (29), tramite la Casa Bianca conferma di aver avuto una “conversazione costruttiva” sul caso (30).</p>



<p>L’11 ottobre, dopo sette mesi di blocco delle comunicazioni, con una decisione unilaterale l’ambasciata formalizza un nuovo protocollo che delinea le condizioni a cui Assange deve attenersi perché non gli venga revocato l’asilo politico: divieto di esprimere opinioni politiche, accesso a Internet condizionato, potere di veto sulle visite e la possibilità per i funzionari dell’ambasciata o le autorità britanniche di sequestrare materiale appartenente a lui o ai suoi visitatori (31). Pochi giorni dopo, il 16 ottobre, in una lettera indirizzata al presidente Moreno, la commissione Affari Esteri del Congresso statunitense delinea la condizione necessaria per poter procedere a una rinnovata cooperazione e assistenza economica con l’Ecuador: risolvere la questione Assange. “È evidente che il sig. Assange sia un pericoloso criminale e una minaccia per la sicurezza internazionale”, scrivono i deputati, chiarendo che “sarà molto difficile per gli Stati Uniti far avanzare le nostre relazioni bilaterali fino a quando il sig, Assange non sarà consegnato alle autorità competenti” (32).</p>



<p>Mentre la pressione su Assange aumenta, a novembre i procuratori americani svelano per errore – la notizia non doveva essere pubblica – che nella Corte distrettuale di Alexandria (Virginia) è stata depositata un’incriminazione contro il giornalista australiano: in un documento di tre pagine datato 22 agosto 2018 relativo al caso di un certo mr. Kokayi, a pagina due si legge che la <em>segretezza</em> dell’incriminazione è necessaria per “mantenere confidenziale il fatto che Assange è stato messo sotto accusa” (33). È la conferma di quanto gli avvocati di Assange avevano informalmente saputo già nel 2010. Soltanto due mesi dopo Chelsea Manning – uscita dal carcere nel 2017 – riceve un mandato di comparizione per testimoniare davanti a un Grand Jury nella stessa Corte di Alexandria: il mandato non specifica quali saranno i temi oggetto della testimonianza, ma viene immediato collegarlo al caso contro il fondatore di WikiLeaks. Per questa ragione Manning rifiuta di testimoniare e viene condannata alla reclusione per “oltraggio alla Corte”: fino a quando non rilascerà la testimonianza o il Grand Jury avrà terminato i lavori, resterà in carcere (34).</p>



<p>Il clima in ambasciata si fa sempre più teso. A marzo 2019 WikiLeaks rilancia in un tweet (35) la notizia dell’apertura di un’indagine per corruzione contro il presidente Moreno da parte del Parlamento ecuadoregno in seguito alla pubblicazione degli INA Papers, una serie di documenti che svelano un sistema di corruzione, riciclaggio e frode fiscale portato avanti per mezzo di una rete di società offshore tra cui la INA Investment Corp, azienda creata nel 2012 dal fratello del presidente Moreno e di cui era parte – tra gli altri – anche la moglie. Lo scandalo degli INA Papers viene pubblicato da due giornalisti di La Fuente e dal sito dedicato inapapers.org, WikiLeaks riporta semplicemente la notizia dell’indagine parlamentare. Ma il governo sudamericano ne approfitta e usa il tweet come pretesto: accusa Assange e WikiLeaks di essere i responsabili delle rivelazioni. “È assolutamente vergognoso, riprovevole, mostra Assange per quello che è&#8230; certamente prenderemo dei provvedimenti”, dichiara il ministro degli Esteri ecuadoregno, “sta mordendo la mano che gli dà da mangiare” (36). Il 2 aprile, il presidente annuncia che Assange ha violato le condizioni di asilo e che a breve prenderà una decisione.</p>



<p>La mattina dell’11 aprile 2019 – per le “ripetute violazioni delle convenzioni internazionali e dei protocolli di vita quotidiana” (37) – con una “decisione sovrana” Moreno revoca l’asilo ad Assange e apre le porte dell’ambasciata alla polizia inglese. Sei uomini in borghese della Metropolitan police di Londra entrano nell’edificio, lo prelevano con la forza, lo caricano su una camionetta e lo portano davanti a un giudice: “Mi dichiaro non colpevole” sono le uniche parole che pronuncia Assange in tribunale. Dopo un processo lampo, viene condannato a 50 settimane di carcere per aver violato le condizioni del rilascio su cauzione nel 2012, quasi sette anni prima. “All’improvviso è stato trascinato fuori e in poche ore condannato, senza possibilità di poter preparare una difesa, per la violazione dei termini di rilascio su cauzione, che consiste nell’aver ricevuto asilo diplomatico da un altro Stato membro dell’ONU sulla base di una persecuzione politica, esattamente come prevede la legge internazionale”, dichiara in un’intervista a Republik Nils Melzer, l’inviato speciale ONU sulla tortura, e aggiunge: “In Gran Bretagna le violazioni dei termini di cauzione raramente portano alla detenzione – solitamente prevedono solo una multa” (38). Assange invece viene condannato a passare quasi un anno in isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh.</p>



<p>Quello stesso 11 aprile, il Dipartimento di Giustizia statunitense rende nota una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Assange, depositata nel marzo 2018 dal Grand Jury di Alexandria (39). Ad accompagnarla, la domanda di estradizione. Il fondatore di WikiLeaks si trova nel giro di poche ore di fronte a ciò che aveva provato a eludere per anni. Rinchiuso in una cella, isolato dal mondo, attende di conoscere il proprio destino. Che ora è nelle mani della giustizia inglese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il giornalismo ai tempi dell’<em>espionage</em></h4>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio della Corte di Alexandria, datata marzo 2018, contiene un solo capo d’imputazione a carico di Assange: aver cospirato con Chelasea Manning al fine di commettere un’intrusione informatica, reato che prevede una condanna a un massimo di 5 anni di carcere e ricade sotto la sezione 371 del titolo 18 del Codice degli Stati Uniti e sotto il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), una legge nata nel 1986 con l’intento di criminalizzare le attività di hacking informatico. L’accusa, però, non è di hacking. Si basa su alcune conversazioni tratte dalla chat online <em>Jabber</em> tra Manning e l’utente Nathaniel Frank, che i procuratori ritengono essere – pur non avendo prove che lo dimostrino – Assange. Il fondatore di WikiLeaks viene accusato di aver cospirato con Manning nel tentativo di decifrare l’hash (una sequenza di lettere e numeri che corrisponde a una determinato codice) di una password salvata su un computer collegato al Secret Internet Protocol Network, rete del Dipartimento della Difesa contenente informazioni classificate. L’intento sarebbe stato di consentire a Manning di accedere al network utilizzando un nome utente diverso e nascondere così la propria identità. La stessa Manning aveva però già scaricato i file su Iraq, Afghanistan e Guantanamo prima di questo tentativo, che comunque non va a buon fine; tuttavia il punto è, per l’accusa, che se l’intento fosse riuscito “avrebbe reso più complicato per gli investigatori identificare Manning come fonte” dei leaks.</p>



<p>Rientra nella cospirazione anche il fatto che i due avessero discusso in chat di ulteriori metodi per evitare che Manning venisse scoperta: cancellare i log dal computer, utilizzare un telefono criptato, una frase di sicurezza in codice e una cartella dedicata su una drop box di WikiLeaks per la trasmissione sicura dei documenti classificati. Va tenuto presente che Manning aveva accesso autorizzato ai documenti, proprio in virtù del suo ruolo di analista di intelligence: l’accusa a carico di Assange quindi riguarda unicamente il fatto di averla aiutata (o aver provato) a proteggere la sua identità, esattamente ciò che ogni giornalista investigativo tenta di fare quando ha rapporti con una fonte riservata e materiale sensibile.</p>



<p>A ogni modo, pur volendo formalmente incriminare Assange rifacendosi al reato di intrusione informatica di computer protetti, il testo – sia nelle parole utilizzate, sia nei riferimenti legislativi – lascia intravvedere una chiara propensione della procura USA a considerare i fatti sotto la lente del reato di spionaggio, senza il quale difficilmente potrebbero perseguire Assange. Nell’atto di accusa, infatti, c’è un riferimento alla sezione 793, del Titolo 18, che corrisponde all’Espionage Act, una legge del 1917 concepita durante la prima guerra mondiale per punire lo spionaggio e il favoreggiamento del nemico e che negli anni è stata allargata fino a includere chiunque divulghi o condivida senza permesso informazioni governative classificate; e proprio in quanto legge contro lo spionaggio, non contempla in alcun caso la possibilità per l’accusato di appellarsi all’interesse pubblico – sempre presente nell’ambito del giornalismo. Nella sua prima versione la legge riguardava esclusivamente gli atti commessi sul territorio statunitense, ma un emendamento del 1961 ne ha esteso l’applicazione all’intero globo; è questa modifica che permette tecnicamente agli Stati Uniti di perseguire Assange, nonostante tutto ciò di cui è accusato sia stato commesso fuori dagli USA.</p>



<p>Tempo un mese e a maggio 2019 (40) l’accusa viene integrata con diciassette nuovi capi d’imputazione, tutti per violazione dell’Espionage Act. Il 24 giugno 2020 (41) il Grand Jury di Alexandria deposita un aggiornamento dove i nuovi capi d’imputazione vengono ulteriormente dettagliati. Riguardano la pubblicazione da parte di WikiLeaks della maggior parte dei documenti scaricati da Manning: i diari di guerra in Afghanistan e Iraq, le regole d’ingaggio nel conflitto iracheno, i file sui detenuti di Guantanamo e i cablo del Dipartimento di Stato e della diplomazia statunitense. Fanno tutti riferimento alla sezione 793 del Titolo 18 e ognuno di essi prevede una condanna massima di dieci anni: in totale, quindi, 175 anni di carcere.</p>



<p>Dunque Assange viene incriminato per aver pubblicato documenti segretati senza avere “un’autorizzazione di sicurezza degli Stati Uniti o altra forma di autorizzazione per ricevere, possedere o comunicare informazioni classificate”. Esattamente ciò che fanno (o dovrebbero) i giornalisti e Assange è un giornalista. Giova ricordare, tra l’altro, che il materiale incriminato è stato diffuso in collaborazione con i principali media americani, come New York Times e Washington Post, e stranieri, come il Guardian; inoltre, è ciò che è accaduto nel 2013 con le rivelazioni a mezzo stampa di Edward Snowden sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, la National Security Agency americana; è infatti il “<em>the New York Times problem</em>” che aveva portato l’amministrazione Obama a desistere dall’incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act – senza però arrivare alla chiusura dell’indagine. Per i funzionari del Dipartimento di Giustizia si configurava il rischio di entrare in aperto conflitto con il Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di espressione e la libertà di stampa (42).</p>



<p>Proseguiamo.</p>



<p>Assange viene anche accusato di aver cospirato con Manning per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni riguardanti la difesa nazionale “a danno degli Stati Uniti e a vantaggio di una qualsiasi nazione straniera” e di averla aiutata a trasmettere a WikiLeaks i documenti a cui aveva accesso. Nelle “<em>general allegations</em>” la procura USA precisa che “il sito di WikiLeaks ha sollecitato esplicitamente materiale censurato, riservato e classificato”, e cita direttamente il sito: “WikiLeaks accetta materiale classificato, censurato o riservato che abbia un’importanza di carattere politico, diplomatico o etico”. Ancora una volta, è questo il mestiere dei giornalisti. La stessa Manning, infatti, prima di contattare WikiLeaks si era rivolta a New York Times e Washington Post.</p>



<p>L’accusa procede nel voler dimostrare il ruolo “attivo” giocato da Assange nella cospirazione e si sofferma sui “Most Wanted Leaks”, una lista pubblicata da WikiLeaks nel 2009 che elencava, per diversi Paesi, “i documenti o le registrazioni segrete più ricercate da giornalisti, attivisti, storici, avvocati, polizia o investigatori per i diritti umani” (43). Per la procura USA è la prova del fatto che l’organizzazione cercasse di reclutare persone disposte a ottenere illegalmente documenti classificati e le incoraggiasse a trasmetterle al sito; l’accusa sostiene che Manning sia stata indotta a usare questa lista come “guida” nella ricerca dei file e quindi Assange si sia reso protagonista di una sollecitazione di informazioni riservate.</p>



<p>Infine, Assange viene dichiarato colpevole per aver diffuso gli Afghan e Iraq War logs e i cablo del Dipartimento di Stato senza oscurare tutti i nomi degli individui che hanno collaborato con gli USA, “generando un serio e imminente rischio che quelle persone innocenti subissero gravi violenze fisiche e/o detenzione arbitraria”. Questa è l’accusa più delicata e controversa sul piano etico – anche giornalistico – e di sensibilità pubblica. Entriamo quindi nel dettaglio.</p>



<p>WikiLeaks ha sempre fatto un minuzioso lavoro di editing dei documenti sui nomi citati, per esempio pubblicando inizialmente solo 75 mila dei 91 mila file sull’Afghanistan che aveva o, come testimoniato dal giornalista John Goetz del tedesco Der Spiegel durante il processo di estradizione di Assange, censurando, nei diari sull’Iraq, più nomi dello stesso Dipartimento della Difesa (nel confronto con i documenti rilasciati dal Pentagono tramite Freedom of Information Act). Inoltre, gli Stati Uniti hanno avuto tempo e modo di mettere al sicuro le loro fonti prima della pubblicazione dei diari di guerra: l’arresto di Manning è di maggio 2010 mentre la rivelazione degli Afghan War logs è di luglio e gli Iraq War logs sono di ottobre.</p>



<p>Diverso il discorso per i cablo della diplomazia USA. A novembre 2010 WikiLeaks – in collaborazione con New York Times, Guardian, Der Spiegel, El País e Le Monde – comincia la pubblicazione dei primi 200 cablo con i nomi oscurati. A febbraio 2011, però, esce <em>WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy</em>, il libro di David Leigh e Luke Harding, due giornalisti del Guardian, che svela la password per poter accedere a un file criptato, presente su un server di WikiLeaks, che contiene tutti i 250.000 documenti in formato originale. La password è stata fornita circa sei mesi prima da Assange a David Leigh, secondo il contratto di collaborazione con il quotidiano britannico. A partire dal 23 agosto WikiLeaks pubblica altri 130.000 cablo che contengono alcuni nomi di fonti USA. Il 31 dello stesso mese il file viene decrittato e caricato su cryptome.org, un altro sito che divulga documenti riservati: Assange avvisa il Dipartimento di Stato USA per cercare di minimizzare il rischio. Il primo settembre anche Pirate Bay carica il file sul proprio sito, mentre WikiLeaks annuncia azioni legali contro il Guardian e il giorno dopo decide di pubblicare tutti i 250.000 cablo, che ormai sono già pubblici. Questo episodio segna la fine della collaborazione tra WikiLeaks e le grandi testate giornalistiche, che in un comunicato congiunto dichiarano: “Non possiamo difendere la non necessaria pubblicazione dei file completi – anzi, siamo uniti nel condannarla. La decisione di pubblicare da parte di Assange è stata sua e solamente sua” (44).</p>



<p>Comunque siano andate le cose, tre aspetti sono indubbi. Il primo: l’amministratore di cryptome.org, John Young, ha testimoniato al processo di estradizione di Assange che le autorità statunitensi non gli hanno mai notificato alcuna violazione della legge né gli hanno mai chiesto di ritirare dal sito la pubblicazione (45). Dunque si può perlomeno affermare che ad Assange sia stato riservato un ‘trattamento particolare’. Il secondo: come riporta il <em>Reporters Committee for Freedom of the Press</em>, un’organizzazione no-profit nata nel 1970 a Washington che offre servizi legali pro bono ai giornalisti in difesa dei diritti riconosciuti dal Primo Emendamento, “mettere in pericolo gli informatori non è una qualche sottocategoria tra i possibili danni alla sicurezza nazionale protetta in modo speciale” poiché “la decisione di non oscurare quei nomi è una distinzione etica, non legale” (46). Il terzo: a oltre dieci anni dalla diffusione di più di 700.000 file da parte di WikiLeaks, gli Stati Uniti – come ammesso dallo stesso governo americano durante il processo Manning (47) – non sono stati in grado di provare la morte di una singola fonte in relazione alle pubblicazioni dell’organizzazione di Assange.</p>



<p>È su queste basi che il 24 febbraio 2020, presso la Woolwich Crown Court di Belmarsh, in Gran Bretagna, inizia il processo di estradizione. Il governo degli Stati Uniti contro Julian Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Estradizione, perché no?</h4>



<p>Assange assiste al processo confinato in una gabbia, dietro un vetro antiproiettile e impossibilitato a comunicare con i suoi avvocati. Craig Murray, ex ambasciatore inglese in Uzbekistan presente alla seduta preliminare di ottobre 2019, racconta di un uomo disorientato, confuso, con evidenti segni di deterioramento fisico e mentale, che fatica a seguire il dibattimento (48). Dopo la prima settimana, il processo si sposta nella corte criminale di Old Baily e riprende solo a settembre 2020 a causa del lockdown imposto dal governo britannico in risposta all’epidemia di Sars-CoV-2. Nel corso delle udienze sfilano più di quaranta testimoni. La Corte inglese è chiamata a decidere se sono legalmente soddisfatte le condizioni necessarie per approvare la richiesta di estradizione statunitense. La difesa di Assange oppone la natura politica dell’incriminazione, la tutela della libertà di espressione, il diritto a un giusto processo e, infine, le condizioni di salute di Assange. La sentenza emessa il 4 gennaio 2021 respinge l’estrazione riconoscendo legittimità solo all’ultimo punto. Vediamo i dettagli (49).</p>



<p>Punto uno.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks sostengono che la richiesta del governo americano debba essere negata in base all’articolo 4 dell’Extradition Treaty siglato tra USA e UK nel 2003, in virtù del quale è proibita l’estradizione nel caso in cui la richiesta sia basata su una “offesa politica” commessa dall’imputato: il reato di spionaggio di cui viene accusato Assange, argomentano, rientra esattamente nella definizione, in quanto si configura come un crimine contro l’ordine politico dello Stato. Conseguentemente, non solo l’estradizione ma la stessa detenzione per il processo manca dei presupposti necessari, ed è quindi arbitraria e illegittima secondo l’articolo 5 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela il diritto alla liberà e alla sicurezza.</p>



<p>Reputano illegittima l’estradizione anche ai sensi della sezione 81 dell’Extradition Act del 2003. L’incriminazione degli Stati Uniti è spinta dalla volontà del governo, affermano – in particolar modo dall’insediamento dell’amministrazione Trump nel 2016 – di punire le opinioni politiche di Assange. Ricordano le numerose indiscrezioni giornalistiche del 2013 sulla decisione del governo Obama di non incriminare Assange per paura di creare un precedente pericoloso per la libertà di stampa, e il cambio avvenuto con l’avvento di Trump; le parole dello stesso Trump su WikiLeaks nel 2010, quando dichiarò: “Penso che ci vorrebbe la pena di morte o qualcosa del genere” (50); la posizione apertamente ostile del direttore della CIA Pompeo nel 2017; lo spionaggio nell’ambasciata dell’Ecuador e il piano per rapire Assange o avvelenarlo.</p>



<p>La Corte respinge. In merito all’Extradition Treaty, nella sentenza scrive che il sistema legislativo del Regno Unito non prevede l’incorporazione automatica di un trattato internazionale nella legge nazionale, quindi un accordo intergovernativo come l’Extradition Treaty non può essere fatto valere in tribunale. Fa fede, pertanto, l’Extradition Act del 2003, legge approvata dal Parlamento UK che – alla sezione 81 – prevede come impedimento all’estradizione il perseguimento dell’accusato per le sue opinioni politiche, ma non il reato di “offesa politica”.</p>



<p>Tuttavia evidenzia che, nonostante le indiscrezioni trapelate sulle decisioni dell’amministrazione Obama, l’indagine contro Assange non fosse stata chiusa. Non ci sono elementi poi per dubitare della buona fede dei procuratori americani e per ritenere che il governo abbia influenzato il loro lavoro: le uniche dichiarazioni ostili sono state del direttore della CIA, ma un’agenzia di intelligence non parla per conto dell’amministrazione. Le parole di Trump nel 2010 sono più datate rispetto agli apprezzamenti formulati da Trump stesso durante la campagna presidenziale, e non riguardavano le rivelazioni oggetto dell’accusa. Per quanto riguarda lo spionaggio in ambasciata, infine, la Corte dichiara di non potersi pronunciare essendoci un’investigazione ancora in corso da parte della giustizia spagnola; ma a ogni modo non ci sono state obiezioni in merito da parte di rappresentanti del governo ecuadoregno, nessuno degli elementi raccolti da uno spionaggio sarebbe ammissibile in un tribunale statunitense, e “una possibile spiegazione alternativa della sorveglianza degli Stati Uniti (se c’è stata) è la percezione che il sig. Assange costituisse ancora un rischio per la loro sicurezza nazionale”.</p>



<p>Punto due.</p>



<p>Ciò che l’accusa criminalizza, argomenta la difesa, è l’attività ordinaria di giornalismo investigativo e in generale la libertà di stampa, in violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela la “libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. È inoltre in questione il diritto alla verità e il pubblico interesse delle rivelazioni di WikiLeaks, che hanno svelato numerose violazioni dei diritti umani e acceso un faro sulla necessità di trasparenza da parte dello Stato.</p>



<p>La Corte respinge. Dichiara innanzitutto che il caso in questione soddisfa la “dual criminality”, un prerequisito fondamentale per procedere all’estradizione: gli atti incriminati dagli Stati Uniti infatti costituiscono reato anche per la legge britannica – violazione di Official Secrets Act e Criminal Law Act – in quanto i documenti pubblicati hanno recato danno alla sicurezza nazionale, esattamente come sostiene l’accusa. Assange non si è limitato a ricevere e pubblicare le informazioni ma si è reso complice delle attività di Manning con il tentativo di decifrare una password e sollecitando la trasmissione dei file, oltre ad aver pubblicato documenti contenenti nomi di informatori, mettendone a rischio l’incolumità. Lo stesso articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo stabilisce che la libertà di espressione non è assoluta e che possa essere sottoposta a restrizioni “necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale”. Per la Corte, tutto questo differenzia Assange dal normale giornalismo investigativo e non lo identifica con la definizione di “giornalista responsabile” protetta dall’articolo 10. In ogni caso, la questione della libertà di espressione potrà essere valutata dallo stesso tribunale statunitense, dato che al processo Assange avrà garantiti i diritti della Costituzione americana e il Primo Emendamento. Infine, conclude la Corte, il “diritto alla verità” non è riconosciuto da alcuna legge nazionale o internazionale e non può quindi essere fatto valere in un processo.</p>



<p>Punto tre.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks denunciano poi come negli Stati Uniti Assange non avrà diritto a un processo equo, in violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Innanzitutto, il sistema statunitense forza gli imputati al patteggiamento tramite un sovraccarico di capi d’imputazione, esponendoli a condanne pesanti e aumentando così la probabilità di un’ammissione di colpevolezza.</p>



<p>C’è poi la questione della composizione della giuria che dovrà giudicare Assange ad Alexandria, in Virginia: come ha testimoniato Bridget Prince, direttrice di One World Research (società investigativa che collabora con gli avvocati durante processi civili e penali con esperienza decennale nei tribunali statunitensi), chiamata al banco dalla difesa (51), la giuria verrà selezionata tra le contee della divisione di Alexandria, nelle quali c’è una massiccia presenza di uffici e quartier generali di agenzie governative, tra i primi datori di lavoro dell’area per numero di impiegati – CIA, FBI, Dipartimento della Difesa (Pentagono), per citarne alcune – oltre a un numero significativo di appaltatori governativi che operano nel campo militare e di intelligence; è quindi alta la probabilità che la giuria sia composta da personale governativo.</p>



<p>La Corte respinge entrambe le opposizioni. Afferma che il patteggiamento è un diritto di cui l’imputato si può avvalere per scelta volontaria; che sarà il tribunale americano a dover valutare l’eventuale vaghezza ed eccessiva estensione delle accuse e che Assange avrà garantito il rispetto del Quinto Emendamento della Costituzione USA, che equivale all’articolo 7 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo in quanto a protezione dell’imputato da un’azione penale e una condanna arbitrarie; che, infine, i dodici giurati verranno individuati tra tutti gli abitanti delle contee ed è quindi improbabile che non ne vengano trovati di imparziali, oltre al fatto che le procedure di garanzia in essere negli USA garantiranno la terzietà della giuria. “È un processo segreto”, spiega però Nils Melzer al sito tedesco media.ccc.de, “molto spesso la difesa non ha neanche accesso alle prove contro il sospettato, non è ammessa la stampa, non sono ammessi osservatori, la giuria riceve le informazioni dall’accusa e nessuno è mai stato assolto: è un tribunale per i casi che riguardano la sicurezza nazionale” (52).</p>



<p>Punto quattro.</p>



<p>Come ultima questione, la Corte si trova a dover valutare il rischio per la salute di Assange: nel quadro delle condizioni imposte dalla sezione 91 dell’Extradition Act del 2003, infatti, è impedita l’estradizione nel caso in cui “le condizioni fisiche o mentali della persona sono tali che sarebbe ingiusto o oppressivo estradarla”. Nelle valutazioni rientrano anche le condizioni detentive che Assange potrebbe dover affrontare una volta negli Stati Uniti, seppur già in Inghilterra si trovi in regime di isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh. In USA, prima del processo verosimilmente verrebbe tenuto in custodia presso l’Adult Detention Centre (ADC) di Alexandria, ed è possibile l’applicazione di misure amministrative speciali (quali, per esempio, isolamento h24 e contatti con l’esterno limitati a 30 minuti di chiamata al mese) che la legge americana riserva ai casi in cui gli Stati Uniti considerino realistico il rischio di diffusione, da parte del detenuto, di informazioni che minaccino la sicurezza nazionale.</p>



<p>La Corte ritiene reale questo rischio. Afferma che agli occhi statunitensi Assange rappresenta tuttora una minaccia per la sicurezza nazionale, e allo stesso modo giudica probabile che, eventualmente condannato, Assange venga rinchiuso nell’Administrative Maximum Facility (ADX) di Florence, Colorado – carcere di massima sicurezza dove si trovano, tra l’altro, quattro dei nove detenuti per violazione dell’Espionage Act in tutto il Paese.</p>



<p>Ciò premesso, la Corte prende in esame i report medici sulle condizioni di salute mentale di Assange durante la detenzione nella prigione inglese, preferendo quelli presentati dalla difesa per la completezza delle valutazioni cliniche: si tratta quindi delle condizioni riscontrate dopo i mesi di isolamento passati in attesa del processo. Nel corso di svariate visite, i medici hanno diagnosticato un disturbo depressivo cronico, allucinazioni, disturbo da stress post-traumatico, ansia generalizzata, tratti caratteristici del disturbo dello spettro autistico, sindrome di Asperger, pensieri suicidi. In aggiunta, durante un incontro del dicembre 2019, un medico osserva “mancanza di sonno, perdita di peso, capacità di concentrazione compromessa, sensazione di essere spesso sull’orlo del pianto e uno stato di agitazione acuta per cui cammina nella cella fino allo sfinimento, picchiandosi la testa o sbattendola contro il muro”.</p>



<p>“È estremamente chiaro che mostra tutti i sintomi delle vittime di tortura”, denuncia Nils Melzer, l’inviato speciale sulla tortura dell’ONU, in un’intervista a Investig’Action. Ha visitato Assange in carcere a Londra a maggio del 2019 insieme a due medici indipendenti. “La tortura è sempre un processo psicologico che mira a spezzare lo spirito della persona, la sua resistenza mentale”, che è esattamente ciò che comporta l’isolamento: “gli standard minimi delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti”, continua Melzer, “sono molto chiari: l’isolamento, la detenzione solitaria per più di 22 ore al giorno e per più di 15 giorni si configura come maltrattamento”. A questo si aggiunge la minaccia costante di estradizione in un Paese in cui rischia una condanna a 175 anni di carcere “che mina il senso di sicurezza, oltre a un clima di arbitrarietà, in cui non vi è la ragionevole certezza che le regole verranno applicate, che i diritti saranno rispettati [&#8230;], questo sistema destabilizzante è una condizione tipica delle situazioni di tortura psicologica”. Da ultimo, poi, “l’umiliazione e la mancanza di rispetto sviliscono l’identità della persona e se si protraggono troppo a lungo ne piegano la resistenza; soprattutto nelle persone molto intelligenti [&#8230;] questo distrugge il loro senso di identità e i loro punti di riferimento con la realtà”. Tutto ciò porta con sé “anche delle conseguenze fisiche, quindi neurologiche e di capacità cognitiva, e questo è già riscontrabile nel caso di Assange” (53).</p>



<p>Non ritenendo sufficienti le misure preventive in essere nelle carceri USA, la Corte valuta legittima l’opposizione della difesa su questo punto e respinge la richiesta di estrazione statunitense: nel caso di detenzione in regime di massima sicurezza, scrive, “le condizioni di salute del sig. Assange peggiorerebbero a tal punto da portarlo al suicidio con la ‘<em>risoluta determinazione</em>’ data dal disturbo dello spettro autistico”. Ordina inoltre la scarcerazione dell’imputato.</p>



<p>È chiaro che siamo davanti a uno di quei casi nei quali, per emettere verdetto, un giudice deve dare una propria interpretazione della legge: questioni come la natura politica di un’incriminazione, la libertà di espressione e un processo equo sono ben lontani dalla ‘linearità giuridica’ di un’evasione fiscale o di un semplice furto. E considerato il quadro d’insieme dell’<em>affaire</em> Assange, a partire dal suo avvio con il ‘caso svedese’, non si può tacere il fatto che la sentenza del giudice inglese Vanessa Baraitser, negando l’estradizione per le sole circostanze di salute, ha tutte le caratteristiche di una sentenza politica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli atti futuri, una garanzia</h4>



<p>Assange fa richiesta di essere scarcerato. “Per noi è chiaro che dovrebbe essere rilasciato su cauzione, in attesa della conclusione del processo” sottolinea Julia Hall, esperta di sicurezza nazionale per Amnesty International in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, “non può esserci una sentenza che dice: questa persona è a rischio a causa delle condizioni di salute mentale molto fragili, e poi tenerlo a Belmarsh contribuendo a peggiorare le sue condizioni” (54). Il giudice Baraitser però rigetta la domanda perché nel frattempo gli Stati Uniti hanno fatto ricorso contro il rigetto dell’estradizione: l’iter processuale prevede infatti la possibilità di appello presso l’Alta Corte britannica, e ovviamente il ricorso statunitense si fonda sull’unico punto della tesi difensiva accolto da Baraitser: il rischio suicidio legato alle condizioni di detenzione negli USA.</p>



<p>“Il verdetto non è una vittoria per Julian Assange o per la libertà di stampa, è una trappola”, afferma Nils Melzer in un’intervista all’emittente russa RT: “Legalmente parlando, la negazione dell’estradizione da parte del giudice distrettuale pone gli Stati Uniti nella posizione di poter appellare la decisione. Altrimenti, fosse stata a favore, Assange avrebbe fatto appello e avrebbe sollevato le questioni riguardo la libertà di stampa, l’offesa politica, la motivazione politica del perseguimento giudiziario, il piano per assassinarlo o rapirlo: le avrebbe portate tutte davanti all’Alta Corte [&#8230;]. È stato piuttosto intelligente da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna fare in modo che invece accadesse l’opposto: non lo estradano nella prima fase, confermano totalmente la narrazione dell’accusa sullo spionaggio e stabiliscono un precedente criminalizzando il giornalismo investigativo. In questo modo fanno sì che vengano portate davanti all’Alta Corte solo le questioni che vogliono che vengano prese in considerazione: la salute di Assange e le condizioni di detenzione. Ora, è chiaro che le condizioni di detenzione sono totalmente sotto il loro controllo: possono avanzare delle garanzie diplomatiche e neutralizzare quelle problematiche” (55).</p>



<p>È esattamente ciò che accade. Gli Stati Uniti basano il loro ricorso (56) su quattro garanzie: non verranno applicate misure amministrative speciali ad Assange, né prima né dopo il processo, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato non verrà detenuto presso la prigione di massima sicurezza ADX Florence, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato gli sarà possibile chiedere il trasferimento in Australia e “gli Stati Uniti si impegnano a consentire il trasferimento”; infine, gli verranno forniti tutti i trattamenti clinici e psicologici ritenuti necessari dal medico incaricato della prigione.</p>



<p>Il dibattimento inizia a fine ottobre e il 10 dicembre 2021 arriva il verdetto dell’Alta Corte: accoglie l’appello e annulla la decisione del giudice distrettuale. “Non c’è motivo per ritenere che gli USA non abbiano fornito le garanzie in buona fede”. Assange può essere estradato.</p>



<p>Anche con questa sentenza si pongono però delle questioni rilevanti: innanzitutto, la clausola inserita dagli USA “a meno che [Assange] non commetta atti futuri che lo prevedano” lascia chiaramente mano libera agli Stati Uniti e per di più, come viene dichiarato, la decisione potrà essere presa dalle agenzie di intelligence, tra cui quella stessa CIA che è sospettata di aver valutato il rapimento o l’assassinio di Assange nell’ambasciata ecuadoregna. “Se si guarda alle garanzie [&#8230;] non siamo in una condizione per cui il divieto di tortura è assoluto”, dichiara Julia Hall, “il confinamento solitario prolungato che esiste nelle strutture di massima sicurezza, o le misure amministrative speciali, sono una violazione del divieto di tortura. È un divieto che non può essere posto a condizionalità: è un divieto assoluto. Non importa quello che fai, secondo la legge internazionale non puoi essere torturato. È importante ricordare qual è lo standard europeo: [&#8230;] non è necessario che ci sia la certezza che una persona subirà tortura o maltrattamento, è sufficiente chiedersi: c’è una situazione tale per cui questa persona è a rischio di tortura? Gli Stati Uniti hanno materializzato questo rischio nelle loro garanzie” (57).</p>



<p>In merito poi alla possibilità di chiedere il trasferimento in Australia in caso di condanna – senza considerare i possibili mesi o anni necessari alla conclusione del processo – le rassicurazioni americane sembrano essere altrettanto deboli. Primo: per poter procedere è necessario che sia gli Stati Uniti che l’Australia siano d’accordo, secondo la Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del Consiglio d’Europa, e non è affatto certo che questa condizione si verifichi. Secondo: come rilevato dalla difesa, esiste un precedente poco rassicurante. Nel 2009 una Corte spagnola aveva acconsentito all’estradizione negli USA, per il processo, del cittadino spagnolo David Mendoza Herrarte, a condizione che l’imputato venisse poi riportato in Spagna per scontare l’eventuale pena; anche in quel caso gli Stati Uniti avevano dato garanzie diplomatiche, salvo poi rifiutare la richiesta dell’imputato a condanna avvenuta (58).</p>



<p>A questo punto, visto il ribaltamento della sentenza, i legali di Assange chiedono alla stessa Alta Corte – come previsto dalla legge britannica – la possibilità di presentare ricorso presso la Corte Suprema. Devono dimostrare che esistono questioni di diritto di ‘rilevanza pubblica’ derivanti dalla sentenza di appello, e per farlo si basano su due punti: contestano il fatto che le garanzie USA siano state fornite solo dopo la prima sentenza che bloccava l’estradizione e non durante il dibattimento, quando ce n’era la possibilità; e rilevano come la clausola “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano” possa essere facilmente bypassata dall’intelligence americana, esponendo quindi Assange a un alto rischio di suicidio.</p>



<p>Il 24 gennaio 2022 l’Alta Corte rende nota la decisione (59): ritiene di ‘rilevanza pubblica’ il primo punto e respinge il secondo. Davanti alla Corte Suprema, quindi, gli avvocati di Assange possono presentare ricorso solo in merito alla tempistica delle garanzie fornite dagli Stati Uniti. Il campo su cui si gioca il destino di Assange è sempre più limitato.</p>



<p>Starà ora alla Corte Suprema inglese decidere se ammettere il ricorso e procedere, nel caso, a una nuova sentenza; se anche questa sarà a favore dell’estradizione, toccherà al Segretario di Stato per gli Affari Interni britannico pronunciarsi. Con un ulteriore via libera, ad Assange – come annunciato dai suoi avvocati – rimarranno due possibilità: fare ricorso contro la decisione del Segretario di Stato; presentare un ulteriore appello, stavolta presso l’Alta Corte, contro le decisioni del giudice distrettuale Baraitser, quelle contenute nella prima sentenza del 4 gennaio 2021 su libertà di espressione, motivazione politica dell’incriminazione e diritto a un processo equo. Verosimilmente passeranno ancora mesi prima che una decisione finale possa essere presa. E Assange continuerà a passarli in prigione e in isolamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Intimidazione o libertà?</h4>



<p>“Bisogna partire dalla verità”, spiegava Assange in un’intervista al Guardian nel 2010, “la verità è l’unico modo per arrivare ovunque vogliamo andare” (60). Il fondatore di WikiLeaks la strada da percorrere l’ha sempre avuta ben chiara. Ha sfidato governi e istituzioni e messo a nudo le atrocità, la corruzione, la manipolazione, le falsità che la narrazione dominante della politica nasconde dietro il velo di una “confortevole, levigata, ragionevole, democratica” non-verità, parafrasando Marcuse. Ha portato alla luce del proscenio ciò che vuole vivere nell’ombra, la ragion di Stato, svelando la vera faccia del potere; e con quella ha dovuto fare i conti. “Ciò che ha fatto WikiLeaks”, sottolinea Nils Melzer nell’intervista a Republik, “è una minaccia per le élite politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia in uguale misura. WikiLeaks pubblica informazioni segrete sugli Stati – si oppone alla classificazione. E in un mondo, anche nelle cosiddette democrazie mature, dove la segretezza ha preso il sopravvento, ciò rappresenta una minaccia fondamentale” (61).</p>



<p>Quello che è in gioco con l’<em>affaire</em> Assange è il futuro del giornalismo investigativo. È vero che la caccia a Manning e Assange e la guerra a WikiLeaks non hanno fermato la comparsa di altri whistleblower e la pubblicazione di altri leaks, basti pensare alle rivelazioni di Snowden sulla NSA nel 2013, i Panama Papers nel 2016, i Paradise Papers nel 2017 e Vault7, “la più grande perdita di informazioni nella storia della CIA”, come l’ha definita la stessa agenzia. Ma un’eventuale estradizione e condanna negli Stati Uniti stabilirebbe un precedente legale gravissimo contro la libertà di stampa e la libertà di espressione in tutto il mondo. Non solo. “Lo scopo”, continua Melzer, “è di intimidire altri giornalisti. L’intimidazione, tra l’altro, è uno dei principali obiettivi della tortura nel mondo. Il messaggio per tutti noi è: questo è quello che succede se emulate il modello WikiLeaks”. Un’intimidazione che ha colpito nel segno, almeno per quanto riguarda l’organizzazione: dopo i primi anni di intensa collaborazione, infatti, le grandi testate giornalistiche mondiali hanno mantenuto una certa distanza da Assange e dalla sua attività. Certo, hanno continuato a dare notizia delle rivelazioni più importanti, ma un conto è collaborare attivamente alla diffusione di documenti riservati e renderli fruibili ai cittadini, mettendo in questione il segreto di Stato; un altro è riportare semplicemente notizie che hanno un peso troppo grande per essere ignorate.</p>



<p>Ancor prima di sapere come andrà a finire il processo e se il giornalista australiano riuscirà finalmente a tornare un uomo libero, bisogna forse domandarsi se il potere non abbia in realtà già ottenuto il suo obiettivo. “Ogni generazione ha una battaglia epica da combattere e questa è la nostra”, dichiara fuori dal tribunale Stella Moris, compagna di Assange e uno degli avvocati del suo team legale, “perché Julian rappresenta le fondamenta di cosa significhi vivere in una società libera, di cosa significhi avere la libertà di stampa, di cosa significhi essere giornalisti senza aver paura di dover passare il resto della vita in carcere” (62).</p>



<p>Si tratta di continuare a combattere, allora, perché in gioco c’è la libertà di tutti. “Quello che conosciamo è tutto” affermava Assange davanti alla platea dell’Oslo Freedom Forum nel 2010 (63), “è il limite di ciò che possiamo essere”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em> <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo" target="_blank">http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> <a href="https://alexaobrien.com/archives/985">https://alexaobrien.com/archives/985</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/">https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a rel="noreferrer noopener" href="https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1" target="_blank">https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Jesper Huor e Bosse Lindquist, <em>Wikirebels</em>, SVT Play, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Jesper Huor e Bosse Lindquist, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/" target="_blank">https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html">https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a rel="noreferrer noopener" href="https://web.archive.org/web/20100730023422/https:/wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout" target="_blank">https://web.archive.org/web/20100730023422/https://wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14) </em>Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15) </em>Cfr. <a href="https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html">https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html" target="_blank">https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17) </em>Cfr. <em>Risk, </em>Laura Poitras, 2016</p>



<p class="has-small-font-size">18) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt" target="_blank">https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>19) </em><a href="https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012">https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) <a href="https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311">https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) <a href="https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/">https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions">https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements">https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements</a>, Anonymous Witness#1, former UC Global employee, Anonymous Witness#2, former UC Global employee </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25) </em>Cfr. <a href="https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4">https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show" target="_blank">https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>31)</em> Cfr. Protocolo especial de visitas, comunicaciones y atención médica al señor Julian Paul Assange, 11 ottobre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">32) <a href="https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) Cfr. United States of America v. Seitu Sulayman Kokayi, case no. 1:18-mj-406, 22 agosto 2018</p>



<p class="has-small-font-size">34) Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html">https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank">https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>36) </em>Cfr. <a href="https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">37) Cfr. <a href="https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088</a></p>



<p class="has-small-font-size">38) <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">39) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr, Indictment, 6 marzo 2018 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>40) </em>Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Superseding indictment, 23 maggio 2019</p>



<p class="has-small-font-size">41) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Second superseding indictment, 24 giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>42) </em>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">43) <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>44) </em><a href="https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">45) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of John Young, 16 luglio 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">46) <a href="https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/</a></p>



<p class="has-small-font-size">47) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Cfr. <a href="https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/">https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/</a></p>



<p class="has-small-font-size">49) Cfr. Judiciary of England and Wales, District Judge (Magistrate s’ Court) Vanessa Baraitser, In the Westminster Magistrate s’ Court, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, gennaio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">50) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">51) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of Bridget Prince, 18 dicembre 2019 </p>



<p class="has-small-font-size">52) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0" target="_blank">https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0</a> </p>



<p class="has-small-font-size">53) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU">https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU</a></p>



<p class="has-small-font-size">54) <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">55) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4</a></p>



<p class="has-small-font-size">56) Cfr. High Court of Justice Queen’s Bench Division Administratice Court, Case No: CO/150/2021, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, 10 dicembre 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">57) Cfr. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a></p>



<p class="has-small-font-size">58) Cfr. <a href="https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza">https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza</a></p>



<p class="has-small-font-size">59) Cfr. High Court Decision in USA v. Julian Assange Extradition Proceedings, Explanatory Background Note, 24 gennaio 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">60) <a href="https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan</a></p>



<p class="has-small-font-size">61) Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">62) <a href="https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477">https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477</a></p>



<p class="has-small-font-size">63) <a rel="noreferrer noopener" href="https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/" target="_blank">https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’egemonia pandemica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/legemonia-pandemica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 14:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" data-type="post" data-id="5623" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
Antonio Gramsci, <em>L’Ordine Nuovo</em>, 1919-1920</pre>



<p class="has-drop-cap">Due domande ricorrono nella mente.</p>



<p>La prima: com’è possibile che milioni di persone abbiano cessato di utilizzare la logica per leggere la realtà, abbiano abdicato alla razionalità che collega fra loro dati, numeri e fonti, e continuino a prestare fede a una classe dirigente che sta gestendo una pandemia con contraddizioni continue, incongruenze, illogicità e affermazioni che la stessa realtà si occupa di smentire dopo pochi giorni (1). È un fatto che non si può spiegare con la semplice capacità di persuasione di una propaganda martellante: c’è altro.</p>



<p>La seconda: com’è possibile che, per la maggior parte, l’informazione e la cultura italiana (anche la scienza è cultura), si prestino da due anni a essere strumento di propaganda senza opporre alcun ragionamento, critica, contestualizzazione agli atti del potere politico; rinunciando non solo alla propria deontologia – i mestieri di giornalista e di medico implicano una responsabilità legata all’etica – ma non temendo nemmeno di apparire stolte marionette; certi dunque che nessun cittadino, un giorno, chiederà loro conto di ciò che stanno facendo.</p>



<p>Sono due domande che scomodano Gramsci e i suoi concetti di ‘egemonia’ e di ‘intellettuale organico’; e un fatto, su tutti, ha rivelato oltre quale limite questa situazione si è spinta. Il 27 novembre scorso il senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, è ospite alla trasmissione <em>In onda</em> su La7: le sue affermazioni hanno fatto il giro della Rete, quindi sono ormai note. Ma partiamo comunque dalle parole (i corsivi sono miei).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le parole</h4>



<p>“Da due anni,” afferma Monti, “con lo scoppio della pandemia, di colpo, abbiamo visto che il modo in cui abbiamo organizzato il nostro mondo <em>è desueto, non serve più</em>. Due cose sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo, dal punto di vista della sanità. Comunicazione: subito abbiamo iniziato a usare il termine ‘guerra’ perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla guerra […] Io credo che bisognerà, andando avanti questa pandemia, e comunque <em>per futuri disastri globali della salute</em>, trovare un sistema che concili certamente la libertà di espressione, ma <em>che dosi dall’alto l’informazione</em>”. E ancora: “Comunicazione di guerra significa che c’è un <em>dosaggio dell’informazione</em>, che nel caso di guerre tradizionali è odioso perché <em>vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente</em>, ma nel caso di una pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato ma contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo, io credo che bisogna trovare delle modalità <em>meno democratiche</em> secondo per secondo&#8230;” E continua, Monti: “Abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? E bene che siano venute da parte dei governi. Quindi in una <em>situazione di guerra</em>, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico, pena il disastro del Paese e di ciascuno, <em>si accettano delle limitazioni alla libertà</em>. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi profonda sciocchezza, su qualsiasi media, come un diritto inalienabile garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: signori, in caso di guerra&#8230;” E conclude: “[In un regime democratico il dosaggio dell’informazione dovrebbe farlo] il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già in questo, perché subiamo delle limitazioni molto più gravi che non la <em>limitazione nel conoscere</em> o la limitazione nell’ascoltare opinioni, perché subiamo delle limitazioni nel nostro modo di vita”.</p>



<p>I concetti espressi sono talmente chiari da non aver bisogno di essere spiegati. Giusto qualche considerazione sui corsivi applicati:</p>



<p>1. Monti parla del presente ma ha lo sguardo rivolto al futuro, e dà per scontato l’avvento di ulteriori “disastri globali della salute”: dunque in qualche modo non ritiene temporaneo lo stato di emergenza nel quale viviamo da due anni, al punto da definire “desueta” l’organizzazione che ci siamo dati finora come società;</p>



<p>2. Monti considera la pandemia una “situazione di guerra” che legittima “limitazioni alla libertà”, e valuta quella ulteriore che propone, ossia una informazione “dosata dall’alto”, “meno democratica” e controllata dal governo, meno grave rispetto ad altre a cui abbiamo acconsentito; “la limitazione del conoscere” o “nell’ascoltare opinioni”, insomma, dovrebbero essere più accettabili della limitazione al movimento personale che abbiamo – e stiamo – subendo; come se il diritto del cittadino a essere informato fosse qualcosa che non inerisce al “nostro modo di vita”, che riguarda invece viaggiare, fare shopping, andare al ristorante&#8230; e naturalmente lavorare. Produci-consuma-(crepa), sembrerebbe. E <em>non</em> pensare.</p>



<p>Sono parole gravi, è evidente. Tuttavia il problema non è tanto che Monti le abbia pronunciate – perché sappiamo chi è Monti, politicamente ed economicamente, quindi non sorprende che gli siano uscite di bocca. La gravità sta in altri due aspetti.</p>



<p>Il primo. I tre giornalisti in studio (Concita de Gregorio, David Parenzo e Marco Damilano) non sobbalzano sulla sedia né respingono seduta stante come ‘inaccettabili’ quelle dichiarazioni da parte di un senatore a vita; anzi. In un imbarazzo visibile – indice del fatto che si rendono conto di ciò che Monti sta affermando – balbettano un ripetitivo “è interessante quel che dice, spieghi bene il concetto” (!). Damilano tenta perfino una difesa (non richiesta) dello stesso senatore: “Io non credo che Monti stia attaccando la libertà di parola nostra, dei cittadini e di chi fa il nostro mestiere, credo che stia segnalando un problema […] cioè che tutti dicono la qualunque su qualunque cosa, spesso senza averne la competenza”. Abbiamo dunque una complicità tra Monti – che lancia la palla – e i giornalisti – che la tengono in campo. Al punto che il giorno successivo, quando il clamore suscitato dall’affermazione impone al senatore un chiarimento, Monti si appoggia proprio sui giornalisti per confermarla: “Al di là del termine infelice,” dichiara, “il tema esiste, al punto di essere stato argomento di dibattito con i tre autorevoli giornalisti in studio, per svariati minuti”.</p>



<p>Secondo punto. Se Monti pronuncia queste parole, e con la calma di chi le sta ben soppesando, significa che ritiene di <em>poterle</em> pronunciare: in televisione, in prima serata, in una trasmissione che ha un pubblico diffuso. Significa che ritiene che i cittadini italiani sono pronti a sentirle.</p>



<p>Vediamo Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’egemonia</h4>



<p>Già Marx, nella <em>Ideologia tedesca</em> (1846), scrive che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”; Gramsci approfondisce, aggiorna l’analisi alle società moderne e va oltre. Il concetto di ‘egemonia’ che sviluppa nei <em>Quaderni del carcere</em> (2), collegato alla riflessione sullo Stato e sulla società civile, è ampio e sfaccettato: qui ne utilizzeremo solo alcuni aspetti. Chiaramente la riflessione nasce storicamente nell’ambito del pensiero comunista e intende analizzare come la sovrastruttura di una società capitalistica riesca, utilizzando molteplici mezzi, a creare una visione del mondo che legittima il capitalismo, e a far sì che tale visione venga assimilata anche dalla classe antagonista al Capitale, ossia dai lavoratori; che in tal modo danno, paradossalmente, il proprio consenso a una sistema economico che li sfrutta e li impoverisce, anziché opporvisi. Nel tempo l’uso del concetto è uscito dall’alveo del pensiero di sinistra per essere utilizzato trasversalmente negli ambiti più diversi, dall’economia alla geopolitica; ma il nucleo del significato è rimasto.</p>



<p>Semplificandone la complessità, possiamo dire che Gramsci introduce l’‘egemonia’ opponendola al ‘dominio’: entrambi rappresentano l’esercizio di un potere, ma se il dominio è ‘forza’ e ‘costrizione’, l’egemonia è “direzione <em>intellettuale</em> e <em>morale</em>” – da qui la locuzione ‘classe dirigente’, che è altra cosa da ‘classe dominante’: è attraverso l’egemonia, dice Gramsci, che la classe dominante si accredita come classe dirigente.</p>



<p>L’egemonia infatti crea, in estrema sintesi, la nostra concezione del mondo: idee, ideologie, valori, principi, simboli, sensibilità, abitudini, modi di vivere&#8230; per dirla con Gramsci: “La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza […] quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre anche tale concezione”.</p>



<p>Caratteristica peculiare dell’egemonia è quella di generare <em>consenso</em>: è una relazione di autorità che si basa sul consenso dei soggetti subordinati. Un consenso che nasce grazie al “prestigio” e alla “fiducia” che i cittadini riconoscono al “fondamentale gruppo dominante”. Ne consegue che quello egemonico è un potere <em>riconosciuto</em> – poiché si basa sul consenso – e quindi ritenuto <em>legittimo</em>, a differenza del ‘dominio’ il quale, basandosi sulla forza e la costrizione, è un potere ‘di fatto’, ossia si può esercitare anche quando il soggetto subordinato non lo riconosce.</p>



<p>Inoltre, appoggiandosi a prestigio e fiducia, il rapporto di egemonia non può che essere “pedagogico”. Scrive Gramsci: “Il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente ‘scolastici’ […]. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di ‘egemonia’ è necessariamente un rapporto pedagogico”.</p>



<p>E non è affatto un potere mite. Perché se anche non utilizza la forza, il consenso è ottenuto tramite strategie manipolative, indottrinamento, costruzione di falsi miti e narrazioni funzionali al consolidamento del potere dominante: agisce nella sfera psicologica/emotiva/ideologica anziché in quella fisica, e l’assenso che produce non è quindi libero né attivo ma eterodiretto e passivo.</p>



<p>Infine, l’egemonia è “ovunque” e “sempre”, e questo significa che pervade la nostra vita in un modo totalizzante. La società civile la esercita attraverso realtà private di ogni tipo, dagli organi di informazione alla letteratura, al cinema, alla pubblicità, alla stessa produzione capitalistica (la merce come feticcio, da Marx, che replica alienazione e contemporaneamente colonizza l’immaginario); lo Stato la esercita mediante le sue istituzioni – scuola, università, radio e televisione pubblica ecc. – e attraverso “tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio”.</p>



<p>Nelle società moderne, quindi, non esiste potere senza egemonia, non c’è Stato senza egemonia, afferma Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli intellettuali organici</h4>



<p>Anche nel caso della categoria degli ‘intellettuali’ la riflessione di Gramsci è ampia e articolata, e ne utilizzeremo solo una parte; Gramsci arriva a dire che “tutti gli uomini sono intellettuali” – perché a tutte le funzioni sociali attengono relazioni intellettuali, ossia capacità di <em>dirigere</em> e generare <em>consenso</em> – “ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali […]. Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti”. Chiaramente, i giornalisti rientrano nella categoria degli intellettuali; ma anche gli scienziati – virologi, medici ecc. – i sociologi, i sondaggisti così come gli artisti nel senso più ampio (attori, scrittori, cantanti, <em>influencer</em> vari&#8230;).</p>



<p>“Gli intellettuali sono i ‘commessi’ del gruppo dominante” scrive Gramsci (3): hanno la funzione di rappresentare e veicolare le idee e la visione del mondo della classe dominante. Organizzano sia il “consenso ‘spontaneo’ dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante”, sia la legittimazione “dell’apparato di coercizione statale che assicura ‘legalmente’ la disciplina di quei gruppi che non ‘consentono’ né attivamente né passivamente”. In altre parole: gli intellettuali si fanno strumento di potere sia per produrre egemonia (consenso) sia per legittimare il dominio (la repressione dell’apparato coercitivo dello Stato) su quella parte di cittadini che all’egemonia, ossia al pensiero dominante, si oppongono.</p>



<p>Gli intellettuali organici sono una categoria fondamentale perché creano l’opinione pubblica, e “ciò che si chiama ‘opinione pubblica’ è strettamente connesso con l’egemonia politica” scrive Gramsci. E: “Lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata, cioè organizza e centralizza certi elementi della società civile”. La combinazione della forza (dominio) e del consenso (egemonia) è l’esercizio del potere come si esercita nel regime parlamentare, afferma Gramsci (4), in un equilibrio mobile a seconda delle circostanze, “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi <em>cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<p>Com’è strutturato al suo interno il campo degli intellettuali? “Nel più alto gradino troviamo i ‘creatori’ delle varie scienze, della filosofia, della poesia ecc.; nel più basso i più umili ‘amministratori e divulgatori’ della ricchezza intellettuale tradizionale, ma nell’insieme tutte le parti si sentono solidali. Avviene anzi che gli strati più bassi sentano di più questa solidarietà di corpo e ne traggano una certa ‘boria’”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La pandemia</h4>



<p>Veniamo a oggi.</p>



<p>L’egemonia che la classe dirigente è riuscita a esercitare sui cittadini italiani in questi ultimi due anni è senza precedenti: perché arrogandosi la patente di ‘Verità’ scientifica e di ‘Progresso’ tecnologico e creando lo stigma del no-vax/no-pass anti-scienza, irrazionale e complottista, ha fatto uso di una campagna delegittimatoria totalizzante nei confronti di ogni tipo di opposizione, e storicamente è difficile che accada in una democrazia. La narrazione pandemica – vaccini, rischi/benefici, effetti collaterali, cure alternative, emergenza, Green Pass, contagi, morti, immunità, mascherine, distanziamento, lockdown&#8230; – è stata pervasiva (h24), terrorizzante (lo è tuttora) e assoluta. È stata “sempre” e “ovunque”, ha determinato “una riforma delle coscienze” e creato una “nuova concezione del mondo”, ci ha “diretto intellettualmente e moralmente” con il nostro consenso perché, ignoranti e spaventati, abbiamo riconosciuto “fiducia” e “prestigio” allo Stato (la classe politica dominante/dirigente, che fosse personificata da Conte, Draghi, Mattarella, Figliuolo ecc.) e ai ‘virologi di Stato’, e ci siamo accomodati nel ruolo di bambini all’interno del rapporto pedagogico così impostato.</p>



<p>“Commessi” della classe dominante sono stati – e sono – i giornalisti, gli influencer, i personaggi dello spettacolo e gli scienziati a vario titolo: ossia gli “intellettuali organici” ligi al compito a loro riservato di creare consenso, indirizzare l’opinione pubblica o, se questa volta vogliamo utilizzare le parole di Mario Monti anziché quelle di Gramsci, “far virare la coscienza e la consapevolezza della gente”. Difficile riuscire a capire in quale percentuale in loro si mescolino incapacità, stupidità, pigrizia, vigliaccheria, malafede, buonafede, convenienza – e se tutti gli ingredienti siano presenti: quel che è accaduto il 27 novembre alla trasmissione <em>In</em><em> onda</em> ne fa dubitare. Perché ammesso e non concesso che un “commesso” assolva al proprio ruolo in buonafede nel caso della narrazione pandemica, quella buonafede non la si può altrettanto concedere quando quel “commesso” offre la sponda a un senatore a vita che invoca la censura governativa sulla stampa.</p>



<p>Di certo, oggi Monti ritiene che l’egemonia sia salda al punto da poter fare un ulteriore passo avanti: limitare la libertà d’informazione con il consenso dei cittadini. Non avrebbe pronunciato – e successivamente confermato – quelle parole in televisione se non fosse convinto che i tempi siano maturi. E purtroppo, vista la velocità con la quale la strada intrapresa viene percorsa – ne sono cartina tornasole il Green Pass sempre più discriminatorio e l’accettazione remissiva di continue dosi di vaccino – il senatore ha probabilmente ragione. Eppure, parallelamente, significa anche che la classe dirigente inizia a temere l’impatto sulla società del pensiero critico; nelle parole di Gramsci, significa che il potere egemonico paventa una “una crisi di autorità”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crisi di autorità</h4>



<p>Il potere è saldo finché è egemone, ci dice Gramsci. Il consenso è la sua forza, ma anche il suo punto debole, perché si basa su un processo che coinvolge la soggettività; e lì si può generare subordinazione acritica così come un pensiero antagonista.</p>



<p>La “crisi di egemonia della classe dirigente avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse, […] o perché vaste masse […] sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” Quando avviene, scrive Gramsci, vediamo agire la “doppia natura del Centauro machiavellico, della forza e del consenso, del dominio e dell’egemonia, della violenza e della civiltà […], dell’agitazione e della propaganda, della tattica e della strategia”. Ossia: la classe dominante/dirigente esercita contemporaneamente entrambi i poteri: a un maggiore utilizzo dell’apparato repressivo dello Stato corrisponde una maggiore pressione nell’ambito dell’egemonia. È ciò che stiamo vivendo.</p>



<p>Per quanto ancora egemone, la narrazione pandemica prodotta dallo Stato e dai suoi “commessi” mostra nuove crepe ogni giorno che passa: l’immunità vaccinale dura sempre meno, non blocca la trasmissione del virus, la nuova variante Omicron, stando ai primi riscontri, sembra essere meno preoccupante, eppure devono vaccinarsi anche i bambini – a fronte di una totale assenza di conoscenza sugli effetti a lungo a termine del vaccino. Siamo davanti a un fallimento sempre più visibile. Sei milioni di italiani (così titolano i quotidiani, ossia grossomodo il 10%) non si sono vaccinati e sono sempre più rumorosi nelle piazze no-vax/no-pass del sabato pomeriggio, mentre una informazione critica e argomentata, basata su fonti autorevoli, sta crescendo in Rete. Se questa informazione dovesse diffondersi maggiormente tra i cittadini si rischierebbe la “crisi di autorità”. È per questo che Monti chiama alla censura, con la condiscendenza dei tre giornalisti in studio. Occorre evitare che il dubbio si diffonda; che milioni di italiani si mettano in fila per la terza dose meno fiduciosi ed entusiasti della prima volta e chiedendosi se ci sarà anche la quarta e che senso abbia tutto questo; che altri milioni accettino il <em>booster </em>solo perché costretti dal Green Pass in scadenza, e dunque con animo bellicoso perché, a differenza delle vaccinazioni precedenti, questa volta si sentono <em>costretti</em> a farlo.</p>



<p>“Doppia natura del Centauro machiavellico”, scrive Gramsci.</p>



<p>Sul piano dell’egemonia, il potere strepita in modo sempre più forsennato al terrore e all’emergenza (indipendentemente dai numeri reali) accusando i no-vax dell’aumento dei casi positivi – nonostante l’ormai riconosciuta deficienza dei vaccini nel proteggere dalla trasmissione del virus. Utile capro espiatorio da sbattere in prima pagina, i no-vax sono perfetti per compattare una popolazione che <em>non deve</em> avere dubbi e aizzarla contro un ‘nemico’, e per nascondere il fallimento della classe dirigente nella gestione della pandemia.</p>



<p>Sul piano del dominio, al disciplinamento del Green Pass ‘base’ (5) si è accompagnata la repressione del ‘super’ Green Pass: a cittadini che non hanno commesso alcun reato, amministrativo o penale, bensì nel rifiutare un trattamento sanitario stanno esercitando un diritto che (ancora) la Costituzione gli riconosce, è vietato per legge accedere ad alcuni luoghi.</p>



<p>Da sinistra, c’è chi afferma che quella del Green Pass – e in generale la gestione della pandemia – non è la battaglia da combattere; i problemi sono altri, dicono: il lavoro, i licenziamenti, la povertà in aumento&#8230; Certamente. Ma al di là del fatto che la sinistra dovrebbe lottare contro ogni discriminazione e il Green Pass ne crea una, forse ciò che sfugge è che l’emergenza e la pandemia sono gli strumenti che la classe dominante/dirigente sta usando per disegnare una nuova società e su di essi è riuscita a produrre una nuova egemonia: se non li denunciamo come tali, non può esserci opposizione. “Le ideologie sono per i governati delle mere illusioni, un inganno subito,” scrive Gramsci, “mentre sono per i governanti un inganno voluto e consapevole. Per la filosofia della <em>praxis</em> le ideologie sono tutt’altro che arbitrarie; esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti, per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della <em>praxis</em>”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) In merito all’illogicità della gestione pandemica Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>



<p class="has-small-font-size">2) I virgolettati di Gramsci sono tratti da: Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, Einaudi, 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Gramsci riflette anche sul fatto che ogni ogni classe sociale ha i propri intellettuali e quindi una classe può, anzi deve cercare di, essere ‘dirigente’ prima di divenire ‘dominante’, ossia deve creare egemonia nella società: è l’egemonia culturale che un tempo in Italia – ormai non più – apparteneva alla sinistra. Ma è un altro discorso rispetto all’analisi di questo articolo</p>



<p class="has-small-font-size">4) Gramsci analizza l’utilizzo del dominio e dell’egemonia anche in un regime dittatoriale come quello fascista, ma è un’analisi che ci porterebbe fuori focus rispetto a questo articolo </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Guinzaglio al web. L&#8217;Europa e il copyright</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/guinzaglio-al-web-leuropa-e-il-copyright/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 17:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Articoli di legge alla mano, i danni possibili di una pessima normativa costruita su misura dei grandi editori in crisi finanziaria: a rimetterci la possibilità di accesso all’informazione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Articoli di legge alla mano, i danni possibili di una pessima normativa costruita su misura dei grandi editori in crisi finanziaria: a rimetterci la possibilità di accesso all’informazione</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 12 settembre è stata approvata la “Proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sul diritto d’autore nel mercato unico digitale” (1), una proposta di legge pressoché sconosciuta al grande pubblico, ma che ha visto spaccarsi in due il fronte politico e gli attori della digital economy. Il testo, che era stato respinto il 5 luglio scorso, è stato riproposto con una serie di emendamenti dal relatore Axel Voss (eurodeputato tedesco cristiano-democratico), ed è passato con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni.</p>



<p>Hanno votato a favore la maggioranza dei Popolari (Ppe) e dei Socialisti e Democratici (S&amp;D), mentre gli eurodeputati della Lega e del M5s hanno votato contro, insieme alla maggioranza dei Verdi. Il gruppo dei liberali (Alde) si è spaccato, così come il gruppo delle destre (Enf). Ora l’iter legislativo prevede che vengano avviati i negoziati con il Consiglio e la Commissione Ue per arrivare alla definizione del testo finale e, in seguito, il voto del Parlamento europeo sulla versione definitiva.</p>



<p>Il presidente dell’europarlamento ed ex giornalista Antonio Tajani (Forza Italia) l’ha definita una vittoria di tutti i cittadini che, a suo dire, difenderà “la cultura e la creatività europea e italiana, mettendo fine al far west digitale” (2). Anche il Pd ha aderito al fronte degli estimatori (insieme alla FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, e alla FIEG, Federazione Italiana Editori di Giornali) e Silvia Costa, deputata e membro della Commissione cultura al Parlamento europeo, l’ha messa addirittura sul mitico: “Ha vinto l’Europa della cultura e della creatività contro l’oligopolio dei giganti del web” (3).</p>



<p>Di segno opposto l’opinione di Isabella Adinolfi, eurodeputata M5s, che ha definito l’approvazione della proposta “una pagina nera per la democrazia e la libertà dei cittadini. Con la scusa della riforma del copyright, il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva” (4). Della medesima opinione Luigi Di Maio, che paventa su Facebook: “Stiamo entrando ufficialmente in uno scenario da Grande Fratello di Orwell […] Sarà un piacere vedere, dopo le prossime elezioni europee, una classe dirigente comunitaria interamente rinnovata che non si sognerà nemmeno di far passare porcherie del genere. Un messaggio per le lobby: questi sono gli ultimi vostri colpi di coda, nel 2019 i cittadini vi spazzeranno via” (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Breve storia del copyright</h4>



<p>Copyright (letteralmente diritto di copia) è il termine, coniato in Inghilterra nel XVI secolo, cui si fa riferimento quando si parla di diritto d’autore. L’espressione ‘diritto d’autore’ non deve trarre in inganno: in realtà, il copyright non viene usato affatto per difendere gli autori, anzi, si potrebbe ragionevolmente affermare il contrario, ed è bene chiarire subito ciò di cui si parla per evitare fraintendimenti.</p>



<p>La storia inizia nel 1557 quando, volendo arginare la libera circolazione delle opinioni che si andava affermando grazie a un’invenzione rivoluzionaria, quella della macchina da stampa, la monarchia inglese affidò il monopolio dell’editoria a una corporazione privata di Londra, la Worshipful Company of Stationers and Newspaper Makers (o più semplicemente la Stationers Company). La Stationers Company veniva remunerata dalla Corona affinché stabilisse quali opere erano conformi ai desiderata del sovrano (e potevano pertanto essere stampate e distribuite), e quali invece erano da considerare potenzialmente sovversive e andavano messe al bando.</p>



<p>Ogni opera autorizzata veniva annotata nel registro della Corporazione sotto il nome di uno dei suoi membri, che ne acquisiva il copyright, cioè il diritto esclusivo di stampa e diffusione; agli Stationers spettavano altresì il diritto di confisca dei libri non autorizzati e il diritto di bruciare quelli stampati illegalmente. Il copyright nasce dunque come diritto specifico dell’editore, diritto sul quale l’autore dell’opera non può esercitare alcun controllo.</p>



<p>Per 150 anni il connubio fra gli Stationers e la monarchia prosperò indisturbato, ma alla fine del XVII secolo l’imporsi delle idee liberali sulla scena pubblica inglese determinò il graduale dissolvimento del monopolio editoriale, almeno a livello ufficiale. Il processo di stampa era però molto dispendioso, e la quasi totalità degli autori non disponeva dei mezzi per finanziare la realizzazione e la distribuzione delle proprie opere.</p>



<p>Così, nel 1710 il Parlamento inglese approvò una soluzione che salvava sia la capra della monarchia che i cavoli degli editori: decretò, attraverso lo Statute of Ann (anche noto come Copyright Act) che il diritto di proprietà venisse restituito agli autori, ma con la clausola che tale proprietà potesse essere trasferita ad altri attraverso un contratto, facendo così rientrare dalla finestra gli Stationers che erano usciti dalla porta. Da allora il modello di business dell’editoria tradizionale si fonda sul trasferimento, più o meno volontario e variamente retribuito, del copyright dagli autori agli editori. Il rafforzamento successivo delle norme (voluto dalla lobby degli editori) ha determinato il declino delle altre forme ‘storiche’ di sostentamento degli autori (come il patronato, la sovvenzione ecc.), e ha finito col legare indissolubilmente il sostentamento dell’autore al profitto dell’editore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il copyright e l’economia digitale</h4>



<p>Il modello di business del settore dell’editoria è rimasto sempre lo stesso per quasi trecento anni finché, con il terzo millennio, una nuova invenzione rivoluzionaria è arrivata a sparigliare le carte: quella del web. Recita la relazione introduttiva alla discussa proposta di normativa: “L’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati. Sono emersi nuovi usi, nuovi attori e nuovi modelli di business. […] Sebbene gli obiettivi e i principi stabiliti dal quadro Ue in materia di diritto d’autore rimangano tuttora validi, occorre adattarsi a queste nuove realtà”.</p>



<p>Quale sarebbe il fulcro del problema? Che la digital economy “ha rafforzato il ruolo di Internet quale principale mercato per la distribuzione e l’accesso ai contenuti protetti dal diritto d’autore. Nel nuovo contesto i titolari di diritti incontrano difficoltà nel momento in cui cercano di concedere una licenza e di essere remunerati per la diffusione online delle loro opere, il che potrebbe mettere a rischio lo sviluppo della creatività europea e la produzione di contenuti creativi. Occorre perciò garantire che gli autori e i titolari di diritti ricevano una quota equa del valore generato dall’utilizzo delle loro opere e di altro materiale”.</p>



<p>Il gergo è alquanto oscuro, ma cerchiamo di chiarire. Innanzitutto, i fantomatici “titolari dei diritti” sono gli editori, mentre il “valore generato dall’utilizzo delle loro opere” è il profitto che essi ricavano dallo sfruttamento del copyright. Secondo la direttiva, la “creatività europea e la produzione di contenuti creativi” dipende in modo sostanziale dal ruolo svolto dagli editori a stampa che investono in contenuti giornalistici di qualità e ciò, nello spirito della proposta, è essenziale per l’accesso dei cittadini alla conoscenza.</p>



<p>Per capire tuttavia quale sia la difficoltà in cui versano “i titolari dei diritti” è necessario fare un passo indietro e considerare come funzionava il modello di business tradizionale del settore della carta stampata, nella sua forma più semplice. Tutto iniziava quando l’editore acquistava dallo scrittore il diritto di pubblicare un libro, oppure pagava un giornalista perché scrivesse un articolo per il suo quotidiano o per la sua rivista. Dal momento in cui lo scrittore o il giornalista firmavano il contratto, gli editori diventavano i titolari del diritto di sfruttamento commerciale dell’opera (il copyright), perciò si assumevano i costi di stampa e distribuzione del libro o del giornale e incassavano i ricavi delle copie vendute.</p>



<p>Il giornale o il libro, per un editore, era come un hamburger per McDonald: più copie ne vendeva, più soldi guadagnava. Fino all’avvento della televisione, la vita per gli editori è stata idilliaca: i cittadini non avevano altro modo per formarsi o informarsi che acquistare libri e giornali, e l’unico limite alla vendite delle copie era la povertà e l’analfabetismo. Ma da quando, intorno agli anni Settanta, la televisione ha trovato posto in ogni casa, guadagnare nel settore dell’editoria, soprattutto con i quotidiani, è diventato più difficile: nel mercato delle news, il telegiornale è un concorrente quasi imbattibile per l’informazione su carta: è più piacevole, più colorato, non richiede concentrazione, non discrimina sul titolo di studio, è gratuito e soprattutto arriva prima: perché dovremmo aspettare domani per conoscere quel che è successo oggi, quando il tg va in onda tre, quattro volte al giorno?</p>



<p>Così, a poco a poco, il settore ha iniziato a perdere peso e, di conseguenza, a impoverirsi: meno copie vendute significano meno utili. Meno utili, meno posti di lavoro (e peggio pagati). Meno posti di lavoro, meno giornali. Gli editori hanno iniziato allora a battere cassa in Parlamento in nome del loro ruolo fondamentale nella formazione della pubblica opinione e della tutela della libertà di informazione, e per un po’ il gioco ha funzionato: per un politico l’amicizia con un editore è importante, significa essere trattato con un occhio di riguardo, avere una cassa di risonanza in campagna elettorale, allargare il proprio bacino di influenza attraverso articoli positivi, e più grande è l’editore, più vantaggi porta al politico.</p>



<p>Così in Italia i partiti che si sono succeduti al governo del Paese (oltre a dividersi la ‘proprietà’ dei canali radio e tv Rai), hanno deliberato tutta una serie di facilitazioni per tamponare le perdite economiche delle testate, inizialmente (1981) nella forma di un contributo fisso per ogni copia stampata, con una maggiorazione del 15% nel caso il giornale fosse edito da una cooperativa di giornalisti, e poi, negli anni Novanta, aggiungendo ulteriori finanziamenti per i giornali organi di partito presenti al Parlamento europeo (per ottenerli era sufficiente avere nelle proprie file anche un solo eurodeputato).</p>



<p>Di questi provvedimenti hanno beneficiato soprattutto i grandi editori (guarda caso) perché, in virtù delle economie di scala, il costo della singola copia diminuisce – e il peso percentuale del contributo aumenta – con l’aumentare della tiratura, e i giornali di partito, che esistevano unicamente in virtù dei finanziamenti pubblici, ed erano uno strumento perfetto per stipendiare i giornalisti-amici o addirittura i parenti. (Discorso a parte in questo contesto, ma centrale nella questione della ‘libertà’ di informazione, il fatto che in Italia la proprietà dei grandi quotidiani non appartenga a editori puri ma a gruppi finanziari/industriali con interessi economici anche in altri settori, che si traducono nell’interesse a orientare la pubblica opinione in determinate direzioni – De Benedetti, Angelucci, Caltagirone, Berlusconi ecc.)</p>



<p>Ma col nuovo millennio le cose hanno cominciato a cambiare, da un lato perché le politiche di bilancio sempre più rigide imposte dall’Unione europea hanno ridotto all’osso le cifre da stanziare, e dall’altro perché l’avvento di Internet ha messo a disposizione un nuovo supporto per i ‘contenuti’ (le notizie), molto più economico della carta stampata e ancora più efficiente in termini di timing dei telegiornali (che nel frattempo sono anche diventati h24): il sito web.</p>



<p>E qui iniziano i problemi. Internet non funziona come un’edicola: non esistono copie fisiche di giornale da vendere, le notizie possono essere postate da chiunque e, peggio ancora (o meglio, a seconda dei punti di vista), i contenuti soggetti a copyright possono essere replicati con la massima facilità, essere trasferiti ovunque e rimbalzare da una pagina web all’altra, da un sito all’altro, da una parte all’altra del pianeta, senza che il “titolare dei diritti” possa esercitare alcun controllo. Ora non si tratta più di vendere hamburger, perché non c’è nessun hamburger da vendere.</p>



<p>Così, negli ultimi vent’anni, si è assistito a un indebolimento dei media tradizionali con un crollo dei ricavi pubblicitari in tutta Europa a cui è seguito il licenziamento di migliaia di giornalisti e la chiusura di numerose testate, anche storiche. Negli Stati Uniti le cose non sono andate meglio: negli ultimi dieci anni i media hanno perso oltre la metà dei loro introiti pubblicitari e il 45% dei dipendenti (6). Ma la politica, per la prima volta, ha girato la testa dall’altra parte, forse pensando che un canale diretto di dialogo con gli elettori fosse addirittura meglio di un editore/ giornalista compiacente.</p>



<p>In Italia, nel 2008, il Parlamento ha iniziato a modificare le leggi sul finanziamento all’editoria, abolendo per prima cosa ogni criterio legato al numero di copie stampate e, nel 2014, inserendo altre limitazioni ai contributi diretti. Oggi i finanziamenti all’editoria sono regolati dalla legge n. 198 del 2016 (governo Gentiloni), approvata su proposta del ministro allo Sport con delega all’editoria Luca Lotti (già sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria nel governo Renzi).</p>



<p>La legge prevede che possano richiedere contributi solo le testate possedute da cooperative, fondazioni o enti morali, ovvero da società la maggioranza del capitale sociale delle quali sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali, che non abbiano scopo di lucro. Contrariamente a quello che avveniva in passato, dunque, sono esclusi dai contributi “gli organi di informazione dei partiti” e “tutte le imprese editrici di quotidiani e periodici facenti capo a gruppi editoriali quotati o partecipati da società quotate in mercati regolamentati” (art. 4 c), cioè quei grandi editori cui la nuova proposta di normativa europea piace così tanto.</p>



<p>Ma se la carta stampata è destinata al macero, come fare per guadagnare con le nuove testate online? Innanzitutto con la pubblicità. Le notizie, gli articoli, i commenti pubblicati online sono ‘contenuti’ che attirano visitatori sui siti dei giornali, e i visitatori sono la carne fresca che nutre il mostro del marketing digitale. Di conseguenza, gli editori vendono gli spazi pubblicitari sui propri siti, e questi spazi sono tanto più preziosi quanti più lettori visitano il sito. Ma questo, soprattutto nel caso dei grandi editori tradizionali, spesso non basta per coprire i costi (e le perdite pregresse). Allora che si fa?</p>



<p>Dipende: qualcuno, come La Repubblica, rende disponibile il testo completo dei contenuti di cui detiene i diritti solo ai lettori che accettano di pagare un abbonamento, salvo poi spacciarlo per sostegno alla libertà di stampa e al giornalismo (un box posizionato in home page e sotto ogni articolo visualizzato, a firma del direttore Mario Calabresi, recita: “Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep. Se vi interessa continuare ad ascoltare un’altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione”; e conclude con: “Sostieni il giornalismo. Abbonati a Repubblica”).</p>



<p>Qualcun altro, come il Washington Post o il New York Times, adotta una strategia mista, per cui i lettori possono visualizzare gratuitamente ogni mese solo un numero limitato di articoli soggetti a copyright, mentre per avere pieno accesso ai contenuti è necessario abbonarsi. Altri ancora, come il Guardian, adottano un modello di business completamente diverso (e più in linea con lo ‘stile’ del web), che si basa sui contributi volontari dei lettori, e questa soluzione pare funzionare molto bene: in soli tre anni, il quotidiano britannico ha riconsolidato le sue finanze, mantenendosi nel contempo indipendente e aperto a tutti (7).</p>



<p>La strada suggerita dall’Europarlamento è invece una sorta di ritorno alle origini del modello di business, che presuppone “misure volte a migliorare la posizione dei titolari di diritti all’atto della negoziazione e della remunerazione per lo sfruttamento dei contenuti di loro proprietà da parte di servizi online che danno accesso a contenuti caricati dagli utenti”. Vediamo come.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/dura-lex-figura-1.jpg" alt="" class="wp-image-181" width="768" height="430" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/dura-lex-figura-1.jpg 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/dura-lex-figura-1-300x168.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/dura-lex-figura-1-768x430.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/dura-lex-figura-1-750x420.jpg 750w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Fonte: Creating a Digital Single Market bringing down barriers to unlock online opportunities. European Commission</figcaption></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Il web e le notizie</h4>



<p>Come si evince dal grafico a pag. 49, il 57% delle fonti di informazioni dei cittadini europei è attualmente costituito da motori di ricerca, aggregatori e social media. Questi soggetti non producono contenuti autonomi, ma linkano o indicizzano le notizie prodotte da qualcun altro, e vendono spazi pubblicitari sulla propria piattaforma/sito.</p>



<p>Nel 2017 Facebook ha registrato un fatturato record di 40 miliardi di dollari con profitti per 16 miliardi. Nello stesso anno, Google ha realizzato 110 miliardi di dollari di ricavi con un profitto di 12,7 miliardi. Il Parlamento europeo ritiene perciò che gli editori potrebbero – previo compenso – condividere il copyright sui propri contenuti con questi giganti del web, che attirano milioni di visitatori e attraverso la vendita dei relativi spazi pubblicitari registrano utili sfruttando gratuitamente – così si sostiene – il materiale per cui altri hanno pagato.</p>



<p>Si noti che, in questo caso, gli editori tradizionali non dovrebbero modificare di una virgola il loro modello di business per adattarsi ai cambiamenti imposti dal web: basterebbe la firma su un contratto di licenza tra l’editore stesso e Google, Facebook ecc. I big del web non sono per nulla d’accordo con questa interpretazione e affermano che pubblicare un link a un contenuto non possa essere considerata una violazione del diritto d’autore, anzi, sono convinti di fare addirittura un favore agli editori, perché convogliano sulle loro testate online migliaia di utenti, incrementando significativamente il traffico dei siti e quindi il valore degli spazi pubblicitari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il testo della direttiva: l’art. 11</h4>



<p>La “Proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sul diritto d’autore nel mercato unico digitale” è composta da 24 articoli, il cui contenuto abbraccia i molteplici settori che coinvolgono i diritti degli autori di opere intellettuali: dalla musica all’arte e alla letteratura, fino a comprendere i prodotti informatici e, in generale, le opere digitali. Ma le maggiori criticità e le polemiche si sono manifestate riguardo al titolo IV (“Misure miranti a garantire il buon funzionamento del mercato per il diritto d’autore”) e, in particolare, agli articoli 11 e 13: il primo riguarda la cosiddetta link tax, cioè il compenso spettante agli editori di giornali per lo sfruttamento multimediale di un contenuto digitale protetto da copyright; il secondo la predisposizione di filtri automatici che impediscano la pubblicazione online di opere protette da copyright senza il consenso del titolare dei diritti (autore o editore).</p>



<p>L’articolo 11, intitolato “Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale” disciplina la pubblicazione di contenuti protetti da parte di soggetti multimediali e riguarda soprattutto l’utilizzo di tali contenuti a opera di aggregatori di notizie, come Google News, e dei grandi motori di ricerca come Google o Bing. Secondo l’Europarlamento (e la lobby dei grandi editori), senza i contenuti la cui creazione è stata finanziata dalle testate giornalistiche, le piattaforme non riuscirebbero a vendere gli spazi agli stessi prezzi, per cui una parte dei ricavi pubblicitari di questi colossi andrebbe rigirata a chi ne detiene il copyright.</p>



<p>Riportiamo le parti rilevanti dell’art. 11 nella sua versione approvata, e tra parentesi le delucidazioni (8):</p>



<p>1. Gli Stati membri riconoscono agli editori di giornali […] il diritto esclusivo di riproduzione e il diritto di mettere a disposizione del pubblico materiali protetti, di modo che gli editori possano ottenere una remunerazione equa e proporzionata per l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione (i “prestatori di servizi della società dell’informazione” sarebbero le grandi piattaforme; la remunerazione “equa e proporzionata” sarebbe la quota di ricavi pubblicitari che la piattaforma dovrebbe rigirare all’editore titolare del copyright e che dovrebbe essere proporzionale al numero di utenti che hanno visualizzato il contenuto in oggetto, n.d.a.).</p>



<p>1 bis. I diritti di cui al paragrafo 1 non impediscono l’uso legittimo privato e non commerciale delle pubblicazioni di carattere giornalistico da parte di singoli utenti (un uso non commerciale è un uso da cui non derivano ricavi: qualunque soggetto multimediale ospiti contenuti il cui copyright è detenuto da altri per finalità non commerciali è escluso dalle disposizioni dell’art. 11, n.d.a.).</p>



<p>2 bis. I diritti di cui al paragrafo 1 non si estendono ai semplici collegamenti ipertestuali accompagnati da singole parole (vedremo che il problema infatti è il cosiddetto snippet, cioè un breve riassunto del contenuto dell’articolo, e la norma non riguarda la citazione o il commento a un articolo inserito in un altro articolo, che continua a essere un uso dei contenuti non soggetto ad alcun copyright, n.d.a.).</p>



<p>4 bis. Gli Stati membri provvedono a che gli autori ricevano una quota adeguata dei proventi supplementari percepiti dagli editori per l’utilizzo di pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione (in teoria quindi il compenso del giornalista dovrebbe aumentare, ma di quanto e su quali basi non è argomento disciplinato dalla proposta, n.d.a.).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il testo della direttiva: l’art. 13 e 13 bis</h4>



<p>L’articolo 13 (più pesantemente emendato) si intitola invece “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti”, e disciplina l’utilizzo dei contenuti soggetti a copyright da parte di piattaforme come Facebook e Youtube, su cui gli utenti possono caricare (upload) materiale multimediale di ogni tipo. Rispetto alla prima versione è stato inoltre aggiunto un articolo, il 13 bis, che fa riferimento alla risoluzione delle controversie (è stato aggiunto anche un art. 13 ter che si riferisce alle soluzione delle controversie sui copyright delle opere visive).</p>



<p>Riportiamo anche in questo caso le parti rilevanti dell’articolo e tra parentesi le delucidazioni:</p>



<p>1. Gli Stati membri riconoscono agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico […] gli Stati membri riconoscono ai soggetti sotto elencati il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la messa a disposizione del pubblico (9) […] i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online svolgono un atto di comunicazione al pubblico. Essi concludono pertanto accordi equi e adeguati di licenza con i titolari dei diritti (Facebook, Youtube ecc. dovrebbero dunque sottoscrivere un contratto con gli autori/editori: tale contratto deve disciplinare quali contenuti sono soggetti a copyright e quanta parte dei ricavi pubblicitari della piattaforma dovrebbe essere considerata di competenza degli autori/editori delle opere caricate, nonché a chi andrebbe attribuita la responsabilità in caso di violazione, n.d.a.).</p>



<p>2. Gli accordi di licenza conclusi dai prestatori di servizi di condivisione di contenuti online con i titolari dei diritti degli atti di comunicazione di cui al paragrafo 1 disciplinano la responsabilità per le opere caricate dagli utenti di tali servizi di condivisione di contenuti online conformemente alle condizioni enunciate nell’accordo di licenza, purché detti utenti non perseguano scopi commerciali (il responsabile delle opere caricate è colui a cui si fa causa in caso di violazione del copyright: vista la diversa disponibilità economica, è evidente che gli editori preferirebbero, ed è l’obiettivo di questa normativa, ottenere risarcimenti da Youtube, Facebook ecc. piuttosto che dal singolo utente, n.d.a.).</p>



<p>2 bis. Gli Stati membri dispongono che se i titolari dei diritti non desiderano concludere accordi di licenza, i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online e i titolari dei diritti cooperano in buona fede per garantire che non siano disponibili nei loro servizi opere o altro materiale protetti non autorizzati.</p>



<p>2 ter. Gli Stati membri provvedono a che i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online di cui al paragrafo 1 istituiscano meccanismi di reclamo e ricorso celeri ed efficaci a disposizione degli utenti qualora la cooperazione di cui al paragrafo 2 bis conduca alla rimozione ingiustificata dei loro contenuti. I reclami presentati a norma di tali meccanismi sono trattati senza indugi e soggetti a verifica umana. I titolari dei diritti giustificano ragionevolmente le loro decisioni onde evitare che i reclami siano rigettati arbitrariamente. […] Gli Stati membri provvedono altresì a che gli utenti possano adire un organismo indipendente per la risoluzione di controversie, oltre al giudice o un’altra autorità giudiziaria competente, per far valere l’applicazione di un’eccezione o di una limitazione alla normativa sul diritto d’autore.</p>



<p>13 bis. Gli Stati membri dispongono che le controversie tra gli aventi causa e i servizi della società dell’informazione relativamente all’applicazione dell’articolo 13, paragrafo 1, possano essere soggette a un sistema di risoluzione alternativa delle controversie. Gli Stati membri istituiscono o designano un organismo imparziale che disponga delle competenze necessarie, affinché assista le parti nella risoluzione delle controversie nel quadro di tale sistema.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tutta colpa di Google?</h4>



<p>Negli ultimi dieci anni, i siti di informazione di qualsiasi entità hanno avuto la possibilità di iscriversi ad aggregatori di notizie come Google News, Yahoo! News o Flipboard. Come è noto, gli aggregatori citano le notizie dei vari giornali e in cambio veicolano milioni di click ai giornali iscritti. Ma “quando tali aggregatori hanno iniziato a includere sempre più informazioni fino a integrare il titolo della news, una foto e lo snippet, cioè un breve riassunto del contenuto, l’incantesimo si è rotto.</p>



<p>I lettori riuscivano a comprendere la notizia senza approfondirne l’intera versione nel giornale di provenienza, procurando così un guadagno solo per l’aggregatore” (10). Dall’analisi dei comportamenti degli utenti nei confronti dell’informazione online è emerso infatti che chi accede agli aggregatori si accontenta ormai delle sole anteprime dei contenuti: questo meccanismo ha convinto gli inserzionisti ad acquistare gli spazi pubblicitari del solo aggregatore, a discapito dei siti dei giornali, che hanno visto ridursi la loro principale fonte di sostentamento.</p>



<p>Ora, la dinamica è senza dubbio preoccupante, a nostro avviso non tanto per le conseguenze che provoca sul bilancio degli editori, ma perché testimonia il degrado in cui versa il pensiero critico. Ma bisogna innanzitutto chiedersi se la responsabilità del comportamento degli utenti possa essere davvero caricata sulle spalle degli aggregatori (e se siano pertanto loro a doversi sobbarcare un onere), o non dipenda invece della perdita di qualità degli articoli di approfondimento delle ‘grandi’ testate o dal poco interesse dei cittadini nei confronti di un certo tipo di cultura.</p>



<p>In secondo luogo occorre verificare che la soluzione non sia peggiore del male, e secondo Matteo Rainisio, vicepresidente di ANSO (Associazione Nazionale Stampa Online), questo è precisamente il caso: “Ad avvantaggiarsi [della link tax] sarebbero unicamente i grandi gruppi editoriali che potrebbero da un lato proteggere il proprio contenuto e dall’altro far valere la loro forza per ottenere il pagamento del dovuto […] uccidendo di fatto non solo piccole testate storiche che sono già alle prese con la trasformazione verso il digitale, ma anche e soprattutto tutte le aziende […] native digitali che in questi anni hanno contribuito a creare nuovi posti di lavoro e a sopperire a una sempre maggiore distanza tra i grandi media e i territori più periferici e distanti dai grandi agglomerati urbani” (11).</p>



<p>Se infatti le piccole testate indipendenti – che vivono soprattutto della pubblicità sui propri siti – dovessero pagare per pubblicare lo snippet di articoli il cui copyright è detenuto da altri, non riuscirebbero a sostenersi e dovrebbero chiudere. Inoltre, secondo molte voci critiche che solidarizzano con l’opinione di Rainisio, la prova provata della pericolosità della proposta di normativa sarebbero i risultati ottenuti con l’introduzione dell’ancillary copyright in Germania e Spagna. L’ancillary copyright, come l’art. 11, impone il pagamento di un compenso per ogni riproduzione parziale di una fonte. Di fronte alla necessità di pagare per pubblicare gli snappet o rischiare risarcimenti milionari per violazione del copyright, alcuni aggregatori (come Google News in Spagna) hanno deciso semplicemente di chiudere il servizio.</p>



<p>Tutti gli editori online si sono così trovati privi del traffico generato dai giganti del web e, se le grandi testate sono riuscite a sopravvivere grazie alla pubblicità generata dai click degli utenti fidelizzati, centinaia di piccole realtà editoriali, che potevano contare solo sui lettori indirizzati al loro sito da servizi come Google o Facebook, sono fallite.</p>



<p>Ma ci sono ulteriori perplessità. Secondo Guido Scorza, avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie (12), una riguarda i tempi di attuazione: “La proposta di direttiva, concepita nel suo impianto originario nel 2016 e destinata a essere approvata nel 2018, nella migliore delle ipotesi, diventerà legge nei 27 Paesi membri dell’Unione nel 2021. Cinque anni nel mondo del digitale, complice il vorticoso avvicendarsi delle soluzioni tecnologiche e dei modelli di business, rappresentano un’era geologica. È pressoché impossibile che una regola – specie se di dettaglio come molte di quelle dettate nella proposta di direttiva in questione – concepita nel 2016 sia in grado di governare efficacemente i fenomeni che contraddistingueranno il mercato dei contenuti audiovisivi nel 2021”.</p>



<p>C’è poi da considerare che la proposta di direttiva è una classica “norma-contro”: “L’obiettivo dichiarato della Direttiva, infatti, è […] ‘zavorrare’ sotto il profilo competitivo i cosiddetti over the top (13) così da rallentarne la corsa e la monopolizzazione dei mercati. Ma il punto è che l’esperienza – anche quella europea – insegna che non si scrivono mai leggi-contro, ovvero pensando a un soggetto specifico. Le leggi sono, per definizione, generali e astratte e tradire questa regola significa innescare pericolose reazioni a catena suscettibili di produrre effetti collaterali di gran lunga peggiori rispetto alla situazione che si sarebbe ambito a governare. Nel caso della proposta di direttiva questo scenario è palese, evidente e innegabile […] Stiamo affidando a Google il compito di decidere in relazione a quale contenuto rischiare una causa per violazione della proprietà intellettuale e in relazione a quale contenuto procedere immediatamente alla rimozione senza rischiare. Il risultato, purtroppo, è scontato: in relazione ai contenuti degli utenti con le spalle larghe Google potrà anche sfidare le ire e gli avvocati dei titolari dei diritti mentre in relazione ai contenuti degli utenti meno strutturati non sarà disponibile a correre nessun rischio”.</p>



<p>Secondo Stefano Quintarelli, presidente del Comitato d’Indirizzo dell’Agenzia per l’Italia Digitale, la riforma Ue del copyright rischia inoltre di equiparare fake news e buon giornalismo in termini di ripartizione dei proventi della link tax (14). Come abbiamo visto, infatti, il pagamento del copyright proposto dalla direttiva non si basa né su un sistema a quota forfettaria né sul numero di articoli/ contenuti condivisi dall’aggregatore /sito e poi clickati dagli utenti, ma su una parte del flusso di denaro generato dalla pubblicità degli OTT: maggiore sarà la circolazione del singolo contenuto, maggiore saranno i ricavi da attribuire all’editore.</p>



<p>In termini di redditività, dunque, gattini, fake news, clickbaiting (un termine che indica un contenuto web la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile d’internauti, per generare rendite pubblicitarie online) e articoli di buon giornalismo saranno considerati tutti alla stessa stregua e, se già oggi ci lamentiamo di venire inondati di contenuti-spazzatura, figuriamoci cosa accadrebbe se la proposta venisse trasformata in legge.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’art. 13 e la petizione dei padri fondatori</h4>



<p>Di tutt’altro genere e gravità sono i problemi che nascerebbero dall’attuazione dell’art. 13, che prevede, senza dichiararlo esplicitamente, l’utilizzo di algoritmi matematici per bloccare i contenuti caricati dagli utenti il cui fingerprint (una stringa di bite che identifica un certo file) corrisponda a quello di contenuti protetti da copyright (15).</p>



<p>In caso di falso positivo, cioè quando l’algoritmo confonde un contenuto originale con uno soggetto a copyright, spetta al cittadino l’onere di dimostrare che l’algoritmo ha sbagliato: “Questi sistemi di classificazione si basano su meccanismi probabilistici ed è matematicamente dimostrato che commettono errori, sia falsi positivi che falsi negativi. Su Youtube, in un’ora, vengono caricati video per una durata di oltre 65 anni (dato di qualche anno fa). Il numero di contenuti ingiustamente bloccati per decisione di un sistema di intelligenza artificiale sarà enorme”.</p>



<p>In aggiunta la proposta relativa al ripristino online dei contenuti rimossi a torto appare vaga, e stabilisce la creazione di un ‘garante’ ad hoc che non solo sia in grado di dirimere tutte le controversie in tempi brevissimi, ma che abbia addirittura l’autorità per imporre alla piattaforma la ripubblicazione del contenuto. Ciò è del tutto irrealistico, e perfino ipocrita, secondo Quintarelli, perché “il Parlamento europeo sa bene che, sfortunatamente, nessuno di noi ha diritto – nel senso pieno del termine – a che YouTube o un’altra delle grandi piattaforme ospitino i nostri contenuti”, quindi nessuno di noi ha qualcosa da far valere davanti a un giudice qualora il nostro contributo finisse nelle maglie dell’algoritmo.</p>



<p>In più, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei contenuti trasformerebbe Internet “da una piattaforma aperta per la condivisione e l’innovazione in uno strumento di sorveglianza automatica e di censura”, dicono le voci di riferimento del web, come Tim Berners-Lee, creatore del world wide web; Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia; Brian Behlendorf, primo sviluppatore dell’Apache HTTP server (la piattaforma server più diffusa al mondo); Joichi Ito, direttore del Media Lab del MIT, e altri 64 fra i più grandi esperti della realtà digitale.</p>



<p>Già in giugno i ‘padri fondatori’ della rete hanno pubblicato una lettera aperta al presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani per denunciare “questa imminente minaccia al futuro del global network” (16). Il danno che potrebbe essere arrecato a Internet come lo conosciamo è difficile da prevedere, ma a loro avviso sarebbe sostanziale: “In particolare, lungi dal danneggiare le grandi piattaforme Internet americane (che possono benissimo farsi carico dei costi di compliance), il peso dell’art. 13 ricadrà molto più pesantemente sui loro competitor, comprese le start up europee e le piccole e medie imprese.</p>



<p>&#8220;Il costo degli investimenti necessari nelle tecnologie per il filtro automatico dei contenuti sarà oneroso, e inoltre queste tecnologie non hanno raggiunto un livello di sviluppo tale da farle considerare affidabili […] L’impatto dell’art. 13 sarà pesante anche sui normali utilizzatori delle piattaforme Internet, non solo su coloro che caricano musica o video (spesso rispettando le normative sui copyright e le relative eccezioni, cosa che l’art. 13 sembra ignorare), ma anche su quanti contribuiscono con foto, testi o codici di computer a piattaforme collaborative come Wikipedia and GitHub”.</p>



<p>Gli studiosi dubitano anche della legalità dell’art. 13. Per esempio, il Max Planck Institute for Innovation and Competition ha dichiarato che “obbligare alcune piattaforme a utilizzare tecnologie che identificano e filtrano i dati dei loro utilizzatori prima dell’upload su servizi accessibili al pubblico viola sia l’art. 15 della direttiva INFOSOC, sia la Carta Europea dei Diritti Fondamentali”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>L’approvazione della “Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul diritto d’autore nel mercato unico digitale” è stata interpretata generalmente come una vittoria dei grandi editori nei confronti delle piattaforme Internet, ma rappresenta di fatto un passo indietro nel percorso verso una rete più libera nella veicolazione dei contenuti e nell’apertura verso nuovi modelli di business. A prevalere in sede istituzionale sono stati, ancora una volta, i vecchi interessi e le scorciatoie normative piuttosto che l’innovazione imprenditoriale e tecnologica. E a perdere sono soprattutto i cittadini, tanto in libertà di diffusione dell’informazione quanto nella possibilità di accesso alla stessa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52016PC0593" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52016PC0593</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Copyright: il Parlamento europeo approva la riforma, Ansa, 12 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Copyright, il Parlamento europeo approva la riforma. Tajani: «Fine del far west digitale», Ansa, 13 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/posts/una-vergogna-tutta-europea-il-parlamento-europeo-ha-introdotto-la-censura-dei-co/1897710956932108/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/posts/una-vergogna-tutta-europea-il-parlamento-europeo-ha-introdotto-la-censura-dei-co/1897710956932108/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Marco Pratellesi, Riforma del copyright: perché non è una link tax, ma riguarda il nostro futuro, Agi, 28 agosto 2018</p>



<p class="has-small-font-size">7) Jennifer Ranking, EU votes for copyright law that would make internet a &#8216;tool for control&#8217;, The Guardian, 20 giugno 2018</p>



<p class="has-small-font-size">8) Negli articoli di commento sul web si fa riferimento in genere alla versione degli articoli in oggetto così come erano formulati in origine. Noi riportiamo invece la versione approvata, che tiene conto degli emendamenti apportati. Per un confronto fra le due versioni si veda <a href="https://www.certifico.com/component/attachments/download/10298" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.certifico.com/component/attachments/download/10298</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) I soggetti elencati sono: artisti interpreti o esecutori, produttori di fonogrammi, produttori delle prime fissazioni di una pellicola, organismi di diffusione radiotelevisiva, in <a href="https://eurlex.europa.eu/legalcontent/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32001L0029&amp;from=DE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://eurlex.europa.eu/legalcontent/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32001L0029&amp;from=DE</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Antonino Polimeni, Copyright, Polimeni: “Perché la direttiva Ue tutela chi vuole investire”, Agenda Digitale, 12 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">11) Matteo Rainisio, Editoria iperlocale in pericolo, Varesenews, 6 febbraio 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) Guido Scorza, Direttiva Ue sul copyright, Scorza: “Minaccia alla libertà di espressione, ecco perché”, Agenda Digitale, 21 giugno 2018</p>



<p class="has-small-font-size">13) L’AGCOM definisce over the top (OTT) le imprese che forniscono, attraverso la rete Internet, servizi, contenuti (soprattutto video) e applicazioni di tipo ‘rich media’, per esempio le pubblicità che appaiono ‘sopra’ la pagina di un sito web mentre lo si visita e che dopo una durata prefissata scompaiono</p>



<p class="has-small-font-size">14) Stefano Quintarelli, Riforma copyright, Quintarelli: “Due problemi sottovalutati da tutti”, Agenda Digitale, 18 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Nella versione della Direttiva bocciata a luglio si parlava di “tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti”, ma la dicitura è scomparsa dal testo approvato in virtù di un emendamento; tuttavia l’identificazione e il blocco dei contenuti che violano il copyright, vista la mole immensa di dati di cui si tratta, non può avvenire in alcun altro modo</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.eff.org/files/2018/06/13/article13letter.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eff.org/files/2018/06/13/article13letter.pdf</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Democrazia digitale. Chiusi in una bolla</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/democrazia-digitale-chiusi-in-una-bolla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 11:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[La democrazia ai tempi del capitalismo digitale: informazione e web, allarme fake news, ma il vero problema è la bolla dentro cui gli algoritmi di profilazione ci rinchiudono]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-55-dicembre-2017-gennaio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 55, dicembre 2017 &#8211; gennaio 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La democrazia ai tempi del capitalismo digitale: informazione e web, allarme fake news, ma il vero problema è la bolla dentro cui gli algoritmi di profilazione ci rinchiudono</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’ultimo rapporto del Reuters Institute, “Digital News Report 2017”, pubblicato a giugno, analizza il modo di fruire l’informazione da parte dei cittadini di trentasei Paesi dell’area occidentale: Europa, America del nord e del sud, area del Pacifico. Non è una sorpresa, eppure il primo dato che cattura l’attenzione è il divario generazionale: chi è cresciuto in internet considera la rete la sua principale fonte d’informazione.</p>



<p>Nella fascia di età 18- 24 anni il 64% legge le notizie online, ed è un numero di poco inferiore, il 58%, tra i 25-34 anni; sull’altro lato della scala, per gli over 55 è appena il 28%, che sale al 39% tra i 45-54 anni. All’interno di queste percentuali, il 33% tra i più giovani segue le news attraverso i social network (Facebook non ha rivali, con il suo 47%, subito dopo si posiziona Youtube con il 22% mentre Twitter è al 10%); nelle ultime due fasce di età, appena il 10 e il 7% si informa all’interno dei social. È evidente quindi che la rete e Facebook assumeranno in futuro sempre più importanza nel campo dell’informazione.</p>



<p>Politica e grande stampa denunciano un rischio per la democrazia collegato a questo passaggio di testimone tra i media tradizionali e il web, perché internet e i social sono anche il mezzo virale di diffusione delle fake news. Il rischio di fatto esiste ma non nei termini in cui viene presentato, e non collegato alle false notizie.</p>



<p>È definita ‘bolla informativa’ l’ambito chiuso che viene a crearsi, intorno a ogni persona che navighi in rete, come risultato della profilazione messa in atto dai grandi attori del web. Google innanzitutto, con l’enorme potere che gli deriva dall’essere il principale motore di ricerca, e che registra ogni volta che lo utilizziamo l’indirizzo IP del dispositivo (computer, smartphone ecc.), identificandoci, e collegando a esso geolocalizzazione, le ricerche precedenti, i siti visitati ecc. Con questa profilazione Google crea una sorta di carta d’identità di chi siamo – gli argomenti che interessano, cosa piace, cosa acquistiamo&#8230; – che si arricchisce a ogni navigazione, per proporci, come risultato delle nostre ricerche, le risposte più affini a ciò che, in pratica, pensiamo. È facile verificarlo inserendo le stesse parole chiave su un computer utilizzato da un’altra persona, con interessi differenti dai nostri: i siti proposti come risultato della ricerca saranno diversi. La conseguenza evidente di una simile pratica è di isolare ciascuno di noi in una&nbsp;<em>bolla</em>, appunto, culturale e ideologica, impedendoci di entrare in contatto con idee e opinioni diverse dalle nostre.</p>



<p>La bolla di Google è antica quasi quanto Google, e la si può sfuggire utilizzando altri motori di ricerca o software che modificano l’indirizzo IP, bloccano gli algoritmi di profilazione ecc.; programmi semplici da installare, che tuttavia solo una minima parte delle persone che accedono a internet utilizza, per mancanza di consapevolezza o semplice disinteresse a tutelare la propria privacy e libertà. Il problema tuttavia è che questa situazione di prigionia è destinata ad aggravarsi, non essendo più solo Google a usare gli algoritmi per identificarci e tenerci rinchiusi.</p>



<p>A marzo il New York Times ha annunciato l’avvio di una sperimentazione: la personalizzazione delle notizie (1). In base alla profilazione dell’utente che accede al sito del quotidiano, muterà la proposta di articoli visibili sulla pagina online, sia da un punto di vista geografico – saranno in primo piano le news relative al luogo in cui ci si trova – sia tematico: se leggo spesso articoli sull’immigrazione continuerò a vederli, se evito le notizie relative al mondo del lavoro, non le vedrò più.</p>



<p>A ottobre anche la BBC ha lanciato un programma di ricerca quinquennale con l’obiettivo di creare una “BBC più personale”, per sviluppare contenuti specifici e dare a ogni singolo spettatore ciò che gli interessa (2). La tecnica utilizzata è la stessa, la profilazione, e il risultato sarà il medesimo ottenuto dal New York Times. È facile ipotizzare che a breve altre importanti testate percorreranno la strada delle&nbsp;<em>news su misura</em>.</p>



<p>Da tempo si è mosso anche Facebook, e data l’egemonia che ha conquistato tra i social e la crescita del suo ruolo come canale privilegiato per accedere alle notizie, l’impatto delle sue scelte è enorme. Già ora, dentro Facebook, ogni utente è all’interno di una bolla relazionale e informativa: nella bacheca vede solo ciò che postano gli&nbsp;<em>amici</em>&nbsp;– e tendenzialmente ci si circonda di persone con cui si hanno affinità di pensiero – e grazie alla profilazione gli algoritmi scelgono quali notizie proporre in base agli interessi personali (i post pubblicati e condivisi, i ‘mi piace’, i video guardati ecc.). A ciò si aggiungono alcune recenti novità.</p>



<p>A ottobre l’impresa di Zuckerberg ha avviato dei test per separare i contenuti visualizzati dagli utenti: da una parte i post di amici e quelli promossi con contratti pubblicitari – siano essi prodotti commerciali o le notizie pubblicate da una testata – in una bacheca alternativa, che occorre andarsi a cercare, i contenuti non sponsorizzati (3). La sperimentazione è stata attivata in Bolivia, Guatemala, Cambogia, Slovacchia, Serbia e Sri Lanka, e ha immediatamente registrato un crollo dal 60 all’80% dei contenuti pubblicati non a pagamento.</p>



<p>Già da un paio di mesi circa, inoltre, pur continuando nei Paesi estranei al test a mantenere un’unica bacheca per tutti i post, Facebook ha lanciato una campagna per promuovere le sponsorizzazioni a pagamento (rivolta alle pagine pubbliche, non ai profili personali), e contemporaneamente ha modificato alcuni algoritmi, penalizzando fortemente la visibilità dei contenuti pubblicati se non sponsorizzati – l’abbiamo riscontrato anche sul nostro profilo Paginauno Rivista: un crollo di quasi il 50% delle visualizzazioni da un giorno all’altro.</p>



<p>Profilazione significa anche realtà come la Cambridge Analytica, società che utilizzano le cosiddette ‘scienze comportamentali’ per profilare i potenziali elettori e vendere le relative analisi a partiti e candidati. Dati su cui lo staff della campagna elettorale costruisce messaggi personalizzati, che si basano anch’essi sul dire a ognuno ciò che vuol sentirsi dire; rafforzano quindi le opinioni che la persona già possiede, per indirizzare il suo voto a favore di una proposta politica.</p>



<p>Questi messaggi raggiungono gli elettori all’interno dei social attraverso il nuovo strumento della ‘propaganda computazionale’, una tecnica che utilizzando robot a intelligenza artificiale crea centinaia di profili-bot che cliccano ‘mi piace’, condividono e postano contenuti, scrivono commenti con citazioni celebri e frasi ad alto impatto, e così costruiscono un falso consenso virtuale intorno a candidati o posizioni politiche; l’effetto<em>&nbsp;bandwagon&nbsp;</em>(carrozzone), poi, ossia la tendenza psicologica a lasciarsi trascinare dalla tesi che appare maggioritaria, lo trasforma in consenso reale.</p>



<p>Dietro le scelte di aziende private come Google, Facebook e Cambridge Analytica, e anche di testate come il NYT e la BBC, vi sono principalmente ragioni economiche. Profilazione significa innanzitutto dati da vendere – per ricerche di mercato, campagne di marketing o elettorali non fa differenza (4) – e istituendo il meccanismo dei contenuti a pagamento Zuckerberg aggiunge un nuovo terreno da coltivare a profitti; ma significa anche fidelizzare l’utente/cliente – perché lo si facilita nel trovare rapidamente i contenuti che gli interessano, in quel marasma dispersivo che è la rete, e lo si gratifica con la continua conferma di ciò che pensa – e quindi affinare il target e aumentare gli introiti pubblicitari, ponendo annunci mirati accanto ai contenuti.</p>



<p>Tuttavia il risvolto culturale, e quindi politico, di tutto questo, è devastante. Chiuso nella bolla di Google, dei quotidiani online e di Facebook, il cittadino si trasforma in un criceto che corre all’infinito dentro la ruota: le sue opinioni difficilmente cambieranno, privato dell’opportunità di incrociare punti di vista differenti che le mettano in discussione; anche la sua crescita intellettuale sarà limitata, la sua possibilità di allargare lo sguardo, non entrando mai in contatto con argomenti che non conosce e interessi che già non possiede. E l’unica informazione che potrà leggere dentro Facebook sarà quella mainstream, poiché le grandi testate possiedono le risorse economiche per pubblicizzare a pagamento i propri contenuti mentre le piccole, ancor più quelle indipendenti di controinformazione, che spesso hanno chiavi di letture critiche rispetto al pensiero unico dominante, soldi non ne contano mai.</p>



<p>Banale ricordarlo, ma non è mai stato storicamente interesse di chi detiene il potere creare le condizioni affinché il cittadino possa divenire una persona consapevole e informata; le conseguenze culturali dei processi di profilazione non sono quindi mai stati denunciati. Fino al risultato del referendum sulla Brexit e l’approdo di Trump alla Casa Bianca. La stampa statunitense si è allora scagliata contro il presidente Usa, accusando il suo staff di avere utilizzato in campagna elettorale aziende che si occupano di profilazione comportamentale e social-bot; ma ha taciuto che anche Hillary Clinton ne ha fatto uso, e che già Obama aveva varcato la frontiera della profilazione e dei robot AI (5).</p>



<p>È chiaro che fino a quando questi strumenti vengono utilizzati da quello che potremmo chiamare l’establishment – classe politica, mediatica ed economica unita nel promuovere l’attuale ideologia dominante, che per semplificare sintetizziamo nelle parole globalizzazione e neoliberismo – per l’establishment stesso non rappresentano un problema. Lo diventano quando vince il Sì al referendum sulla Brexit e subito dopo sulla scena arriva una figura, imprevedibile e difficile da gestire più che anti-sistema, come Trump. I due passaggi politici hanno suonato l’allarme: gli algoritmi di profilazione, uniti alla disponibilità di denaro, permettono a chiunque di arrivare direttamente ai cittadini, saltando la mediazione della stampa ufficiale, e spostare il consenso di parte dell’opinione pubblica a favore di una proposta elettorale che si presenti di rottura rispetto alle politiche attuate negli ultimi trent’anni.</p>



<p>Impossibilitati a lanciare il grido di battaglia contro i dispositivi di profilazione, perché a farne uso sono sia i ‘populisti cattivi’ che loro stessi, i ‘politici buoni’, senza dimenticare che rappresentano la struttura portante del capitalismo digitale, il nemico diventano le fake news. Che restano un problema, ma provocatoriamente possiamo dire che si sono democratizzate: ora a fabbricarle e diffonderle non è più solo la classe dirigente al potere.</p>



<p>Un rischio per la democrazia però, di fatto esiste. Ed è rappresentato dal diritto sempre meno garantito del cittadino a un’informazione che sia plurale, libera e indipendente, fuori da qualsiasi bolla. Perché a fare le spese di questa finta guerra rischiano di essere le realtà di controinformazione dal basso, per le quali la rete e Facebook hanno rappresentato un mezzo per esserci, far sentire la propria voce critica, cercare di raggiungere più persone possibili e incidere sull’opinione pubblica; sarà sempre più dura.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/2017/03/18/public-editor/a-community-of-one-the-times-gets-tailored.html" target="_blank"><em>A ‘Community’ of One: The Times Gets Tailored</em></a>, The New York Times, 18 marzo 2017<br>2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.bbc.co.uk/mediacentre/latestnews/2017/bbc-uk-universities-partnership" target="_blank"><em>BBC and UK universities launch major partnership to unlock potential of data</em></a>, BBC, 19 ottobre 2017<br>3) Cfr. Alex Hern,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/technology/2017/oct/23/facebook-non-promoted-posts-news-feed-new-trial-publishers" target="_blank"><em>Facebook moving non-promoted posts out of news feed in trial</em></a>, The Guardian, 23 ottobre 2017<br>4) Sugli aspetti del controllo sociale e della trasformazione del sistema politico attuati con la profilazione rimando a Renato Curcio,<a href="http://rivistapaginauno.it/la-societa-artificiale-controllo-sociale-lavoro-e-trasformazione-del-sistema-politico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<em>La società artificiale. Controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico</em></a>,&nbsp;Paginauno n. 55/2017<br>5) Cfr. Jamie Doward and Alice Gibbs,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/politics/2017/mar/04/nigel-oakes-cambridge-analytica-what-role-brexit-trump" target="_blank"><em>Did Cambridge Analytica influence the Brexit vote and the US election?</em></a>, The Guardian, 4 marzo 2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vivendi vs Mediaset: è il business, bellezza!</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/vivendi-vs-mediaset-e-il-business-bellezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 15:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2970</guid>

					<description><![CDATA[Dentro la battaglia Bolloré/Berlusconi, con ben poca italianità e molto mercato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-51-febbraio-marzo-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 51, febbraio &#8211; marzo 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dentro la battaglia Bolloré/Berlusconi, con ben poca italianità e molto mercato</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La vicenda</h4>



<p>L’8 aprile 2016 Mediaset ha annunciato un accordo con Vivendi, la società francese attiva nel settore dei media e delle comunicazioni e controllata dal gruppo Bolloré, per lo sviluppo congiunto di nuovi progetti industriali su scala internazionale. Secondo il comunicato stampa di Vivendi, “l’accordo con Mediaset conferma l’intenzione di Vivendi di costruirsi una posizione forte nell’Europa meridionale, un mercato che condivide comuni radici culturali latine. La presenza significativa di Mediaset in Italia e in Spagna, attraverso la televisione generalista e i canali tematici (gratis e a pagamento), rappresenta un’importante tappa verso il raggiungimento di questo obiettivo. Rappresenta anche un passo significativo di Vivendi verso la sua ambizione di divenire un grande gruppo internazionale con una natura europea nel settore dei media e dei contenuti” (1). L’intesa prevedeva che Mediaset cedesse a Vivendi azioni proprie per un importo pari al 3,5% del capitale sociale e il 100% di Mediaset Premium (la tv a pagamento del Biscione gestita – molto male – da Piersilvio Berlusconi), in cambio del 3,5% del capitale sociale del gruppo francese.</p>



<p>Tutto sembrava funzionare nel migliore dei modi quando il 26 luglio Vivendi ha comunicato alla stampa di non volere più rispettare i termini del contratto: secondo quanto dichiarato dai francesi, in maggio i conti avevano evidenziato una perdita mai emersa prima di oltre 56 milioni (in proiezione oltre 200 milioni l’anno), e già il 21 giugno Arnaud de Puyfontaine, Ceo di Vivendi, aveva informato il management Mediaset di aver riscontrato differenze significative nelle analisi e nelle prospettive reddituali di Mediaset Premium rispetto ai dati su cui si era basato l’accordo. Pertanto, vista la situazione e in mancanza di una soluzione percorribile, il gruppo francese non si riteneva più tenuto a onorare il contratto.</p>



<p>Mediaset, ritenendo di aver trattato in piena trasparenza e che Vivendi fosse consapevole di ogni aspetto dell’accordo, si è rivolta alla magistratura per ottenerne l’esecuzione coattiva e il risarcimento dei danni (il 19 agosto), seguita a ruota da Fininvest in qualità di maggiore azionista (il 23 agosto). La vicenda si è trascinata per tutto l’autunno senza novità significative in attesa delle decisioni della magistratura, mentre i due contendenti sostenevano a mezzo stampa la propria campagna mediatica a colpi di accuse e controaccuse, finché lo scorso 12 dicembre, del tutto inaspettatamente (almeno per i diretti interessati), Vivendi ha iniziato a effettuare sul mercato massicci acquisti del titolo del Biscione, decuplicando in pochi giorni il proprio portafoglio di azioni Mediaset e arrivando a fine anno a detenere il 30% del capitale, soglia-limite oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa (Offerta pubblica di acquisto di titoli, la mossa ostile per eccellenza per giungere al controllo di una società quotata in Borsa).</p>



<p>Vivendi ha speso in pochi giorni circa 1,2 miliardi di euro, raddoppiando quasi il corso dei titoli Mediaset, passati da 2,71 euro a 4,57 euro ad azione, mentre la famiglia Berlusconi, proprietaria di Fininvest, cercava di riorganizzare le proprie difese: dopo aver investito altri 120 milioni per giungere al 39,7% dei diritti di voto in Mediaset, quota massima stabilita per legge nel 2016 (da aprile prossimo potrà salire di un ulteriore 1,27% e a dicembre 2018 di un altro 3,5%), Fininvest si è rivolta alla Consob (la Commissione per le società e la Borsa), denunciando Vivendi per abuso di informazioni privilegiate (cioè, sostanzialmente, per aver fatto crollare di proposito le azioni Mediaset rompendo il contratto in luglio con l’obiettivo di rendere la società vulnerabile a una scalata). Sulla base della nota trasmessa alla Commissione si è attivata anche l’Agcom (l’Autorità di garanzia del settore delle comunicazioni), che il 21 dicembre, dopo aver avvertito Bolloré della possibilità di fermare l’eventuale concentrazione di potere determinato dall’accoppiata Mediaset-Telecom Italia (di cui Vivendi detiene il 24,19%), ha deciso di aprire un’istruttoria per verificare la possibile violazione delle norme sui servizi di media audiovisivi e radiofonici, basato sulla legge Gasparri.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il gruppo Bolloré e Vivendi</h4>



<p>Vincent Bolloré, classe 1952, è il primo azionista di Vivendi con il 20%. Nato a Boulogne-Billancourt, appartiene a una famiglia di industriali bretoni, ma ha iniziato la sua carriera nel settore finanziario, presso la Banque de l’Union européenne industrielle et financière (1970) prima, e nella Compagnie Financière Edmond de Rothschild (1975) poi. Nel 1981 ha preso in mano la gestione dell’azienda di famiglia, una cartiera in gravi difficoltà finanziarie, decidendo di uscire dal core business per investire inizialmente nel settore delle pellicole di plastica ultrafini, e in seguito diversificare nel comparto dell’energia, nell’agroalimentare (piantagioni di cacao e cotone in Africa e vino in Francia), nei trasporti e nella logistica, e infine nel settore media. Oggi il gruppo Bolloré è una delle 500 più grandi società del mondo, con più di 58.000 dipendenti, un fatturato di circa 10,8 miliardi di euro, reddito netto per 727 milioni e mezzi propri per 11,2 miliardi (2). Gli interessi del gruppo sono saldamente in mano alla famiglia Bolloré, e “il controllo stabile della maggioranza del capitale consente al gruppo di sviluppare una politica di investimento a lungo termine” (3).</p>



<p>Figura ricca di chiaroscuri, Bolloré è stato al centro di numerose polemiche, sia per i suoi interessi economici nella cosiddetta Françafrique (avrebbe avuto grandi privilegi da parte dei governi degli Stati africani grazie alle pressioni politiche e diplomatiche, a volte anche sfociate in interventi militari veri e propri, esercitate dal governo francese presieduto dall’amico Nicolas Sarkozy, a cui ha più volte messo a disposizione il proprio jet privato e lo yacht [4]), sia per il suo comportamento con i compagni d’affari: “Ha soffiato l’impero di famiglia a una delle più blasonate dinastie transalpine, sfilato una banca all’amico di papà, teso agguati in Borsa ai compagni di scuola. Ha scaricato senza troppe cerimonie – quando serviva – anche i consiglieri più fidati. Facendosi tanti nemici, va da sé, ma mettendo assieme quel tesoretto che gli consente oggi di tenere sotto scacco la Fininvest” (5).</p>



<p>A giocare duro Vincent ha iniziato nel 1991 quando, per salvaguardare una sua giovane società di trasporti marittimi contro la rivale Delmas, ha persuaso il conte Eduard de Ribes, amico di famiglia e presidente storico di Banque Rivaud, a finanziare il rastrellamento in Borsa del 5% delle azioni del rivale, mentre contattava personalmente tutti i membri della famiglia Vielijeux (i proprietari della Delmas) per convincerli a cedergli le azioni, giungendo infine a ottenere il controllo del gruppo. Stupito dalla spregiudicatezza e dalla tenacia dell’imprenditore, de Ribes ne invoca l’aiuto in occasione della scalata ostile da parte di Stern e Dumenil Léblé (quest’ultima di proprietà di Carlo De Benedetti) e, una volta scongiurato il pericolo, lo chiama ad affiancarlo nella gestione della Banque Rivaud.</p>



<p>Un bel gesto che il conte è destinato a pagare caro: nel 1996, quando un dipendente accusa la società di evasione fiscale, Bollo coglie al volo l’occasione per defenestrare de Ribes (che verrà indagato per “abus de biens sociaux et présentation de comptes inexacts”, letteralmente “abuso di beni societari e falsificazioni contabili”). Alleatosi con i soci belgi e incassato il beneplacito dell’establishment parigino della destra gaullista (cliente storico della banca), Vincent si è impossessato della ricchissima cassa dell’istituto di credito, ancora oggi controllata dal gruppo Bolloré tramite la Socfin (mentre de Ribes, assolto da tutte le accuse, è stato per molti anni amministratore del gruppo Bolloré, segno che negli affari i sentimenti lasciano il tempo che trovano).</p>



<p>In Italia il finanziere è entrato attraverso il ‘salotto buono’ di Mediobanca, di cui è ufficialmente socio dal 2002, ed è oggi secondo azionista (in Cda siede la sua ultimogenita Marie) con quasi l’8% del capitale vincolato al patto di sindacato: da notare che il primo azionista è il gruppo Unicredit, con una quota dell’8,56%, mentre il terzo azionista è Banca Mediolanum del binomio Doris-Berlusconi, con il 3,34% (6).</p>



<p>Da Mediobanca è arrivato in Generali (di cui l’istituto di piazzetta Cuccia è il principale azionista), dove ha ricoperto il ruolo di vicepresidente fino a ottobre 2013 (del Leone ha una piccola quota di azioni dirette, oltre quelle controllate attraverso Mediobanca), e in cui la sua influenza è ancora oggi decisiva: Philippe Donnet, il manager francese Ceo e Ad di Generali dal 17 marzo 2016, ha fatto parte dal 2008 fino alla nuova nomina del consiglio di sorveglianza di Vivendi, mentre Jean-René Fourtou, nel consiglio di amministrazione di Generali dal dicembre 2013, ne è stato Ceo dal 2002 al 2005 (e ne è tuttora presidente onorario).</p>



<p>Nel 2010 ha acquistato il 5% della holding Premafin di Salvatore Ligresti, ed è stato condannato dalla Consob a una multa di 3 milioni di euro e a 18 mesi di interdizione per aver gonfiato il prezzo delle azioni in vista della vendita della società (operazione in seguito naufragata), al gruppo Groupama. Nel libro soci di Telecom è entrato invece nell’estate 2015, quando Vivendi ha venduto la brasiliana Global Village Telecom (GVT) agli spagnoli di Telefonica per 7,6 miliardi e ha ricevuto, come parte del compenso, un pacchetto dell’8,3% di azioni della società italiana, diventandone primo azionista. In seguito Vivendi ha aumentato la sua quota in Telecom Italia con acquisti sul mercato borsistico e oggi ne possiede il 24,9%.</p>



<p>In Francia, nel maggio del 2016, malgrado le accuse di irregolarità e i ricorsi in tribunale, Vivendi ha conquistato Gameloft, società specializzata nei videogiochi per telefonini, soffiandola ai fondatori bretoni Guillemot, cui nel dicembre scorso ha tolto anche il gioiello di famiglia Ubisoft (Rayman, Prince of Persia, Assassin’s Creed, Far Cry, Just Dance).</p>



<p>Prima della rottura del contratto su Mediaset Premium e della scalata a Mediaset, Bolloré era considerato vicino a Silvio Berlusconi grazie ai legami con l’imprenditore e produttore cinematografico tunisino Tarak Ben Ammar, amico storico di Gheddafi e Sarkozy e rappresentante della finanza francese in Italia, che siede – tra gli altri – nei Cda di Mediaset, Mediobanca, Generali, Telecom e Vivendi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il problema Telecom</h4>



<p>Il 17 gennaio l’Agcom ha fatto sapere, al termine dei lavori preliminari svolti dai commissari sull’affaire Vivendi-Mediaset (le conclusioni sono attese per il 21 aprile), che una eventuale Opa di Vivendi non sarebbe giuridicamente accettabile,&nbsp;<em>ceteris paribus</em>. In particolare l’Agcom fa riferimento al comma 11 dell’articolo 43 (Posizioni dominanti nel sistema integrato delle comunicazioni) del Testo Unico della Radiotelevisione (7), secondo il quale “le imprese, anche attraverso società controllate o collegate, i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai sensi dell’articolo 18 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, sono superiori al 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore, non possono conseguire nel sistema integrato delle comunicazioni ricavi superiori al 10 per cento del sistema medesimo”.</p>



<p>L’Agcom fa presente che la presenza di Vivendi in Telecom “potrebbe configurare violazione del citato articolo 43”, ma “è un condizionale superato dai fatti. Secondo i dati diffusi giovedì scorso dalla stessa Agcom, Telecom – da sola – detiene già il 44,7% del mercato delle comunicazioni elettroniche e Mediaset già rappresenta il 13,3% del Sic. Un solo soggetto, insomma, non può detenere il controllo delle due aziende. Una delle due andrebbe ceduta a un terzo soggetto”. Non solo: “Se si appurasse che l’investimento di Vivendi non è meramente finanziario ma si configurasse anche in questa fase (ossia senza avere il controllo di Mediaset) come abuso di posizione dominante, allora proprio in virtù dello stesso comma 11, la conseguenza sarebbe ancora più radicale. Si arriverebbe a sollecitare la rinuncia a un pacchetto di azioni. Un orientamento del genere, però, non è ancora definitivo e potrà essere formalizzato solo a conclusione dell’indagine” (8).</p>



<p>Evidentemente, di fronte a una scelta netta, Bolloré preferirebbe scaricare Telecom, con cui non ha ottenuto le sinergie sperate (soprattutto a causa del fallimento del progetto per la banda larga, naufragato per il tempo perso nella sostituzione del management e per l’ostilità del governo che ha preferito mettere in piedi l’operazione con Enel), e che sembra meno adatta di Mediaset per costruire il famoso “polo mediatico europeo”. Tanto più che esiste una comoda soluzione a portata di mano che, forse, gli permetterebbe di garantirsi comunque tutta la posta in gioco.</p>



<p>Non è un segreto infatti che Telecom Italia fa gola a Orange S.A. (la nuova denominazione sociale di France Télécom), la maggiore impresa di telecomunicazioni in Francia, che conta 170.000 dipendenti e 230,7 milioni di clienti nel mondo, una capitalizzazione di Borsa di circa 39 miliardi di euro, e la cui quota di controllo (23,16%) è in mano pubblica. Dopo le prossime elezioni presidenziali in Francia (previste per il 23 aprile), le due società di telecomunicazioni potrebbero decidere di fondersi, come fortemente voluto dall’amministratore delegato di Orange, Stéphane Richard.</p>



<p>Vivendi cederebbe dunque la sua partecipazione in Telecom, ma riceverebbe in cambio un pacchetto di azioni della controllante francese, e a quel punto potrebbe coinvolgere il colosso di Spagna, Telefonica, cui fa senz’altro gola un’alleanza con Mediaset Espana: “Una bella piramide in cima alla quale c’è Bolloré, saldamente al comando di Vivendi grazie all’alleanza con lo Stato francese […]. E sotto un impero che spazia dalla tv alle tlc, dai videogame alla pubblicità. Andrà così? Non lo sappiamo, anche se il gruppo Bolloré dispone della massa critica e del sostegno finanziario in Italia e in Francia per tentare l’impresa (9).</p>



<p>Esiste anche una seconda possibilità, tuttavia meno allettante: secondo il Testo Unico della Radiotelevisione, “l’operazione (il controllo contestuale di Mediaset e Telecom, n.d.a.) sarebbe possibile a condizione di rendere Mediaset più snella, più piccola come perimetro industriale. E per questo i francesi sono pronti a gettare in mare Mediaset Premium (con i suoi 558,8 milioni di ricavi). A facilitare i francesi di Vivendi è il fatto che, da quest’anno, il nostro Garante dovrà includere nel mercato editoriale classico (giornali, radio, tv) anche i colossi della Rete, come Facebook e Google”(10). Di conseguenza, in una definizione allargata di mercato editoriale, il peso specifico di Mediaset (senza Premium) si abbasserebbe sotto la quota limite del 10% del Sic.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La minoranza di blocco</h4>



<p>Anche se al momento la scalata di Vivendi a Mediaset è congelata in attesa degli sviluppi legali, e nonostante Fininvest ne possegga ancora la quota di controllo, la famiglia Berlusconi non è più in grado di gestire in libertà il Biscione: “In casa Mediaset le regole prevedono che per il via libera ai punti all’ordine del giorno delle assemblee straordinarie, dove si sottopongono al voto le decisioni più importanti, un numero di azionisti pari a 1/3 dei presenti può bloccare qualsiasi decisione. E dato che le assemblee di Mediaset non registrano quasi mai il 100% delle presenze è evidente che la quota detenuta da Vivendi, attualmente al 26,7% in termini di diritti di voto, può bastare e addirittura avanzare per bloccare i desiderata dell’azionista di riferimento di Mediaset, cioè Fininvest.</p>



<p>Prendendo come riferimento una partecipazione media a un’assemblea di Mediaset, compresa tra il 60% e il 70%, a Vivendi basterebbe rispettivamente il 20% e il 23,3% per dire ‘no, signori, questo punto non passa’. Vivendi, tra l’altro, può richiedere la convocazione di un’assemblea in modo molto agevole visto che è necessario detenere almeno il 5% delle azioni. Nelle frecce dell’arco che Bolloré può ancora lanciare nei confronti di Fininvest ci potrebbe essere anche la decisione di far inserire all’ordine del giorno di un’assemblea l’estensione dell’attuale consiglio d’amministrazione. Secondo quanto spiegano le stesse fonti, infatti, entrare nella stanza dei bottoni per i francesi significherebbe «dare un ulteriore segnale di forza». È altrettanto vero, tuttavia, che per arrivare alla nomina di propri consiglieri a Vivendi servirebbe una quota molto alta di azionisti favorevoli in assemblea. Fininvest è salita al 39,7% in sede di voto e ha rafforzato la propria posizione. Certo è che se Bolloré dovesse arrivare al 29,9% (come è avvenuto,&nbsp;<em>n.d.a.</em>) e allo stesso tempo riuscire a raccogliere l’adesione di altri azionisti, la partita non sarebbe impossibile come sembrava solo una settimana fa” (11).</p>



<h4 class="wp-block-heading">In difesa dell’italianità</h4>



<p>Berlusconi, però, non sembra voler sottomettersi senza lottare, e alla presentazione del libro di Bruno Vespa, il 21 dicembre scorso, si è espresso senza mezzi termini contro Vivendi: “Ci hanno fatto un ricatto, un’estorsione e quindi siamo in una battaglia di fronte a questa scalata ostile e pensiamo di resistere. Non mantenere la parola è qualcosa che non si può accettare, noi crediamo che la magistratura debba dare seguito alle nostre cause” (12). Il Cavaliere ‘spara’ anche contro la norma che impedisce a Fininvest di acquistare azioni oltre il 5% all’anno e auspica di arrivare al 51% grazie “a quei comitati per la difesa dell’italianità di Mediaset” che possono portare a raccogliere il voto “di circa il 20% delle azioni che sono nelle mani di differenti azionisti” (13).</p>



<p>Sono stati diversi i commentatori e i politici che hanno invocato un intervento del governo per fermare la scalata di Vivendi in Mediaset in nome della difesa dell<em>’italianità</em>. Tuttavia la mossa suggerita, cioè l’esercizio della Golden Power (14), non è praticabile: le nuove norme permettono sì allo Stato di intervenire anche su società di cui non sia azionista, “ma soltanto nel caso siano messi a rischio gli interessi nazionali da operazioni di mercato che riguardano aziende operanti nei settori strategici della difesa e sicurezza nazionale o che possiedono asset di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni (ma in questo caso gli asset strategici che giustificano un intervento dello Stato sono solo le reti di trasmissione)”, e comunque porre il veto all’adozione di delibere da parte degli organi societari od opporsi all’acquisto di partecipazioni è escluso “nel caso il soggetto scalatore sia comunitario,<br>come la francese Vivendi” (15).</p>



<p>E, secondo le dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda in un’intervista a La Stampa, il parere negativo espresso dal governo “sui metodi” dell’operazione finanziaria di Vivendi “non vuol dire che intendiamo stravolgere le regole del mercato o che ci sarà un intervento pubblico” (16). Inoltre, come ha pubblicato Mentana sul suo profilo Facebook, “c’è una grande manfrina in corso attorno alla possibile scalata di Mediaset da parte dei francesi.</p>



<p>È chiaro a tutti che non si può dire ‘giù le mani’ dopo aver lasciate indifese Telecom, Tim, Omnitel, Wind, la Bnl, Parmalat, Alitalia, le maggiori società di calcio (solo per fare qualche esempio), aver fatto spazio in Mediobanca e Generali a chi bussava coi soldi in mano (sempre Bolloré, peraltro) e dopo aver lasciato, nello stesso settore dei media, che Sky avesse il monopolio della tv satellitare. Perché invece Mediaset va difesa? Altri gruppi, penso a Discovery, hanno potuto acquistare canali tv e aprirne altri.</p>



<p>Qual è l’eccezione del Biscione? La risposta disarmante, ma vera è: Berlusconi. Cioè la politica. Che quel gruppo faccia capo al patriarca del centro-destra continua a far comodo a lui e alla sua parte politica, com’è ovvio, ma anche ai suoi avversari, come punto di forza ma anche di debolezza, su cui far leva quando necessario. È il vero motivo, del resto, per cui fin da subito il centro sinistra ha agitato il conflitto di interessi, salvo dimenticarsi di regolarlo nei tanti anni in cui è stato al governo (e nell’ultimo governo Prodi il ministro delle comunicazioni era un omonimo<br>dell’attuale premier…)”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Provincialismi</h4>



<p>Arnaud De Puyfontaine, Ceo di Vivendi, ha dichiarato in una lettera aperta a La Repubblica il 13 gennaio scorso: “Siamo in Italia per realizzare un progetto ambizioso, di lungo termine, costruito su ciò che l’Italia e la Francia hanno in comune: la vicinanza della loro tradizione latina. L’Italia, poi, ha molto da offrire, cultura, storia, esperienza, talento, professionalità, creatività, bellezza. In altre parole, voglio sottolineare che è proprio l’italianità al centro del nostro progetto. In particolare, pensiamo che essa sia una risorsa formidabile per generare crescita sia in Italia, sia in Francia. Ecco perché vogliamo dare più importanza e valore all’italianità delle aziende di cui siamo azionisti, consolidando le loro radici. Un modo per farlo è quello di dare un contesto europeo alla loro azione. Raggiungere una dimensione europea è un’opportunità unica per cogliere al meglio le sfide che offre un mondo ormai globalizzato”. E ancora: “Rafforzandosi in sud Europa, Vivendi sta scommettendo sulla cultura europea per far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita dei colossi anglosassoni, americani e cinesi. È per questo che siamo interessati a un’alleanza con Mediaset, un’azienda con una forte notorietà, ricca di professionalità e di potenziali sinergie con Vivendi. Basti pensare quali risultati si potrebbero raggiungere se Francia e Italia collaborassero nel campo del cinema e delle serie televisive” (17).</p>



<p>La strategia di Vivendi è dunque perfettamente chiara. Piuttosto la domanda che sorge spontanea è: cosa vorrebbe invece fare Mediaset, da sola, nei prossimi anni? Fra le dieci <em>big media</em> europee in termini di capitalizzazione Vivendi è al primo posto con 24 miliardi di euro, Sky seconda con 20 miliardi, mentre Mediaset è il fanalino di coda con soli 4 miliardi (18). Quali sono le sue prospettive future?</p>



<p>E le stesse considerazioni valgono per quasi tutte le grandi aziende italiane, o presunte tali, nei confronti delle omologhe francesi: per esempio Orange vale più di 39 miliardi di euro, Telecom Italia circa 16,5; Axa (cui interessa molto un’eventuale fusione con Generali) capitalizza 56,5 miliardi, il Leone sole 24 miliardi (19), e stiamo citando solamente le società in cui Bolloré ha specifici interessi. “La media company che nascerebbe dall’aver messo insieme Vivendi e Mediaset – dal punto di vista dei contenuti – e Orange e Telecom Italia – dal punto di vista invece dell’infrastruttura – ambirebbe a fronteggiare non solo l’avanzata europea dell’americana Netflix, ma a fare concorrenza, sempre nel Vecchio Continente, anche allo strapotere di quella Sky di Rupert Murdoch che qualcuno, in un primo momento, ha tirato in ballo come potenziale alleato (interessato) della famiglia Berlusconi per stoppare sul nascere le velleità di Mr Vivendi. Oltre alle leve dell’entertainment, la media company avrebbe in mano anche il prezioso pallino dei contenuti in grado di influenzare le dinamiche politiche non solo italiane e francesi, ma anche europee” (20).</p>



<p>La tanto conclamata difesa dell’italianità potrebbe in realtà rappresentare un ottuso provincialismo, che non crea valore a lungo termine e tanto meno posti di lavoro.<br>Come scrive Ettore Livini su Repubblica il 16 gennaio: “La Fininvest di Silvio Berlusconi è arrivata, complice Vincent Bolloré, alla madre di tutte le battaglie: quella in cui dovrà decidere quale sarà il suo futuro. […] Ora la famiglia di Arcore ha davanti tre strade: la prima, impervia, è mettere l’elmetto e scendere in trincea difendendo, costi quel che costi, il cuore televisivo dell’impero di casa. La seconda – la soluzione che la Borsa dà per più probabile – è venire a patti con Bolloré. Sapendo che in ogni caso, vista la sproporzione di forze finanziarie in campo, sarà necessario fargli importanti concessioni. La terza – quella che forse qualcuno dei cinque figli di Silvio preferisce, oggi come nel ‘99 – è quella della svolta radicale: girare le tv a Vivendi, incassare i soldi (o una quota nel gruppo francese) e cambiare faccia alla Fininvest. Trasformandola da holding industriale in cui i soci – come tradizione dell’imprenditoria di casa nostra – si occupano pure della gestione del business in un ‘contenitore’ di investimenti affidati a terzi.</p>



<p>Dove l’unico dovere degli azionisti è passare al bancomat una volta l’anno e incassare dividendi. La strada, va detto, imboccata negli ultimi anni da gran parte delle dinastie del Vecchio Continente (Agnelli in primis) per far fronte alla massa critica richiesta dalla globalizzazione” (21).</p>



<p>E infatti Piersilvio Berlusconi, amministratore delegato del Biscione, in un meeting tenutosi a Londra due giorni più tardi per spiegare agli analisti il piano 2017-2020 di Mediaset, ha dichiarato che la famiglia Berlusconi è aperta “a qualsiasi proposta che crei valore e abbia senso industriale” (22).</p>



<p>In fondo, come chiosa argutamente Livini su Repubblica, se Silvio è disposto a rinunciare al Milan tutto può essere possibile: “L’addio a Cologno, su cui evidentemente Piersilvio avrebbe qualcosa da ridire, trasformerebbe il Biscione. Mondadori, guidata da Marina, rimarrebbe l’unica partecipazione industriale. E i soldi in cassa potrebbero consentire di risolvere una volta per tutte il dilemma della gestione (lunga vita a lui) di un eventuale dopo-Silvio. Il piatto, senza rossoneri e tv, sarebbe più che appetitoso. Tra riserve non distribuiti e plusvalenze, Fininvest – al netto delle partecipazioni che rimarrebbero in pancia – avrebbe un tesoretto da 4 miliardi nel portafoglio, quanto basta per far felice diverse generazioni di figli su entrambi i rami di casa con un maxi-dividendo straordinario.</p>



<p>Lasciando poi il resto del patrimonio a maturare cedole annuali per l’<em>argent de poche</em>. In fondo solo Mediolanum – brillantemente gestita dai veri amici della famiglia Doris – garantisce qualche decina di milioni di cedole ogni dodici mesi. E le utopie, davanti ai freddi conti delle convenienze, possono sempre diventare realtà”.<br>Staremo a vedere.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Comunicato stampa Vivendi, 8 aprile 2016,<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.vivendi.com/press/press-releases/vivendi-forms-a-strategic-and-industrial-partnership-with-mediaset/" target="_blank">&nbsp;http://www.vivendi.com/press/press-releases/vivendi-forms-a-strategic-and-industrial-partnership-with-mediaset/</a><br>2) Dati dal sito www.bollore.com<br>3) Ibidem<br>4) Cfr.&nbsp;<em>C’era una volta. La Francia in nero</em>, documentario Rai, 13 settembre 2012;&nbsp;<em>Sarkozy è arrivato a Luxor con Carla Bruni</em>, L’OBS, 10 gennaio 2008<br>5) E. Livini,&nbsp;<em>Bolloré, il serial-raider anti-Berlusconi col vizio di tradire gli amici in Borsa</em>, La Repubblica, 29 dicembre 2016<br>7) Decreto legislativo, 31/07/2005 n. 177, G.U. 07/09/2005<br>8) C. Tito,&nbsp;<em>L’assalto di Bolloré a Mediaset, Agcom pronta a un nuovo stop: «L’Opa Vivendi sarebbe nulla»</em>, La Repubblica, 17 gennaio 2017<br>9) U. Bertone,&nbsp;<em>Ecco i veri progetti anti Murdoch di Bolloré (Vivendi) su Mediaset e Telecom</em>, www.formiche.net, 15 dicembre 2016<br>10)&nbsp;<em>La mossa di Agcom per bloccare Vivendi «Se prende Mediaset deve lasciare Telecom»</em>, La Repubblica, 16 dicembre 2016<br>11) G. Colombo,&nbsp;<em>Mediaset, Vincent Bolloré punta sulla minoranza di blocco per commissariare Silvio Berlusconi durante le assemblee</em>, L’Huffington Post, 21 dicembre 2016<br>12)<em>&nbsp;Mediaset, Berlusconi. Vivendi ci ha fatto un ricatto. Agcom sulla scalata</em>, www.agenpress.it<br>13) Ibidem<br>14) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.dt.mef.gov.it/it/faq/faq_privatizzazioni.html#faq_0002.html" target="_blank">http://www.dt.mef.gov.it/it/faq/faq_privatizzazioni.html#faq_0002.html</a><br>15) M. Follis e A. Satta,&nbsp;<em>Mediaset, Il governo sta con Berlusconi</em>, Milano Finanza, 15 dicembre 2016<br>16) M. Zatterin,<em>&nbsp;Calenda: «Il 2017 sarà decisivo per sconfiggere i populismi»</em>, La Stampa, 28 dicembre 2016<br>17)&nbsp;<em>De Puyfontaine (Vivendi): «Non siamo invasori. Con Mediaset intesa per un polo europeo»</em>, La Repubblica, 13 gennaio 2017<br>18) Dati da Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2016<br>19) Prezzi di borsa del 25 gennaio 2017<br>20) A. Deugeni,&nbsp;<em>Bollorè attacca il Salotto da UniCredit. I piani della finanza francese. Rumors</em>, www.affaritaliani.it, 23 dicembre 2016<br>21) E. Livini,&nbsp;<em>Mediaset-Vivendi, l’ultima battaglia di Silvio tra voci di intesa e resistenza a oltranza</em>, La Repubblica, 16 gennaio 2017<br>22) M. Silvia Sacchi,&nbsp;<em>«Da Vivendi nessuna nuova proposta ma pronti a valutarla se crea valore»</em>, Il Corriere della Sera, 18 gennaio 2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;opinione pubblica mercificata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lopinione-pubblica-mercificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 12:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2323</guid>

					<description><![CDATA[Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È difficile avere oggi un’idea della dimensione di quella che possiamo genericamente chiamare ‘area antagonista’, inserendo nella definizione ogni realtà culturale o movimentista della società civile che si muove in senso critico rispetto al pensiero dominante neoliberista; da quella più ‘radicale’, che si oppone al capitalismo, di cui il neoliberismo è solo l’attuale fase, a quella ‘socialdemocratica’, che non mette in discussione il sistema economico ma mira semplicemente a mitigarne le caratteristiche di sfruttamento dell’uomo e delle risorse ambientali, attraverso la difesa di uno stato sociale in fase di smantellamento e dei cosiddetti beni comuni.</p>



<p>Difficile perché le lotte sono frammentate, ciascuna chiusa nella propria singola identità – per la casa, per l’acqua pubblica, contro l’Expo, la riforma della scuola, la Tav&#8230; – e non fa eccezione nemmeno la battaglia per il lavoro, che pur avendo un unico tema si divide in tanti terreni di scontro quante sono le aziende che licenziano, delocalizzano, impongono ricatti ai lavoratori in termini di retribuzione e orario per non chiudere gli stabilimenti.</p>



<p>La debolezza delle lotte, intesa come incapacità di incidere sull’esistente, modificandolo, è evidente. Sconta sicuramente la frammentazione, l’incapacità di comprendere che la lotta è una, sebbene articolata su più campi, perché dietro le singole tematiche vi è un ‘nemico’ comune, ossia il sistema capitalistico: privatizzazioni e riduzione del welfare rispondono alla necessità del Capitale di espandersi in nuovi ambiti, il maggior sfruttamento, ossia bassi salari e lavoro precario a uso e consumo delle oscillazioni della domanda del mercato, risponde al bisogno di recuperare maggiori margini di profitto, ed entrambe le operazioni servono al capitalismo per salvarsi dall’attuale crisi – fino alla prossima, ovviamente.</p>



<p>Ma l’area antagonista sconta anche l’esclusione dal dibattito pubblico, che si muove sui canali mainstream, televisione su tutti e poi grandi giornali, e quando riesce a esservi presente fa i conti con la difficoltà di spostare l’opinione pubblica dalla propria parte.</p>



<p>Non è una questione che possa essere elusa, perché i mezzi a disposizione per cambiare l’esistente sono ben pochi; non è più il tempo di rivoluzioni, e non si vede all’orizzonte un partito che possa dare rappresentanza concreta al pensiero critico, ancor meno a quello radicale. Non resta quindi che la pubblica opinione, in teoria un potere ‘dal basso’ in grado di imporre cambiamenti alla politica. O almeno questo era quando è nata.</p>



<p>Non si può parlare di opinione pubblica senza citare Habermas. Nel suo saggio del 1962,&nbsp;<em>Storia e critica dell’opinione pubblica</em>, lo studioso ne evidenzia innanzitutto i natali borghesi. Tra Inghilterra e Francia, il percorso che si snoda fra il XVII e il XVIII secolo vede la nascita di libelli, opuscoli e riviste nelle quali fa la sua comparsa l’articolo ‘dotto’, l’argomentazione razionale; una nuova classe sociale, la borghesia commerciale, crea una sfera nella quale privati cittadini, raccolti come pubblico, rivendicano il ruolo di attori insieme all’autorità dello Stato nella regolamentazione dello scambio di merci e lavoro, disponendosi a costringere il potere a legittimarsi dinanzi alla rappresentanza pubblica del nascente gruppo sociale.</p>



<p>È un ceto che inizia a essere dominante dal punto di vista economico ma non lo è ancora sul piano politico, e dunque attacca il sistema di potere vigente. In antitesi alla Corte nascono i salotti, dove borghesi e aristocratici iniziano a incontrarsi, poi la nuova classe in ascesa si autonomizza e fanno la loro comparsa i caffè, luoghi nei quali si discute di arte, commerci e politica. In una società nella quale il modello liberale sta divenendo dominante e afferma, come presupposto, che tutti possono diventare borghesi, sempre più le questioni di cui si discute assumono valore di ‘interesse generale’; l’interesse della nuova classe viene dunque proposto come interesse della società. Ciò significa, ed è un punto focale, che l’opinione pubblica nasce come rappresentanza borghese, ossia di un interesse di classe, e grazie alla forza economica che possiede.</p>



<p>È Marx a evidenziarne la natura classista, mentre John Stuart Mill e Tocqueville, da buoni liberali, si pongono il tema del suo contenimento nel momento in cui, con la diffusione della stampa e della propaganda, il pubblico si amplia e perde l’esclusività borghese; mentre viene quindi implicitamente riconosciuto che non tutti possono accedere alla proprietà privata, negando dunque il presupposto iniziale, un’opinione pubblica non più coesa negli interessi da difendere ma divenuta terreno di scontro di interessi contrapposti deve essere sottoposta a una limitazione. Perché rischia di divenire un ‘giogo’ per il potere politico, che può emanare leggi ‘sotto la pressione della piazza’, ed essere dominata dal punto di vista dei molti e dei mediocri; la stampa, infatti, per aumentare la diffusione ha abbassato il proprio livello culturale, e l’opinione pubblica è divenuta più una spinta al conformismo, dominata dalle passioni della massa, che una forza critica razionale contro il potere; può dunque servire per limitarlo, ma non deve influenzarlo. Occorre quindi strutturare una sorta di gerarchia, nella quale un’élite di pochi cittadini istruiti e potenti si faccia carico di influenzare l’opinione pubblica con scritti e discorsi.</p>



<p>Chiaramente si può concordare con parte dell’analisi dei due pensatori – il minore livello culturale, la spinta al conformismo – ma è il presupposto di base il punto fondamentale: lo Stato di diritto borghese nato sull’idea della libera autodeterminazione di una società civile raziocinante diviene reazionario nel momento in cui nella sfera pubblica fanno sentire la propria voce le classi subalterne.</p>



<p>Alla sua nascita, la locuzione&nbsp;<em>pubblic opinion</em>&nbsp;identifica l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio; ufficialmente conserva tuttora questo significato, ma è chiaro che oggi non lo rappresenta più. Il percorso che l’ha portata a trasformarsi da spazio critico a dimensione manipolata è andato di pari passo con la crescita della società dei consumi.</p>



<p>La sfera letteraria, che ha prodotto quella politica, si trasforma in un consumo culturale di massa che ha ben poco a che fare con una crescita intellettuale: il fine è vendere una merce, non ‘educare’ un vasto pubblico, quindi il livello del pensiero si abbassa. Scompaiono i circoli, e le discussioni vengono formalmente organizzate in convegni, seminari, e poi tribune politiche e programmi televisivi e radiofonici, appannaggio di quella élite auspicata da Mill e Tocqueville, e diventano anch’esse bene di consumo; il pubblico, sia esso borghese o classe lavoratrice, diviene ascoltatore e spettatore: riceve un pacchetto di opinioni preconfenzionato e in assenza degli strumenti culturali per metterlo in discussione lo assorbe, incapace di ribattere e parlare.</p>



<p>Nascono le pubblicità commerciali e gli uffici di pubbliche relazioni, che si occupano di costruire il consenso intorno a una merce come a una persona; una forma di consenso che ha più nulla a che vedere con i criteri del ragionamento ma si basa su una fascinazione emotiva indotta da un’operazione pubblicitaria. Sulla materia oggetto di promozione non viene infatti aperto un pubblico dibattito ma inscenata una rappresentazione: le discussioni in Parlamento come quelle in televisione diventano spettacoli (talk<em>&nbsp;show</em>, appunto), e la sfera pubblica non è più il luogo in cui si manifesta la critica ma lo spazio in cui prende forma l’acclamazione.</p>



<p>Ne&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse scrive che “la cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia promossa dalla cultura di massa diffusa dai mass media: apparentemente impolitica, in quanto promuove semplicemente un prodotto, è in realtà fortemente politica, perché contiene in sé l’ideologia capitalista, che non agisce più sul pensiero ma si concretizza nello spazio dei comportamenti: l’abitudine al consumo di merci che vanno a soddisfare falsi bisogni, indotti ed eterodiretti per alimentare un sistema produttivo che per fare profitti ha bisogno di crescere incessantemente.</p>



<p>Il pensiero politico critico, dunque, quando non viene censurato e riesce a raggiungere il dibattito pubblico, oggi ha davanti a sé come vero antagonista non tanto un pensiero politico contrapposto, ma un’ideologia trasformatasi in merce, promossa a suon di slogan pubblicitari, inconsapevolmente assorbita da una massa di cittadini divenuti consumatori. Ed è chiaro che un pensiero politico che si oppone alla mercificazione dell’esistente non è&nbsp;<em>vendibile</em>&nbsp;sui media, televisione e grandi quotidiani, che sono gli strumenti principali di diffusione dell’ideologia dei consumi; non può raccogliere consenso tra quel pubblico.</p>



<p>Il problema è che quel&nbsp;<em>pubblico</em>&nbsp;è oggi l’opinione pubblica: una massa di consumatori analfabeti funzionali, spettatrice di messinscene politiche, manipolata da una ristretta élite di&nbsp;<em>opinion maker</em>&nbsp;che si occupa di dirigerla promuovendo il pensiero neoliberista sotto forma di concetti estremamente superficiali e semplificati. Di fatto la&nbsp;<em>pubblic opinion</em>, nel suo reale significato, non esiste più.</p>



<p>Quando nei primi anni Novanta nasce il web, il mondo antagonista che dopo il riflusso degli anni Ottanta è tornato a organizzarsi nel Movimento della Pantera e nei centri sociali, vede nella nuova tecnologia una possibilità di azione; un mezzo per creare una rete di collegamento e comunicazione tra le varie realtà, innanzitutto, attraverso la messaggistica e le mailing list, e successivamente uno strumento per fornire contenuti. Parallelamente al Movimento no global nascono realtà come Indymedia e Autistici/Inventati, che grazie alla nuova tecnologia iniziano a produrre controinformazione in opposizione all’informazione mainstream, raccontando direttamente le manifestazioni e creando siti web nei quali il pensiero critico può esprimersi e confrontarsi. La rete sembra essere quello spazio libero che mancava, un territorio in cui poter far crescere una rete antagonista globale, parallelamente e in opposizione alla globalizzazione del Capitale.</p>



<p>La rapida diffusione della cultura e del movimento no global tra il 1999 di Seattle e il 2001 di Genova dà l’impressione, e la speranza, che una nuova opinione pubblica antagonista possa crearsi grazie al web, e che il suo peso possa incidere sul potere politico ed economico nel momento in cui si concretizza scendendo in piazza, in manifestazioni di una tale partecipazione e forza da ricordare quelle degli anni Settanta del Novecento.</p>



<p>La violenza della repressione messa in atto a Genova taglia le gambe al movimento, ma forse sull’ennesimo processo di riflusso seguito al G8 e allo stato di eccezione messo in piedi dopo l’11 settembre 2001 molto di più ha inciso la trasformazione della stessa rete che aveva permesso la nascita di quella opinione pubblica raziocinante. Il Capitale aveva già iniziato la colonizzazione del territorio del web attraverso la cosiddetta new economy – è del 2000 l’esplosione della bolla finanziaria delle dot.com – e la rete diventa&nbsp;<em>social</em>. Nasce MySpace e poi Facebook, Twitter e social network di ogni genere.</p>



<p>Ora il pensiero antagonista deve lottare per non essere marginalizzato in quello stesso spazio che aveva creduto di poter usare a proprio vantaggio, e che è divenuto non solo un altro territorio in cui il Capitale promuove e diffonde l’ideologia della mercificazione, contribuendo a creare lo stesso pubblico dei media mainstream e lo stesso consumo culturale di massa, ma anche un luogo di compensazione di frustrazione e alienazione e uno strumento che disinnesca il conflitto: condivido un post critico, metto un ‘mi piace’ a un articolo di un sito di controinformazione, segno la mia partecipazione a un dibattito e poi non non vado, e ho l’impressione di aver fatto qualcosa, di avere ‘contato’, mentre ho fatto nulla che possa minimamente incidere sull’esistente.</p>



<p>In aggiunta, dal punto di vista della crescita intellettuale indispensabile alla creazione di un’opinione pubblica raziocinante, il web si è trasformato in una contraddizione paradossale: non ha problemi fisici di spazio e ha minimi costi economici, a differenza del supporto cartaceo, può dunque contenere articoli lunghi di analisi e approfondimento, e invece ha eliminato quel tipo di lettura ‘lenta’ e ragionata promuovendo la velocità, l’articolo breve, l’informazione superficiale, l’ansia di essere continuamente aggiornati su tutto ciò che accade senza avere né gli strumenti né il tempo per comprenderlo davvero, in una continua deconcentrazione.</p>



<p>Che fare, dunque?<br>Se c’è una cosa che il percorso dell’opinione pubblica borghese insegna è innanzitutto che la sua partenza è culturale e di classe. Per cercare di modificare l’esistente occorre dunque per prima cosa (ri)costruire una cultura di classe, e poi trasformarla in opinione pubblica. Certo, da questa parte è più arduo: la borghesia era ceto dominante economico – dunque aveva soldi – e agiva in una società liberale che già rispecchiava il suo modello di sistema produttivo; doveva solo conquistare il potere politico, e trasformare in borghese lo Stato. Ma resta il fattore culturale come punto centrale: è dalla sfera letteraria che nasce quella politica.</p>



<p>Non è un caso infatti che la crescita della società dei consumi sia andata di pari passo con lo svuotamento della cultura di sinistra – non solo politica, anche letteraria e cinematografica – fino al suo totale annientamento che ha registrato come contraltare la mercificazione totale dell’esistente e la vittoria dell’ideologia neoliberista. Si tratta dunque di ripartire da lì, dalla sfida culturale, ma non per farne un esercizio astratto bensì per radicarla nella conflittualità sociale esistente.</p>



<p>Occorre poi capire che i media mainstream non possono essere il terreno di questa battaglia e il loro pubblico non può essere conquistato; per quanto rappresenti la maggioranza, è a tal punto annichilito e manipolato che ora non si può che rinunciarci. È nella rete che si muove quella ristretta minoranza di persone che sente il bisogno di informarsi, capire, approfondire in modo critico; si deve dunque accettare che solo il web, pur con tutto ciò che rappresenta in termini di colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (1), può essere lo spazio in cui il pensiero antagonista può muoversi e crescere. È una contraddizione, ma bisogna essere consapevoli che non esiste più alcun territorio che il Capitale non abbia conquistato e mercificato, dunque l’alternativa sarebbe l’immobilità, e non è un’alternativa.</p>



<p>Come non lo è quella messa in atto da molti centri sociali, che si sono ripiegati all’‘interno’ in forme di autogestione mutualistica e hanno rinunciato a opporsi alle dinamiche di potere che si muovono all’‘esterno’ nella società.</p>



<p>È poi fondamentale che l’area antagonista comprenda che il nemico è uno e che la frammentazione delle lotte gioca a suo vantaggio; e se c’è una cosa che il web può offrire è proprio la connessione tra le diverse conflittualità in campo.</p>



<p>Ma il mondo virtuale va sfruttato per uscirne, per creare luoghi fisici di incontro, confronto, progettualità e lotte comuni. Perché la partecipazione virtuale è una non-partecipazione; non c’è alcuna differenza tra l’essere spettatore di un talk show televisivo e mettere un click a un dibattito senza andarci: in entrambi i casi si resta muti davanti a uno schermo. Ma allo stesso modo, scendere in piazza senza la forza di un bagaglio culturale, soprattutto oggi, nella complessità finanziaria ed economica dell’attuale capitalismo, significa essere disarmati di fronte all’ideologia neoliberista e dunque comunque perdenti. L’opinione pubblica è raziocinante. La lotta è teoria e prassi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" data-type="post" data-id="1104" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
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		<item>
		<title>Libertà di stampa: quando e per chi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-di-stampa-quando-e-per-chi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 10:53:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero dominante]]></category>
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					<description><![CDATA[Libertà di stampa al servizio del sistema dominante: pesi e misure intorno a Charlie Hebdo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-41-febbraio-marzo-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 41, febbraio &#8211; marzo 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Libertà di stampa al servizio del sistema dominante: pesi e misure intorno a Charlie Hebdo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’attentato del 7 gennaio contro la sede parigina della rivista Charlie Hebdo ha riportato in primo piano il dibattito sulla libertà di stampa. La manifestazione imponente di solidarietà dell’11 gennaio, con i potenti del mondo alla guida del corteo (la cosiddetta marcia repubblicana) che ha coinvolto più di un milione e mezzo di cittadini nella sola Parigi e altri due milioni nel resto di Francia, ha commosso il mondo. <em>Je suis Charlie</em> è stato il refrain che è rimbalzato ovunque via twitter e new media sull’onda emotiva del massacro, e per qualche giorno l’Occidente ha vissuto l’ebbrezza di sentirsi finalmente unito e compatto contro il ‘nemico comune’. Tre milioni di copie del nuovo numero di <em>Charlie Hebdo</em> (con Maometto in copertina che piange tenendo in mano – anche lui – un cartello con scritto Je suis Charlie) sono andate esaurite in poche ore (pare che alle sette di mattina fosse già tutto <em>sold out</em>), e ne sono state ristampate quattro milioni per soddisfare le richieste inevase.</p>



<p>In Italia Il Fatto Quotidiano del 14 gennaio, con la rivista satirica in allegato obbligatorio, ha venduto 300.000 copie (la sua solita tiratura, dati ADS, è intorno alle 90.000, con vendite effettive poco sotto le 41.000), un successo tale che gli editori hanno deciso di riproporre Charlie Hebdo anche nell’edizione del giorno successivo (altre 200.000 copie, stando a quanto dichiarato da Il Fatto stesso), e poi ancora venerdì 16 ma questa volta, bontà loro, come possibilità di acquisto facoltativo. A dare una mano alle vendite il premier Matteo Renzi, che alle telecamere di La7 (Le invasioni barbariche), ha dichiarato: “Oggi ho comprato Charlie Hebdo con Il Fatto Quotidiano che ha fatto un’iniziativa bella. È stato commovente leggere il giornale e vedere sui social e non solo file di francesi che facevano la coda per comprare quel giornale”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Je suis Charlie</h4>



<p>Un altro a cui i fratelli Kouachi hanno fatto un gran favore (involontario, ci scommettiamo), è stato lo scrittore francese Michel Houellebecq, da noi sconosciuto ai più ma una star assoluta (o quasi) oltralpe. A lui era dedicata l’ultima copertina prima della strage della rivista, la quale lo considera un maestro indiscusso (dimostrando, al di là di ogni dubbio, che il sense of humour francese non ha limiti).</p>



<p>Nel 2001 aveva dichiarato alla rivista&nbsp;<em>Lire</em>, in seguito all’uscita del suo libro&nbsp;<em>Piattaforma</em>: “La religione più stupida è l’Islam. La lettura del Corano lascia prostrati&#8230; prostrati”; dopo l’attentato (e per il nuovo libro) si è affrettato a cambiare idea: “Ho riletto con attenzione il Corano, e una lettura onesta porta a supporre un’intesa con le altre religioni monoteiste, che è già molto. Un lettore onesto del Corano non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente” (1). Se oggi è sincero, che gli sia venuto in mente a suo tempo di esprimere una tale opinione sull’Islam senza un’attenta lettura del suo libro sacro, è una cosa che lascia prostrati noi.</p>



<p>Secondo Giuseppe Rizzo, Houellebecq è “uno che bluffa, uno che esagera: i nomi che saltano fuori più spesso sono quelli di Zola e Flaubert, ma il pensiero corretto è dire che Houellebecq è uno scrittore mediocre” (2). Invece il suo amico Bernard Maris, economista alla Banca di Francia ed editorialista di Charlie Hebdo morto nell’attentato, era di tutt’altra opinione, come si affretta a riportare Stefano Montefiori sul Corsera: “Sul numero della rivista uscito poche ore prima della strage, Maris conclude con queste parole quello che sarà l’ultimo articolo della sua vita: «Ancora un romanzo magnifico. Ancora un colpo da maestro». Si riferisce a&nbsp;<em>Sottomissione</em>, il libro di Houellebecq che negli stessi momenti cominciava finalmente a essere venduto nelle librerie, dopo settimane di indiscrezioni, distribuzioni illegali su internet e polemiche che, come solo in Francia può accadere, passano rapidamente dalla letteratura alla politica” (3).</p>



<p><em>Sottomissione</em>&nbsp;era il libro più atteso dell’anno, e da giorni monopolizzava le prime pagine di tutti i giornali (anche questo può accadere solo in Francia: che il nuovo romanzo del più discusso scrittore nazionale si aggiudichi le copertine). Il libro “mette in scena il fantasma più angosciante per la società francese di questi giorni: un Islam trionfante, che ha ragione per vie democratiche di una civiltà giudaico-cristiana ormai estenuata, spossata dall’illuminismo e dal fardello di libertà che pesa su ogni essere umano.</p>



<p>Meglio la sottomissione, allora, suggerisce François, il protagonista del romanzo: delle donne all’uomo (la poligamia viene incoraggiata, più mogli smettono di lavorare e restano a casa ad accudire un unico marito), e di tutta la società a Dio. Anzi, ad Allah” (4). Sarà di sicuro un caso che Montefiori e Houellebecq abbiano lo stesso editore, il gruppo Rcs.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Je ne suis pas Charlie</h4>



<p>Nei giorni a seguire, man mano che l’onda emotiva scemava, qualche voce dissonante, certo non inneggiante al massacro – nessuno in Occidente si azzarderebbe mai a sostenere il terrorismo contro il diritto di satira, anche se sospettiamo che a qualcuno l’idea non dispiacerebbe – ma sostenendo la necessità di limiti alla libertà di stampa, ha cominciato a farsi sentire. In primis papa Francesco (il cattolicesimo è stato spesso vittima di attacchi pesanti da parte della rivista francese), che in viaggio per le Filippine il 15 gennaio ha dichiarato ai cronisti: “È una aberrazione uccidere in nome di Dio” ma “non si può insultare la fede degli altri”.</p>



<p>“Non si può prendere in giro la fede. C’è un limite, quello della dignità di ogni religione”. Per Bergoglio, sia la libertà di espressione che quello di una fede a non essere ridicolizzata “sono due diritti umani fondamentali”. Scherza sui fanti ma lascia stare i santi, come dice il vecchio adagio. Anche il <em>grande vecchio</em> del giornalismo laico di casa nostra, Eugenio Scalfari, scrive su Repubblica del 18 gennaio: “A me personalmente Charlie Hebdo è un giornale che non piace affatto e non indosserei alcuna insegna dove sopra sta scritto<em> Io sono Charlie</em>. Purtroppo alcuni di loro hanno pagato con la morte quella satira volutamente provocatoria e me ne rincresce moltissimo, ma non sono Charlie” (5).</p>



<p>A dire il vero, chi scrive non è nemmeno sicuro che quella della rivista francese sia definibile come satira, e non invece come dileggio, sarcasmo o umorismo grottesco. Se ha ragione il nostro ordinamento, che definisce satira “quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di&nbsp;<em>castigare ridendo mores</em>, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene” (6), ci pare difficile che quella pubblicata da Charlie Hebdo lo sia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’affaire Siné</h4>



<p>A ben vedere tuttavia, la direzione della rivista che passa oggi come il simbolo universale della libertà di stampa, non è una accesa sostenitrice del diritto al dissenso, e capita che i suoi dipendenti ne facciano le spese. Il 2 luglio 2008 venne pubblicato su Charlie Hebdo un testo a firma Maurice Siné (storico disegnatore e caricaturista), in cui si dileggiava Jean Sarkozy, figlio del presidente della Repubblica allora da poco rieletto: “Jean Sarkozy, degno figlio di suo padre e già consigliere dell’Alta Senna, è uscito praticamente fra gli applausi dal suo processo per la fuga in scooter. I giudici l’hanno addirittura assolto! C’è da dire che il ricorrente è arabo. Non è tutto: ha appena dichiarato che vuole convertirsi all’ebraismo prima di sposare la sua fidanzata, ebrea ed erede dei fondatori di Darty [nota catena francese di negozi di elettronica,&nbsp;<em>n.d.a.</em>]. Farà strada nella vita, il bambino!” (7).</p>



<p>Il commento sull’opportunismo del virgulto presidenziale era passato praticamente inosservato fino a quando, sei giorni più tardi, Claude Askolovitch (un giornalista francese), su segnalazione dell’entourage di Sarkozy, denunciò su RTL quello che definiva “un articolo antisemita in un giornale che non lo è”. L’allora direttore della rivista, Philippe Val, impose a Siné di scusarsi pubblicamente, ma il disegnatore scelse la linea dura, che avrebbe portato il 15 luglio 2008 al suo licenziamento. Alla controversia che si scatenò poi prese parte il fior fiore dell’intellighenzia francese, com’era prevedibile visti i temi della querelle: antisemitismo vs accuse di antisemitismo, antisionismo vs critica alle politiche di Israele, ma soprattutto la possibilità di dissentire nella rivista che solo poco tempo prima aveva pubblicato le famigerate caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten.</p>



<p>Siné venne portato in giudizio davanti al tribunale di Lione dalla Licra (Lega internazionale contro il razzismo e l’antisionismo) per incitamento all’odio razziale (non per la prima volta: già nel 1985 la stessa Licra lo aveva accusato di propositi antisemiti), ma, proprio come era accaduto in passato, il 24 febbraio 2009 i giudici lo prosciolsero da tutte le accuse, considerando che avesse fatto un uso legittimo del suo diritto di satira. Il tribunale condannò invece gli editori di Charlie Hebdo a pagare a Siné i danni (40.000 euro in prima istanza, poi accresciuti in appello a 90.000) per il licenziamento senza giusta causa.</p>



<p>Il 24 luglio 2008 Pierre Rimbert, su Le monde diplomatique, pubblica un articolo intitolato “Antisemitismo: scacco al ricatto”, in cui denuncia come l’utilizzo strumentale dell’accusa di antisemitismo sia una strategia frequente da parte dell’establishment culturale per liberarsi di un avversario indesiderabile: “Dall’inizio degli anni ’90 non si contano più gli avversari dell’imperialismo, del neoliberismo, dei media dominanti… qualificati di antisemitismo, addirittura di essere ‘nazi’ da parte di qualche guardiano dell’ordine sociale. […] Solo, questa volta, la cosa sembra rivoltarsi contro i suoi istigatori”(8).</p>



<p>Insomma, pare che nella ‘tollerante’ Europa dei nostri giorni ci siano due pesi e due misure: una libertà di stampa totale, garantita dal sistema politico-economico agli avversari dell’Islam (il nuovo nemico dell’Occidente) e, almeno in parte, alle voci critiche contro la chiesa cattolica (soprattutto fuori dall’Italia), mentre Israele e l’ebraismo in genere insieme al sistema economico dominante godono di una protezione extra contro ‘antisemiti’, ‘comunisti’ e disfattisti vari. Certo, conseguenze culturali del vulnus dell’Olocausto e della guerra fredda. Oppure no?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Je suis nigérien</h4>



<p>Si fa un gran parlare dei diritti, costituzionali e non, che devono essere garantiti ai media, ma si evita sempre più spesso di ricordare a quali doveri dovrebbero essere soggetti editori e giornalisti, primo fra tutti il dovere di diffondere le notizie. L’8 gennaio in Nigeria, il Paese più popoloso e multietnico dell’Africa e la prima economia del continente, il gruppo fondamentalista islamico Boko Haram, affiliato ad al Qaeda, ha completamente distrutto una città e dato alle fiamme diversi villaggi sulle rive del lago Ciad, nel nord-est del Paese: 2.000 le vittime stimate.</p>



<p>Quello che Amnesty International descrive come l’eccidio più terribile mai avvenuto, tanto che le autorità hanno smesso di contare i cadaveri abbandonati per le strade, è passato quasi inosservato mentre il mondo piangeva le dodici vittime del giornale francese. The Guardian, riportando la notizia, cita un tweet di Max Abrahams,<em> terrorism analyst</em>, che nota: “È vergognoso come 2.000 persone uccise nel più grande massacro di Boko Haram non abbiano quasi nessuna copertura mediatica”(9). Riportare le notizie in Nigeria è notoriamente difficile: i giornalisti sono uno dei bersagli dichiarati di Boko Haram e, contrariamente a quel che accade a Parigi, la gente del posto è isolata e ha grandi difficoltà di accesso ai mezzi di comunicazione, internet compreso. “Cosa rende un massacro più degno di copertura mediatica di un altro?”, si chiede dunque il giornale inglese.</p>



<p>Secondo Reporters sans frontières, nel 2014 sono stati uccisi nel mondo 66 giornalisti, 11 assistenti ai media e 19&nbsp;<em>netizens</em>&nbsp;(bloggers, cittadini giornalisti e altre figure del web): per nessuno di loro l’establishment si è disturbato a marciare in massa. “Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà a Charlie Hebdo senza dimenticare tutti gli altri Charlie del mondo” ha dichiarato il segretario generale di Reporters sans Frontières, Christophe Deloire (10) “Sarebbe inaccettabile – ha continuato Deloire – se i rappresentanti di Paesi che riducono i giornalisti al silenzio dovessero trarre vantaggio dallo sfogo emotivo attuale per cercare di migliorare la propria immagine internazionale e continuare poi di ritorno a casa con le politiche repressive. Non dobbiamo permettere che i predatori della libertà di stampa sputino sulle tombe di Charlie Hebdo”.</p>



<p>Invece è proprio quel che è avvenuto, come ha acutamente notato Daniel Wickham, giornalista freelance per l’Indipendent, l’Huffington Post e altre testate inglesi. Con una serie di 21 tweet, comprensivi di fonti, ha citato tutti i potenti del mondo che, mentre partecipano a Parigi alla marcia in difesa della libertà di stampa (degli altri), fanno in modo o permettono che in patria i giornalisti dissenzienti vengano uccisi, incarcerati, picchiati, minacciati o comunque oppressi in vari modi: il re di Giordania, il primo ministro turco, il primo ministro di Israele, il ministro degli Esteri egiziano, il ministro degli Esteri algerino, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, il primo ministro della Tunisia, il primo ministro della Georgia, il primo ministro della Bulgaria, il segretario di Stato degli Usa, il primo ministro greco, il segretario generale della Nato, il presidente del Mali, il ministro degli Esteri del Bahrain, lo sceicco del Qatar, il presidente palestinese, il primo ministro sloveno, il primo ministro irlandese, il primo ministro polacco, il primo ministro inglese, e infine l’ambasciatore saudita in Francia (11).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Je suis italien</h4>



<p>Fortunatamente nella lista degli ipocriti il primo ministro italiano Matteo Renzi, almeno per questa volta, non compare, e tuttavia l’Italia non è messa bene in quanto a libertà di stampa. Secondo la classifica stilata ogni anno proprio da Reporters sans Frontières, siamo al 49° posto su 180, dietro non solo alle prime della classe Finlandia, Olanda e Norvegia, ma a quasi tutte le nazioni europee. Ci precedono infatti, per citare solo il nostro continente, il Lussemburgo (4°), il Liechtenstein (6°), la Danimarca (7°), l’Islanda (8°), la Svezia (10°), l’Estonia (11°), l’Austria (12°), la Repubblica Ceca (13°), la Germania (14°), la Svizzera (15°), l’Irlanda (16°), la Polonia (19°), la Slovacchia (20°), il Belgio (23°), il Portogallo (30°), la Lituania (32°), il Regno Unito (33°), la Slovenia (34°), la Spagna (35°), la Lettonia (37°), la Francia (39°) e la Romania (45°). Siamo il fanalino di coda dunque, anche se in miglioramento rispetto al 2013 (eravamo al 57° posto). Colpa delle grandi concentrazioni che si sono divorate l’editoria indipendente, di scuole che insegnano male o non insegnano affatto il mestiere e di un comportamento professionale incline troppo spesso ai compromessi e non solo (in fondo i giornalisti, come i politici, sono lo specchio del Paese).</p>



<p>Ma anche di poche leggi a tutela della libertà di stampa, soprattutto per quanto riguarda i nuovi media, destinatari di un boom di accessi nell’ultimo anno, e di leggi in arrivo che addirittura la ridurranno. Come sostiene l’associazione Articolo 21, convinta che la nuova norma sulla diffamazione, che potrebbe essere presto approvata, rischia di peggiorare le cose. Invece di essere, come era stata pensata all’origine, “una riforma della legge sulla stampa per eliminare la pena del carcere per i giornalisti, a tutela dei diritti fondamentali di cronaca e di critica”, il testo già licenziato al Senato rischia di ottenere l’effetto opposto.</p>



<p>Prevede infatti sanzioni pecuniarie fino a 50 mila euro, che appaiono da un lato inefficaci per i grandi gruppi editoriali e dall’altro potenzialmente devastanti per l’informazione indipendente, in particolare per le piccole testate online; un diritto di rettifica immediata e integrale al testo ritenuto lesivo della dignità dall’interessato, senza possibilità di replica o commento né del giornalista né del direttore responsabile, che prescinde, nei presupposti della richiesta, dalla falsità della notizia o dal carattere diffamatorio dell’informazione; l’introduzione di una sorta di generico diritto all’oblio che consentirebbe indiscriminate richieste di rimozione di informazioni e notizie dal web se ritenute diffamatorie o contenenti dati personali ipoteticamente trattati in violazione di disposizioni di legge (e questo non verrebbe applicato alle sole testate giornalistiche registrate, ma a qualsiasi fonte informativa, sia essa un sito generico, un blog, un aggregatore di notizie o un motore di ricerca).</p>



<p>Secondo le associazioni promotrici della petizione contro il disegno di legge (<a href="http://nodiffamazione.it/">www.nodiffamazione.it</a>), le nuove norme hanno “il sapore di un inaccettabile ‘mettetevi in riga’, per quei giornalisti coraggiosi, blogger e freelance che difendono il diritto dei cittadini a essere informati per fare scelte libere e consapevoli”. Inoltre, “la mancanza di norme che sanzionino richieste e azioni giudiziarie temerarie o infondate non fa che aggravare un quadro di potenziale pressione sull’informazione che la sola eliminazione del carcere come sanzione non è sufficiente a scongiurare e che anzi con la nuova legge si aggrava”(12).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Je suis Marina</h4>



<p>Che il rischio sia reale lo dimostra il caso che vede imputata Marina Morpurgo, per anni inviata de L’Unità e poi caporedattore del settimanale Diario. Per cominciare l’anno nuovo il pm Anna Landi della procura di Foggia ha pensato bene di emettere ai danni della giornalista un decreto di citazione diretta a giudizio, ossia un provvedimento previsto dall’ordinamento per i reati punibili con una reclusione non superiore ai quattro anni, che non necessita del vaglio di un giudice per le indagini preliminari. L’accusa è quella di “diffamazione a mezzo stampa” per aver “offeso l’onore” della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria”.</p>



<p>Ecco come Pietro Falco racconta il caso su L’Espresso (13): “All’origine della vicenda, c’è un manifesto che immortala una bambina bionda, di circa 6 o 7 anni, intenta a passarsi un rossetto sulle labbra con espressione ammiccante. Sopra la foto, una dichiarazione perentoria a caratteri cubitali: «Farò l’estetista, ho sempre avuto le idee chiare». Quando se lo ritrova davanti, Morpurgo si indigna: «Trovavo quell’immagine del tutto inappropriata e addirittura inquietante, per l’utilizzo a scopi pubblicitari di una bimba ritratta in quel modo, e per la maniera in cui veniva ancora considerata la donna, a dispetto di tutte le battaglie di emancipazione degli ultimi decenni». E così decide di pubblicare il manifesto sulla propria bacheca di Facebook, chiosandolo con una serie di commenti.</p>



<p>Le considerazioni riportate nell’atto d’accusa della procura e riferite a momenti diversi sono queste: «Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato e impiumato [citazione tratta dai vecchi fumetti di Paperino,&nbsp;<em>n.d.a.</em>]&#8230; I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti&#8230; Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite&#8230; Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?». A quel punto, passano diverse settimane prima che la titolare della scuola, Maria Laura Sica, decida di sporgere querela. E il pm Anna Landi ritiene di ravvisarvi indizi sufficienti per aprire un fascicolo e iscrivere la giornalista nel registro degli indagati. Il resto è storia di oggi. A nulla è valsa la memoria difensiva presentata dall’avvocato Carmela Caputo, che poneva obiezioni sia di metodo («Con riferimento a facebook o a social network analoghi, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, la Cassazione non si è ancora pronunciata»), che di merito («Le espressioni incriminate sono state riportate sulla pagina personale della Morpurgo, frequentata esclusivamente da suoi amici.</p>



<p>Le comunicazioni lì pubblicate non sono visibili a tutti, ma solo al gruppo di amici del titolare della bacheca. Difetterebbe, quindi, il requisito strutturale richiesto dal comma 3 dell’articolo 595 del codice penale»). Ma soprattutto, a essere interpellato era un principio fondamentale, come quello sancito dall’articolo 21 della Costituzione: la facoltà di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. «È inaccettabile – argomenta nella nota l’avvocato Caputo – che una stimatissima professionista venga indagata non per aver detto il falso, o denigrato persone o enti, bensì semplicemente per aver espresso un’opinione che può piacere o non piacere, ma che deve comunque ritenersi più che legittima e manifestata nei limiti della legalità. È inaccettabile che la signora Morpurgo si ritrovi nel registro degli indagati per aver esercitato il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, utilizzando l’ironia e il sarcasmo per polemizzare su un manifesto discutibile, che appare fortemente lesivo dell’infanzia”.</p>



<p>Questo significa che chiunque decidesse di postare sul proprio profilo facebook, per fare un esempio, una pubblicità di automobili che parcheggiano da sole e chiosasse che la considera sessista perché la protagonista è una donna – chi scrive sfida a trovare un testimonial uomo per i sistemi di park assist (come tutti sanno, sono le donne a non saper parcheggiare) – potrebbe venire iscritto nel registro degli indagati per aver leso l’onore della casa automobilistica di turno, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria”. Se il buon giorno si vede dal mattino, quest’anno non promette bene per la libertà di stampa.<br>Se non siamo tutti Charlie, siamo tutti Marina.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) S. Montefiori, <em>Michel Houellebecq: «Niente in Francia sarà più come prima. Sì, ho paura anch’io&#8230;»</em>, Corriere della Sera, 14 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Rizzo esprime giudizi ben più forti su Houellebecq, rimandiamo all’articolo per una lettura integrale: G. Rizzo, <em>Michel Houellebecq è una carogna</em>, Internazionale, 17 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">3) S. Montefiori, <em>Houellebecq, l’ultimo “Charlie Hebdo” dedicato al suo nuovo libro</em>, Corriere della Sera, 8 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">4)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) E. Scalfari, <em>Il pugno di Francesco e la lezione di Voltaire</em>, La Repubblica, 18 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">6) Prima sezione penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 9246/2006</p>



<p class="has-small-font-size">7) Un cittadino francese di origini arabe, M’Hamed Bellouti, aveva accusato Jean Sarkozy di avere danneggiato con lo scooter il retro della sua BMW il 14 ottobre 2005 a Place de la Concorde a Parigi, e di essersi poi dato alla fuga. M’Hamed Bellouti e la persona che viaggiava con lui hanno raccontato al giudice di aver fotografato con il cellulare il numero di targa, senza aver tuttavia riconosciuto il conducente, che indossava il casco; Jean Sarkozy è stato assolto</p>



<p class="has-small-font-size">8) P. Rimbert, <em>Antisémitisme: l’échec d’un chantage</em>, Le monde diplomatique, 24 luglio 2008</p>



<p class="has-small-font-size">9) Jared Keller, <em>One Student’s Epic Tweets Call Out the Biggest Hypocrites Marching for Free Speech In Paris</em>, World.Mic, 11 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">10) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">11) <em>Ibidem.</em> E inoltre: Daniel Wickham, <em>The Paris march was an emotional display, but it was full of hypocrisy on press freedom</em>, The Independent, 12 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">12) <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.articolo21.org/2015/01/nodiffamazione-la-nuova-legge-e-sbagliata-brfirma-la-petizione-su-change-org/" target="_blank">#Nodiffamazione. La nuova legge è sbagliata. Firma la petizione su Change.org (già oltre 6.000 adesioni)</a></em>, Articolo 21, 12 gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">13) Pietro Falco, <em>A processo per un commento su Facebook. Ora il giudice deve decidere se è diffamazione</em>, L’Espresso, 9 gennaio 2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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