Il grandangolo della critica sociale di un autore fuori dal coro
Gli anni cosiddetti di piombo istituiscono l’estremo fiammeggio resistenziale prima della fine. Più ancora che capire cosa, per molti sarebbe utile capire come (e perché) la retorica mediatica li abbia tradotti in stereotipo negativo. Suggerisco: nelle pigre traduzioni sinistrorse (le altre non le contemplo nemmeno, mi disgustano e basta) degli anni Settanta si individuano i germi di un’abiura intellettuale che non fosse funzionale al lavaggio di coscienza e al finto-democraticismo da governo, risulterebbe risibile prima ancora che vigliacco. Il sonno della ragione genera mostri, ed è per ciò che la nostra attualità intellettuale abbonda di ventriloqui, mostrificati dalla memoria corta e dalla morte del (loro) pensiero critico.
Sin da tempi non sospetti la narrativa disallineata di Gianfranco Manfredi ha remato controcorrente. Metaforizzava i generi, declinandoli per romanzi, dischi e fumetti. Altra tempra, rispetto ai pennivendoli da status quo: attraverso il grandangolo della critica sociale, le canzoni ironico-malinconiche di Manfredi hanno attraversato senza peli sulla lingua malgoverni, agende ‘68 (e ‘77), sbronze di gruppo, anni di piombo, idiosincrasie e anestesie civili. Il tutto secondo egida da cane sciolto. Da intellettuale organico. Da autore fuori dal coro e di tutt’altra pasta. Sia detto a mia volta senza peli sulla lingua: Manfredi era uno di scorza dura. Una corteccia temprata dal rigorismo marxista (seppure capace di autoironia), antitetica alla fanghiglia che immelma, sin dalla prossemica, gli intellettualoidi benedetti dal potere consociativo. L’ultima loro ennesima “fatica letteraria” (stomachevole locuzione) in favore di telecamera. Gianfranco Manfredi non ha fatto televisione, e non a caso…
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