Post-sessantottardo e pre-discotecomane, inventivo e retrivo, colorato e funereo; un anno sperimentale e (im)potenziale; tradotto a posteriori, un anno di lì a un passo dal succedere
Il giorno di solito comincia sporco come l’inchiostro dei nostri giornali.
Claudio Lolli, Disoccupate le strade dai sogni
IL PCI STA CON IL PADRONE/ È QUESTA LA VERA PROVOCAZIONE. PROVOCATORI SONO PCI E SINDACATO/ CHE PIENI DI PAURA INVOCANO LO STATO. SOCIALDEMOCRAZIA VUOL DIRE REPRESSIONE/ LOTTA DI CLASSE PER LA RIVOLUZIONE.
Parole d’ordine del corteo Autonomo di Milano del 18 marzo 1977
Baroni, padroni, pompieri, aspiranti dirigenti/ topi di sezione, oscuri burocrati, gente con la linea in tasca/ Forse tra qualche giorno ce ne andremo/ e proverete a dimenticare/ tornando con: bacheche, circolari/ processo democratico, giornali/ registri, libri mastri, orpelli/ specchietti, proposte in positivo/ ma azioni costruttive, delegati e mozioni/ (ma non rompete i coglioni)/ Direte: era un fuoco di paglia/ un’oscura marmaglia/ senza proposizioni/ (ma non rompete i coglioni)/ Ma tutto questo non è stato invano/ noi non dimentichiamo…/ Per il vostro potere fondato sulla merda/ per il vostro squallore odioso, sporco e brutto/ Pagherete caro, pagherete tutto!
Tazebao a firma del collettivo “Resa dei conti”
Mi ci gioco uno qualsiasi degli album dell’Assemblea Musicale Teatrale (non sapete chi sono? Datevi da fare su internet, avrete un’idea del perché proprio loro): sarà il consueto reiterarsi di opuscoli, memorandum, editoriali, e semmai combattimenti fra galli del pollaio di qualche talk show finto-progressista. Il fatidico Settantasette tocca la soglia dei cinquant’anni e la gara celebrativa non mancherà di declinarsi fra nostalgismo e/o damnatio memoriae nelle espressioni ritrite del déjà vu. Compresa la comparazione con l’altro anno fatidico del Novecento, quel Sessantotto primogenito di ogni rivoluzione mancata a seguire: paragonato al ‘77 una rivoluzione in calzoncini corti, si parva licet. Troppo entusiasta, molto utopista, quasi giocosa. Prossima ai primi sampietrini stradaioli contro la polizia ma anche ai retaggi naif della beat-culture e al peace & love, per intenderci. Poco che possa tornare utile di fatto alla sollevazione di massa, per intenderci. Quando si parla di Settantasette si parla invece di un’onda lunga. Dura e pura. Tutta italiana: una spinta rivoluzionaria disincantata, post-partitica, spartiacque. E per ciò anche controversa. Contraddittoria. Contigua al movimentismo e al post-movimentismo. Al brigatismo e all’Autonomia operaia. Agli scazzi ilari degli Indiani Metropolitani e ai fumetti di Andrea Pazienza. Ai passamontagna e alla P38, (“Il delitto paga” si scriveva sui muri). Seppure a un passo dalle febbri del sabato sera e dal no-future delle asserzioni punk. Se di assalto al cielo si è trattato, il Settantasette è stato un tentativo autoctono. Mentre nel resto del mondo proto-liberista i fuochi sessantottardi si smorzano in progress, a latitudini nostrane – sarà per il fedifrago consociativismo berlingueriano, sarà per una crisi sociale ormai endemica – il fuoco del dissenso non si spegne, alligna sotto le ceneri, divampa in tutto il suo fulgore dicotomico, intanto che corre l’anno Settantasette…
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